CONSULTA L'INDICE PUOI TROVARE OLTRE 4000 ARTICOLI

su santi,filosofi,poeti,scrittori,scienziati etc. che ti aiutano a comprendere la bellezza e la ragionevolezza del cristianesimo


martedì 19 marzo 2019

Quando i tiranni sabaudi rasero al suolo la Sardegna

Quando i tiranni sabaudi rasero al suolo la Sardegna

***
Di Francesco Casula
L’Isola del «grande verde», che fra il XIV e XII secolo avanti Cristo fonti egizie, accadiche e ittite dipingevano come patria dei Sardi shardana è sempre più solo un ricordo. La storia documenta che l’Isola verde, densa di vegetazione, foreste e boschi, nel giro di un paio di secoli fu drasticamente rasata, per fornire carbone alla industrie e traversine alle strade ferrate, specie del Nord d’Italia. Certo, il dissipamento era iniziato già con Fenici Cartaginesi e Romani, che abbatterono le foreste nelle pianure per rubare il legname e per dedicare il terreno alle piantagioni di grano e nei monti le bruciarono per stanare ribelli e fuggitivi, ma è con i Piemontesi che il ritmo distruttivo viene accelerato.
Iniziarono presto: 20 anni dopo avere preso possesso dell’Isola, nel 1740 il re Carlo Emanuele III di Savoia aveva concesso al nobile svedese Carlo Gustavo Mandell il diritto di sfruttare tutte le miniere di Parte d’Ispi (Villacidro) in cambio di un’esigua percentuale sul minerale raffinato; e gli aveva permesso di prelevare nelle circostanti foreste il carbone e la legna per le fonderie, costringendo i comuni a vere e proprie corvè e distruggendo così il patrimonio forestale della regione.
Lo scempio era continuato anche quando miniere e fonderie, scaduto il contratto trentennale di Mandell, furono gestite direttamente dal regio governo. Anzi da allora la situazione si era aggravata, perché le richieste di combustibile si erano fatte più pressanti e perentorie. Furono bruciati persino i boschi della piana di Oristano per incenerire i covi dei banditi mentre i toscani li bruciarono per fare carbone e amici e parenti di Cavour, come quel tal conte Beltrami devastatore di boschi quale mai ebbe la Sardegna, mandò in fumo il patrimonio silvano di Fluminimaggiore e dell’Iglesiente.
Con l’Unità d’Italia infine si chiude la partita con una mostruosa accelerazione del ritmo delle distruzioni, specie con il regno di Umberto I a fine Ottocento. Scriverà Eliseo Spiga :” lo stato italiano promosse e autorizzò nel cinquantennio tra il 1863 e il 1910 la distruzione di splendide e primordiali foreste per l’estensione incredibile di ben 586.000 ettari, circa un quarto dell’intera superficie della Sardegna, città comprese” 6.
Mentre il poeta Peppino Mereu, a fine Ottocento, mette a nudo la “colonizzazione” operata dal regno piemontese e dai continentali, cui è sottoposta la Sardegna, proprio in merito alla deforestazione: Sos vandalos chi cun briga e cuntierra/benint dae lontanu a si partire/sos fruttos da chi si brujant sa terra, (I vandali con liti e contese/ vengono da lontano/a spartirsi i frutti/dopo aver bruciato la terra). E ancora: Vile su chi sas jannas hat apertu/a s’istranzu pro benner cun sa serra/a fagher de custu logu unu desertu (Vile chi ha aperto la porta al forestiero /perché venisse con la sega/e facesse di questo posto un deserto).
E Giuseppe Dessì, nel suo romanzo Paese d’ombre scrive: La salvaguardia delle foreste sarde non interessava ai governi piemontesi, la Sardegna continuava ad essere tenuta nel conto di una colonia da sfruttare, specialmente dopo l’unificazione del regno. Mentre  Carlo Corbetta, (scrittore lombardo  della seconda metà del secolo XIX), in seguito a un viaggio in Sardegna, (e in Corsica) scrisse un’opera in due volumi Sardegna e Corsica. E a proposito della distruzione dei boschi e della deforestazione, scrive che la si deve in  massima parte agli speculatori e trafficanti di scorza che col loro coltello scorticatore ne denudano i tronchi  e grossi rami delle elci e quercie marine e delle quercie comuni e la spediscono in continente ad estrarne tannino per la conceria delle pelli e per le tinture.
Si tratta di un’analisi gravemente deficitaria. E’ vero che le sugherete erano preda subito dopo l’Unità d’Italia (a partire soprattutto dal 1865) di gruppi di commercianti che cercavano il tannino e la potassa. Ma i veri responsabili che Corbetta non individua, sono ben altri: i re sabaudi e i loro governi. Probabilmente Corbetta  non voleva nè poteva individuarli, essendo essi amici e contigui ai suoi sostenitori, Quintino Sella in primis. Il suo viaggio in Sardegna era stato possibile proprio grazie  all’appoggio proprio di Quintino Sella. Questi, più volte Ministro delle Finanze nel 1869 soggiornerà due volte in Sardegna in qualità di componente della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulle condizioni dell’isola.
Ma è soprattutto Gramsci, in un articolo sull’Avanti (Edizione piemontese) del 23 ottobre 1918, censurato e riscoperto 60 anni dopo, a denunciare la devastazione ambientale e climatica, frutto della spoliazione e distruzione dei boschi. Nell’articolo – intitolato significativamente “Gli spogliatoi di cadaveri”, individua fra questi gli industriali del carbone. Essi scendono dalla Toscana e stavolta, il lascito perla Sardegna è la degradazione catastrofica del suo territorio. L’Isola è ancora tutta boschi. Gli industriali toscani ne ottengono lo sfruttamento per pochi soldi.: a un popolo in ginocchio anche questi pochi soldi paiono la salvezza, scrive ancora Gramsci.
Così – continua l’intellettuale di Ales – L’Isola di Sardegna fu letteralmente rasa suolo come per un’invasione barbarica. Caddero le foreste. Che ne regolavano il clima e la media delle precipitazioni atmosferiche. La Sardegna d’oggi alternanza di lunghe stagioni aride e di rovesci alluvionanti, l’abbiamo ereditata allora, concluderà.

Mi sento come quel bambino che ha vinto una confezione di caramelle

Ho contato i miei anni ed ho scoperto che ho meno tempo da vivere da qui in avanti 
***

“Ho contato i miei anni ed ho scoperto che ho meno tempo da vivere da qui in avanti di quanto non ne abbia già vissuto.

Mi sento come quel bambino che ha vinto una confezione di caramelle e le prime le ha mangiate velocemente, ma quando si è accorto che ne rimanevano poche ha iniziato ad assaporarle con calma.

Ormai non ho tempo per riunioni interminabili, dove si discute di statuti, norme, procedure e regole interne, sapendo che non si combinerà niente…

Ormai non ho tempo per sopportare persone assurde che nonostante la loro età anagrafica, non sono cresciute.

Ormai non ho tempo per trattare con la mediocrità. Non voglio esserci in riunioni dove sfilano persone gonfie di ego.

Non tollero i manipolatori e gli opportunisti. Mi danno fastidio gli invidiosi, che cercano di screditare quelli più capaci, per appropriarsi dei loro posti, talenti e risultati.

Odio, se mi capita di assistere, i difetti che genera la lotta per un incarico maestoso. Le persone non discutono di contenuti, a malapena dei titoli.

Il mio tempo è troppo scarso per discutere di titoli.

Voglio l’essenza, la mia anima ha fretta…

Senza troppe caramelle nella confezione…

Voglio vivere accanto a della gente umana, molto umana.

Che sappia sorridere dei propri errori.

Che non si gonfi di vittorie.

Che non si consideri eletta, prima ancora di esserlo.

Che non sfugga alle proprie responsabilità.

Che difenda la dignità umana e che desideri soltanto essere dalla parte della verità e l’onestà.

L’essenziale è ciò che fa sì che la vita valga la pena di essere vissuta.

Voglio circondarmi di gente che sappia arrivare al cuore delle persone…

Gente alla quale i duri colpi della vita, hanno insegnato a crescere con sottili tocchi nell’anima.

Sì… ho fretta… di vivere con intensità, che solo la maturità mi può dare.

Pretendo di non sprecare nemmeno una caramella di quelle che mi rimangono…

Sono sicuro che saranno più squisite di quelle che ho mangiato finora.

Il mio obiettivo è arrivare alla fine soddisfatto e in pace con i miei cari e con la mia coscienza. Spero che anche il tuo lo sia, perché in un modo o nell’altro ci arriverai…”

MARIO ANDRADE – Poeta, romanziere, saggista e musicologo brasiliano

giovedì 14 marzo 2019

Noi non vogliamo sudiceria

Noi non vogliamo sudiceria
***
Noi non vogliamo sudiceria,
acqua e sapone la porta via, 
acqua e sapone in gran quantità 
finché la pelle pulita sarà. 

Unghiette corte, bianchi i dentini,
orecchie, collo, testa e piedini.
Tutto si lava, lisci i capelli,
allora i bimbi sono più belli.
Si dà salute ci da allegria,
 si fa più bene la pulizia .

Insegnatami da:
signora Gavina Fiori 
anni 95 di Pattada ( SS )

Venuta la sera ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio



Niccolò Machiavelli - Venuta la sera ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio

Niccolò Machiavelli - Venuta la sera ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio
Brani scelti: NICCOLÒ MACHIAVELLI, Lettera a Francesco Vettori  (10 Dicembre 1513).
Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch'io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.

martedì 12 marzo 2019

La mia avventura ascorbica”


giugno 2011


«Beh, il suo tumore non è aumentato», mi dice il medico di base dopo aver esaminato la PET che mi hanno fatto fare il 15 maggio. Me lo dice come incidentalmente, perchè anche lui era per la chemio preventiva e quando gli ho detto un mese fa che non l’avrei mai fatta, ha subito replicato: «Lei è libero di … ma non si aspetti che le faccia ricette per cure tipo Di Bella». La PET precedente risale al 2 febbraio; sono dunque più di tre mesi da che il mio microcitoma (operato precocemente) tace.
Non mi faccio illusioni, s’intende. Il microcitoma è coralmente definito «molto aggressivo», la recidiva post-operatoria altissima e rapidissima, tanto da far ritenere che sia proprio l’intervento ad accelerare il processo.
Semplicemente, mi godo una libertà provvisoria: e calcolo che non avendo dato ascolto all’oncologa, secondo cui avrei dovuto cominciare la chemio preventiva (cisplatino, cortisone, radiazioni e non so che altro) «subito, immediatamente dopo l’operazione», mi son goduto due mesi di relativa buona salute soggettiva, risparmiandomi le devastazioni inutili dei farmaci neoplastici. Bisogna accontentarsi, e nelle mie condizioni le settimane risparmiate dalla sofferenza diventano preziose come gioielli.
Del resto, assumo che la malattia sia incurabile. Lo afferma lo stesso National Cancer Institute, il serissimo istituto governativo americano che riporta con minuziosa precisione lo stato dell’arte e tutte le informazioni che possono saziare la curiosità, riguardo ad ogni specie di tumore. In calce al capitolo «Informazioni generali sul cancro a piccole cellule» (microcitoma significa appunto a piccole cellule, ma suona più scientifico, e dà l’impressione che i dottori sappiano con che cosa hanno a che fare) è posta, in grassetto, questa avvertenza:
«Per la massima parte dei pazienti con tumore a piccole cellule, i trattamenti correnti non costituiscono cura del cancro» (For most patients with small cell lung cancer, current treatments do not cure the cancer). (General Information About Small Cell Lung Cancer)
La chemioterapia, vien detto chiaro, non cura nulla. Altrove vien ripetuto che «gli attuali trattamenti sono insoddisfacenti per quasi tutti i pazienti» con questo cancro. Ma questa avvertenza in grassetto è replicata in calce alla descrizione di praticamente ogni tipo di neoplasia, salvo forse per certo linfomi.
A quanto pare, la frase è stata inserita non su suggerimento dei medici ma dagli avvocati; in USA si rischiano cause miliardarie per promesse terapeutiche infondate; solo in Italia si può proclamare in TV che « siamo a un passo dal debellare i tumori», o «abbiamo migliorato di molto la sopravvivenza» o «disponiamo oggi di chemioterapie mirate e meno invasive» (balla assoluta: nel mio caso mi hanno proposto, a scopo preventivo, il solito bombardamento pesante e indiscriminato di sostanze tossiche e cancerogene) nel chiedere il 5 per mille da parte dello IEO, l’istituto privato-convenzionato di Veronesi.
La chemio viene dunque proposta (imposta) come risposta alla domanda psicologica dei pazienti spaventati dalla diagnosi («Dottore, mi salvi») da esperti che ne conoscono perfettamente l’inefficacia; e che esercitano questo trattamento come un vero esercizio della crudeltà, crudeltà per cui hanno mano libera (ho ricevuto resoconti di calvarii individuali che fanno rizzare i capelli in testa …), e che un giorno, spero, porterà l’intera oncologia ad essere definita come crimine contro l’umanità.
Personalmente, mi sforzo di adottare un altro atteggiamento; anzichè l’inane ansia di sfuggire alla morte, buttarmici a capofitto; una volta in grazia di Dio, non c’è più motivo di aver paura.
Ma allora, Blondet, non stai facendo alcuna cura?
Me lo chiedono diversi amici. Una cura la sto facendo. A scarico di coscienza, sto sottoponendomi ad iniezioni in dosi crescenti di acido ascorbico (vitamina C) in vena, dosi che dovrebbero diventare molto alte (30-50 grammi a infusione) sotto il controllo di un medico di cui non faccio il nome, perchè ha già (naturalmente …) i suoi guai giudiziari per questa colpa, aggravata dal fatto che non cerca di farci soldi.
È, con qualche miglioramento, la vecchia cura proposta mezzo secolo fa da Linus Pauling, che lì per lì ricevette per questo persino il Nobel. La terapia fu poi liquidata da sperimentazioni cliniche condotte dalla clinica Mayo del Minnesota, che smentì le speranze sollevate. Il fatto è che alla Mayo si trattarono i pazienti della sperimentazione con acido ascorbico in alte dosi per via orale, credendo (o fingendo di credere) che l’assorbimento intestinale della sostanza presa per bocca fosse così alto, da equivalere all’assorbimento in vena … i risultati furono provvidenzialmente deludenti.
Attualmente, però, il trattamento con IVC (Intra-venous C vitamin) in megadosi di pazienti cancerosi è tornato in auge in diverse cliniche americane e britanniche: anzi, è vista come una terapia legittima « per i pazienti che deliberatamente rifiutano la chemio» (così il dottor Julian Kenyon, direttore medico della Dove Clinic for Integrated Medicine, London e Winchester).
Una seria rivista scientifica, il “Proceedings of National Academy of Sciences”, ha pubblicato i risultati di un lavoro di vari scienziati che hanno comprovato come «dosi farmacologiche (cioè altissime) di ascorbato» siano riuscite a produrre «una riduzione di un aggressivo glioblastoma nel topo», ed anche tumori delle ovaie e del pancreas. I ricercatori non si peritano di raccomandare questa terapia su pazienti umani «con prognosi infausta e opzioni terapeutiche limitate». (Pharmacologic doses of ascorbate act) Qui il testo completo dello studio: Pharmacologic doses of ascorbate act as a prooxidant and decrease growth of aggressive tumor xenografts in mice
Il lavoro spiega anche il meccanismo d’azione della vitamina C.
Normalmente, anche in alte dosi, essa è un potente anti-ossidante, e in quanto tale un sostegno del sistema immunitario. In dosi ancora più alte, però, diventa un pro-ossidante: converte i radicali liberi in perossido di idrogeno, una sostanza (è l’acqua ossigenata, H2O2, in cui il secondo atomo di ossigeno facilmente si libera bruciando i tessuti) fortemente tossica per le cellule, in quanto ne danneggia la membrana. Senonchè, le cellule normali del corpo sono in grado di neutralizzare il perossido di idrogeno, grazie a un importantissimo enzima chiamato catalasi, che le cellule sane producono, anzi che è ubiquitario in tutti gli organismi animali e vegetali. (Catalasi)
Le cellule tumorali invece non sono capaci di produrre la catalasi, sicchè sono senza difesa davanti all’azione tossica del perossido, il prodotto di scarto della vitamica C in altissime dosi; le cellule cancerose verrebbero dunque uccise in modo selettivo, tanto più che l’acido ascorbico si concentra, com’è stato comprovato dagli esami del siero, preferenzialmente attorno ai tumori solidi piuttosto che nei tessuti sani, a causa della somiglianza chimica della vitamina C col glucosio, di cui le cellule tumorali sono ghiotte.
Se questo è vero, il trattamento con dosi altissime di acido ascorbico endovena otterrebbe quello che la chemioterapia promette e non mantiene: uccidere selettivamente le cellule cancerose, risparmiando invece i tessuti sani.
Vedo anche, spigolando qua e là, allusioni dei medici favorevoli a questo tipo di cura ad un « protocollo del Kansas», con precise linee guida indicate da una dottoressa Jeanne Drisko, che all’università del Kansas dirige il Programma di Medicina Integrata.
Dosi crescenti di vitamina C infuse in flebo « due volte la settimana» è il metodo seguito dal dottor Thomas Cowan, con il controllo della concentrazione della vitamina nel sangue immediatamente dopo l’infusione; «una volta raggiunti i livelli ottimali, si continua fino a quando constati una remissione (dell’avanzata della neoplasia); se la remissione si verifica, la terapia è continuata per sei mesi fino a un massimo di due anni, nello sforzo di cambiare l’intero corso della patologia».
La rivelazione del meccanismo d’azione dell’acido ascorbico in dosi farmacologiche non solo vendica Linus Pauling (che del meccanismo per cui la vitamina C aveva azione anti-tumorale non seppe dare ragione); ma anche, mi pare, in qualche modo rafforza la posizione dei credenti nella terapia alternativa a base di ascorbato di potassio. Come forse è noto a molti lettori, l’idea venne a un chimico fiorentino di nome Gianfranco Valsè Pantellini nel 1947, dopo aver fatto visita ad un amico orefice con cancro gastrico terminale. Trovò che il malato riusciva ormai a nutrirsi solo con limonate rese effervescenti dal bicarbonato; i medici gli davano poche settimane di vita. Invece, mesi dopo, il canceroso appariva guarito (morirà otto anni più tardi, di infarto). Pantellini vide che, per un errore del farmacista, il bicarbonato con cui l’orefice mescolava il suo succo di limone non era comune bicarbonato di sodio, ma di potassio. Errore felice: come intuì il chimico, mentre il sodio resta nei tessuti liquidi esterni alla cellula, sangue e siero, il potassio svolge un ruolo essenziale nei processi metabolici intra-cellulari, portando (per semplificare) la vitamina C direttamente all’interno delle cellule.
Gli effetti collaterali della terapia con acido ascorbico (frequenza di urinare, a volte lieve diarrea) non sono nemmeno paragonabili con gli effetti collaterali della chemio. Del resto, l’acido ascorbico è la sola vitamina che non provochi iper-vitaminosi, quasi che la natura (Dio?) l’avesse predisposta per le alte dosi prescritte dal Kansas Protocol.
La vitamina C ad alte dosi ha anche un costo incredibilmente modesto rispetto alla chemio. Una confezione con 5 fiale (5 cc.) costa 3,6 euro. Il costo diventa però ragguardevole quando si giunge ad infusioni quotidiane di 30 o 50 o 75 cc., sostenute per mesi.
E qui entra di nuovo in causa il mio medico di base che «non fa ricette di cure alternative». Ho provato a portargli lo studio sopra citato col meccanismo d’azione spiegato (l’esistenza della catalasi, penso, sarà una scoperta anche per molti dottori), ma ho commesso l’errore di portargli il testo inglese dello studio pubblicato dalla rivista dell’Accademia delle Science USA. Lui l’ha sventolato allontanandolo da sè come fosse un insetto molesto: «Sono sicuro che posso trovare decine di articoli che dicono il contrario». Il fatto è che non ci sono …
Ciò mi ha fatto meditare sulla formazione dei medici di base. Dopo la laurea, oberati dal lavoro per lo più burocratico, tutto il loro aggiornamento lo ricevono dagli informatori scientifici, ossia dai propagandisti e piazzisti delle aziende farmaceutiche, da esse pagati e sguinzagliati negli ambulatori con le borse di cuoio piene del nuovo farmaco brevettato da raccomandare, piccoli e grandi omaggi, offerte di partecipare a seminari sul nuovo farmaco a Portofino o a Lanzarote, pranzo cena e pernottamento, con signora.
Questa non è solo corruzione. La pratica propagandistica deforma la mentalità dei medici nel senso di rafforzare in loro una preferenza assoluta per i farmaci confezionati; per i farmaci di «grandi case farmaceutiche»; per i farmaci «nuovi» rispetto a farmaci vecchi, parimenti efficaci e spesso meno pericolosi (esempio in cardiologia: il Clopdigrel, o Plavix della Sanofi-Aventis, è un fluidificante del sangue più o meno efficace quanto l’aspirina, ma va controllato accuratamente perchè provoca danni al … midollo spinale).
Non esistono più medici – ma ho fatto a tempo a conoscerne almeno un paio – che compongono o propongono galenici. Per esempio, ci sono donne a Rimini che hanno gratitudine eterna per il mio ex suocero, un burbero medico croato che le salvò dallo sfiguramento di gravi ustioni, senza bisogno di ricorrere al chirurgo plastico, con una pomata di sua composizione (ne aveva ottenuto la formula da una zingara, diceva): una pomata per comporre la quale, però, il dottor Minak andava ogni mattina al macello a raccogliere midollo di bue fresco, cosa che la Sanofi-Aventis certo non fa.
Ho conosciuto medici che ancora prescrivevano pillole di calcio che altro non erano che polvere d’ossa, altro sottoprodotto di macelleria – fino a quando le pillole non sono scomparse dalle farmacie, perchè costavano troppo poco per fare profitto. Ho conosciuto ancora medici che curavano l’acne o altre foruncolosi con l’Ittiolo, tratto da scisti bituminosi, dal caratteristico odore di pesce affumicato; o prescrivevano, non ricordo per quale affezione, acido ursinico, tratto dal grasso d’orso. Erano cure efficaci; ma non conviene più produrle. Anche l’acido ascorbico iniettabile viene fabbricato da qualche piccola ditta praticamente su ordinazione.
Il mio medico sa solo che la vitamina C endovena «era un’idea di Pauling, ma superata». I nuovi studi non lo raggiungono, se non gliene parla il promotore scientifico della Merck o della Squibb.
Proverò a tornare alla carica, assicurandolo che non metterò la vitamina a carico della ASL – l’ente previdenziale dei giornalisti rimborsa persino l’omeopatia e gli integrativi, purchè li prescriva il medico curante – ma non ho molte speranze. La mia cura, presto o tardi, dovrà fermarsi per impossibilità dello scrivente ad avere la prescrizione firmata dal medico, di cui necessito. Confido più che mai nelle preghiere di tutti, e nella volontà di Cristo.
P.S.: Secondo le ultime notizie, la FDA (Food and Drug Administration) si appresta a vietare la somministrazione di acido ascorbico in vena, fra le proteste di diverse cliniche americane che già l’hanno adottata. Sarà curioso vedere quale scusa troveranno stavolta: effetti collaterali dell’unica vitamina che non produca iper-vitaminosi? A quando una valutazione degli effetti collaterali della Ciclofosfamide, la mostarda azotata vescicante che cominciò la sua carriera nelle trincee per avvelenare i soldati a migliaia?

lunedì 11 marzo 2019

vivere all’altezza della propria dignità di uomini


Vivere all’altezza della propria dignità di uomini 

***

Che cosa poi voglia dire vivere all’altezza della propria dignità di uomini è questione sterminata; però credo che almeno tre aspetti possano essere messi a fuoco.
·        Il primo aspetto è la verità, la conoscenza del vero. Per poter vivere da uomini il primo fattore  è conoscere, capire come stanno le cose. Si potrebbe stare al mondo dicendo a una donna “ti amo” senza sapere che cosa si sta dicendo? Dicendo a un amico “ti voglio bene” senza sapere che cos’è l’amicizia? Subendo il dolore, - la gente muore - e non capendo niente della sofferenza e della gioia della salute e della malattia, del bene e del male, della verità e della menzogna. Si può stare al mondo senza sapere niente di tutto questo? Si può benissimo stare al mondo senza l’inglese e senza la matematica, senza essere andati a scuola; ma che uomo sarebbe uno che non sapesse niente del Bene e del Male, del senso di tutto e di ogni singola parte? Allora capiamo perché nella Divina Commedia e così centrale lo vedremo la questione della luce: perché la luce e il punto di esperienza anche fisica che facciamo della chiarezza. Invece nella mancanza di chiarezza, al buio, ci facciamo del male: anche se nessuno è cattivo, se nessuno vuol male al vicino, nel buio ognuno va a sbattere contro gli altri, contro le cose. Quindi la prima esigenza dell’uomo è avere una luce, conoscere la verità delle cose.
·        Poi però Dante aggiungerebbe che questo non basta. Perché bisogna che la verità conosciuta come è successo a lui con Beatrice investa la vita, dia forma alla Vita. Dare forma alla vita vuol dire dare un senso alle cose, generare un modo di amare, di usare i soldi, il tempo. Rendere buona la vita: conoscere la verità e praticare il bene. Ma non basta ancora. Di che cosa avrebbe bisogno ancora un uomo?

·        L’ultima cosa, la terza dimensione, è che un uomo ha bisogno di sentire utile il proprio tempo. Cioè occorre che alla fine della giornata, alla fine della settimana, alla fine del mese, ma anche alla fine della vita, uno possa dire: “Non è stato tempo perso. Ho sbagliato magari tanto, ma ho provato a rendere la mia vita utile per me stesso e per gli altri uomini, ho cercato di rendere questo mondo un po’ più vero, un po’ più giusto, un po’ più bello”. Coltivare, favorire, costruire la bellezza, rendere il mondo per quel che compete a ciascuno, nel  suo piccolo un po’ più bello. Conoscere la verità, amare il bene e costruire la bellezza sono le tre dimensioni dell’uomo, avrebbe detto Dante a vent’anni, perché lui di se stesso diceva cosi , pensava così.

domenica 10 marzo 2019

Vita cristiana

"Si sa che le cose buone, come quelle cattive, sono soggette a una specie di contagio; per scaldarsi bisogna stare vicino al fuoco, per bagnarsi bisogna entrare nell'acqua. Se si vuole gioia, forza, pace, vita eterna, si deve avvicinarsi o addirittura entrare in chi la possiede. Esse non sono una specie di premio che Dio, se volesse, potrebbe dare a chiunque, ma una grande fonte di energia e di bellezza che sgorga proprio dal centro della realtà. Se le siamo vicini lo spruzzo ci bagnerà; se no, resteremo asciutti e secchi. Una volta che qualcuno si è unito a Dio, come potrebbe non vivere per sempre? E se qualcuno è separato da Dio, cosa può fare se non disseccarsi e morire?...
L'offerta del Cristianesimo è proprio questa: se lasciamo fare a Dio, possiamo condividere la vita di Cristo. Se lo faremo, condivideremo una vita che fu generata, non creata, che è sempre esistita e sempre esisterà. Cristo è il figlio di Dio; se noi partecipiamo alla sua vita, saremo anche noi figli di Dio, ameremo il Padre come lo ama lui e lo Spirito Santo nascerà in noi. Egli venne su questa terra e divenne uomo per diffondere tra gli uomini la sua vita, mediante quello che io chiamo un "contagio salutare". Ogni cristiano deve diventare un piccolo Cristo; è questo, e nessun altro, l'intero scopo della conversione".
(C.S. Lewis)

mercoledì 6 marzo 2019

Il valore del digiuno


Il valore del digiuno
***
Il valore del digiuno consiste non solo nell’evitare certi cibi, ma anche nel rinunciare a tutti gli atteggiamenti, i pensieri e i desideri peccaminosi. Chi limita il digiuno semplicemente al cibo sta minimizzando il grande valore che possiede il digiuno. Se digiuni, le tue azioni devono provarlo!
–– ADVERTISEMENT ––
Se vedi un fratello in stato di necessità, abbi compassione di lui. Se vedi un fratello che ottiene un riconoscimento, non provare invidia. Perché il digiuno sia vero non può esserlo solo a parole, ma si deve digiunare con gli occhi, con le orecchie, con i piedi, con le mani e con tutto il corpo, con tutto ciò che è interiore ed esteriore.
Digiuni con le tue mani mantenendole pure nel servizio disinteressato agli altri. Digiuni con i tuoi piedi non essendo tanto lento nell’amore e nel servizio. Digiuni con i tuoi occhi non vedendo cose impure, o non concentrandoti sugli altri per criticarli. Digiuna da tutto ciò che mette in pericolo la tua anima e la tua santità. Sarebbe inutile privare il corpo del cibo ma nutrire il cuore di spazzatura, di impurità, di egoismo, di comodità.
Digiuni dal cibo ma ti permetti di ascoltare cose vane e mondane. Devi digiunare anche con le orecchie. Devi digiunare dall’ascoltare alcune cose che si dicono dei tuoi fratelli, menzogne sugli altri, soprattutto pettegolezzi, voci o parole fredde e dannose.
Oltre a digiunare con la bocca, devi digiunare dal dire qualsiasi cosa che possa fare male all’altro, perché a cosa ti serve non mangiare carne se divori tuo fratello?

San Giovanni Crisostomo

lunedì 4 marzo 2019

Un libro-intervista di Benedetto XVI con il famoso giornalista tedesco Seewald. Un punto di vista inedito del pontefice sui temi di attualità. 

"Non siamo un centro di produzione, non siamo un'impresa finalizzata al profitto, siamo Chiesa. Siamo una comunità di persone che vive nella fede. Il nostro compito non è creare un prodotto o avere successo nelle vendite. Il nostro compito è vivere esemplarmente la fede, annunciarla; e mantenere in un profondo rapporto con Cristo e così con Dio stesso non un gruppo d'interesse, ma una comunità di uomini liberi che gratuitamente dà, e che attraversa nazioni e culture, il tempo e lo spazio." 

domenica 3 marzo 2019

IL MISTERO DELLA MADONNINA PIU’ CONOSCIUTA DEL MONDO. UN GROVIGLIO DI VITE CHE SFIORA ANCHE PABLO NERUDA

 IL MISTERO DELLA MADONNINA PIU’ CONOSCIUTA DEL MONDO. UN GROVIGLIO DI VITE CHE SFIORA ANCHE PABLO NERUDA
***

È strano, la “Madonna col bambino” più popolare e più diffusa al mondo, per tutto il Novecento, è stata dipinta da un italiano, ma non uno dei grandi della nostra pittura, come Botticelli, Raffaello, Leonardo, Caravaggio o Bellini, bensì da un pittore nato nel 1853 che pochi conoscono: Roberto Ferruzzi.

Si dice che sia l’immagine sacra più riprodotta al mondo (perfino su un francobollo di Dubai), ma non si sa dov’è finito il quadro originale. Proprio per ritrovarlo, giovedì scorso, è stato lanciato un insolito appello a “Chi l’ha visto?” su Rai 3.

In attesa della soluzione del giallo, c’è tutta una storia da raccontare che si dipana da Venezia fino alle due Americhe. Un commovente groviglio di vite.

Roberto Ferruzzi nacque a Sebenico, in Dalmazia, antica terra della repubblica di Venezia che nel XIX secolo era sotto l’impero asburgico. Suo padre, un facoltoso avvocato, fu amministratore pubblico della città e Roberto dagli studi classici poi approdò alla facoltà di Giurisprudenza, a Padova.

Tuttavia la sua vera passione era la pittura. Così nel 1879 decise di andare a vivere sui Colli Euganei, a Luvigliano, dove si dedicò ai quadri raccogliendo anche attorno a sé un cenacolo di amici e di artisti.

Il quadro, nelle intenzioni del pittore, non era una “Madonna col bambino”, ma solo un’immagine di tenerezza materna, infatti Ferruzzi lo intitolò “Maternità”.

Si narra che un giorno chiese a una ragazzina del luogo, Angelina Cian, di posare per lui mentre teneva in braccio il fratellino di pochi mesi. Lei era la seconda di quindici figli. Il Veneto nell’Ottocento era una terra povera e nelle famiglie contadine le più grandi facevano da madri ai più piccoli. 

Vinse nel 1897  la seconda Biennale di Venezia così diventò celebre e fu varie volte venduto, ad alto prezzo, finché venne acquistato dai Fratelli Alinari, i famosi fotografi di Firenze, i quali lo rivendettero a loro volta, ma non si sa a chi (gli archivi non lo dicono).


Pare che sia finito nelle mani di un ambasciatore americano che lo inviò negli Stati Uniti su una nave che – durante la Seconda guerra mondiale – fu affondata dai tedeschi, facendo sparire anche l’opera originale del Ferruzzi. Tuttavia c’è chi sostiene che il quadro in realtà possa essere arrivato a destinazione e faccia parte tuttora di una collezione privata in Pennsylvania. 

Va detto però che gli Alinari, vendendolo, si erano riservati tutti i diritti di riproduzione, probabilmente intuendone la potenzialità.


Proprio dalle loro riproduzioni fotografiche deriva la straordinaria diffusione di quell’immagine che diventò subito un’icona sacra, una “Madonna col bambino”, perché l’Italia del tempo era cattolica e subito, spontaneamente, vide, in quella giovane fanciulla col bambino, la Madre di Gesù. 

Nel frattempo Angelina, cresciuta, aveva sposato il veneziano Antonio Bovo. Con lui si era trasferita in California nel 1906. I due ebbero dieci figli, ma per la prematura morte del marito la giovane vedova si trovò in una situazione durissima.

Non si sa cosa accadde, un crollo psicologico, forse un grave esaurimento nervoso, fatto sta che Angelina finì in un manicomio dove morì nel 1972.

I figli crebbero in un Istituto per orfani. La seconda figlia, che portava il nome della Madonna, Mary, crescendo scelse la vocazione religiosa e divenne suora col nome Angela Maria Bovo (il nome Angela fu voluto in onore di sua madre).

Solo nel 1984, venendo in Italia, a Venezia, alla ricerca dei parenti dei genitori, la suora scoprì, dalle anziane zie, che sua madre era stata la modella dell’immagine della Madonna più diffusa al mondo.

C’è poi l’altro lato della storia. Il pittore Roberto Ferruzzi morì nel 1934 a Luvigliano dove lo considerano ancora una gloria locale e dove coltivano la speranza di ritrovare il quadro originale della Madonnina (è da loro che è partito l’appello per “Chi l’ha visto?”).

A Venezia vive e lavora un pronipote del pittore che ha il suo stesso nome. Roberto Ferruzzi jr. gallerista ed esperto d’arte, mi racconta la storia della sua famiglia: “mio nonno Ferruccio, il figlio del pittore della Madonnina, faceva l’antiquario. Essendo un irredentista, vendette tutte le proprietà a Sebenico e venne a combattere contro l’Austria, come volontario, nella Prima guerra mondiale”.

Il figlio di Ferruccio, nato a Venezia nel 1927, si chiamerà Roberto come il nonno e poi come il figlio (il gallerista veneziano).

Anche il secondo Roberto Ferruzzi (Bobo  per gli amici) fece il pittore. Viaggiò in diversi paesi e continenti e si specializzò in grandi mosaici murali. Nel 1957 partì per l’America Latina e lavorò soprattutto in Cile dove in particolare rappresentò nei suoi dipinti la vita quotidiana della povera gente che, in quegli anni, vedeva ad ogni angolo della strada. I derelitti, i miseri.

Fu per questo che conobbe e divenne amico del più grande poeta cileno, Pablo Neruda, che riceverà il Premio Nobel per la letteratura nel 1971.

Roberti Ferruzzi jr, che nacque proprio a Santiago del Cile, ricorda: “Sì, Neruda era amico di mio padre. Ricordo che veniva a casa a trovarci mentre era ambasciatore a Parigi. Loro due condividevano quella sensibilità per i più poveri”.

Nel 1966 Neruda, in occasione di una Mostra a Santiago dell’amico Bobo Ferruzzi, scrisse:

“Bobo Ferruzzi, veneziano, scoprì questa America dolorosa, la sentì, la visse e la espresse con energia e tenerezza. Perché c’è amore nella visione di questo veneziano amareggiato. Ha dipinto con colori classici, gli stessi che lucevano nelle vesti degli angeli, la tristezza degli anfratti remoti, degli uomini maltrattati e dimenticati. Che l’intenso messaggio di Bobo Ferruzzi racconti e canti nel mondo, perché la verità della sua pittura ci scopre la tragica bellezza che gli dèi transitori vogliono nascondere. E non perché i popoli non soffrano, ma perché non si sappia. La pittura di Bobo Ferruzzi ha rotto le serrature e illuminato gli angoli con una luce azzurra”.

In fondo anche il nonno – rappresentando Angelina e il fratellino – aveva immortalato la povera gente del Veneto dell’Ottocento con la luce del cielo.

Quell’immagine fu l’icona di una povera ragazza ebrea che a Nazaret, 2000 anni fa, diventò la Madre di Dio: era colei che i poveri del Veneto dell’Ottocento e del Cile del Novecento pregavano e amavano.

La Madre dei poveri e dei dimenticatiche aveva cantato: “il mio spirito esulta in Dio mio salvatore perché ha guardato l’umiltàdella sua serva/… ha disperso i superbinei pensieri del loro cuore;/ ha rovesciato i potenti dai troni,/ ha innalzato gli umili”.


Antonio Socci
https://www.antoniosocci.com

da “Libero”, 3 marzo 2019