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martedì 17 febbraio 2026

Niels Ryberg Finsen, medico danese, la luce

 La Luce Sepolta: Il Nobel di Finsen e il Tradimento della Medicina Moderna


Nel 1904, un raggio di luce squarciò le tenebre della tubercolosi cutanea, illuminando un cammino dimenticato. Niels Ryberg Finsen, medico danese di origini faroesi, ricevette il Premio Nobel per la Medicina non per una pillola o un siero, ma per aver domato la luce ultravioletta (UV) contro il *lupus vulgaris*, una forma devastante di tubercolosi della pelle. Pazienti dati per spacciati dalla medicina convenzionale rinvigorirono sotto i suoi fotodinamometri: lesioni purulente si risanarono, volti deturpati tornarono a splendere. Il Comitato Nobel riconobbe l'elioterapia – la terapia con la luce solare – come pietra miliare scientifica, elevandola a strumento terapeutico ufficiale.


Finsen non inventò la luce; la redisse come archetipo cosmico, eco del *Logos* platonico e del sole gnosticò che genera vita dal caos. Studi clinici del suo Istituto Finsen a Copenaghen dimostrarono tassi di remissione fino all'80% nei casi di lupus, superiori a qualsiasi farmaco dell'epoca. La luce UV stimolava la produzione di vitamina D, modulava il sistema immunitario e distruggeva i micobatteri tubercolari mediante fotossensibilizzazione. Eppure, questa rivelazione – gratuita, abundante, radicata nella natura – fu presto eclissata.


Negli anni '40 e '50, l'ascesa dell'industria farmaceutica trasformò la salute in merce. Penicillina e steroidi promettevano miracoli sintomatici, ma richiedevano produzione di massa e prescrizioni croniche. La luce solare? Un rivale invisibile, privo di brevetti. Associazioni dermatologiche, sostenute da colossi delle creme solari come Procter & Gamble, ribaltarono il paradigma: dal 1950, campagne mediatiche dipinsero il sole come nemico, associandolo a scottature e invecchiamento. Agenzie governative, come la FDA negli USA, amplificarono il messaggio, ignorando evidenze contrarie.


Il culmine arrivò negli anni '80: l'industria solare, valutata miliardi, investì in lobby per legare UV a melanoma cutaneo, minimizzando i benefici. Studi epidemiologici, come quelli del *Journal of Investigative Dermatology* (1980-1990), rivelarono un paradosso: mentre l'uso di creme solari esplodeva, i tassi di cancro alla pelle rimanevano stabili, ma deficit di vitamina D schizzavano, correlati a sclerosi multipla, artrite reumatoide e autoimmunità. La carenza di sole – esito di vite indoor e "protezioni" chimiche – favorì l'epidemia di malattie croniche: dal 1970, incidenza di diabete tipo 2 +300%, osteoporosi +50% nei paesi nordici.


Le scuole di medicina sigillarono il capitolo Finsen. Curriculum dermatologici insegnano "sole = rischio", non prescrizione elio-terapeutica. Ricerche recenti, come meta-analisi su *The Lancet* (2023), confermano: esposizione moderata al sole riduce mortalità cardiovascolare del 20-30% via ossido nitrico e vitamina D3. Eppure, il paradigma persiste: farmaci immunosoppressori per autoimmunità generano mercati da 100 miliardi annui; la luce, gratuita, non crea "clienti a vita".


Segui i fili economici, e il velo si squarcia. La luce incarna il *Pleroma* gnostico, pienezza divina accessibile a tutti; il farmaceutico, demiurgico, fabbrica ombre per profitto. Finsen ci rammenta: la guarigione non è monopolio sintetico, ma ritorno al sole – principio alchemico che trasmuta malattia in vitalità.


Riscopriamola: 15-20 minuti di esposizione midday, senza bruciature, per nordici e mediterranei. Studi su PubMed (es. "Sunlight and Vitamin D", 2024) validano protocolli integrativi contro tubercolosi resistente e long-COVID. La luce non è nemica; è eredità Nobel sepolta, pronta a risorgere.


Dott. GiovanniTurchetti PT DO ND

il volto della Sindone e quello di Manoppello

 STUDI SCIENTIFICI DIMOSTRANO CHE IL VOLTO SANTO DI MANOPPELLO E' L'IMMAGINE DI GESU' APPENA RISORTO!!! 


Da 400 anni, nel santuario abruzzese di Manoppello (in provincia di Pescara e nella diocesi di Chieti), si venera un velo sul quale è impresso il volto di Gesù Cristo, con gli occhi aperti e con i segni della passione. 


Il Volto Santo é un velo tenue, i fili orizzontali del tessuto sono ondeggianti e di semplice struttura, l'ordito e la trama si intrecciano nella forma di una normale tessitura.


Le misure del panno sono 17 x 24 cm. é l'immagine di un viso maschile con i capelli lunghi e la barba divisa a bande.


Caso unico al mondo in cui l'immagine è visibile identicamente da ambedue le parti.


Le tonalità del colore sono sul marrone, le labbra sono di colore leggermente rosse, sembrano annullare ogni aspetto materiale.


Non sono riscontrabili residui o pigmenti di colore.


Un giornalista tedesco fece arrivare a Roma dalla Sardegna Chiara Vigo, una delle ultime donne al mondo che sull'isola di Sant'Antioco ancora tesse l'antichissimo tessuto di bisso sul quale è impressa l'immagine di Cristo. Il bisso è stato ritrovato nelle tombe dei faraoni egiziani e di esso si parla anche in molti passi della Bibbia. Condotta l'esperta tessitrice davanti alla reliquia, il giornalista tedesco ha registrato la meraviglia della donna nel constatare l'autenticità del tessuto. «Mio Dio, è davvero bisso, è impossibile! Il bisso non si lascia dipingere», ha esclamato stupita Chiara Vigo. 


Dopo la visita del papa Benedetto XVI a Manoppello avvenuta nelll’estate del 2006, in molti si lanciarono nel pubblicizzare la reliquia riproducente il volto di Gesù conservata nella basilica come l’immagine reale di Gesù risorto. Se la Sindone era l’immagine acheropita del Messia nel sudario successiva alla Passione, la reliquia conservata nella provincia abruzzese di Chieti rappresentava la prova della sua resurrezione, avendo questa gli occhi aperti e le labbra dischiuse, in un oggetto che per molti studiosi è, come la Sindone, cioè non dipinto da mani umane. 


STUDI SCIENTIFICI 


in Germania una giovane religiosa, Suor Blandina Paschalis Schloemer, che era molto devota del volto della Sindone e, sentendo che si parlava di una reliquia che poteva mostrare il volto di Gesù vivo, fu incuriosita, e fece questa riflessione: “Se questa reliquia rappresenta veramente il volto di Gesù, questo volto deve essere uguale a quello della Sindone” Prese l’immagine stampata nel giornale, un’immagine in bianco e nere, e la incollò al muro della sua cella. Ci incollò accanto l’immagine del volto della Sindone, e ogni giorno stava ore ed ore a guardare. Osservava ogni dettaglio confrontandolo sulle due immagini. Il suo “osservare” non era solo suggerito da una curiosità fredda, ma era una specie di preghiera, di contemplazione. Cercava il volto del suo Signore. Una ricerca amorosa. 


Una ricerca che diventava sempre più appassionata. Suor Blandina cominciò a notare delle somiglianze, delle corrispondenze tra le due immagini. Scrisse al Santuario di Manoppello chiedendo una fotografia del “Volto Santo” più grande e a colori. Ora le somiglianze erano più visibili. <<Cominciai a prendere misure, a fare rapporti di proporzioni>>, mi ha raccontato Suor Blandina. <<Scoprii che l'al­tezza e la larghezza del volto hanno le stesse misure. L' indice morfologico risulta identico in tutte e due le immagini. Mi sono soffermata sulle ecchimosi, gli edemi, le ferite della fronte, quella del setto nasale, i grumi di san­gue coagulato negli strati profondi della pelle, trovando che sono nelle stesse posizioni sia nel Velo di Manoppello che nella Sindone. 


Realizzai dei lucidi delle due immagini e, soprapponendoli, trovai che combaciavano perfettamente. Continuai in queste mie osservazioni e meditazioni per una quindicina d’anni. Scrissi a celebri studiosi della Sindone parlando del Volto di Manoppello che non conoscevano e rivelando le scoperte che avevo fatto. Fui impertinente, insistente, ossessiva. Finalmente qualcuno cominciò a prendermi in considerazione. Studiosi importanti andarono a Manoppello, osservarono la reliquia, iniziarono ricerche, scrissero articoli scientifici, libri importanti e oggi l’interesse per questo Volto di Gesù è veramente molto forte. Il primo studioso di fama che ascoltò le indicazioni di Suor Blandina e cominciò a interessarsi del “Volto Santo” fu Padre Heinrich Pfeiffer, gesuita, docente di Storia dell’Arte Cristiana presso l’Università Gregoriana di Roma e membro della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa. Egli fece approfondite ricerche storiche, ricostruendo i percorsi della reliquia di Manoppello, dimostrando che era conosciuta e venerata fin dai primi tempi della Chiesa.


Il secondo studioso che prese a cuore la vicenda è stato il professor Padre Andreas Resch, religioso redentorista, due lauree, una lunga e applaudita carriera di ricercatore e di docente universitario, fondatore dell’Istituto scientifico “Imago Mundi”, che ha sede a Innsbruck ed è ritenuto il più prestigioso laboratorio di ricerche sulla fenomenologia delle zone di frontiera della scienza. Il professor Resch, dopo aver esaminato il lavoro compiuto da Suor Blandina, si è recato a Manoppello dove ha compiuto ricerche meticolose direttamente sulla reliquia. Ha poi elaborato i dati al computer, confrontandoli con quelli del Volto della Sindone. Le sue conclusioni, che ha esposto in un importante studio scientifico, sono sconvolgenti.  


Lui stesso me le ha sintetizzate nei seguenti cinque punti: 


Primo: tra il volto della Sindone e quello di Manoppello vi sono corrispondenze del cento per cento. Quindi, le somiglianze non sono una coincidenza.


Secondo: il volto della Sindone e quello del Velo appartengono alla stessa persona.


Terzo: nessuna di queste immagini è stata creata da mano umana.


Quarto: la loro formazione indicherebbe un qualche processo fotochimico.


Quinto: l’origine delle due immagini e le loro corrispondenze è da definire umanamente inspiegabile.


Si tratta di conclusioni che fanno venire i brividi. E sono conclusioni certe, scientifiche, inoppugnabili, che documentano una realtà che non è di questo mondo. Si potrebbe concludere dicendo che ormai vi è la certezza che il “Volto Santo” di Manoppello sia la vera fotografia di Gesù al momento della risurrezione. Un regalo che, insieme all’immagine della Sindone, egli ha voluto lasciare all’umanità.  


MA IL VANGELO E' CHIARO!!! 


Giovanni 20,1 -10 - Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». Uscì allora Simon Pietro insieme all'altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò.


Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. 8 Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.  


 


PREGHIERA AL VOLTO SANTO DI SANTA TERESA DEL BAMBINO GESU'


O Gesù, che nella tua crudele Passione divenisti «l'obbrobrio degli uomini e l'uomo dei dolori», io venero il tuo Volto divino, sul quale splendevano altra volta la bellezza e la dolcezza della divinità e che ora è divenuto per me come il volto di un lebbroso!


Ma io riconosco sotto quei tratti sfigurati il tuo infinito amore, e mi consumo dal desiderio di amarti e di farti amare da tutti gli uomini.


Le lagrime che sgorgano con tanta abbondanza dagli occhi tuoi mi appaiono come perle preziose, che mi è caro raccogliere, per riscattare col loro infinito valore le anime dei poveri peccatori.


O Gesù, il cui Volto adorabile rapisce il mio cuore, ti supplico d'imprimere in me la tua somiglianza divina, e d'infiammarmi del tuo amore, affinché possa giungere a contemplare in cielo il tuo Volto glorioso. Amen

domenica 15 febbraio 2026

legge di Wolf


La legge di Julius Wolff, conosciuta semplicemente come legge di Wolff, è un principio fondamentale dell'ortopedia e della biomeccanica che descrive la capacità dell'osso di adattarsi ai carichi meccanici a cui è sottoposto 

In parole semplici, l'osso è un tessuto dinamico che si modifica continuamente. Se il carico aumenta, l'osso si rinforza; se diminuisce, si indebolisce. Questo concetto è spesso riassunto con il detto "usalo o lo perdi" -4.

Origine e Definizione

La legge prende il nome dal chirurgo e anatomista tedesco Julius Wolff (1836-1902) , che la formulò nel suo libro del 1892, "Das Gesetz der Transformation der Knochen" (La legge della trasformazione delle ossa) -1-7. Wolff basò le sue teorie sugli studi del fisiologo Georg Meyer e del力学 (lìxué, meccanico) Carl Culmann, applicando metodi di analisi strutturale all'anatomia -9.

La definizione classica della legge afferma che ogni cambiamento nella funzione di un osso, o anche solo nella sua sollecitazione, è seguito da cambiamenti precisi nella sua architettura interna (struttura spugnosa) e nella sua forma esterna (strato corticale), secondo leggi matematiche -5-7.

Il Meccanismo Biologico: Il Rimodellamento Osseo

Il processo attraverso cui l'osso si adatta è chiamato rimodellamento osseo e avviene tramite un meccanismo chiamato meccanotrasduzione -4-6-10.

Rilevazione dello stimolo: Le cellule principali in questo processo sono gli osteociti, considerati i meccanosensori dell'osso. Quando l'osso viene caricato, i fluidi al suo interno si muovono, generando forze di taglio che vengono percepite dagli osteociti -6-10.

• Segnalazione: Gli osteociti trasformano questo segnale meccanico in segnali biochimici, comunicando con le altre cellule ossee -4-6.

• Risposta cellulare:

• In  -6-10.

• In aree di scarso carico, vengono attivati gli osteoclasti, le cellule che riassorbono e rimuovono il tessuto osseo, rendendo l'osso più debole e leggero -10.

Esempi Pratici e Applicazioni Cliniche

La legge di Wolff ha numerose applicazioni pratiche e spiega molti fenomeni quotidiani e clinici:

• Atleti: Le ossa del braccio dominante di un tennista o di un lanciatore sono più forti e dense rispetto a quelle dell'altro braccio a causa dello stress meccanico ripetuto -10.

• Astronauti: In condizioni di microgravità, le ossa non sono soggette al carico terrestre e vanno incontro a una rapida perdita di densità (osteopenia), con un rischio maggiore di fratture al ritorno sulla Terra -9-10.

• Riabilitazione e Fratture: La legge di Wolff è alla base della riabilitazione post-frattura. Un carico controllato e progressivo sull'osso in guarigione stimola la formazione di callo osseo e un recupero più rapido ed efficace rispetto all'immobilità totale -4-5.

• Osteoporosi: La perdita di massa ossea tipica dell'osteoporosi è aggravata dalla mancanza di attività fisica. Esercizi con carico (come camminare, correre o ballare) sono fondamentali per rallentare questo processo, sfruttando la legge di Wolff per stimolare la densità ossea -4.

• Protesi e Impianti: Il fenomeno del "stress shielding" (schermatura dallo stress) si verifica quando un impianto, come una protesi d'anca, è molto più rigido dell'osso circostante. L'impianto "porta" tutto il carico, "schermando" l'osso che, non essendo più sollecitato, tende a riassorbirsi e indebolirsi nel tempo -10.

Evoluzione del Concetto

Sebbene la legge di Wolff rimanga un pilastro della medicina, la scienza moderna ne ha raffinato la comprensione. Oggi non si pensa che l'osso segua regole matematiche di ottimizzazione, ma piuttosto che esista un processo di regolazione biologica, orchestrato dalle cellule, che porta a una struttura adattata alle richieste meccaniche per garantire la sopravvivenza dell'organismo -2. Studi più recenti, come quelli di Harold Frost con il suo "meccanostato", hanno ulteriormente dettagliato come l'osso risponda a diversi livelli di carico -8-10.

In sintesi, la legge di Wolff spiega la straordinaria capacità del nostro scheletro di adattarsi all'ambiente fisico, un principio che ha implicazioni dirette sulla salute delle ossa, lo sport e la pratica

sabato 14 febbraio 2026

la malaria e l’Artemisia annua.

 Ha sfogliato un libro di sedici secoli prima per fermare una malattia che stava uccidendo nel presente.


Nel 1969 la malaria non era solo una febbre tropicale: era un’arma silenziosa. In Vietnam stava decimando i soldati. Il parassita aveva imparato a resistere alla clorochina, il farmaco più usato. Serviva una soluzione nuova, urgente, concreta.


In Cina, il 23 maggio 1967, fu avviato in segreto il “Progetto 523” per trovare una cura. Due anni dopo, alla guida fu chiamata una farmacologa di trentanove anni: Tu Youyou.


Non era una scienziata famosa. Non aveva un dottorato. Non aveva studiato all’estero. Era nata nel 1930 a Ningbo e da ragazza aveva conosciuto la tubercolosi. Due anni lontana dalla scuola, il peso della malattia sul petto, la paura. Da allora aveva deciso che avrebbe studiato medicina per combattere ciò che consuma il corpo dall’interno.


Al Beijing Medical College si era formata in farmacologia. Sapeva classificare piante, estrarre principi attivi, analizzarne la struttura chimica. Dopo la laurea era entrata all’Accademia di Medicina Tradizionale Cinese, dove aveva imparato anche i fondamenti della medicina classica.


Quando assunse la guida del progetto, oltre 240.000 composti erano già stati testati senza successo. Il tempo stringeva.


Per capire davvero la malattia, Tu partì per l’isola di Hainan, nel sud della Cina, dove la malaria era in piena epidemia. Lasciò la figlia di un anno ai genitori e la maggiore in un asilo. Non le rivedrà per tre anni. Negli ospedali dell’isola osservò febbri altissime, convulsioni, organi che cedono. La malaria non è un numero su un rapporto: è carne che soffre.


Tornata a Pechino, cambiò strategia. Invece di cercare solo tra le molecole sintetiche, decise di guardare indietro. Studiò antichi testi medici, dalle epoche Zhou e Han fino ai compendi della dinastia Qing. In un manuale del IV secolo, attribuito a Ge Hong, trovò un passaggio sulle “febbri intermittenti”. Viene citata una pianta: l’Artemisia annua.


Il team preparò estratti della pianta. I primi risultati furono deludenti. Nulla di stabile, nulla di decisivo. Molti avrebbero archiviato l’idea.


Tu tornò al testo antico. Rilesse una frase: la pianta non deve essere bollita, ma immersa e spremuta a freddo. Capì che il calore poteva distruggere il principio attivo.


Cambiò metodo. Usò un solvente a bassa temperatura.


Questa volta, nei test su topi e scimmie infettati dal parassita della malaria, il risultato fu netto: eliminazione completa.


È il 1971.


Prima di passare ai pazienti, Tu prese una decisione che dice tutto del suo carattere. Si offrì volontaria per assumere il composto. Insieme a due colleghi ingerì la sostanza appena isolata. Nessun effetto tossico grave.


Subito dopo, il trattamento venne somministrato a 21 malati nella provincia di Hainan. Tutti mostrarono un rapido miglioramento. La febbre si abbassò. Il parassita scomparve dal sangue.


Nel 1972 il principio attivo venne isolato in forma pura. Ha un nome: artemisinina.


Per anni la scoperta restò confinata in Cina. Solo nel 1979 i risultati vennero pubblicati in inglese. Nel 1981 Tu presentò i dati a un incontro internazionale a Pechino con esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ci vorrà tempo, ma alla fine le terapie combinate a base di artemisinina diventeranno il trattamento di riferimento contro la malaria.


Milioni di vite verranno salvate.


Nel 2015 arrivò il riconoscimento più alto: il Premio Nobel per la Fisiologia o Medicina. È la prima scienziata della Cina continentale a riceverlo in una disciplina scientifica. Senza dottorato. Senza laurea in medicina. Senza formazione all’estero.


Quando parla del suo lavoro, non usa toni trionfali. Dice che l’artemisinina è un dono della medicina tradizionale cinese al mondo. Sposta l’attenzione sulla squadra, sui testi antichi, sulla continuità tra passato e presente.

E forse è proprio questo il cuore della sua storia: in un laboratorio del Novecento, una scienziata ha ascoltato una voce scritta sedici secoli prima. Non per nostalgia, ma per salvare vite.

A volte il futuro non si inventa. Si riscopre.

mercoledì 11 febbraio 2026

Il cortisolo


Il cortisolo, spesso chiamato "ormone dello stress", agisce come un potente meccanismo di difesa per garantire che il corpo abbia energia a sufficienza nei momenti di necessità. In termini semplici: il cortisolo alza la glicemia.
Lo fa attraverso tre processi principali che coinvolgono il fegato, i muscoli e il tessuto adiposo.
I meccanismi d'azione
Il cortisolo è un ormone iperglicemizzante, il che significa che lavora attivamente per aumentare la concentrazione di glucosio nel sangue attraverso queste strategie:
Gluconeogenesi epatica: È il processo principale. Il cortisolo stimola il fegato a produrre nuovo glucosio a partire da fonti non glucidiche, come gli amminoacidi (derivati dalle proteine) e il glicerolo (derivato dai grassi).
Effetto anti-insulinico: Il cortisolo riduce la sensibilità dei tessuti periferici (soprattutto muscoli e grasso) all'insulina. In pratica, "chiude le porte" delle cellule per impedire loro di assorbire il glucosio, lasciandolo disponibile nel sangue per il cervello e il cuore.
Catabolismo proteico: Stimola la scomposizione delle proteine nei muscoli in amminoacidi, che vengono poi inviati al fegato per essere trasformati in zucchero (il carburante citato sopra).
Il paradosso del cortisolo: Stress vs. Salute
Sebbene questo processo sia vitale in una situazione di emergenza "attacca o fuggi", i problemi sorgono quando lo stress diventa cronico.
SituazioneEffetto sulla GlicemiaConseguenza
Stress Acuto (Breve termine)Aumento rapido e funzionaleEnergia pronta per l'azione.
Stress Cronico (Lungo termine)Iperglicemia persistenteRischio di resistenza all'insulina e diabete di tipo 2.
Nota bene: Un eccesso prolungato di cortisolo (dovuto a stress o farmaci corticosteroidi) non solo alza la glicemia, ma favorisce anche l'accumulo di grasso addominale, poiché l'insulina alta (prodotta per contrastare la glicemia) facilita lo stoccaggio dei grassi in quella zona specifica.
Conclusione
In sintesi, il cortisolo agisce come un "rifornitore d'emergenza": mobilita le riserve interne per assicurarsi che il sangue sia ricco di zucchero. Tuttavia, se questo meccanismo rimane sempre attivo, può mandare in crisi il metabolismo del glucosio.

Cortisolo perché induce infiammazione

Qui c'è un paradosso affascinante: nel breve termine il cortisolo è il più potente anti-infiammatorio naturale del corpo, ma se rimane alto troppo a lungo, diventa lui stesso la causa di un'infiammazione cronica.
Ecco come avviene questo "tradimento" biochimico:
1. La resistenza dei recettori (Il "Grido del Pastore")
Il motivo principale per cui il cortisolo cronico induce infiammazione non è perché "attacca" il corpo, ma perché le cellule smettono di ascoltarlo.
Quando i livelli di cortisolo sono costantemente alti (stress cronico), le cellule del sistema immunitario riducono la sensibilità dei loro recettori.
Questo fenomeno è simile alla resistenza all'insulina: il cortisolo c'è, ma non riesce più a dare l'ordine di "spegnere" l'infiammazione.
• Di conseguenza, la risposta infiammatoria continua a correre senza freni, diventando sistemica e cronica.
2. L'aumento del grasso viscerale
Come abbiamo visto, il cortisolo alto alza la glicemia e favorisce l'accumulo di grasso nell'addome (grasso viscerale).
Il grasso viscerale non è un semplice deposito di energia, ma un vero e proprio organo endocrino infiammatorio.
• Questo tessuto secerne proteine chiamate citochine pro-infiammatorie (come la IL-6 e il TNF-α), che mantengono il  in uno stato di allerta costante.
3. Alterazione della permeabilità intestinale (Leaky Gut)
Il cortisolo alto può indebolire le giunzioni serrate della parete intestinale.
• Se la barriera intestinale diventa "porosa", frammenti di batteri (come i lipopolisaccaridi o LPS) passano nel sangue.

• Il sistema immunitario reagisce a questi "intrusi" attivando una risposta infiammatoria massiccia in tutto l'organismo.
Riepilogo: Cortisolo Acuto vs Cronico
AspettoCortisolo Acuto (Fisiologico)
Cortisolo Cronico (Patologico)
Effetto ImmunitarioSopprime l'infiammazione
Promuove l'infiammazione (tramite resistenza)
ScopoProteggere i tessuti dai danni
Danneggia i tessuti nel tempo
RisultatoGuarigione e recupero
Infiammazione silente e malattie croniche
In sintesi: Il cortisolo non causa infiammazione direttamente con la sua presenza, ma piuttosto con il suo fallimento. Quando il sistema di regolazione si rompe per l'eccesso di stress, il corpo perde il suo "pompiere" naturale e l'incendio dell'infiammazione divampa.
T i segnali fisici più comuni (oltre agli esami del sangue) che indicano un eccesso di cortisolo nel tempo

Oltre alle analisi del sangue, il corpo lancia dei segnali piuttosto chiari quando il cortisolo (e la conseguente infiammazione) rimane alto per troppo tempo.
Ecco i segnali fisici e comportamentali più comuni, suddivisi per aree:
1. Cambiamenti nella composizione corporea
È il segno più visibile. Il cortisolo tende a "spostare" il grasso e a consumare i muscoli:
• Adipe addominale: Accumulo di grasso specifico sulla pancia, mentre braccia e gambe tendono a rimanere sottili (o addirittura a perdere tono muscolare).
• "Gobba di bufalo": In casi di livelli molto alti, può comparire un accumulo di grasso sulla parte superiore della schiena, alla base del collo.
• Viso arrossato e tondo: Spesso chiamato "faccia a luna piena", dovuto a ritenzione idrica e ridistribuzione del grasso.
2. Alterazioni del sonno e dell'energia
Il cortisolo segue un ritmo circadiano (dovrebbe essere alto al mattino e basso la sera). Quando è sballato:
• Stanchi ma "elettrici": Ti senti esausto tutto il giorno, ma quando vai a letto alle 23:00 sei improvvisamente vigile e non riesci a prendere sonno.
• Risvegli notturni: Tipico il risveglio tra le 3:00 e le 4:00 del mattino, spesso accompagnato da pensieri ansiosi o tachicardia.
3. Segnali sulla pelle e digestione
Poiché il cortisolo devia l'energia lontano dai processi di "manutenzione":
• Pelle sottile e lenta guarigione: Piccoli tagli o lividi che impiegano settimane a scomparire.
• Smagliature rossastre/violacee: Specialmente sull'addome o sulle cosce.
• Problemi digestivi: Gonfiore costante e reflusso, poiché il cortisolo rallenta la digestione per dare priorità ai muscoli.
4. Voglie alimentari specifiche
Il cervello, percependo uno stato di "allerta", richiede carburante rapido:
• Cravings di zuccheri e carboidrati: Una spinta quasi incontrollabile verso dolci, pasta o pane, specialmente nel tardo pomeriggio o dopo cena.
Come capire se sei "nel tunnel"?
Un test rapido che puoi fare mentalmente è osservare la tua capacità di recupero: se dopo un allenamento leggero o una giornata intensa ti senti "distrutto" per 2-3 giorni invece di recuperare in poche ore, è probabile che il tuo sistema del cortisolo sia sotto pressione.


Per abbassare il cortisolo non servono stravolgimenti eroici, ma piccoli segnali coerenti che dicano al tuo sistema nervoso: "Siamo al sicuro".
Ecco le strategie più efficaci, validate scientificamente, per riportare l'ormone dello stress nei ranghi:
1. La Regola del "Cielo e Luce"
Il cortisolo è strettamente legato alla luce solare.
• Al mattino: Esponiti alla luce naturale entro 30 minuti dal risveglio (anche se è nuvoloso). Questo aiuta a settare il picco di cortisolo mattutino correttamente, facendolo scendere più facilmente la sera.
• La sera: Riduci le "luci blu" (smartphone e TV) almeno un'ora prima di dormire. La luce blu simula il sole, impedisce alla melatonina di salire e mantiene il cortisolo artificialmente alto.
2. Cambia il modo in cui ti alleni
Se il cortisolo è già alto, allenamenti troppo intensi (come il crossfit pesante o la corsa di lunga durata) possono peggiorare la situazione.
• Scegli il "LISS": (Low-Intensity Steady State) ovvero camminate veloci, yoga o pilates.
• Limita la durata: Se fai pesi, cerca di non superare i 45-60 minuti. Oltre questa soglia, il rapporto tra testosterone/ormone della crescita e cortisolo inizia a sbilanciarsi a favore di quest'ultimo.
3. Strategie alimentari strategiche
• Non saltare la colazione: Il digiuno prolungato al mattino è uno stressore che alza il cortisolo per mantenere la glicemia. Una colazione proteica con una quota di grassi buoni aiuta a stabilizzare la giornata.
• Carboidrati a cena: Contrariamente al mito comune, consumare una porzione moderata di carboidrati complessi (riso integrale, patate, cereali) a cena aiuta a stimolare l'insulina, che ha un effetto antagonista al cortisolo, favorendo il rilassamento e il sonno.
• Vitamina C e Magnesio: Le ghiandole surrenali "bruciano" letteralmente Vitamina C quando sono sotto stress. Integrare kiwi, agrumi o peperoni e assumere magnesio la sera può fare una grande differenza.
4. La tecnica del "Respiro Quadrato"
È il metodo usato dai Navy SEALs per abbassare il cortisolo istantaneamente durante il combattimento:
• Inspira per 4 secondi.
• Trattieni il fiato per 4 secondi.
• Espira per 4 secondi.
• Resta a polmoni vuoti per 4 secondi. Ripeti per 4 cicli. Questo stimola il nervo vago e "spegne" la risposta di stress nel cervello.
Un piccolo trucco: La "Disconnessione Creativa"
Il cortisolo sale quando il cervello percepisce troppi input irrisolti. Dedicare anche solo 10 minuti al giorno a un'attività manuale senza scopo (giardinaggio, disegnare, cucinare senza seguire una ricetta complessa) riduce i livelli misurabili di cortisolo salivare.
gli integratori naturali (i cosiddetti "adattogeni") che aiutano il corpo a gestire meglio questi picchi?

Gli adattogeni sono una categoria speciale di piante e funghi che aiutano il corpo a "adattarsi" allo stress, riportando i sistemi (come il cortisolo) in equilibrio. Non sono stimolanti né sedativi: agiscono come un termostato.
Ecco i più efficaci e studiati per gestire l'asse dello stress:
1. Ashwagandha (Ginseng Indiano)
È la "regina" degli adattogeni per chi ha il cortisolo alto.
• Come agisce: Diversi studi clinici dimostrano che può ridurre i livelli di cortisolo nel sangue fino al 20-30%.
• Ideale per: Chi si sente "stanco ma elettrico", soffre d'ansia e ha risvegli notturni. Aiuta a calmare il sistema nervoso senza causare sonnolenza durante il giorno.
2. Rodiola Rosea (Radice d'Oro)
A differenza dell'Ashwagandha, la Rodiola ha un effetto più energizzante.
• Come agisce: Migliora la resistenza fisica e mentale e combatte la "nebbia cognitiva" (brain fog) causata dallo stress.
• Ideale per: Chi soffre di stress da lavoro o studio intenso e si sente mentalmente esausto (burnout). È ottima per migliorare il focus senza l'ansia che può dare il caffè.
3. Reishi (Ganoderma lucidum)
Conosciuto come il "fungo dell'immortalità" nella medicina cinese.
• Come agisce: È un potente modulatore del sistema immunitario e ha proprietà calmanti sul sistema nervoso centrale.
• Ideale per: Chi ha l'infiammazione alta e fa fatica a prendere sonno. Si consiglia solitamente l'assunzione serale.
4. Cordyceps
Un fungo medicinale molto amato dagli sportivi.
• Come agisce: Migliora l'efficienza con cui il corpo utilizza l'ossigeno e aiuta le ghiandole surrenali a non "esaurirsi".
• Ideale per: Chi è fisicamente attivo ma sente che il recupero è diventato lentissimo a causa dello stress.
Un aiuto minerale: Il Magnesio
Sebbene non sia un adattogeno, è il minerale fondamentale per chi ha il cortisolo alto.
• Perché: Lo stress causa una massiccia espulsione di magnesio attraverso le urine. Senza magnesio, il corpo non riesce a "spegnere" la risposta allo stress.
• Consiglio: Il Magnesio Bisglicinato è spesso la scelta migliore perché è altamente biodisponibile e ha un effetto particolarmente rilassante sul sistema nervoso.
Una piccola avvertenza
Gli adattogeni sono potenti. Prima di iniziare, è sempre bene tenere a mente che:
• Non sono magici: Funzionano al meglio se inseriti nel contesto di una buona igiene del sonno.
• Interazioni: Se assumi farmaci (per la tiroide, per la pressione o immunosoppressori), consulta sempre il medico.
• Qualità: Cerca estratti "titolati" (ovvero che garantiscano una percentuale specifica di principio attivo, come i withanolidi per l'Ashwagandha).
integratore di Ashwagandha, la titolazione è fondamentale perché ti dice quanto "principio attivo" stai effettivamente assumendo, distinguendo un prodotto di qualità da uno che è semplice "polvere di radice" poco efficace.
Per l'Ashwagandha, gli standard di riferimento basati sugli studi clinici sono principalmente due: KSM-66® e Sensoril®.
1. La percentuale di Withanolidi
A seconda del tipo di estratto, la percentuale cambia radicalmente:
• KSM-66® (L'estratto più comune e bilanciato): È titolato al 5% di withanolidi. È ottenuto solo dalla radice ed è quello che vanta il maggior numero di studi clinici per la riduzione di stress, cortisolo e per il miglioramento del testosterone negli uomini.
• Sensoril® (Più potente/concentrato): È titolato al 10% di withanolidi. Utilizza sia le radici che le foglie. Essendo più concentrato, ha un effetto solitamente più sedativo e calmante.
• Estratti generici: Se non vedi un marchio brevettato, assicurati che la titolazione sia almeno tra il 2,5% e il 5%. Sotto questa soglia, l'efficacia è molto blanda.
2. Il dosaggio giornaliero
Non conta solo la percentuale, ma anche quanti milligrammi (mg) di estratto assumi. Ecco le dosi consigliate basate sulla ricerca per abbassare il cortisolo:
Tipo di EstrattoDosaggio consigliato al giornoNoteKSM-66 (5%)600 mgSolitamente divisi in due dosi (300mg mattino + 300mg sera).Sensoril (10%)250 mg - 500 mgPiù potente, spesso basta una dose singola.Polvere semplice3000 mg - 5000 mgSconsigliata: meno precisa e difficile da digerire.
3. A cosa fare attenzione (Importante)
Quando leggi l'etichetta, controlla che ci sia scritto:
"Estratto secco di Ashwagandha titolato al 5% in withanolidi"
• Evita i Withaferin A: Una buona Ashwagandha dovrebbe avere livelli molto bassi di Withaferin A (una specifica molecola che in alte dosi può essere citotossica). Gli estratti brevettati (KSM-66 e Sensoril) garantiscono che questa sostanza sia mantenuta a livelli di sicurezza.
• Assunzione: È meglio assumerla dopo i pasti, poiché i grassi presenti nel cibo aiutano l'assorbimento dei principi attivi.
Il mio consiglio
Se è la prima volta che la provi, cerca un prodotto con KSM-66® (600 mg al giorno). È il "gold standard": non è troppo aggressivo, non dà sonnolenza eccessiva durante il giorno e ha prove solidissime sulla riduzione del cortisolo.

Quando assumerlo
Gemini said
Il momento ideale per assumere l'Ashwagandha dipende dal tuo obiettivo principale e da come reagisce il tuo corpo. Essendo un adattogeno, "lavora" con il tuo ritmo biologico, ma ci sono delle strategie basate sui picchi di cortisolo.
Ecco le tre opzioni principali:
1. Per abbassare lo stress durante il giorno (Opzione consigliata)
Quando: 300 mg al mattino (dopo colazione) e 300 mg a metà pomeriggio.
• Perché: Il cortisolo ha un picco naturale al mattino. Dividere la dose aiuta a mantenere stabili i livelli di withanolidi nel sangue per tutto il giorno, evitando che l'ansia o la stanchezza mentale prendano il sopravvento nel pomeriggio.
2. Se il problema principale è l'insonnia
Quando: 600 mg la sera, circa 1-2 ore prima di andare a dormire.
• Perché: Se il tuo cortisolo rimane alto la sera (impedendoti di dormire), una dose unica e più massiccia aiuta il sistema nervoso a passare in modalità "riposo". L'Ashwagandha favorisce un sonno più profondo agendo indirettamente sui recettori GABA.
3. Per il recupero sportivo e fisico
Quando: Dopo l'allenamento o la sera.
• Perché: L'esercizio fisico intenso alza momentaneamente il cortisolo. Assumerlo dopo l'allenamento aiuta a "spegnere" la risposta di stress e a spostare il corpo in una fase di recupero (anabolica), proteggendo i muscoli dal catabolismo.
I miei consigli pratici:
• Sempre a stomaco pieno: L'Ashwagandha è liposolubile (si scioglie nei grassi). Assumerla dopo un pasto che contiene una piccola quota di grassi (olio, frutta secca, uova) ne migliora notevolmente l'assorbimento.
• Costanza, non velocità: Non è un farmaco a effetto immediato come un ansiolitico. I benefici reali sul cortisolo e sulla glicemia si vedono dopo 2-4 settimane di assunzione costante.
• Ciclicità: È buona norma non assumerla "per sempre". Dopo 2-3 mesi di utilizzo, fai una pausa di 2 settimane per permettere ai recettori del corpo di resettarsi.
Un piccolo test per te: Se la prendi al mattino e ti senti troppo rilassato o "stonato", sposta l'intera dose alla sera. Se invece la sera ti dà sogni troppo vividi o agitazione (raro, ma succede), meglio prenderla al mattino.
Ti servono indicazioni su eventuali controindicazioni o interazioni con altri farmaci?

martedì 3 febbraio 2026

Mitocondri cancro


Titolo: Connessione mitocondriale-cellule staminali nel trattamento del cancro: Protocollo ortomolecolare ibrido

Teoria MSCC:
La teoria della connessione mitocondriale-cellule staminali (MSCC) suggerisce che il cancro derivi da un'insufficienza cronica della fosforilazione ossidativa (OxPhos) nelle cellule staminali, portando alla formazione di cellule staminali tumorali (CSCs) e al metabolismo energetico anormale. La teoria combina la teoria delle cellule staminali tumorali e la teoria metabolica del cancro.

Protocollo ortomolecolare ibrido:
Un nuovo approccio terapeutico per il trattamento del cancro basato su 7 raccomandazioni:

  1. Vitamina C (endovena): Dose di 1,5 g/kg, 2-3 volte a settimana. Riduce lo stress ossidativo, induce apoptosi e limita la crescita tumorale.
  2. Vitamina D (orale): Dose variabile da 5000 a 50.000 UI al giorno, in base ai livelli ematici. Migliora il metabolismo mitocondriale e riduce la mortalità per cancro.
  3. Zinco: Dose di 1 mg/kg al giorno. Protegge i mitocondri e riduce le proprietà delle cellule staminali tumorali.
  4. Ivermectina: Dose variabile da 0,5 mg/kg a 2 mg/kg, in base alla gravità del cancro. Induce apoptosi e riduce il volume tumorale.
  5. Benzimidazoli e DON: Mebendazolo o Fenbendazolo per inibire la glicolisi e la glutaminolisi. DON è un antagonista specifico della glutammina.
  6. Interventi dietetici: Dieta chetogenica e digiuno per migliorare l'OxPhos e limitare i carburanti tumorali (glucosio e glutammina).
  7. Terapie aggiuntive: Attività fisica moderata e terapia con ossigeno iperbarico per migliorare la respirazione mitocondriale e ridurre l'ipossia tumorale.

Conclusione:
La connessione mitocondriale-cellule staminali potrebbe essere cruciale per il trattamento del cancro. Il protocollo proposto combina molecole ortomolecolari, farmaci e terapie aggiuntive per ripristinare l'attività mitocondriale, eliminare le CSCs e contrastare le metastasi. Sono necessarie ulteriori ricerche per confermare l'efficacia e la sicurezza di questo approccio.

lunedì 2 febbraio 2026

un mondo che ti vuole stupido

 Ma cosa ha prodotto tutto questo? Non siamo diventati stupidi all’improvviso. Questa non è solo una crisi culturale: è un addestramento sistematico che premia l’IDIOZIA ed esalta l’ignoranza. 

Io vengo da un tempo in cui le parole pesavano. Prima di parlare si ascoltava, prima di giudicare si cercava di capire. Negli ultimi decenni invece ho assistito a un progressivo imbarbarimento non dirò della cultura, ma proprio dell’essere umano. I social media ne sono l’esempio perfetto. I social non informano: eccitano. Non spiegano: SEMPLIFICANO. Non creano il dialogo: mettono gli uni contro gli altri. 

Sono lo specchio di una società che ha reso ridicola la critica, sospetto il dubbio, noiosa la competenza. Ci vuole una resistenza quasi eroica per sottrarsi a tutto questo. In un mondo che ti vuole stupido, pensare è già una forma di disobbedienza. Perché mentre tutto spinge verso l’idiozia, pensare resta l’ultima forma di resistenza.


Umberto Eco #social #internet #cultura

domenica 1 febbraio 2026

La perdita muscolare SARCOPENIA

 La perdita muscolare non è 'normale' con l'età: è un avviso biologico


L'immagine parla di ciò che sta scomparendo sotto.

Nel tempo, molte persone notano gambe più sottili, ginocchia più prominenti, contorni meno saldi. L'errore è pensare che sia solo un cambiamento estetico. In realtà, ciò che manca è il muscolo, e con esso, funzioni essenziali per vivere bene e più a lungo.


Questo processo si chiama sarcopenia e non è un dettaglio minore di invecchiamento: è uno dei più potenti indicatori di fragilità biologica.


Perché i muscoli sono così importanti?


I muscoli non sono solo forza o movimento. È un organo metabolico ed endocrino che:


- Regola la sensibilità al glucosio e all'insulina

- Riduce l'infiammazione cronica

- Produce segnali protettivi per cervello e cuore

- Ospita i mitocondri, le fabbriche di energia del corpo

- Mantiene equilibrio, andatura e capacità di reagire alle cadute


Quando si perde un muscolo, il corpo entra in uno stato di vulnerabilità silenziosa.

Cosa succede quando la sarcopenia fa effetto?

- Aumenta l'infiammazione di basso grado

- L'insulino-resistenza e l'alterazione metabolica sono facilitate

- Migliora la circolazione e la risposta immunitaria

Aumenta il rischio di cadute, fratture e perdita di autonomia

- È associato a maggiore compromissione cognitiva ed eventi cardiovascolari

- Aumentare la mortalità precoce


Non perché il muscolo sia "forte", ma perché mantiene l'organismo funzionale.


** Un punto chiave che pochi conoscono


La sarcopenia non inizia a 70 anni.

In molte persone inizia prima dei 40 anni e progredisce senza sintomi evidenti, specialmente con diete sedentarie, poco proteiche e malattie croniche.


** La buona notizia: i muscoli possono essere recuperati


Il tessuto muscolare è una delle più plastiche del corpo umano. Anche dopo anni di inattività, risponde quando riceve i giusti stimoli.

Tre pilastri fondamentali:

1. Nutrizione corretta

Dai priorità alle proteine complete e di qualità, insieme a grassi sani e micronutrienti: uova, pesce, legumi, noci, semi, olio d'oliva, avocado, latticini secondo tolleranza.


2. Muoviti con intenzione


Una palestra non è un obbligo. Camminare, salire le scale, esercizi di autopeso, stretching o semplici routine.

La chiave è progressione, non perfezione.


3. Supporto nutrizionale quando indicato


La creatina, supportata da prove scientifiche anche negli adulti più anziani, può essere uno strumento utile quando correttamente indirizzata, insieme ad una dieta antinfiammatoria.


** In sintesi


L'invecchiamento accelerato non inizia sulla pelle, inizia quando si perde il muscolo che trattiene energia, stabilità e indipendenza.

Costruire e trattenere i muscoli non è un obiettivo estetico, è una strategia di salute e sopravvivenza.


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Ivermectina

 

L'INTERVISTA

Ivermectina, parla italiano la cura snobbata contro il Covid

Aumentano nel mondo medici e studi che confermano i risultati anti-Covid dell'ivermectina. In Italia è sconosciuta, ma qualche medico la usa con successo. Il brevetto contro i virus a RNA, come il Sars-Cov-2, è made in Italy. Viaggio al Cnr di Milano, dove nel 2009 la ricercatrice Eloise Mastrangelo e un collega scoprirono il meccanismo del farmaco: «Abbiamo dimostrato che l'antiparassitario funziona come antivirale perché blocca lo sviluppo della proteina». Da allora tutto il mondo la studia, tranne l'Italia che ha deciso di non proseguire per mancanza di fondi. 
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Si sta facendo largo silenziosamente nell’incerto panorama delle terapie di contrasto al Coronavirus. Dopo alcuni studi scientifici promettenti anche in Italia qualcuno si sta accorgendo che l’utilizzo dell’ivermectina nella cura del covid può dare dei risultati incoraggianti. È presto per cantare vittoria, perché come si è visto per farmaci come l’idrossiclorochina, quando si entra nel campo delle medicine, entrano in gioco anche molte variabili, non ultime quelle industriali di politica farmaceutica, che rischiano di vanificare gli sforzi.

Però, la storia dell’antiparassitario utilizzato già contro alcune malattie tropicali merita di essere raccontata. Soprattutto adesso che anche in Italia qualcuno la usa con successo.

A Catania, ad esempio, il professor Bruno Cacopardo del Garibaldi Nesima ha riferito di aver curato alcuni pazienti con polmonite seria e di aver ottenuto un successo insperato. «Noi abbiamo utilizzato questo antiparassitario in quattro casi di polmoniti bilaterali tutte e quattro gravi, con pazienti soggetti ad alti flussi di ossigeno, con ossigenazione veramente carente, e dopo l'inserimento nella terapia della Ivermectina si è registrato nell'arco delle successive 48 ore un miglioramento impressionante del quadro clinico, con importanti benefici sull’ossigenazione» ha dichiarato.

Anche i ricercatori dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria a Negrar (Verona) hanno condotto test dai quali emerge che l’ivermectina, utilizzata comunemente per scabbia o pidocchi, è efficace per ridurre la carica virale del 99,99% in 48 ore in cellule coltivate in vitro.

I timidi risultati italiani sono frutto di un interesse sempre crescente nel mondo verso la sostanza, che costa appena 12 centesimi a dose, come ad esempio l’Università di Liverpool, che ha dimostrato una diminuzione dei ricoveri e tassi di sopravvivenza superiori all’83% dopo la sua somministrazione.

Ma come funziona il meccanismo di intervento di questo farmaco? E come è stato possibile che alcuni medici nel mondo si interessassero al suo utilizzo?

In pochi lo sanno, ma il merito è tutto italiano. L’ivermectina come risorsa nella guerra contro il covid affonda le sue radici in una scoperta dell’Istituto di biofisica del Cnr che ha sede a Milano.

La scoperta è avvenuta nel 2009 grazie ad un lungo e approfondito studio computazionale e sperimentale su alcune proteine virali e ha portato al deposito di un brevetto che purtroppo, per mancanza di fondi, non è stato portato avanti. Autori dello studio sono la dottoressa Eloise Mastrangelo (in foto) e il dottor Mario Milani, che guidano il gruppo di biologia strutturale.«Lavoriamo sui virus RNA dal 2005 – spiega la dottoressa Mastrangelo alla Bussola -, in particolare su quelli che vengono chiamati virus neglected, trascurati fino a poco tempo fa, perché parte di quei virus che riguardano le popolazioni povere del pianeta»..

I vostri studi sono sul virus dal punto di vista biochimico, non clinico sull’uomo?  
Studiamo i meccanismi di funzionamento dei virus. Per replicarsi il virus deve entrare nella cellula ospite e usare delle proteine che gli servono per formare copie di se stesso. In pratica le proteine sono una sorta di “operai” del virus.

E il vostro studio su che cosa verteva?
È stato quello di cercare gli inibitori di questi operai, di queste proteine.

Come avete proceduto?
Facendo studi computazionali su una proteina chiamata Elicasi, abbiamo individuato l’ivermectina, e dimostrato che blocca il funzionamento della proteina. Successivamente abbiamo proseguito con gli esperimenti sulle cellule infettate da virus e abbiamo visto che l’ivermectina era in grado di inibire, non solo l’attività della proteina, ma anche la replicazione del virus all’interno delle cellule ospiti.

Una scoperta?
Sì, dato che non esistono tuttora delle cure contro questi virus neglected, abbiamo deciso di brevettare questa scoperta.

Ma l’ivermectina era un farmaco già usato…
Sì, ma la novità è stata quella di dimostrare che un antiparassitario funzionava anche come antivirale. Da allora il mondo scientifico si è interessato all’ivermectina.

E che cosa ha visto?
Ad esempio hanno visto che l’ivermectina era in grado di bloccare altri virus come zika, HIV e chikunguya.

Veniamo a oggi. Il coronavirus è un virus a RNA, quindi simile a quelli che avete studiato?
Certo. Una delle prime cose a cui abbiamo pensato quando è scoppiata la pandemia è stata quella di suggerire l’uso dell’ivermectina. O quanto meno di indirizzare la ricerca terapeutica anche su quel versante.

Conosciamo come è il meccanismo di azione dell’ivermectina nel Sars Cov 2?
Il meccanismo di azione non si conosce del tutto, ci sono tanti gruppi che stanno facendo degli studi e sembra che potrebbe bloccare il trasporto delle proteine del virus verso il nucleo della cellula ospite che è un’azione essenziale per propagare l’infezione.

Ma dopo il vostro studio ora servono studi sull’uomo…
Sì, la cosa deve funzionare dal punto di vista clinico. Ad oggi sono in corso una 40ina di studi. È  chiaro che adesso si debba proseguire nella ricerca scientifica per conoscere le sue reazioni sull’uomo.

Perché molti medici si sono rivolti a voi?
Perché cercando “ivermectina” hanno visto il nostro brevetto, ma noi non la produciamo e non facciamo ricerca medico clinica.

Vi hanno ascoltato nel mondo ma non in Italia…
Aver brevettato l’uso del farmaco come anti-virale, sicuramente è servito a suggerirlo come farmaco da testare nella corsa contro il Covid-19. Da un lato siamo contenti, abbiamo sempre avuto un occhio di riguardo per questa molecola, sapevamo che aveva grandi potenzialità. Sapere che viene utilizzata in varie parti del mondo con risultati promettenti, ci dà speranza di uscire fuori da questa pandemia con una cura a bassissimo costo.

Ivermectina

 Ivermectina rende inutile il vaccino?

M. Blondet, 30 Gennaio 2021

Per questo il  governo non trova abbastanza scientifico il CNR?

Partiamo dall’articolo di La Nuova Bussola Quotidiana

Ci   informa che è dal 2009 – 2009  –  che   l’Ivermectina viene segnalata  come potentissimo  antivirale, e non da qualche guaritore o mediconzolo (e nemmeno giornalista)  bensì dal CNR, istituto di Biofisica di Milano. Il quale  istituto ne ha messo in luce il meccanismo d’azione : inibitore di proteine di cui il virus si serve per replicarsi.

Nel 2009 non si parlava ancora di covid-19: i ricercatori milanesi DEL CNR  hanno visto che l’ivermectina era in grado di bloccare altri virus come zika, HIV e chikunguya.  Scusate se è poco.

Apprendiamo che i ricercatori hanno anche  brevettato il farmaco  in quanto antivirale, “ un brevetto che purtroppo, per mancanza di fondi, non è stato portato avanti” .

Nel paese   dove Arcuri spende 400 milioni per i  banchi a rotelle e  il governo dilapida in pochi  mesi centinaia di miliardi in non si sa cosa,  che continua a spendere per centinaia di migliaia di “tamponi” e  per i costosissimi vaccini scelti dalla UE come s’è visto –  al CNR   mancano i fondi per tenere vivo un brevetto?

Avete presente che cosa significa CNR? Wikipedia: “Il Consiglio Nazionale delle Ricerche (in sigla CNR) è il più grande ente pubblico di ricerca italiano, sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca[2], con il compito di svolgere, promuovere, diffondere, trasferire e valorizzare attività di ricerca scientifica e tecnologica nei principali settori di sviluppo delle conoscenze e delle loro applicazioni favorendo il progresso scientifico, tecnologico, economico e sociale.[3] Secondo la rivista scientifica Nature, l’ente nel 2018 si è classificato al decimo posto tra gli enti pubblici di ricerca più innovativi al mondo per numero di articoli scientifici pubblicati su una ottantina di riviste monitorate dalla stessa rivista”.

Non solo:  una scorsa veloce sul web ci rivela che il CNR segnalava con un comunicato stampa

Una potenziale arma contro il Covid-19 da un brevetto ‘made in italy’

08/04/2020

Guardate la data: 8 aprile 2020. Interesse del Ministero della Sanità,?    nessuno.  Nessuno dal ministro del’Università e della ricerca. Nessuno da Speranza Roberto,  ma  soprattutto nessuno dagli “scenziati” del Comitato Tecnico Scientifico che s’è scelto o gli hanno scelto per gestire “la  pandemia” a forza di mascherine, tamponi e lockdown, e terrorismo mediatico.

Ora, vorremmo sapere da Speranza, dal ministro dell’Università Manfredi;  dal Ricciardi; dagli scenziati stipendiati da Speranza  dai virologi da avanspettacolo  e da video, dai Crisanti, dai dottor Galli dai Burioni,  dalle Ilarie Capua e dal professor Pregliasco:

Che cosa trovate di poco scientifico nel CNR?


Trattasi di Consiglio Nazionale delle Ricerche: non è alla vostra altezza come scenziati?  Cosa è che vi fa storcere il  naso?   Trovate quei ricercatori che hanno documentato l’efficacia dell’Ivermectina come antivirale non-specifico, un po’ dilettanteschi,  pressappochisti, non abbastanza serii?  O  – non si mai –negazionisti? Anti-vax?

Perché di solito, Speranza, Ricciardi, i virologhi terroristi  da video e avanspettacolo, liquidano ogni critica con la lezione che bisogna credere alla scienza non ai ciarlatani. Ebbene: il CNR “è” la scienza .  Come mai  NON  avete tenuto conto della sua scoperta –  brevettata? L’avete disprezzata e ne avete taciuto, da aprile ad oggi? Istituti esteri,  ad esempio l’Università di Liverpool,   hanno  dimostrato una diminuzione dei ricoveri e tassi di sopravvivenza superiori all’83% dopo la  somministrazione  di Ivermectina.

Trovate terrapiattista  l’università di Liverpool? E   sospetto di pensiero magico l’infettivologo di  Catania,  il professor Bruno Cacopardo del Garibaldi Nesima , che ha riferito di aver curato alcuni pazienti con polmonite seria e di aver ottenuto un successo insperato, scongiurando l’intubazione. «Noi abbiamo utilizzato questo antiparassitario in quattro casi di polmoniti bilaterali tutte e quattro gravi, con pazienti soggetti ad alti flussi di ossigeno, con ossigenazione veramente carente, e dopo l’inserimento nella terapia della Ivermectina si è registrato nell’arco delle successive 48 ore un miglioramento impressionante del quadro clinico, con importanti benefici sull’ossigenazione» ha dichiarato. Lamentando solo che l’ivermectina è difficile da trovare. Ne sa niente , ministro Speranza? Come mai un vermifugo  comunissimo anche per uso zootecnico, di colpo è introvabile?

Anche i ricercatori dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria a Negrar (Verona) hanno condotto test dai quali emerge che l’ivermectina,  è efficace per ridurre la carica virale del 99,99% in 48 ore in cellule coltivate in vitro.

Perché ad oggi il ministro Speranza, e il suo comitato tanto tanto scientifico, non hanno inserito l’ivermectina nel  protocollo?

Se  si guarda al protocollo Speranza,   ancor oggi prescrive  per la febbre  da Covid esclusivamente  tachipirina, ormai dimostrata   dannosa, controproducente; ee nessun anti-infiammatorio, né idrossiclorochina né aulin né eparina. Nulla di ciò che impedisce ai malati di finire intubati a  morire in un reparto covid.

Questo Speranza coi sua scenziati è già noto  per aver vietato le autopsie delle prime vittime; sicuramente qualcuno gliel’ ha suggerito non essendo lui in grado di penssarci d a sé,  avendo come benemerenza scientifica di essere una creatura di Bersani e del suo partitino sotto il 2%,    ;  ha ostacolato l’idrossiclorochina intutti i modi, come ha cercato difare l’OMS; adesso se  ne infischia del CNR che segnala l’efficacia stupefacente dell?Ivermectina   come antivirale.

Traggo una conclusione, da non scienziato: che l’Ivermectina sia troppo efficace. Al punto da rendere superflui gli pseudo-vaccini RNA di cui per forza l’Establishemnt  da  Bill Gates ella Von der Leyen ci vuole iniettare tutti,   con grandi spese, per scopi che non sono chiari o forse lo sono troppo

⭕👉Pensate a quanti insulti ho preso dagli scienziati perché usavo un farmaco per i cavalli(dicevano loro) per il covid!!

👉Basta aspettare lungo il fiume..... 

🟣È stato pubblicato il PRIMO protocollo al mondo sottoposto a revisione paritaria che utilizza IVERMECTINA, mebendazolo e fenbendazolo per il trattamento del cancro...

Ciò potrebbe cambiare per sempre il futuro dell'oncologia.

Un sentito ringraziamento agli autori principali Ilyes Baghli e Pierrick Martinez, al dott. Paul Marik del FLCCC e a tutti i ricercatori che si sono rifiutati di rimanere in silenzio...

Questi farmaci svolgono un ruolo fondamentale nel trattamento del cancro...

Migliaia di pazienti oncologici hanno già utilizzato dosi elevate di ivermectina, mebendazolo e fenbendazolo con risultati positivi....