CONSULTA L'INDICE PUOI TROVARE OLTRE 4000 ARTICOLI

su santi,filosofi,poeti,scrittori,scienziati etc. che ti aiutano a comprendere la bellezza e la ragionevolezza del cristianesimo


martedì 20 febbraio 2024

 Sempre attuale.


«Ma il nichilismo oggi corrente è il nichilismo gaio, nei due sensi, che è senza inquietudine (cioè cerca una sequenza di godimenti superficiali nell’intento di eliminare il dramma dal cuore dell’uomo) – forse per la soppressione dell’inquietum cor meum agostiniano – e che ha il suo simbolo nell’omosessualità (per il fatto che intende sempre l’amore “omosessualmente”, anche quando mantiene il rapporto uomo-donna). Il giudizio che qui ci interessa è antropologico, non anzitutto etico: il nichilismo gaio “non vedendo” la differenza, anche sessuale, come segno dell’altro, rischia di concepire l’amore come puro prolungamento dell’io (appunto “omosessualmente”). Non per nulla trova i suoi rappresentanti in ex cattolici, corteggiati ancora da cattolici che riconoscono in loro qualcosa che trovano sul loro fondo. Tale nichilismo è esattamente la riduzione di ogni valore a “valore di scambio”; l’esito borghese massimo, nel peggiore dei sensi, del processo che comincia con la prima guerra mondiale».


(Augusto Del Noce, Lettera a Rodolfo Quadrelli, 8 gennaio 1984)


P.S.: l’ex cattolico corteggiato dai cattolici di cui scrive Del Noce era Gianni Vattimo...

lunedì 19 febbraio 2024

La bontà

 Papa Paolo VI chiese a Giuseppe Prezzolini: “Lei si dichiara lontano dalla Chiesa! Cosa suggerisce per poter avvicinare i lontani alla Chiesa?”. Prezzolini diede una risposta sulla quale dovremmo tanto riflettere. Eccola: “Padre Santo, c’è una sola strada: preparate persone umili e veramente buone, perché solo la bontà attira. Di persone colte ce ne sono fin troppe, di persone intelligenti ce ne sono fin troppe. Ma non sono costoro che rendono più buono il mondo. L’intelligenza suscita ammirazione e la cultura strappa applausi, ma soltanto la bontà attira a Dio e spinge le persone alla conversione”.


Cardinale Angelo Comastri

 

Tutto in una d

I cruenti fatti di cronaca recente mostrano lo stretto legame tra religione e violenza. A tal proposito molti pensano, come canta Lennon in Imagine, che eliminare le religioni ci renderebbe più fratelli. Proprio la Bibbia affronta il tema sin dall’inizio senza mezzi termini: la violenza tra fratelli scatta proprio per un motivo religioso. Infatti al capitolo 4 di Genesi è narrata la vicenda di Caino Abele, i primi due fratelli, figli di Adamo ed Eva. I due fanno un’offerta a Dio, ma quella di Caino non è gradita. Questi, invece di interrogarsi sul perché, decide di eliminare il fratello. Potremmo dare la colpa a Dio, che però non aveva chiesto alcun sacrificio, è stata una loro iniziativa, perché la religione è una iniziativa umana, un modo in cui l’uomo risponde al suo non bastarsi. Ma nel racconto ciò che interessa a Dio è altro: il cuore dell’uomo. Infatti mette in guardia Caino proprio sulle condizioni del suo cuore, che non sopporta ci sia un altro ad avere ciò che lui vuole in esclusiva. Non è la religione a generare violenza, ma la mania di possesso, anche su Dio. La parola religione (da re-ligare) rimanda al creare legami, mentre Caino li spezza: «Sono forse il custode di mio fratello?» risponde a Dio che gli chiede dove sia Abele. Ma perché proprio la religione nella storia fa spesso emergere questa violenza?

La violenza di Caino (che rappresenta anche gruppi o popoli) non nasce dalla religione ma dalle difese che il nostro io impaurito dalla morte alza per proteggersi e rassicurarsi: avere il controllo di Dio o di ciò che riteniamo essere dio (risorse, potere, ricchezza, salute...). L’io non vuole con-dividere, vuole essere «figlio unico», cioè «assoluto», letteralmente «sciolto da tutto», del tutto autosufficiente: non ci possono essere fratelli. Il problema è tutto in una «d», basta toglierla a Dio e l’io, privo di trascendenza, diventa violento, perché il suo desiderio di infinito viene proiettato su ciò che è finito, e l’altro diventa una minaccia allo «spazio vitale», la «d» è sostituita da una «m», perché dire «mio» significa rafforzare l’«io». L’ego non vuole con-dividere, gli pare di morire. Che c’entra questo con la religione? La religiosità, come mostra la storia dell’umanità, è un bisogno naturale dell’uomo che scopre di non bastare a se stesso. La psicologia della religione, che è parte di quella del profondo, spiega che l’atteggiamento religioso è una disposizione esistenziale che, sfuggendo al puro dominio razionale, attribuiamo infatti a luoghi metaforici: inconscio, cuore... A questo livello profondo siamo mossi dall’istinto di conservazione, come dalla fame, dalla sete, dalla paura del dolore. E usiamo la religione come narrazione per sopravvivere, o meglio l’ego, impaurito della morte, se ne serve così: in un aereo in balia di forti perturbazioni pregano anche gli atei. L’uomo, nel tentativo di gestire forze di cui non ha il controllo, inventa espedienti rassicuranti, attribuisce al divino ciò che lo minaccia e cerca di tenerlo a bada attraverso rappresentazioni con le quali instaura poi relazioni di tipo commerciale: idoli, sacrifici, preghiere, prove... in cambio di protezione. Di fronte all’ignoto che è ignoranza della causa o dello scopo di qualcosa, l’uomo ha bisogno di rassicurarsi, e la religione attenua la paura dettata dall’ignoranza (paura oggi combattuta con una fiducia nella scienza e nella tecnica che ha infatti assunto caratteri religiosi: devozione, fedeli, nemici, profeti, promesse...). Per farsi amico di ciò che lo minaccia e gestirne la paura, l’uomo crea strutture materiali e psichiche fatte di narrazioni, regole, luoghi, riti e si assoggetta ad esse. Chi minaccia queste «proiezioni» e «protezioni» diventa: eretico, infedele, impuro...

L’ego pone confini ed esclusività proprio a chi gli sta più vicino («fratello» nel racconto di Caino e Abele indica i legami più stretti). Il sadismo è la risposta estrema al senso di minaccia portato al nostro ego, e diventa masochismo quando è rivolto a se stessi: devo distruggere ciò a cui tengo per tenermi buono il divino. «Perché proprio a me che ti ho sempre servito» è la frase che tradisce l’ego che crede sia amore la sua interessata sottomissione. La religiosità autentica, che non è prodotta dell’ego, non sottomette ma crea legami che uniscono. All’origine di ogni distruzione, sacrificio, violenza, c’è un ego impaurito che corrompe la natura religiosa dell’uomo. Anche i totalitarismi rivelano questo meccanismo, l’ideologia è una forma religiosa con apparati rituali, sacrificali e di censura. La soluzione non è allora eliminare la sete naturale di Dio, ma scoprire che ciò che unisce Caino e Abele è proprio quella sete: l’altro non è il nemico dell’ego che vuole l’esclusiva, ma un fratello con la stessa domanda di infinito e quindi da custodire. L’amore nasce da qui: dal riconoscersi figli della stessa sete. La religiosità autentica non corazza l’ego, ma lo smonta per far emergere il Sè, cioè l’uomo compiuto, che è l’io in relazione, aperto alla vita. L’io isolato, amando, esce dalla sua prigione auto-inflitta e genera vita: ci vuole una «egografia» per far nascere l’io che sa amare, che rinuncia all’esclusiva sul mondo perché, solo amando, relativizza la paura della morte che lo porta a volere tutto per sé. Mi ha sempre colpito che in origine i cristiani, per l’eucarestia, non si riunivano in un luogo sacro ma nelle case, senza differenza di classe o cultura. Un gesto quotidiano e necessario, un pasto, rimescolava rapporti di forza e li trasformava in legami: non sorprende che i Romani, pronti pragmaticamente a tollerare tutte le religioni, perseguitarono (la loro violenza viene smascherata) proprio quella che minava un intero sistema di potere e non era disposta ad adorare l’imperatore.

La vita veramente religiosa si mostra come un modo nuovo di vivere le relazioni: non è un’esperienza «esclusiva» come si dice oggi per rendere appetibile qualcosa di costoso, ma è gratis, per tutti, così come sono. Ed è l’Amore. Dio non è onnipotente, onnisciente... ma, dice l’evangelista Giovanni, è Amore, cioè relazione e vita data gratis, che comincia dal riconoscere all’altro il valore assoluto che pretendiamo sia solo nostro, proprio perché in relazione a Dio siamo tutti paradossalmente «fratelli unigeniti», ognuno necessario (unico) e relativo (cioè in relazione, collegato). Dio non è dove c’è il potere religioso e purtroppo spesso la religione si riduce ad apparato di potere, ma dove c’è un modo nuovo di vivere le relazioni con gli altri e con il mondo: non sono dettate dal controllo e dalla paura ma dalla libertà e dalla ricerca comune di senso. La religiosità autentica fa nascere l’io compiuto, aggiunge una d- a -io, perché Dio è la possibilità di creare relazioni vere. Dio c’è solo dove uno diventa custode dell’altro e il sangue di Abele smette di scorrere.

sabato 17 febbraio 2024

Il giornalismo

 "Il giornalismo, invece di essere un sacerdozio, è diventato un mezzo per i partiti; da mezzo si è fatto commercio; e, come tutti i commerci, non ha né Dio né patria. Ogni giornale è, come dice Blondet, una bottega in cui si vendono al pubblico parole del colore che vuole.”


"Illusioni perdute" di Honoré de Balzac 

martedì 13 febbraio 2024

Giovanni Allevi: Lei è credente?

 Giovanni Allevi: Lei è credente?

«Sì, credo in Dio e penso che chiun­que svolge una attività artistica o crea­tiva non può non esserlo. Il musicista ha la possibilità di os­servare la realtà e di svelare il mistero, di essere travolto da squarci di divino. Io sono solo un compo­­sitore, certe valutazio­ni le lascio ad altri, an­che se trovo il cristia­nesimo assolutamen­te rivoluzionario per questa divinità che si è fatta uomo, che sentiamo così vicino. Nel mio piccolo sento di potere met­tere la gente a contatto con le proprie emozioni più profonde, il che fa bene allo spirito»

**********************************

"Ho capito che dove non c’è certezza del futuro, serve vivere con più intensità il presente. Ho strappato alla mia fine una manciata di anni e li voglio vivere come un presente allargato.

Cosa darei oggi per suonare davanti a 15 persone.

I numeri non contano. Perché ogni individuo è unico, irripetibile e a suo modo infinito.

Quando tutto crolla e resta in piedi solo l’essenziale, il giudizio che riceviamo dall’esterno non conta più.

Io sono quel che sono, noi siamo quel che siamo.

Come è liberatorio essere se stessi."


Giovanni Allevi 


domenica 11 febbraio 2024

Gli uomini

 “Gli uomini prima sono mossi dalla necessità, poi cercano l'utile, poi si beano nel conforto, ancor dopo si trastullano nel piacere, quindi si dissolvono nel lusso e infine impazziscono e sprecano la loro sostanza.”

Giambattista Vico, “La Scienza nuova”

sabato 10 febbraio 2024

Liberatemi da colui

 "Liberatemi da colui che dice la verità solo ferendo, da chi si comporta irreprensibilmente ma ha cattive intenzioni, da chi acquista stima di se stesso solo vedendo l'errore degli altri"

 Khalil Gibran

martedì 6 febbraio 2024

Amicizia

 Non posso darti soluzioni per tutti i problemi della vita,

Non ho risposte per i tuoi dubbi o timori,
però posso ascoltarli e dividerli con te.
Non posso cambiare né il tuo passato né il tuo futuro,
però quando serve starò vicino a te.
Non posso evitarti di precipitare,
solamente posso offrirti la mia mano perché ti sostenga e non cada.
La tua allegria, il tuo successo e il tuo trionfo non sono i miei,
però gioisco sinceramente quando ti vedo felice.

Non giudico le decisioni che prendi nella vita,
mi limito ad appoggiarti, a stimolarti e aiutarti se me lo chiedi.
Non posso tracciare limiti dentro i quali devi muoverti,
però posso offrirti lo spazio necessario per crescere.
Non posso evitare la tua sofferenza, quando qualche pena ti tocca il cuore,
però posso piangere con te e raccogliere i pezzi per rimetterlo a nuovo.
Non posso dirti né cosa sei né cosa devi essere,
solamente posso volerti come sei ed essere tuo amico.
In questo giorno pensavo a qualcuno che mi fosse amico,
in quel momento sei apparso tu…
Non sei né sopra né sotto né in mezzo,
non sei né in testa né alla fine della lista.
Non sei né il numero uno né il numero finale e tanto meno ho la pretesa di essere io il primo, il secondo o il terzo della tua lista.
Basta che tu mi voglia come amico.
Poi ho capito che siamo veramente amici.
Ho fatto quello che farebbe qualsiasi amico:
ho pregato e ho ringraziato Dio per te.
Grazie per essermi amico.

Attribuita a Borges

venerdì 2 febbraio 2024

S. Massimiliano Kolbe

 "... Un condannato al pensiero della moglie e dei figli grida. A un tratto il miracolo. P. Massimiliano esce dalla fila, si offre in cambio di quell'uomo che nemmeno conosce. Lo scambio viene accettato. Il miracolo per intercessione di P. Kolbe, Dio lo compie in quell'istante.

Dobbiamo veramente ricostruire ciò che avvenne. Non molti poterono udire. Ma tutti ricordano un particolare... Kolbe uscì dalla fila e si diresse diritto, " a passo svelto " verso il Lagerfuehrer Fritsch, allibito che un prigioniero osasse tanto.

Per il Lagerfuehrer Fritsch i prigionieri erano solo dei numeri.

P. Kolbe lo costrinse a ricordare che erano uomini, che avevano una identità. " Che cosa vuole questo sporco polacco? ". " Sono un sacerdote cattolico. Sono anziano (aveva 47 anni). Voglio prendere il suo posto perché lui ha moglie e figli ".

La cosa più incredibile, il primo miracolo di Kolbe e attraverso Kolbe fu il fatto che il sacrificio venisse accettato.

Lo scambio, con la sua affermazione di scelta e di libertà e di solidarietà, era tutto ciò contro cui il campo di concentramento era costruito. Il campo di concentramento doveva essere la dimostrazione che " l'etica della fratellanza umana " era solo vigliaccheria. Che la vera etica era la razza, e le razze inferiori non erano " umane ". Il principio umanitario secondo l'ideologia nazista era una menzogna giudeo-cristiana. Nel campo dì concentramento si dimostrava che l'umano è ciò che di più esterno c'è nell'uomo, una maschera che può essere levata a volontà.

" I campi di concentramento costituivano un frammento del dibattito filosofico definitivo " (Szczepanski).

Che Fritsch accogliesse il sacrificio di Kolbe e soprattutto accogliesse lo scambio (avrebbe dovuto almeno decidere la morte di ambedue) e quindi il valore e l'efficacia del dono, fu qualcosa di incredibile. Era infatti un gesto che dava valore umano al morire, che rendeva il morire non più soggezione alla forza ma offerta volontaria. Per Fritsch o fu un lampo di novità o fu la totale cecità di chi non credeva più che quella gente avesse alcun significato storico. Di fatto non c'era nessuna speranza umana che quel gesto oltrepassasse i confini del campo di concentramento.

Né P. Kolbe poteva umanamente pensare a una qualsiasi eco storica del suo gesto. Ma P. Kolbe riuscì a dimostrare fisicamente che quel campo era un Calvario. E non mi riferisco a una immagine simbolica. Mi riferisco a una Messa.

Da quel giorno, da quella accettazione, il campo possedette un luogo sacro. Nel blocco della morte i condannati vennero gettati nudi, al buio, in attesa di morire per fame. Non venne dato loro più nulla, nemmeno una goccia d'acqua. La lunga agonia era scandita dalle preghiere e dagli inni sacri che P. Kolhe recitava ad alta voce. E dalle celle vicine gli altri condannati gli rispondevano.

" L'eco di quel pregare penetrava attraverso i muri, di giorno in giorno sempre più debole, trasformandosi in sussurro, spegnendosi insieme al respiro umano. Il campo tendeva l'orecchio a quelle preghiere. Ogni giorno la notizia che pregavano ancora faceva il giro delle baracche. L'intorpidito tessuto della solidarietà umana ricominciava a pulsare di vita. La morte che lentamente veniva consumata nei sotterranei del tredicesimo blocco non era la morte di vermi schiacciati nel fango. Era un dramma e rito. Era sacrificio di purificazione " (Szczepanski).

La fama di ciò che avveniva si sparse anche negli altri campi di concentramento. Ogni mattina il bunker della fame veniva ispezionato.

Quando le celle si aprivano quegli infelici piangevano e chiedevano del pane; chi si avvicinava veniva colpito e ributtato violentemente sul cemento.

P. Kolbe non chiedeva nulla non si lamentava, restava in fondo seduto, appoggiato alla parete. Gli stessi soldati lo guardavano con rispetto. Poi i condannati cominciarono a morire; dopo due settimane erano vivi solamente in quattro con P. Kolbe. Per costringerli a morire, il 14 agosto, venne fatta loro una iniezione di acido fenico al braccio sinistro. Era la vigilia di una delle feste mariane che Massimiliano amava di più: l'Assunta, a cui cantava sempre volentieri quella lauda popolare che dice: " Andrò a vederla, un dì! ".

" Quando aprii la porta di ferro, è il suo carceriere che racconta, non viveva più; ma mi si presentava come se fosse vivo. Ancora appoggiato al muro. La faccia era raggiante in modo insolito. Gli occhi largamente aperti e concentrati in un punto. Tutta la figura come in estasi. Non lo dimenticherò mai ".

Giovanni Paolo Il, predicando ad Auschwitz, ha detto:

" In questo luogo che fu costruito per la negazione della fede, della fede in Dio e della fede nell'uomo, e per calpestare radicalmente non soltanto l'amore ma tutti i segni della dignità umana, dell'umanità, quell'uomo (il P. Kolbe) ha riportato la vittoria mediante l'amore e la fede".


( da Antonio Sicari, " Vite dei santi", s.Massimiliano Kolbe)


giovedì 1 febbraio 2024

Il denaro

 « Il denaro può comprare la buccia

di molte cose, ma non il seme;

può darvi il cibo, ma non l'appetito,

la medicina ma non la salute,

i conoscenti ma non gli amici,

i servitori ma non la fedeltà,

giorni di gioia ma non la pace o la felicità. »


Henrik Ibsen