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mercoledì 27 settembre 2023

 

sugo della storia

Manzoni, Leopardi e la Madonna

Due giganti della letteratura italiana, Manzoni e Leopardi, spesso contrapposti nei libri di testo e dalla critica letteraria, presentano una straordinaria sintonia nella descrizione della natura umana e della situazione esistenziale in cui si trova l’uomo.

Alla fine del capitolo XXXVIII, il conclusivo de I promessi sposi, Manzoni utilizza un’immagine icastica: l’uomo è come un infermo che desidera cambiare letto, guarda quello altrui e lo vede più comodo e confortevole. Quando finalmente riesce a trovare un altro giaciglio, inizia a sentire “qui una lisca che lo punge, lì un bernoccolo che lo preme: siamo in somma, a un di presso, alla storia di prima. E per questo, soggiunge l’anonimo, si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio”.

La vita dell’uomo non è mai perfetta, immune dalla sofferenza e dai problemi. L’uomo desidera sempre indossare un vestito che non è il proprio, percepisce un’insoddisfazione come un pungolo, anche quando sembra aver raggiunto l’obiettivo tanto agognato.

Anche per Leopardi l’uomo prova un sentimento di insoddisfazione e di tristezza che deriva da una tensione inesausta all’infinito, alla compiutezza e alla perfezione, sentimento definito laconicamente col termine “noia”, “in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani,… il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera” (Pensieri, LXVIII).

A distanza di pochi anni Manzoni e Leopardi scrivono due bei testi poetici dedicati alla Madonna.

Nel 1812 a Il nome di Maria Manzoni riserva un intero inno sacro, forse il più bello, ma “stranamente” anche poco conosciuto. Manzoni attesta che la profezia “Tutte le genti” la “chiameranno beata” si è adempiuta:

e detto salve a lei, che in reverenti

accoglienze onorò l’inaspettata,

Dio lodando, sclamò: Tutte le genti

mi chiameran beata…

Noi, oggi, siamo senz’altro

[…] testimoni che alla tua parola

obbediente l’avvenir rispose,

[…]

Noi sappiamo, o Maria, ch’Ei solo attenne

l’alta promessa che da Te s’udìa,

ei che in cor la ti pose: a noi solenne

è il nome tuo, Maria.

Ogni popolo ha conosciuto la grandezza della Madonna, la “Vergine, […] Signora, […] Tuttasanta”. A Lei ricorrono il bambino, nelle “paure della veglia bruna”, a Lei “ricorre il navigante”. A lei “la femminetta … della sua immortale/ alma gli affanni espone”.

La Madonna ascolta le nostre suppliche e le nostre preghiere “non come suole il mondo”. A Lei ogni popolo canti:

Salve, o degnata del secondo nome,

o Rosa, o Stella, ai periglianti scampo,

inclita come il sol, terribile come

oste schierata in campo.

 

Solo una vera e profonda devozione mariana potrebbe partorire versi di tale bellezza e di tale forza espressiva! Nel contempo, soltanto un lettore devoto e grato alla Madonna avverte la verità di questa poesia, non certo “retorica”, ma solenne, come si addice alla “Madre di tutti i viventi”.

Quattro anni più tardi, tra il novembre e il dicembre del 1816, G. Leopardi scrive un componimento intitolato L’appressamento della morte, composto in terzine dantesche. Il richiamo a Dante è non solo nell’uso della forma metrica.

In maniera sorprendente, infatti, il testo si conclude come la Commedia dantesca con un’invocazione alla Madonna. Scrive il Recanatese:

O Vergin Diva, se prosteso mai

Caddi in membrarti, a questo mondo basso,

Se mai ti dissi Madre e se t’amai,

Deh tu soccorri lo spirito lasso

Quando de l’ore udrà l’ultimo suono,

Deh tu m’aita ne l’orrendo passo.

Leopardi invoca la Madonna perché possa soccorrerlo nell’ora della morte. Così, Leopardi può rivolgersi al Padre Redentore con la sicurezza di un figlio che ha riposto bene la sua fiducia:

Se ‘l mondo cangiar co’ premi tuoi

Deggio morendo e con tua santa schiera,

Giunga il sospir di morte.

Una perlustrazione integrale dell’intera opera leopardiana, in prosa e in poesia, darà poi esiti impensati, perché il poeta più volte esalta la figura della Madonna e la invoca.

Inoltre, Leopardi strinse rapporti stretti con i Gesuiti negli anni della permanenza a Napoli dal 1833 al 1837, anno della sua morte. Secondo la testimonianza scritta del gesuita F. Scarpa Leopardi “si confessò e si riconciliò con Dio per mezzo del Sacramento della Penitenza”. La richiesta alla Madonna fatta in giovinezza di stargli vicino “all’appressamento della morte” si è dunque compiuta

lunedì 21 agosto 2023

L'amicizia non si trova pi

 "L'amicizia non si trova più, o se vuoi chiamarla con questo nome, devi sapere ch'è fatta a uso di quelle fibbie o fermagli che servono ad allacciare mentre bisogna, e finito il bisogno si slacciano, e spesse volte si levano via. Cosi le amicizie d'oggidì. Fatte che sieno, quand'occorre s'allacciano e stringono: finita l'occorrenza, alle volte si slacciano ma si lasciano in essere, tanto che volendo si possano riallacciare; altre volte si levano via del tutto, e ciascuno resta libero e sciolto come per l'addietro"

Giacomo Leopardi

venerdì 20 maggio 2022

 .


Il "cuore": la sete di felicità, il desiderio di non sprecare la vita, ma anzi di trovare uno scopo. Lo dice bene 

:

 «Bisogna proporre un fine alla propria vita per viver felice [...].Io non ho potuto mai concepire che cosa possano godere, come possano viver quegli scioperati e spensierati che (anche maturi o vecchi) passano di godimento in godimento, di trastullo in trastullo, senza aversi mai posto uno scopo a cui mirare abitualmente, senza aver mai detto, fissato, tra se medesimi: a che mi servirà la mia vita? Non ho saputo immaginare che vita sia quella che costoro menano, che morte quella che aspettano» (Zibaldone  p. 4518).


Il "cuore", la mendicante domanda del "Cieco" di Pascoli che intuisce di essere guardato dal Mistero: "Chi che tu sia, rivela chi sei!"

martedì 15 marzo 2022

 “Perché fiorire si può e si deve, anche in mezzo al deserto, perché se le cose fragili come un fiore di ginestra lo sanno fare, anche noi siamo chiamati a fare  altrettanto.

-Giacomo Leopardi-”

sabato 19 maggio 2018

AL CONTE CARLO PEPOLI

 AL CONTE CARLO PEPOLI
***

Questo affannoso e travagliato sonno
Che noi vita nomiam, come sopporti,
Pepoli mio? di che speranze il core
Vai sostentando? in che pensieri, in quanto
O gioconde o moleste opre dispensi
L'ozio che ti lasciàr gli o la vita,
Se quell'oprar, quel procurar che a degno
Obbietto non intende, o che all'intento
Giunger mai non potria, ben si conviene
Ozioso nomar. La schiera industre
Cui franger glebe o curar piante e greggi
Vede l'alba tranquilla e vede il vespro,
Se oziosa dirai, da che sua vita
E' per campar la vita, e per se sola
La vita all'uom non ha pregio nessuno,
Dritto e vero dirai. Le notti e i giorni
Tragge in ozio il nocchiero; ozio il perenne
Sudar nelle officine, ozio le vegghie
Son de' guerrieri e il perigliar nell'armi;
E il mercatante avaro in ozio vive:
Che non a se, non ad altrui, la bella
Felicità, cui solo agogna e cerca
La natura mortal, veruno acquista
Per cura o per sudor, vegghia o periglio.
Pure all'aspro desire onde i mortali


Già sempre infin dal dì che il mondo nacque
D'esser beati sospiraro indarno,
Di medicina in loco apparecchiate
Nella vita infelice avea natura
Necessità diverse, a cui non senza
Opra e pensier si provvedesse, e pieno,
Poi che lieto non può, corresse il giorno
All'umana famiglia; onde agitato
E confuso il desio, men loco avesse
Al travagliarne il cor. Così de' bruti
La progenie infinita, a cui pur solo,
Nè men vano che a noi, vive nel petto
Desio d'esser beati; a quello intenta
Che a lor vita è mestier, di noi men tristo

Condur si scopre e men gravoso il tempo,
Nè la lentezza accagionar dell'ore.
Ma noi, che il viver nostro all'altrui mano
Provveder commettiamo, una più grave
Necessità, cui provveder non puote
Altri che noi, già senza tedio e pena
Non adempiam: necessitate, io dico,
Di consumar la vita: improba, invitta
Necessità, cui non tesoro accolto,
Non di greggi dovizia, o pingui campi,
Non aula puote e non purpureo manto
Sottrar l'umana prole. Or s'altri, a sdegno
I vóti anni prendendo, e la superna
Luce odiando, l'omicida mano,
I tardi fati a prevenir condotto,
In se stesso non torce; al duro morso
Della brama insanabile che invano
Felicità richiede, esso da tutti
Lati cercando, mille inefficaci
Medicine procaccia, onde quell'una
Cui natura apprestò, mal si compensa.
Lui delle vesti e delle chiome il culto
E degli atti e dei passi, e i vani studi
Di cocchi e di cavalli, e le frequenti
Sale, e le piazze romorose, e gli orti,
Lui giochi e cene e invidiate danze
Tengon la notte e il giorno; a lui dal labbro
Mai non si parte il riso; ahi, ma nel petto,
Nell'imo petto, grave, salda, immota
Come colonna adamantina, siede
Noia immortale, incontro a cui non puote
Vigor di giovanezza, e non la crolla
Dolce parola di rosato labbro,
E non lo sguardo tenero, tremante,
Di due nere pupille, il caro sguardo,
La più degna del ciel cosa mortale.

Altri, quasi a fuggir volto la trista
Umana sorte, in cangiar terre e climi
L'età spendendo, e mari e poggi errando,
Tutto l'orbe trascorre, ogni confine
Degli spazi che all'uom negl'infiniti
Campi del tutto la natura aperse,
Peregrinando aggiunge. Ahi ahi, s'asside
Su l'alte prue la negra cura, e sotto
Ogni clima, ogni ciel, si chiama indarno
Felicità, vive tristezza e regna.

Havvi chi le crudeli opre di marte
Si elegge a passar l'ore, e nel fraterno
Sangue la man tinge per ozio; ed havvi
Chi d'altrui danni si conforta, e pensa
Con far misero altrui far se men tristo,
Sì che nocendo usar procaccia il tempo.
E chi virtute o sapienza ed arti
Perseguitando; e chi la propria gente
Conculcando e l'estrane, o di remoti
Lidi turbando la quiete antica
Col mercatar, con l'armi, e con le frodi,
La destinata sua vita consuma.

Te più mite desio, cura più dolce
Regge nel fior di gioventù, nel bello
April degli anni, altrui giocondo e primo
Dono del ciel, ma grave, amaro, infesto
A chi patria non ha. Te punge e move
Studio de' carmi e di ritrar parlando
Il bel che raro e scarso e fuggitivo
Appar nel mondo, e quel che più benigna
Di natura e del ciel, fecondamente
A noi la vaga fantasia produce
E il nostro proprio error. Ben mille volte
Fortunato colui che la caduca
Virtù del caro immaginar non perde
Per volger d'anni; a cui serbare eterna
La gioventù del cor diedero i fati;
Che nella ferma e nella stanca etade,
Così come solea nell'età verde,
In suo chiuso pensier natura abbella,
Morte, deserto avviva. A te conceda
Tanta ventura il ciel; ti faccia un tempo
La favilla che il petto oggi ti scalda,
Di poesia canuto amante. Io tutti
Della prima stagione i dolci inganni
Mancar già sento, e dileguar dagli occhi
Le dilettose immagini, che tanto
Amai, che sempre infino all'ora estrema
Mi fieno, a ricordar, bramate e piante.
Or quando al tutto irrigidito e freddo
Questo petto sarà, nè degli aprichi
Campi il sereno e solitario riso,
Nè degli augelli mattutini il canto
Di primavera, nè per colli e piagge
Sotto limpido ciel tacita luna
Commoverammi il cor; quando mi fia
Ogni beltate o di natura o d'arte,
Fatta inanime e muta; ogni alto senso,
Ogni tenero affetto, ignoto e strano;
Del mio solo conforto allor mendico,
Altri studi men dolci, in ch'io riponga
L'ingrato avanzò della ferrea vita,
Eleggerò. L'acerbo vero, i ciechi
Destini investigar delle mortali
E dell'eterne cose; a che prodotta,
A che d'affanni e di miserie carca
L'umana stirpe; a quale ultimo intento
Lei spinga il fato e la natura; a cui
Tanto nostro dolor diletti o giovi:
Con quali ordini e leggi a che si volva
Questo arcano universo; il qual di lode
Colmano i saggi, io d'ammirar sono pago.

In questo specolar gli ozi traendo
Verrò: che conosciuto, ancor che tristo,
Ha suoi diletti il vero. E se del vero
Ragionando talor, fieno alle genti
O mal grati i miei detti o non intesi,
Non mi dorrò, che già del tutto il vago
Desio di gloria antico in me fia spento:
Vana Diva non pur, ma di fortuna
E del fato e d'amor, Diva più  cieca. 

G. LEOPARDI

mercoledì 19 luglio 2017

riflessioni leopardi


riflessioni
***
«Uno de’ maggiori frutti che io mi propongo
e spero da’ miei versi,
è che essi riscaldino la mia vecchiezza
col calore della mia gioventù;
di commuover me stesso in rileggerli,
come spesso mi accade,
 e meglio che in leggere poesie d’altri:
 oltre la rimembranza,
il riflettere sopra quello ch’io fui,
e paragonarmi meco medesimo;
e in fine il piacere
che si prova in gustare e apprezzare i propri lavori,
 e contemplare da sé compiacendosene,
le bellezze e i pregi di un figliuolo proprio,
 non con altra soddisfazione,
che di aver fatta una cosa bella al mondo;
sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui.»

G.Leopardi
- Zibaldone -

domenica 26 marzo 2017

«DOPO TANTO CERCARE E INDAGARE» La religiosità di Giacomo Leopardi



«DOPO TANTO CERCARE E INDAGARE»

La religiosità di Giacomo Leopardi

***


ABSTRACT – A proposito della religiosità di Giacomo Leopardi, è interessante leggere con sguardo critico in particolare le sue Operette morali. In esse si può riconoscere un cammino: dalla negatività dei primi dialoghi, in cui l’uomo è immerso nella morte e nel nulla, alla positività degli ultimi dialoghi, dove si prospettano l’amore e la gloria come soluzione al pessimismo.
Oltre alle sue opere, la religiosità del poeta è rintracciabile nella sua biografia. Questa ricostruzione è possibile perché, verso la fine del secolo scorso, alcuni studiosi hanno ribaltato l’immagine di un Leopardi anticristiano, morto senza fede, e hanno dimostrato il contrario. Ci riferiamo in particolare a Nicola Storti e a Divo Barsotti.
Barsotti dà questo giudizio di Leopardi: «[Egli] aveva scritto del cristianesimo, ma lo aveva visto dal di fuori; ne aveva trattato come di una dottrina, non ne aveva avuto una conoscenza reale». Ad ogni modo, «il rifiuto a ogni fede religiosa non fu mai, nel poeta, assoluto e pacifico». Più che una negazione della fede cristiana, la sua fu una rivolta contro il male; perciò la sua poesia, pur non essendo cristiana, fu «religiosa».
Dal canto suo, Storti, addetto all’Archivio Segreto Vaticano, è giunto alla conclusione — attraverso il rinvenimento di alcuni importanti documenti, inclusa una lettera che attesta la sua amicizia con il padre gesuita Francesco Scarpa, suo confessore — che il poeta recanatese, negli ultimi tempi della sua vita, ritornò alla fede della sua prima adolescenza, e che la sua morte è stata cristiana.
È interessante sapere che tra gli scritti del poeta recanatese ci sono anche due preghiere a Maria. La più lunga delle due si trova a chiusura del poemetto «Appressamento della morte», scritto a 18 anni: O Vergin Diva, se prosteso mai / caddi in membrarti, a questo mondo basso, / se mai ti dissi Madre e se t’ amai, / deh tu soccorri lo spirito lasso / quando de l’ ore udrà l’ ultimo suono, / deh tu m’ aita ne l’orrendo passo.
Ungaretti, che ha studiato in modo approfondito Leopardi, ha dato un giudizio del poeta che può sembrare sorprendente: «Egli è molto più cristiano del Petrarca, forse il più grande cristiano che ci sia mai stato: ama perdutamente il prossimo».

lunedì 9 febbraio 2015

L’animo umano e la domanda di felicità

L’animo umano e la domanda di felicità

***



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febbraio 8, 2015 Giovanni Fighera
Pubblichiamo parte del primo capitolo di “Che cos’è dunque la felicità, mio caro amico?” di Giovanni Fighera, ripubblicato in questi giorni da Ares.
fighera-felicita-amicoPubblichiamo parte del primo capitolo di Che cos’è dunque la felicità, mio caro amico? di Giovanni Fighera, ripubblicato in questi giorni da Ares. Dello stesso volume abbiamo già anticipato la prefazione di monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio.
Un personaggio del romanzo di I. Turgenev Padri e figli, Odincova, chiede all’amico Bazarov perché “anche quando godiamo, ad esempio, di una musica, di una buona serata, della conversazione con gente simpatica, perché tutto ciò sembra piuttosto un’allusione a non so che smisurata felicità che esiste in qualche luogo, anziché una felicità reale, cioè, tale che la possediamo noi”.
Per provare a rispondere alla sua domanda dobbiamo tentare di impostare bene il problema della felicità, ovvero risalire alla natura dell’animo umano. Partiremo, quindi, dall’analisi che G. Leopardi conduce sulla questione.
Pochi autori, infatti, sono stati così lucidi nel descrivere la natura del nostro animo, assetato di una felicità piena, assoluta, infinita, proprio perché il nostro animo è “capacità di Infinito”. Noi abbiamo un cuore (nel senso biblico del termine), ovvero un complesso di esigenze originarie (l’esigenza di felicità, di amore, di giustizia, di bellezza) per cui ciascuno di noi è attratto dal bello, dal vero, dal giusto, dal bene, almeno quando siamo nella nostra posizione più autentica e vera. È questo cuore che ci fa sobbalzare all’ascolto della sinfonia n. 40 di Mozart, che ci fa provare un sentimento di ebbrezza e, nel contempo, inquietudine alla rappresentazione del Don Giovanni alla Scala o che, ancora, ci fa rimanere in estasi, presi da ammirazione e tremore, di fronte alla Cappella Sistina. È sempre questo cuore che ci fa palpitare alla vista di un tramonto o di un cielo stellato o al ritorno dal lavoro della donna a cui ci siamo uniti per tutta la vita. È sempre questo cuore che ci fa restare rapiti di fronte alle parole pronunciate con verità da qualcuno che magari mai avevamo incontrato prima: il nostro cuore, infatti, coglie la corrispondenza tra quanto desidera e quanto incontra.
Ebbene, questo cuore può essere paragonato ad un recipiente “capace” di Infinito (capax è il termine latino per indicare la capacità di contenere), perché non è mai colmo: puoi, infatti, riempirlo di bevande differenti in continuazione, ma il liquido non giungerà mai all’orlo del bicchiere, del contenitore. Quante volte facciamo l’esperienza di avere apparentemente colmato il nostro desiderio di felicità, ma subito dopo l’esperienza dell’amarezza e della tristezza si fa largo! Gli studiosi di economia (lasciatemi passare il paragone, anche se evidentemente il confronto ha un sapore ironico) potrebbero parlare di un “bisogno” risorgente e mai pienamente soddisfatto.
Questa peculiarità è tipica soltanto dell’uomo. Leopardi scrive nello Zibaldone di pensieri: “Tutto è o può essere contento di se stesso eccetto l’uomo, il che mostra che la sua esistenza non si limita a questo mondo, come quella dell’altre cose”. Noi uomini siamo “miseri inevitabilmente ed essenzialmente per natura nostra… Cosa la quale dimostra che la nostra esistenza non è finita dentro questo spazio temporale come quella dei bruti”.
Nella stessa pagina del testo miscellaneo Leopardi arriva ad affermare che “una delle grandi prove dell’immortalità dell’anima è la infelicità dell’uomo paragonato alle bestie che sono felici o quasi felici”. Queste riflessioni, poste quasi all’inizio del suo diario filosofico ed esistenziale richiamano, indubbiamente, alla mente la distanza tra il pastore e il gregge nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”: il pastore è assalito dal tedio, quando giace oziando, mentre il gregge non sembra essere angustiato da nessun pungolo, non sembra conoscere la noia.
“O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato”.
È chiaro che il Recanatese non vuole, qui, porre una distinzione solo tra l’uomo e gli altri esseri viventi, ma anche tra chi è Uomo, compos sui, presente a se stesso, cosciente della propria natura (il pastore che rappresenta il filosofo, nel senso di chi si interroga sull’esistenza, sulla vita, chi si pone con la semplicità del cuore che gli è stato donato fin dalla nascita, chi non recede dalla propria natura rinnegando la fibra più originaria del proprio essere) e chi vive dimentico di sé, come un bruto, soffocando o rinnegando il proprio cuore.
Vi è un canto dantesco in cui ben emerge questa contrapposizione tra pastore e gregge, tra atteggiamento davvero umano e degradamento dell’uomo a natura istintiva e, perciò, animalesca. Siamo in Malebolge, nell’VIII cerchio dell’Inferno, dove sono puniti i consiglieri di frode, ovvero coloro che hanno fatto uso dell’arte della parola per ingannare gli altri. Qui incontriamo Ulisse che risponde alla domanda che Virgilio gli pone riguardo a come si sia concluso il suo ultimo viaggio. Mentre racconta, ad un certo punto Ulisse rievoca le parole che declamò davanti ai compagni per spronarli, ormai stanchi e scettici, un’ultima volta, a portare a termine l’impresa:

“Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza
”.
(Inferno XXVI, vv. 118-120)
Ecco contrapposti tra loro Ulisse e i bruti: Ulisse che parte, indomito, che non può essere trattenuto neanche dagli affetti più cari, perché neanche quelli possono saziare il suo ardore di conoscere, di “divenir del mondo esperto,/ e de li vizi umani e del valore”(Inferno XXVI, vv. 98-99) e chi se ne sta tranquillo, sdraiato, senza porsi domande, senza alcuna inquietudine. Dobbiamo avere rispetto di questo “religioso” sentimento di insoddisfazione e di inquietudine, di questa tristezza che deriva da una tensione inesausta all’infinito, alla compiutezza e alla perfezione, di quel sentimento che Leopardi definisce laconicamente col termine “noia”.
Essa è
in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani,… il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile della spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo umano e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose di insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e nobiltà, che si vegga della natura umana” (Pensieri, LXVIII).
La noia[9] è il sentimento che denuncia in maniera inconfondibile la statura umana, l’aspirazione all’Infinito del nostro animo, la sua incapacità di accontentarsi di piaceri finiti e limitati, la necessità di incontrare un piacere infinito che corrisponda al proprio cuore. La ragione umana riconosce questa incapacità dell’uomo a soddisfarsi, la necessità che ci si imbatta in qualcos’altro. “La perfezione della ragione consiste in conoscere la sua propria insufficienza a felicitarci” e, con grande intuizione che riprenderemo al momento opportuno, Leopardi arriva ad affermare che “l’uomo corrotto non poteva essere perfezionato né felicitato se non dalla rivelazione, ossia dalla Religione”. E ancora
“l’esperienza conferma che l’uomo qual è ridotto non può essere felice sodamente se non in uno stato (ma veramente) religioso…”.
Ciò che dà consistenza alle cose è solo “la persuasione di un’altra vita. Ma questa ci deve persuadere; dunque bisogna che la religione ci persuada”.
Quindi, la ragione al suo culmine non canta vittoria come accade in tanta cultura illuministica francese. Del resto, lo stesso Kant aveva avvertito che “la ragione umana, in una specie delle sue conoscenze, ha il destino particolare di essere tormentata da problemi che non può evitare, perché le sono posti dalla natura stessa della ragione, ma dei quali non può trovare la soluzione, perché oltrepassano ogni potere della ragione umana. In tale imbarazzo cade senza sua colpa”.
Dunque il giovane Leopardi, formato secondo la cultura illuministica, arriva a riconoscere che la ragione non è ratio sui et universi, misura di sé e di tutta la realtà, bensì al suo culmine, al suo vertice giunge a riconoscere il Mistero e la propria incapacità a darci la felicità da soli. Quale distanza dallo scientismo, dall’autonomismo, dal prometeismo, tanto millantati dai suoi contemporanei intellettuali, chiamati filosofi o ideologi, dai letterati poligrafi, eruditi, enciclopedici, umanitari e cosmopoliti.
Se scorriamo lo Zibaldone, più avanti alla pagine 3171 e 3172, Leopardi mostra una sconvolgente sintonia con il pensiero del filosofo Blaise Pascal che aveva riconosciuto la grandezza dell’uomo proprio nell’essere “canna pensante”. Ne I pensieri il filosofo francese, infatti, scriveva:

“ L’uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c’è bisogno che tutto l’universo s’armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d’acqua basta a ucciderlo. Ma, anche se l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancor più nobile di chi lo uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità dell’universo su di lui; l’universo invece non ne sa niente.”
Poco dopo, ancora affermava:
“La grandezza dell’uomo è grande in questo: che si riconosce miserabile. Un albero non sa di essere miserabile. Dunque essere miserabile equivale a conoscersi miserabile; ma essere grande equivale a conoscere di essere miserabile”.
L’uomo ha una facoltà che non è data agli altri esseri viventi, quella di percepire sé all’interno del mondo, della natura, degli spazi smisurati dell’universo e del cosmo e di cogliere la sproporzione tra il proprio io piccolo e la maestà e grandezza (che sembra infinita) di quanto ci circonda. L’uomo percepisce la distanza tra l’angusto limite temporale nel quale ci è dato vivere e il tempo degli astri e dell’universo e, ancor più, l’eternità che non riusciamo neanche a pensare!
“Tornato alla considerazione di sé, l’uomo esamini ciò che egli è rispetto a ciò che esiste; si consideri come sperduto in questo remoto angolo della natura, e da questa piccola cella dove si trova rinchiuso, voglio dire l’universo, impari a stimare la terra, i regni, le città e se stesso nel loro giusto valore. Che cos’è un uomo nell’infinito?… Chi si contempla così, si spaventa di se stesso e considerandosi, nella mole che la natura gli ha dato, come sospeso tra i due abissi dell’infinito e del nulla, tremerà alla vista di quelle meraviglie; e credo che, mutando la sua curiosità in ammirazione, sarà più disposto a contemplarle in silenzio che a investigarle con presunzione. Che cos’è in fondo l’uomo nella natura? Un nulla rispetto all’infinito, un tutto rispetto al nulla, un qualcosa di mezzo tra il niente e il tutto. Infinitamente lontano dall’abbracciare gli estremi, la fine delle cose e il loro principio gli sono invincibilmente nascosti in un impenetrabile segreto, ed egli è ugualmente incapace di vedere il nulla da cui è stato tratto e l’infinito dal quale è inghiottito”.
Ecco perché per descrivere la condizione esistenziale dell’uomo Pascal utilizzava l’immagine di un marinaio che naviga in un vasto mare, sempre incerto e instabile, sballottato da una parte all’altra, alla ricerca di uno scoglio a cui potersi aggrappare. Il tentativo risulta, però, sempre vano. Per questo, noi ci troviamo in una situazione naturale che è “la più contraria alla nostra inclinazione: desideriamo ardentemente trovare un assetto stabile e una base ultima per edificarvi una torre che si levi fino all’infinito, ma ogni nostro fondamento si squarcia e la terra s’apre in abissi”.
Ebbene, nelle pagine dello Zibaldone sopra citate, anche Leopardi in maniera lucida pone la grandezza dell’uomo nel suo “sentire” (alla latina: “percepire con la testa, con la ragione”), che coglie la piccolezza di sé di fronte all’infinito, all’immensità. L’uomo è l’unico punto di autocoscienza del creato: di fronte all’immensità delle stelle l’uomo percepisce la sua pochezza e nel contempo intende “cose superiori alla sua natura”.
A tal proposito c’è grande sintonia tra il pensiero di Leopardi e uno dei salmi biblici che meglio descrivono la miseria/grandezza dell’uomo. Il Salmo 8 della Bibbia recita, infatti, così:

“Se guardo il cielo
nato dalle tue dita, la luna
e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è l’uomo perché te ne ricordi,
cos’è il figlio di un uomo perché te ne curi?
Eppure lo diminuisti di poco agli angeli,
di gloria, d’onore lo hai incoronato:
potere gli hai dato sulle opere delle tue mani,
tutto hai lasciato ai suoi piedi;
tutte le greggi e i branchi, le bestie
delle campagne, gli uccelli
del cielo, i pesci e tutti quelli
che corrono per le vie del mare…”.
Una domanda simile riecheggia nei versi di Leopardi del canto “Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima” dove il Poeta si chiede:
“Natura umana, or come
Se frale in tutto e vile,
Se polve ed ombra sei, tant’alto senti?”. (vv. 50-52)
Leopardi pensa ad una bellissima ragazza, morta. Che cos’è la sua bellezza ora se non polvere e immagine sbiadita nel ricordo? Perché se non siamo altro che polvere abbiamo la possibilità di innalzarci tanto in alto e di percepire e immaginare “cose” tanto più grandi di noi?
Da cosa si comprende che l’uomo è così grande da poter essere considerato solo un gradino più sotto degli angeli?
Leopardi risponderebbe così:

“Niuna cosa maggiormente dimostra la grandezza e la potenza dell’umano intelletto, né l’altezza e nobiltà dell’uomo, che il poter l’uomo conoscere e interamente comprendere e fortemente sentire la sua piccolezza. Quando egli considerando la pluralità dÈ mondi, si sente essere infinitesima parte di un globo ch’è minima parte d’uno degl’infiniti sistemi che compongono il mondo, e in questa considerazione stupisce della sua piccolezza, e profondamente sentendola e intentamente riguardandola, si confonde quasi col nulla, e perde quasi se stesso nel pensiero dell’immensità delle cose, e si trova quasi smarrito nella vastità incomprensibile dell’esistenza; allora con questo atto e con questo pensiero egli dà la maggior prova possibile della sua nobiltà, della forza e della immensa capacità della sua mente, la quale, rinchiusa in sì piccolo e menomo essere, è potuta pervenire a conoscere e intender cose tanto superiori alla natura di lui, e può abbracciare e contener col pensiero questa immensità medesima della esistenza e delle cose. Certo niuno altro essere pensante su questa terra giunge mai pure a concepire o immaginare di essere cosa piccola o in se o rispetto all’altre cose, eziandio ch’ei sia, quanto al corpo, una bilionesima parte dell’uomo, per nulla dire dell’animo. E veramente quanto gli esseri più son grandi, quale sopra tutti gli esseri terrestri si è l’uomo, tanto sono più capaci della conoscenza e del sentimento della propria piccolezza. Onde avviene che questa conoscenza e questo sentimento anche tra gli uomini sieno infatti tanto maggiori e più vivi, ordinari, continui e pieni, quanto l’individuo è di maggiore e più alto e più capace intelletto e ingegno”.
Queste affermazioni sono uno schiaffo alle pretese dell’uomo di conoscere tutto il reale attraverso le nuove acquisizioni scientifiche e il progresso e rappresentano, quindi, un deciso ridimensionamento dell’ottimismo scientista. Non sono certo un abbassamento del valore e della dignità dell’uomo, ché, anzi, proprio in questa autocoscienza (unica nel cosmo e, quindi, l’uomo è “l’autocoscienza del cosmo”) risiede la nobiltà e la grandezza dell’animo umano. Le parole di Leopardi servono, senz’altro, a ben inquadrare la polemica leopardiana contro la presunzione umana intendendola, tale polemica, non tanto come regressione dell’uomo al livello delle altre creature (così come qualcuno ha voluto intendere nel “Dialogo tra il folletto e lo gnomo”), bensì come demistificazione della pretesa umana di poter manipolare e violentare a proprio uso e consumo la natura e la realtà.

domenica 1 giugno 2014

Giacomo Leopardi. Nella lontananza infinita di Dio

Giacomo Leopardi. Nella lontananza infinita di Dio

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di MARIA DI LORENZO
Neopagano, nichilista, mistico senza Dio. Lo hanno definito in molti modi, ma di certo non è possibile racchiudere la sfaccettata personalità umana e letteraria del maggior poeta italiano dell’Ottocento in una rigida nonché univoca gabbia interpretativa.
Tutto in Giacomo Leopardi agisce e si muove secondo la logica degli opposti (vita-morte, Dio-nulla, immaginazione-‘arido vero’) così da non poter assolutamente essere rappresentato dalla parzialità delle riduzioni ideologiche, che si sono via via sovrapposte nel corso di quasi due secoli. Come scrisse il De Sanctis, Leopardi è quell’autore che “odia la vita e però te la fa amare”.
Ma c’è di più. Se accade chein Dante il cristianesimo è la forma di una civiltà, in Manzoni la visione di un mondo guidato dalla Provvidenza. In Leopardi il mondo – tutto: la storia, la società, il progresso – è scomparso. Non rimane che l’uomo, ma la solitudine dell’uomo è come il segno di una presenza”. Lo scrive assai efficacemente don Divo Barsotti nel suo studio sul poeta recanatese (“La religione di Giacomo Leopardi”, San Paolo, nuova ed. 2008) stabilendo il nesso inequivocabile tra il pessimismo del poeta e la ricerca del trascendente che in questo irriducibile pessimismo si annida.
E’ lecito allora parlare di religione nell’opera di Giacomo Leopardi?
Il poeta è stato sovente dipinto dalla critica ufficiale come l’assertore del nulla e della “infinita vanità del tutto”. Ma il sentimento religioso della vita, lo sappiamo bene, è qualcosa di più della pura e semplice appartenenza a una fede. E in tal senso, seppure Leopardi non fu mai cristiano – giacchè non conobbe mai il vero volto del cristianesimo, ridotto a un vuoto formulario di regole dall’educazione formalistica ricevuta in famiglia – non si può certo ignorare la potente interrogazione metafisica che pervade l’intero corpus delle sue opere.
Nato a Recanati il 29 giugno 1798, Giacomo Leopardi aveva trascorso l’infanzia e la prima giovinezza studiando nella ricca biblioteca del padre, il conte Monaldo, che era un bibliofilo, e in quelli che lui stesso ebbe a definire “sette anni di studio matto e disperatissimo” (dal 1809 al 1816) si era impadronito grandemente della cultura classica, elaborando (tra il 1816 e il 1819) il primo passaggio dall’erudizione al bello, e dal bello al vero, mentre si acuivano i problemi di salute e la sua crescente insofferenza verso l’asfittico luogo natio.
Nel 1819 si ammala agli occhi, malattia che condurrà il suo fisico già debole a soffrire per il resto della vita, e c’è un primo tentativo di fuggire da Recanati, divenutagli insopportabile, tentativo andato a vuoto giacchè il padre scopre e blocca la sua fuga.
Nel 1822 compie un viaggio a Roma, che carica di aspettative presto deluse: la vita in casa di uno zio materno riproduce lo stesso ambiente asfittico da cui era fuggito. Torna allora a Recanati, per poi lasciarla e trasferirsi a Milano, quindi a Bologna, Firenze e Pisa. Nel 1828 torna nuovamente a Recanati, per poi abbandonarla definitivamente nel 1830. Gli ultimi anni della sua vita il poeta li trascorre tra Firenze e Napoli, dove morirà nel 1837, a soli 39 anni di età.
“Giacomo Leopardi mi aveva fatto giurare di chiamargli il prete, se lo vedessi in pericolo; e così ho fatto, ed ebbe il prete, e il Viatico e tutti i sacramenti”. Così avrebbe testimoniato l’amico che a Napoli lo ospitò nell’ultimo scorcio della sua vita, Antonio Ranieri, avvalorando la tesi di una sua dipartita “da cristiano”. Ma, credente oppure no, que­llo che è chiaro è che nell’opera leopardiana c’è una domanda continua che risuona, il senso ineludibile di un’inquietudine me­tafisica.
Uno dei componimenti più significativi della sua produzione poetica è il Canto notturno di un pastore errante per l’Asia: “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi che fai, / Silenziosa luna?/ Sorgi la sera, e vai, / Contemplando i deserti; indi ti posi. / Ancor non sei tu paga / Di riandare i sempiterni calli? / [...] Dimmi [...] a che vale /… la [...] vita mortale? / … ove tende / Questo vagar mio breve / [...] Se la vita è sventura, / Perché da noi si dura? / …Forse in qual forma, in quale / Stato che sia, / dentro covile o cuna, / È funesto a chi nasce il dì natale”.
In esso, come vediamo, si fondono tutte le domande fondamentali dell’esistenza, in una interrogazione cosmica che non trova risposta. Per questo il poeta è stato anche definito un “ateo religioso”, per tale suo costante interrogarsi sulla vita destinato a non avere mai altra risposta che il silenzio.
“Nella lontananza infinita di Dio”, scrive don Barsotti, “il poeta sentì che la sua parola si perdeva soltanto nel silenzio”. E fu così che la sua religione divenne rivolta. Nel pensare leopardiano nessuno prende il posto di Dio, nessun mito di progresso umano, nessuna illusione sulle magnifiche sorti e progressive dell’umanità, nessuna filosofia. Il mondo è vuoto. E in questo vuoto il poeta lancia il suo grido, quasi una bestemmia verso il cielo, ed è il grido di chi non accetta le facili consolazioni del mondo, le sue “illusioni”.
Così il senso religioso si rivela proprio là dove sembrerebbe che sia negato. Leopardi, sostiene il critico P. Ferdinando Castelli, mostra ”l’aspirazione a una realtà trascendente; ciò che la vista provoca, il silenzio indica e il ricordo suscita è l’esistenza di un altro mondo che attrae tutta l’anima a sè e già in qualche modo misteriosamente si fa presente nel cuore”. Di qui il carattere “eminentemente religioso, più che filosofico” del pensiero leopardiano, secondo P. Castelli. Dio resterebbe il soggetto della poesia e del pensiero di Leopardi “perchè tutto in lui rimanda a quello che è oggetto e fine del desiderio, tanto più presente e vivo, dolorosamente, quanto meno è creduto, quanto è più negato”.
Tra il novembre e il dicembre del 1816, Giacomo Leopardi scrive un componimento intitolato L’appressamento della morte, composto in terzine dantesche. Il richiamo a Dante è non solo nell’uso della forma metrica. In maniera sorprendente, infatti, il testo si conclude come la Commedia dantesca con un’invocazione alla Madonna
Scrive: “O Vergin Diva, se prosteso mai/ Caddi in membrarti, a questo mondo basso, / Se mai ti dissi Madre e se t’amai,/ Deh tu soccorri lo spirito lasso/ Quando de l’ore udrà l’ultimo suono, / Deh tu m’aita ne l’orrendo passo”.
Leopardi invoca la Madonna perché possa soccorrerlo nell’ora della morte, e questa invocazione fa il paio con quella contenuta negli abbozzi degli Inni cristiani, progettati e mai attuati da Leopardi nell’estate del 1819. Il critico Giovanni Getto la commenta così: “Sono poche righe, ma di una pienezza e di una sincerità tali da farne una preghiera unica, quale non è dato di trovare facilmente nella letteratura di devozione. Una preghiera che invita a pregare, come non invitano evidentemente, per la loro elaborata natura artistica, le celebri invocazioni di Dante, di Petrarca, Manzoni”.
La Madonna, invocata sotto il titolo di Consolatrice degli afflitti, era venerata nella cappella gentilizia dei conti Leopardi, in un dipinto eseguito nel 1737 a Vienna e portato a Recanati dal cappuccino P. Giovanni Biscia. Era questa l’immagine davanti a cui aveva pregato tante volte Giacomo bambino. A lei, dunque, il poeta poteva rivolgersi con fiducioso abbandono:
 A Maria. 
 È vero che siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo, siamo tanto infelici. 
È vero che questa vita e questi mali sono brevi e nulli, ma noi pure siam piccoli e ci riescono lunghissimi e insopportabili.
 Tu che sei già grande e sicura, abbi pietà di tante miserie.”
(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

martedì 13 maggio 2014

- LA SERA DEL DÌ DI FESTA


XIII - LA SERA DEL DÌ DI FESTA

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t'accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai nè pensi
Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m'affaccio,
E l'antica natura onnipossente,
Che mi fece all'affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da' trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già, ch'io speri,
Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate! Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell'artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov'è il suono
Di que' popoli antichi? or dov'è il grido
De' nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio
Che n'andò per la terra e l'oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s'aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s'udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,
Già similmente mi stringeva il core.