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venerdì 27 febbraio 2026

Gilles Bouhours

 Gilles Bouhours, fanciullo veggente, 

26 febbraio 


Gilles nacque il 27 novembre 1944 da una famiglia del dipartimento della Mayenne. Il padre, Gabriel Bouhours, classe 1913, era di professione idraulico e la madre Madeleine, nata nel 1911, era casalinga, da cui nacquero cinque figli: Gilles era il terzogenito. All'età di nove mesi gli fu diagnosticata la meningoencefalite (meningite con encefalite), una malattia che a quel tempo era spesso fatale, poiché non esistevano medicine e cure realmente efficaci per combattere tale malattia.


Per questo, una suora delle Piccole Sorelle dei Poveri, che era un'amica di famiglia, diede ai genitori di Gilles due immagini di santi con reliquie da mettere sotto il cuscino del piccolo Gilles: una era un santino con reliquia di Santa Teresa del Bambino Gesù (1873-1897) e l'altra immagine era di un missionario. Trascorsero tre notti senza che però si potesse avvertire alcun miglioramento nel bambino. La quarta notte, invece, i genitori trovarono Gilles guarito, con una respirazione normale e con la febbre completamente scomparsa.


L'inizio delle apparizioni


Nel 1947 la famiglia Bouhours viveva ad Arcachon, nel sud-ovest della Francia. Il piccolo Gilles aveva due anni ed appariva un bambino normale, del tutto simile agli altri suoi coetanei. Il 30 settembre 1947 Gilles affermò di aver avuto una visione della Vergine Maria, a cui ne seguirono molte altre. In una di queste visioni, Gilles riportò che la Vergine gli avrebbe chiesto di recarsi ad Espis, a nord di Moissac, nel dipartimento di Tarn-et-Garonne nella diocesi di Montauban. In questo luogo vi furono tre bambini - e subito dopo un uomo di 40 anni - che dichiararono di aver visto la Madonna nel 1946.


Questi presunti veggenti furono subito oggetto di indagine da parte della diocesi.

Il 12 dicembre 1946 il vescovo locale, Mons. Pierre-Marie Théas, palesò in una lettera privata una sua prima opinione concernente le presunte apparizioni dei tre bambini e del quarantenne, ritenendoli non degni di fede e pertanto reputando le apparizioni non vere. Va rammentato che questo giudizio privato del vescovo Théas riguardava esclusivamente i presunti veggenti del luogo e non Gilles, il quale non fu oggetto di indagine, ma a causa della sua associazione con il luogo verrà presto coinvolto nella vicenda e associato ai presunti veggenti.


Sei mesi dopo, il 4 maggio 1947, il vescovo ufficializzerà il suo giudizio negativo, minacciando di sospendere "a divinis" qualsiasi sacerdote che avesse celebrato la Messa a Espis. Durante questo periodo, riferisce Gilles, la Madonna gli confermò di osservare la decisione del vescovo, non partecipando a nessuna messa che si fosse celebrata a Espis. Anche qui va ricordato che la sentenza ufficiale del vescovo locale avverso i 4 presunti veggenti di Espis risaliva al 4 maggio 1947, mentre lo stesso Gilles non visitò Espis se non a partire dal 13 ottobre di quell'anno, pertanto la decisione del vescovo sull'autenticità delle presunte apparizioni non riguardava in alcun modo le apparizioni di Gilles.


Quando monsignor Théas lasciò la diocesi, subentrò monsignor Louis de Courrèges d'Ustou, che, il 1 febbraio 1950, istituì una nuova commissione d'inchiesta sui 4 presunti veggenti. Le sue conclusioni furono che si trattava di autosuggestione ed allucinazioni, escludendo ogni possibile origine soprannaturale. Sebbene Gilles non fosse stato annoverato tra i presunti veggenti di Espis colpiti dal decreto del vescovo locale, fu comunque coinvolto nella vicenda. Tali accuse saranno di grande impedimento a Gilles per l'ottenimento di un'udienza privata da Pio XII.


Il 13 dicembre 1948, Gilles riferisce che la Vergine Maria gli confidò un segreto riservato al Papa. Dopo le ripetute richieste della Madonna, come riporta Gilles, come anche delle insistenze da parte di Gilles stesso, viene infine organizzato un primo viaggio a Roma, nonostante le difficoltà economiche relative al costo del viaggio, essendo una famiglia di mezzi molto modesti. A questo viaggio parteciperanno solo Gilles e suo padre.


Il 12 dicembre 1949, Gilles e suo padre incontrarono Papa Pio XII in udienza non privata. In quel giorno, pertanto, il bambino non rivelerà al Papa il segreto, giacché la Madonna gli aveva indicato di far conoscere solo a lui tale messaggio. Gilles resterà deluso per l'accaduto, ma ben lungi dal desistere dal consegnare il messaggio in privato al papa.


Viene così organizzato un secondo viaggio, che viene inizialmente bloccato a causa del ricevimento di una lettera che negava la possibilità per Gilles di poter ottenere una seconda udienza dal Papa a causa delle condanne dei Vescovi locali avverso i 4 presunti veggenti di Espis. Queste condanne impropriamente venivano allargate anche al piccolo Gilles, dato che il bambino non veniva nominato da questi decreti. Dopo varie vicissitudini, il bambino e suo padre riescono finalmente a recarsi a Roma alla fine di aprile: così, il 1º maggio 1950, papa Pacelli ricevette il piccolo Gilles in un'udienza privata. Solo dopo averlo esposto al papa, Gilles comunicò il messaggio anche ad altre persone, che consisteva nel seguente testo: "La Beata Vergine Maria non è morta; è salita al cielo con il suo corpo e la sua anima". L'evento della visita privata di un bambino di 5 anni con il Papa non passò inosservato, tanto che il 10 giugno 1950 un giornalista del Giornale d'Italia, Gaetano Fabiani, pubblicava un lungo articolo (che citava altresì il segreto di Gilles) intitolato "Un bambino francese di 5 anni ha parlato col Papa".


Successivamente all'incontro privato di Gilles con il Papa, apparvero anche altri articoli su vari giornali che descrissero l'incontro tenuto tra Gilles e il pontefice come il caso del piccolo Gilles. Invero, la frase di Gilles fu una locuzione abbastanza semplice e breve, tuttavia fu considerata, secondo diverse fonti ben informate, come il segno che Pio XII aveva richiesto e attendeva da Dio per confermare la proclamazione del dogma dell'Assunzione. Ottenuto il segno richiesto, papa Pio XII proclamerà il dogma dell'Assunzione della Beata Vergine Maria esattamente 6 mesi dopo l'incontro con Gilles (il 1º novembre 1950).


Dopo il compimento della missione di Gilles nel trasmettere il messaggio al Papa, dal 1950 al 1958 Gilles dichiarerà di essere ancora visitato a intervalli regolari dalla Madonna. 

Il 15 agosto 1958, secondo quanto detto da Gilles, la Vergine gli apparve per l'ultima volta. Gilles morirà il 26 febbraio 1960, a 15 anni, dopo una breve malattia. Alcuni medici asserirono che la morte fu cagionata da una crisi d'uremia, mentre altri reputarono che si trattasse di asma; in ogni caso, non ci fu mai una spiegazione sicura delle ragioni che condussero alla morte il piccolo Gilles.


Una commissione diocesana d'inchiesta è stata aperta nel 2014 da mons. Robert Le Gall, arcivescovo di Tolosa, in vista della possibile futura beatificazione di Gilles Bouhours.


Fonte: web

GILLES BOUHOURS, FANCIULLO VEGGENTE. E IL DOGMA DELL'IMMACOLATA CONCEZIONE

 GILLES BOUHOURS, FANCIULLO VEGGENTE. E IL DOGMA DELL'IMMACOLATA CONCEZIONE


Gilles Bouhours non aveva ancora tre anni quando la Madonna gli apparve per la prima volta. Da questo incontro nacque tra Lei e lui un legame indissolubile di amore materno e filiale che durò per gli undici anni che seguirono.


Gilles è nato il 27 novembre 1944, festa della Medaglia Miracolosa in una famiglia del dipartimento di Mayenne. Cinque bambini sono nati dall’unione di Bouhours Gabriel, nato nel 1913, idraulico ferramenta, e Madeleine, nata nel 1911 a Cornilleau: Teresa (1937), Jean-Claude (1939), Gilles (1944), Marc (1947) e Michel (1951).


I genitori saranno costretti a spostarsi più volte a Bergerac (Dordogne, dove nacque Gilles) ad Arcachon, di Bouilhe-Preuil (Alti Pirenei) a Moissac (Tarn-et-Garonne) nel momento in cui alla madre di Gilles viene diagnosticata la poliomielite, in quanto le consigliano diversi trattamenti tra i quali bagni di sabbia calda. Dal 1953, la famiglia vive in Seilhan (Haute-Garonne), nella casa chiamata la “castagna”.


All’età di nove mesi, gli viene diagnosticata la meningite. I medici sono categorici: solo la preghiera può salvare il bambino.


Una suora dell’ordine delle Piccole sorelle dei poveri, grande amica di famiglia, chiede ai suoi genitori di mettere sotto il cuscino di Gilles due immagini, una di Santa Teresa del Bambino Gesù, accompagnato da una piccola reliquia (un pezzo di stoffa bianco) e padre Daniel Brottier (1876-1936), dei Santi Padri dello Spirito, un ex missionario in Africa e direttore degli orfani Apprendisti di Auteuil a Parigi.


Per tre notti non si ebbe alcun miglioramento e la quarta i genitori stavano sonnecchiando quando il respiro di Gilles sembrò normalizzarsi. La febbre era diminuita senza alcuna spiegazione e persino il pallore era svanito lasciando spazio ad sano rossore sulle guance.


Un particolare però attira l’attenzione dei genitori: mentre l’immagine del missionario era rimasta intatta, quella di Santa Teresina si era sgretolata, mentre la reliquia risultava ora libera dal suo involucro rosso che era letteralmente scomparso. Come ringraziamento decidono di andare in pellegrinaggio a Lisieux.”


Il 30 settembre 1947 la famiglia si trova a Bouhours Arcachon. Gilles ha due anni e dieci mesi, ed è un bambino apparentemente come tutti gli altri, eppure per la prima volta ebbe l’apparizione della Vergine Maria, nella quale gli chiede di andare ad Espis dove altri l’avevano vista. Il padre fa ricerche e trova questa località nei pressi di Moissac e decide di portarvi subito Gilles.


In effetti il 22 agosto 1946, Claudine e Nadine Combalbert mentre accudivano le oche nel bosco vicino ad Espis, avevano visto comparire all’improvviso una “signora vestita di nero” con un “abito con le margherite”. Il giorno successivo, anche un’altro bambino dice di averla vista. Mentre dal 31 agosto, un uomo sulla quarantina sosterrà anch’egli di avere visioni della Vergine: “Io sono l’Immacolata Concezione. ”


Iniziano i pellegrinaggi anche se il vescovo locale non crede alle apparizioni definendole illusioni. Il 4 maggio 1947, il prelato pubblica un ufficiale giudizio negativo, ed emette un provvedimento di sospensione a divinis per qualsiasi prete si rechi a Espis. Con il cambio del vescovo viene istituita una commissione d’inchiesta il 1 ° febbraio 1950 nella quale si definiscono le presunte apparizioni come allucinazioni.


Gabriel Bouhours, una volta raggiunto Espis, cominciò a fare domande per capire se le parole di suo figlio erano esatte e ne ebbe conferma la sera del 30 settembre 1947, quando tutti i bambini Gilles compreso, videro la Santa Vergine nelle sembianze della Madonna di Lourdes nel giardino di casa. “La Beata Vergine è in acqua. Taglia l’acqua con un bastone. Vedo due bastoni in aria.”


Egli descrive Maria con un “tetto” a significare che Lei indossa un velo sul capo. Alla domanda sul significato dei “bastoni”: “Questo è il bastone”, ha ribattuto con il suo vocabolario di bambino, cercando di spiegare che in realtà si trattava di una croce! Poi si passa a descrivere un terribile “fumo giallo” che alzandosi nel cielo fa piangere la Vergine. E nella sua estrema semplicità Le offre il suo fazzolettino.


La freschezza e la semplicità dei dialoghi sono toccanti per tutti coloro che assistono alle apparizioni. In una di queste la Santa Vergine promette una fonte e chiede di pregare una decina del rosario per il Sacro Cuore.


In dicembre, vede una “grande croce” nel cielo e due giorni più tardi anche Santa Teresa di Lisieux gli appare mentre getta i suoi fiori. Seguirà un pellegrinaggio da parte di tutta la famiglia Bouhours a Lourdes. Il piccolo Gilles afferma che la sua Madonna è più bella di come appare nelle rappresentazioni a Lourdes e quando la Vergine gli appare versa lacrime di sangue e due giorni dopo lo bacia.  


Visto il parere contrario delle autorità su Espis la famiglia decide di rimanerne lontana, ma le apparizioni continuano anche nella loro casa, nella sua stanza e nel giardino. Egli descriverà una pioggia di croci.


Il 24 giugno 1949 , riferisce ai suoi genitori con singolare semplicità: “La Santa Vergine verrà a vedermi in giardino dopo la Domenica. Non oggi, non ha tempo!”  – Che cosa deve fare? –  Non la minestra, naturalmente! Lei mette fiori nel cielo. “


Con altrettanta semplicità il 13 ottobre, “rivela” la “lotta” condotta da Michele per il bene delle anime, descrivendo il male come una specie di lucertolone e l’arcangelo come un uomo con le ali.


Il 13 dicembre, Maria affida un “segreto” a Gilles per il Papa.  Il 12 giugno fa la sua prima comunione in un clima di semplicità e di interiorità spirituale. Durante l’estate, Gilles continua a mietere apparizioni e locuzioni il 13 di ogni mese, con altri due visioni il 15 agosto.


Il 13 novembre 1949, la Vergine, dopo aver chiesto di pregare per tutti i malati, invita, “il piccolo Gilles”, a recarsi a Roma per vedere il Papa. A dicembre va da lui, ma non essendo solo non può fare come gli ha chiesto la Madonna. Le autorità però non sono a favore di queste apparizioni e gli viene negata l’udienza. La Madonna insiste e miracolosamente si aprono le porte del Vaticano per il piccolo messaggero.


Il 1° maggio 1950 il piccolo Gilles Bouhours affidò a Papa Pio XII il messaggio che la Vergine Maria gli aveva affidato: “La Sainte Vierge n’est pas morte, Elle est montée au Ciel en corps et en âme“(La Beata Vergine non è morta, è ascesa al Cielo in anima e corpo. Sei mesi dopo il Pontefice proclamò infallibilmente il dogma dell’Assunzione al Cielo in anima e corpo della Beata Vergine Maria.


Dopo essere rimasto solo con il papa e liberato dal suo vincolo poté riferire a tutti il suo segreto.” La Santa Vergine non è morta; lei è salita al cielo con il suo corpo e la sua anima. ”


A quanto pare Pio XII, avrebbe chiesto a Dio durante l’Anno Santo del 1950 un “segno” che potesse illuminarlo sul dogma dell’Assunzione della Vergine. Non solo al papa ma a tutto il suo immediato entourage, fu chiaro che quello era il segno atteso, la rivelazione di un bambino.


Dal 1950 al 1958, Gilles continuerà a vedere la Madonna a intervalli regolari. Il 13 maggio 1950, disse: “il 13 giugno, devo avere un abito bianco. Camminerò a piedi nudi, come il bambino Gesù per la conversione dei peccatori. “Le immagini fotografiche hanno immortalato il momento.


Il 15 agosto 1958, la Vergine apparve per l’ultima volta. Il piccolo Gilles ritornò alla casa del Padre il 26 febbraio 1960.


Da allora, le testimonianze di grazie si sono moltiplicate. Tantissimi i casi di conversione.


Fonte: trinite.1.free.fr/enseignements/petit_gilles.htm - Estratti da “Magazine cristiana” - 


PREGHIERA: DONAMI UN CUORE DI BAMBINO


O Maria, Madre di Dio, conservami un cuore di bambino, puro e limpido come acqua di sorgente. Ottienimi un cuore semplice, che non assapori la tristezza; un cuore grande nel donarsi e tenero nella compassione; un cuore fedele e generoso che non dimentichi nessun beneficio e non serbi rancore per il male. 


Forma in me un cuore dolce e umile, un cuore grande ed indomabile che nessuna ingratitudine possa chiudere e nessuna indifferenza possa stancare; un cuore tormentato dalla gloria di Gesù Cristo, ferito dal Suo amore con una piaga che non rimargini se non in Cielo. Amen


(Louis De Grandmaison)

mercoledì 25 febbraio 2026

Padre Pierre Marie-Benoît salvatore di ebrei

 Quando bussarono alla porta del monastero, non immaginava che quel colpo avrebbe cambiato la sua vita.


Era il 1942. Una madre terrorizzata chiedeva di nascondere sua figlia ebrea. Davanti a lui non c’erano strategie politiche, non c’erano piani eroici. Solo una domanda semplice e disperata.


Padre Pierre Marie-Benoît rispose con una sola parola: «Sì».


Da quel momento diventò uno degli uomini più ricercati d’Europa.


Nel monastero di Marsiglia installò una tipografia clandestina. Di notte, alla luce delle candele, falsificava certificati di battesimo, carte d’identità, passaporti. Ogni timbro poteva salvare una vita. Ogni firma poteva evitare un treno diretto ad Auschwitz.


Ma la carta non bastava.


Costruì una rete sotterranea che attraversava la Francia. Guide che conducevano famiglie attraverso i passi alpini verso la Svizzera. Barche che partivano verso la Spagna. Conventi che aprivano stanze segrete. Scuole che inventavano iscrizioni false per i bambini ebrei.


E c’era qualcosa che lo rendeva diverso.


Non chiese mai conversioni. Non impose mai il battesimo come prezzo della salvezza. Quando qualcuno gli domandava se dovesse diventare cristiano per essere protetto, rispondeva: «Rimani ciò che sei. Sii un buon ebreo». In un tempo in cui l’identità ebraica era condanna, lui la difendeva come sacra.


Nel novembre 1942 l’occupazione tedesca si estese al sud della Francia. Le vie di fuga si chiusero. La Gestapo iniziò a cercare il sacerdote il cui nome compariva troppo spesso su documenti sospetti.


Avrebbe potuto fuggire.


Invece si presentò agli uffici italiani a Nizza e fece qualcosa di impensabile: chiese protezione per tutti gli ebrei della regione. Convincendo il commissario italiano Guido Lospinoso, ottenne una temporanea tutela per circa 30.000 persone.


Non gli bastava.


Insieme al banchiere ebreo Angelo Donati progettò l’evacuazione via mare verso il Nord Africa. Arrivò fino a Roma, dove ottenne un incontro con Papa Pio XII. Per un momento, sembrò possibile salvare migliaia di vite in un solo colpo.


Poi l’Italia si arrese e i tedeschi occuparono tutto. Il piano crollò.


Padre Marie-Benoît non si arrese. Ideò un nuovo sistema per ottenere asilo in Spagna, riuscendo a far passare altre migliaia di persone. Quando la rete fu scoperta, molti dei suoi collaboratori furono arrestati e uccisi. Lui riuscì a fuggire, riapparendo a Roma come «Padre Benedetto», continuando a organizzare salvataggi fino alla liberazione nel 1944.


Si stima che abbia contribuito a salvare circa 4.000 ebrei.


Nel 1966, Yad Vashem lo riconobbe Giusto tra le Nazioni. A Roma, il rabbino capo Israel Zoller lo chiamò «Padre degli ebrei». Un titolo che non nasce dalla teologia, ma dalla gratitudine.


Non cercò mai fama. Non scrisse memorie. Non trasformò la sua storia in leggenda.


Semplicemente disse sì quando sarebbe stato più facile dire no.


In un’epoca in cui l’odio gridava, lui scelse di agire in silenzio.

E dimostrò che, anche quando il male sembra invincibile, basta una coscienza ferma per aprire una via di salvezza.


Quattromila vite respirano ancora grazie a quella porta aperta.

A quella parola.

A quel sì.

Edith Stein

 La brillante filosofa che a 14 anni rifiutò Dio diventò una santa, morta ad Auschwitz.

Ma ciò che fece nei suoi ultimi giorni è ciò che spezza davvero il cuore.


Edith Stein nacque nel 1891, ultima di undici figli, in una famiglia ebrea profondamente religiosa. A sei anni si presentò da sola a scuola e chiese di essere iscritta direttamente in prima elementare. La lasciarono entrare.


A quattordici anni guardò sua madre e pronunciò cinque parole:

«Sono atea.»


Niente più preghiere. Niente più sinagoga. Niente più Dio.


Sua madre pianse. Edith no. Cercava la verità, e pensava di trovarla nella ragione.


Divorò la filosofia. Le sue domande erano così taglienti che molti professori faticavano a starle dietro. Andò a studiare con Edmund Husserl, uno dei più grandi filosofi del suo tempo.


Poi arrivò la Prima guerra mondiale.


Mentre molti colleghi partivano per il fronte, Edith si offrì volontaria come infermiera della Croce Rossa, scegliendo il reparto malattie infettive. Per mesi assistette soldati morenti. Scriveva lettere per mani troppo deboli per farlo. Puliva ferite che altri non avrebbero sopportato di vedere.


Ricevette una medaglia al merito.


Dopo la guerra concluse il dottorato sull’empatia con il massimo dei voti. Il suo lavoro era rivoluzionario.


Poi iniziò a candidarsi per cattedre universitarie.


Rifiuto dopo rifiuto.


Il motivo? Non era un uomo.


Nel 1921, durante una visita ad amici, prese casualmente un libro dallo scaffale: l’autobiografia di Teresa d’Ávila.


Iniziò a leggerla dopo cena. Lesse tutta la notte. All’alba chiuse il libro e sussurrò:

«Questa è la verità.»


Il 1° gennaio 1922 fu battezzata cattolica.


Sua madre soffrì profondamente. «Hai abbandonato il tuo popolo», le disse. Edith continuò comunque ad accompagnarla in sinagoga, pregando con lei.


Per anni insegnò e tenne conferenze in tutta Europa, diventando una voce autorevole sull’educazione e la dignità delle donne.


Poi nel 1933 Hitler salì al potere.


Le leggi razziali la esclusero dall’università. Perse il lavoro.


Scrisse a Papa Pio XI, chiedendo una condanna pubblica della persecuzione contro gli ebrei. La risposta fu formale, ma senza azioni concrete.


Entrò nel Carmelo di Colonia, prendendo il nome di Teresa Benedetta della Croce. Scrisse che la Croce era il destino del popolo di Dio.


Dopo la Notte dei Cristalli fu trasferita in un monastero nei Paesi Bassi per maggiore sicurezza. Anche sua sorella Rosa, convertita al cattolicesimo, era con lei.


Nel luglio 1942 i vescovi olandesi condannarono pubblicamente la persecuzione nazista contro gli ebrei.


La risposta fu immediata: arresto di tutti gli ebrei convertiti al cattolicesimo.


Il 2 agosto 1942 la Gestapo arrivò al monastero.


Rosa era terrorizzata. Edith le prese la mano.


A Westerbork, campo di transito, i testimoni raccontarono qualcosa di straordinario: mentre molti crollavano per la disperazione, Edith si muoveva con calma. Lavava i bambini. Pettinava i loro capelli. Raccontava storie.


Un funzionario olandese tentò di salvarla.


Lei rifiutò.


«Perché dovrei essere un’eccezione? Condividerò il destino dei miei fratelli e sorelle.»


Il 9 agosto 1942, a 50 anni, Edith Stein e sua sorella furono uccise nelle camere a gas del campo di concentramento di Auschwitz.


Nel 1998 Papa Giovanni Paolo II la proclamò santa.


Ciò che la rende indimenticabile non è solo come morì, ma come visse.


L’adolescente atea.

La filosofa brillante discriminata per il suo genere.

La donna ebrea divenuta monaca cattolica.


E soprattutto la donna che, in un campo di transito, invece di cercare di salvarsi, scelse di lavare il volto di un bambino spaventato e raccontargli una storia per farlo dormire.


Dopo una vita intera trascorsa a cercare la verità, la trovò.


Non nei libri.


Nell’amore.

martedì 24 febbraio 2026

‎Tito Brandsma

 ‎L'ago era pronto. Il veleno preparato.

‎Tito Brandsma giaceva morente nell'infermeria di Dachau, il corpo distrutto da mesi di percosse. L'infermiera olandese in piedi accanto a lui disprezzava tutto ciò che lui rappresentava. Si era offerta volontaria per quel lavoro. Voleva uccidere preti.

‎Ma qualcosa in quell'uomo la turbava.

‎Per giorni, lui era stato diverso dagli altri prigionieri. Mentre gli altri maledicevano i loro carcerieri, lui pregava per loro. Mentre gli altri si disperavano, lui canticchiava inni. Anche quando le guardie lo picchiavano fino a fargli perdere i sensi, lui proteggeva un pezzo nascosto di pane consacrato contro il petto, sussurrando "Grazie" tra le labbra insanguinate.

‎L'infermiera si chiamava Titia. Era cresciuta cattolica ma aveva abbandonato la fede per l'ideologia nazista. Ora lavorava nell'ala "medica" del campo, somministrando iniezioni letali ai prigionieri troppo deboli per lavorare.

‎Doveva essere una routine. Un altro prete morto. Un'altra piccola vittoria per il Reich.

‎Ma Padre Tito le aveva parlato. Con dolcezza. Come se lei contasse qualcosa.

‎"Prego per te", le aveva sussurrato all'inizio della settimana. Lei aveva riso amaramente. "Non ho bisogno delle tue preghiere, prete".

‎Lui si era limitato a sorridere. Quel sorriso pacifico, irritante.

‎Ora, mentre lei preparava la sua morte, lui fece qualcosa che l'avrebbe perseguitata per sempre.

‎Tirò fuori un semplice rosario. Grossi grani di legno su un cordino sfilacciato. Niente di elegante. Niente di prezioso.

‎"Prendi questo", sussurrò.

‎Lei fece un passo indietro. "Io non prego. Non credo nel tuo Dio".

‎I suoi occhi non mostravano alcun giudizio. Nessuna paura. Solo compassione per la donna che stava per porre fine alla sua vita.

‎"Non c'è bisogno che tu preghi molto", disse dolcemente. "Di' solo queste parole: 'Prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte'. Basta così. Continua solo a dire questo."

‎Lei avrebbe voluto gettargli il rosario in faccia. Sputargli addosso. Mostrargli quanto poco significasse il suo Dio per lei.

‎Invece, si ritrovò a tenere tra le mani quei grani di legno consumati.

‎"Se preghi", continuò lui, con voce sempre più debole, "non sarai perduta".

‎Lei iniettò il veleno. Padre Tito Brandsma morì all'istante.

‎Ma qualcosa morì anche in Titia. La certezza. L'odio. La soddisfazione che aveva sempre provato dopo un'esecuzione.

‎Uscì da quell'infermeria e non uccise mai più.

‎Il rosario rimase nella sua stanza per settimane. Poi mesi. A volte lo prendeva in mano, sentendo il legno liscio sotto le dita. Ricordando le sue parole.

‎"Prega per noi peccatori."

‎Provò a dirlo una volta. Giusto per vedere. Le parole le sembravano strane in bocca dopo anni di silenzio.

‎Ma le sembravano anche... giuste.

‎Verso la fine della guerra, Titia si era allontanata silenziosamente dalla causa nazista. Tornò in Olanda. Ricominciò a frequentare la Messa. In modo incerto, all'inizio. Poi regolarmente.

‎Nel 1957, quindici anni dopo averlo ucciso, Titia sedeva davanti a un tribunale ecclesiastico. Stavano indagando su Padre Tito per la santità. Avevano bisogno della sua testimonianza.

‎"Voglio rendergli un servizio", disse loro, "per quello che ho faquello help escrisse i suoi ultimi momenti. La sua pace impossibile. Il rosario che cambiò tutto.

‎"Lui vedeva in me qualcosa che io non riuscivo a vedere in me stessa", raccontò. "Mi trattava come se valessi la pena di essere salvata."

‎Gli investigatori ascoltavano sbalorditi. Davanti a loro c'era la donna che aveva ucciso il loro potenziale santo, che testimoniava la sua santità.

‎Ma quello era esattamente chi era stato Tito Brandsma.

‎Nato in una piccola fattoria olandese nel 1881, era stato l'intellettuale malaticcio in una famiglia di agricoltori. I Francescani lo rifiutarono perché troppo debole. I Carmelitani lo accolsero.

‎Diventò professore. Filosofo. Traduttore di testi mistici. Il tipo d'uomo che passava le giornate tra biblioteche e aule universitarie.

‎Ma quando i nazisti invasero l'Olanda, quel mite studioso divenne pericoloso.

‎Si rifiutò di lasciare che i giornali cattolici pubblicassero propaganda nazista. Protesse studenti ebrei quando altri voltavano lo sguardo. Predicò la verità quando le bugie erano più sicure.

‎La Gestapo lo arrestò nel gennaio 1942. Trovarono i suoi scritti che condannavano la loro ideologia. Invece di negare, consegnò loro un saggio di nove pagine in cui spiegava esattamente perché il nazismo si opponeva al Cristianesimo.

‎Non cercò mai di salvarsi con l'inganno.

‎In prigione, scriveva poesie su pezzi di carta. Incideva preghiere sui muri della cella. Celebrava Messe segrete con briciole di pane e gocce di vino.

‎A Dachau, le guardie lo picchiavano senza pietà. I suoi piedi si infettarono così tanto che altri prigionieri lo riportavano in baracca ogni notte.

‎Eppure, continuava a benedirli tracciando croci sulle loro mani. Divideva le sue misere razioni con gli affamati. Diceva ai compagni di prigionia: "Siamo in un tunnel buio, ma alla fine risplende una luce eterna".

‎Quando alla fine ruppero il suo corpo, non riuscirono a spezzare il suo spirito.

‎Nel maggio 2022, Papa Francesco ha dichiarato santo Tito Brandsma. Giornalisti di tutto il mondo hanno chiesto che diventasse il loro patrono. L'uomo morto difendendo la libertà di stampa ora veglia su coloro che ancora lottano per la verità.

‎Ma il vero miracolo non fu la sua santità. Fu ciò che accadde a Titia.

‎Lei conservò quel rosario per il resto della sua vita. Quei grani di legno consumati divennero la sua ancora. La preghiera che lui le insegnò divenne il suo sussurro quotidiano:

‎"Prega per noi peccatori."

‎Nei suoi ultimi istanti, di fronte alla morte, Tito Brandsma guardò la sua esecutrice e vide non una nemica ma un'anima perduta che valeva la pena salvare. Le offrì speranza quando meritava un giudizio. Le offrì amore quando lei portava morte.

‎E in qualche modo, incredibilmente, funzionò.

‎Ancora oggi chi dice la verità affronta persecuzioni. I giornalisti scompaiono. Le voci vengono zittite. Il buio sembra vincere.

‎Ma in un campo di sterminio nazista, un sacerdote morente dimostrò qualcosa che riecheggia attraverso i decenni: anche nei nostri momenti più bui, abbiamo una scelta. Possiamo rispondere all'odio con l'amore. Possiamo vedere l'umano in ciò che è disumano.

‎Possiamo dare a qualcuno il nostro rosario e insegnargli a pregare.

Parkinson Sostanze naturali per diminuire la rigidità

 .



Sostanze naturali per diminuire la spasticità nel parkinson


Ecco un elenco chiaro, sicuro e realistico delle sostanze naturali che possono aiutare a ridurre la spasticità/rigidità nel Parkinson, basate sulle migliori evidenze disponibili.
(Nessuna sostanza sostituisce i farmaci dopaminergici, ma alcune possono essere un valido supporto.)
🌿 Sostanze naturali utili per ridurre spasticità e rigidità



1️⃣ Magnesio
Il più utile in assoluto.
Aiuta il rilassamento muscolare, riduce la rigidità e migliora il sonno.
• Forme migliori: glicinatomalatocitrato
• Dosaggio tipico: 200–400 mg/die
• Utile anche per tremori notturni e crampi
Molti pazienti con Parkinson mostrano bassi livelli cellulari di magnesio.
2️⃣ Coenzima Q10
Potente antiossidante che migliora la funzione mitocondriale.
• Può ridurre la rigidità e migliorare l’energia muscolare
• Utile per la neuroprotezione
• Dosaggi usati negli studi: 100–300 mg/die
3️⃣ Vitamina D3 + K2
La carenza di vitamina D è comune nel Parkinson e aumenta rigidità e dolore muscolare.
• Migliora tono muscolare
• Supporta equilibrio e resistenza
• Dose tipica: 1000–4000 UI/die (da valutare con analisi)
4️⃣ Omega-3 (EPA/DHA)
Effetto antinfiammatorio e neuroprotettivo.
• Aiuta contro rigidità, dolore e infiammazione dei tessuti
• 1–2 g/die
• Migliora anche l’umore e la funzione cognitiva
5️⃣ Curcuma / Curcumina


È uno dei migliori antinfiammatori naturali.
• Riduce infiammazione neuro-muscolare
• Può alleviare rigidità e dolore
• Forme più efficaci: curcumina fitosomiale (Meriva) o con piperina
6️⃣ Estratto di Mucuna Pruriens (L-DOPA naturale)
Pianta tropicale che contiene L-dopa naturale.
• Può aiutare rigidità e bradicinesia
• Agisce sul sistema dopaminergico
• Va usata solo con supervisione medica se si assumono già farmaci dopaminergici (per evitare sovradosaggi)
7️⃣ Ashwagandha
Adaptogeno ayurvedico con effetto miorilassante, antistress e neuroprotettivo.
• Riduce la rigidità associata allo stress
• Migliora il sonno (che influenza la spasticità)
• Dose: 300–600 mg/die
8️⃣ Melissa e Passiflora
Piante calmanti che riducono tensione neuromuscolare e ansia.
• Ottime la sera
• Aiutano nei periodi di aumento della rigidità
9️⃣ Cannabidiolo (CBD)

Non psicoattivo, utile per:
• ridurre spasmi
• rilassare la muscolatura
• migliorare il sonno
• diminuire ansia, che peggiora la rigidità
Forma migliore: olio full spectrum
(Va valutato con medico se si assumono molti farmaci.)
🌱 Piante specifiche per il tono muscolare
• Valeriana – rilassante muscolare
• Boswellia – antinfiammatoria
• Zenzero – migliora microcircolo
• Ginkgo Biloba – aiuta irrigazione cerebrale (uso con cautela con anticoagulanti)
⚠️ Attenzione alle interazioni
Queste sostanze vanno usate con prudenza se si assumono:
• levodopa/carbidopa
• antidepressivi
• anticoagulanti
• farmaci per la pressione
Se vuoi, posso dirti quali sono sicure con la terapia specifica che stai seguendo.


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giovedì 19 febbraio 2026

Ivermectina cancro

 Ivermectina cancro proprietà

La ricerca sull'ivermectina e le sue proprietà antitumorali è un campo in rapida evoluzione. Gli studi preclinici hanno identificato diverse caratteristiche e meccanismi d'azione che rendono questo farmaco un potenziale candidato per il riposizionamento in oncologia.

Ecco una panoramica delle principali proprietà e dei meccanismi d'azione dell'ivermectina nelle cellule tumorali, basata sulle evidenze scientifiche attuali.

🧪 Proprietà Antitumorali e Meccanismi d'Azione

L'ivermectina non agisce con un singolo meccanismo, ma mostra un profilo "pleiotropico", interferendo con molteplici processi vitali per la sopravvivenza e la proliferazione delle cellule tumorali -10.

  • Inibizione della Proliferazione e della Sopravvivenza Cellulare:

    • Blocco del ciclo cellulare: L'ivermectina può arrestare il ciclo cellulare in diverse fasi (ad esempio, nella fase G0/G1), impedendo così la divisione e la moltiplicazione delle cellule tumorali -4.

    • Modulazione di vie di segnalazione chiave: Interferisce con percorsi molecolari fondamentali per la crescita tumorale, come:

      • Wnt/β-catenin pathway: Questa via è spesso iperattiva in vari tumori (colon, mammella, pelle) e la sua inibizione da parte dell'ivermectina contribuisce a ridurre la proliferazione e la metastasi -2-5-10.

      • PI3K/Akt/mTOR pathway: Un'altra via cruciale per la sopravvivenza e la crescita cellulare, la cui inibizione favorisce l'apoptosi -1-10.

      • PAK1 protein: L'ivermectina inibisce questa chinasi, coinvolta in proliferazione, metastasi e angiogenesi -1-3.

      • YAP1 expression: Inibisce l'espressione di YAP1, un oncogene associato a prognosi sfavorevole nel cancro gastrico -7.

  • Induzione della Morte Cellulare Programmata (Apoptosi):

    • Danno mitocondriale: L'ivermectina può agire direttamente sui mitocondri, riducendone il potenziale di membrana e innescando una cascata di eventi che portano all'apoptosi -4.

    • Stress ossidativo: Aumenta la produzione di specie reattive dell'ossigeno (ROS) all'interno delle cellule tumorali, creando uno stress ossidativo che le danneggia irreversibilmente -2-4.

    • Attivazione delle caspasi: Attiva enzimi (caspasi) che eseguono il programma di morte cellulare -1-9-10.

  • Inibizione della Metastasi e dell'Angiogenesi:

    • Contro la migrazione cellulare: Studi hanno dimostrato che l'ivermectina può inibire la capacità delle cellule tumorali di migrare e formare metastasi, ad esempio regolando la via Wnt/β-catenin/integrin β1/FAK -1-5.

    • Contro la formazione di vasi sanguigni: Potrebbe sopprimere l'angiogenesi, il processo con cui il tumore si dota di nuovi vasi sanguigni per nutrirsi e crescere -8.

  • Superamento della Chemio-Resistenza:

    • Inibizione della P-glicoproteina: L'ivermectina può inibire la sovraespressione della P-glicoproteina (P-gp), una proteina che molte cellule tumorali utilizzano per espellere i farmaci chemioterapici, rendendoli inefficaci -2-3. In questo modo, può aumentare l'efficacia di altri chemioterapici -5.

    • Bersaglio sulle cellule staminali tumorali: Alcune ricerche suggeriscono che l'ivermectina possa colpire selettivamente le cellule staminali del cancro (CSCs), che sono spesso responsabili della resistenza alle terapie e delle recidive -3-10.

🔬 Evidenze Scientifiche e Limitazioni Attuali

  • Tipo di studi: Le proprietà descritte sono state osservate principalmente in studi di laboratorio su linee cellulari (in vitro) e in modelli animali (in vivo) -1-2-3. Ad esempio, uno studio del 2025 ha confermato questi effetti in un modello di linfoma a cellule T -4.

  • Assenza di approvazione clinica: È fondamentale sottolineare che, nonostante queste promettenti proprietà, l'ivermectina non è attualmente approvata da alcuna agenzia regolatoria (come FDA o EMA) per il trattamento del cancro -8. Le evidenze cliniche nell'uomo sono ancora molto limitate e non sufficienti a dimostrarne l'efficacia e la sicurezza in ambito oncologico -2-8-10.

In sintesi, l'ivermectina possiede un insieme di proprietà biologiche che la rendono estremamente interessante per la ricerca oncologica. La sua capacità di agire su più fronti contemporaneamente è un vantaggio teorico importante. Tuttavia, il percorso dalla scoperta di laboratorio all'uso clinico è lungo e complesso.

La cosa più importante da ricordare è che queste proprietà, per quanto affascinanti, non devono in alcun modo indurre all'automedicazione. L'uso dell'ivermectina per il cancro al di fuori di contesti di ricerca controllati è sconsigliato e potenzialmente pericoloso, in quanto potrebbe portare a ritardare o abbandonare terapie di provata efficacia