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domenica 22 aprile 2018

L'uomo desiderio di infinito

L'uomo  desiderio  di infinito


perché è come se noi è un’altra vecchia storia che ho letto non so quando -fossimo nati da un uovo d’aquila finito per caso in un pollaio. Noi sentiamo la vita così: usciamo dall’uovo e siamo in mezzo a delle galline, e le galline sono dei poveri esseri che il massimo che riescono a immaginare nella vita è qualche verme un po’ grosso, e sono lì con la testa bassa a rovistare per terra. Ma noi no, noi non siamo galline! Ci vogliono far credere di essere galline, a voi ragazzi vogliono far credere che siete galline: tutto congiura a uccidere il vostro desiderio, congiura a dirvi: «Ma no, volate bassi! State tranquilli! Accontentatevi, che vi diamo la playstation a tutti, vi facciamo scegliere il cellulare fra mille modelli diversi! Accontentatevil».

Solo che quella gallina li non è una gallina, non può farci niente. E ogni tanto quando le capita di tirar su la testa e vede un’aquila in volo le vengono le lacrime agli occhi, perché sente di essere fatta per lassù, sente di essere fatta per quell’infinito, e magari si fa sorprendere con lo sguardo perso nell’azzurro del cielo a seguire il volo di quell’essere misterioso che ha questa attrattiva imponente e decisiva. Se lo sogna di notte, ma le altre galline del pollaio le danno addosso: «Non guardar per aria! Guarda per terra: ci sono i vermi!» Si tratta di decidere se uscire dal pollaio, se dar retta a questa nostalgia che fa sentire
il cielo più corrispondente al proprio cuore.
Franco Nembrini

giovedì 19 aprile 2018

Mia carissima nemica, quante litigate sul Nulla

Mia carissima nemica, quante litigate sul Nulla

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Atea dalla grande onestà intellettuale, a Dio preferì un atto di fede nel nichilismo. Credeva in una tecnologia interamente dedicata al progresso e al benessere dell'Uomo



Il più bel ricordo che ho di Margherita Hack è quando a Siena mi disse che preferiva il Nulla.Eravamo entrambi ospi­ti dell’Arcivescovo di Siena, mon­signor Gaetano Bonicelli, che aveva deciso di dar vita a una se­rie di incontri tra scienziati, uno credente e l’altro ateo.
L'astrofisica Margherita Hack
La serie veniva aperta da noi due. La Chiesa Universitaria era stracol­ma. Attacca lei e spiega i motivi per cui non poteva credere in Dio. Nel mio intervento spiego i motivi per cui io credevo (e cre­do) in Dio.
Ed ecco come viene fuori il Nul­la. Il messaggio che viene dalla Scienza- dicevo e dico- è che esi­ste una Logica Rigorosa cui il mon­do deve obbedire, dall’univer­so subnucleare all’universo fat­to con stelle e galassie. La pro­fessoressa Hack lavora studian­do l’universo fatto con stelle e galassie. Io lavoro invece stu­diando l’universo subnuclea­re, le cui leggi e regolarità sono necessarie per capire che cos’è una stella. E infatti il mistero del Sole ha resistito fino a quando­a metà degli anni ’40 del secolo scorso - non è stato capito che cos’è una stella.
Se l’uomo avesse continuato a osservare sempre meglio le stelle, ancor oggi non saprem­mo che cos’è una stella. La luce che emette il nostro sole è un fe­nomeno che avviene sulla su­perficie di una stella. Perché non si spegne né esplode ce lo dicono le leggi dell’universo su­bnucleare. Il sole è infatti una candela a fusione nucleare. Non si spegne in quanto ha una valvola di sicurezza perfetta. Questa valvola è la cosiddetta carica debole (da non confon­dere con la carica elettrica) la cui prima misura di alta preci­sione è stata fatta al Cern dal mio gruppo. La candela nuclea­re non esplode in quanto essa si raffredda perfettamente emet­tendo neutrini. Il sole brilla più di neutrini che di luce. Che do­vesseroesistere i neutrini non lo aveva capito nessuno fino a metà del secolo scorso. Adesso, grazie ai lavori fatti con la mac­china del Cern ( Lep), è fuori di­scussione che esistono tre tipi di neutrini. Il fisico che ha pro­posto l’esistenza del terzo tipo di neutrini facendo i primi espe­rimenti al Cern è colui che dice all’amica Hack:se l’universo su­bnucleare non fosse retto da una logica rigorosa io sarei di­soccupato. Non saprei cosa fa­re domani. Né avrei mai potuto far niente nella mia carriera di fi­sico impegnato a decifrare la lo­gica scritta nel libro della natu­ra. Se c’è una logica deve esser­ci un Autore. Ecco perché io cre­do in Colui che ha fatto il Mon­do. L’ateismo nega l’esistenza dell’Autore. Negare l’esistenza di questa logica corrisponde a negare l’esistenza della Scien­za. L’ateismo non sa dimostra­re com’è possibile l’esistenza di una logica senza che ci sia Co­lu­i che di questa logica è l’Auto­re. Ecco perché io dico che l’ateismo non è atto di ragione ma di fede nel Nulla.
A questo punto Margherita chiede il microfono all’arcive­scovo e dice: «Sono d’accordo con ciò che ha detto il professo­re Zichichi. Io, Margherita Hack, preferisco l’atto di fede nel Nulla all’atto di ragione che mi porterebbe a credere in Dio».In molte occasioni ho cita­to come esemp­io di onestà intel­lettuale questa affermazione di Margherita Hack. Iddio solo sa quanto ci sia oggi bisogno di onestà intellettuale.
La crisi di questi anni porta al­la mia memoria i tempi della Guerra Fredda. Ci legava l’uto­pia di una Scienza senza segreti e senza frontiere. C’è un solo modo perché questa utopia possa diventare realtà: chiude­re i laboratori segreti. A metà de­gli anni Ottanta, avvenne a Gi­nevra un evento senza prece­denti, Margherita Hack mi tele­fonò dicendo che era felice per quanto aveva appreso. A Gine­vra, Reagan e Gorbachev si im­pegnavano a smantellare i labo­ratori segreti. I capi delle due su­perpotenze avevano tradotto in un’azione concreta quanto sostenuto nel Manifesto di Eri­ce. La Cultura dominante accu­sava noi scienziati di essere i ve­ri responsabili del pianeta im­bottito con bombe nucleari, no­nostante il Manifesto di Erice fosse stato firmato da diecimila scienziati di 115 nazioni.
Margherita Hack era con noi nel sostenere che le grandi con­qui­ste della Scienza e le conse­guenti invenzioni tecnologi­che posso­no dar vita a tecnolo­gie interamente dedicate al be­nessere e al progresso civile e sociale soltanto se si smantella­no i laboratori che lavorano a porte chiuse. Bisogna distin­guere nettamente la Scienza dalla Tecnica. Noi scienziati abbiamo la responsabilità del­le scoperte scientifiche. La re­sponsabilità di privilegiare le invenzioni tecnologiche peri­colose per la vita e il rispetto dei valori su cui si fonda una so­cietà libera, democratica e civi­le, è del potere politico ed eco­nomico. Affinché le scoperte scientifiche siano interamen­te dedicate al benessere e al progresso civile e sociale è ne­cessario che l’utopia della scienza senza segreti e senza frontiere diventi realtà.
Margherita Hack è un esem­pio di onestà intellettuale e di forte impegno per la più civile delle battaglie culturali: scien­za senza segreti e né frontiere. 

lunedì 16 aprile 2018

Vita come misericordia

    Vita come misericordia

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Perche' tutta la questione dell’amore è questa: per amare bisogna essere molto amati. Per amare bisogna che qualcuno abbia guardato te amandoti, che qualcuno guardi te; perché questa è la salvezza, questo è il bene della vita, ciò di cui abbiamo tutti bisogno. Che cos’è la salvezza nella vita? La salvezza nella vita è che qualcuno ti guardi e non abbia schifo di te, non abbia schifo e non abbia paura del tuo male, della tua debolezza, della tua fragilità. Uno diventa grande nella vita perché qualcuno lo guarda cosi. Padre e madre hanno in fondo questo compito, e tradiscono il loro essere genitori non quando sbagliano, ma quando vengono meno a questo sguardo; e gli educatori tradiscono la loro vocazione di educatori quando vengono meno a questo sguardo: perche’ l’educazione è questo, è quel che ha fatto Dio con gli uomini, ci ha guardati, ci guarda dicendo: «Vai bene così. Io ti amo cosi. Ti amo così, io non ho schifo e non ho paura di quello che sei, io ti abbraccio così, io parto da quello che sei e insieme proveremo a fare un pezzo di strada, insieme si migliorerà, insieme si cambierà.

Franco Nembrini

lunedì 9 aprile 2018

La vita come inferno che cos'è?

La vita come inferno che cos'è? 
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La vita come inferno è che io ti tratto crocifiggendoti al tuo male. Hai quel difetto li: io ti crocifiggo a quel difetto. L’inferno è questo: che ci trattiamo crocifiggendoci ai nostri difetti, ai nostri limiti, alla nostra povertà. Questo è l’inferno.
 Il purgatorio sono gli stessi limiti, però abbracciati, perdonati, cosi che diventano strada. Gli stessi peccati i sette vizi capitali -sono puniti all'inferno e costituiscono la montagna del purgatorio: sempre lussuria, superbia, ira.
Ma è tutta un’altra cosa: all’inferno sono la definizione di te, l’ultima parola su di te è il tuo male; al purgatorio no: l’ultima parola è il bene. Ce l’hai questo male, ma lo possiamo portare insieme; anzi può diventare strada, perché se io ti perdono e tu mi perdoni, questo è l’amore. E perciò possiamo realizzare e vivere insieme un pezzetto di paradiso su questa terra.
Se ci trattiamo cosi, secondo la dignità del nostro destino, sarà un paradiso.

FRANCO NEMBRINI

L’incredibile conversione al cattolicesimo della figlia di Stalin

L’incredibile conversione al cattolicesimo della figlia di Stalin

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Wikipedia/Public Domain
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«Ho smesso di illudermi di potermi mai liberare dell’etichetta “la figlia di Stalin”. Non si può rimpiangere il tuo destino, anche se mi dispiace che mia madre non abbia sposato un falegname». Queste le parole pronunciate, in una delle sue ultime interviste, da Svetlana Iosifovna Allilueva, figlia di Joseph Stalin e della sua seconda moglie, Nadezhda Allilueva.
Svetlana è nata nel 1926, quando il padre era già primo segretario generale del Partito comunista sovietico. La madre morì sei anni dopo, ufficialmente di peritonite ma quasi sicuramente suicidatasi nella notte dell’8 novembre 1932, frequentò saltuariamente i genitori (seppur era la preferita del padre Joseph) e crebbe con una bambinaia. Ha comunque raccontato di essere sempre stata coccolata dal padre, il quale talvolta si sedeva per aiutarla nei compiti e cenare con lei e i suoi amici, figli dei collaboratori. A scuola veniva trattata come una “zarina”, un suo compagno di classe ha ricordato che il suo banco brillava come uno specchio, l’unico ad essere lucido. Durante le purghe, ogni volta che i genitori dei suoi compagni venivano arrestati, essi cambiavano classe, in modo che lei non entrasse in contatto con i “nemici del popolo”.
Tuttavia i rapporti con il padre si incrinarono all’età di 16 anni, sia perché Stalin fece “sparire” due zii a cui lei era molto affezionata, sia perché trovò un documento riservato sul suicidio della madre, che le era stato nascosto. «Qualcosa in me si distrusse»ha ricordato«Non fui più in grado di rispettare la parola e la volontà di mio padre». Poco dopo, infatti, si innamorò di un regista ebreo di 40 anni, Aleksei Kapler, che, con una scusa, venne condannato da Stalin a dieci anni di esilio in una città siberiana, poiché disapprovava il loro rapporto. A 17 anni si è sposata con Grigory Morozov, un compagno di studi, anche lui ebreo, ricevendo il permesso -seppur a malincuore- dal padre («È primavera. Se desideri sposarti, fallo, che l’inferno sia con te», è stata la sua reazione), che però non volle mai incontrare lo sposo. Nel 1945 ebbero un figlio, Joseph, ma divorziarono nel 1947. Due anni dopo, Stalin combinò il suo secondo matrimonio con con Yuri Zhdanov (figlio di un suo collaboratore), ma anche questo matrimonio -dal quale nacque la figlia Yekaterina- naufragò quasi subito.
Nel 1953, Svetlana assistette alla morte del padre, così la descrisse.
«L’agonia era terribile, venne letteralmente soffocato dalla morte. In quello che sembrava essere l’ultimo istante di vita, ha improvvisamente aperto gli occhi, gettando uno sguardo sui presenti nella stanza, uno sguardo terribile, folle o forse di rabbia, pieno di paura. Poi, d’un tratto, ha alzato la mano sinistra. Il gesto era incomprensibile, sembrava di minaccia. E’ morto nell’istante successivo». Molti parlano di morte per avvelenamento e c’è chi sospetta proprio di Svetlana. Dopo la morte del padre, la donna ha assunto il cognome della madre, Allilueva, lavorando come docente e traduttrice a Mosca. Nel 1963 ha vissuto con un politico comunista indiano di nome Brajesh Singh fino al giorno della morte dell’uomo, in quell’occasione si recò in India, immergendosi nei costumi locali e fu l’occasione in cui abbandonò l’ateismo trasmessole dal padre e dalla società sovietica. Si battezzò nella Chiesa ortodossa russa e nel 1967, dopo aver incontrato l’ambasciatore americano a Nuova Delhi, decise di trasferirsi negli Stati Uniti, ottenendo asilo politico, vivendo sotto la protezione dei servizi segreti.
La conversione al cattolicesimo arrivò grazie alla frequentazione del monastero carmelitano di Friburgo, dove rimase nascosta per un mese, ed in seguito al rapporto con padre Garbolino, un sacerdote italiano della Pennsylvania, che la invitò a recarsi in pellegrinaggio a Fatima in occasione del 70° anniversario dell’apparizione. «Nel 1969 padre Garbolino è venuto a farmi visita a Princeton, al tempo ero divorziata e infelice, ma lui, da buon sacerdote, ha sempre trovato le parole giuste e ha promesso di pregare sempre per me»ha scritto la donna, nel frattempo appassionatasi dei libri di Raïssa Maritain, moglie russa di Jacques Maritain, anche lei convertitasi al cattolicesimo dopo essere stata allevata nell’ebraismo e nell’ateismo. Dopo aver scritto due autobiografiche -diventate best-seller-, nelle quali ha denunciato il padre come un “mostro” e ha attaccato l’intero sistema sovietico-, dal 1970 al 1973 è stata unita in (terzo) matrimonio con William Wesley Peters, dal quale si separò quattro anni dopo. Da loro nacque Olga. Assunse il nome di Lana Peters e nel 1982 si trasferì a Cambridge, in Inghilterra dove, in occasione della festa di Santa Lucia, chiese ed ottenne il battesimo cattolico. Ad un certo punto, ha raccontato la stessa Svetlana, ha addirittura nutrito la speranza di diventare suora.
Dopo una breve permanenza in Unione Sovietica (disincantata dall’Occidente) e negli Stati Uniti, ritornò nel Regno Unito fino al 2009. Lacorrispondenza con il sacerdote cattolico inglese che la accolse nella Chiesa cattolica il 13 dicembre 1982, emersa solo dopo la sua morte, ha rivelato la profondità della sua fede cristiana. «Grazie e ancora grazie», scrisse al sacerdote pochi giorni dopo il battesimo. «Grazie per aver aperto questa porta per me. Non posso descrivervi il buio degli ultimi anni e la grande pace interiore che mi possiede ora!». Il 7 novembre 1982, prima del battesimo, ha descritto «la mia costante e persistente ammirazione per la Chiesa di Roma e il desiderio “di essere lì”. Come una bussola gira sempre verso il Polo Nord, io continuo a girare per tutto il tempo verso la stessa direzione: Roma. Frequento la messa a Cambridge, guardo i martiri inglesi e la Madonna, osservo il ritorno dei fedeli ai loro posti, dopo aver ricevuto la Comunione: guardo i volti puliti della gente. Mi piace guardare quella trasformazione così visibile». La stessa fede traspare anche dieci anni più tardi, in una lettera del 7 dicembre 1992, in cui racconta di frequentare quotidianamente i sacramenti e la chiesa carmelitana Kensington Church Street, a ovest di Londra. «Mi sento forte e più forte dopo questi 10 anni, sono nel posto giusto». L’ultima lettera al sacerdote risale al 23 gennaio 1993.
La figlia Olga, nipote di Stalin, ha oggi 44 anni e vive con il nome di Chrese Evans a Portland, nell’Oregon. Un giornalista del Daily Mail è riuscito a rintracciarla, amante delle armi e dei tatuaggi, ha ricordato di sua madre: «Aveva una incredibile fede, mi ha amato in un modo incondizionato, come non ho sentito da nessun altro».
Nel libro “The Last Words”, dedicato al suo amico sacerdote, Svetlana ha parlato della nonna paterna, che aveva mandato il giovane Stalin nel seminario ortodosso di Tbilisi, in Georgia. «Penso che tutti i problemi e le crudeltà di mio padre, la disumanità del suo partito, siano causate dall’abolizione del cristianesimo», ha scritto. «I suoi problemi sono iniziati quando ha abbandonato il seminario all’età di 20 anni. E’ stato allora, proprio allora, che la sua giovane anima smise di combattere il male, e dal Male è stata afferrata e mai più lasciata sola».
«Ho pregato Dio per la prima volta a 36 anni, chiedendo di guarire mio fratello Vasilij»ha scritto«Non conoscevo nessuna preghiera, nemmeno il Padre Nostro. Mi sono battezzata come ortodossa il 20 maggio 1962, ho avuto la gioia di conoscere Cristo, ma ignoravo quasi tutta la dottrina cristiana. Ho maturato la conversione cattolica per molto tempo e dal cattolicesimo ho imparato una cosa su tutte: la benedizione della vita quotidiana, anche della più piccola e nascosta azione. Non sono mai stata capace di perdonare e pentirmi, oggi, da cattolica, sono diversa da prima, sopratutto da quando frequento la messa ogni giorno. Sono stata accolta tra le braccia della Vergine Maria, che non ero mai stata abituata a chiamare per nome».
Svetlana Stalin è morta il 22 novembre 2011. Questa è l’incredibile storia di conversione della figlia del più sanguinario dittatore della storia, a capo del primo Paese ufficialmente e politicamente ateo.

domenica 8 aprile 2018

Ho contato i miei anni ed ho scoperto che ho meno tempo da vivere da qui in avanti



 Ho contato i miei anni ed ho scoperto che ho meno tempo da vivere da qui in avanti

di Mario de Andrade (Brasile)
Ho contato i miei anni ed ho scoperto che ho meno tempo da vivere da qui in avanti di quanto non ne abbia già vissuto.
Mi sento come quel bambino che ha vinto una confezione di caramelle e le prime le ha mangiate velocemente, ma quando si è accorto che ne rimanevano poche ha iniziato ad assaporarle con calma.
Ormai non ho tempo per riunioni interminabili, dove si discute di statuti, norme, procedure e regole interne, sapendo che non si combinerà niente.
Ormai non ho tempo per sopportare persone assurde che nonostante la loro età anagrafica, non sono cresciute.
Ormai non ho tempo per trattare con la mediocrità. Non voglio esserci in riunioni dove sfilano persone gonfie di ego.
Non tollero i manipolatori e gli opportunisti. Mi danno fastidio gli invidiosi, che cercano di screditare quelli più capaci, per appropriarsi dei loro posti, talenti e risultati.
Odio, se mi capita di assistere, i difetti che genera la lotta per un incarico maestoso. Le persone non discutono di contenuti, a malapena dei titoli.
Il mio tempo è troppo scarso per discutere di titoli.
Voglio l’essenza, la mia anima ha fretta…
Senza troppe caramelle nella confezione…
Voglio vivere accanto a della gente umana, molto umana.
Che sappia sorridere dei propri errori.
Che non si gonfi di vittorie.
Che non si consideri eletta, prima ancora di esserlo.
Che non sfugga alle proprie responsabilità.
Che difenda la dignità umana e che desideri soltanto essere dalla parte della verità e l’onestà.
L’essenziale è ciò che fa sì che la vita valga la pena di essere vissuta.
Voglio circondarmi di gente che sappia arrivare al cuore delle persone…
Gente alla quale i duri colpi della vita, hanno insegnato a crescere con sottili tocchi nell’anima.

Sì… ho fretta… di vivere con intensità, che solo la maturità mi può dare.
Pretendo di non sprecare nemmeno una caramella di quelle che mi rimangono.
Sono sicuro che saranno più squisite di quelle che ho mangiato finora.
Il mio obiettivo è arrivare alla fine soddisfatto e in pace con i miei cari e con la mia coscienza. Spero che anche il tuo lo sia, perché in un modo o nell’altro ci arriverai

Jan Weselik
de Mario de Andrade, filósofo y poeta brasileño

RICERCA Nuovi studi indagano il ruolo di microbi e batteri nella psoriasi


Nuovi studi indagano il ruolo
di microbi e batteri nella psoriasi

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di Vera Martinella

 www.corriere.it



Lo studio più recente è opera di ricercatori dell’Università della California, School of Medicine di San Diego: hanno identificato alcuni batteri (un ceppo di Staphylococcus epidermidis, comune sulla pelle umana sana) che paiono proteggere dal più temibile cancro cutaneo, il melanoma. Ma alterazioni nelle colonie di microbi che vivono sulla nostra epidermide sono state collegate a diverse altre malattie, compresa la psoriasi, e si fa strada l’idea che una terapia «a base microbica» potrebbe essere offerta ai pazienti in un prossimo futuro.

Il possibile ruolo di microbi, funghi e batteri nella psoriasi
Il ruolo cruciale dei batteri buoni
Certo è che diversi team di scienziati sono al lavoro per capire come il microbioma condizioni la salute e che ruolo abbia nella comparsa di svariate patologie, con l’obiettivo di manipolarlo a nostro favore. Innanzi tutto è necessario chiarire che il microbiota è l’insieme dei microrganismi (batteri) presenti nell’intestino. L’insieme dei geni dei microrganismi stessi forma il microbioma. Il microbiota di un individuo si insedia a partire dalla nascita, nei primi 4-36 mesi di vita, a seguito del contatto con i genitori e l’ambiente esterno e contemporaneamente allo sviluppo di un sistema immunologico intestinale. «Durante l’evoluzione l’essere umano ha stretto un patto con i microbi buoni che lo hanno colonizzato in numero forse addirittura superiore a quello delle nostre cellule - dice Mario Cristofolini, dermatologo e presidente dell’Istituto G.B. Mattei per la ricerca termale -: in un rapporto di simbiosi noi offriamo loro un ambiente adeguato per la loro crescita e in cambio loro ci aiutano a digerire, ad assorbire energia, ci difendono contro gli agenti patogeni e infine addestrano il nostro sistema immunitario».
In particolare è ormai documentato da numerosi studi scientifici il rapporto tra le caratteristiche del microbiota intestinale e malattie quali quelle dell’apparato digerente, autoimmuni, dismetaboliche e anche alcuni sottotipi di tumori. Ma che legame c’è fra batteri e psoriasi? «Ci sono evidenze che anche la psoriasi sia condizionata dal microbiota intestinale, in particolare nella sua forma artropatica - spiega Cristofolini -. Meno indagato è il microbiota della pelle, anche se sono comparse le prime ricerche che segnalano un rapporto tra microbiota cutaneo, dermatite atopica, acne rosacea e psoriasi. Recenti studi realizzati per le Terme di Comano dal Centro di Biologia Integrata dell’Università di Trento, sotto la direzione del professore di Metagenomica computazionale Nicola Segata, hanno evidenziato che la cute psoriasica risulta avere una minore diversità rispetto alla cute sana e inoltre presenta una diversa proporzione dei vari microrganismi, ma soprattutto la presenza di ceppi microbici, batteri e funghi in parte sconosciuti». 
L’ipotesi di una terapia «a base microbica»
L’ipotesi è che questi ceppi microbici, batteri e funghi potrebbero essere la concausa della disregolazione della tolleranza immunitaria che è alla base della malattia psoriasica.Tecnicamente, infatti, la psoriasi è dovuta a un ricambio troppo veloce delle cellule della pelle e un ruolo di primo piano, in questo senso, è certamente svolto dal sistema immunitario. «Da qui l’ipotesi che ripristinare la biodiversità microbica della cute possa favorire la guarigione delle chiazze - conclude l’esperto -: un trattamento come quello termale (in riferimento anche al fatto che nell’acqua termale di Comano sono presenti batteri capaci di attività antinfiammatoria e immuno-modulante, come dimostrato dagli studi di Olivier Jousson, microbiologo dell’Università di Trento) potrebbe essere in grado di riequilibrare la popolazione microbica cutanea. Si apre oggi, quindi, un nuovo capitolo nella terapia delle malattie cutanee e della psoriasi: l’idea è quella di seguire un percorso che parte dall’eliminazione dei microrganismi anomali e la loro sostituzione con la flora batterica caratteristica della pelle normale. Le esperienze del trapianto del microbiota in malattie come la colite da Clostridium difficile ha dato dei risultati molto incoraggianti. È quindi realizzabile, nel futuro, una terapia “a base microbica” che ristabilisca il microbiota normale della pelle anche nelle malattie cutanee, e in particolare nella psoriasi».

venerdì 6 aprile 2018

Geranio: la sua radice blocca il virus dell’Hiv


 
VIVERE
SALUTE & BENESSERE
 


geranio radici aids
Decorano i nostri balconi e terrazzi, sono colorati, profumati, molto resistenti e quindi particolarmente consigliati anche a chi non ha esattamente il pollice verde. Parliamo dei gerani che oggi tornano alla ribalta grazie ad una nuova ricerca che ha dimostrato come questi fiori riescano ad essere un valido aiuto nella lotta contro l’Aids (Hiv).
In particolare, secondo la ricerca effettuata in Germania dall’Istituto Helmholtz Zentrum e pubblicata su Plos One, ad essere preziosa per inattivare il virus dell’Aids (nello specifico l’Hiv -1, il più diffuso) sarebbe la radice del Pelargonium sidoides, ovvero del geranio che, da esperimenti in provetta, è riuscita ad impedire l’infezione, inattivando il virus e bloccando la sua riproduzione e diffusione nelle cellule del sangue e del sistema immunitario.
L’estratto ottenuto dalle radici del geranio deve la sue potenzialità ad un mix di polifenoli ed è sicuro per l’uomo tanto da essere già utilizzato a livello erboristico. Ora non resta che sfruttare questa nuova scoperta per cercare di realizzare un futuro farmaco che possa arginare questo virus che continua ancora a colpire moltissime persone in tutto il mondo. Dalle ultime stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, sarebbero oltre 35 milioni le persone affette da Hiv, che rimane tra le 10 maggiori cause di morte.
Ciò che è promettente in questa nuova scoperta è il fatto che il meccanismo d’azione con cui agisce l’estratto di geranio è diverso da quello dei farmaci attualmente in uso per arginare l’Aids, gli antiretrovirali. Le potenzialità dunque ci sono, non resta che capire meglio come sfruttarle!
Francesca Biagioli

GERANIO AFRICANO: FARMACO VEGETALE PER LE INFEZIONI RESPIRATORIE

Pelargonium Sidoides



Il Pelargonium sidoides è una varietà di Geranio della Famiglia delle Geraniaceae che cresce nella regione sud-orientale del Sud africa, patrimonio della medicina tradizionale dei popoli indigeni e da loro impiegato per curare numerose patologie a carattere infettivo e non, come malattie respiratorie, disturbi gastro-intestinali, disturbi mestruali ecc..
Esistono più di 20 studi clinici che vanno a confermare l’efficacia di tale pianta, in particolare sulla remissione dei sintomi tipici del raffreddore comune e di bronchiti, classificandola come un potente batteriostatico e immunostimolante.

È stato confermato che l’assunzione di prepararti a base di Pelargonium sidoides, al primo esordio dei segni di infezione respiratoria, riduce o risolve i sintomi, riduce il rischio di complicanze causate da infezioni batteriche e permette un più rapido recupero dello stato di benessere, riducendo quindi l’impiego di altri farmaci, in particolare di antibiotici.
Inoltre gli estratti delle radici sono ben tollerati dall’organismo ed utilizzabili anche in età pediatrica.

Nei paesi d’oltralpe come Germania e Francia moltissimi prodotti naturali sono parte integrante della farmacopea ufficiale e dal 1975 in Germania viene venduto l’estratto di Geranio africanomantenendo il nome originale datogli dagli indigeni del sud Africa: Umckaloabo che nella lingua zulù è l’insieme di due parole che stanno a significare “ per i disturbi ai polmoni” e “per il dolore al petto”.

L’interesse verso questa pianta iniziò all’inizio del ‘900 dopo che lo studioso inglese Charles Henry Steven mandato in sud Africa per curarsi dalla tubercolosi, guarì dopo pochi mesi grazie al consiglio dello sciamano zulù di assumere per due volte al giorno il decotto delle radici di Pelargonium sidoides.
Tutti gli studi che vi susseguirono, grazie al progresso scientifico e farmaceutico, indagarono sulle sostanze attive del fitocomplesso e confermarono importanti azioni della pianta, quali la sua azione immunomodulante e in particolare la capacità di attivare le cellule e i meccanismi deputati alla difesa del nostro organismo (attivazione macrofagi, produzione di difensine, incremento fagocitosi, riduzione dell’adesività batterica).
L’azione antivirale, in particolare contro i virus tipici delle infezioni respiratorie e l’azione secretomotoria che consiste nel facilitare i movimenti delle ciglia delle cellule dell’epitelio dei bronchi (cellule che hanno lo scopo fisiologico di garantire una continua pulizia delle vie aeree), promuovendo l’espulsione di muco.

Ad oggi, in Italia, il Pelargonium sidoides è stato registrato come farmaco vegetale di uso tradizionale venduto in tutte le nostre farmacie ed è utile non solo nel trattamento delle infezioni respiratorie di natura virale, ma anche come valido aiuto nella prevenzione delle malattie broncopolmonari croniche al fine di ridurre la carica batterica e potenziare le difese immunitarie.

giovedì 5 aprile 2018

Hypericum scruglii

Hypericum, la pianta ogliastrina che rallenta l’Hiv: straordinaria scoperta dei ricercatori di Cagliari

Hypericum, la pianta ogliastrina che rallenta l’Hiv: straordinaria scoperta dei ricercatori di Cagliari
In particolare, è stato identificato per la prima volta nell’Hypericum scruglii un metabolita appartenente alla classe dei floroglucinoli prenilati, che si è dimostrato capace di inibire a concentrazioni molto basse due enzimi chiave dell’HIV-1 e quindi la replicazione del virus in saggi cellulari.