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mercoledì 16 settembre 2020

 Leggendo San Bernardo...


Cosa temono queste persone?

I loro vizi?

Ma Egli li ha inchiodati alla croce con le proprie mani.

Cos'altro temono, allora? Di essere deboli e vulnerabili?

Ma egli conosce bene la materia con la quale ci ha fatto.

E dunque, di che cosa hanno paura?

Di essere troppo dipendenti dal male?

Ma il Signore ha liberato chi era prigioniero (Sal 145,7).

Temono dunque che Dio esiti ad aiutarli?

Eppure, nel perdono scopriamo quanto sia grande la grazia di Dio (Rm 5,20).

Forse è la preoccupazione per il quotidiano, il cibo o le altre necessità della vita?

Ma Dio sa che noi abbiamo bisogno di tutte queste cose (Mt 6,32).

Cosa vogliono di più? Che cosa li frena?

Proprio il fatto che ignorano Dio, che non credono alle nostre parole.

Abbiano dunque fiducia nell'esperienza altrui!

 Apre l'esposizione "Pasolini, il poeta che sfidò il nulla", realizzata dal Centro Culturale di Milano. Per mettere lo sguardo dentro la libertà di un uomo ferito dal mondo, a quarant'anni dalla sua morte (da "Tracce" di ottobre)

Fabrizio Sinisi

«Non c’è poro della mia carne dove non tremi questa gratitudine alla vita, questa nostalgia ancora troppo recente per dolere. (Amo il Friuli, amo i miei compagni, amo tutta la gioventù di questi borghi)».
Non si capirebbe davvero Pier Paolo Pasolini senza partire da un’esperienza affettiva. Nella sua opera emerge continuamente un’urgenza, che è poi forse il suo tratto più intenso e distintivo: una necessità d’amore non come puro sentimento, ma come luogo privilegiato della conoscenza. Chi legge Pasolini registra continuamente questo scarto: l’impossibilità di conoscere qualcosa senza amarla. Gran parte della sua poesia è una domanda d’amore come evento della ragione, come «avventura del vero»: «Solo l’amare, solo il conoscere / conta, non l’aver amato, / non l’aver conosciuto. Dà angoscia // il vivere di un consumato / amore. L’anima non cresce più» (Il pianto della scavatrice, 1956).

Bisogna che sia ora.
La mostra milanese in occasione del quarantennale della morte di Pasolini, a cura del Centro Culturale di Milano, tiene come linea guida proprio questo binomio di amore e conoscenza. Tutto ciò che in Pasolini è “impegno” - politico, sociale, artistico - è l’esito di quest’accento radicale: per amare e capire le cose, bisogna compromettersi totalmente con esse. E non basta che ciò avvenga nel passato, foss’anche solo un secondo fa: bisogna che sia ora. Se non è ora, «l’anima non cresce più».

Nato a Bologna nel 1922, Pasolini sta per laurearsi quando la guerra costringe la sua famiglia a sfollare a Casarsa, in Friuli, paese di sua madre. Ci rimane otto anni, durante i quali insegna, studia, scrive. Debutta con un libro, Poesie a Casarsa (in mostra si può vederne un esemplare della prima edizione numerata del 1942), che innamora il grande critico Gianfranco Contini. È forse il periodo più felice della sua vita: «Saggezza è meraviglia. / Un grido è la più vera / delle parole... Nulla / a se stesso somiglia».

Ma quell’apparente facilità della vita non tarda a rompersi. Una denuncia penale, nel 1950, costringe lui e sua madre a scappare a Roma: «In una casa senza tetto e senza intonaco, / una casa di poveri, all’estrema periferia, vicino a un carcere, / con un palmo di polvere d’estate, e la palude d’inverno» (Poeta delle ceneri, 1966). Di giorno, fa il supplente di scuola a Ciampino (tra gli alunni, anche il futuro scrittore e sceneggiatore Vincenzo Cerami, di cui la mostra riporta un frammento video); di notte studia, scrive, ma soprattutto scopre Roma: un pianeta immenso, vitale, sconosciuto. È una provocazione che apre una nuova storia, un nuovo stupore: «Quanta gioia in questa furia di capire!». Le ceneri di Gramsci, un libro del ’57, non fa che testimoniare l’evento di un uomo innamorato del mondo, che ne riceve tutto il dramma fino all’intimo del cuore: «Un’anima in me, che non era solo mia, / una piccola anima in quel mondo sconfinato, / cresceva, nutrita dall’allegria / di chi amava, anche se non riamato. / E tutto si illuminava, a questo amore. (...) In ogni pagina, in ogni riga / che scrivevo, / c’era quel fervore, quella presunzione, / quella gratitudine. (...) Mite, violento rivoluzionario // nel cuore e nella lingua. Un uomo fioriva. (...) Per quali strade il cuore / si trova pieno, perfetto anche in questa / mescolanza di beatitudine e dolore? // Un po’ di pace... E in te ridesta / è la guerra, è Dio».

«Manca sempre qualcosa».
Nel ’61 Pasolini diventa regista di cinema: gira il suo primo film, Accattone (che verrà proiettato, insieme al Vangelo, nei giorni d’apertura della mostra). È un modo di esprimersi che, pur senza abbandonare mai la scrittura, continuerà a praticare fino all’ultimo. La ragione del passaggio al cinema sta in una domanda, che Pasolini spiega così: «Il cinema, riproducendola, fa una perfetta descrizione semiologica della realtà. Il sistema di segni del cinema è in pratica lo stesso sistema di segni della realtà. Quindi la realtà è un linguaggio! Ma se la realtà parla, chi è che parla e con chi parla?».

La domanda diventa ancora più densa davanti ad alcuni fra i quadri, in mostra, di pittori cari a Pasolini: Rosai, De Pisis, Guttuso, Mafai. È la linea dei “realisti”: i pittori della cosa, dell’oggetto, che accade e quasi prorompe nella tela. Guardandoli, lo stile del cinema di Pasolini diventa immediatamente più chiaro: è questa infatti la linea della sua ispirazione. Quando Elio Ciol, in una delle fotografie inedite riportate nella mostra, lo ritrae accanto a una riproduzione della Crocifissione di Masaccio, coglie proprio questo nesso profondissimo: lo sguardo di Pasolini ha la sua radice in un realismo rivoluzionario proprio perché tradizionale: potente, pieno di commozione e quasi di tenerezza.

Nel ’64, gira il Vangelo secondo Matteo: «Dal punto di vista religioso, per me, che ho sempre tentato di recuperare al mio laicismo i caratteri della religiosità, valgono due dati ingenuamente ontologici: l’umanità di Cristo è spinta da una tale forza interiore, da una tale irriducibile sete di sapere e di verificare il sapere, senza timore per nessuno scandalo e nessuna contraddizione, che per essa la metafora “divina” è ai limiti della metaforicità, fino a essere idealmente una realtà. Inoltre per me la bellezza è sempre una “bellezza” morale, ma questa bellezza giunge sempre a noi mediata: attraverso la poesia, o la filosofia, o la pratica. Il solo caso di “bellezza morale” non mediata, ma immediata, allo stato puro, io l’ho sperimentata nel Vangelo».

C’è sempre, in Pasolini, questa ferita: un’implicazione personale con le cose, fino al midollo di sé; e un senso d’incompiuto che quasi lo perseguita: come una fame - una solitudine: «Manca sempre qualcosa, c’è un vuoto / in ogni mio intuire. Ed è volgare, / questo non essere completo, è volgare, / mai fu così volgare come in questa ansia, / questo «non avere Cristo» - una faccia / che sia strumento di un lavoro non tutto / perduto nel puro intuire in solitudine...». «Tutto è pronto per me», constata, «ma manca qualcosa» (Poesia in forma di rosa, 1964).

Negli anni Settanta, Pasolini avvia una collaborazione da editorialista per il Corriere della Sera. Inizia qui la sua nota battaglia di denuncia del nuovo “potere”. In cosa consiste questo nuovo potere? Lo riassume bene Massimo Borghesi nella video-intervista realizzata per la mostra: «Desacralizzazione. E uno dei sintomi di questa desacralizzazione è la scomparsa della felicità. Solitudine e infelicità». Eppure, si chiede, Pasolini, «non è la felicità che conta? Non è per la felicità che si fa la rivoluzione?». Sempre in quegli anni, polemizzava con Italo Calvino: «Che cos’è infatti che rende attuabili - in concreto, nei gesti, nell’esecuzione - le stragi politiche dopo che sono state concepite? Che cos’è che rende attuabili le atroci imprese di quel fenomeno imponente che è la nuova criminalità? È terribilmente ovvio: il considerare la vita degli altri un nulla e il proprio cuore nient’altro che un muscolo. Al contrario di Calvino, io dunque penso che non bisogna più avere paura di non screditare abbastanza il sacro o di avere un cuore» (Scritti corsari).

Il suo omicidio, le cui circostanze non sono ancora state del tutto chiarite, la notte del 2 novembre 1975, ha dato modo a tanti di inquadrare Pasolini come un autore “scomodo”, avversario dei “potenti”. Ma la radice del suo genio è più profonda. Come dice Giulio Sapelli nella bella video-intervista presente in mostra, la grandezza di Pasolini sta nell’essere «un uomo che ha sempre pensato alle cose senza mai pensare alle conseguenze. È questo che deve fare un intellettuale: non può vivere da cinico, dev’essere un uomo libero. Lui ha vissuto sempre da uomo libero».
Questa mostra è un tentativo di mettere lo sguardo dentro questa libertà. Una libertà che dà scandalo, e che ancora ci ferisce; la libertà di avere un cuore vivo, di una domanda di senso che coincide con il suo stesso essere umano: «C’è una grande Verità / ed è la sua ansia che non mi ha fatto dormire, / come un santo».


"Pasolini, il poeta che sfidò il nulla"
Mostra realizzata dal Centro Culturale di Milano con la collaborazione della Fondazione Ente Spettacolo.

Lactoferrina: una risposta al Covid?

 Lactoferrina: una risposta al Covid?

Il Covid va combattuto con tutte le armi possibili, perché sarà un virus sempre presente nella popolazione. La sua presenza però non ci deve far perdere la consapevolezza che è “solo un virus” come molti altri, con una bassa incidenza di patogenicità.

Ciò però non deve far pensare che non dia problematiche. Anzi, quando esprime la sua aggressività (nei soggetti con pluripatologie), determina molti complessi sintomi che se non controllati possono portare a gravità estreme. Ma questo solo in una minima percentuale. Non sappiamo quale sia questa percentuale ed è per questo che saper usare più strategie per combatterlo è molto importante. Fra le varie sostanze naturali abbiamo conosciuto la Polidatina, l’idrossiclorochina ed ora probabilmente anche la lactoferrina.

La lactoferrina è una molecola naturale che attraverso il latte materno arriva al nascituro. La sua principale funzione è di colonizzare le mucose nel bambino così da renderlo più protetto. La Lactoferrina è la principale difesa per le infezioni batteriche e virali nei bambini perché è in grado di stimolare in questi una risposta innata. Questo dato è conosciuto da molto tempo ed è uno dei motivi per cui si cerca di far allattare al seno per più tempo possibile. I maggiori studiosi di questa molecola sono da sempre i colleghi giapponesi, perché hanno notato che questa molecola difende e protegge la mucosa dell’intestino dagli insulti infiammatori e da modificazioni di carattere displastico-neoplastico.

Fra le azioni principali però abbiamo anche quella antibatterica, ed in particolare contro l’Helicobacter Pylori. Questo batterio flagellato è causa di infezioni gastriche molto aggressive che possono portare a gastriti erosive, ulcere gastriche finanche a neoplasia gastrica. Non ultima la azione antivirale con protezione del fegato per le epatiti e delle vie respiratorie per le mucositi da virus respiratori.

E’ chiaro quindi che lo studio che hanno svolto i colleghi di Tor Vergata e della Sapienza, che hanno evidenziato come la lactoferrina possa essere una possibile risposta al Covid, rientra nel novero della grande plasticità di questa molecola naturale che oltre ad essere una proteina con caratteristiche nutritive, ha anche la capacità di promuovere molteplici azioni difensive nel bambino indifeso.

La Lactoferrina

La lactoferrina è presente in varie secrezioni mucose, come lacrime e saliva. E’ un antiossidante potente che ha anche delle proprietà immunostimolanti, antivirali e antimicrobiche rimarchevoli e incomparabili. Nelle persone sane, la lactoferrina è concentrata a livello degli orifici corporei (bocca, naso, occhi) che protegge dalle infezioni.

Più abbondante nel colostro rispetto al latte di transizione e di mantenimento, la lactoferrina è inoltre tipica dei granulociti neutrofili, cellule immunitarie con funzioni di difesa da infezioni batteriche e fungine.

Le proprietà antimicrobiche della lactoferrina sono principalmente dovute alla capacità di legare il ferro, mezzo essenziale per riprodursi e crescere: in presenza di lactoferrina, il ferro viene sottratto al metabolismo di quelle specie batteriche- come l’Escherichia coli – che dipendono da esso per la propria moltiplicazione e adesione alla mucosa intestinale (effetto batteriostatico) ha inoltre un’azione antibatterica diretta (battericida), grazie alla capacità di ledere gli strati più esterni della membrana cellulare (LPS) di alcune specie batteriche GRAM negative.

L’effetto antivirale della lactoferrina è in relazione alla sua capacità di legarsi ai glicosamminoglicani della membrana plasmatica, prevenendo l’ingresso del virus, bloccando la replicazione e l’infezione sul nascere; tale meccanismo è apparso efficace contro l’Herpes Simplex, i citomegalovirus, e l’HIV. Importante attività è che sezioni speciali di molecole lactoferrina sono essi stessi direttamente tossici per i batteri, lieviti e muffe.

Legandosi al ferro privandolo anche del mezzo essenziale per riprodursi e crescere: in presenza di lactoferina, i batteri patogeni sono fortemente inibiti anzi eliminati.

Ha delle proprietà antibatteriche dirette (su Escherichia coli, la salmonella, lo stafilococco aureo), antifungine (su Candida albicans) e anche antivirali, perché stimola naturalmente la crescita dei bifidobatteri, delle cellule morte naturalmente (natural killer cells) e l’attività dei neutrofili. Questa tripla azione della lattoferina fa di questo composto rimarchevole una parte essenziale di tutto il programma di sostegno immunitario.

Stimola la crescita della « buona » flora intestinale;

ha una attività antiossidante diretta;

partecipa al controllo dei danni cellulari associati all’invecchiamento.

Si trova soprattutto nei prodotti delle ghiandole esocrine situate nei sistemi digerente, respiratorio e riproduttivo, suggerendo un ruolo nel settore non-specifico di difesa contro agenti patogeni invasori. Inoltre, diversi ruoli fisiologici sono stati attribuiti a LF, vale a dire regolazione dell’omeostasi del ferro, della difesa dell’ospite contro infezioni e infiammazioni, regolazione della crescita cellulare e la differenziazione e la protezione contro lo sviluppo del cancro e delle metastasi.

Questi risultati hanno suggerito la LF come grande potenziale uso terapeutico nella prevenzione delle malattie di cancro e / o trattamento, vale a dire come agente chemiopreventivo.  Questa analisi riguarda i recenti progressi nella comprensione dei meccanismi alla base del ruolo multifunzionale della LF e le prospettive future sulle sue potenziali applicazioni terapeutiche.

Citochine, risposte coordinate

La lactoferrina è una sostanza appartenente ad una famiglia di sostanze chiamate citochine.

Le citochine sono responsabili del coordinamento della risposta immunitaria cellulare umana che ci protegge dalla maggior parte delle infezioni ed anche dai tumori. La lactoferrina coordina la risposta immunitaria cellulare umana coinvolta in diverse funzioni immunoregolatrici, associate a risposte contro agenti infettivi e infiammatori quale la sintesi in vitro degli anticorpi, la produzione di citochine, i fenomeni di citotossicità degli NK, l’attivazione del complemento e la proliferazione dei linfociti.

Una riduzione di produzione di citochine può portare ad un deficit di sistema immunitario e un eccesso di citochine è in grado di creare un eccesso di risposta immunitaria attiva. La lactoferrina opera una regolazione della risposta immunitaria cellulare a vari livelli. Negli individui sani la lactoferrina è un front-line sistema difensivo che protegge le nostre aperture del corpo, come gli occhi, bocca, naso e di altri orifizi da invasione infettive.

Un secondo aspetto della lactoferrina è la sua capacità unica di legarsi al ferro, un minerale essenziale utilizzato da una vasta gamma di agenti patogeni e tumori per la riproduzione e la crescita.

La lactoferrina può legarsi con il ferro e renderlo indisponibile per i batteri o per le cellule cancerose, provocando una situazione di malnutrizione e la fame in modo efficace sia per i batteri che in nei tumori.

Up-regolazione immunitaria funzione

Più di recente un articolo ha mostrato un caso in cui la lactoferrina è stata utilizzata nel trattamento del mesotelioma, un tipo di cancro al polmone associato con l’amianto. L’articolo riportava che il paziente aveva assunto semplicemente lactoferrina, vitamina C ed altri integratori riportando non solo benefici ma sensibile miglioramento della patologia, soprattutto quando era aggiunto lattoferrina al programma.

Il risultato finale è stato un recupero abbastanza completo da un tipo di cancro che è estremamente virulenta. In linea di massima la lactoferrina è una componente molto ragionevole e importante della immunoterapia.

Individui malati di cancro sono quasi uniformemente immunodepressi e, purtroppo, la terapia convenzionale del cancro non tende a prestare molta attenzione al miglioramento della funzione immunitaria. In realtà, le terapie del cancro più tradizionali danno immunosoppressione a loro volta.

L’importanza della lactoferrina e altre sostanze come up-regolazione della risposta immunitaria in questa malattia molto pericolosa non è comunemente valutata.

Una delle cose che dovrebbe essere fatta è quella di combinare la terapia convenzionale con immunomodulatori e supplementi nutrizionali. Organizzando un programma completo attorno a ciascun individuo con specifiche esigenze, su misura per la loro malattia e il tipo di terapia convenzionale, abbiamo ottenuto risultati che sono stati valutati molto incoraggianti.

Lactoferrina e prevenzione

Nel campo della prevenzione la lactoferrina sta riscuotendo notevoli successi. Un esempio è stato lo studio effettuato in Giappone dalla Divisione di Patologia Sperimentale del National Cancer Center Research Institute di Tokio

In questi studi sperimentali, la lactoferrina bovina (BLF), è stata trovata capace di inibire significativamente i tumori del colon, dell’esofago, del polmone, della vescica e la cancerogenesi nei ratti, quando somministrata per via orale. Inoltre, la somministrazione concomitante con agenti cancerogeni ha provocato una inibizione della carcinogenesi del colon, forse dalla soppressione della fase I enzimi, come il citocromo P450 1A2 (CYP1A2), che è preferenzialmente indotta da sostanze cancerogene amine eterocicliche.

Ha la capacità di potenziamento delle attività dei loro omologhi di fase II, come il glutatione S-transferasi, e potrebbe avere svolto un ruolo critico nella fase di post-soppressione in uno studio di carcinogenesi della lingua.

Effetti anti-metastatici sono stati inoltre rilevati quando BLF è stata data oralmente ai topi recanti carcinoma del colon altamente metastatico, con evidente influenza miglioramento in materia di immunità locale e sistemica.

E’ stato trovato notevole aumento del numero di T citotossici e delle cellule NK a livello della mucosa del piccolo intestino e le cellule del sangue periferico, questo a sua volta, ha fatto aumentare la produzione di interleuchina 18 (IL-18) e caspasi-1 nelle cellule epiteliali della l’intestino tenue, con possibile conseguente induzione di interferone (IFN)-gamma cellule positive. Inoltre, BLF si è mostrata capace di esercitare azione anti-virus dell’epatite C (HCV) in uno studio preliminare di clinica in pazienti con epatite cronica attiva, dato che questo virus, è il principale fattore causale nello sviluppo del carcinoma epatocellulare nei giapponesi.

Più ampi studi clinici sono attualmente in corso nella National Cancer Center Hospital e di altri istituti di esplorare ulteriormente il potenziale di prevenzione contro la carcinogenesi del colon.

In questo studio viene mostrato l’efficacia della lactoferrina umana ricombinante (rhLF) orale in modelli di tumori multipli sia in mono e terapia di combinazione.  In primo luogo è stato dimostrato che dosi farmacologiche di rhLF orale aumentano la IL-18 nell’intestino (775%, P <0,0001) e nel siero (132%, P = 0.0007). La IL-18, una citochina immunostimolante Th1 è nota per migliorare la citotossicità cellulo-mediata immunitario e inibire l’angiogenesi. RhLF orale (1000 mg / kg bid x 8 giorni) ha inibito la crescita tumorale 80%, superiore alla inibizione intratumorale segnalata in precedenza.

Sia come monoterapia che in combinazione con cisplatino (5 mg / kg), una terapia standard per il tumore del polmone, RhLF ha dato un miglioramento dose-dipendente dell’attività cisplatino (400 mg / kg) inibendo la crescita tumorale del 90% rispetto al placebo e 83% rispetto al solo cisplatino (P <0,05).

Diversi regimi di associazione diverse sono stati sottoposti a test per valutare i programmi di trattamento alternativo per la sperimentazione clinica. (table) RhLF mostra la promessa come un sicuro e ben tollerato antagonista del cancro. Orale rhLF è attualmente in studi clinici con la chemioterapia in tumori solidi resistenti alla singola terapia. Gli studi clinici di rhLF in combinazione con la chemioterapia nel NSCLC e pazienti affetti da cancro del colon sono in fase avanzata di studio.

Questa analisi riguarda i recenti progressi nella comprensione dei meccanismi alla base del ruolo multifunzionale della LF e le prospettive future sulle sue potenziali applicazioni terapeutiche.

La lactoferrina, una proteina multifunzionale che rappresenta la nuova frontiera nella stimolazione del sistema immunitario contro cancro, infezioni, asma e allergie.

domenica 13 settembre 2020

tatiana puskin

 XLIII 


“A quel tempo ero più giovane

E, chissà, anche più buona;

E vi amavo, Onegin; ma

Che risposta ebbe il mio amore?

Che trovai nel vostro cuore?

Solo la severità.


A voi non diceva nulla

Una povera fanciulla

Che v’amava... Oddio! E a me, ancora,

Mi si gela il sangue addosso,

Quando penso al vostro sguardo

Freddo, al vostro predicozzo...

Non v’accuso: in quel terribile

Momento siete stato

Galantuomo voi con me,


Giusto: e io con tutta l’anima

Ve ne son riconoscente...

XLIV

“Non vi piacqui, allora, vero?

In quell’eremo, lontano

Dalla vana folla... E dunque,

Perché ora m’assillate?

Che cos’è che v’interessa?

Non sarà forse che adesso

Nel gran mondo ho da apparire?

Perché sono ricca e nobile?

Perché è invalido di guerra

Mio marito, e perciò siamo

Benvoluti dalla Corte?

Non sarà forse che ora

La mia onta, risaputa,

Vi darebbe in società

Gloria e fama a volontà?

XLV

“Piango... se la vostra Tania

Non avete ancor scordato,

Io preferirei, sappiatelo,

Stesse a me poter decidere,

Villanie da voi, sarcasmi,

Un severo, aspro rimprovero,

A un amore che m’offende

Coi suoi pianti e le sue lettere. 279

Dei miei sogni di fanciulla

Pietà almeno aveste allora,

E rispetto dell’età...

E ora? Cos’è che vi porta

Ai miei piedi? Che miseria!

Come può una mente, un cuore

Come il vostro essere schiavo

D’un volgare sentimento?

XLVI

“A me, Onegin, cosa importa,

Questo lusso, questo falso

Oro d’una vita odiosa,

Il successo nel bel mondo,

La gran villa e le serate?

Se potessi darei indietro

Tutta questa paccottiglia,

Questo sfarzo, chiasso e fumo,

Per dei libri su una mensola,

Il giardino incolto, il povero

Nostro alloggio; per quei posti

Dove per la prima volta

Ho incontrato voi, Onegin...

E lo spoglio cimitero

Dove croce e fronde vegliano

Sulla mia povera njanja..

XLVII

Potevamo esser felici...

Per un nulla... così è andata.

Forse, ho agito da sventata.

Ma mia madre mi pregava

Fra le lacrime, insisteva;

Per la povera Tatiana

Tutto, ormai, era lo stesso...

Mi sposai. E ora, vi prego,

Mi dovete lasciar stare.

Sì, lo so, siete orgoglioso,

Ed è onesto il vostro cuore.

V’amo, non lo negherò,

Ma m’han data a un altro, e sempre

Io fedele a lui sarò.”

mercoledì 9 settembre 2020

 MARIA FIDA MORO 

in un suo splendido pensiero sul COVID

***


La figlia di Aldo Moro scrive:


“Insomma credete davvero che siamo tutti stupidi?! 

L’allerta permanente, alla lunga, ottiene l’effetto contrario come nella famosa storia di “Al lupo, al lupo”. 

La sicurezza non esiste, a nessun livello ed a nessun titolo, e, cionondimeno, è necessario vivere, lavorare, andare a scuola, fare le cose di tutti i giorni, viaggiare, riposarsi. Non si sentono altro che numeri che si contraddicono e che sono anche molto noiosi. 

Mentre “giocate” ai bollettini, la vita continua senza di voi. 

Ogni giorno che passa restate più indietro.  

Siete terrorizzati dalla vita della quale la morte fa parte integrante. 

E non c’è cura, non c’è vaccino, non perché non ci sia vaccino, ma perché risolto un problema se ne presenta subito un altro. 

La vita è in divenire e ci mette alla prova di continuo. Bisogna imparare ad esistere in pace ad a convivere anche con le cose brutte. 

Dobbiamo darci pace altrimenti la nostra non sarà mai vita, ma puro terrore.

Lasciate che i ragazzi vadano a scuola in un modo possibile. 

Lasciate che loro ed anche noi respiriamo ossigeno e non anidride carbonica. 

La vita si cura da sé: lo fa da millenni

Ricordate che la vita avanza verso la vita

e non, come tendiamo a pensare noi, 

verso un oscuro oblio. 

Nella nostra epoca - cosiddetta civile - manca la cultura della Morte, 

che è solo un momento di passaggio verso uno straordinario meglio che noi non possiamo nemmeno immaginare perché siamo limitati dal gioco di ruolo che stiamo vivendo qui. 

Se solo ricordassimo un barlume della magnificenza che ci attende andremmo via subito. Per favore restiamo fermi solo un attimo a respirare lentamente ad a guardaci intorno. 

La bellezza ci parla di amore, di gioia e di verità. Vi sarà capitato di vedere dormire un neonato serafico, al sicuro da tutto, al suo posto nel cosmo. 

Noi ci agitiamo ed invece dovremmo rallentare. L’eternità è. Non va e viene: è il nostro destino cosmico - nessuno può togliercela - l’eternità è, da sempre e per sempre, ed in questo preciso momento qui, noi siamo insieme con lei in tutte le cose. 

Gocce di mare, granelli di sabbia, alte montagne, piccoli fiori delicati, galassie sconfinate. 

Se il nostro destino è l’Eterno cosa volete che ci faccia un virus che peraltro ha un posto ed una funzione a sua volta nel creato? 

Noi siamo qui per uno scopo ben preciso, sperimentare e scegliere, dopo molti tentativi ed errori, l’AMORE dal quale proveniamo e che tutto tiene insieme. 

Il nostro destino non è la sofferenza 

né la morte, bensì luce risplendente 

e gioia senza fine. 

Non ci lasciamo rinchiudere in un bozzolo di numeri lasciamo invece che la gioia “la più alta espressione della vita stessa” sia dovunque e per tutti. 

Noi, Gaia, il Covid, il clima, le donnole, gli opossum ed i cristalli di rocca, i guerriglieri, gli afroamericani, i malati siamo uno e stiamo giocando insieme al gioco della vita che ci riporta come un fiume, ansa dopo ansa all’iridescente meraviglia dalla quale proveniamo ed alla quale faremo ritorno ineluttabilmente.”


MARIA FIDA MORO

lunedì 7 settembre 2020

bisogna essere fedeli a Cristo

 

 bisogna essere fedeli a Cristo

***

…Dicevo che bisogna essere fedeli a Cristo. Mi spiego meglio. Voi non capite che si può essere atei, si può non sapere se Dio esista e per che cosa, e nello stesso tempo sapere che l’uomo non vive nella natura, ma nella storia, e che, nella concezione che oggi se ne ha, essa è stata fondata da Cristo, e che il Vangelo ne è fondamento. Ma che cos’è la storia? E’ un dar principio a lavori secolari per riuscire a poco a poco a risolvere il mistero della morte e a vincerla un giorno. Per questo si scoprono l’infinito matematico e le onde elettromagnetiche, per questo si scrivono sinfonie, ma non si può progredire in tale direzione senza una certa spinta. Per scoperte del genere occorre un’attrezzatura spirituale, e in questo senso, i dati sono già tutti nel Vangelo. Eccoli. In primo luogo, l’amore per il prossimo, questa forma suprema dell’energia vivente, che riempie il cuore dell’uomo ed esige di espandersi e di essere spesa. Poi, i principali elementi costitutivi dell’uomo d’oggi, senza i quali l’uomo non è pensabile, e cioè l’idea della libera individualità e della vita come sacrificio. 

Tenete conto che oggi ciò è ancora straordinariamente nuovo. Gli antichi non avevano storia in questo senso. C’era allora la ferocia laida e sanguinaria dei Caligola butterati dal vaiolo, i quali non sospettavano neanche quanto sia mediocre chiunque asservisca un altro. C’era la pomposa morta eternità dei monumenti di bronzo e delle colonne marmoree. Solo dopo Cristo i secoli e le generazioni hanno potuto respirare liberamente. Solo dopo di lui è cominciata la vita nella posterità e l’uomo non muore più per strada, ma in casa sua, dedito lui stesso a questa impresa…” 

  • Il Dottor Živago, Borìs Pasternak

sabato 5 settembre 2020

Senza Dio, siamo troppo poveri per aiutare i poveri"

 Senza Dio, siamo troppo poveri per aiutare i poveri"

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«Telefonai alla Casa Generalizia delle Suore Missionarie della Carità per poter incontrare Madre Teresa di Calcutta, ma la risposta fu categorica: “Non è possibile incontrare la Madre; i suoi impegni non lo permettono”. Ci andai lo stesso. La suora che venne ad aprirmi mi chiese gentilmente: “Che desidera?”. “Vorrei soltanto incontrare Madre Teresa per qualche istante”. Sorpresa, la suora rispose: “Mi dispiace, non è possibile!”. Non mi spostai e feci capire alla suora che non me ne sarei andato senza aver incontrato Madre Teresa. La suora allora si allontanò per qualche minuto e tornò in compagnia di Madre Teresa... Ebbi un sussulto e rimasi senza fiato:  La Madre mi fece sedere in una piccola stanza vicina alla cappella. Nell'attesa, mi ero un po’ ripreso e quindi riuscii a dire: “Madre, sono un giovane prete: sono i miei primi passi! Sono venuto per chiederle di accompagnarmi con la sua preghiera”. La Madre mi guardò con tenerezza e dolcezza e poi, sorridendo, mi rispose: “Prego sempre per i sacerdoti. Pregherò anche per te”. Poi mi donò una delle medaglie miracolose di Maria Immacolata, la mise nelle mie mani e mi chiese: “Quante ore preghi al giorno?”. Io rimasi un po’ imbarazzato e sorpreso e poi, cercando di ricomporre i miei pensieri, risposi: “Madre, celebro ogni giorno la Santa Messa, recito ogni giorno il breviario; sa, in questo momento, è un atto eroico (eravamo nel 1969)! Recito anche ogni giorno il Rosario e lo faccio volentieri perchè l’ho imparato da mia madre”. Madre Teresa strinse nelle sue mani rugose la corona del rosario che portava sempre con sé. Poi mi fissò con i suoi occhi pieni di Luce e di amore e mi disse: "Non basta, figlio mio! Nell'amore non si può vivere al minimo indispensabile. L’amore esige il massimo!”. Non compresi subito le parole di Madre Teresa e, quasi per giustificarmi, risposi: “Madre, da lei mi aspettavo che mi chiedesse: quanta carità fai?”. All'improvviso il volto di Madre Teresa era ritornato molto serio e disse con una voce decisa: “E tu credi che potrei fare la carità se non chiedessi ogni giorno a Gesù di riempire il mio cuore d'amore? Credi che potrei andare per le strade a cercare i poveri se Gesù non mi comunicasse il fuoco del suo amore alla mia anima. In quel momento mi sono sentito molto piccolo. .. Ho guardato Madre Teresa con grande ammirazione e con il desiderio sincero di entrare nel mistero della sua anima così ripiena della presenza di Dio. Scandendo bene ciascuna parola, aggiunse: Leggi il Vangelo: Gesù per la preghiera sacrificava anche la carità“! E sai perché? Per insegnarci che, senza Dio, siamo troppo poveri per aiutare i poveri!”. In quell'epoca si vedevano tanti sacerdoti e tanti religiosi abbandonare la preghiera per impegnarsi -come dicevano loro- nel campo sociale. Le parole di Madre  Teresa mi sono sembrate un raggio di sole, per cui ripetevo lentamente nel mio foro interno: “Senza Dio, siamo troppo poveri per aiutare i poveri"


(Card. A. Comastri)

Quercitina e SARS-Cov2

 Quercitina e SARS-Cov2

Dr.Stefano Manera


Uno studio internazionale a cui partecipa il Cnr, ha scoperto che la cara vecchia quercetina funge da inibitore specifico per il virus responsabile del Covid-19, mostrando un effetto destabilizzante sulla 3CLpro, una delle proteine fondamentali per la replicazione del virus. 

Lo studio è pubblicato sull'International Journal of Biological Macromolecules.

L’attenzione di tutto il mondo è in questo momento proiettata verso la ricerca di un rimedio farmacologico per combattere il coronavirus SARS-CoV-2, responsabile del Covid-19. 

Lo sviluppo di farmaci antivirali specifici per il Coronavirus è dunque un grosso filone di ricerca per risolvere la pandemia di Covid-19.

In questo contesto si inserisce la nuova scoperta che dimostra che la quercetina, una molecola di origine naturale, funziona da inibitore specifico per SARS-CoV-2. 

Questa molecola ha un effetto destabilizzante su 3CLpro, una delle principali proteine del virus, fondamentale per il suo sviluppo e il cui blocco dell’attività enzimatica risulta letale per SARS-CoV-2. 

Il risultato è frutto del lavoro di ricerca condotto da Bruno Rizzuti del CNR di Cosenza con un gruppo di ricercatori di Zaragoza e Madrid ed è stato pubblicato sull'International Journal of Biological Macromolecules.


“Le simulazioni al calcolatore hanno dimostrato che la quercetina si lega esattamente nel sito attivo della proteina 3CLpro, impedendole di svolgere correttamente la sua funzione”, afferma Rizzuti, autore della parte computazionale dello studio. 

“Già al momento questa molecola è alla pari dei migliori antivirali a disposizione contro il coronavirus, nessuno dei quali è tuttavia approvato come farmaco. 

La quercetina ha una serie di proprietà originali e interessanti dal punto di vista farmacologico: è presente in abbondanza in vegetali comuni come:


il cappero; 

il levistico;

l'uva rossa e il vino rosso;

la cipolla rossa;

il tè verde;

il mirtillo;

la mela;

la propoli;

il sedano.


Esistono poi innumerevoli e ottimi integratori di quercitina ad alta biodisponibilità che regolarmente prescrivo ai miei pazienti.

La quercitina è nota inoltre per le sue proprietà anti-ossidanti, anti-infiammatorie, anti-allergiche, anti-proliferative


Sono note anche le sue proprietà farmacocinetiche ed è ottimamente tollerata dall’uomo”. 


Inoltre la quercetina può essere facilmente modificata per sviluppare una molecola di sintesi ancora più potente, grazie alle piccole dimensioni e ai particolari gruppi funzionali presenti nella sua struttura chimica. 

Poiché non può essere brevettata, chiunque può usarla come punto di partenza per nuove ricerche. 


“La parte più interessante di questo lavoro è lo screening sperimentale eseguito su 150 composti, grazie a cui la quercetina è stata individuata come molecola attiva su 3CLpro”, conclude Adrian Velazquez-Campoy dell’Università di Zaragoza, che ha diretto il gruppo di ricerca e ha già lavorato alla ricerca di farmaci inibitori della proteina per il virus SARS originario che causò l’epidemia del 2003. 

“La quercetina riduce l’attività enzimatica di 3CLpro grazie al suo effetto destabilizzante sulla proteina. 

I farmaci saranno necessari per le persone già infette e per chi non può o non vuole essere vaccinato. 

La ricerca di nuove molecole mira quindi a somministrare una combinazione di differenti composti, per minimizzare la resistenza ai farmaci e lo sviluppo di nuovi ceppi virali”. 


https://www.cnr.it/it/comunicato-stampa/9620/la-molecola-di-origine-naturale-che-inibisce-sars-cov-2?utm_source=Newsletter&utm_campaign=4a9b5b49a4-EMAIL_CAMPAIGN_2020_09_04_03_23&utm_medium=email&utm_term=0_94e56e804f-4a9b5b49a4-129800520

venerdì 4 settembre 2020

 «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). Nessun altro nome oggi qui ci raduna; nessuno dei vari nomi che a turno brillano per qualche tempo nella vicenda umana, e poi irrimediabilmente si spengono: noi siamo qui convocati dal nome del Figlio di Dio e dalla sua croce. Perciò ci è data questa consolante certezza: il Signore Gesù, che vive e vince e regna su tutte le vicissitudini della storia, è qui con noi. 

Non siamo schierati a favore di niente, che non sia il Vangelo di Cristo per la salvezza e la liberazione dell’uomo; soprattutto non siamo schierati contro nessuno, che non sia il demonio col suo instancabile magistero di menzogna e di morte. Se restiamo riuniti nel nome di Cristo, non siamo mai soli, non siamo mai creature senza difesa di fronte alla impietosa cecità del caso. 

Chi sa di avere con sé il Redentore del mondo e decide di stare dalla sua parte, è dalla parte dell’ultimo vincitore. Senza dubbio è uno strano vincitore, che sembra sempre sconfitto: sembra sconfitto quando i suoi piccoli fratelli vengono oppressi e uccisi; sembra sconfitto quando la voce della sua Chiesa (che è la sua voce) è soffocata dal prepotere degli avversi clamori; sembra sconfitto quando il suo annuncio di vita deve cedere di fronte alle prevaricazioni legalizzate dell’egoismo. Ma alla fine la vittoria sarà sua, e di coloro che non l’avranno mai rinnegato. (9 settembre 1990, rovine della Chiesa di Santa Maria di Casaglia, Omelia per il pellegrinaggio a Monte Sole).

Perché resto nella Chiesa?

 Perché resto nella Chiesa?

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Marco Tosatti

Carissimi Stilumcuriali, un amico del nostro sito, Antonio Cafazzo, ha trovato su un sito spagnolo, e l’ha tradotto, questo documento di Joseph Ratzinger, giovane teologo, qualche anno dopo il Concilio Vaticano II. Lo ringraziamo per la fortunata scoperta, e il suo lavoro, e pensiamo che sia interessante leggerlo oggi, scoprendo come già cinquant’anni fa confusione, turbamenti e perplessità non mancassero. Buona lettura. 

§§§

Perché resto nella Chiesa?

 

Oggi ci sono molte ragioni opposte per non rimanere nella Chiesa. Sono tentati di voltare le spalle alla Chiesa non solo quelli a cui la fede appare troppo retrograda, troppo medievale, troppo ostile al mondo e alla vita, ma anche chi ha amato l’immagine storica della Chiesa, la sua liturgia, la sua indipendenza dalle mode passeggere, il riflesso dell’eterno visibile sul suo volto. Costoro hanno l’impressione che la Chiesa stia per tradire la sua specificità, per vendersi alla moda del tempo e quindi perdere la sua anima. Sono disillusi come l’amante tradito e quindi pensano seriamente di voltargli le spalle.

D’altra parte, ci sono anche motivi contraddittori per rimanere nella Chiesa.

Vi rimangono non solo coloro che credono fermamente nella loro missione o che non vogliono abbandonare una vecchia e amata usanza anche se ne fanno poco uso, ma soprattutto e specialmente coloro che rifiutano tutta la sua realtà storica e lottano apertamente contro i contenuti che i loro ministri cercano di dare e conservare. Nonostante vogliano eliminare ciò che la Chiesa era ed è, non cercano di uscire da essa, perché sperano di trasformarla in ciò che pensano dovrebbe essere.

 

1- Riflessioni preliminari sulla situazione della Chiesa.

 

Confusione.

La Chiesa si trova in una situazione di confusione, in cui i motivi pro o contro non solo si mescolano nel modo più strano, ma sembra impossibile raggiungere un’intesa. La diffidenza regna soprattutto perché la permanenza nella Chiesa non ha più il carattere chiaro e inequivocabile che aveva una volta e nessuno crede nella sincerità degli altri.

Le parole piene di speranza di Romano Guardini del 1921 – “è iniziato un evento di grande importanza: la Chiesa si sta risvegliando nelle anime” – appaiono anacronistiche. Oggi, al contrario, la frase dovrebbe essere cambiata in: “è iniziato un evento di grande importanza: la Chiesa si spegne nelle anime e si disintegra nelle comunità”. In mezzo a un mondo che tende all’unità, la Chiesa è dispersa in risentimenti nazionalistici, nell’esaltazione di ciò che è suo e nella denigrazione di ciò che non lo è. Tra i difensori della laicità e la reazione di chi è troppo attaccato al passato e all’esterno, tra il disprezzo della tradizione e l’esagerata fedeltà alla lettera, non sembra esserci possibilità di equilibrio; l’opinione pubblica assegna inesorabilmente a ciascuno il proprio posto; ha bisogno di posizioni chiare e precise e non può intrattenere alcun tipo di sfumatura: chi non è a favore del progresso è contrario; o si è conservatori o progressisti.

Grazie a Dio, la realtà è diversa: tra questi due estremi ci sono anche oggi credenti silenziosi e quasi senza voce, che in tutta semplicità compiono la vera missione della Chiesa anche in questo momento di confusione: l’adorazione e la pazienza nella vita quotidiana, la parola di Dio. Ma nell’immagine che si ha della Chiesa questi non hanno posto; quella vera Chiesa non è visibile, ma è profondamente nascosta dalle manovre degli uomini.

Questo dà una prima indicazione del contesto in cui si pone la domanda: perché rimango nella Chiesa?

Per dare una risposta adeguata dobbiamo prima analizzare quel contesto, in cui la parola “oggi” entra a pieno titolo nell’argomento, e poi approfondire le ragioni della situazione attuale.

Come è stato possibile raggiungere una situazione così strana di confusione nel momento in cui ci si aspettava una nuova Pentecoste? Come è stato possibile che proprio quando il Concilio sembrava raccogliere i frutti maturi degli ultimi decenni, questa pienezza abbia improvvisamente lasciato il posto a un vuoto sconcertante? Cosa è successo perché dal grande impulso verso l’unità sia emersa la disintegrazione?

Vorrei cercare di rispondere utilizzando un confronto che possa farci scoprire qual’è il nostro compito e, allo stesso tempo, dare un’idea delle ragioni che rendono possibile un sì o un no.

Sembra che nel nostro sforzo di raggiungere una comprensione della Chiesa, seguendo le orme del Concilio che ha lottato così duramente per essa, siamo diventati così vicini alla Chiesa che non siamo più in grado di vederla nel suo insieme; come se i primi edifici ci impedissero di vedere la città e i primi alberi ci impedissero di abbracciare con lo sguardo l’intera foresta. La situazione alla quale la scienza ci ha portato rispetto a molti aspetti della realtà, si ripete ora anche con la Chiesa. Vediamo i dettagli così da vicino e minuziosamente che non siamo in grado di contemplare il tutto. Quello che abbiamo guadagnato in precisione l’abbiamo perso nella verità.

 

Quando guardiamo un pezzo di albero al microscopio, ciò che vediamo è indubbiamente esatto, ma la verità potrebbe essere nascosta se dimentichiamo che un dettaglio non è solo un dettaglio, ma che esiste in un insieme, che, sebbene non visibile al microscopio, è ugualmente vero, anche più vero del dettaglio preso isolatamente.

 

Riforme.

Ma mettiamo da parte i paragoni. La prospettiva contemporanea ha determinato la nostra visione della Chiesa, tanto che oggi vediamo la Chiesa praticamente solo dal punto di vista dell’efficacia, preoccupati di scoprire cosa possiamo far con lei. I prolungati sforzi per riformare la Chiesa ci hanno fatto dimenticare tutto il resto.

Per noi oggi non è altro che un’organizzazione che può essere trasformata e il nostro grande problema è determinare quali cambiamenti la renderanno “più efficace” per i particolari obiettivi che ciascuno propone.

 

Mettendo le cose in questo modo, il concetto di riforma ha subito una profonda degenerazione nella coscienza collettiva privandolo del suo nucleo centrale. La riforma, infatti, nel suo significato originario, è un processo spirituale, totalmente vicino a un cambiamento di vita e di conversione, che entra pienamente nel cuore del fenomeno cristiano: solo attraverso la conversione si diventa cristiani; questo vale sia per la propria vita che per la storia di tutta la Chiesa. Vive come Chiesa nella misura in cui rinnova incessantemente la sua conversione al Signore, evitando di chiudersi in se stessa e nei suoi costumi più cari, così facilmente in contrasto con la verità.

Quando la Riforma si sradica da questo contesto, dallo sforzo e dal desiderio di conversione, quando la salvezza è attesa solo dal cambiamento degli altri, dalla trasformazione delle strutture, da forme sempre nuove di adattamento ai tempi, forse si raggiunge una certa utilità immediata per il momento, ma nel complesso la Riforma diventa una caricatura di se stessa, capace di cambiare solo le realtà secondarie e meno importanti della Chiesa.

Non sorprende, quindi, che la Chiesa stessa appaia alla fine come qualcosa di secondario. Tutto ciò ci aiuta a comprendere il paradosso che nasce dai tentativi di rinnovamento che sono caratteristici del nostro tempo: gli sforzi per ammorbidire la rigidità delle strutture, per correggere le forme dell’apparato ecclesiastico che hanno avuto origine nel Medioevo o ancor più nei tempi dell’assolutismo, per liberare la Chiesa da tali interferenze e per consentirle di servire in modo più semplice e conforme allo spirito del Vangelo, hanno infatti portato a una sopravvalutazione dell’elemento istituzionale della Chiesa che non ha precedenti nella sua storia.

Le istituzioni e gli apparati ecclesiastici sono certamente oggetto di critiche radicali come mai prima d’ora, ma assorbono anche l’attenzione con un’esclusività più accentuata di prima, tanto che per molti la Chiesa si riduce a questa realtà istituzionale. La questione della Chiesa si pone in termini di organizzazione. Non si vuole che un meccanismo così ben organizzato non abbia successo, ma si ritiene per molti versi inadeguato a raggiungere gli obiettivi che gli sono stati assegnati.

Dietro a tutto questo c’è il problema centrale della crisi della fede. Con il suo raggio d’azione la Chiesa esercita la sua influenza sociologicamente al di fuori della cerchia dei suoi fedeli, e l’istituzionalizzazione di questa falsa situazione la allontana profondamente dalla sua vera natura. La pubblicità derivata dal Concilio e la prospettiva di un possibile riavvicinamento tra credenti e non credenti, che ha dato fatalmente l’impressione di realtà, ha radicalizzato al massimo questa alienazione.

Molte volte il Concilio è stato applaudito anche da coloro che non intendevano diventare credenti nel senso della tradizione cristiana, ma che hanno accolto questo “progresso” della Chiesa come una conferma delle proprie scelte e dei percorsi da loro intrapresi.

Allo stesso tempo bisogna riconoscere che all’interno della Chiesa la fede è entrata in una fase agitata di effervescenza. Il problema della mediazione storica pone l’antico credo in una luce incerta e ambigua, con la quale le verità perdono i loro contorni; d’altra parte, le obiezioni delle scienze naturali e ancor più della concezione moderna del mondo animano questo processo. I limiti tra l’interpretazione e la negazione delle principali verità diventano sempre più difficili da riconoscere.

Ad esempio, cosa significa veramente “risorto dai morti”? Chi sono quelli che credono, interpretano o negano? E mentre si discutono i limiti dell’interpretazione, il volto di Dio diventa sempre più offuscato. La “morte di Dio” è un processo del tutto reale, che si installa oggi nel cuore stesso della Chiesa. Dio muore nel cristianesimo, così sembra. Infatti, dove la Risurrezione passa da evento di una missione vivida a immagine obsoleta, Dio non agisce più. Ma Dio agisce davvero? Questa è la domanda che sorge immediatamente. Ma può esserci qualcuno così reazionario da accettare letteralmente l’affermazione “è risorto”?

In questo modo, ciò che per uno è solo progresso, è per un altro incredulità e ciò che prima era inconcepibile, oggi è qualcosa di normale; persone che molto tempo fa avevano abbandonato il credo della Chiesa, si considerano in buona fede come autentici cristiani progressisti. Secondo loro l’unico criterio per giudicare la Chiesa è la sua efficienza.

Ciò che resta da stabilire, tuttavia, è quale sia la vera efficienza e per quali scopi debba essere utilizzata: per criticare la società, per aiutare lo sviluppo, per incoraggiare la rivoluzione, o forse per le celebrazioni della comunità? In ogni caso dobbiamo partire dalle fondamenta, perché inizialmente la Chiesa non è stata progettata per questo e infatti nella sua forma attuale non è preparata per questi obiettivi.

 

E così il disagio aumenta sia nei credenti che nei non credenti. Il diritto di cittadinanza che l’incredulità ha acquisito nella Chiesa rende la situazione sempre più insopportabile per entrambi. Particolarmente tragico è il fatto che tutto ciò ha posto il programma di riforma in una straordinaria ambiguità e per molti irrisolvibile.

Naturalmente, si può obiettare che non tutto il panorama si presenta con tali nubi nere. Negli ultimi anni sono nate e maturate molte realtà positive che non è giusto mettere a tacere: la nuova liturgia più accessibile alla gente, la sensibilità ai problemi sociali, una migliore comprensione tra i cristiani separati, meno paura per una falsa concezione letterale della fede e molte altre cose.

Questo è certamente vero e non può essere minimizzato; ma non riflette esattamente l’atmosfera generale della Chiesa. Al contrario, anche tutto questo è stato inficiato dall’ambiguità dovuta alla scomparsa dei confini precisi tra fede e incredulità. Solo all’inizio sembrava che la conseguenza di questa scomparsa potesse essere considerata come qualcosa di liberatorio. Oggi è chiaro che da un tale processo, nonostante tutti i segni di speranza, invece di una Chiesa moderna ne è emersa una profondamente lacerata e problematica.

Dobbiamo ammetterlo senza restrizioni: il Vaticano I aveva descritto la Chiesa come il signum levatum in nationes, come lo stendardo escatologico visibile da lontano che convocava e riuniva gli uomini. Secondo il Concilio del 1870, era il segno atteso da Isaia (11, 12), il segno che anche da lontano tutti potevano riconoscere e che indicava chiaramente tutta la strada da percorrere. Con la sua meravigliosa propagazione, la sua eminente santità, la sua fecondità per tutto ciò che è stato buono e la sua profonda stabilità, ha rappresentato il vero miracolo del cristianesimo, la migliore prova della sua credibilità di fronte alla storia (1).

Oggi sembra vero il contrario: non una comunità meravigliosamente diffusa, ma un’associazione stagnante, che non è riuscita a superare i confini dello spirito europeo e medievale; non più una profonda santità, ma un insieme di debolezze umane, una storia vergognosa e umiliante, in cui non sono mancati gli scandali, dalla persecuzione degli eretici e dai processi alle streghe, dalla persecuzione degli ebrei e dal servilismo delle coscienze all’autodogmatismo e alla resistenza alle prove scientifiche, cosicché chi appartiene a quella storia non può che coprirsi vergognosamente il volto; in conclusione non più una stabilità indistruttibile, ma la condiscendenza verso tutte le correnti della storia, verso il colonialismo, il nazionalismo e recentemente i tentativi di fare pace con il marxismo e persino di identificarsi con esso…

In questo modo la Chiesa non appare più come il segno che invita alla fede, ma proprio come il principale ostacolo alla sua accettazione. Dà l’impressione che la vera teologia consista solo nell’eliminare i predicati teologici della Chiesa, per considerarla e trattarla sotto un aspetto puramente politico. Non è più vista come una realtà di fede, ma come un’organizzazione di credenti, puramente casuale e poco accessibile, che deve essere rimodellata al più presto secondo i più moderni criteri della sociologia.

“La fiducia è bene, il controllo è meglio”, tale è lo slogan che dopo tante delusioni si preferisce adottare in relazione alla struttura ecclesiastica. Il principio sacramentale non è più sufficientemente chiaro, solo il controllo democratico appare degno di fede (2): insomma, lo Spirito Santo è totalmente ineffabile. Chi non ha paura di guardare al passato sa bene che le umiliazioni della storia derivano proprio dal fatto che in un dato momento l’uomo ha pensato di dover assumere il pieno potere e considerare come unica vera realtà solo le proprie imprese.

 

2- La natura della Chiesa simbolizzata in un’immagine

Una Chiesa che contro tutta la sua storia e la sua natura è considerata solo da un punto di vista politico, non ha senso e la decisione di rimanervi, se è puramente politica, non è leale, anche se si presenta come tale. Data la situazione attuale, come si può giustificare il fatto di rimanere nella Chiesa? In altre parole: l’opzione per la Chiesa, per avere un senso, deve essere spirituale, ma su cosa può basarsi un’opzione spirituale?

 

Vorrei dare una prima risposta usando un’immagine e tornare poi ai termini che abbiamo usato all’inizio per descrivere la situazione. Abbiamo detto che nei nostri studi siamo diventati così vicini alla Chiesa che non siamo in grado di vederla nel suo insieme. Approfondiremo questo pensiero prendendo un’immagine con cui i padri hanno alimentato la loro meditazione simbolica sul mondo e sulla Chiesa. I Padri dicevano che nel mondo cosmico la luna era l’immagine di ciò che la Chiesa rappresentava per la salvezza del mondo spirituale.

Hanno così ripreso un antico simbolismo costantemente presente nella storia delle religioni – i padri non hanno mai parlato di “teologia delle religioni”, ma l’hanno attuata concretamente – in cui la luna era il simbolo della fertilità e della fragilità, della morte e della caducità delle cose, ma anche della speranza nella rinascita e nella resurrezione, era l’immagine “patetica e al tempo stesso consolante” (3) dell’esistenza umana.

Simbolismo lunare e tellurico sono spesso mescolati. Con la sua transitività e la sua ricomparsa la luna rappresenta il mondo degli uomini, il mondo terreno caratterizzato dal bisogno di ricevere e dalla sua miseria, e che ottiene la propria fertilità da un altro, cioè dal sole. In questo modo il simbolismo diventa simbolo dell’uomo e della natura umana, come si manifesta nella donna che concepisce ed è feconda in virtù del seme che riceve.

I Padri hanno applicato il simbolismo della luna alla Chiesa principalmente per due motivi: per il rapporto luna-donna (madre) e per il fatto che la luna non ha una luce propria, ma la riceve dal sole, senza il quale sarebbe una completa oscurità. La luna splende, ma la sua luce non è la sua, ma quella di qualcun altro (4). È buio e luce allo stesso tempo. Sebbene sia l’oscurità stessa, essa dà luce in virtù di un altro da cui riflette la luce.

Proprio per questo simboleggia la Chiesa, che brilla anche se è oscura in se stessa; non è luminosa in virtù della sua luce, ma del vero sole, Gesù Cristo, così che essendo solo terra – la luna è anche solo un’altra terra – è in grado di illuminare la notte della nostra lontananza da Dio: “la luna racconta il mistero di Cristo” (5).

Ma non dobbiamo forzare i simboli; la loro efficacia sta nell’immediatezza plastica che non può essere inquadrata in schemi logici. Tuttavia, in quest’epoca di viaggi lunari, appare spontaneo approfondire questo confronto che, confrontando il pensiero fisico con quello simbolico, evidenzia meglio la nostra specifica situazione rispetto alla realtà della Chiesa. La sonda lunare e gli astronauti scoprono la luna solo come una steppa rocciosa e desertica, come montagne e sabbia, non come luce. E infatti la luna è essa stessa e di per sé solo deserto, sabbia e rocce. Tuttavia, anche se non da essa, da un altro e in funzione di un altro, è anche luce e come tale rimane anche nel tempo del volo spaziale. È ciò che non è in sé. Ma questo altro, che non è proprio, è anche la sua realtà. Esiste una verità fisica e una verità simbolico-poetica che non si escludono a vicenda.

Questo è il momento di porsi la domanda: non è questa un’immagine esatta della Chiesa? Chi la esplora e la scava con la sonda, come la luna, scoprirà solo deserto, sabbia e pietre, le debolezze dell’uomo e della sua storia attraverso la polvere, i deserti e le montagne. Tutto questo è suo, ma la sua realtà specifica non è ancora rappresentata. Il fatto decisivo è che, pur essendo solo sabbia e rocce, è anche luce in virtù di un altro, del Signore: ciò che non è suo è veramente suo, la sua realtà più profonda, anzi la sua natura è proprio quella di non valere in sé ma solo per ciò che non è suo; esiste in un continuo non-proprio; ha una luce che non è sua e che tuttavia costituisce tutta la sua essenza. È luna -mysterium luna – e come tale interessa i credenti perché proprio in questo modo richiede una costante scelta spirituale.

Poiché il significato contenuto in questa immagine mi sembra di importanza decisiva, prima di tradurlo in affermazioni di principio, preferisco chiarirlo meglio con un’altra osservazione.

Dopo l’uso della propria lingua nella liturgia della Messa, prima dell’ultima riforma, ho sempre trovato una difficoltà con un testo che ho trovato illuminante per quello che stiamo trattando. Nella traduzione del suscipiat si dice: “Che il Signore riceva questo sacrificio dalle tue mani… per il nostro bene e quello di tutta la sua santa Chiesa”. Sono sempre stato tentato di dire “e quella di tutta la nostra santa Chiesa”.

L’intero problema e il cambiamento portato in quest’ultimo periodo riappare qui. Al posto della “sua” Chiesa abbiamo messo la nostra, e con essa migliaia di chiese, ognuno la sua. Le chiese sono diventate le nostre imprese, di cui siamo orgogliosi o ci vergogniamo, piccole e innumerevoli proprietà private, affiancate, chiese solamente nostre, il nostro lavoro e le nostre proprietà, che conserviamo o trasformiamo a nostro piacimento. Dietro “la nostra Chiesa” o anche “la vostra Chiesa”, “la sua Chiesa” è scomparsa. Ma questo è l’unico che conta davvero; se non esiste più, anche la “nostra” Chiesa deve scomparire. Se fosse solo nostra, la Chiesa sarebbe un castello nella sabbia.

3- Perché resto nella Chiesa?

Implicita in questo è la risposta alla domanda che ci siamo posti all’inizio: sono nella Chiesa perché credo che oggi, come ieri, e indipendentemente da noi, dietro la “nostra Chiesa” viva la “sua Chiesa” e non posso essergli vicino se non rimanendo nella sua Chiesa. Sono nella Chiesa perché nonostante tutto credo che non sia fondamentalmente nostra ma “sua”.

 

I-NO-SI:

In termini molto concreti: è la Chiesa che, nonostante tutte le debolezze umane che esistono in essa, ci dà Gesù Cristo; solo attraverso di essa posso riceverlo come una realtà viva e potente che mi interpella qui e ora.

Henri De Lubac ha espresso questa verità in questo modo: “Anche coloro che la disprezzano (la Chiesa), se ammettono ancora Gesù, sanno da chi lo ricevono? … Gesù è vivo per noi. Ma in mezzo a quali sabbie mobili si sarebbero persi la sua memoria e il suo nome, la sua influenza vivente, l’azione del suo Vangelo e la fede nella sua persona divina, senza la continuità visibile della sua Chiesa … “. Senza la Chiesa, Cristo evapora, si sgretola, si annulla. E l’umanità cosa sarebbe se privata di Cristo?” (6)

Il primo e più elementare principio che dobbiamo stabilire è che qualunque sia il grado di infedeltà della Chiesa, così come è vero che la Chiesa ha un continuo bisogno di confrontarsi con Cristo, così è anche vero che tra Cristo e la Chiesa non c’è un contrasto decisivo. Attraverso la Chiesa Egli, superando le distanze della storia, diventa vivo, ci parla e rimane in mezzo a noi come maestro e Signore, come fratello che ci riunisce in fratellanza. Dandoci Gesù Cristo, rendendolo vivo e presente in mezzo a noi, rigenerandolo continuamente nella fede e nella preghiera degli uomini, la Chiesa dà all’umanità una luce, un sostegno e una norma senza la quale non potremmo comprendere il mondo. Chi desidera la presenza di Cristo nell’umanità non può trovarla contro la Chiesa, ma solo in essa.

Tutto questo ci porta alla conclusione che se sono nella Chiesa è per le stesse ragioni, perché sono cristiano. Non si può credere da soli. La fede è possibile solo nella comunione con gli altri credenti. La fede per sua stessa natura è una forza che unisce. Il suo vero modello è la realtà della Pentecoste, il miracolo della comprensione che si instaura tra uomini di origini e storia diverse. Questa fede è o ecclesiale o non lo è.

Inoltre, come non si può credere da soli, ma solo in comunione con gli altri, così non si può avere fede per propria iniziativa o invenzione, ma solo se c’è qualcuno che mi comunica questa capacità, che non è in mio potere ma mi precede e mi trascende. Una fede che fosse il frutto della mia invenzione sarebbe una contraddizione in termini, perché potrebbe dirmi e garantirmi solo ciò che già sono e so, ma non potrebbe mai andare oltre i limiti del mio io. Ecco perché una Chiesa, una comunità che si è fatta da sé, fondata solo sulla grazia stessa, sarebbe una contraddizione in termini. La fede esige una comunità che sia potente e superiore a me e non una mia creazione o lo strumento dei miei desideri.

Tutto questo può essere formulato anche da un punto di vista più storico: o Gesù era un essere superiore all’uomo, dotato di un potere che non era frutto della sua volontà, ma capace di estendersi a tutti i secoli, oppure non aveva tale potere e non poteva quindi lasciarlo in eredità ad altri. In tal caso io sarei arbitro delle mie ricostruzioni mentali e lui non sarebbe altro che un grande fondatore, che si rende presente attraverso un pensiero rinnovato. Se invece Gesù è qualcosa di più, non dipende dalle mie ricostruzioni mentali, ma il suo potere è valido ancora oggi.

Ma torniamo al pensiero precedente secondo il quale si può essere cristiani solo all’interno della Chiesa, non fuori e non accanto ad essa. Non temiamo di porci in tutta obiettività questa dolorosa domanda: cosa sarebbe il mondo senza Cristo, senza un Dio che parla e si manifesta, che conosce l’uomo e che l’uomo può conoscere?

La risposta è data in modo chiaro e nitido da coloro che con grande tenacia cercano di costruire efficacemente un mondo senza Dio. I loro sforzi si riducono a un assurdo esperimento, senza prospettive e senza criteri di azione. Anche se nella sua lunga storia il cristianesimo ha fallito concretamente – e ha sempre fallito in modo sconcertante – nell’annunciare il messaggio in esso contenuto, non ha mai smesso di proclamare i criteri di giustizia e di amore, spesso contro la Chiesa stessa e mai senza il potere segreto che in essa si deposita.

In altre parole: resto nella Chiesa perché credo che la fede, realizzabile solo in essa e mai contro di essa, sia una vera necessità per l’uomo e per il mondo. Il mondo vive di fede anche dove non la condivide. Infatti, dove non c’è più Dio – e un Dio che tace non è Dio – non c’è nemmeno la verità, che è anteriore al mondo e all’uomo. Ma in un mondo senza verità non si può vivere a lungo. Dove si rinuncia alla verità, si continua a vivere perché la verità non si è ancora completamente spenta, così come la luce del sole continua a splendere per qualche tempo, prima che la notte chiusa copra il mondo.

 

Tentativi falliti

Lo stesso pensiero può essere espresso in un altro modo: io resto nella Chiesa perché solo la fede della Chiesa salva l’uomo. Può sembrare una frase molto tradizionale, dogmatica e irrealistica, ma invece è totalmente oggettiva e realistica. Nel nostro mondo pieno di inibizioni e frustrazioni il desiderio di salvezza è riapparso in tutta la sua primordiale veemenza. Gli sforzi di Freud e di C.G. Jung non sono altro che tentativi di salvare coloro che non si sentono redenti.

Partendo da altre premesse, Marcuse, Adorno, Habermas, continuano a cercare e annunciare la salvezza a modo loro. Anche il problema di Marx è fondamentalmente un problema di salvezza. Più l’uomo diventa libero, più luminoso e più potente, più il desiderio di salvezza lo tormenterà e più sarà schiavo. Marx, Freud, Marcuse, hanno tutti in comune la ricerca della salvezza, l’aspirazione verso un mondo senza dolore, malattia e miseria.

Il grande ideale della nostra generazione è una società libera dalla tirannia, dal dolore e dall’ingiustizia; questo è ciò che indicano le turbolente esplosioni dei giovani e il risentimento dei vecchi quando vedono che la tirannia, l’ingiustizia e il dolore continuano come al solito. La lotta contro il dolore e l’ingiustizia nasce da un impulso fondamentalmente cristiano, ma pensare che attraverso le riforme sociali e l’eliminazione del dominio e del sistema giuridico si possa realizzare qui e ora un mondo libero dal dolore è una dottrina sbagliata, profondamente ignorante della natura umana.

In questo mondo il dolore non deriva solo dalla disuguaglianza di ricchezza e di potere. La sofferenza non è l’unico peso che l’uomo deve scaricare dalle sue spalle. Chi la pensa così deve rifugiarsi nel mondo illusorio della droga, per poi ritrovarsi più depresso dopo, in contrasto con la realtà. Solo sopportando se stesso e liberandosi dalla tirannia del proprio egoismo l’uomo trova se stesso, la propria verità, la propria gioia e la propria felicità.

La crisi del nostro tempo dipende soprattutto dal fatto che ci viene fatto credere che è possibile diventare uomini senza autocontrollo, senza la pazienza della rinuncia e la fatica del superamento, che non è necessario il sacrificio di mantenere gli impegni assunti, né lo sforzo di soffrire con pazienza la tensione di ciò che si dovrebbe essere e di ciò che si è realmente.

Un uomo che viene privato di ogni fatica e trasportato nella terra promessa dei suoi sogni perde la sua autenticità e la sua autostima. In realtà, l’uomo si salva solo attraverso la croce e l’accettazione delle proprie sofferenze e delle sofferenze del mondo, che trovano il loro significato liberatorio nella passione di Dio. Solo così l’uomo diventerà libero. Tutte le altre offerte ad un prezzo migliore sono destinate a fallire. La speranza del cristianesimo e il destino della fede dipendono da qualcosa di molto semplice, dalla sua capacità di dire la verità. La sorte della fede è la sorte della verità; essa può essere oscurata e calpestata, ma mai distrutta.

 

Siamo arrivati all’ultimo punto. Un uomo vede solo fintanto che ama. Certamente c’è anche la chiaroveggenza della negazione e dell’odio. Ma possono vedere solo ciò che è alla loro portata, cioè ciò che è negativo. Senza dubbio possono preservare l’amore da una cecità che gli fa dimenticare i suoi limiti e i pericoli che corre, ma non sono in grado di costruire qualcosa di positivo. Senza una certa dose di amore non si trova nulla.

 

Chi non si impegna un po’ a vivere l’esperienza di fede e l’esperienza della Chiesa e non si assume il rischio di guardarla con occhi d’amore, non scoprirà altro che delusioni. Il rischio dell’amore è una condizione preliminare per arrivare alla fede. Chi osa rischiare non ha bisogno di nascondere nessuna delle debolezze della Chiesa, perché scopre che la Chiesa non si riduce solo ad esse; scopre che, insieme alla storia degli scandali, c’è anche la storia di una fede forte e intrepida, che ha portato frutti nei secoli in grandi figure come Agostino, Francesco d’Assisi, il domenicano Bartolomé de las Casas con la sua appassionata lotta per gli indiani, Vincenzo de Paoli, Giovanni XXIII.

Chi affronta questo rischio d’amore scopre che la Chiesa ha proiettato nella storia un tale fascio di luce che non può essere spento. Anche la bellezza che nasce sotto l’impulso del suo messaggio, e che vediamo espressa ancora oggi in opere d’arte incomparabili, diventa per lui una testimonianza di verità: ciò che si traduce in espressioni così nobili non può essere solo oscurità.

La bellezza delle grandi cattedrali, la bellezza della musica nata dal calore della fede, la magnificenza della liturgia ecclesiastica, soprattutto la realtà della festa che uno da solo non può fare ma solo accogliere (7), l’organizzazione dell’anno liturgico, in cui ieri e oggi, tempo ed eternità, si fondono in un tutto, tutte queste cose non sono, a mio avviso, qualcosa di casuale. La bellezza è la radiosità della verità, diceva Tommaso d’Aquino, e potremmo aggiungere che l’offesa alla bellezza è l’autoironia della verità perduta. Le espressioni in cui la fede ha saputo darsi nel corso della storia sono testimonianza e conferma della sua verità.

Vorrei comunque aggiungere un’osservazione, anche se può sembrare molto soggettiva. Se si tengono gli occhi aperti, si possono trovare anche oggi persone che sono una testimonianza viva della forza liberatrice della fede cristiana. E non c’è da vergognarsi di essere e rimanere cristiani in virtù di queste persone, che vivendo un cristianesimo autentico, lo rendono degno di fede e di amore.

In definitiva, l’uomo è vittima di un’illusione quando cerca di fare di se stesso una sorta di soggetto trascendentale che considera valido solo ciò che non è fortuito. È certamente un dovere riflettere su tali esperienze, esaminare il loro grado di responsabilità, purificarle e dare loro una nuova pienezza. Ma nel corso di questo necessario processo di oggettivazione, il fatto che il cristianesimo renda le persone più umane nel momento stesso in cui le unisce a Dio non ne costituisce una prova rilevante? Questo elemento soggettivo non è forse anche un fatto oggettivo di cui non dobbiamo vergognarci davanti a nessuno?

Concludiamo con un ultimo pensiero. Quando, come qui, si dice che senza amore non si può vedere e quindi per conoscere la Chiesa è anche necessario amarla, molte persone diventano inquiete. L’amore non è forse il contrario della critica? Non è forse questa la scusa a cui ricorre volentieri chi ha il potere nelle proprie mani per eliminare le critiche e mantenere a proprio favore la situazione di fatto? L’aiuto alle persone viene dato cercando di rassicurarle e di alleviare la realtà, o forse intervenendo a loro favore contro le solite ingiustizie o contro il predominio delle strutture? Si tratta certamente di questioni molto importanti, ma non possiamo affrontarle ora. Una cosa è certa, però, che l’amore non è statico o acritico. L’unica possibilità che abbiamo di cambiare un uomo in modo positivo è amarlo, trasformandolo lentamente da ciò che è in ciò che può essere. Succederà diversamente con la Chiesa?

Basta guardare alla storia recente: durante il rinnovamento liturgico e teologico della prima metà di questo secolo è maturato un vero e proprio movimento di riforma che ha portato a trasformazioni positive. Ciò è stato possibile solo perché gli uomini sono emersi con il dono del discernimento, che hanno amato la Chiesa con cuore attento e vigile, con spirito critico, e disposti a soffrire per lei. Se oggi non siamo in grado di realizzare qualcosa, è perché siamo troppo impegnati ad affermare solo noi stessi. Non varrebbe la pena di rimanere in una Chiesa che, per essere accogliente e degna di essere abitata, ha bisogno di essere fatta da noi; sarebbe una contraddizione in termini.

Rimanere nella Chiesa perché essa stessa è degna di rimanere nel mondo, degna di essere amata e trasformata dall’amore in ciò che dovrebbe essere, è la strada che anche oggi ci insegna la responsabilità della fede.

 

Ratzinger Joseph

 

Note.

1 Denzinger-Schonmetzer, Enchiridion symbolorum, Freiburg 1963, n. 3013 s.

2 Questa esigenza contiene certamente elementi giustificabili e per molti versi coerenti con il carattere sacramentale della gerarchia ecclesiastica. Tutto questo è esposto con la dovuta distinzione e chiarificazione in J. Ratzinger-H. Maier, Democracia en la iglesia, Madrid 1972.

3 M. Eliade, Die Religionen und das Heilige, Salzburg 1954, 215; cf. anche il capítolo «Mond und Mondmystik», 180-216.

4 Cf. H. Rahner, Griechische Mythen in christlicher Deutung, Darmstadt 1957, 200-224; Id., Symbole der Kirche, Salzburg 1964, 89-173. È interessante notare che la scienza antica ha discusso a lungo se la luna avesse o meno una luce propria. I Padri sostennero la tesi negativa, poi comune, e la interpretarono in senso teologico-simbolico (cfr. soprattutto pagina 100).

5 Ambrogio, Exameron IV 8, 23: CSEL 32, 1, página 137, Z 27 s.; H. Rahner, Griechische Mythen, 201.

6 H. de Lubac, Paradoja y misterio de la iglesia, Salamanca 1967, 20 s.; cf. 16 s.

7 Cfr. su questo tema soprattutto J. Pieper, Musse und Kult, Monaco 1948.