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mercoledì 18 agosto 2021

Donne medioevo

 

In primo luogo vi dico che una donna filosofa di nome Trotula, che visse a lungo e che fu assai bella in gioventù e dalla quale i medici ignoranti traggono grande autorità ed utili insegnamenti, ci svela una parte della natura delle donne. Una parte può svelarla come la provava in sé; l’altra perché, essendo donna, tutte le donne rivelavano più volentieri a lei che non a un uomo ogni loro segreto pensiero e le aprivano la loro natura.1

 

La figura di Trotula (diminutivo di Trota, da Trocta o Trota o Trotta, nome assai diffuso in età medievale nell’Italia meridionale), è storica, non leggendaria, nonostante spesso, soprattutto da parte maschile, si sia dubitato della sua esistenza, e talvolta sia stata ritenuta anche uomo (Trottus o Eros); dama effettivamente vissuta nell’ XI (secondo alcuni XII) secolo, fu la prima donna medico della storia.
Dotta, scienziata, scrittrice, profondamente sensibile e dalle  idee innovative, non 
magistra, non avendo il diritto di fregiarsi del titolo accademico, ma quasi magistra, tamquam magistra,  per le competenze e la stima popolare di cui godeva, considerata, fra il XII ed il XIV secolo, massima autorità in problemi di salute, igiene e bellezza femminile, operò nella realtà della famosa Scuola medica salernitana, 2 di cui fu la prima e più famosa esponente.
In questa scuola, celebre nei secoli perché vi si fusero  le grandi correnti del pensiero medico antico,  la  tradizione greco-latina e  le nozioni provenienti dalle culture arabe ed ebraiche, ed operarono i massimi nomi dell’epoca, furono attive le 
mulieres Salernitanae, una schiera di donne, la cui esistenza  è suffragata da numerose testimonianze, esperte in medicina, che preparavano cosmetici per le  dame della nobiltà.
Sulle  
mulieres Salernitane, tra il XIII e il XIV secolo,  circolavano, però,  voci deplorevoli,  le si credeva più ciarlatane che scienziate, poiché il famoso medico e scienziato spagnolo Arnaldo da Villanova attribuiva alle levatrici di Salerno la pratica di somministrare alla donna, al momento del parto, una pozione contenente tre granelli di pepe, accompagnando la recita del Pater noster con una misteriosa formula magica:


Binomie lamion lamium azerai vaccina deus deus sabaoth
Benedictus qui venit in nomine Domini, osanna in excelsis.

Nonostante queste voci di discredito, però, la loro fama accrebbe, ed insieme anche quella di Trotula, il cui nome era legato, non solo in Italia ma anche oltralpe.
Fra le  mulieres Salernitane, oltre a Trotula,  si ricordano Abella, che scrisse due trattati in versi Sulla bile nera Sulla natura del seme umano, Rebecca Guarna, autrice di opere Sulle febbriSulle orine  Sull'embrione, Mercuriade (forse uno pseudonimo), che compose Sulle crisi, Sulla peste, Sulla cura delle ferite e Sugli unguenti,  Francesca di Roma, autorizzata dal duca Carlo di Calabria, nel 1321, ad esercitare  la chirurgia, e Costanza Calenda che, forse nella prima metà del XV sec., grazie agli insegnamenti paterni, studiò medicina all'università di Napoli.
Trotula nacque, probabilmente,  a Salerno dall’antica e nobile famiglia de Ruggiero, attiva verso il 1050; sposa del celebre medico Giovanni Plateario il vecchio, ebbe da lui due figli: Giovanni il giovane e Matteo, pure famosi nella Scuola medica salernitana e conosciuti come Magistri Platearii.
Sapiens matrona (secondo la leggenda anche una delle donne più belle del tempo, il cui funerale, nel 1097, sarebbe stato seguito da una coda di 3 chilometri), della sua competenza si legge nella  Storia ecclesiastica del monaco anglo-normanno Orderico Vitale (III, pp. 28 e 76 Chibnall, vol. II) a proposito di Rodolfo Malacorona, un nobile normanno che aveva compiuto studi di medicina in Francia, che, giunto in visita a Salerno nel 1059 “non trovò alcuno che fosse in grado di tenergli testa nella scienza medica tranne una nobildonna assai colta” ([...]neminem in medicinali arte, praeter quondam sapientem matronam sibi parem inveniret).
E nel  Dict de l’Herberie il trovatore parigino Rutebeuf, attivo fra il 1215 e il 1280, fece affermare ad un suo personaggio di essere al  servizio di una nobildonna salernitana di nome Trota (ainz suis à une dame qui a nom madame Trotte de Salerne), la donna più saggia del  mondo (sachiez que c’est la plus sage dame qui soit enz quatre parties du monde), che faceva uccidere dai suoi emissari degli animali feroci dai quali estrarre unguenti per curare i suoi ammalati.
Trotula, chiamata anche sanatrix Salernitana (guaritrice di Salerno), nel Medioevo era riconosciuta autorità indiscussa in disturbi e malattie femminili e cosmesi, godendo in quanto donna di fiducia delle sue consimili, offrendo a tutti garanzie per  l’appartenenza alla Scuola medica salernitana; fornita di una cultura medica superiore, sottolineò l’importanza  dell’igiene, del controllo delle nascite, dei metodi per rendere il parto meno doloroso, ed ebbe anche delle avanzate intuizioni, come, ad esempio, che l’infertilità potesse dipendere anche dall’uomo.
Considerava in medicina fondamentale la prevenzione e l’accurata anamnesi, al fine d’individuare la giusta terapia ed evitare l’intervento chirurgico, spesso erroneamente prospettato, o attuato, dai suoi colleghi maschi, come si evidenzia dalla lettura del passo seguente:

Poiché, infatti, si doveva praticare un’incisione a una ragazza che, appunto per un gonfiore del genere, minacciava una lacerazione, Trotula, dopo averla visitata, rimase assai stupita… La fece venire dunque a casa sua per scoprire in un luogo appartato la causa del disturbo… Avendo individuato che il dolore non era causato da una lacerazione o da un ingrossamento dell’utero, ma dal gonfiore, le fece preparare un bagno con un infuso di malva e paritaria, ve la fece entrare e le massaggiò la parte più volte e assai dolcemente per ammorbidire. La fece restare a lungo nel bagno e, quando ne uscì, le preparò un impiastro di succo di tasso barbasso, di rapa selvatica e di farina d’orzo e lo applicò ben caldo per far sparire il gonfiore. Quindi le prescrisse un secondo bagno eguale al precedente e la ragazza guarì.

A Trotula  nel Medioevo si attribuivano  due opere, il De ornatu mulierum (Come rendere belle le donne) noto anche come Trotula minor, e il De passionibus mulierum ante, in et post partum (Le malattie delle donne prima, durante e dopo il partonoto anche come Trotula maior o semplicemente Trotula, delle quali non si tramandarono le copie originali bensì dei manoscritti contenenti i suoi trattati, e grande fu la confusione nei secoli, tanto che divenne difficile discernere fra le varie altre opere a lei attribuite, infine si pervenne ad una sistemazione e, grazie anche al ritrovamento di un manoscritto madrileno del XIII secolo,  fu  possibile fare chiarezza e  scoprire le conoscenze, la competenza, talvolta superiore a quella dei colleghi maschi, l’acume delle sue osservazioni ed anche la  profonda sensibilità verso le pazienti e le donne in generale.

Le donne di Salerno  pongono una  radice di vitalba nel miele e poi con questo miele si ungono il viso,  che assume uno splendido colore rosato. Altre volte per truccarsi il viso e le labbra ricorrono a miele raffinato, a cui aggiungono vitalba, cetriolo e un po' di acqua di rose. Fa' bollire tutti questi ingredienti fino a consumarne la metà e con l'unguento ottenuto ungi le labbra durante la notte, lavandole poi al mattino con acqua calda. Questo rassoda la pelle delle labbra e la rende sottile e morbidissima, preservandola da qualsiasi screpolatura, se essa è già screpolata, la guarisce. Se poi una donna vorrà truccarsi le labbra, le strofini con corteccia di radici di noce, coprendosi i denti e le gengive con del cotone; poi lo intinga in un colore artificiale e con esso si unga le labbra e l'interno delle gengive. Il colore artificiale va preparato così; prendi quell'alga con cui i Saraceni tingono le pelli di verde, falla bollire in un vaso d'argilla nuovo con del bianco d'uovo finché sarà ridotta a un terzo, poi colala e aggiungi prezzemolo tagliato a pezzetti, fa' bollire di nuovo e lascia di nuovo raffreddare. Quando sarà il momento,  aggiungi polvere di allume, mettilo in un'anfora d'oro o di vetro e conservalo per l'uso. Questo è dunque il modo in cui si truccano il viso le donne saracene: quando l'unguento si è asciugato, per schiarire il viso vi applicano qualcuna delle sostanze suddette, come l'unguento di cera e olio, o qualcos'altro, e ne risulta un bellissimo colore, misto di bianco e rosato.

Questi consigli di bellezza venivano impartiti da Trotula nel De ornatu mulierum, il trattato di cosmesi che insegnava alle donne come  conservare, migliorare  ed accrescere la propria bellezza e come curare le malattie della pelle.
Citando spesso come fonte autorevole le mulieres Salernitanae, oltre ad impartire insegnamenti sul trucco, suggeriva come eliminare le rughe, il gonfiore dal volto, le borse dagli occhi, i peli superflui, come rendere la pelle bianca e rosea e privarla di  lentiggini e impurità, come far tornare i denti candidi e guarire le screpolature di labbra e gengive.

Siccome le donne  sono per natura più fragili degli uomini, sono anche più frequentemente soggette a indisposizione, specialmente negli organi impegnati nei compiti voluti dalla natura.  Siccome tali organi sono collocati in parti intime, le donne, per pudore e per innata riservatezza, non osano rivelare a un medico maschio le sofferenze procurate da queste indisposizione. Perciò la compassione per questa loro disgrazia e, soprattutto la sollecitazione di una nobildonna, mi hanno indotto a esaminare in modo più approfondito le disposizioni che colpiscono più frequentemente il sesso femminile. Dunque, poiché le donne non hanno calore sufficiente a prosciugare l'eccedenza di umori cattivi che si formano quotidianamente in loro e poiché l'innata fragilità non consente loro di sopportare lo sforzo di espellerli naturalmente attraverso il sudore, come fanno gli uomini, allora la natura stessa, in mancanza del calore, ha assegnato loro una forma speciale di purificazione, cioè le mestruazioni, che la gente comune chiama "i fiori". Infatti come gli alberi senza fiori non producono frutti, così le donne senza i propri fiori sono private della facoltà di concepire.

Questo passo è tratto, invece, dal prologo del  De passionibus mulierum ante, in et post partum, l’opera più importante di Trotula, un vero e proprio manuale di ostetricia, ginecologia e puericultura, il primo trattato sistematico di ginecologia attribuibile a una donna, in cui i rimedi e le prescrizioni, talvolta molto semplici o semplicistici, riguardavano le  malattie delle donne ed  aspetti squisitamente femminili come il ciclo mensile, la gravidanza, il parto, i rischi del parto,  l’allattamento, le difficoltà del concepimento, i disturbi fisiologici, le malattie dell’utero, l’isteria, ma che offriva consigli e suggerimenti su malesseri anche degli uomini, come il vomito, le malattie della pelle e persino i morsi del serpente.
Trotula, in osservanza dell’insegnamento del padre della medicina antica, Ippocrate, Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, mi asterrò dal recar danno ed offesa,3 in attenzione delle afflizioni delle donne, si adoprava sempre per il giovamento del corpo, penetrando nei loro più intimi segreti, procurando, con garbo e discrezione,   di offrire un rimedio per ogni tipo di disturbo che le affliggesse, senza pregiudizi e preconcetti, senza scandalizzarsi  su quelli che avrebbero disturbato la morale del tempo, come descritto, ad esempio, nel capitolo  De virginitate restituendo sophistice  (Come ripristinare ingannevolmente la verginità), in cui offre consigli per parere vergini,  a chi in tale stato più non si trovava, o quello in cui in cui spiega come apportare sollievo ai problemi delle vergini o delle vedove private della regolare attività sessuale:

Ci sono donne cui non sono consentiti rapporti sessuali, vuoi perché hanno fatto voto di castità, vuoi perché sono legate dalla condizione religiosa, vuoi perché sono rimaste vedove. A certune, infatti, non è consentito di cambiare condizione e poiché, pur desiderando il rapporto sessuale, non lo praticano, sono soggette a gravi infermità. Per esse dunque si provveda in questo modo: prendi del cotone imbevuto di olio di muschio o di menta e applicalo sulla vulva. Nel caso che tu non disponga di quest’olio, prendi della trifora magna e scioglila in un po’ di vino caldo e applicalo sulla vulva con un batuffolo di cotone o di lana. Questo infatti è un buon calmante e smorza il desiderio sessuale placando dolore e prurito.

Comprensiva dell’universo femminile, Trotula era dotata di approfondite conoscenze, sicuramente maggiori di quelle maschili, sulla fisiologia della donna (ad esempio aveva ben identificato i segni della gravidanza incipiente relazionandola alla cessazione del fluxus matricis e alla duritio subita mammarum, l’aumento e l’indurimento delle mammelle) e ciò non stupisce dal momento che, in misoginia scientifica, nel  generale clima sfavorevole al “sesso debole”, che  faceva considerare le donne inferiori anche per la diversa anatomia e fisiologia, la maggior parte dei medici  non le visitava approfonditamente (nemmeno aveva accesso alla stanza del travaglio e neppure presenziava al parto, considerato “affare di donne”).
A Trotula, dunque, va ascritto anche il merito di aver offerto ai medici ignoranti, che lasciavano le donne alle terapie delle altre donne, offrendo cure solo all’altro sesso, utili insegnamenti, sulla natura delle donne.

Francesca Santucci

 

NOTE

1) [C. A. Thomasset (ed.), Placide et Timéo ou Li secrés as philosophes, Genève 1980, pp. 133-134] in « Medioevo al femminile", Laterza, Roma- Bari, 1989.

2) La Scuola Medica Salernitana fu la prima e più importante istituzione medica d'Europa all'inizio del Medioevo ed accolse anche molte donne nella pratica e nell'insegnamento della medicina.

3)  dal Giuramento di Ippocrate.

 

FONTI

F. Bestini, F. Cardini, C. Leopardi, M.T. Fumagalli Beonio Brocchieri-Medioevo al femminile, Laterza, Roma- Bari, 1989.

Né Eva né Maria, a cura di Michela Pereira, Zanichelli, Bologna, 1981.

P. Arès- g. Duby- La vita privata dall’Impero romano all’anno mille, Edizione CDE S.p.a.Milano, 1987.

giovedì 18 aprile 2019

La nascita dei comuni

La nascita dei comuni
***
Una delle invenzioni più affascinanti del Medioevo è il Comune. È qualcosa di totalmente nuovo che nasce dopo il Mille nell'Italia centro settentrionale e poi si espande nel resto d'Europa. Non è un tentativo nostalgico e anacronistico di rieditare la polis greca o la Repubblica Romana, ma un'istituzione mai vista nella storia che nasce dal basso, dal popolo, seguendo l'evoluzione dei tempi e presto si sviluppa e si dà propri organismi e statuti e magistrature.
Il termine che lo designa è già molto significativo: "comune", cioè patrimonio di tutti, qualcosa in cui tutti si riconoscono, cui tutti contribuiscono. 
Le città sono luoghi in crescita, dove tutti sono potenzialmente sullo stesso piano, non ci sono schiavi o esclusi a priori dalla vita comunale. "L'aria della città rende liberi", si diceva a quel tempo: chi emigrava in città voleva affrancarsi dalla servitù feudale e nel Comune poteva  trovare  il suo posto.
Ma c'è un altro aspetto peculiare: il Comune nasce cristiano. Spesso intorno a un vescovo santo (che poi ne diventa il patrono); si mette sotto la protezione di Cristo, della Vergine, dei Santi, innalza con orgoglio la propria cattedrale come un simbolo che esprime potenza ed identità. Le sue corporazioni, le sue arti e mestieri hanno chiese e santi patroni. I luoghi del potere risplendono dell'oro delle aureole (vedi su tutti il palazzo pubblico di Siena), di simboli religiosi, di allegorie morali che esprimono i valori di riferimento della comunità.
Il Comune è un luogo di cittadini liberi che difendono coi denti la propria identità e tradizione davanti ad ogni nemico, fosse anche un potente imperatore tedesco. I cittadini sono anche soldati.
Al suo interno vivono mercanti,  eccezionali artigiani, grandi artisti, musicisti, uomini d'affari, notai, uomini di cultura...
Nel Comune nasce e si sviluppa una civiltà del tutto nuova. 
Roba da Medioevo!
GIANLUCA ZAPPA

domenica 14 aprile 2019

Ecco come sono nati i portici a Bologna

Ecco come sono nati i portici a Bologna

Bologna è la città più porticata al mondo. Ma come e quando hanno avuto origine i suoi celebri portici? Scopriamolo insieme

Porch Architecture in the Streets of Bologna, Italy
Bologna è la città dei portici per antonomasia. Nel capoluogo felsineo, i porticati misurano complessivamente più di 38 chilometri, contando solo quelli nel centro storico, che arrivano a 53 km se si aggiungono quelli fuori porta.
Non esiste al mondo una città più porticata di Bologna. Per la loro importanza artistico-culturale, i portici bolognesi sono stati inseriti nel 2006 nella “Tentative List” italiana dei siti candidati a diventare Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Qui troviamo portici da record, a partire da quello di San Luca, che con i suoi 3.796 metri di lunghezza e le sue splendidi 666 arcate è il più lungo del mondo.
Ecco come sono nati i portici a Bologna
Ma come sono nati i portici che hanno reso il capoluogo felsineo famoso in tutto il mondo? La prima testimonianza di questo straordinario patrimonio architettonico risale all’anno 1041. L’Università di Bologna attirava in città moltissimi studenti e accademici, ma il forte incremento della popolazione era dovuto anche all’immigrazione dalle campagne vicine.
Ben presto, si dovette far fronte ad una vera e propria emergenza abitativa, e si sentì l’esigenza di inventarsi un nuovo spazio urbano. Così, i cittadini decisero di aumentare la cubatura delle proprie case, ampliando i piani superiori con la creazione di sporti in legno sorretti dal prolungamento delle travi portanti del solaio e, in caso di forte sporgenza, da mensole dette “beccadelli”. Con il passare del tempo, gli sporti aumentarono in grandezza, per cui fu necessario costruire colonne di sostegno dal basso, che ne impedissero il crollo. Fu così che nacquero i portici.
Ecco come sono nati i portici a Bologna
Da subito i bolognesi compresero la grande utilità di queste opere architettoniche, che offrivano riparo dal sole e dalle intemperie, permettendo a cittadini e turisti di attraversare la città con qualsiasi condizione atmosferica. I portici favorirono anche l’espansione di attività commerciali e artigiane, oltre a rendere più abitabili i pianterreni, isolandoli dalla sporcizia delle strade.
Nel 1288, il Comune di Bologna stabilì che tutte le case nuove dovessero essere costruite con il portico in muratura, mentre quelle già esistenti che ne fossero state prive erano tenute ad aggiungerlo. Tuttavia, nella città felsinea sopravvivono oggi ben otto portici in legno. Di questi, un celebre esempio è Casa Isolani, in strada Maggiore, risalente al XIII secolo, insieme all’elegante Casa Grassi in via Marsala e a Casa Rampionesi, in via del Carro. Risalgono invece al Trecento Casa Azzoguidi-Rubini, in via S.Niccolò, Casa Seracchioli al principio di via S.Stefano, fino all’ex orfanotrofio di via Begatto, mentre il più giovane portico ligneo è quello di via Gombruti 17, realizzato nel XV secolo.

Quando sono stati inventati gli occhiali

Quando sono stati inventati gli occhiali? Ovvio: nel medioevo! Occhiali e lenti d'ingrandimento.
L'ottica era stata studiata nel mondo arabo, dal fisico Alhazen nel sec. XI. La sua opera fu tradotta nei conventi e i monaci (che avevano estremo bisogno di vederci bene nella loro attività di copisti) cominciarono a progettare e costruire delle lenti convesse che venivano poste sui manoscritti da copiare.
Gli occhiali nascono intorno al 1280 e alla loro creazione contribuirono moltissimo i maestri vetrai di Murano, i soli in grado di produrre vetro bianco e lenti molate. I capitolari veneziani del 1301 ci dicono che coloro che volevano produrre "vitreos ab oculis ad legendum" dovevano iscriversi alla corporazione dei "cristallieri".
In una predica del 1305 a Firenze, il domenicano Giordano da Pisa, entusiasta della nuova invenzione, la faceva risalire ad una ventina d'anni prima. In effetti a Firenze operava da tempo Alessandro della Spina, un altro domenicano, che aveva imparato la tecnica di costruire occhiali.
Nel dipinto (che risale al 1352) vedete il primo uomo della storia ritratto con gli occhiali al naso. È il vescovo Ugone di Provenza.
Questa invenzione rivoluzionò il commercio e l'artigianato: grazie anche alle lenti d'ingrandimento si poteva lavorare meglio, di più e più a lungo, quando invece nei secoli precedenti le malattie agli occhi limitavano moltissimo l'attività di molte persone.
Roba da Medioevo!
Gianluca Zappa 

sabato 13 aprile 2019

MEDIOEVO

"Nessuna cosa che esiste è così grande da essere commisurata alla tua grandezza". 
È così che papa Gregorio Magno (540-604) si rivolgeva all'uomo in una sua omelia. Questa era precisamente la visione medievale dell'uomo: il signore del creato, la creatura più perfetta uscita dalle mani di Dio e da Dio prediletta, se aveva deciso di incarnarsi e patire sulla croce per lui.
Ed è così che Ildegarda di Bingen (1098-1179) poté concepire la splendida illustrazione di questa concezione antropologica.
Ildegarda fu una grandissima donna medievale: badessa benedettina, scrittrice, drammaturga, poetessa, musicista, filosofa, linguista, cosmologa, guaritrice, naturalista, consigliere politico e profetessa. La chiamarono la "Sibilla del Reno". Fu in rapporto epistolare con San Bernardo e tenne testa a Federico Barbarossa. Quando questi oppose due antipapi a papa Alessandro III, non esitò a dirgli che si stava comportando come un bambino. La sua autorità le consentiva di parlare così all'imperatore!
Ildegarda fu anche pittrice e così torniamo all'illustrazione. Vediamo un uomo gigantesco al centro della terra. Tutto gli ruota intorno e si sottomette a lui. È davvero il più grande del creato. 
Ma c'è una differenza fondamentale con l'uomo vitruviano che sarà disegnato da Leonardo: questo non è solo al centro di tutto, perché sta dentro il grande abbraccio amoroso della Trinità.
San Gregorio e Ildegarda sono d'accordo: l'uomo è grande, dominatore e amato da Dio...
Roba da Medioevo!
Gianluca Zappa 

martedì 9 aprile 2019

Nascita Università

Nascita Università 
***

All'inizio fu Bologna (1088). Poi vennero Parigi e Salerno. Nel sec. XIII fu la volta di Roma, Napoli, Pavia, Tolosa, Salamanca, Lisbona... Nel Trecento erano una quarantina in tutta Europa. Sono le Università, nate come compagnie di docenti o di studenti, o di entrambe, come naturali evoluzioni delle scuole cattedrali (fondate dai vescovi) o monastiche dell'alto medioevo.
Nacquero dal basso e portarono questa caratteristica nel loro stesso nome, che indica un "insieme" di persone costituitesi in libera associazione; poi ricevettero l'aiuto dei Papi (le prime), dei vari sovrani o delle città stesse (come Firenze).
L'università è una delle invenzioni più significative e importanti del Medioevo, contribuisce al rinnovamento e alla diffusione delle conoscenze e non ha paragoni nelle civiltà coeve come la Cina o l'Islam (dove le istituzioni culturali dipendevano dal potere religioso e politico).
Vi si studiava come materia propedeutica la filosofia naturale (la nostra scienza) aprendosi agli apporti della civiltà greco-araba, e poi medicina, diritto, filosofia...
Le Università sono l'apice della fioritura di un pensiero ordinato e razionale, il terreno fertile su cui nei secoli a venire si svilupperà tutto il progresso culturale dell'Occidente.
Roba da Medioevo!
Gianluca Zappa 

mercoledì 3 aprile 2019

Si chiamava Roswitha. Visse nel X secolo. Per i redeschi è la prima poetessa della loro storia. Era colta e dotata di capacità artistiche. Leggeva Terenzio e scrisse otto dialoghi teatrali, dei drammi e dei poemetti agiografici in onore dell'imperatore Ottone I.
A proposito di Terenzio scrisse: "non ho avuto alcuno scrupolo di imitarlo nelle mie composizioni, perché nello stesso genere di composizione in cui venivano rappresentate
oscene sconcezze di donne senza pudore, venisse esaltata, in base alle modeste capacità del mio ingegno, l’encomiabile illibatezza di vergini cristiane".
Una giovane monaca cristiana faceva rinascere, in modo del tutto nuovo, il teatro in Occidente.
Roba da Medioevo.

venerdì 29 dicembre 2017

La donna nel Medioevo: regina non solo del focolare

La donna nel Medioevo: regina non solo del focolare

Tradizione Famiglia Proprietà n. 76 Dicembre 2017

Tra le tante bufale sulla Cristianità medievale vi è quella di una supposta situazione d’inferiorità della donna. Niente di più lontano dalla realtà. La sottomissione della donna è cominciata con la modernità.
 di Raffaelle Citterio
Tra le tante bufale sulla Cristianità medievale vi è quella di una supposta situazione d’inferiorità della donna. La donna soggiogata dal marito, intenta esclusivamente ai lavori domestici e a fare figli, senza presenza sociale né, tantomeno, politica. Insomma, una cittadina di seconda classe in una società dominata dai maschi.
Ogni anno, in occasione della Giornata internazionale della donna (8 marzo), abbondano le esclamazioni del tipo: “Meno male che abbiamo ormai superato tutti quei preconcetti medievali! “. Ovviamente, attribuiscono alla modernità il merito di aver “liberato” la donna da una tale sudditanza.
Il fatto è che gli studi storici sulla situazione della donna nel Medioevo sono assai recenti. Fino agli anni Settanta, infatti, in assenza di studi autorevoli, il mito della modernità “liberatrice della donna” faceva da padrone, perfino in ambienti accademici. Una delle prime a studiare la situazione della donna nel Medioevo è stata la storica francese Régine Pernoud (1909-1998).
Curatrice degli Archives nationales e del Musée de l’Histoire de France, Pernoud ha potuto consultare i documenti originali, producendo nel corso della sua carriera ben cinquantatré libri e centinaia di testi accademici. Prendo spunto dal suo libro «Pour en finir avec le Moyen Age» (Éditions du Seuil, Paris 1977).
Pernoud apre, polemicamente, ricordando che nel Medioevo le regine di Francia erano incoronate a Reims, dalle mani dell’arcivescovo, nella stessa cerimonia del marito. Non venivano incoronate “Regina consorte”, bensì “Regina di Francia”. L’ultima a essere incoronata in questo modo fu Maria de’ Medici, nel 1610, e non a Reims.
Lungo il secolo XVII – scrive Pernoud – la figura della Regina man mano sparisce, sostituita con quella della favorita. Basti evocare il destino di Maria Teresa o di Maria Leszcynska. E quando l’ultima Regina ha voluto riprendere una parcella del potere, glielo hanno fatto pagare carissimo. Si chiamava, infatti, Maria Antonietta “.
Una società fondata sulla famiglia
La società medievale era fondata sull’istituzione della famiglia. “Per capire veramente la società medievale – afferma Pernoud – bisogna studiare l’organizzazione della famiglia: è questa la chiave del Medioevo, ed è la sua caratteristica più originale “.
Lungo il Medioevo, le varie funzioni famigliari sono man mano evolute fino a diventare cariche pubbliche. Per esempio, l’economia della famiglia era mantenuta dalla moglie, che faceva i conti su un tavolo diviso in riquadri, chiamato scacchiere: le linee per le entrate, le colonne per le uscite. L’economia della famiglia si identificava con quella del feudo. Era, dunque, spesso la donna a gestire le finanze feudali. Da qui proviene la figura del Ministro delle Finanze, che in Inghilterra si chiama tuttora Cancelliere dello Scacchiere (Chancellor of the Exchequer).
Così come in una famiglia, in assenza del marito è la moglie che tiene la casa, in assenza del signore feudale era la signora che governava il feudo. “Le nobildonne nel Medioevo – scrive Pernoud – esercitavano il potere senza contestazione. Molte avevano il proprio gabinetto di assistenti, il proprio cancelliere, il proprio segretario delle finanze e via dicendo“. Nel caso delle mogli di grandi feudatari, questo governo poteva assumere proporzioni molto importanti. Ecco perché donne come Eleonora d’Aquitania o Bianca di Castiglia hanno potuto dominare il proprio secolo.
E’ solo dal Cinquecento che le donne hanno cominciato a perdere il diritto a governare, riconquistato solo nel secolo XX. Oggi ci meravigliamo di una Theresa May o di una Angela Merkel. Nel Medioevo cristiano, ciò era assolutamente normale.
Diritto romano
La Pernoud attribuisce la perdita di rilevanza pubblica della donna, fra le altre cause, all’introduzione del Diritto romano con l’Umanesimo. Nel Diritto romano, la situazione della donna era limitata da una lunga serie di divieti. La supremazia maschile era totale: dalla gestione del patrimonio, all’educazione dei figli alla conduzione della res pubblica.
Era un diritto diverso da quello consuetudinario medievale, creatosi organicamente. “L’influenza della donna – secondo Pernoud – diminuisce parallelamente ali ‘introduzione del Diritto romano “. Non è coincidenza che le prime leggi che coartavano i diritti delle donne in Francia siano state emanate da un Re ritenuto precorritore della Modernità: Filippo il Bello. Quello che, con lo schiaffo di Anagni, ha distrutto l’ordine medievale.
La diffusione del Diritto romano ha anche modificato profondamente il concetto di proprietà. Nel Medioevo la proprietà era cumulativa e feudale. I giuristi, invece, hanno introdotto il concetto romano di ius utendi et abutendi, in contraddizione col diritto consuetudinario. Nel Medioevo, il genitore aveva l’amministrazione dei beni famigliari, non la proprietà, che restava sempre con la famiglia. Per esempio, egli non poteva diseredare i propri figli. Nel caso di morte senza eredi diretti, le proprietà passavano per parti uguali alla famiglia paterna e a quella materna.
Nel Medioevo, la maggior età era di dodici anni per le ragazze e quattordici per i ragazzi. Nel secolo XVI, in Francia la maggior età viene fissata ai venticinque anni, come nella Roma antica. “Ciò ha costituito una regressione – constata Pernoud – mentre che nel diritto consuetudinario i ragazzi e le ragazze acquisivano precocemente una certa autonomia, adesso restano sotto l’autorità paterna fino all’età adulta. La stessa gestione della proprietà diventa sempre più un monopolio del padre“. L’ultimo chiodo sulla bara lo mette il Codice Napoleonico.
Favorendo i proprietari, soprattutto terrieri, il Diritto romano facilitò anche la centralizzazione del potere. Il primo a introdurre lo studio del diritto romano fu l’imperatore Federico II, nell’Università di Napoli, l’unica che i suoi sudditi italiani fossero autorizzati a frequentare. In Francia il Diritto romano si diffonde soprattutto dal Meridione, precocemente influenzato dall’Umanesimo.
La Chiesa ostile alla donna?
Mentre che nel Medioevo la donna poteva scegliere il proprio nome, dal secolo XVII è costretta ad assumere quello del marito. Il consenso paterno per il matrimonio diventa obbligatorio dalla fine del secolo XVI. È vero che molti matrimoni erano combinati, specie nelle grandi famiglie, ma ciò per motivi superiori: sigillare un trattato di pace, unire due feudi, ravvicinare due famiglie e via dicendo.
In ogni caso, rileva Pernoud: Una potenza ha sempre lottato contro i matrimoni imposti: la Chiesa. Mentre moltiplicava i casi di nullità nel Diritto Canonico, richiamava la libertà di scelta per i matrimoni. E un fatto storico che la diffusione della libera scelta del proprio coniuge coincide con la diffusione del cristianesimo. Perfino oggi, i paesi di tradizione cristiana si vantano di tale libertà, mentre che essa manca totalmente nei paesi musulmani e orientali“.
La Chiesa ha onorato le donne sin dall’inizio. I primi martiri venerati non erano uomini bensì donne. Alcune sono menzionate perfino nel Canone della Messa tridentina. Risale all’inizio del III secolo la prima raffigurazione della Madonna col Bambino, nelle catacombe di Priscilla. Poi, se c’è una devozione che abbia caratterizzato il Medioevo, è proprio quella della Madonna, alla quale sono state dedicate molte chiese e cattedrali.
Régine Pernoud ricorda, poi, che nel Medioevo molte donne hanno esercitato un potere considerevole nella Chiesa. Per esempio, molte Badesse erano anche “signori” feudali. Alcune portavano il pastorale e la croce pettorale, come un vescovo. In alcuni ordini religiosi misti, cioè con rami maschili e femminili, a volte erano le badesse ad avere il potere anche sul ramo maschile. Cosa assolutamente impensabile ai giorni nostri.
A partire del secolo XVI, avanzando sulla strada della centralizzazione politica, i Re di Francia iniziano a prendere in mano la nomina degli abati e delle badesse, cancellando in pratica l’autonomia dei monasteri. Col risultato che, con l’eccezione delle Carmelitane e delle Clarisse, verso la fine dell’Ancien Regime, gli ordini femminili erano diventati luoghi di socializzazione.
Nel Medioevo non era diffusa la clausura, cioè la separazione dal mondo. I monaci e le monache intervenivano normalmente negli affari temporali. Fu solo alla fine del secolo XIII che papa Bonifacio VIII impose la clausura ad alcuni ordini femminili, come le cistercensi e le certosine.
Colpisce anche, secondo Pernoud, il numero di religiose altamente istruite, che avrebbero potuto rivaleggiare con le grandi intelligenze dell’epoca. In molte abbazie femminili si insegnava latino, greco ed ebraico. In altre si componevano opere di teatro o di letteratura. La badessa Hrotsvitha del monastero di Gandersheim, per esempio, ebbe una grande influenza sulla letteratura germanica medievale. I monasteri fungevano anche da scuole. Un decreto dell’imperatore Carlo Magno aveva, infatti, imposto che ogni chiesa e ogni monastero avesse una scuola pubblica e gratuita.
L’enciclopedia più consultata dagli eruditi nel Medioevo – l’Hortus deliciarum – è opera di una donna: la badessa Herrad di Landsberg. Altrettanto importante era l’opera di santa Hildegarda di Bingen. Notevole anche il numero di donne che, seguendo studi accademici, otteneva la laurea in teologia. Gertrude di Helfta, per esempio, celebrava in una lettera di essere passata da “grammarienne” a “théologienne“. “I monasteri femminili medievali – scrive la Pernoud – erano focolari di preghiera ma anche di scienza religiosa, di esegesi, di erudizione. Vi si studiavano tutte le materie del sapere religioso e profano“.
E conclude: “Durante il periodo feudale, il posto della donna nella Chiesa era diverso da quello degli uomini, ma era eminente “.
Donne del popolo

Règine Pernoud
La storica francese passa quindi a trattare la situazione della donna nelle classi più umili. Per questo si avvale dell’enorme massa di documenti di epoca che ha potuto consultare: memorie, lettere, atti notarili e giudiziari, ecc. E soprattutto le celebri Enquêtes ordinate da san Luigi IX, una sorta di censimento generale, che fornisce una “fotografia” assai fedele della società francese del secolo XIII: “E con documenti di questo tipo che, a mo’ di mosaico, possiamo ricostruire la vera storia “.
Il quadro che ne risulta è molto diverso dalla vulgata. Per esempio, i registri elettorali mostrano che le donne avevano diritto al voto, sia nelle assemblee cittadine sia nelle comunità rurali. Solo in pochissimi casi, secondo usanze locali, il voto era per “feu“, cioè per focolare, rappresentato dal padre di famiglia. Normalmente era nominale, comprendendo quindi le donne, dalla maggior età che, come abbiamo visto, avveniva a dodici anni. Ciao ciao, dunque, al mito che il voto femminile e giovanile sia una conquista della modernità.
Colpisce anche il numero di donne, anche sposate, che gestivano in proprio attività commerciali, senza obbligo di autorizzazione del padre o del marito. L’elenco delle professioni esercitate dalle donne è esteso: insegnante, farmacista, medico, sarta, copista, rilegatrice e via dicendo. Questo finisce nel 1593, quando un decreto del Parlamento proibisce alle donne la gestione di attività commerciali, nonché l’esercizio di qualsiasi funzione pubblica nello Stato. E ancora il Codice Napoleonico a mettere l’ultimo chiodo, togliendo loro anche il diritto di gestire il proprio patrimonio.
Mentre nel Medioevo alcuni testi scolastici erano opere di donne, come quello di Dhouda, scritto nell’841, dal secolo XVII tutti i trattati di educazione sono scritti da uomini: da Montaigne a Rousseau.
La celebre storica francese chiude affermando: “Potrei moltiplicare all’infinito i casi che attestano la degradazione della situazione della donna dalla fine della società feudale “. Solo ai tempi nostri le donne hanno riavuto alcuni diritti di cui godevano nel Medioevo. Ma anche in questo caso, dice la Pernoud, è triste vedere che debbano lottare per acquisire per vie legali “diritti” che dovrebbero provenire dall’ordine naturale e consuetudinario.
D’altronde – conclude – è lecito domandarsi se le donne oggi non siano mosse da un’ammirazione, forse subcosciente e certamente eccessiva, del mondo maschile, che vogliono imitare a ogni costo. (…) A quelle che si vantano di ‘essere finalmente uscite dal Medioevo io dico: avete ancora molto da riprendere prima di ritrovare il posto che avevate ai tempi della regina Eleonora o della regina Bianca “.

giovedì 12 marzo 2015

COPERNICO NON FECE NESSUNA RIVOLUZIONE, MA ANZI FU UNA DELLE GLORIE DELLA CHIESA CATTOLICA

COPERNICO NON FECE NESSUNA RIVOLUZIONE, MA ANZI FU UNA DELLE GLORIE DELLA CHIESA CATTOLICA
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Ci hanno insegnato che avrebbe distrutto la visione cristiana del mondo e dell'uomo in nome della scienza, invece fu un ecclesiastico che operò sempre nella Chiesa e per la Chiesa
di Francesco Agnoli
L'idea della rivoluzione copernicana professata dal grande pubblico è, sinteticamente, questa: l'eliocentrismo proposto da Niccolo Copernico avrebbe in qualche modo scardinato la struttura del mondo così come la intendeva la Bibbia e, allontanando l'uomo dal centro geografico dell'universo, lo avrebbe detronizzato, negando così implicitamente la sua origine divina. Copernico avrebbe quindi messo in crisi la fede in un Dio trascendente, Creatore e Provvidente, proprio dell'Europa cristiana, allargando l'universo all'infinito e sminuendo contemporaneamente, all'infinito, l'uomo.
Così scriveva recentemente Umberto Veronesi in Scienza e futuro dell'uomo (ed. Passigli): con Copernico la «posizione» dell'uomo «che diremmo quasi divina in quanto creatura di Dio, viene a crollare per tornare ad essere parte di un processo evolutivo che include animali, piante e tutti gli esseri viventi. L'uomo è così ridimensionato, e da lì nasce il pensiero scientifico moderno».

SMONTIAMO I LUOGHI COMUNI
Questa interpretazione della rivoluzione copernicana, presente anche in manuali e libri di autori cattolici, è assolutamente antistorica e fasulla. Non troviamo nessun riscontro al riguardo né leggendo l'ecclesiastico Copernico, né il cattolico Galilei, né i devotissimi Keplero e Pascal, per non citare che alcuni dei primi e più celebri "copernicani". «Va detto con chiarezza - scrive lo storico della scienza Paolo Musso - che la fine del geocentrismo non significò affatto, come oggi si cerca insistentemente di far credere, anche la fine dell'antropocentrismo, inteso nel senso di una radicale svalutazione dell'uomo e della sua importanza nel disegno complessivo del cosmo».
Per un cristiano, infatti, all'epoca di Copernico, prima e dopo di lui, infatti, «il valore dell'uomo non può dipendere dalla sua collocazione geografica, né da alcun altro fatto materiale, ma solo dal suo rapporto con l'infinito». Tanto più che Copernico non incominciò ad archiviare, secondo un processo che sarebbe durato a lungo, una cosmologia cristiana, bensì la cosmologia aristotelico-tolemaica, cioè precristiana, che l'Europa cattolica aveva ereditato, con varie modifiche.
Secondo questa cosmologia, la centralità fisica del pianeta Terra non era sinonimo di preminenza, di superiorità, in quanto, al contrario, tutti i pianeti erano considerati superiori alla Terra (e, rispetto ad essa, lisci, perfetti e cristallini). Una delle paure di Copernico - scrive la sua biografa Dava Sobel, ne Il segreto di Copernico - era che «gli astronomi suoi colleghi [legati al sistema aristotelico-tolemaico, ndr] avrebbero osservato che la Terra stava bene al centro di tutto non perché la dimora del genere umano meritasse un posto d'onore, ma al contrario, perché al centro finiva col cadere e giacere ogni cosa materiale e perché crollo, cambiamento e morte erano il destino degli abitanti della Terra. In breve, la Terra era al centro perché era non il culmine ma il fondo del creato, e non si doveva osare mettere il Sole, che molti chiamavano il lume celeste, nel buco infernale posto al centro del cosmo».
La perdita di una centralità fisica della Terra non significò dunque per Copernico, nel modo più assoluto, una perdita della vera centralità dell'uomo, legata piuttosto alla sua natura spirituale, alle sue peculiarità eccezionali ed uniche (pensiero, libertà, ragione, amore...), e non certo alla sua posizione geografica.

CENNI BIOGRAFICI
Ma chi era Copernico, l'uomo che per primo propose con forza un sistema complesso basato sull'idea eliocentrica (seppure non dimostrata), e che allargò l'universo, pur considerandolo finito, e descrivendolo come «la macchina del mondo, che è stato creato per noi dal migliore e più perfetto Artefice»? Il Koestler lo definisce un «chierico conservatore e timido», cioè tutt'altro che un rivoluzionario, mentre lo storico Ulianich, in un colloquio con Francesco d'Arcais, Margherita Hack e Francesco Barone, con lui concordanti, ricorda che Copernico fu un ecclesiastico appartenente a «quella Congregazione riformata dei Canonici Agostiniani che era una emanazione dei fratelli della vita comune, della devotio moderna», e che suo intento era ricercare nella natura traccia della grandezza del Dio Artefice di ogni cosa.
Nato nel 1473 a Torùn, odierna Polonia, Copernico rimane presto orfano di padre. A prendersi cura di lui e dei suoi fratelli è lo zio materno, Lukasz Watzenrode, ecclesiastico che diverrà vescovo di Warnia. Nel 1497, dopo aver intrapreso gli studi presso l'Università di Cracovia, per poi studiare diritto canonico a Bologna, diventa canonico di Frombork. Nel 1500 lo troviamo impiegato alla Cancelleria pontificia di Roma. Incomincia gli studi di medicina a Padova, conclude quelli di diritto a Ferrara, mentre collabora con lo zio vescovo, divenendo il suo fisico privato. È in questo periodo, siamo nel 1507, che lavora al primo abbozzo della teoria eliocentrica.
Nel 1512 diventa cancelliere del capitolo dei canonici del duomo di Frombork, mentre nel 1513 su richiesta del Concilio Laterano e di Paolo di Middelburg, matematico e astronomo, suo estimatore e vescovo di Fossombrone, compila una proposta di riforma del calendario che invia a Roma. Il calendario in questione, ancora in embrione, è quello gregoriano, così detto perché promosso dal papa Gregorio XII con l'aiuto di grandi scienziati ecclesiastici come Clavius e Danti. Calendario, ricorda Paolo Musso, che costituisce «il primo davvero preciso che l'umanità abbia avuto in tutta la sua storia, tant'è vero che lo usiamo ancor oggi in piena era spaziale, anche se con qualche leggera modifica».
Nel 1523 Copernico viene nominato amministratore generale per la sede arcivescovile della Warnia; nel 1537 il suo nome è tra la rosa dei quattro candidati al titolo di vescovo di Warnia. Intanto, mentre continua a esercitare varie funzioni ecclesiastiche e la sua attività medica, curando i malati spesso senza parcella (secondo il suo primo biografo, il sacerdote e astronomo Pierre Gassendi, 1654), nel 1543 fa pubblicare a Norimberga, dal suo discepolo Reticus, il suo De revolutionibus orbium coelestium. Muore lo stesso anno a Fromberk e viene sepolto nella cattedrale della città, vicino all'altare di san Venceslao, che gli era stato assegnato come canonico, a riprova, se ce ne fosse stato bisogno, di quale fosse stata la sua fede e di quale fosse la considerazione in cui era tenuto dalla Chiesa.

II DE REVOLUTIONIBUS ORBIUM COELESTIUM
Ma perché Copernico pubblicò così tardi il suo volume? Spesso la risposta è tranchant: per il timore di persecuzioni e di attacchi. Certamente quel timore ci fu, non tanto di persecuzioni, invero, quanto di incomprensioni. È lo stesso Copernico a scrivere che non mancherà chi, vedendo così contraddetto il comune sentire e la cosmologia di Aristotele e Tolomeo, si prenderà gioco delle sue opinioni. Ma non c'è solo questo. In verità Copernico, da una parte aveva già numerosi ammiratori (per esempio Johann A. Widmannstetter, segretario di papa Clemente VII, aveva già illustrato la sua dottrina al papa, ottenendo plauso e successo, dieci anni prima), dall'altra era consapevole di come le sue osservazioni fossero lacunose e non decisive.
La dimostrazione della correttezza della teoria eliocentrica sarebbe arrivata, infatti, non con Copernico e neppure con il grande Galileo, ma solo nel 1851, per opera di Jean Bernard Leon Foucault, attraverso l'esperimento del Pendolo di Foucault.
Lo scritto di Copernico vide la luce dopo pensamenti e ripensamenti, e venne dedicato al papa Paolo III. Inoltre, possiamo ben dire che non avrebbe mai visto la luce se non fosse stato per le pressioni di un cristiano protestante come Reticus e di alcuni eminenti ecclesiastici: in primo luogo il canonico Tiedemann Giese (1480-1550), che divenne poi vescovo di Kulm, che era forse il suo più intimo amico e a cui Copernico aveva rivelato, forse per primo, le «sue segrete conoscenze astronomiche» (il Giese fu anche autore, come altri ecclesiastici dopo di lui, di un trattato sulla compatibilita tra il sistema eliocentrico e la Bibbia); e poi del cardinal Nikolaus von Schònberg (1472-1537), arcivescovo di Capua e uomo di fiducia di ben tre papi, compreso quello allora regnante, il quale, il 1 novembre 1536, gli scrisse per invitarlo formalmente a dare alle stampe il libro di cui aveva sentito parlare tanto bene dal già citato Widmannstetter (la lettera di von Schònberg fu posta proprio in apertura del De revolutionibus). Nei primi anni dopo la pubblicazione dell'opera, l'ipotesi di Copernico subì, come è ovvio, degli attacchi, quasi esclusivamente da parte degli aristotelici, di svariati colleghi, di Melantone e di Lutero. Nulla però di veramente significativo.
Nel 1616, durante il caso Galilei, una commissione di teologi della Sacra Congregazione condannò alcune tesi del De revolutionibus, ordinando non la distruzione del libro, ma che venisse interdetto «fino a quando non fosse stato corretto». In particolare le correzioni, che stavano in una pagina, implicavano la soppressione del capitolo VIII del I libro (consistente nella confutazione del geocentrismo degli antichi). I teologi sbagliarono (avendo come scusante, per il vero, il fatto che la tesi di Copernico non fosse dimostrata), ritenendo non già che la posizione copernicana della Terra nell'Universo ne sminuisse l'importanza, ma semplicemente che alcuni passi figurati della Bibbia fossero da interpretare letteralmente.
Ciò non toglie, però, che Copernico sia stato una delle glorie della Chiesa: figlio, non a caso, dell'Europa cristiana e delle sue università; figlio della Chiesa, da cui fu educato e in cui visse sempre; mosso, nelle sue stesse ipotesi cosmologiche, dalla fede greca e cristiana nell'ordinamento razionale del mondo, recante in sé, con la sua «meravigliosa simmetria», i segni dell'armonia e della bellezza del suo Artefice.


Nota di BastaBugie: per leggere il resoconto della conferenza di Francesco Agnoli "Come il cristianesimo ha costruito una civiltà", dove vengono ricordati i tanti meriti del cristianesimo in occidente, clicca qui sotto
http://www.amicideltimone-staggia.it/it/articoli.php?id=13

martedì 9 dicembre 2014

Altro che secoli bui. La lezione di Rodney Stark sul Medioevo e le crociate

Altro che secoli bui. La lezione di Rodney Stark sul Medioevo e le crociate

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dicembre 9, 2014 Redazione
Sfatati in un libro molti luoghi comuni su un periodo della storia spesso descritto come oscuro. E un esempio illuminante sulla battaglia di Lepanto
crociatiOggi sul Corriere della Sera appare una lunga recensione di Paolo Mieli al libro del sociologo Rodney Stark, La vittoria dell’Occidente (Lindau). I lettori di Tempi conoscono già Stark (qui una nostra intervista), oggi insegnante di Scienze sociali presso la Baylor University in Texas. Quest’ultimo libro, così come i precedenti, dimostra come il cristianesimo sia stato motore, e non zavorra, per lo sviluppo dell’umanità nella storia.
stark-occidenteSUPERIORITA’ OCCIDENTALE. Il ragionamento di Stark, evidenziato da Mieli, è che sono le idee a fare la differenza. E che è il mondo occidentale, basato sulla cultura greca prima e cristiana poi, ad aver dato linfa allo sviluppo. Un esempio? La polvere da sparo. La inventarono i cinesi, eppure per secoli non la utilizzarono per le armi da fuoco. «Già nell’antichità, su tantissime tecnologie cruciali la Cina era molto avanti rispetto all’Europa. Quando però i portoghesi vi arrivarono nel 1517, scrive provocatoriamente Stark, “trovarono una società arretrata in cui le classi privilegiate ritenevano più importante azzoppare le ragazzine bendando loro i piedi, che sviluppare tecniche agricole più produttive di quelle che avevano per far fronte alle frequenti carestie”».
Perché la società occidentale si è dimostrata nel corso dei secoli sempre superiore alle altre? «Perché la scienza e la democrazia sono nate in Occidente, insieme all’arte figurativa, ai camini, al sapone, alle canne dell’organo e a un sistema di notazione musicale? Perché è accaduto che, per parecchie centinaia di anni a partire dal XIII secolo, soltanto gli europei avevano gli occhiali e gli orologi meccanici? E successivamente telescopi, microscopi e periscopi? Per le idee, dice Stark: “solo gli occidentali hanno pensato che la scienza fosse possibile, che l’universo funzionasse secondo regole razionali che potevano essere scoperte”».
Battle_of_Lepanto_1571 
IL MEDIOEVO E LE CROCIATE. Stark, poi, propone una formidabile difesa del Medioevo, i cui secoli non furono mai «bui», anzi. «Il Medioevo è stato un’epoca di notevole progresso e innovazione, tra cui “l’invenzione del capitalismo”. La maggior parte degli europei “iniziarono a mangiare meglio di come avessero mai mangiato nel corso della storia e di conseguenza divennero più grandi e forti di coloro che vivevano altrove”. Nel 732, gli invasori islamici, quando penetrarono in Gallia, si trovarono di fronte “un esercito di franchi splendidamente armati ed addestrati e furono sconfitti”».
Così come le crociate, rilette da Stark fuggendo da molti stereotipi che ancora oggi vanno per la maggiore. «Non è vero che i crociati, in seguito, abbiano “marciato verso oriente per conquistare terre e bottino”. Anzi. Si erano “indebitati fino al collo per finanziare la propria partecipazione a quella che consideravano una missione religiosa”. I più “ritenevano improbabile la possibilità di sopravvivere e di tornare in patria (e infatti non tornarono)”. Come dimostrano le crociate, “per gli europei la vera base dell’unità era il cristianesimo, che si era trasformato in una ben organizzata burocrazia internazionale”. A tal punto che “sarebbe più corretto parlare di Cristianità più che di Europa, dal momento che, all’epoca, quest’ultima aveva ben poco significato sociale o culturale”».
CONTRO LA TESI DI MAX WEBER. «Uno dei fattori più importanti nel favorire l’ascesa dell’Occidente è stata la fede nel libero arbitrio», scrive Stark. «Mentre la maggior parte delle antiche società (se non tutte) credevano nel fato, gli occidentali giunsero alla convinzione che gli esseri umani sono relativamente liberi di seguire quello che detta la propria coscienza e che, essenzialmente, sono artefici del proprio destino». Dopo aver smontato «la famosa tesi di Max Weber secondo cui l’etica protestante sarebbe all’origine del capitalismo», Stark dimostra che una sorta di protocapitalismo nacque «molti secoli prima che esistessero i protestanti». «A metà del Trecento, dopo l’epidemia provocata dalla Peste Nera, “la scarsità di manodopera”, come ha dimostrato David Herlihy, “stimolò le invenzioni e lo sviluppo di tecnologie che consentissero di risparmiare forza lavoro. Quindi l’Europa medievale “vide l’ascesa del sistema bancario, di un’elaborata rete manifatturiera, di rapide innovazioni in campo tecnologico e finanziario, nonché una dinamica rete di città commerciali”. Va anticipato ad allora l’inizio, o quantomeno i “primi passi”, di quella che avremmo definito la “Rivoluzione industriale”. Già da molto tempo l’Europa era più avanti del resto del mondo in fatto di tecnologia, “ma alla fine del XVI secolo quel divario era ormai diventato un abisso”».
L’ESEMPIO DI LEPANTO. Mieli riporta infine un’osservazione che Stark fa a proposito della battaglia di Lepanto (ottobre 1571). «”Quando saccheggiarono le imbarcazioni turche ancora non affondate, i marinai cristiani vittoriosi scoprirono un autentico tesoro in monete d’oro a bordo della ‘sultana’, l’ammiraglia di Ali Pasha, e ricchezze quasi altrettanto ingenti furono trovate nelle galee di parecchi altri ammiragli. Il perché lo ha spiegato Victor Davis Hanson: “Non essendoci un sistema bancario, temendo una confisca qualora avesse scontentato il sultano e sempre attento a tenere i propri averi al riparo dell’attenzione degli esattori fiscali, Ali Pasha si era portato la sua immensa ricchezza a Lepanto”. Eppure, fa notare Stark, Ali Pasha “non era un contadino che nascondeva il surplus del raccolto, ma un membro dell’élite dominante… se una persona come lui non era in grado di trovare investimenti sicuri e non se la sentiva di lasciare i suoi soldi a casa, come era possibile che qualcun altro potesse sperare di far meglio?”. Il concetto che, in epoca medievale, la cultura islamica fosse molto più avanzata di quella europea “è un’illusione”. E in queste pagine sono trasparenti le allusioni agli abbagli provocati di recente dalle cosiddette primavere arabe. Più che trasparenti: esplicite».

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