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mercoledì 11 febbraio 2026

Il cortisolo


Il cortisolo, spesso chiamato "ormone dello stress", agisce come un potente meccanismo di difesa per garantire che il corpo abbia energia a sufficienza nei momenti di necessità. In termini semplici: il cortisolo alza la glicemia.
Lo fa attraverso tre processi principali che coinvolgono il fegato, i muscoli e il tessuto adiposo.
I meccanismi d'azione
Il cortisolo è un ormone iperglicemizzante, il che significa che lavora attivamente per aumentare la concentrazione di glucosio nel sangue attraverso queste strategie:
Gluconeogenesi epatica: È il processo principale. Il cortisolo stimola il fegato a produrre nuovo glucosio a partire da fonti non glucidiche, come gli amminoacidi (derivati dalle proteine) e il glicerolo (derivato dai grassi).
Effetto anti-insulinico: Il cortisolo riduce la sensibilità dei tessuti periferici (soprattutto muscoli e grasso) all'insulina. In pratica, "chiude le porte" delle cellule per impedire loro di assorbire il glucosio, lasciandolo disponibile nel sangue per il cervello e il cuore.
Catabolismo proteico: Stimola la scomposizione delle proteine nei muscoli in amminoacidi, che vengono poi inviati al fegato per essere trasformati in zucchero (il carburante citato sopra).
Il paradosso del cortisolo: Stress vs. Salute
Sebbene questo processo sia vitale in una situazione di emergenza "attacca o fuggi", i problemi sorgono quando lo stress diventa cronico.
SituazioneEffetto sulla GlicemiaConseguenza
Stress Acuto (Breve termine)Aumento rapido e funzionaleEnergia pronta per l'azione.
Stress Cronico (Lungo termine)Iperglicemia persistenteRischio di resistenza all'insulina e diabete di tipo 2.
Nota bene: Un eccesso prolungato di cortisolo (dovuto a stress o farmaci corticosteroidi) non solo alza la glicemia, ma favorisce anche l'accumulo di grasso addominale, poiché l'insulina alta (prodotta per contrastare la glicemia) facilita lo stoccaggio dei grassi in quella zona specifica.
Conclusione
In sintesi, il cortisolo agisce come un "rifornitore d'emergenza": mobilita le riserve interne per assicurarsi che il sangue sia ricco di zucchero. Tuttavia, se questo meccanismo rimane sempre attivo, può mandare in crisi il metabolismo del glucosio.

Cortisolo perché induce infiammazione

Qui c'è un paradosso affascinante: nel breve termine il cortisolo è il più potente anti-infiammatorio naturale del corpo, ma se rimane alto troppo a lungo, diventa lui stesso la causa di un'infiammazione cronica.
Ecco come avviene questo "tradimento" biochimico:
1. La resistenza dei recettori (Il "Grido del Pastore")
Il motivo principale per cui il cortisolo cronico induce infiammazione non è perché "attacca" il corpo, ma perché le cellule smettono di ascoltarlo.
Quando i livelli di cortisolo sono costantemente alti (stress cronico), le cellule del sistema immunitario riducono la sensibilità dei loro recettori.
Questo fenomeno è simile alla resistenza all'insulina: il cortisolo c'è, ma non riesce più a dare l'ordine di "spegnere" l'infiammazione.
• Di conseguenza, la risposta infiammatoria continua a correre senza freni, diventando sistemica e cronica.
2. L'aumento del grasso viscerale
Come abbiamo visto, il cortisolo alto alza la glicemia e favorisce l'accumulo di grasso nell'addome (grasso viscerale).
Il grasso viscerale non è un semplice deposito di energia, ma un vero e proprio organo endocrino infiammatorio.
• Questo tessuto secerne proteine chiamate citochine pro-infiammatorie (come la IL-6 e il TNF-α), che mantengono il  in uno stato di allerta costante.
3. Alterazione della permeabilità intestinale (Leaky Gut)
Il cortisolo alto può indebolire le giunzioni serrate della parete intestinale.
• Se la barriera intestinale diventa "porosa", frammenti di batteri (come i lipopolisaccaridi o LPS) passano nel sangue.

• Il sistema immunitario reagisce a questi "intrusi" attivando una risposta infiammatoria massiccia in tutto l'organismo.
Riepilogo: Cortisolo Acuto vs Cronico
AspettoCortisolo Acuto (Fisiologico)
Cortisolo Cronico (Patologico)
Effetto ImmunitarioSopprime l'infiammazione
Promuove l'infiammazione (tramite resistenza)
ScopoProteggere i tessuti dai danni
Danneggia i tessuti nel tempo
RisultatoGuarigione e recupero
Infiammazione silente e malattie croniche
In sintesi: Il cortisolo non causa infiammazione direttamente con la sua presenza, ma piuttosto con il suo fallimento. Quando il sistema di regolazione si rompe per l'eccesso di stress, il corpo perde il suo "pompiere" naturale e l'incendio dell'infiammazione divampa.
T i segnali fisici più comuni (oltre agli esami del sangue) che indicano un eccesso di cortisolo nel tempo

Oltre alle analisi del sangue, il corpo lancia dei segnali piuttosto chiari quando il cortisolo (e la conseguente infiammazione) rimane alto per troppo tempo.
Ecco i segnali fisici e comportamentali più comuni, suddivisi per aree:
1. Cambiamenti nella composizione corporea
È il segno più visibile. Il cortisolo tende a "spostare" il grasso e a consumare i muscoli:
• Adipe addominale: Accumulo di grasso specifico sulla pancia, mentre braccia e gambe tendono a rimanere sottili (o addirittura a perdere tono muscolare).
• "Gobba di bufalo": In casi di livelli molto alti, può comparire un accumulo di grasso sulla parte superiore della schiena, alla base del collo.
• Viso arrossato e tondo: Spesso chiamato "faccia a luna piena", dovuto a ritenzione idrica e ridistribuzione del grasso.
2. Alterazioni del sonno e dell'energia
Il cortisolo segue un ritmo circadiano (dovrebbe essere alto al mattino e basso la sera). Quando è sballato:
• Stanchi ma "elettrici": Ti senti esausto tutto il giorno, ma quando vai a letto alle 23:00 sei improvvisamente vigile e non riesci a prendere sonno.
• Risvegli notturni: Tipico il risveglio tra le 3:00 e le 4:00 del mattino, spesso accompagnato da pensieri ansiosi o tachicardia.
3. Segnali sulla pelle e digestione
Poiché il cortisolo devia l'energia lontano dai processi di "manutenzione":
• Pelle sottile e lenta guarigione: Piccoli tagli o lividi che impiegano settimane a scomparire.
• Smagliature rossastre/violacee: Specialmente sull'addome o sulle cosce.
• Problemi digestivi: Gonfiore costante e reflusso, poiché il cortisolo rallenta la digestione per dare priorità ai muscoli.
4. Voglie alimentari specifiche
Il cervello, percependo uno stato di "allerta", richiede carburante rapido:
• Cravings di zuccheri e carboidrati: Una spinta quasi incontrollabile verso dolci, pasta o pane, specialmente nel tardo pomeriggio o dopo cena.
Come capire se sei "nel tunnel"?
Un test rapido che puoi fare mentalmente è osservare la tua capacità di recupero: se dopo un allenamento leggero o una giornata intensa ti senti "distrutto" per 2-3 giorni invece di recuperare in poche ore, è probabile che il tuo sistema del cortisolo sia sotto pressione.


Per abbassare il cortisolo non servono stravolgimenti eroici, ma piccoli segnali coerenti che dicano al tuo sistema nervoso: "Siamo al sicuro".
Ecco le strategie più efficaci, validate scientificamente, per riportare l'ormone dello stress nei ranghi:
1. La Regola del "Cielo e Luce"
Il cortisolo è strettamente legato alla luce solare.
• Al mattino: Esponiti alla luce naturale entro 30 minuti dal risveglio (anche se è nuvoloso). Questo aiuta a settare il picco di cortisolo mattutino correttamente, facendolo scendere più facilmente la sera.
• La sera: Riduci le "luci blu" (smartphone e TV) almeno un'ora prima di dormire. La luce blu simula il sole, impedisce alla melatonina di salire e mantiene il cortisolo artificialmente alto.
2. Cambia il modo in cui ti alleni
Se il cortisolo è già alto, allenamenti troppo intensi (come il crossfit pesante o la corsa di lunga durata) possono peggiorare la situazione.
• Scegli il "LISS": (Low-Intensity Steady State) ovvero camminate veloci, yoga o pilates.
• Limita la durata: Se fai pesi, cerca di non superare i 45-60 minuti. Oltre questa soglia, il rapporto tra testosterone/ormone della crescita e cortisolo inizia a sbilanciarsi a favore di quest'ultimo.
3. Strategie alimentari strategiche
• Non saltare la colazione: Il digiuno prolungato al mattino è uno stressore che alza il cortisolo per mantenere la glicemia. Una colazione proteica con una quota di grassi buoni aiuta a stabilizzare la giornata.
• Carboidrati a cena: Contrariamente al mito comune, consumare una porzione moderata di carboidrati complessi (riso integrale, patate, cereali) a cena aiuta a stimolare l'insulina, che ha un effetto antagonista al cortisolo, favorendo il rilassamento e il sonno.
• Vitamina C e Magnesio: Le ghiandole surrenali "bruciano" letteralmente Vitamina C quando sono sotto stress. Integrare kiwi, agrumi o peperoni e assumere magnesio la sera può fare una grande differenza.
4. La tecnica del "Respiro Quadrato"
È il metodo usato dai Navy SEALs per abbassare il cortisolo istantaneamente durante il combattimento:
• Inspira per 4 secondi.
• Trattieni il fiato per 4 secondi.
• Espira per 4 secondi.
• Resta a polmoni vuoti per 4 secondi. Ripeti per 4 cicli. Questo stimola il nervo vago e "spegne" la risposta di stress nel cervello.
Un piccolo trucco: La "Disconnessione Creativa"
Il cortisolo sale quando il cervello percepisce troppi input irrisolti. Dedicare anche solo 10 minuti al giorno a un'attività manuale senza scopo (giardinaggio, disegnare, cucinare senza seguire una ricetta complessa) riduce i livelli misurabili di cortisolo salivare.
gli integratori naturali (i cosiddetti "adattogeni") che aiutano il corpo a gestire meglio questi picchi?

Gli adattogeni sono una categoria speciale di piante e funghi che aiutano il corpo a "adattarsi" allo stress, riportando i sistemi (come il cortisolo) in equilibrio. Non sono stimolanti né sedativi: agiscono come un termostato.
Ecco i più efficaci e studiati per gestire l'asse dello stress:
1. Ashwagandha (Ginseng Indiano)
È la "regina" degli adattogeni per chi ha il cortisolo alto.
• Come agisce: Diversi studi clinici dimostrano che può ridurre i livelli di cortisolo nel sangue fino al 20-30%.
• Ideale per: Chi si sente "stanco ma elettrico", soffre d'ansia e ha risvegli notturni. Aiuta a calmare il sistema nervoso senza causare sonnolenza durante il giorno.
2. Rodiola Rosea (Radice d'Oro)
A differenza dell'Ashwagandha, la Rodiola ha un effetto più energizzante.
• Come agisce: Migliora la resistenza fisica e mentale e combatte la "nebbia cognitiva" (brain fog) causata dallo stress.
• Ideale per: Chi soffre di stress da lavoro o studio intenso e si sente mentalmente esausto (burnout). È ottima per migliorare il focus senza l'ansia che può dare il caffè.
3. Reishi (Ganoderma lucidum)
Conosciuto come il "fungo dell'immortalità" nella medicina cinese.
• Come agisce: È un potente modulatore del sistema immunitario e ha proprietà calmanti sul sistema nervoso centrale.
• Ideale per: Chi ha l'infiammazione alta e fa fatica a prendere sonno. Si consiglia solitamente l'assunzione serale.
4. Cordyceps
Un fungo medicinale molto amato dagli sportivi.
• Come agisce: Migliora l'efficienza con cui il corpo utilizza l'ossigeno e aiuta le ghiandole surrenali a non "esaurirsi".
• Ideale per: Chi è fisicamente attivo ma sente che il recupero è diventato lentissimo a causa dello stress.
Un aiuto minerale: Il Magnesio
Sebbene non sia un adattogeno, è il minerale fondamentale per chi ha il cortisolo alto.
• Perché: Lo stress causa una massiccia espulsione di magnesio attraverso le urine. Senza magnesio, il corpo non riesce a "spegnere" la risposta allo stress.
• Consiglio: Il Magnesio Bisglicinato è spesso la scelta migliore perché è altamente biodisponibile e ha un effetto particolarmente rilassante sul sistema nervoso.
Una piccola avvertenza
Gli adattogeni sono potenti. Prima di iniziare, è sempre bene tenere a mente che:
• Non sono magici: Funzionano al meglio se inseriti nel contesto di una buona igiene del sonno.
• Interazioni: Se assumi farmaci (per la tiroide, per la pressione o immunosoppressori), consulta sempre il medico.
• Qualità: Cerca estratti "titolati" (ovvero che garantiscano una percentuale specifica di principio attivo, come i withanolidi per l'Ashwagandha).
integratore di Ashwagandha, la titolazione è fondamentale perché ti dice quanto "principio attivo" stai effettivamente assumendo, distinguendo un prodotto di qualità da uno che è semplice "polvere di radice" poco efficace.
Per l'Ashwagandha, gli standard di riferimento basati sugli studi clinici sono principalmente due: KSM-66® e Sensoril®.
1. La percentuale di Withanolidi
A seconda del tipo di estratto, la percentuale cambia radicalmente:
• KSM-66® (L'estratto più comune e bilanciato): È titolato al 5% di withanolidi. È ottenuto solo dalla radice ed è quello che vanta il maggior numero di studi clinici per la riduzione di stress, cortisolo e per il miglioramento del testosterone negli uomini.
• Sensoril® (Più potente/concentrato): È titolato al 10% di withanolidi. Utilizza sia le radici che le foglie. Essendo più concentrato, ha un effetto solitamente più sedativo e calmante.
• Estratti generici: Se non vedi un marchio brevettato, assicurati che la titolazione sia almeno tra il 2,5% e il 5%. Sotto questa soglia, l'efficacia è molto blanda.
2. Il dosaggio giornaliero
Non conta solo la percentuale, ma anche quanti milligrammi (mg) di estratto assumi. Ecco le dosi consigliate basate sulla ricerca per abbassare il cortisolo:
Tipo di EstrattoDosaggio consigliato al giornoNoteKSM-66 (5%)600 mgSolitamente divisi in due dosi (300mg mattino + 300mg sera).Sensoril (10%)250 mg - 500 mgPiù potente, spesso basta una dose singola.Polvere semplice3000 mg - 5000 mgSconsigliata: meno precisa e difficile da digerire.
3. A cosa fare attenzione (Importante)
Quando leggi l'etichetta, controlla che ci sia scritto:
"Estratto secco di Ashwagandha titolato al 5% in withanolidi"
• Evita i Withaferin A: Una buona Ashwagandha dovrebbe avere livelli molto bassi di Withaferin A (una specifica molecola che in alte dosi può essere citotossica). Gli estratti brevettati (KSM-66 e Sensoril) garantiscono che questa sostanza sia mantenuta a livelli di sicurezza.
• Assunzione: È meglio assumerla dopo i pasti, poiché i grassi presenti nel cibo aiutano l'assorbimento dei principi attivi.
Il mio consiglio
Se è la prima volta che la provi, cerca un prodotto con KSM-66® (600 mg al giorno). È il "gold standard": non è troppo aggressivo, non dà sonnolenza eccessiva durante il giorno e ha prove solidissime sulla riduzione del cortisolo.

Quando assumerlo
Gemini said
Il momento ideale per assumere l'Ashwagandha dipende dal tuo obiettivo principale e da come reagisce il tuo corpo. Essendo un adattogeno, "lavora" con il tuo ritmo biologico, ma ci sono delle strategie basate sui picchi di cortisolo.
Ecco le tre opzioni principali:
1. Per abbassare lo stress durante il giorno (Opzione consigliata)
Quando: 300 mg al mattino (dopo colazione) e 300 mg a metà pomeriggio.
• Perché: Il cortisolo ha un picco naturale al mattino. Dividere la dose aiuta a mantenere stabili i livelli di withanolidi nel sangue per tutto il giorno, evitando che l'ansia o la stanchezza mentale prendano il sopravvento nel pomeriggio.
2. Se il problema principale è l'insonnia
Quando: 600 mg la sera, circa 1-2 ore prima di andare a dormire.
• Perché: Se il tuo cortisolo rimane alto la sera (impedendoti di dormire), una dose unica e più massiccia aiuta il sistema nervoso a passare in modalità "riposo". L'Ashwagandha favorisce un sonno più profondo agendo indirettamente sui recettori GABA.
3. Per il recupero sportivo e fisico
Quando: Dopo l'allenamento o la sera.
• Perché: L'esercizio fisico intenso alza momentaneamente il cortisolo. Assumerlo dopo l'allenamento aiuta a "spegnere" la risposta di stress e a spostare il corpo in una fase di recupero (anabolica), proteggendo i muscoli dal catabolismo.
I miei consigli pratici:
• Sempre a stomaco pieno: L'Ashwagandha è liposolubile (si scioglie nei grassi). Assumerla dopo un pasto che contiene una piccola quota di grassi (olio, frutta secca, uova) ne migliora notevolmente l'assorbimento.
• Costanza, non velocità: Non è un farmaco a effetto immediato come un ansiolitico. I benefici reali sul cortisolo e sulla glicemia si vedono dopo 2-4 settimane di assunzione costante.
• Ciclicità: È buona norma non assumerla "per sempre". Dopo 2-3 mesi di utilizzo, fai una pausa di 2 settimane per permettere ai recettori del corpo di resettarsi.
Un piccolo test per te: Se la prendi al mattino e ti senti troppo rilassato o "stonato", sposta l'intera dose alla sera. Se invece la sera ti dà sogni troppo vividi o agitazione (raro, ma succede), meglio prenderla al mattino.
Ti servono indicazioni su eventuali controindicazioni o interazioni con altri farmaci?

martedì 3 febbraio 2026

Mitocondri cancro


Titolo: Connessione mitocondriale-cellule staminali nel trattamento del cancro: Protocollo ortomolecolare ibrido

Teoria MSCC:
La teoria della connessione mitocondriale-cellule staminali (MSCC) suggerisce che il cancro derivi da un'insufficienza cronica della fosforilazione ossidativa (OxPhos) nelle cellule staminali, portando alla formazione di cellule staminali tumorali (CSCs) e al metabolismo energetico anormale. La teoria combina la teoria delle cellule staminali tumorali e la teoria metabolica del cancro.

Protocollo ortomolecolare ibrido:
Un nuovo approccio terapeutico per il trattamento del cancro basato su 7 raccomandazioni:

  1. Vitamina C (endovena): Dose di 1,5 g/kg, 2-3 volte a settimana. Riduce lo stress ossidativo, induce apoptosi e limita la crescita tumorale.
  2. Vitamina D (orale): Dose variabile da 5000 a 50.000 UI al giorno, in base ai livelli ematici. Migliora il metabolismo mitocondriale e riduce la mortalità per cancro.
  3. Zinco: Dose di 1 mg/kg al giorno. Protegge i mitocondri e riduce le proprietà delle cellule staminali tumorali.
  4. Ivermectina: Dose variabile da 0,5 mg/kg a 2 mg/kg, in base alla gravità del cancro. Induce apoptosi e riduce il volume tumorale.
  5. Benzimidazoli e DON: Mebendazolo o Fenbendazolo per inibire la glicolisi e la glutaminolisi. DON è un antagonista specifico della glutammina.
  6. Interventi dietetici: Dieta chetogenica e digiuno per migliorare l'OxPhos e limitare i carburanti tumorali (glucosio e glutammina).
  7. Terapie aggiuntive: Attività fisica moderata e terapia con ossigeno iperbarico per migliorare la respirazione mitocondriale e ridurre l'ipossia tumorale.

Conclusione:
La connessione mitocondriale-cellule staminali potrebbe essere cruciale per il trattamento del cancro. Il protocollo proposto combina molecole ortomolecolari, farmaci e terapie aggiuntive per ripristinare l'attività mitocondriale, eliminare le CSCs e contrastare le metastasi. Sono necessarie ulteriori ricerche per confermare l'efficacia e la sicurezza di questo approccio.

lunedì 2 febbraio 2026

un mondo che ti vuole stupido

 Ma cosa ha prodotto tutto questo? Non siamo diventati stupidi all’improvviso. Questa non è solo una crisi culturale: è un addestramento sistematico che premia l’IDIOZIA ed esalta l’ignoranza. 

Io vengo da un tempo in cui le parole pesavano. Prima di parlare si ascoltava, prima di giudicare si cercava di capire. Negli ultimi decenni invece ho assistito a un progressivo imbarbarimento non dirò della cultura, ma proprio dell’essere umano. I social media ne sono l’esempio perfetto. I social non informano: eccitano. Non spiegano: SEMPLIFICANO. Non creano il dialogo: mettono gli uni contro gli altri. 

Sono lo specchio di una società che ha reso ridicola la critica, sospetto il dubbio, noiosa la competenza. Ci vuole una resistenza quasi eroica per sottrarsi a tutto questo. In un mondo che ti vuole stupido, pensare è già una forma di disobbedienza. Perché mentre tutto spinge verso l’idiozia, pensare resta l’ultima forma di resistenza.


Umberto Eco #social #internet #cultura

domenica 1 febbraio 2026

La perdita muscolare SARCOPENIA

 La perdita muscolare non è 'normale' con l'età: è un avviso biologico


L'immagine parla di ciò che sta scomparendo sotto.

Nel tempo, molte persone notano gambe più sottili, ginocchia più prominenti, contorni meno saldi. L'errore è pensare che sia solo un cambiamento estetico. In realtà, ciò che manca è il muscolo, e con esso, funzioni essenziali per vivere bene e più a lungo.


Questo processo si chiama sarcopenia e non è un dettaglio minore di invecchiamento: è uno dei più potenti indicatori di fragilità biologica.


Perché i muscoli sono così importanti?


I muscoli non sono solo forza o movimento. È un organo metabolico ed endocrino che:


- Regola la sensibilità al glucosio e all'insulina

- Riduce l'infiammazione cronica

- Produce segnali protettivi per cervello e cuore

- Ospita i mitocondri, le fabbriche di energia del corpo

- Mantiene equilibrio, andatura e capacità di reagire alle cadute


Quando si perde un muscolo, il corpo entra in uno stato di vulnerabilità silenziosa.

Cosa succede quando la sarcopenia fa effetto?

- Aumenta l'infiammazione di basso grado

- L'insulino-resistenza e l'alterazione metabolica sono facilitate

- Migliora la circolazione e la risposta immunitaria

Aumenta il rischio di cadute, fratture e perdita di autonomia

- È associato a maggiore compromissione cognitiva ed eventi cardiovascolari

- Aumentare la mortalità precoce


Non perché il muscolo sia "forte", ma perché mantiene l'organismo funzionale.


** Un punto chiave che pochi conoscono


La sarcopenia non inizia a 70 anni.

In molte persone inizia prima dei 40 anni e progredisce senza sintomi evidenti, specialmente con diete sedentarie, poco proteiche e malattie croniche.


** La buona notizia: i muscoli possono essere recuperati


Il tessuto muscolare è una delle più plastiche del corpo umano. Anche dopo anni di inattività, risponde quando riceve i giusti stimoli.

Tre pilastri fondamentali:

1. Nutrizione corretta

Dai priorità alle proteine complete e di qualità, insieme a grassi sani e micronutrienti: uova, pesce, legumi, noci, semi, olio d'oliva, avocado, latticini secondo tolleranza.


2. Muoviti con intenzione


Una palestra non è un obbligo. Camminare, salire le scale, esercizi di autopeso, stretching o semplici routine.

La chiave è progressione, non perfezione.


3. Supporto nutrizionale quando indicato


La creatina, supportata da prove scientifiche anche negli adulti più anziani, può essere uno strumento utile quando correttamente indirizzata, insieme ad una dieta antinfiammatoria.


** In sintesi


L'invecchiamento accelerato non inizia sulla pelle, inizia quando si perde il muscolo che trattiene energia, stabilità e indipendenza.

Costruire e trattenere i muscoli non è un obiettivo estetico, è una strategia di salute e sopravvivenza.


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Ivermectina

 

L'INTERVISTA

Ivermectina, parla italiano la cura snobbata contro il Covid

Aumentano nel mondo medici e studi che confermano i risultati anti-Covid dell'ivermectina. In Italia è sconosciuta, ma qualche medico la usa con successo. Il brevetto contro i virus a RNA, come il Sars-Cov-2, è made in Italy. Viaggio al Cnr di Milano, dove nel 2009 la ricercatrice Eloise Mastrangelo e un collega scoprirono il meccanismo del farmaco: «Abbiamo dimostrato che l'antiparassitario funziona come antivirale perché blocca lo sviluppo della proteina». Da allora tutto il mondo la studia, tranne l'Italia che ha deciso di non proseguire per mancanza di fondi. 
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Si sta facendo largo silenziosamente nell’incerto panorama delle terapie di contrasto al Coronavirus. Dopo alcuni studi scientifici promettenti anche in Italia qualcuno si sta accorgendo che l’utilizzo dell’ivermectina nella cura del covid può dare dei risultati incoraggianti. È presto per cantare vittoria, perché come si è visto per farmaci come l’idrossiclorochina, quando si entra nel campo delle medicine, entrano in gioco anche molte variabili, non ultime quelle industriali di politica farmaceutica, che rischiano di vanificare gli sforzi.

Però, la storia dell’antiparassitario utilizzato già contro alcune malattie tropicali merita di essere raccontata. Soprattutto adesso che anche in Italia qualcuno la usa con successo.

A Catania, ad esempio, il professor Bruno Cacopardo del Garibaldi Nesima ha riferito di aver curato alcuni pazienti con polmonite seria e di aver ottenuto un successo insperato. «Noi abbiamo utilizzato questo antiparassitario in quattro casi di polmoniti bilaterali tutte e quattro gravi, con pazienti soggetti ad alti flussi di ossigeno, con ossigenazione veramente carente, e dopo l'inserimento nella terapia della Ivermectina si è registrato nell'arco delle successive 48 ore un miglioramento impressionante del quadro clinico, con importanti benefici sull’ossigenazione» ha dichiarato.

Anche i ricercatori dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria a Negrar (Verona) hanno condotto test dai quali emerge che l’ivermectina, utilizzata comunemente per scabbia o pidocchi, è efficace per ridurre la carica virale del 99,99% in 48 ore in cellule coltivate in vitro.

I timidi risultati italiani sono frutto di un interesse sempre crescente nel mondo verso la sostanza, che costa appena 12 centesimi a dose, come ad esempio l’Università di Liverpool, che ha dimostrato una diminuzione dei ricoveri e tassi di sopravvivenza superiori all’83% dopo la sua somministrazione.

Ma come funziona il meccanismo di intervento di questo farmaco? E come è stato possibile che alcuni medici nel mondo si interessassero al suo utilizzo?

In pochi lo sanno, ma il merito è tutto italiano. L’ivermectina come risorsa nella guerra contro il covid affonda le sue radici in una scoperta dell’Istituto di biofisica del Cnr che ha sede a Milano.

La scoperta è avvenuta nel 2009 grazie ad un lungo e approfondito studio computazionale e sperimentale su alcune proteine virali e ha portato al deposito di un brevetto che purtroppo, per mancanza di fondi, non è stato portato avanti. Autori dello studio sono la dottoressa Eloise Mastrangelo (in foto) e il dottor Mario Milani, che guidano il gruppo di biologia strutturale.«Lavoriamo sui virus RNA dal 2005 – spiega la dottoressa Mastrangelo alla Bussola -, in particolare su quelli che vengono chiamati virus neglected, trascurati fino a poco tempo fa, perché parte di quei virus che riguardano le popolazioni povere del pianeta»..

I vostri studi sono sul virus dal punto di vista biochimico, non clinico sull’uomo?  
Studiamo i meccanismi di funzionamento dei virus. Per replicarsi il virus deve entrare nella cellula ospite e usare delle proteine che gli servono per formare copie di se stesso. In pratica le proteine sono una sorta di “operai” del virus.

E il vostro studio su che cosa verteva?
È stato quello di cercare gli inibitori di questi operai, di queste proteine.

Come avete proceduto?
Facendo studi computazionali su una proteina chiamata Elicasi, abbiamo individuato l’ivermectina, e dimostrato che blocca il funzionamento della proteina. Successivamente abbiamo proseguito con gli esperimenti sulle cellule infettate da virus e abbiamo visto che l’ivermectina era in grado di inibire, non solo l’attività della proteina, ma anche la replicazione del virus all’interno delle cellule ospiti.

Una scoperta?
Sì, dato che non esistono tuttora delle cure contro questi virus neglected, abbiamo deciso di brevettare questa scoperta.

Ma l’ivermectina era un farmaco già usato…
Sì, ma la novità è stata quella di dimostrare che un antiparassitario funzionava anche come antivirale. Da allora il mondo scientifico si è interessato all’ivermectina.

E che cosa ha visto?
Ad esempio hanno visto che l’ivermectina era in grado di bloccare altri virus come zika, HIV e chikunguya.

Veniamo a oggi. Il coronavirus è un virus a RNA, quindi simile a quelli che avete studiato?
Certo. Una delle prime cose a cui abbiamo pensato quando è scoppiata la pandemia è stata quella di suggerire l’uso dell’ivermectina. O quanto meno di indirizzare la ricerca terapeutica anche su quel versante.

Conosciamo come è il meccanismo di azione dell’ivermectina nel Sars Cov 2?
Il meccanismo di azione non si conosce del tutto, ci sono tanti gruppi che stanno facendo degli studi e sembra che potrebbe bloccare il trasporto delle proteine del virus verso il nucleo della cellula ospite che è un’azione essenziale per propagare l’infezione.

Ma dopo il vostro studio ora servono studi sull’uomo…
Sì, la cosa deve funzionare dal punto di vista clinico. Ad oggi sono in corso una 40ina di studi. È  chiaro che adesso si debba proseguire nella ricerca scientifica per conoscere le sue reazioni sull’uomo.

Perché molti medici si sono rivolti a voi?
Perché cercando “ivermectina” hanno visto il nostro brevetto, ma noi non la produciamo e non facciamo ricerca medico clinica.

Vi hanno ascoltato nel mondo ma non in Italia…
Aver brevettato l’uso del farmaco come anti-virale, sicuramente è servito a suggerirlo come farmaco da testare nella corsa contro il Covid-19. Da un lato siamo contenti, abbiamo sempre avuto un occhio di riguardo per questa molecola, sapevamo che aveva grandi potenzialità. Sapere che viene utilizzata in varie parti del mondo con risultati promettenti, ci dà speranza di uscire fuori da questa pandemia con una cura a bassissimo costo.

Ivermectina

 Ivermectina rende inutile il vaccino?

M. Blondet, 30 Gennaio 2021

Per questo il  governo non trova abbastanza scientifico il CNR?

Partiamo dall’articolo di La Nuova Bussola Quotidiana

Ci   informa che è dal 2009 – 2009  –  che   l’Ivermectina viene segnalata  come potentissimo  antivirale, e non da qualche guaritore o mediconzolo (e nemmeno giornalista)  bensì dal CNR, istituto di Biofisica di Milano. Il quale  istituto ne ha messo in luce il meccanismo d’azione : inibitore di proteine di cui il virus si serve per replicarsi.

Nel 2009 non si parlava ancora di covid-19: i ricercatori milanesi DEL CNR  hanno visto che l’ivermectina era in grado di bloccare altri virus come zika, HIV e chikunguya.  Scusate se è poco.

Apprendiamo che i ricercatori hanno anche  brevettato il farmaco  in quanto antivirale, “ un brevetto che purtroppo, per mancanza di fondi, non è stato portato avanti” .

Nel paese   dove Arcuri spende 400 milioni per i  banchi a rotelle e  il governo dilapida in pochi  mesi centinaia di miliardi in non si sa cosa,  che continua a spendere per centinaia di migliaia di “tamponi” e  per i costosissimi vaccini scelti dalla UE come s’è visto –  al CNR   mancano i fondi per tenere vivo un brevetto?

Avete presente che cosa significa CNR? Wikipedia: “Il Consiglio Nazionale delle Ricerche (in sigla CNR) è il più grande ente pubblico di ricerca italiano, sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca[2], con il compito di svolgere, promuovere, diffondere, trasferire e valorizzare attività di ricerca scientifica e tecnologica nei principali settori di sviluppo delle conoscenze e delle loro applicazioni favorendo il progresso scientifico, tecnologico, economico e sociale.[3] Secondo la rivista scientifica Nature, l’ente nel 2018 si è classificato al decimo posto tra gli enti pubblici di ricerca più innovativi al mondo per numero di articoli scientifici pubblicati su una ottantina di riviste monitorate dalla stessa rivista”.

Non solo:  una scorsa veloce sul web ci rivela che il CNR segnalava con un comunicato stampa

Una potenziale arma contro il Covid-19 da un brevetto ‘made in italy’

08/04/2020

Guardate la data: 8 aprile 2020. Interesse del Ministero della Sanità,?    nessuno.  Nessuno dal ministro del’Università e della ricerca. Nessuno da Speranza Roberto,  ma  soprattutto nessuno dagli “scenziati” del Comitato Tecnico Scientifico che s’è scelto o gli hanno scelto per gestire “la  pandemia” a forza di mascherine, tamponi e lockdown, e terrorismo mediatico.

Ora, vorremmo sapere da Speranza, dal ministro dell’Università Manfredi;  dal Ricciardi; dagli scenziati stipendiati da Speranza  dai virologi da avanspettacolo  e da video, dai Crisanti, dai dottor Galli dai Burioni,  dalle Ilarie Capua e dal professor Pregliasco:

Che cosa trovate di poco scientifico nel CNR?


Trattasi di Consiglio Nazionale delle Ricerche: non è alla vostra altezza come scenziati?  Cosa è che vi fa storcere il  naso?   Trovate quei ricercatori che hanno documentato l’efficacia dell’Ivermectina come antivirale non-specifico, un po’ dilettanteschi,  pressappochisti, non abbastanza serii?  O  – non si mai –negazionisti? Anti-vax?

Perché di solito, Speranza, Ricciardi, i virologhi terroristi  da video e avanspettacolo, liquidano ogni critica con la lezione che bisogna credere alla scienza non ai ciarlatani. Ebbene: il CNR “è” la scienza .  Come mai  NON  avete tenuto conto della sua scoperta –  brevettata? L’avete disprezzata e ne avete taciuto, da aprile ad oggi? Istituti esteri,  ad esempio l’Università di Liverpool,   hanno  dimostrato una diminuzione dei ricoveri e tassi di sopravvivenza superiori all’83% dopo la  somministrazione  di Ivermectina.

Trovate terrapiattista  l’università di Liverpool? E   sospetto di pensiero magico l’infettivologo di  Catania,  il professor Bruno Cacopardo del Garibaldi Nesima , che ha riferito di aver curato alcuni pazienti con polmonite seria e di aver ottenuto un successo insperato, scongiurando l’intubazione. «Noi abbiamo utilizzato questo antiparassitario in quattro casi di polmoniti bilaterali tutte e quattro gravi, con pazienti soggetti ad alti flussi di ossigeno, con ossigenazione veramente carente, e dopo l’inserimento nella terapia della Ivermectina si è registrato nell’arco delle successive 48 ore un miglioramento impressionante del quadro clinico, con importanti benefici sull’ossigenazione» ha dichiarato. Lamentando solo che l’ivermectina è difficile da trovare. Ne sa niente , ministro Speranza? Come mai un vermifugo  comunissimo anche per uso zootecnico, di colpo è introvabile?

Anche i ricercatori dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria a Negrar (Verona) hanno condotto test dai quali emerge che l’ivermectina,  è efficace per ridurre la carica virale del 99,99% in 48 ore in cellule coltivate in vitro.

Perché ad oggi il ministro Speranza, e il suo comitato tanto tanto scientifico, non hanno inserito l’ivermectina nel  protocollo?

Se  si guarda al protocollo Speranza,   ancor oggi prescrive  per la febbre  da Covid esclusivamente  tachipirina, ormai dimostrata   dannosa, controproducente; ee nessun anti-infiammatorio, né idrossiclorochina né aulin né eparina. Nulla di ciò che impedisce ai malati di finire intubati a  morire in un reparto covid.

Questo Speranza coi sua scenziati è già noto  per aver vietato le autopsie delle prime vittime; sicuramente qualcuno gliel’ ha suggerito non essendo lui in grado di penssarci d a sé,  avendo come benemerenza scientifica di essere una creatura di Bersani e del suo partitino sotto il 2%,    ;  ha ostacolato l’idrossiclorochina intutti i modi, come ha cercato difare l’OMS; adesso se  ne infischia del CNR che segnala l’efficacia stupefacente dell?Ivermectina   come antivirale.

Traggo una conclusione, da non scienziato: che l’Ivermectina sia troppo efficace. Al punto da rendere superflui gli pseudo-vaccini RNA di cui per forza l’Establishemnt  da  Bill Gates ella Von der Leyen ci vuole iniettare tutti,   con grandi spese, per scopi che non sono chiari o forse lo sono troppo

⭕👉Pensate a quanti insulti ho preso dagli scienziati perché usavo un farmaco per i cavalli(dicevano loro) per il covid!!

👉Basta aspettare lungo il fiume..... 

🟣È stato pubblicato il PRIMO protocollo al mondo sottoposto a revisione paritaria che utilizza IVERMECTINA, mebendazolo e fenbendazolo per il trattamento del cancro...

Ciò potrebbe cambiare per sempre il futuro dell'oncologia.

Un sentito ringraziamento agli autori principali Ilyes Baghli e Pierrick Martinez, al dott. Paul Marik del FLCCC e a tutti i ricercatori che si sono rifiutati di rimanere in silenzio...

Questi farmaci svolgono un ruolo fondamentale nel trattamento del cancro...

Migliaia di pazienti oncologici hanno già utilizzato dosi elevate di ivermectina, mebendazolo e fenbendazolo con risultati positivi....

Il fenbendazolo

15 motivi per includere il fenbendazolo nella tua vita e molto altro, basati sull'esperienza clinica e prove reali. Di Éden Faria

1. Il fenbendazolo distrugge i microtubuli nelle cellule cancerose, interrompendo la loro divisione e portando direttamente alla morte tumorale, come dimostrato in modelli umani.

2. Attraversa la barriera ematoencefalica e agisce contro tumori cerebrali aggressivi, come il glioblastoma, con risultati documentati in casi clinici reali.

3. Il fenbendazolo regola la risposta immunitaria, ristabilendo l'equilibrio tra infiammazione e tolleranza, essenziale per combattere le malattie croniche e prevenire le metastasi.

4. Elimina i parassiti intestinali che sottraggono ferro, zinco, vitamina A e altri nutrienti critici, ripristinando l'assorbimento completo e correggendo le carenze che indeboliscono energia e immunità.

5. Eliminando gli elminti, il fenbendazolo ripara l'integrità della barriera intestinale, riducendo la permeabilità (“intestino permeabile”) e impedendo l'ingresso di tossine nel flusso sanguigno.

6. Il fenbendazolo blocca l'angiogenesi tumorale, tagliando l'apporto di sangue ai tumori, letteralmente “affamandoli” fino alla regressione.

7. Potenzia gli effetti della chemioterapia, immunoterapia e radioterapia, creando un effetto sinergico che moltiplica l'efficacia del trattamento oncologico convenzionale.

8. Il fenbendazolo costa pochi centesimi a dose, è ampiamente disponibile e non richiede prescrizioni complesse, rendendolo un'arma accessibile contro il cancro e i parassiti in qualsiasi contesto.

9. Il suo profilo di sicurezza è eccellente anche dopo decenni di uso veterinario e umano; eventi avversi gravi sono quasi inesistenti; aumenti degli enzimi epatici si verificano in meno del 3% dei casi e regrediscono completamente con una breve pausa.

10. Tratta infezioni larvali gravi, come la neurocisticercosi, con efficacia superiore a molti antiparassitari umani, proteggendo cervello e sistema nervoso centrale.

11. Il fenbendazolo riduce l'infiammazione sistemica cronica causata da parassiti, eliminando la fatica persistente, dolori articolari e disturbi digestivi che molti confondono con “invecchiamento” o “stress”.

12. Disattiva il metabolismo glicolitico accelerato delle cellule tumorali: lo stesso meccanismo che uccide i vermi privandoli di glucosio spegne anche il “motore” del cancro.

13. I protocolli con fenbendazolo riducono significativamente anemia e malnutrizione nelle popolazioni infette, specialmente nei bambini, ripristinando crescita, cognizione e immunità in poche settimane.

14. Rimuove il carico tossico rilasciato da parassiti morti o vivi, alleviando fegato e reni e permettendo al corpo di concentrarsi sulla rigenerazione, non sulla sopravvivenza.

15. I pazienti in protocolli con fenbendazolo riportano — e gli esami confermano — miglioramenti nella chiarezza mentale, aumento di energia, sonno ristoratore e benessere generale, risultato diretto dell'eliminazione della sabotaggio parassitario e dell'azione antitumorale continua.

E sì: chiamano il fenbendazolo “vermifugo per cani”. Ma ha lo stesso nucleo molecolare del mebendazolo, approvato per uso umano da 50 anni. Migliaia di pazienti lo hanno già usato, sotto supervisione, con dosi da 500 mg a 1.000 mg al giorno — in cicli come 6 giorni di uso e 1 di pausa — ottenendo risposte oggettive: diminuzione dei marcatori tumorali, riduzione dei tumori visibili nelle immagini e persino remissione completa in tumori avanzati, come documentato nel protocollo di Stanford (1.000 mg al giorno, 3 giorni a settimana).

Il fegato? Si rigenera facilmente. Gli aumenti enzimatici sono rari, transitori e reversibili. Basta una pausa di alcune settimane — e si ricomincia con ancora più fiducia.

Il fenbendazolo non è “alternativo”. È uno strumento potente, sottoutilizzato, basato su solide evidenze scientifiche e risultati reali. Ignorarlo significa ignorare una delle armi più versatili e sicure mai messe a disposizione della medicina.
Consulta il tuo medico.

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Il mebendazolo

 FARMACI OFF-LABEL CHE POSSONO ESSERE RIPOSIZIONATI CONTRO IL CANCRO: spunti di riflessione 

l mebendazolo, o Vermox, un farmaco antielmintico ampiamente utilizzato negli esseri umani, ha dimostrato effetti antitumorali su diversi tipi di cancro, tra cui il cancro al pancreas, il tumore al seno triplo negativo (TNBC), il glioblastoma (GBM), il cancro al colon e il sarcoma !!!

 

Il mebendazolo (MBZ) è stato approvato dalla FDA nel 1971 per il trattamento delle infestazioni da ossiuri negli esseri umani, dove blocca, destabilizza e degrada la tubulina, un composto importante nei microtubuli. I microtubuli nei vermi svolgono un ruolo cruciale nelle funzioni cellulari, tra cui il mantenimento della struttura cellulare e la facilitazione del trasporto intracellulare, essenziale per l'equilibrio energetico e il metabolismo. Il danneggiamento della tubulina e dei microtubuli riduce il glucosio cellulare e limita la divisione cellulare, riducendo la formazione di parassiti.

Sia la tubulina che i microtubuli sono presenti nelle cellule tumorali. Studi hanno dimostrato che l'MBZ può avere un'azione molto simile nelle cellule tumorali, limitandone il metabolismo, danneggiandone la struttura e causando qualcosa che è stato opportunamente definito "catastrofe" nelle cellule.

Il mebendazolo è un benzimidazolo. Sebbene siano stati sviluppati farmaci antielmintici simili come il fenbendazolo, l'ofendazolo e il parbendazolo, il nucleo benzimidazolo si trova anche in un'ampia varietà di farmaci come antimicrobici, antivirali, antiparassitari, antinfiammatori, antiossidanti, inibitori della pompa protonica, antipertensivi, anticoagulanti, immunomodulatori, modulatori ormonali, stimolanti del sistema nervoso centrale e persino farmaci antitumorali.

Il nucleo benzimidazolo è già un elemento costitutivo di molti agenti antitumorali in commercio, come la Bendamustina per la leucemia linfatica cronica (LLC) e il mieloma, l'Abemaciclib, un farmaco contro il cancro al seno, e l'inibitore di PARP Veliparib.


Effetti antitumorali del mebendazolo (MBZ)...

Innanzitutto, dovete tenere presente che il Mebendazolo non è approvato dall'OMS come farmaco antitumorale !!!

Il mebendazolo come agente antitumorale, in vitro inibisce l'attività citotossica diretta e può funzionare sia con la radioterapia che con la chemioterapia per produrre una risposta immunitaria antitumorale.

Diversi studi in vitro suggeriscono che MBZ inibisce un'ampia gamma di fattori coinvolti nella progressione tumorale, come la polimerizzazione della tubulina, l'angiogenesi, i percorsi pro-sopravvivenza, le metalloproteinasi della matrice e i trasportatori di proteine ​​multi-farmaco-resistenti

Il mebendazolo non solo mostra un'attività citotossica diretta, ma agisce anche in sinergia con le radiazioni ionizzanti e diversi agenti chemioterapici e stimola la risposta immunitaria antitumorale.

In vivo, il trattamento con MBZ come agente singolo o in combinazione con la chemioterapia ha portato alla riduzione o all'arresto completo della crescita del tumore, a una marcata diminuzione della diffusione metastatica e a un miglioramento della sopravvivenza.

Il mebendazolo sembra inoltre privare di glucosio sia i vermi che le cellule tumorali. E inibisce la crescita delle cellule staminali tumorali. Esistono alcune ricerche sul Glioblastoma - GBM che dimostrano come il mebendazolo abbia capacità di bloccare l'angiogenesi. L'angiogenesi è il processo essenziale per la formazione di afflusso di sangue ai tumori.


La scoperta accidentale degli effetti antitumorali del Mebendazolo...

Il ricercatore Gregory Riggins del Johns Hopkins Cancer Center di Baltimora scoprì per caso che un farmaco simile, autorizzato per l'eliminazione di vermi e parassiti negli animali (il Fenbendazolo), aveva bloccato i suoi esperimenti sui tumori cerebrali nei topi: sverminandoli con il Fenbendazolo (FBZ), si era evitato che venissero infettati con tumori cerebrali.  Nei suoi esperimenti, a tutti i topi erano state somministrate cellule tumorali cerebrali, ma i topi che erano stati sverminati prima con il Fenbendazolo non avevano sviluppato alcun tumore! Anche il FBZ è un farmaco benzimidazolo, ma approvato solo per l'uso sugli animali, quindi Riggens iniziò a prendere in considerazione la versione approvata per l'uso umano: il Mebendazolo.


Mebendazolo e GBM...

Il mebendazolo potrebbe quindi essere utilizzato per curare il glioblastoma (GBM), la forma più letale di tumore al cervello negli esseri umani?

Riggins ha poi completato gli studi clinici di fase I che misurano principalmente la sicurezza. E il mebendazolo ha superato l'esame negli esseri umani, sia nei bambini che negli adulti. Nel 2011 Riggins ha preso parte a uno studio preclinico più ampio che ha dimostrato che l'MBZ poteva aumentare i tempi di sopravvivenza nelle linee cellulari di glioma fino al 67%. Anche in questo caso, quest'ultimo risultato è  in vitro.

Il professor Ben Williams ha utilizzato il mebendazolo , insieme ad altri farmaci off-label, come parte del suo protocollo per il GBM nel 1998. Ha sconfitto il GBM in 18 mesi.


Il mebendazolo rallenta il cancro al pancreas... 

Una ricerca del 2021, sempre della Johns Hopkins, condotta su topi affetti da cancro al pancreas, ha dimostrato che, in particolare laddove il cancro non si era ancora diffuso, l'aggiunta di mebendazolo all'alimentazione rallentava significativamente la crescita del cancro nel pancreas. Il team ha dimostrato che bloccando la tubulina nella cellula cancerosa, ne faceva collassare la stenosi e causava la morte cellulare. L'MBZ riduceva anche l'infiammazione.


(post in corso di scrittura)

venerdì 30 gennaio 2026

LA RISONANZA DWB ANNULLA MAMMOGRAFIA

 LA RISONANZA DWB ANNULLA IL SIGNIFICATO DELLA MAMMOGRAFIA. ECCO PERCHE' NON VOGLIONO CHE VENGA FATTA.


«La nuova frontiera è la risonanza magnetica, che ha un cronimo Diffusion Wall Body o DWB. È un grande progresso perché molte volte non c'è bisogno del mezzo di contrasto. Ha un'altissima definizione fino a 3 mm; fino adesso nessun esame arriva a questo livello. È metabolica, cioè non solo mi dice con estrema precisione se c'è una localizzazione dubbia, ma mi dice se è tumorale o no. Questo cosa vuol dire? Che io evito di prendere doppia radiazioni, come accade se faccio una TAC più le radiazioni della PET, con glucosio radioattivo, un isotopo radiomarcato. Se io faccio questo mi chiarisco qualsiasi quesito sul seno.»


DWB: lo scontro con la mammografia

Ha degli effetti collaterali? «No, non c’è mezzo di contrario.» E perché non viene fatto così frequentemente? «Questo dobbiamo chiederlo a loro»

Il motivo principale per cui c’è resistenza nell'adozione della DWB (Diffusion Whole Body) come alternativa alla mammografia è la volontà di non diminuire il numero di mammografie effettuate.

Nello specifico, il dottor Di Bella evidenzia diverse ragioni e dinamiche:

• Mantenimento degli screening tradizionali: Esiste il desiderio di mantenere la mammografie come il metodo di screening standard attualmente consolidato,.

• Perdita di senso della mammografia: Il dottore suggerisce che se venisse utilizzata la DWB anche per il seno, la mammografia "non avrebbe più alcun senso". Questo perché la DWB è un esame molto più preciso (definizione fino a 3 mm), metabolico, privo di radiazioni e senza la necessità di comprimere il seno.

• Omissione intenzionale del seno: Viene riportato che, in alcuni casi, anche quando viene eseguita una DWB "dalla testa ai piedi", i medici o i reparti saltano intenzionalmente la zona del seno, oppure non lo certificano. Questo avverrebbe proprio per evitare che la risonanza DWB sostituisca la mammografia, obbligando la paziente a continuare con l'esame tradizionale.

• Continuazione delle procedure consolidate: Nonostante l'accumulo di radiazioni derivante da screening mammografici annuali, si preferisce continuare con tale metodo piuttosto che passare alla DWB, che è definita come la "nuova frontiera" ma ancora non applicata frequentemente per questi motivi protocollari.


Estratto dalla video intervista dal titolo  "Metodo Di Bella e cellule staminali" andata in onda su Telecolor TV il 12.10.2022


Video su YT: https://youtu.be/3JFEj8l-aX0

Le beghine

 Non erano suore.

E non erano mogli.


Formavano comunità in cui le donne potevano lavorare, vivere insieme e praticare la religione senza fare promesse per tutta la vita. Questo avveniva nell’Europa medievale, dove le donne avevano poche scelte, ma non nessuna.

Per molte donne dell’epoca, la società prevedeva solo due strade: il matrimonio o il convento.

Il matrimonio poneva le donne sotto il controllo del marito. La loro vita era incentrata sulla casa e sui figli.

La vita conventuale, invece, richiedeva voti rigorosi, obbedienza e separazione dal mondo esterno. Spesso richiedeva anche una dote consistente.

Ma alcune donne scelsero un’altra strada.

Erano chiamate beghine.


Le beghine comparvero tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIII, soprattutto nei Paesi Bassi e in alcune zone della Francia e della Germania. Non si sposavano, ma non diventavano nemmeno suore. Vivevano insieme, seguivano una vita spirituale e si mantenevano da sole, pur rimanendo donne laiche.


Molte beghine vivevano in luoghi chiamati beghinaggi. Si trattava di gruppi di piccole case costruite attorno a cortili comuni. Spesso includevano una cappella e spazi condivisi. Assomigliavano più a quartieri che a conventi, anche se seguivano alcune regole e talvolta erano sotto l’autorità della Chiesa o delle istituzioni cittadine.


Una beghina non pronunciava voti per tutta la vita. Era libera di andarsene. Poteva sposarsi, tornare dalla propria famiglia o scegliere un percorso diverso. Il suo impegno era volontario e poteva cambiare nel tempo.


In molti luoghi, le beghine potevano gestire il proprio denaro e le proprie proprietà, soprattutto se non sposate o vedove. Le leggi variavano da regione a regione, ma in genere godevano di una libertà economica maggiore rispetto alle donne sposate, i cui diritti erano spesso limitati.


Le beghine si guadagnavano da vivere svolgendo lavori qualificati. Tessevano stoffe, realizzavano merletti, curavano i malati, insegnavano ai bambini, producevano birra e si prendevano cura degli altri. Pregavano insieme e praticavano la carità, ma la maggior parte di loro lavorava anche per mantenersi.


Questa combinazione di fede, lavoro e indipendenza era insolita.


Molte beghine si dedicavano all’assistenza dei malati, all’istruzione dei giovani e alla cura dei poveri. Alcune divennero importanti scrittrici e mistiche, influenzando il pensiero religioso.


Mechthild di Magdeburgo descrisse le sue visioni ne La luce fluente della divinità.


Hadewijch di Brabante scrisse poesie e lettere sull’amore divino.


Marguerite Porete scrisse Lo specchio delle anime semplici. Fu giustiziata per eresia nel 1310, anche se la sua opera continuò a circolare anonimamente per secoli.


Queste donne affermavano di avere un rapporto diretto con Dio. Alcune delle loro idee misero a disagio i leader della Chiesa, soprattutto perché l’insegnamento religioso era controllato quasi esclusivamente dagli uomini.


La reazione della Chiesa fu contrastante. La maggior parte delle beghine seguiva le dottrine cristiane accettate e molte comunità poterono esistere apertamente. Alcune godevano persino del sostegno delle autorità ecclesiastiche locali. Tuttavia, la loro struttura flessibile e la loro autonomia suscitavano preoccupazione.


Tra il XIII e il XIV secolo, i concili ecclesiastici indagarono su alcuni gruppi. Alcuni furono limitati o condannati, soprattutto quando singole beghine venivano accusate di idee non ortodosse. Nonostante ciò, molte comunità sopravvissero e continuarono a crescere.


Nel loro periodo di massimo sviluppo, nel XIII secolo, migliaia di donne vivevano come beghine in tutta Europa. Grandi beghinaggi esistevano in città come Gand, Lovanio, Colonia, Strasburgo e Parigi. Queste comunità accoglievano vedove, donne che non potevano permettersi la dote per entrare in convento e donne attratte da una vita religiosa senza voti perpetui.


Crearono spazi in cui le donne si sostenevano a vicenda. Il loro lavoro garantiva autonomia. La loro vita spirituale non seguiva sempre le regole ufficiali.


Molti beghinaggi durarono per secoli. Diversi complessi in Belgio sono oggi patrimonio mondiale dell’UNESCO. Lo stile di vita delle beghine continuò, in varie forme, fino all’età moderna.


Le beghine non cercarono di distruggere la società o la religione. Al contrario, costruirono silenziosamente un’alternativa al loro interno. Dimostrarono che anche all’interno di sistemi restrittivi le donne potevano trovare spazi per vivere in modo diverso.


Attraverso il lavoro condiviso, la fede e un’organizzazione pratica, crearono possibilità che le istituzioni formali non offrivano chiaramente.


In un mondo che spingeva le donne verso il matrimonio o il convento, le beghine mostrarono una terza via: una vita fondata sulla comunità, sul lavoro e sulla devozione. E per molti secoli, quella via sopravvisse accanto ai sistemi che un tempo sembravano definire il futuro delle donne.