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lunedì 14 giugno 2021

 Penso che il diavolo non esiste, ma l’ha creato l’uomo, l’ha creato a sua immagine e somiglianza.

/Fëdor Dostoevskij/

domenica 13 giugno 2021

L’ASPIRINA PUO’ IMPEDIRE L’AGGREGAZIONE PIASTRINICA E LA FORMAZIONE DEI TROMBI NELLA TROMBOCITOPENIA CAUSATA DAL VACCINO

 L’ASPIRINA PUO’ IMPEDIRE L’AGGREGAZIONE PIASTRINICA E LA FORMAZIONE DEI TROMBI NELLA TROMBOCITOPENIA CAUSATA DAL VACCINO E CHE HA COLPITO CAMILLA CANEPA

   Recenti studi hanno ipotizzato che, per un meccanismo autoimmune, i vaccini anti Covid stimolano la produzione di anticorpi che, invece di legarsi e neutralizzare la proteina Spike del virus, si legano ad una proteina presente sulla superfice delle piastrine, denominata fattore piastrinico 4. (PF4).

 Il complesso anticorpo-PF4 attiva l’aggregazione piastrinica e la formazione dei trombi.

La continua produzione di trombi porta al progressivo consumo delle piastrine che dai valori di 300-150 mila per millimetro cubo scendono fino a 6-7 mila causando fenomeni emorragici e morte.

La terapia, attualmente utilizzata, comprende la somministrazione di immunoglobuline per via endovenosa, di cortisone per bocca e di eparina per via sottocutanea. 

Essa viene somministrata quando la trombosi ha già colpito il cervello ed altri organi.

 Partendo dalla osservazione che è l’aggregazione piastrinica a causare la patologia, propongo di impedirne l’attivazione, somministrando, fin dall’inizio, una terapia antiaggregante.

Siccome il meccanismo di aggregazione inizia subito dopo l’inoculazione del vaccino, penso che sia opportuno, che l’assunzione di aspirina avvenga dal giorno che precede la vaccinazione e per i primi giorni.

Mi preme sottolineare che l’aspirina contrasta non solo l’aggregazione piastrinica ma previene la formazione dei trombi e dei fenomeni emorragici.

La disposizione medica di non somministrare aspirina ed eparina nei pazienti da vaccinare penso sia legata al fatto che nella trombocitopenia post vaccino, l’aspirina possa aumentare il fenomeno emorragico.

Al contrario, io penso che la somministrazione precoce dell’aspirina impedisca sia la trombosi sia l’emorragia.

L’AMORE E LA BELLEZZA

 L’AMORE E LA BELLEZZA


Che cosa è bellezza? «Bellezza non è un bisogno ma un’estasi. Non è una bocca assetata né una mano vuota protesa, ma piuttosto un cuore infiammato e un’anima incantata» (Kahlil Gibran). 

Pulcher, decorus e formosus, aggettivi latini, sono stati soppiantati nell’uso corrente da bellus. Peccato, la bellezza in questo brutto mondo avrebbe ancora tanto bisogno di essere omaggiata da diversi aggettivi.

Andrej Tarkovskij: «L’amore solo è capace di resistere alla distruzione universale. L’amore... e la bellezza». L’amore genera la bellezza, o viceversa? Se ne discute. Tre punti di vista. «È la bellezza che fa nascere l’amore», dice l’Abbé de Choisy. Mentre secondo Platone, l’amore è invece «desiderio di generare nella bellezza». Mellin de Saint-Gelais non decide: «Una tale bellezza è l’amore che la fa bella; e un tale amore rende amabile la bellezza»

Hryhory Skovoroda, poeta ucraino del XVIII secolo: «Il cuore non ama se non vede la bellezza». Attenti però: la bellezza che seduce è troppo spesso ambigua, come sottolinea Ovidio: «Evitate gli uomini che fanno bella mostra della loro eleganza e della loro bellezza e di cui ogni capello ha il suo posto ben predisposto. Quel che vi dicono, l’hanno già detto a mille altre donne. Il loro amore vagabondo non si fissa in nessun luogo». Ma la bellezza se ne va, è transeunte. Un amico aveva incollato sulle prime pagine della sua agenda due foto di Marlène Dietrich: una all’apice del successo e l’altra negli ultimi anni. «Mi ricorderò che la bellezza fisica passa, mentre quella spirituale no». 


Dal Mensile “Frate Indovino”, aprile 2021

venerdì 11 giugno 2021

Tito Brandsma

 UN «PADRE» FORTE E MISERICORDIOSO

titobrandsma

A tutti è nota la parabola del Padre misericordioso che accoglie il figlio prodigo, mille volte raccontata e imitata nella storia cristiana. Qui vogliamo darne una esemplificazione storicamente accaduta, in cui tale paternità è colta nell’atto di una misericordiosa “rigenerazione” della creatura perduta, che si converte proprio mentre uccide colui che la rigenera. È la storia sconvolgente di padre Tito Brandsma (1881-1942)1carmelitano olandese, deportato e ucciso dai Nazisti nel campo di Dachau.

Aveva allora 59 anni; era professore di Filosofia e di "Storia della Mistica" all'Università Cattolica di Nimega, di cui era stato anche Rettore Magnifico. Già nel 1936, quando ancora le notizie non erano così diffuse né così certe, aveva collaborato a un libro intitolato «Voci olandesi sul trattamento degli ebrei in Germania», scrivendo: «Ciò che si fa ora contro gli ebrei è un atto di vigliaccheria. I nemici e gli avversari di quel popolo sono davvero meschini se ritengono di dover agire in maniera così disumana, e se con questo pensano di manifestare o di aumentare la forza del popolo tedesco, ciò è l'illusione della debolezza».

In Germania reagirono definendolo “Un professore maligno”Ma Brandsma, consapevole della sua responsabilità di educatore, non desistette. Nell'anno scolastico 1938-39 già offriva ai suoi studenti dei corsi sulle «funeste tendenze» del nazionalsocialismo, in cui affrontava tutte le tesi nodali: valore e dignità di ogni singola persona umana (sana o malata), uguaglianza e bontà di ogni razza, valore indistruttibile e primario delle leggi naturali rispetto ad ogni ideologia, presenza e guida di Dio nella storia umana contro ogni messianismo politico e ogni idolatria del potere. E sapeva di avere tra i suoi ascoltatori anche delle spie del partito.

Nel 1941 scoppiò in Olanda la questione della pubblicazione sui quotidiani cattolici degli annunci del “Movimento Nazionalsocialista Olandese”. La circolare di Tito (Assistente ecclesiastico delle testate giornalistiche cattoliche) non si fece attendere: «Le direzioni e le redazioni sappiano che dovranno rifiutare formalmente tali comunicati, se vogliono conservare il carattere cattolico dei loro giornali; e questo anche se un tale rifiuto conducesse il giornale ad essere minacciato, ad essere multato, ad essere sospeso temporaneamente o anche definitivamente. Non c'è niente da fare. Con questo siamo giunti al limite. In caso contrario non dovranno più essere considerati cattolici... e non dovranno né potranno più contare sui lettori e sugli abbonati cattolici, e dovranno finire nel disonore».

Qualche mese dopo il prof. Brandsma venne arrestato e deportato nel campo di Dachau, dove fu assoggettato ad ogni angheria e a vere torture. E quando fu necessario ricoverarlo nella sezione ospedaliera del campo, la sua sorte fu segnata. Quello che avvenne lo sappiamo oggi da una testimone di eccezione: proprio da colei che lo uccise e che si è poi convertita perché il ricordo di P. Tito non l’aveva più abbandonata. Faceva l'infermiera, ma obbediva per paura agli ordini disumani dell'ufficiale medico. È stata lei a raccontare che Tito «al suo arrivo in infermeria stava già nella lista dei morti». È stata lei a raccontare gli esperimenti che si facevano sui malati, anche su Tito, e di come le si scolpivano dentro, senza che lei lo volesse, le parole con cui egli sopportava i maltrattamenti: «Padre, sia fatta non la mia volontà, ma la tua». È stata lei a raccontare come tutti i malati la odiassero e la insultassero sempre con i titoli più infamanti, odio che lei cordialmente ricambiava; e come fosse rimasta scossa perché quell'anziano prete la trattava, invece, con la delicatezza e il rispetto di un padre: «Una volta mi prese la mano e mi disse: “Che povera ragazza sei, io pregherò per te!”».

Ed è a lei che il prigioniero regalò la sua povera corona del rosario, fatta di rame e di legno, e quando costei irritata ribatté che quell’oggetto non le serviva perché non sapeva pregare, Tito le disse: «Non occorre che tu dica tutta l'Ave Maria, di' soltanto: “Prega per noi peccatori”».

Ed è a lei che, quel 25 luglio 1942, il medico del reparto diede l'iniezione di acido fenico perché glielo iniettasse in vena. Era un gesto di routine, l’infermiera l’aveva ormai compiuto centinaia e centinaia di volte, ma la poveretta ricorderà poi «d’essere stata male per tutta quella giornata». L'iniezione venne fatta alle due meno dieci e alle due Tito morì: «Ero presente quando spirò... Il dottore era seduto vicino al letto con uno stetoscopio per salvare le apparenze. Quando il cuore cessò di battere, mi disse: “Questo porco è morto!”».

Dei suoi aguzzini, P. Tito aveva sempre detto: «Sono anch'essi figli del buon Dio, e forse rimane in loro ancora qualche cosa...». E Dio gli concesse proprio quest'ultimo miracolo. Il dottore del campo chiamava sarcasticamente quella iniezione di veleno «iniezione di grazia». Ed ecco che, mentre l'infermiera gliela iniettava, era l'intercessione di Tito che infondeva davvero in lei la grazia di Dio. E la poveretta, ai processi canonici, spiegò che il volto di quel vecchio prete gli era rimasto impresso nella memoria per sempre perché vi aveva letto qualcosa che ella non aveva mai conosciuto. Disse semplicemente: «Lui aveva compassione di me!». Come Cristo.

Note:

1 Per tutta la documentazione, cfr. F. Millán Romeral, Il coraggio della verità. Il Beato Tito Brandsma, ed. Ancora, 2012

Nicola Zattoni

 

La grande testimonianza di «Zatto»

E' stato celebrato oggi il funerale di Nicola Zattoni, morto a 37 anni di Sla. In una delle sue ultime apparizioni pubbliche ha detto: «Vi auguro che la vostra vita sia piena come la mia». Alla Comasca oltre mille persone.


Festeggiare il trentasettesimo compleanno a pochi giorni dalla morte, peraltro attesa come inesorabile conseguenza della forma particolarmente aggressiva di “SLA” che gli era stata diagnosticata nell’ottobre dello scorso anno, non è cosa consueta, ma quella che vi raccontiamo è una vita normale e insieme straordinariamente singolare, che s’è fatta largo tra i tanti amici a forza di apparenti paradossi e che lascia buone tracce. E anche di una fede che, come dice la tradizione cristiana e come scrive un suo amico su Facebook (Cecco Pianori) “lascia dietro di sé l’odore di santità”.
Parliamo di Nicola Zattoni (meglio conosciuto come “Zatto”) che domenica, festa del Corpus Domini, è “salito al cielo”, proprio come scrive la segreteria di Comunione e liberazione, movimento a cui apparteneva, nel manifesto funebre. E nel giorno da lui stesso desiderato. Della compostezza e della dignità di una morte che lungi dall’essere il triste epilogo di una vita è invece la continuazione di un cammino, s’era già avuto sentore nella veglia funebre di lunedì sera nella chiesa di san Giuseppe al porto. Ma è dall’affollato funerale di oggi nel vasto cortile della Comasca, che ospita le scuole della Karis, che bisogna partire per esprimere quanto la fede cristiana sappia trasfigurare quel momento che in genere è considerato come la chiusura di tutto in un gesto di speranza e perfino di letizia e di pace. Tanto più che lo stesso “Zatto”, sentendo vicino l’ultimo suo respiro in terra, aveva preparato in ogni particolare la cerimonia funebre: dal chi avrebbe celebrato e quindi fatto la predica, ai canti ed al coro che li avrebbe eseguiti, fino alla destinazione delle offerte che, a giudicare dalle diverse centinaia di persone presenti, si possono ipotizzare generose e che sono andate alla Fraternità di Comunione e liberazione. Sul palco dell’altare c’erano a concelebrare 17 sacerdoti; anche il vescovo di Rimini Francesco Lambiasi ha mandato il suo saluto e assicurato preghiere.

Una grande folla oggi alla Comasca per salutare Nicola Zattoni.

Presiedeva don Carlo Grillini, un sacerdote della diocesi di Bologna diventato molto amico di Nicola per un particolare che lo stesso Nicola ha raccontato molto divertito il 15 marzo scorso a Venezia. Era il 2008 e “Zatto” aveva una morosa bellissima che studiava all’università di Ferrara, e ogni settimana si recava a Bologna per parlare con don Carlo. Dice “Zatto”: «Ero innamoratissimo di quella ragazza. L’andavo a prendere alla stazione poi l’accompagnavo da quel prete, che allora non conoscevo, poi la riportavo in stazione. Nel tempo mi sono accorto che lei quando usciva dallo studio di questo prete aveva una faccia bellissima, era luminosa, era raggiante. Era veramente lei, era esattamente quello che volevo per lei. Allora succede una, due, tre volte e mi accorgevo che quando usciva da casa mia, o dalla mia macchina non aveva quella faccia lì: non era così piena e raggiante. Allora una volta l’ho portata in stazione e poi sono tornato indietro dal prete. Gli ho detto: “Buongiorno, sono il moroso di quella di prima. Ho notato che lei quando viene qui è bellissima, è raggiante, vola. Io la amo da morire e desidero questo per lei. Perché quando esce dalla mia macchina non è così felice?”. E lui mi ha detto: “Semplice, perché io la amo più di te”. “Ma tu sei un prete! Io sono il suo moroso, cosa vuol dire?” “Io amo la sua libertà”. Io volevo che lei risplendesse della sua luce. Allora da quel giorno sono andato da quel prete tutte le settimane per tutta l’università».

Torniamo quindi all’omelia di don Carlo Grillini perché particolarmente incisiva e illuminante, così lontana dai toni moralistici e consolatori, oggi così diffusi in alcune chiese. Partendo dalla seconda lettura che riportava un brano della seconda lettera ai Corinti dove san Paolo dice che in Gesù non c’è stato a volte un “sì” e a volte un “no” ma in Lui c’è stato solo il “sì”; ha detto don Carlo: «Anche in Nicola c’è stato solo il sì. Inizialmente non a Dio. Non ne aveva coscienza. Men che meno alla croce della malattia che mai avrebbe accettato. Ma fu un sì impetuoso, anche scomposto com’era lui alla propria felicità; fino a quando non incontra Cristo. Quando il sì diventa cosciente. Che non gli mise mica a posto la vita subito. Sappiamo bene che il nostro cervello prende abitudini. Ma come dice san Paolo quando gli chiedono “Com’è che quando diciamo le stesse cose che dici tu, gli ascoltatori non ci ascoltano mentre quando parli tu sono tutti lì col collo e le orecchie allungate?”». Don Carlo alza la voce e recita in latino la risposta di san Paolo “Scio cui credidi” (So a chi ho creduto). La vostra fede è una fede senza coscienza”. «La fede cosciente ha cambiato la vita di Nicola. Ma non in primo luogo il comportamento, né il carattere. Non gli ha tolto la sua scompostezza umana (in questo era veramente mio figlio). Perché Cristo non viene a cambiare… – dopo un attimo di esitazione il prete dice – il carattere no di sicuro. Ma neanche in un primo momento la morale». Ancora un attimo di riflessione e don Carlo esprime esplicitamente cosa sia la fede con queste parole: «Ma a Cristo non è che gli interessi fino in fondo della morale. Perché, come dice ancora san Paolo, l’uomo nuovo non fa fuori l’uomo vecchio, semmai lo salva, lo ama e lo abbraccia. Lo converte, lo corregge e lo sorregge. Soprattutto quando cade sotto il peso umiliante della croce, degli errori e dei peccati. Da quel giorno questo tipo di croce non ha più schiacciato Nicola. Dopo ogni caduta, ripartiva. Aveva un futuro grande davanti agli occhi proteso alla sua realizzazione umana. Certamente mai avrebbe immaginato di doversi trovare sulla croce di questa sua inesorabile malattia. Anche quando questa croce (ci ha litigato con Dio eh!) è arrivata non ha smesso di dire sì. Non “sì” alla croce; si alla propria felicità umana al “gustate e vedete com’è buono il Signore”. Tutti voi con me potete testimoniarlo che gliel’abbiamo visto in volto in questi ultimi dieci mesi. Io ne vedo tanti di volti provati dalla malattia ma è la prima volta che mi capita di vedere in Nicola il volto di Cristo crocifisso e risorto nello stesso momento. Era disfatto, perché la natura tradisce e non ci è data per farci felici ma come segno per rivolgere lo sguardo al suo creatore. Ha ragione Leopardi, la natura che distrugge in questo modo il volto di un uomo nel pieno della sua vitalità è “matrigna”. Questa contemporaneità del volto del crocifisso e del risorto abbiamo visto nel volto di Nicola. E l’avete visto in tanti nel mondo intero nei collegamenti che tutte le sere faceva con gli amici attraverso Zoom. Non possiamo fare altro che ringraziare Dio per avercelo dato come amico e che lo porti presto nella schiera dei combattenti per la sua gloria nel mondo mentre noi siamo ancora in battaglia quaggiù. Ma oggi abbiamo più chiaro di dieci mesi fa che nessuna croce ci può impedire di dire sì alla nostra felicità, cioè a Cristo risorto».

“Zatto” era forlivese d’origine ma insieme riminese, lavorava come consulente di start up. Potremmo dirvi chi era attraverso decine e decine di testimonianze di amici, preferiamo farvelo dire da lui stesso, da qualche tempo era incapace anche di parlare (lo faceva attraverso il pc), e il giorno del suo compleanno ha fatto leggere questo messaggio: «La mia vita è sempre stata dominata da un bisogno viscerale di essere preferito. Per tentare di soddisfare questa mia esigenza ho fatto di tutto. Ho cominciato a rubare i fiori dai giardini dei vicini per strappare una carezza a quella santa donna di mia mamma… Non mi sono fermato davanti a niente e per cercare di soddisfare questa esigenza non mi faceva problema neanche la scompostezza. Poi crescendo fra un innamoramento e un libro ho finalmente trovato quello che cercavo: prima aveva il volto di una donna, poi lo sguardo paterno di don Carlo, infine ha invaso tutti gli angoli della mia vita». Nicola si riferisce, come ha raccontato qualche tempo fa a TV 2000, alla fede e all’amicizia con tanti. In una vacanza in Islanda nell’agosto 2020 Nicola s’accorge di una stanchezza, piuttosto strana e insolita per lui che aveva una vitalità instancabile. Faticava a camminare e per farlo aveva bisogno di qualcuno che gli desse il braccio. «Sono nato in un ambiente cattolico con desiderio di servire, nei due significati di “essere utile” agli altri e l’altro di “accudire e occuparsi” di qualcuno e qualcosa». L’attivismo e la vitalità sono sempre stati il suo forte: girava in tutto il mondo faceva “quello che voleva” dalla mattina alla sera. Era totalmente indipendente. Negli ultimi tempi invece dipendeva totalmente da altri. E quindi nasce in lui la domanda: «Se oggi ho bisogno di tutto, oggi a cosa servo? È terribile però questa situazione che mi determina _ dice ancora alla tv _ però non mi definisce. Sono su una sedia a rotelle, ho bisogno di tutto però la “mia faccia” non è quella di uno schiacciato dalla malattia, depresso. Il male non vince. Non vince la SLA. Io vedo che il Signore agisce nelle pieghe della vita quotidiana: ha una faccia e i tratti delle innumerevoli persone che mi stanno vicino e che mi stanno intorno. Ciascuna di queste persone delineano un pezzettino di “quel Volto”. Che il peccato, le ferite, le cose vecchie non siano l’ultima parola sulla nostra vita: questa è una grande speranza; quello che nella mia vita ho sempre desiderato più di tutto, anche di camminare. Insomma mi capita di andare a letto di essere contento della mia giornata».

Per tornare al messaggio per i suoi 37 anni Nicola dice “tutti sappiano quanto mi è successo: tutti possano vedere che miracolo è diventata la mia vita… che tutti sappiano che i soldi non sono la cosa più importante della vita ma il rendersi conto di quanto ci capita nella vita”. Per finire, usando un’espressione forte ma non rara nel suo modo di parlare del tutto sincero, ha detto: “Sono uno stronzo pazzesco al quale è accaduta una grande grazia. Sto vivendo un’intensità di vita impossibile, inimmaginabile. Mio padre mi sta chiamando figlio, fratello e padre; mia madre sta fiorendo come il suo giardino; non sono mai stato così fratello coi miei fratelli. Non sono mai stato così innamorato; hanno scritto canzoni e poesie per me. Ho persino ricevuto una proposta di matrimonio. Ho pianto tutte le mie lacrime per lo struggimento affettivo che provo verso ciascuno di voi. Piango e mi si spezza il cuore pensandovi: tutto questo ho sempre desiderato ed è accaduto negli ultimi sei mesi. Vi auguro che la vostra vita sia piena come la mia. Io, e voi con me, stiamo vivendo un anticipo di paradiso. Per cui quando tra poco non ci sarò più saprete che non avrò smesso di festeggiare. Vi ringrazio tantissimo perché ciascuno di voi siete un pezzetto del Suo volto”

Amare la realtà

***

 "Non sbaglierà, nonostante tutti gli errori, chi avrà voluto bene alla realtà, ossia alla creazione. Amando la realtà, ci sei dentro, ci vivi già dentro e abbracci il tuo tema, la vita, senza bisogno di astrazioni. Basta amare la realtà, sempre, in tutti i modi, anche nel modo precipitoso e approssimativo che è stato il mio. Ma amarla. Per il resto non ci sono precetti».


Giovanni Testori

mercoledì 9 giugno 2021

Nicola Zattoni

 Testimonianza Zatto | 15 MAR 2021, Venezia


Canto: E verrà, Claudio Chieffo


Vero: 

L’altra sera è successa una cosa e ho pensato di iniziare l’incontro raccontandovela. L’altro giorno erano le 21 e ci siamo collegate con Zatto, alla preghiera quotidiana per la sua guarigione. Lui raccontava di quanto era stata difficile per lui quella giornata, tra la macchina per la respirazione e l’autonomia che non ha più per molte cose, e poi di come avesse detto a Gesù: “Oggi devi fare proprio i fuochi di artificio, perché io voglio respirare”. Io venivo da una giornata in cui mi sembrava stesse vincendo un’apatia, e un po’ di pensieri angoscianti. E mi sono detta: “Cavolo se lo avessi chiesto anche io a Gesù di mostrarsi così!”. E Zatto poi continuava dicendo, come dice ogni sera, “E’ stata una giornata incredibile, potrei raccontarvi un milione di cose di come lui si è fatto vedere!”. E aveva raccontato di un suo amico che gli aveva detto che vedendo come stava di fronte alla sua malattia, gli testimonia come Cristo vince. Io non so perché in quel momento, mentre raccontava, mi sono messa a spazzare la cucina e ho sbattuto la testa fortissimo sulla credenza. E mi sono persa l’ultima frase, Zatto stava dicendo: “Posso dire che Cristo è…”. Allora ho chiesto a Chiara cosa avesse detto, e mi ha risposto: “Posso dire che Cristo è fedele”. Mi ha commosso perché quella botta in testa che ho preso è stato un gesto della tenerezza di Gesù che mi diceva: “Oh svegliati hai sentito cosa ha detto Zatto? Che io sono fedele! Se tu sei sincera, non lo sono stato anche per te oggi? Vincono i tuoi pensieri o vinco io?” Infatti ripensando alla mia giornata ho visto come la Chiara ad esempio mi è stata vicina tutto il giorno e mi ha voluto bene. Ecco perchè ho invitato Zatto: perché vedere come vive lui, sempre più certo di questa vittoria sulla malattia, sul male, di Cristo mi fa chiedere di poterla vedere anche io.

Zatto: 

Intanto vi ringrazio, soprattutto a te, Veronica. Perché voglio stare davanti a quello che c’è. E raccontarvi di me mi aiuta in questo. Faccio una breve presentazione, mi scuso per la mia voce di merda. Nel canto si diceva “voglio cantarti Signore finchè avrò respiro”, con la voce che ho. Alla vostra età cantavo nel coro ed ero un basso, di quelli con la voce molto forte. Io ho 36 anni e vivo a Rimini, nella bellissima Rimini, sono un imprenditore, non sono sposato, non ho figli e sono nato nel movimento. Ma diciamo che l’incontro vero l’ho fatto a un certo punto all’università.

Ad agosto ero in Islanda in vacanza e le gambe hanno cominciato a non funzionare, ho fatto un po’ di indagini e ad Ottobre mi hanno detto che avevo la SLA. La SLA è una malattia pessima, perché prende tutti i movimenti volontari, prende tutto. Io sono una persona super energica, super attiva, non sto mai fermo un minuto. Ho viaggiato in tutto il mondo. Quindi è cambiato tutto. Ed è cambiato pesantemente. Da un’autonomia infinita, indipendenza totale, sono passato a una dipendenza totale. Ho dovuto cambiare casa, vivo con una signora che si prende cura di me, ho

dovuto cambiare la macchina perché non riesco più a guidare. Ma a me, veramente, veramente, cosa mi riempie il cuore? Cosa mi fa felice?

Vero: 

Io tra tutti i tuoi zoom ne ricordo uno in particolare in cui c’era una persona che ti aveva chiesto: “Ma tu racconti tutte le sere moltissimi fatti semplici, di una signora che ti aveva fatto le lasagne. Ma davvero un piatto di lasagne, i fatti semplici, hanno la meglio sulla malattia?”

Zatto: 

Io sono malato, la malattia c’è ed è una cosa terribile. È degenerazione continua. Mala-ttia, male: non è bene, è male. Però quella sera una signora di 80 anni mi aveva fatto un pacchetto di lasagne. Io avevo detto che questo era un pezzettino della Sua Compagnia. Il punto è come fai a dire che è un pezzetto della Sua compagnia e non solamente una vecchietta che non avendo un cazzo da fare mi fa le lasagne? Come fai a dire: “E’ Lui?”. Tu veronica, hai un moroso riminese. Come fai a dire “è lui”? Perché ha quella faccia lì, non è che te lo confondi con un altro. Ha quella faccia lì, quelle caratteristiche lì, Giussani li chiama: “tratti inconfondibili”.

Oggi è venuta da me a pranzo una persona che non conosco, da Bergamo dopo che si collegava allo zoom delle 21. È un fatto curioso: viene qui e mi ha detto, io ho sposato uno del movimento, sono del movimento, lavoro in un opera del movimento ma questo non mi basta. Io mi sono annoiata talmente tanto che ho smesso di fare la scuola di comunità. Poi in una delle sue classi, lei è insegnanti, è girata una notizia di un ragazzo malato di SLA che si è suicidato. E di fronte a questo lei ha fatto vedere la mia video-intervista. E mi ha detto: “La tua domanda è la mia. Ho ricominciato a fare la scuola di comunità per te”. Lei da Bergamo è venuta qui a Rimini per dirmi questo. Io voglio sapere, chi è che muove ciò? Che potenza di desiderio? Lei era sposata, con dei figli, non è che non aveva un cazzo da fare. È venuta per me? Ma no! Dove è il fascino nella degenerazione? Quello che dico è: Chi muove quella donna? Chi le tocca il cuore? Chi smuove tutto questo? Sicuramente non io, manco la conosco. Però viene fuori un’amicizia, un’intimità profondissima e incredibile: lei mi è compagna. Lei è un segno del Mistero che mi dice: “Zatto, cazzo, guarda che io uso una roba di merda come la SLA per attuare il Mio disegno”. Ma come mi corrisponde tutto questo? Sono uno strumento nelle mani di un altro. Questa corrispondenza mi fa dire, sei tu! E ti riconosco. Perché come il tuo moroso non c’è nessuno, ha quella faccia lì, e quando lo hai davanti lo riconosci subito.

Maria Stella_ Prima raccontavi della tua storia e dicevi di essere passato ad essere attivo ad essere costretto ad una vita diversa. Come è stato il passaggio? Quanto ci hai messo ad accettare questa nuova realtà?

Zatto:

Io non accetto proprio niente. Non mi sono abituato per niente. Ad agosto ero sui vulcani e a dicembre con il bastone, e adesso non muovo le gambe. Tutto molto veloce. Non c’è un

momento in cui ho detto “Ok, ho la SLA, devo aggiornarmi”. Io cerco di mantenere tutta la mia autonomia residua che mi piace tanto. Io non vorrei aver bisogno di tutto.

Mauro: 

Ma tu non hai paura?

Zatto:

Guarda io non ho paura, sono terrorizzato. Ogni giorno sto peggio, e lo vedo. Ed è terribile vedere questo. Ma è più che altro un idea: se io penso a come sarà il futuro è il panico. Perché dovrò mangiare con un sondino e respirare attraverso una macchina. Non parlare. Non è molto rosea come prospettiva. Ma questa è una mia accurata idea. Mentre invece mi sembra molto più interessante guardare a quello che c’è, oggi. Guardare al presente. Anche oggi, anche se parlo così, anche se, anche se, anche se, il Signore è venuto a trovarmi oggi. E quello che io profondamente e intimamente desidero è esattamente questo. Cos’è che riempie il cuore? Camminare? No. Il mondo è pieno di gente che cammina ed è triste, incazzata e sola. Il punto non è camminare, il punto è avere il cuore pieno. Cosa riempie il cuore? Mi interessa questo. E quindi cerco questo nella realtà. Perché un discorso non mi basta: allora dico “Signore fatti vedere oggi, mostrami il tuo volto, perché è quello che voglio”. Ma questo è solo se vivo la realtà, perché se vivo le mie idee ho chiuso.

Anna:

Io volevo chiederti, nonostante la tua fede, questo stupore di fronte alle persone che incontri, come fai a non arrabbiarti?

Zatto: 

Io mi arrabbio sempre, di brutto, perché io non voglio dipendere. Non voglio non camminare, non voglio parlare di merda, cazzo, ma per niente! Ma la differenza è che io mi incazzo ma non sono incazzato. Se uno vede me non vede uno determinato e schiacciato dalla malattia. E poi io ho visto fondamentalmente una cosa: il problema non è avere bisogno. Un esempio: la mattina di Natale mi sono svegliato e sono andato in bagno. Vivevo ancora da solo senza badante perché più o meno ce la facevo. Riuscivo a sedermi in sedia a rotelle o sul water. Ma la malattia va velocissima e quello che riuscivo a fare il 24 non riuscivo a farlo il 25. Al mattino mi sono spogliato e mentre cercavo di passare sul water sono scivolato e sono finito un po’ sul water e un po’ sulla carrozzina, stravaccato. Solo che ero da solo. Allora ho provato a tirarmi su ma i nervi non rispondevano, spingo le braccia e le gambe ma niente. Allora mi ingegno, ma non ce la facevo con tutta la forza che avevo non mi muovevo. Allora mi sono messo a piangere, mi incazzo da morire, come è possibile che a 36 anni non riesco, nudo, solo, in un cesso. Allora ci ho riprovato perché sono un testone, ma non ce la facevo. Ho pianto un casino, ero incazzato. Ad un certo punto grazie a Dio avevo il telefono vicino e ho chiamato un mio amico che abitava vicino e gli ho detto: “Davide, ho bisogno”. Il punto è questo: ho bisogno. Mi ha trovato lì e mi ha tirato su. Allora parlavo di questa scena triste con un mio amico e lui diceva: “Zatto devi imparare l’umiltà del bambino”. E mi veniva da rispondergli: “Cazzo io non sono un bambino, sono un uomo”. Ci ho pensato su, e mi è venuta in mente mia sorella Maria, che ha 16 anni in meno di me. Quando io avevo 18 anni, lei ne aveva due. Mia mamma la metteva sul vasino per fare i suoi bisogni, e noi intanto eravamo in sala a guardare la televisione. Ad un certo punto, da là in fondo al corridoio, si sentiva: “Ho finito!”. Aveva bisogno. Allora, carissima, quello che ti voglio dire è che il punto non è se hai il culo sporco di merda, se hai qualcosa che non va, se sei sporca. Il punto è se c’è la mamma che ti vuole bene. Il punto non è se hai bisogno, ma se c’è un punto della tua vita a cui tu puoi dire “Ho bisogno”. Tra l’altro quel giorno, per la Maria era occasione di rapporto con la sua mamma. Il bisogno è l’occasione. Quindi mi incazzo di brutto ma vedo che il bisogno che non vorrei mai, è l’occasione privilegiata del mio rapporto con il Mistero.

Andre:

Prima dicevi “Dare la vita per l’opera di un Altro è obbedire, non fare cento cose”. Io sono il tipo che vuole fare cento cose per avere il cuore pieno. Cosa vuol dire obbedire?

Zatto: 

Amico mio, io sono come te. Anche io sono così, di indole sono uno energico, non un tiepido. Mi muovo, vado, faccio seimila robe. Ad esempio, ero il responsabile della segreteria della comunità di Rimini, ed era una comunità enorme. Cazzo, mezza giornata tutti i giorni la dedicavo a questo. E un po’ sotto sotto pensavo: Cazzo, ma se uno vede me come fa a non capire deve ammettere che l’incontro più importante della mia vita è il Mistero, nella forma in cui mi si è reso familiare, cioè nel movimento. Voglio testimoniare a tutti questo: e questo non è sbagliato, questo tentativo è santo. Ogni nostro tentativo va benissimo: ma il punto è che la nostra vera utilità, è essere strumento per un altro che opera. Io adesso non faccio un cazzo ma ugualmente questo genera. Perché? Quello che vedo io e mi sorprendo tantissimo è che c’è un Altro che fa. Io faccio il malato. Cosa vuol dire vivere intensamente il reale se non puoi fare un cazzo? Non è il fare, se no io sarei fottuto.

Pietro: 

In realtà non ho una domanda, ma volevo ringraziarti. Pensavo se ritengo importante il ringraziarti, perché tanti lo fanno. Ma per me è incredibile vedere uno che, come dice la scuola di comunità di questi giorni, vive essendo pienamente se stesso nell’incontro fatto, e ha una responsabilità di questo. E arrivi dappertutto, Bergamo, Venezia, Trento, Torino, semplicemente perché tu vivi te stesso dentro le tue circostanze, che sono molto più difficili delle nostre. Per me da un po’ di tempo sei il primo punto in tutte le giornate in cui vedo che la promessa che mi è stata fatta è verificata. Dentro alle mie circostanze, spesso molto più semplici, vedo che niente è tradito. Tutti i giorni arrivi lieto allo zoom. In ultimo, è da un po’ di tempo che vivo il desiderio di testimoniare quello che ho incontrato e portare Cristo, e man mano passa il tempo mi si rende più evidente che per farlo basta indicare dove accade. E per me questi mesi lo strumento, l’arma, sei sempre stato tu. Il punto che io indico ai miei amici, per portare quello che ho incontrato, eri tu perché vedendo te si vede che al 100% vince Lui.

Zatto:

Mi impressiona quello che hai visto. Perché tu hai usato una parola molto forte: che è promessa. A noi è stata fatta una promessa di bellezza, di per sempre, di giustizia. Come puoi tu dire questo guardando me? Che “per sempre”? Io tra poco muoio. E non è certamente bello: come puoi tu dire questo? E hai ragione: ma sembra impossibile da dirsi. Noi attendiamo. Siamo strutturalmente attesa, desiderio. In questa promessa si svela la realtà. Io come vi dicevo non ho moglie e non sono un prete. Allora mi dico, ma Gesù, qual è la mia vocazione? E la risposta eccola. La mia vocazione, cioè il luogo in cui vivo il rapporto con Cristo è la realtà. Questa promessa, questo rapporto si dona nella realtà. E la realtà è fatta di mille robe, questo incontro, la malattia, gli amici, le mie passioni, tutto questo è realtà. Ed è evidente che è il luogo del mio rapporto con Cristo. Giussani dice che le circostanze sono essenziali per il mio rapporto con Cristo. E la realtà va bene così, perché se tu hai bisogno il Signore ti chiama ad un’intimità: se tu ti innamori, il Signore ti chiama lì, se tu lavori è quello il luogo del rapporto. Per concludere, siamo uguali: a me non manca niente della mia vocazione. Possiamo essere compagni, io qua e tu là a Torino: che grande respiro.

Alba:

Ti volevo ringraziare perché hai detto che la cosa più bella che ci costituisce è avere bisogno. Solo che vederlo così, addosso a te, fa una grandissima differenza. Veramente ti ringrazio perché neanche dovevo esserci stasera. Penso che andrò a dormire più felice.

Zatto:

Perché? Perchè andrai a dormire più felice? Cos’è che corrisponde al tuo cuore? Tu guardi me, hai davanti agli occhi me. Ma io sono un ciccione in carrozzella che non riesce neanche a parlare. Non c’è niente di affascinante in questo. Quindi la domanda è: tu guardi me, ma cosa vedi? Per poter dire, vado a letto più felice? Non sono io che corrispondo al tuo cuore, o che ti affascino, per cui puoi dire vado a letto felice. Voglio scoprire qual è l’origine di questa corrispondenza. Perché io mille volte mi guardo come un mongolo e basta: invece voglio guardarmi come mi stai guardando tu. Però voglio sapere cos’è che in me risplende, cosa mi rende affascinante?

Alba:

La prima cosa che ho visto è che sia io che te abbiamo la stessa gran voglia di essere felici, pur in circostanze diversi. Le cose che hai raccontato, dalle lasagne alla cosa più difficile del bagno, appartengono alla quotidianità: ma dietro di queste emergeva questa gran voglia di essere felice. Forse tutte e due desideriamo la stessa cosa.

Zatto:

Mi conquista questa possibilità: vedo te e riconosco che ho lo stesso desiderio. Che il Signore possa usare me per toccare il tuo cuore e dirti “Oh! Guarda che anche tu desideri così tanto”. Attraverso il mio urlo, il mio dolore, il mio grido: è una cosa pazzesca. Perché più vado avanti più vedo che la malattia non è solo malattia, ma attraverso questa vediamo che non vince il male. Tu riconosci il bello e il vero in questa cosa: è un frutto. Allora è come se fossi disposto a questo sacrificio: perché tu possa desiderare tanto. Perché tu possa essere seria con il tuo cuore.

Zatto:

Volevo ringraziarti perché mi stai dando una dose di calci nel culo che è una cosa spaventosa, nel senso che stai facendo vedere quanto sono piccolo e meschino nelle cose che faccio normalmente. Però rischio di essere anche molto sentimentale: come se questo bel momento rimanesse qui e non mi cambia nelle prossime settimane. Voglio farti quindi una domanda: c’è un ragazzo che vorrebbe entrare nel mio seminario e mi ha detto che io per lui sono il Bene. Questo mi dice che entra in seminario perché ha incontrato me. Da una parte mi dico: no, non è per me, ma che hai incontrato Cristo dietro di me, ma dall’altra per me è difficile evitare di dire “quanto sono bravo, quanto sono forte, quanto ho il controllo di tutto”. Ma nelle giornate quando anche solo una cosa non ce l’ho sotto controllo mi incazzo come una faina. Mi rendo conto che vivere così fa schifo: perché quelle volte che chiedo sono molto più felice. Ma vedo che ci ricado sempre, e sempre di più. Mi piace ricevere gli applausi e mi incazzo quando non li ricevo.

Zatto: 

Io se punto sulla mia forza sono fottuto. Sulla mia capacità di controllo. La realtà non è mai come vuoi. Gli altri non sono mai come vogliamo noi. Il punto è quello che dicevamo prima cioè, ma cosa ti riempie davvero il cuore? Quid animus satis? La realtà e il tuo cuore sono i tuoi più grandi alleati. La realtà e il cuore. Perché quando sei il cowboy del seminario, e tutti ti seguono, vedrai se questo basta al tuo cuore. Io ho passato la vita a fare una marea di minchiate perché credevo che qualsiasi cosa potesse soddisfarmi. Una cosa la vedevo e la facevo: è una verifica. Più io sbagliavo più mi accorgevo che quello che avevo fatto non mi riempiva il cuore. Ci sono delle cose che non possiamo gestire, e una è cosa corrisponde al tuo cuore. Non lo scegliamo noi: neanche per mezz’ora. Per il tuo amico vale lo stesso: quando capirà che sei uno stronzo come tutti dovrà chiedersi, ma cosa ho visto io? Con me è più facile perché non c’è niente di affascinante.

Guarda ti racconto una cosa giusto perché sei un prete ma non dirla a nessuno: un mese fa io ero in casa mia con una mia amica di Milano, ci conosciamo da tempo, eravamo anche usciti insieme ma non era mai successo niente di che. Ultimamente ci siamo sentiti un bel po’, e lei dice: “vengo da te un paio di giorni, voglio stare con te” e ho detto: “va bene”. Allora la vedo la prima sera, e dopo cena lei si è inginocchiata e mi chiede di sposarla. È un fatto incredibile: perché lei è una ragazza di trent’anni, giovane e bella, cosa cerca che pensa al matrimonio? Un uomo bello forte, alto, con un po’ di fede, magari un po’ ricco, che cazzo ne so. Cosa desidera una ragazza in un uomo? Viene fuori quello che usciva prima: cosa ti fa dire guardando la desolazione del mio corpo, lo voglio per sempre? Cioè uno dovrebbe scappare da una cosa del genere e lei dice: lo voglio per sempre. Tra l’altro è un’infermiera, quindi sa benissimo dove sto andando. Allora mi impressiona perché è talmente tanto corrispondente il mistero che lei vede attraverso me che dice, sono disposta a tutto, lo voglio per sempre. Ma nel mio caso si capisce benissimo che non è me che vuole, sarebbe da pazzi. Il tuo amico secondo me è chiamato allo stesso percorso.

Angelo:

A volte a me sembra che il desiderio che ho dentro lo trovo a volte soffocante. Lo sento tantissimo: come fai a vedere questo desiderio bruciante come una cosa positiva?

Zatto:

Il desiderio è il motore. Più desideri e più ti muovi. Più hai fame e più cerchi. Nel cristianesimo il problema non è mai desiderare troppo, semmai desiderare troppo poco. La mia vita è stata profondamente segnata da questo. Ti faccio un esempio veloce: io avevo una morosa, anno 2008, bellissima. Era una ragazza incredibile, era affascinante in tutto e io morivo di desiderio. La amavo da morire. Ero innamorato fradicio. Lei abitava a Ferrara, studiava a Bologna, e ogni tanto veniva da un prete che stava a Bologna. Io andavo a prenderla in stazione e la portavo dal prete. Lei stava lì mezz’ora e poi la riportavo. Nel tempo mi sono accorto che lei quando usciva dallo studio di questo prete aveva una faccia bellissima, era luminosa, era raggiante. Era veramente lei, era esattamente quello che volevo per lei. Allora succede una, due, tre volte e mi accorgevo che quando usciva da casa mia, o dalla mia macchina non aveva quella faccia lì: non era così piena e raggiante. Allora una volta l’ho portata in stazione e poi sono tornato indietro da prete. Gli ho detto: “Buongiorno, sono il moroso di quella di prima. Ho notato che lei quando viene qui è bellissima, è raggiante, vola. Io la amo da morire e desidero questo per lei. Perché quando esce dalla mia macchina non è così felice?”. E lui mi ha detto: “Semplice, perché io la amo più di te”. “Ma tu sei un prete! Io sono il suo moroso, cosa vuol dire?” “Io amo la sua libertà”. Io volevo che lei risplendesse della sua luce. Allora da quel giorno sono andato da quel prete tutte le settimane per tutta l’università. Poi lei ad un certo punto non c’era più, ma io ho continuato ad andare da lui ed è stato il rapporto che più mi ha segnato la vita. Io dico che il desiderio è il motore: chi ama tanto si muove, si incazza, ci tiene. Non so dove ti porterà questo desiderio. Io quella donna la preferivo sopra ogni cosa, e quella era una chiamata del Signore che ti mette nel cuore quel desiderio così che tu possa verificare quello che lo riempie. Quel desiderio, la sua impronta in te, è la tua salvezza. Sono molto contento che desideri tanto.

Fede Mosca:

Io sono una di quelle persone che spesso ho la tendenza a focalizzarmi sulle mie idee e le mie paure piuttosto che su quello che accade. Tu dicevi che quello che ti tiene in piedi è stare davanti al tuo bisogno. Ma dentro di me la tentazione di chiudermi e lasciarmi andare è altrettanto forte quanto il mio bisogno. Quindi ti chiedo tu come fai a starci davanti? Io la sento tanto lacerante questa cosa in me.

Zatto:

Ho cercato di appagare questo desiderio con tentativi che hanno assunto mille forme e mille modi. Ma più vivevo e più capivo cosa riempie davvero il cuore e cosa no. Vivere sulle idee non è abbastanza per me, non mi basta. Il punto è: la realtà non è tutta uguale, ci sono dei punti che ti infiammano. Che ti fanno dire: cazzo bello! Anche io voglio questo. Lì devi fare come una foto: e quando passa un po’ di tempo e ti capita un momento così e tiri fuori la foto. Nel tempo e negli anni l’insieme di questi punti indicano una traiettoria, una strada. Il tuo cuore è il tuo più grande alleato: è perfetto. Perché mi hai fatto questa domanda? Se vivere sulle tue idee ti andasse bene non avresti il problema. La grandezza del tuo desiderio è reale più di tutto. Allora voglio chiedere tutti i giorni la lealtà di vivere all’altezza dei desideri del mio cuore. Che è fatto da Lui, e cerca Lui, e non si accontenta di niente se non di Lui. Questa cosa mendichiamola insieme. Perché io ne ho bisogno tutti i giorni. La veronica prima citava una cosa che ho detto l’altro giorno: era stata una mattinata pesante, erano le 11.30 e avevo fatto colazione, preso le medicine, fatto la cacca e la doccia in 3 ore. Già alle 11.30 non ne potevo più di quella giornata. Io non sono fatto per questo: io voglio essere felice. Allora la prima cosa è chiederlo. Chiederlo. Chiedere il volto del nostro amato.

Vi ringrazio: cominciamo subito a mendicare. A chiedere al Signore di stare davanti a quello che accade, che vediamo accadere. Tutti dentro a un Silenzio dato dal fatto che accade qualcosa che davvero corrisponde e che non facciamo noi. Chiediamo la grazia della Sua bellezza: diciamo una preghiera.

martedì 8 giugno 2021

 Il tempo è molto lento per coloro che aspettano, molto veloce per coloro che hanno paura, molto lungo per chi si lamenta, molto breve per quelli che festeggiano, ma per tutti quelli che amano, il tempo è eternità.


- William Shakespeare -

NICOLA ZATTONI

 Zatto




Zatto il giorno del suo compleanno mercoledì 2 giugno. Ieri è salito in cielo!

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Carissimi vi inoltro ciò che Nicola  Zattoni, Zatto per tutti, amico di Rimini malato di Sla, ha testimoniato per il suo 37° compleanno.


Cosa si può dire il giorno del proprio trentasettesimo compleanno? 

la mia vita è sempre stata dominata da un bisogno viscerale di essere preferito. per tentare di soddisfare questa mia esigenza ho fatto di tutto. ho cominciato a rubare i fiori dai giardini dei vicini per strappare una carezza a quella santa donna della mia mamma. ma non mi sono fermato lì. non mi sono fermato davanti a niente. la mia esigenza andava soddisfatta e non mi faceva problema la scompostezza. 

poi crescendo, tra un innamoramento e un libro su una lavatrice, ho finalmente trovato quello che in maniera disperata avevo cercato tutta la vita. prima aveva il volto di una donna. poi lo sguardo paterno di don Carlo. infine ha piano piano invaso tutti gli angoli della mia vita. un po' alla volta. 

da allora c'è un altra esigenza che si è fatta spazio nel mio cuore. che tutti sappiano cosa mi è successo. che tutti lo conoscano. che tutti possano vedere che miracolo che è diventata la mia vita. 

per cui quando andavo a cena con un amico pagavo sempre io per questo. anche quando ero uno squattrinato. era un modo per dire:  guarda, amico mio, che per quello che mi ha preso io voglio dirti che ho una gratitudine così grande che anche i soldi non sono la cosa più importante. la cosa più importante è che tu possa renderti conto di quello che mi ha preso. e  così stasera. è un gesto curato che dice di chi sono. di chi è il mio cuore.

oppure la segreteria. volevo che uno vedendomi potesse chiedersi. ma perché uno che può fare quello che vuole quando vuole si fa un culo cosi? ma cosa ha visto? cosa gli è successo? 

le persone che sono qui le preferisco tutte. è chiaro che il tavolo giovani vince sempre... 

oggi mi sono arrivati centinaia di messaggi da tutto il mondo. ve li leggerei tutti perché capireste un po' di più la grandezza della sua opera nella mia vita. 

si sta realizzando tutto. mi sta realizzando. in tutto. per esempio ho sempre desiderato che nel mio lavoro potessi esprimere chi ero. guardate che roba. la super chef Valentina e l'allestimento e il bar curati da Matteo.  sono due miei clienti. anzi ormai amici. è quello che ho sempre desiderato. 

beh la mia vita alla fine è tutta cosi. sono uno stronzo pazzesco al quale è accaduta una grande grazia. 

sto vivendo una intensità di vita impossibile. inimmaginabile. 

mio babbo mi ha chiamato figlio fratello e padre. 

mia mamma sta fiorendo come il suo giardino. 

non sono mai stato così fratello dei miei fratelli. 

non sono mai stato così innamorato. 

hanno scritto canzoni per me. hanno scritto poesie. 

ho ricevuto una proposta di matrimonio. 

ho pianto tutte le mie lacrime per lo struggimento affettivo che provo per ciascuno di voi. 

mi capita spesso di pensare a qualcuno di voi e piangere perche mi scoppia il cuore di bene. perché siete preziosi e vi preferisco. 

tutto questo negli ultimi sei mesi. è quello che ho sempre desiderato. 

avreste dovuto vedere questa casa oggi pomeriggio. decine di persone che lavoravano con il sorriso. grati. 

ma dove si vede una cosa del genere? chi fa tutto questo? 

io vi auguro che la vostra vita possa essere piena come la mia. 

io sto vivendo , e voi con me, un anticipo di paradiso. per cui quando tra poco non ci sarò più saprete che non avrò smesso di festeggiare. 

la cosa che più mi riempie il cuore è che uno guardando me non può confondersi. 

non sono forte. non sono coraggioso. non ho le spalle per questa croce. sono semplicemente preso. ringrazio tantissimo ciascuno di voi perché siete un pezzetto del suo volto. 



Nicola Zattoni

 

La vittoria di Nicola Zattoni nel definitivo abbraccio con il Mistero da cui era attratto

Lunedì, 07 Giugno 2021

La vittoria di Nicola Zattoni nel definitivo abbraccio con il Mistero da cui era attratto

“Non vince il male, non vince la Sla. Così affermava Nicola Zattoni nell’intervista che aveva rilasciato a TV2000 nel febbraio scorso. Ed anche ora, in cui apparentemente la Sla sembra aver vinto, resta intatta la forza di verità delle sue parole. “Dov’è morte la tua vittoria?”, si chiede san Paolo.

Nicola Zattoni, 37 anni, originario di Forlì ma da tempo residente a Riccione, è tornato alla casa del Padre nel tardo pomeriggio di ieri, festa del Corpus Domini. Ad amici e famigliari aveva confidato che gli sarebbe piaciuto lasciare questa terra nel giorno in cui la Chiesa festeggia il Corpo di Cristo.

La notizia si è sparsa velocemente, anche perché in questi mesi intorno a Nicola si era creato uno spontaneo movimento di persone che ogni sera alle 21 si collegava tramite Zoom per pregare con lui e per lui. Nicola raccontava cosa gli era capitato nel corso della giornata. Una giornata che, a dispetto della crescente immobilità a cui era costretto dalla malattia, era incredibilmente ricca di avvenimenti, di fatiche ma anche di sorprese positive, cioè di segni concreti della presenza di quel Mistero a cui aveva affidato la vita. Nel corso di questi appuntamenti si collegavano fino a 300 persone, non solo riminesi, ma da ogni parte d’Italia ed anche dall’estero.

Nicola aveva un temperamento vivace, era pieno di interessi, viveva intensamente il reale, per usare una famosa espressione di don Luigi Giussani. Amava molto viaggiare, in ogni parte del mondo, ed è proprio nel corso dell’ultimo viaggio, in Islanda nell’estate del 2020, che ha avvertito i primi sintomi della malattia. Poi nel mese di ottobre gli è stata diagnosticata una forma molto aggressiva di Sla, che in pochi mesi lo ha portato alla morte. Sto vivendo una intensità di vita impossibile, inimmaginabile”, ha detto di quei giorni.

Nella citata intervista a Tv2000 aveva detto: “Ho sempre avuto nella vita il desiderio di servire nel senso di essere utile ma anche di accudire. Oggi sono ad io essere accudito in tutto, ho bisogno di tutti e mi chiedo: a cosa servo? Prima ero indipendente, viaggiavo, ero sempre in movimento, è terribile a 36 anni dipendere per tutto. Eppure questa cosa qui mi determina ma non mi definisce. La mia faccia non è quella di una persona schiacciata dalla malattia” .

Il 1 giugno scorso, con una cena sul terrazzo della casa che lo ospitava, è stato festeggiato il suo trentasettesimo compleanno. Nicola aveva ricevuto gli amici elegantissimo, certamente presentiva che quello era un addio. Anche in quell’occasione le sue parole però non hanno avutoil sapore della sconfitta ma trasudavano vittoria: Tutto questo negli ultimi sei mesi è quello che ho sempre desiderato. Avreste dovuto vedere questa casa oggi pomeriggio. Decine di persone che lavoravano con il sorriso, grati. Ma dove si vede una cosa del genere? Chi fa tutto questo? Io vi auguro che la vostra vita possa essere piena come la mia. Io sto vivendo, e voi con me, un anticipo di paradiso. Per cui, quando tra poco non ci sarò più, saprete che non avrò smesso di festeggiare. La cosa che più mi riempie il cuore è che uno, guardando me, non può confondersi. Non sono forte. Non sono coraggioso. Non ho le spalle per questa croce. Sono semplicemente “preso.

Donatella Magnani è un’amica che in questi mesi, insieme ad altri, gli è stata particolarmente vicina. Così descrive la sua esperienza: “Nel cuore di ciascuno domina, pur nel dolore, una profonda gratitudine fino a sfiorare un'esperienza di letizia. Perché? Perché con Nicola e da Nicola siamo stati sfidati a vivere all'altezza dei nostri desideri. Nicola viveva così e ce lo ha testimoniato fino alla fine. E ha sfidato anche il Mistero. C'è risposta alle esigenze più vere del nostro cuore? La si può incontrare, vedere, toccare? Nicola ha vissuto il rapporto con ciascuno di noi come quel pezzo del Mistero che dialogava con lui. E più il tempo passava più cresceva in lui lo struggimento di bene per ciascuno di noi e ci ha coinvolti in momenti dove la Bellezza con la B maiuscola diventava canti, cene, preghiera, dialoghi intensi. Nicola amava la bellezza segno della Bellezza del Mistero che stava plasmando la sua vita fino a fargli desiderare di vederLo negli occhi. Nicola desiderava vedere Chi era che lo aveva preferito tutta la vita. E lui ci ha detto "io ho provato di tutto, ma non c'è nulla di paragonabile alla Misericordia" Era felice di questa misericordia di cui era oggetto. E noi siamo stati contagiati da lui, trascinati dal suo Si, ridestando in modo nuovo l'io di ciascuno di noi, ciascuno nel punto di vita in cui era e in cui é. L'amicizia con Nicola infatti non ė finita... anzi ora è ancorata nell'Eterno... e come si fa a non essere grati, per lui, per la sua vita e per come ciascuno é stato rilanciato dentro la propria vita?”.

Sono pensieri di Donatella ma lei tiene a sottolineare che descrivono la coscienza e i sentimenti dei tanti che insieme a lei hanno condiviso questi mesi con Nicola.

I funerali di Nicola Zattoni si svolgeranno domani martedì 8 giugno alle 17 all’ex colonia Comasca, in viale Regina Elena 114. Da oggi alle 16 in viale Regina Elena 38 è allestita la camera ardente, dove sarà possibile rendere omaggio alla salma fino alle 19 e domani dalle 10 alle 15.

Il movimento di Comunione e Liberazione, al quale Nicola Zattoni apparteneva, ha introdotto l’avviso funebre con questi versi del poeta Paul Claudel:

Forse che il fine della vita è vivere? 
Forse che i figli di Dio resteranno con fermi piedi 
su questa miserabile terra? 
Non vivere, ma morire, 
e non digrossar la croce ma salirvi, 
e dare in letizia ciò che abbiamo. 
Qui sta la gioia, la libertà, la grazia, 
la giovinezza eterna! [...] 
Che vale il mondo rispetto alla vita? 
E che vale la vita se non per essere data? 
E perché tormentarsi 
quando è così semplice obbedire?"

Qui sotto un brano dell'intervista a Tv2000

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