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lunedì 17 settembre 2018

Se senti vacillare la tua fede per la violenza della tempesta,
calmati, Dio ti guarda.
Se ogni ora che passa cade nel nulla senza più ritornare,
calmati, Dio rimane.
Se il tuo cuore è agitato e in preda alla tristezza,
calmati, Dio perdona.
Se la morte ti spaventa e temi il mistero e la notte,
calmati, Dio risveglia.
Lui ascolta quando nulla ci risponde,
è con noi quando ci crediamo soli.

*Sant'Agostino*

Buona giornata, nella Luce, a tutti!

domenica 16 settembre 2018


RASTELLI. IL GRANDE CUORE DEL DOTTOR GIAN

La manovra cardiochirurgica che porta il suo nome ha fatto il giro del mondo. E salvato tanti bambini. Ma il giovane medico non era conosciuto solo per la sua abilità medica. Ecco come è nata la mostra su di lui, presentata al Meeting 2018
Anna Leonardi
«Rimboccati le maniche e vieni, ragazzo, qui c’è pane e gloria per tutti». La calligrafia che affolla il retro di una cartolina datata marzo ‘68 lascia indovinare la tensione elettrizzante con cui il giovane cardiochirurgo italiano, Giancarlo Rastelli, stava affrontando la sua avventura americana. Niente, invece, in quelle righe inviate a un vecchio compagno di studi in Italia, fa sospettare la malattia: una grave forma di linfoma che lo affliggeva da tempo, e che lo porterà alla morte nel 1970, a soli 36 anni. 

Oggi il suo nome è ancora noto perché la “Rastelli procedure”, la manovra correttiva per alcune cardiopatie congenite, è presente nei manuali di cardiochirurgia pediatrica e sono molti gli ospedali a praticare questo tipo di intervento. Ma per scoprirne lo spessore umano c’è voluta una mostra realizzata nel 2017 da quattro studenti di Medicina di Bologna e ospitata quest’anno dal Meeting di Rimini all’interno dell’area Salute, di cui è diventata subito il catalizzatore principale. È una mostra che con video, foto e manoscritti, riesce a restituire per intero il volto di un uomo che viveva una profonda unità tra “sapere” e “sapere amare”. Non sorprende che anche gli Stati Uniti siano interessati a portarla Oltreoceano: la Mayo Clinic di Rochester, tra i più prestigiosi ospedali d’America, quello che accolse Rastelli nel ‘61 con una borsa di studio e se lo tenne stretto fino alla fine, vorrebbe esporla già nel prossimo anno. 

L’entusiasmo, che oggi da Rimini migra in direzione Stati Uniti, ha la stessa radice della curiosità che nel 2016 fa breccia nelle vite ben organizzate di Giovanni, Gerardo, Andrea e Veronica, gli studenti di Bologna, quando a lezione sentono parlare di Rastelli per la prima volta. «Il prof. fece un accenno al fatto che con la sua invenzione, Rastelli aveva salvato la vita a tantissimi bambini e che per lui si era aperta la causa di beatificazione», racconta Giovanni. «È scattato qualcosa in noi. E abbiamo iniziato a cercare informazioni». Trovano un libro, scritto dalla sorella Rosangela: «In quel libro biografico abbiamo incontrato l’uomo e il medico che desideriamo diventare. La sua vita ha iniziato a contagiarci». Ne parlano tra di loro e capiscono che non poteva rimanere una cosa solo loro. «Così, spinti da questo fascino, e contro ogni calcolo realistico, pensando alle nostre giornate fatte di corsi, esami e tirocini, con alcuni amici ci siamo lanciati nel progetto di una mostra per la nostra università», racconta Gerardo.
Giancarlo Rastelli (1933-1970)Giancarlo Rastelli (1933-1970)
La mostra al Meeting di Rimini 2018 (1:29)
Il lavoro inizia con una telefonata alla Gazzetta di Parma: «Cercavamo qualcuno che potesse metterci in contatto con la sorella di Rastelli». Tramite un redattore che la conosceva riescono a incontrarla. «Poi attraverso di lei siamo riusciti a raggiungere i compagni di corso, chi l’aveva conosciuto a Parma e anche la figlia Antonella, che ora vive a Padova ed è medico». Interviste, lettere, articoli di giornale: la ricostruzione della vita di Rastelli passa da fonti storiche che i ragazzi raccolgono e mettono in fila con precisione. «È stato impressionante accorgerci di come al nome di Rastelli tutti ci aprivano le porte di casa. Si commuovevano all’idea che, dopo cinquant’anni, dei giovani si interessassero alla vita del loro amico. Avevano foto e aneddoti da consegnarci, come se ci avessero aspettato da sempre». È così che anche per i quattro studenti, Giancarlo Rastelli diventa semplicemente “Gian”. «È diventato un amico. La sua vita è come una lente di ingrandimento con cui guardiamo quello che ci accade nei reparti, nello studio, a casa».

I pannelli della mostra ripercorrono gli snodi principali della vita del cardiochirurgo. Dalla gioventù trascorsa all’oratorio di San Rocco a Parma fino agli ultimi giorni prima di morire a Rochester, si è accompagnati dalle voci narranti di testimoni oculari. Il loro racconto, capace di riportare alla luce i dettagli, rende possibile immedesimarsi con un’esistenza che nella sua ordinarietà si è lasciata investire da un grande ideale. Come i compagni di università che raccontano di quando Gian, dopo una giornata di studio frenetica, fermava tutti e diceva: «Andiamo fuori a vedere quella cosa! Dai, che dopo torniamo e recuperiamo!». Oppure prima di ripetere Anatomia, esordiva: «“Ti ricordi l’Inno alla carità di san Paolo?”. Lo recitava a memoria e restavo a bocca aperta». O quando nel tempo libero andava a pescare nel Polesine. Lì i barcaioli del Po lo chiamavano “Signor dottore”. E lui, tra un pesce e l’altro, si era messo a spiegare loro gli autori italiani, la storia, la geografia. «In tre o quattro presero il diploma. Da tutti fu considerato il “Miracul del Gian”».
La cartolina di Rastelli dall'America a un compagno di studiLa cartolina di Rastelli dall'America a un compagno di studi
Appena laureato, nel ‘57, iniziò a lavorare alla Clinica chirurgica di Parma. Il rapporto coi pazienti era definito da una carità che stupiva tutti. «Si ammalava con gli ammalati e guariva con loro», ricorda una di loro. Come accadde la notte di Capodanno con il signor Menapace. Era un paziente che aveva subìto un’amputazione a entrambe le gambe. In quella notte Rastelli fu raggiunto da una telefonata da parte della moglie: il marito era caduto in un forte stato depressivo, non mangiava né beveva più. E voleva morire. Gian non esitò ad abbandonare «la cena dell’abbondanza parmigiana» e a raggiungere il suo paziente insieme agli amici. Parlò con lui per più di un’ora. «Non si sa cosa si dissero, ma il risultato fu che a un certo punto Armando Menapace chiamò tutti dentro e fece aprire il Lambrusco delle sue viti e tagliare il culatello dei suoi maiali. Pianse. Rise. Mangiò. Ricominciò a vivere da quel giorno». Quando Gian partì per l’America, gli amici che quella sera erano con lui continuarono ad andare a trovare Armando.
Mariella Enoc, presidente del Bambin Gesù, alla mostra allestita nell'ospedaleMariella Enoc, presidente del Bambin Gesù, alla mostra allestita nell'ospedale
Anche il racconto degli anni negli Stati Uniti è affidato alle testimonianze dirette di tanti colleghi medici e infermieri. La sua gratuità non passava inosservata: «Aveva un materassino che usava di nascosto, perché era proibito, quando voleva fermarsi in reparto di notte per seguire i pazienti più gravi. Non era tranquillo ad andarsene a casa». E poi ci sono le centinaia di bambini italiani affetti da cardiopatie congenite che con le loro famiglie hanno attraversato l’oceano per farsi operare da lui. Era diventato il “chirurgo del possibile”. Li visitava gratis in Italia e poi faceva in modo che potessero affrontare il costoso viaggio fino alla Mayo Clinic. Molti li ospitò a casa sua.
Giancarlo Rastelli all'ospedale di Parma nel 1958Giancarlo Rastelli all'ospedale di Parma nel 1958
In tutta questa attività, l’uomo Rastelli era sostenuto dalla presenza della moglie Anna. Si erano conosciuti sulle piste da sci di Bormio e dopo le nozze, nel 1964, lei lo seguì negli Stati Uniti, dove nei mesi seguenti appresero la notizia della malattia di Gian. Il modo in cui la affrontarono è documentabile nelle lettere che i due sposi scrissero in quegli anni. E anche in alcuni ricordi che la figlia Antonella, nata nel ‘66, conserva e racconta nella mostra. «La sera della diagnosi torna a casa con una rosa rossa per la moglie Anna, mette sul grammofono un disco di Vivaldi e dice: “Ho fatto degli esami che non sono andati molto bene. Io sono felice. Ho avuto tanto dalla vita e ora con te ho avuto tutto». E dopo pochi giorni: «Mi è stato concesso dell’altro tempo, grazie a Dio. Non ne parliamo più. Viviamo una vita normale». E così fu per sei anni. In quel periodo pubblicò le scoperte per cui oggi viene ricordato. E nacque Antonella. «Riuscì a rimanere se stesso», ricorda la sorella nella sua biografia. Morì il 2 febbraio 1970. Alla moglie, poco prima dell’agonia, disse: «Paga tu il conto del nostro amore. Ci rivedremo». Poi guardò fuori dalla finestra e aggiunse: «Il sole, come è bello».

Prima del Meeting di Rimini, la mostra è stata allestita al Bambin Gesù di Roma, all’Università di Parma e in quella di Padova. In quest’ultima, è stata parte integrante di un convegno e corso di aggiornamento per i medici. Ovunque, incontrare il cammino umano e scientifico di Rastelli provoca una sorta di contagio. Come è accaduto al professore Gaetano Thiene, massimo esperto di cardiopatie congenite in Italia, che, contattato dai ragazzi e avendo letto una prima stesura, si è reso disponibile ad aiutarli coi capitoli scientifici della mostra.
Rastelli sulle DolomitiRastelli sulle Dolomiti
Ma Rastelli non è solo per gli addetti al mestiere. Al manutentore del Sant’Orsola di Bologna è successa più o meno la stessa cosa. È mattino presto, quando, appena finito di eseguire una riparazione all’interno dei locali della mostra, decide di farsi un giro tra i pannelli. Dal titolo, “La prima carità al malato è la scienza”, intuisce che è «roba da medici». Ma quella foto di Rastelli lo cattura: è in cima alle Dolomiti, indossa gli scarponi e una camicia scozzese. È affaticato, probabilmente per la salita, ma il suo sguardo rimane teso a una meta invisibile. «L’avete fatta voi tutta ‘sta roba?», chiede appena arrivano i ragazzi per i turni delle visite guidate. «Non ho mai letto una storia del genere. Guardate che io sono ateo, ma qui vedo qualcosa di più». Si china a rimettere a posto gli attrezzi nella cassetta da lavoro. «Sapete, mio figlio deve essere operato al cuore fra poco. Spero di incontrare qualcuno come questo Gian…». Li saluta. Dopo poco lo vedono tornare fischiettando. Si avvicina ai ragazzi mentre con la mano sventola uno scontrino: «Ho pagato la colazione a tutti. Dai, andate al bar. Che oggi sono contento». 
IT
© Fraternità di Comunione e Liberazione. CF. 97038000580 | Note legali
«Perché lo avete ucciso?», chiede il magistrato. «Perché si portava i picciriddi (i bambini) cu iddu (con lui)», risponde il sicario che ha sparato il colpo alla nuca. Si tratta del Cacciatore, questo il suo soprannome a Brancaccio. Aveva sparato a padre Pino Puglisi, 3P, come lo chiamavamo a scuola, il 15 settembre 1993, 25 anni fa. 
Capo d’accusa: far giocare e studiare, con l’aiuto volontario dei ragazzi di cui era professore di religione, bambini che altrimenti erano preda della strada e di chi su quella strada comandava. Troppo poco?
Don Pino sapeva che per far rifiorire il quartiere in cui era nato e cresciuto, bisognava ripartire da bambini e ragazzi. La sua battaglia era tanto semplice quanto pericolosa: ridare dignità ai giovanissimi attraverso il gioco, lo studio, la catechesi, prospettando loro una vita diversa da quella del «picciotto mafioso». Don Pino inceppava dall’interno il meccanismo della mafia, ripetendo a bambini e ragazzi di andare «a testa alta», perché la dignità non è un privilegio concesso da qualcuno, ma dono connaturato al nostro essere qui, voluti dal Padre Nostro e non dal Padrino di Cosa Nostra. Il giorno del suo omicidio era andato per l’ennesima volta nei sordi uffici del Comune a sollecitare i permessi per la scuola, inaugurata solo 7 anni dopo la sua morte.
Decisero di ucciderlo perché scardinava il sistema mafioso da dentro, non con slogan o bei pensieri, ma lavorando accanto alle persone, calpestando le loro strade e dando loro nutrimento per il corpo e lo spirito, così che percepissero la possibilità di un’altra «strada». «Si portava i picciriddi cu iddu»: portava i bambini, non a lui, ma con lui verso una vita nuova, più piena, più bella, sicuramente meno facile, ma costruttiva, libera, vera. 
Padre Puglisi era «pericoloso» perché era un vero maestro, apriva la strada, ti prestava il coraggio che non avevi, come i veri padri. E proprio come i veri padri pagò di persona. Così è stato 3P, padre che ha dato la vita perché altri ne avessero una più degna, vera, felice. 
Alessandro D'Avenia, Corriere della Sera  
#15settembre #DonPinoPuglisi
Oh, se ti degnassi, Oh, se ti degnassi, Signore, Dio di misericordia, 
di mettermi vicino a quella Sorgente, 
perché anch`io, con tutti i tuoi assetati, 
possa bervi l`acqua viva della Fonte viva! 
Son certo che, tutto preso dalla dolcezza di quell`acqua, 
vi starei sempre attaccato e direi: 
Quanto è dolce la Sorgente dell`acqua viva, 
non vien mai meno e zampilla in vita eterna! 
O Signore, sei tu stesso questa Sorgente, 
sempre desiderata, sempre bevuta e mai esaurita. 
Dacci sempre, Signore Gesú Cristo, 
che anche in noi scaturisca una sorgente d`acqua viva, 
che zampilli nella vita eterna. 
Chiedo tanto, chi non lo comprende? 
Ma tu, Re di gloria, sei avvezzo ai grandi doni 
e alle grandi promesse: 
non c`è niente piú grande di te, 
e tu ci hai donato te stesso, 
hai dato te stesso per noi. 
Perciò noi ti chiediamo di darci te stesso: 
tu sei il nostro tutto: 
vita, luce, salvezza, cibo, bevanda, il nostro Dio. 
Ispira i nostri cuori, Signore Gesú, con l`aura del tuo Spirito 
e trafiggi i nostri cuori col tuo amore, 
perché possiamo dire con verità: 
Dimmi dov`è il mio diletto (Ct 1,6), 
perché l`amore m`ha ferito. 
Beata l`anima ferita dall`amore! 
Quella, sì, cerca la Sorgente, 
quella, sí, beve, e ha sempre sete, 
si ciba e ha sempre fame; 
ama e cerca sempre, 
sta bene quand`è ferita. 
E si degni il nostro pio medico, 
il Signore Gesú Cristo 
trafiggere i nostri cuori con tale ferita; 
lui che con lo Spirito Santo è un solo Dio 
nei secoli dei secoli. Amen.
(Colombano il Giovane, Instructio 13), Dio di misericordia, 
di mettermi vicino a quella Sorgente, 
perché anch`io, con tutti i tuoi assetati, 
possa bervi l`acqua viva della Fonte viva! 
Son certo che, tutto preso dalla dolcezza di quell`acqua, 
vi starei sempre attaccato e direi: 
Quanto è dolce la Sorgente dell`acqua viva, 
non vien mai meno e zampilla in vita eterna! 
O Signore, sei tu stesso questa Sorgente, 
sempre desiderata, sempre bevuta e mai esaurita. 
Dacci sempre, Signore Gesú Cristo, 
che anche in noi scaturisca una sorgente d`acqua viva, 
che zampilli nella vita eterna. 
Chiedo tanto, chi non lo comprende? 
Ma tu, Re di gloria, sei avvezzo ai grandi doni 
e alle grandi promesse: 
non c`è niente piú grande di te, 
e tu ci hai donato te stesso, 
hai dato te stesso per noi. 
Perciò noi ti chiediamo di darci te stesso: 
tu sei il nostro tutto: 
vita, luce, salvezza, cibo, bevanda, il nostro Dio. 
Ispira i nostri cuori, Signore Gesú, con l`aura del tuo Spirito 
e trafiggi i nostri cuori col tuo amore, 
perché possiamo dire con verità: 
Dimmi dov`è il mio diletto (Ct 1,6), 
perché l`amore m`ha ferito. 
Beata l`anima ferita dall`amore! 
Quella, sì, cerca la Sorgente, 
quella, sí, beve, e ha sempre sete, 
si ciba e ha sempre fame; 
ama e cerca sempre, 
sta bene quand`è ferita. 
E si degni il nostro pio medico, 
il Signore Gesú Cristo 
trafiggere i nostri cuori con tale ferita; 
lui che con lo Spirito Santo è un solo Dio 
nei secoli dei secoli. Amen.
(Colombano il Giovane, Instructio 13)

venerdì 14 settembre 2018

BAUDELAIRE: UN CUORE SPEZZATO, che grida
("COME, SE NON PER IL VARCO DI UN CUORE SPEZZATO, CRISTO SIGNORE IN LUI POTREBBE ENTRARE?": questi versi di Oscar Wilde fungono da fil rouge di una serie di microsaggi su questa mia pagina facebook)

Un cuore spezzato e un'autocoscienza dia-bolica, cioè divisa. «Divisa fra il desiderio di elevarsi fino alla contemplazione del Cielo e il bisogno di assaporare i forti liquori del peccato»: questo, come scrive M. Raymond, fu il dramma di Charles Baudelaire.
Nato nel 1821, ebbe una educazione cattolica, ma presto si allontanò dalla fede. Mentre il suo spirito, colmo di spleen (la noia più cupa) si protendeva verso l'idéal e anelava verso la grande Bellezza, la sua carne si lasciava andare a eccessi e sregolatezze. Ne I paradisi artificiali egli esaltò l'alcool, l'oppio, il sesso nel suoi aspetti perversi e degradanti, e tutto ciò che può provocare sensazioni forti e inebrianti. Ma erano solo deludenti surrogati per lui che si sentiva esiliato dal Paradiso e disperava di trovare la via per farvi ritorno.
Il 1857, anno in cui pubblicò I fiori del male, è universalmente reputato l’inizio del ‘900 letterario. E’ questo un testo che - confessò Baudelaire - non sopporta un «lettore quieto e bucolico, sobrio / uomo ingenuo e dabbene», il lettore borghese che vuole dalla poesia essere accarezzato e dolcemente distratto.  I fiori del male sono un pugno nello stomaco. Ti costringono a riflettere «sul peccato, sulla nostalgia di un Eden perduto, sulla malinconia, sulla disperante ossessione di una bellezza irraggiungibile»(L.  De Nardis).
Sempre nel 1857 Baudelaire scriveva: «E’ questo mirabile e immortale istinto del Bello che ci fa considerare la terra e i suoi spettacoli come una visione, come una corrispondenza del cielo.  La sete insaziabile di tutto ciò che è al di là e che rivela la vita, è la prova più evidente della nostra immortalità.  E nel contempo con la poesia e attraverso la poesia, con e attraverso la musica che l'anima intravede gli splendori posti al di là della tomba».
Il brano in primo luogo bene documenta il concetto religioso della "analogia": l'umana esigenza della bellezza implica l'esistenza di una Bellezza ultima che sta al di là delle modalità sperimentabili; lo spettacolo naturale è segno, analogia e prova che l'anima è destinata all'immortalità. Ma in secondo luogo il brano attesta come Baudelaire, almeno nel 1857, creda che sia l'arte - poesia o musica - la via che conduce allo splendore dell'aldilà. Una strada davvero scoscesa, che non conduce alla meta.  Alla domanda di felicità che ogni uomo ha nel cuore, tutti - in maniera cosciente o inconscia - rispondiamo affermando che c'è qualcosa per cui vale la pena vivere. Baudelaire non si piega al mistero di Dio, ma tutto piega «al culto geloso ed esclusivo di ciò che egli veramente ama e persegue con tutte le sue forze: la creazione assoluta del poeta, l'arte assoluta, se stesso come colui che crea artisticamente. È l'idolatria dell'arte». Così scrive Auerbach. 
Il poeta muore nel 1867, dieci anni dopo l'uscita del suo capolavoro.
LE DOMANDE VERE COL TEMPO SI ERANO FATTE SEMPRE PIÙ PRESSANTI.  LEGGIAMO NEI DIARI INTIMI: «QUASI TUTTA LA NOSTRA VITA È SPESA IN CURIOSITÀ SCIOCCHE.  IN CAMBIO CI SON COSE CHE DOVREBBERO ECCITARE AL PIÙ ALTO GRADO LA CURIOSITÀ DEGLI UOMINI E CHE, A GIUDICARE DAL CORSO ORDINARIO DELLA LORO VITA, NON GLIENE ISPIRANO ALCUNA.  DOVE SONO I NOSTRI AMICI MORTI?  PERCHÉ SIAMO QUI?  VENIAMO DA QUALCHE PARTE?  CHE COS'È LA LIBERTÀ? PUÒ ACCORDARSI LA LIBERTÀ CON LA LEGGE PROVVIDENZIALE?»; E ANCORA: «NULLA ESISTE SENZA SCOPO: DUNQUE QUESTA ESISTENZA HA UNO SCOPO.  QUALE SCOPO?  LO IGNORO.  DUNQUE NON L'HO STABILITO IO.  MA QUALCUNO PIÙ SAPIENTE DI ME.  BISOGNA DUNQUE PREGARE QUESTO QUALCUNO D'ILLUMINARCI.  E' IL PARTITO PIÙ SAGGIO»; «LA VERA CIVILTÀ NON È NEL GAS O NEL VAPORE, MA NEL LAVORO D'OGNI GIORNO PER DIMINUIRE LE CONSEGUENZE DEL PECCATO ORIGINALE»; «AVENDO IMMAGINATO DI SOPPRIMERE IL PECCATO, I LIBERI PENSATORI HANNO CREDUTO INGEGNOSO SOPPRIMERE IL GIUDICE E ABOLIRE IL CASTIGO, E PROPRIO QUESTO CHIAMANO PROGRESSO.  PER LORO, COMBATTERE L'IGNORANZA È RIDURRE DIO».
Baudelaire invece tornava ad aprirsi alla fede dell'infanzia: SUL LETTO DI MORTE IL POETA MALEDETTO, che dieci anni prima aveva invocato Satana, CHIESE E RICEVETTE I SACRAMENTI, come si legge anche su "Civiltà cattolica":
https://books.google.it/books?id=PgcTAQAAMAAJ&pg=PA463&lpg=PA463&dq=Louis+Veuillot+e+Baudelaire&source=bl&ots=12cYUEadfD&sig=vHJ_beXRdjEIB-TwMbUFxIQIeNo&hl=it&sa=X&ved=2ahUKEwiE0t7C9K_dAhXL_aQKHcMNBAkQ6AEwB3oECAUQAQ#v=onepage&q=Louis%20Veuillot%20e%20Baudelaire&f=false

giovedì 13 settembre 2018

Un germoglio verde, un fiorellino minuscolo

«Le pietre, il flusso impetuoso del magma vulcanico, la lava sono mortiferi, niente di vivo può sopravvivere. Ed ecco che nasce un germoglio piccolissimo. Un germoglio verde, un fiorellino minuscolo. È infinitamente fragile rispetto a questi massi morti. Infinitamente debole, ma è lui che costituisce il senso di tutta la realtà. È vivo, capite, è vivo e trasfigura tutto. Lui sta lì solo, ed è piccolo. Lo stesso è il bene. È come la vita tra i morti. È piccolo, debole, ma lì è racchiusa l’essenza e il cardine della storia e del creato. E dell’uomo stesso. Tutta questa enorme massa di male alla fine si trasformerà in polvere, perché non vale niente. Mentre il bene riempirà il mondo.
Le cose cattive le vede anche uno stupido! Le cose cattive stanno sempre alla superficie, perciò è facile. Ma distinguere il valore anche in un uomo poco simpatico è già qualcosa di grande, è arte. E se noi vediamo il positivo della vita, procediamo senza piegarci, senza lasciarci schiacciare, senza sbuffare con disprezzo, camminiamo nella vita come figli di Dio: in letizia, tranquilli, franchi, coraggiosi. Come si conviene all’uomo».

Padre A. Men

SOCCI GLI OCCHI DI DON GIUSSANI

SOCCI GLI OCCHI DI DON GIUSSANI -
Spesso ai miei figli ho desiderato parlare degli occhi di don Giussani. Del suo sguardo. Perché gli amici di Gesù finiscono per somigliargli, per avere lo stesso cuore e lo stesso sguardo. Noi abbiamo potuto accorgercene. La nostra generazione ha avuto questa sfacciata fortuna. Questa Grazia. Noi che abbiamo potuto ascoltare don Giussani, conoscerlo, parlarci. Guardarlo parlare. Noi che ci siamo sentiti guardare, uno per uno, ognuno – anche fra altri diecimila – in una maniera esclusiva, che abbracciava la mia anima, la tua anima. Con una stima indomabile in noi che stava insieme a una infinita misericordia. Il suo sguardo diceva a ciascuno di noi: “io sono con te!”. Era veramente con me, più di me stesso. Mi avrebbe difeso contro il mondo intero. Anzi, mi ha difeso contro il mondo intero. Ha scommesso su di me anche dopo mille miei errori. Mi ha abbracciato dopo mille cadute. (E come lui anche i suoi figli, i miei fratelli, lo fanno). Questo è quello che si percepiva. E che abbiamo visto con i nostri occhi. E che continua ad accadere.
E pensando al suo sguardo e al suo volto mi viene in mente quando raccontava certi episodi del Vangelo. Li avevi letti tante volte, li avevi sentiti una miriade di volte, ma con lui succedeva una cosa strana: li faceva accadere. Lì, davanti ai tuoi occhi. Ti sembrava di vederli, ti sembrava di sentirli per la prima volta. Ti sembrava che lui li avesse visti. Che lui ci fosse quel giorno con Gesù.
Viene in mente, pensando a don Giussani, ciò che Hauviette – nel “Mistero della carità” di Péguy – diceva a Giovanna d’Arco: “Tu vedi. Tu vedi. Quello che sappiamo, noi altri, tu lo vedi. Quello che c’insegnano, a noi altri, tu lo vedi. Il catechismo, tutto il catechismo, e la chiesa, e la messa, tu non lo sai, tu lo vedi, e la tua preghiera non la dici, non la dici soltanto, tu la vedi. Per te non ci sono settimane. E non ci sono giorni. Non ci sono giorni nella settimana; e non ore nella giornata. Tutte le ore per te suonano come la campana dell’Angelus. Tutti i giorni sono domeniche e più che domeniche e le domeniche più che domeniche”.
La generazione dei nostri figli non ha visto lo sguardo che ha incantato e fatto fiorire la nostra giovinezza. Io mi sono sentito dire: “beati voi”. E’ vero. Beati.
Anche la Giovanna d’Arco di Péguy, pensando a coloro che poterono vedere Gesù, dice così: “Felici coloro che bevevano lo sguardo dei tuoi occhi”. E dice ancora: “Voi avete visto il colore dei suoi occhi; avete udito il suono delle sue parole. Voi avete udito il suono stesso della sua voce. Come dei fratelli minori vi siete rifugiati nel calore, nel tepore del suo sguardo. Vi siete riparati, vi siete messi al coperto al riparo della bontà del suo sguardo. Di voi stessi ebbe pietà davanti a quella folla. Gesù, Gesù, ci sarai mai così presente”.
“Egli è qui”, così Madre Garvaise risponde a questo grido di Giovanna. E anche attraverso il volto dei santi Gesù raggiunge ogni generazione. Nei secoli. Attraverso lo sguardo, il volto, la voce di don Giussani ci ha raggiunto lo sguardo, il volto, la voce di Gesù. E si vive per questo. Per vedere ogni giorno, di nuovo, il suo sguardo che “ebbe pietà di noi”. Per risentirlo parlare e accadere. Oggi proprio come allora. Come don Gius ripeteva sempre, con le parole di Moelher: “Io credo che non potrei più vivere se non lo sentissi più parlare”.
Ma “Egli è qui”.
Antonio Socci

domenica 9 settembre 2018

Tu, o Cristo, sei vicino a me

Tu, o Cristo, sei vicino a me
  ***
Tu, o Cristo, sei vicino a me,
sei presente a me a tutti i miei compagni,
per indicarmi e guidarmi nella via della felicità che sei Tu.

Vivo la responsabilità che ho,
che mi sento addosso per averTi incontrato,
mendicando da Te la fedeltà della memoria
e mendicando da Te la capacità di sorprendermi
di come la Tua felicità possa già essere vissuta ora.

Per esempio, cominciando ad amare non per tornaconto,
non per piacere, ma per gratitudine, per gratuità;
essendo generoso nel lavoro, anche se non riconosciuto;
avendo presente che Ti si riconosce per la grazia
con cui Ti fai riconoscere e perciò mendicandoTi.

Ho bisogno di Te, ma Ti dimenticherei subito,
svaniresti subito dalla mia mente.

Ti chiedo:
Fatti vedere, fatti sentire, rendimi cosciente di Te.

E mendico da Te, o Signore, di capire come realizzare la vita,
come vivere i rapporti con gli amici, i compagni, il lavoro,
vivere le cose come le vivresti Tu
in modo che un po' della felicità che Tu sei
si riveli al mio cuore adesso.

Così che io alla sera sia lieto anche se mi è capitata una cosa grave e possa mantenere, paradossalmente, nel fondo del cuore la letizia.

Siate lieti, l'hai detto Tu, siate lieti, ve lo ripeto; siate lieti.

Tutto quello che vi ho detto ve l'ho detto
affinchè la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

Non nell'al di là.
Nell'aldiqua.

 Luigi Giussani

sabato 8 settembre 2018

L'ANGELO DEL 1200
***
Morì il vecchio Bassini e sul suo testamento c'era scritto: «Lascio tutto all'arciprete perché faccia indorare l'angelo del campanile, così luccica e di lassù posso capire dov'è il mio paese».
L'angelo stava in cima alla torre e, da giù, non pareva una gran cosa perché la torre era alta: ma quando, fatta l'impalcatura, salirono, si vide che era grosso quasi quanto un uomo. Ce ne voleva dell'oro zecchino per ricoprirlo.
Arrivò dalla città uno specialista e andò su a studiare il lavoro, ma non rimase molto: scese dopo pochi minuti ed era tutto agitato.
«È un Arcangelo Gabriele in rame martellato» spiegò a don Camillo. «Una bellezza straordinaria. Roba autentica del 1200!»
Don Camillo guardò l'ometto poi scosse la testa.
«E come fa a essere del 1200 se la chiesa e il campanile hanno sì e no trecento anni?» obiettò.
Lo specialista rispose che questo non significava niente.
«Faccio questo mestiere da quarantanni e di statue ne ho dorate a migliaia. Se non è del 1200 io vi faccio la doratura gratis.»

Don Camillo era un uomo che stava bene coi piedi poggiati per terra, ma la faccenda lo incuriosì tanto che salì, assieme all'ometto, fin sulla cima del campanile per andare a guardare in faccia l'angelo.
Rimase a bocca aperta perché l'angelo era davvero di una bellezza straordinaria.
Don Camillo ridiscese molto turbato: come aveva potuto finire in cima a quella torre di povera chiesa di campagna un angelo così bello?
Andò a scartabellare nell'archivio della parrocchia per trovare qualcosa che chiarisse la strana faccenda, ma non trovò niente di niente.
La mattina dopo, lo specialista tornò dalla città con due signori che salirono sulla torre e, quando ritornarono giù, ripeterono a don Camillo quel che aveva già detto l'ometto: era un autentico capolavoro del 1200. Non ci poteva essere nessun dubbio.
Erano due professori del ramo artistico: due nomi grossi e don Camillo li ringraziò commosso.
«È una gran bella cosa» esclamò. «Un angelo del 1200 sul campanile di questa povera chiesa. È un onore per tutto il paese.»
Nel pomeriggio arrivò un fotografo e salì su a fotografare l'angelo da tutte le parti. Il mattino seguente, il giornale della città portava un lungo articolo che parlava dell'angelo del 1200 e l'articolo, illustrato da tre fotografie, finiva spiegando che sarebbe stato un vero delitto lasciare lassù, a rovinarsi alle intemperie, quel prezioso capolavoro, che il patri monio artistico appartiene alla cultura e alla civiltà e quindi deve essere tutelato e via discorrendo. Roba che fece subito scaldare le orecchie a don Camillo.
«Se questi maledetti di città tirano a fregarci l'angelo, sbagliano» disse don Camillo ai muratori che stavano rinforzando l'impalcatura attorno alla torre.
«Sbagliano sì» risposero i muratori. «La roba nostra non si tocca.»
Poi arrivò altra gente, altri pezzi grossi, anche del vescovado, e tutti salirono a vedere l'angelo e tutti, ritornati a terra, dissero a don Camillo che era un delitto lasciare una cosa così bella esposta all'acqua e al gelo.
«Gli comprerò un impermeabile» urlò alla fine don Camillo. E siccome gli altri gli obiettarono che questo non si chiamava ragionare, don Camillo ragionò:
«In tutte le città del mondo ci sono dei capolavori di statue che, da secoli e secoli, stanno esposti al gelo e alla pioggia in mezzo alle piazze e nessuno pensa a metterli al coperto. Perché noi dobbiamo mettere al coperto il nostro angelo? Perché non andate a Milano a dire ai milanesi che la Madonnina del Duomo si rovina a rimanere lassù e che perciò la tirino giù e la mettano al riparo? I milanesi vi prenderebbero o no a calci se faceste una proposta del genere?».
«La Madonnina di Milano è un'altra cosa» rispose uno dei pezzi grossi a don Camillo.
«Però i calci sono gli stessi sia a Milano che qui!» replicò don Camillo.
Siccome la gente che si affollava sul sagrato attorno a don Camillo commentò con un «Bene!» le parole di don Camillo, gli altri non insistettero.
Qualche tempo dopo, il giornale della città ritornò all'attacco.
Lasciare un angelo del 1200, un angelo così bello in cima al campanile di uno sperduto paesino della Bassa, era un delitto. E questo non perché si volesse togliere l'angelo al paese: ma perché il paese stesso avrebbe potuto acquistare grazie all'angelo un'attrattiva turistica, qualora l'angelo fosse stato sistemato in luogo accessibile. Quale innamorato delle cose artistiche si sarebbe mosso per recarsi in un remoto paese della Bassa a guardarsi, dalla piazza, una statua ficcata in cima a un campanile? Si portasse l'angelo nell'interno della chiesa, si facesse un calco e, quindi, un'esattissima copia da collocare, convenientemente dorata, in cima al campanile.
La gente lesse l'articolo poi cominciò a borbottare che, a dir la verità, fin che l'angelo rimaneva in cima al campanile nessuno poteva vedere la sua bellezza.
In chiesa tutti avrebbero potuto vederlo, il campanile non ci avrebbe perso niente perché avrebbe avuto il suo angelo dorato, identico preciso a quello di prima.
I pezzi grossi della parrocchia ne discussero con don Camillo e don Camillo, alla fine, stabilì che aveva torto a insistere. Quando tirarono giù l'angelo dal campanile, tutto il 

paese era in piazza e per parecchi giorni l'angelo rimase sul sagrato perché tutti volevano vederlo e toccarlo. Venne gente anche di paesi vicini perché si era sparsa la voce che si trattava di un angelo miracoloso.
Quando si trattò di fare il calco per la riproduzione, don Camillo non cedette.
«L'angelo non si muove da qui. Portate gli arnesi qui e fate lo stampo qui.»
Il vecchio Bassini, fatti i conti generali e liquidate tutte le sue faccende, aveva lasciato soldi più che sufficienti per dorare non uno ma dieci angeli e così ci saltarono fuori comodamente anche i quattrini per la copia in bronzo da mettere sul campanile.
E la copia arrivò e già sfavillante di oro zecchino e la gente venne a vederla e concluse che era un capolavoro.
La controllarono centimetro per centimetro con l'originale e tutto era preciso nel modo più straordinario.
«Se fosse dorata anche l'altra statua, nessuno riuscirebbe a distinguerle» disse la gente. Allora a don Camillo vennero degli scrupoli.
«Farò dorare anche l'angelo vero» decise. «I quattrini ci sono.»
Qui intervennero i pezzi grossi della città; dissero che la statua originale non doveva essere toccata, per un sacco di ragioni; ma don Camillo aveva le idee molto chiare:
«Qui l'arte non c'entra» affermò. «Qui c'è il vecchio Bassini che ha lasciato i suoi quattrini a me perché faccia dorare l'angelo del campanile. L'angelo del campanile è questo e io debbo farlo dorare altrimenti tradisco la volontà del defunto Bassini.»
L'angelo nuovo venne intanto issato sul campanile e subito gli specialisti incominciarono a dorare l'angelo vecchio e ben presto ebbero finito.
L'angelo vecchio fu collocato in chiesa, in una nicchia vicino all'ingresso, e così, tutto d'oro zecchino, era una cosa da far rimanere a bocca aperta.
*
La notte dell'inaugurazione don Camillo non riusciva a dormire. Alle dieci si alzò e andò giù in chiesa a guardarsi il suo angelo d'oro.
«Milleduecento» disse don Camillo. «E questa povera chiesa è venuta su neppure trecent'anni fa. Tu esistevi quattrocento anni prima di questa chiesa: come hai fatto a venire in cima a questa torre? Chi ti ci ha portato?»
Don Camillo guardò le grandi ali dell'Arcangelo Gabriele, poi si passò la grande mano sul viso pieno di sudore. Andiamo! Come poteva un angelo di rame volare sulla guglia di un campanile?
L'angelo era dentro la nicchia, protetto da un grande cristallo incorniciato che poteva essere aperto. Don Camillo trasse in fretta di tasca la chiavetta e aperse il cristallo.
Un angelo abituato a vivere lassù, come poteva rimanere chiuso dentro quella scatola? Gli pareva che dovesse mancar l'aria all'angelo.
Gli venne in mente il vecchio Bassini: «Lascio tutto all'arciprete perché faccia indorare l'angelo del campanile, così luccica e di lassù posso capire dov'è il mio paese».
"Di lassù il vecchio Bassini non vede luccicare il suo angelo" pensò don Camillo. "Vede luccicare un angelo falso. 
Egli voleva vedere luccicare questo qui…"
Gli venne lo sgomento: perché ingannare il vecchio Bassini?
Don Camillo andò a inginocchiarsi davanti al Cristo dell'altar maggiore:
«Gesù» disse «perché ho truffato il vecchio Bassini? Perché ho dato retta a quegli imbecilli di città?».
Il Cristo non rispose e don Camillo tornò ancora davanti all'angelo.
«Per trecento anni tu hai guardato questi campi e questa gente. Per trecento anni tu, silenzioso, hai vegliato su questa terra e su questi uomini. Forse per settecento anni perché, magari, questa chiesa è sorta sulle rovine di una vecchissima chiesa. Ci hai salvato dalle guerre, dalla fame, dalla peste. Quanti fulmini hai respinto lontano? Quante bufere hai fugato? Da trecento anni, forse da settecento, hai dato l'ultimo saluto del paese alle anime dei morti che salivano al cielo. Le tue ali hanno vibrato al suono di tutte le campane: campane tristi, campane liete. Secoli di gioie e di dolori sono chiusi nel tuo metallo. E adesso tu sei qui, senz'aria, in una gabbia dorata, e non vedrai più il sole e non vedrai più il cielo azzurro. E al tuo posto c'è un angelo falso che viene da Sesto San Giovanni e porta chiusa nel suo metallo solo l'eco delle bestemmie dei fonditori avvelenati dalla politica.
«E quell'angelo falso ha usurpato il tuo posto. Un uomo illuminato dalla fede ha forgiato a colpi di martello il tuo metallo, lo ha modellato millimetro per millimetro: macchine mostruose ed empie hanno creato l'altro che è identico a te ma, mentre in ogni millimetro del tuo metallo c'è un po' della fede dell'ignoto artigiano del 1200, nel metallo dell'altro c'è solo la fredda empietà della macchina. Come potrà proteggerci quello spietato e indifferente angelo falso? Cosa gli può importare dei nostri campi e della nostra gente?»
Erano oramai le undici di notte. Una notte piena di silenzio e di nebbia. Don Camillo uscì dalla chiesa e si inoltrò nel buio.
*
Peppone scese subito in strada e guardò male don Camillo.
«Ho bisogno di te» disse don Camillo. «Mettiti il tabarro e seguimi.»
Arrivati in chiesa don Camillo mostrò a Peppone l'angelo scintillante d'oro zecchino.
«Ha protetto te, tuo padre, tua madre e il padre e la madre di tuo padre e di tua madre. Deve proteggere anche tuo figlio. Deve tornare al suo posto.»
Peppone guardò don Camillo.
«Siete diventato matto?»
«Sì» rispose don Camillo. «Ma, per quanto pazzo, non riesco da solo a fare la pazzia che ho in mente. Mi occorre l'aiuto di un pazzo come te.»
L'impalcatura era ancora intatta attorno alla torre: don Camillo si infilò la sottana nei pantaloni e salì. Poi arrivò Peppone con un paranco.
Erano in due soli, ma erano pazzi e forti per sei: imbrigliarono l'angelo, sbullonarono il piedistallo. La statua fu calata.
La portarono a braccia in chiesa, tolsero l'angelo vero e misero l'angelo falso al suo posto.
L'agganciarono al paranco e lo issarono.
Per fissare l'altro angelo alla guglia c'erano voluti cinque uomini: lo fissarono da soli.
Si ritrovarono a terra e corsero in canonica. Erano fradici di sudore e di nebbia, avevano le mani scorticate. Si accorsero che erano le cinque del mattino.
Per trovare la forza di pensare accesero un gran fuoco nel camino e bevvero due o tre bottiglie di vino.
Allora pensarono a quello che avevano fatto e li prese una gran paura.
Albeggiava. Andarono a spiare dalla finestra, e l'angelo era lassù, in cima alla torre.
«È impossibile» balbettò Peppone.
Poi una violenta ira lo prese ed egli si rivolse a don Camillo.
«Perché mi avete fatto fare questo?» gridò. «Cosa c'entravo io in questo maledetto affare?»
«Non è un maledetto affare» rispose don Camillo. «Già troppi angeli falsi sono in giro per il mondo e lavorano per il nostro male. Abbiamo bisogno di angeli veri che ci proteggano.»
Peppone ebbe una smorfia di disgusto:
«Le solite stupidaggini della propaganda clericale!» disse. E se ne andò senza salutare.
Poi, quando fu davanti alla porta di casa sua, qualcosa lo costrinse a voltarsi e a guardare in su, e vide l'angelo che, dalla cima del campanile, luccicava alla prima luce del giorno.
«Ciao, compagno» borbottò rasserenato Peppone cavandosi il cappello.
Intanto don Camillo, inginocchiato davanti all'altar maggiore, stava dicendo al Cristo Crocifisso:
«Gesù, io non lo so come siamo riusciti a fare questo!».
E il Cristo non rispose, ma sorrise perché Lui lo sapeva.
Giovanni Guareschi 

venerdì 31 agosto 2018

Il quadro ' la Madonnina '

Il quadro inesistente più famoso che c'è

Questa celebre "Madonnina" è uno dei dipinti più riprodotti di tutti i tempi. Anch'io ricevetti in regalo il quadretto della Madonnina per la  Prima Comunione: lo trovai bellissimo, con la cornice dorata ovale e le tenere figure della Madonna col Bambino addormentato.
In realtà, il quadro ritrae una fanciulla di undici anni,  Angela Cian,  con il fratellino più piccolo Giovanni in braccio.
Il pittore Roberto Ferruzzi (Dalmazia 1853 - Luvigliano, Colli Euganei, 1934)  era figlio di un noto avvocato, e, dopo gli studi classici, si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova.
Molto dotato nel disegno, pur continuando i corsi universitari, studiò disegno e pittura e si dedicò anche alla musica. Nel 1879 si stabilì a Luvigliano (Colli Euganei) dove si dedicò esclusivamente alla pittura creando attorno a sé un cenacolo culturale che divenne meta dei maggiori artisti dell’epoca.
Un giorno vide una ragazzina, Angelina Cian, seconda di quindici figli, che teneva in braccio il fratellino Giovanni addormentato. L'immagine dei fratellini colpì il pittore per la sua tenera dolcezza, e la riprodusse in un dipinto che intitolò ‘Maternità’.
Il dipinto fu esposto alla Biennale di Venezia nel 1897 e venne premiato; il successo popolare  suggerì un cambiò di titolo in ‘Madonnina’.
 Il quadro fu acquistato per tremila lire, cifra astronomica per l’epoca, e più volte rivenduto. Infine fu acquistato dai fratelli Alinari, noti fotografi di Firenze che lo misero in esposizione nei loro studi. Fu ancora rivenduto, ma i fratelli Alinari si riservarono i diritti di riproduzione. La"Madonnina", detta "delle vie", o "del riposo", fu riprodotta in migliaia di copie, biglietti, "santini", oggetti di devozione.
Durante la Seconda Guerra mondiale, l'ambasciatore americano in Francia, John G.A. Leishman,  acquistò il quadro, ma durante il viaggio verso gli Stati Uniti la nave venne silurata e la bella Madonnina finì in fondo al mare. Alcuni sostengono che non sia perduta, ma in una collezione privata in Pennsylvania.
La ragazza del ritratto, Angelina, che ispirò la Madonnina, si era nel frattempo trasferita a Venezia. Si sposò e seguì, nel 1906, il marito in California, a Oakland. Ebbe dieci figli, ma la sua felicità svanì per l’improvvisa morte del marito; vedova, non fu in grado di affrontare le avversità della vita; i suoi figli furono ospitati in orfanatrofio e lei, in preda alla disperazione, fu internata in manicomio. Morì nel 1972.
La Madonnina è il dipinto “sacro” più riprodotto al mondo, anche se dell'originale non si hanno più notizie da decenni.