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mercoledì 23 aprile 2025

Ottimismo fede speranza

 Cara Olga, la cosa più importante di tutte per te è non perdere la fede e la speranza. 
Quando parlo di fede e di speranza non ho in mente l’ottimismo nel senso convenzionale del termine, con il quale di solito si esprime la convinzione che “tutto andrà bene”. Non condivido un simile principio, lo considero – se espresso in modo così generico – un’illusione pericolosa. Non so come “tutto” andrà e perciò devo accettare anche la possibilità che tutto, o perlomeno la maggior parte delle cose, vada male.


L’ottimismo (per come lo intendo io qui) non è quindi qualcosa di univocamente positivo ma è, piuttosto, il contrario: nella vita ho incontrato molte persone che, quando avevano la sensazione che tutto sarebbe andato bene, erano piene di euforia e brio, ma quando, pensando al futuro passavano all’opinione opposta, di solito alla prima occasione, sprofondavano di colpo in un cupo scetticismo. Il loro scetticismo (che spesso si esprimeva in forma di visioni catastrofiche) era, ovviamente, altrettanto emotivo, superficiale e selettivo del loro precedente entusiasmo: si trattava soltanto di due facce della stessa medaglia. Quando qualcuno ha bisogno dell’illusione per vivere, ciò non è un’espressione di forza, ma di debolezza, e lo dimostrano le ripercussioni su una vita siffatta.


Una fede autentica è qualcosa di incomparabilmente più profondo e misterioso di qualche emozione ottimistica (o pessimistica), e non dipende da come in un dato momento la realtà appare effettivamente. Ed è anche per tale ragione che soltanto l’uomo di fede, nel senso più profondo del termine, è in grado di vedere le cose per come sono veramente, e di non distorcerle, non avendo egli ragioni né personali, né emotive per farlo.


L’uomo privo di fede si preoccupa semplicemente di sopravvivere, per quanto possibile, comodamente e senza dolore ed è indifferente a tutto il resto

Baci da Vaek. (Lettera di Vaclav Havel alla moglie Olga).



lunedì 17 luglio 2023

SERVE FEDE

 SERVE FEDE, NON L’OTTIMISMO DEL “TUTTO ANDRÀ BENE. FIRMATO VACLAV HAVEL

17 gennaio 1981

Cara Olga, la cosa più importante di tutte per te è non perdere la fede e la speranza.

Quando parlo di fede e di speranza non ho in mente l’ottimismo nel senso convenzionale del termine, con il quale di solito si esprime la convinzione che “tutto andrà bene”. Non condivido un simile principio, lo considero – se espresso in modo così generico – un’illusione pericolosa.

Non so come “tutto” andrà e perciò devo accettare anche la possibilità che tutto, o perlomeno la maggior parte delle cose, vada male.

L’ottimismo (per come lo intendo io qui) non è quindi qualcosa di univocamente positivo ma è, piuttosto, il contrario: nella vita ho incontrato molte persone che, quando avevano la sensazione che tutto sarebbe andato bene, erano piene di euforia e brio, ma quando, pensando al futuro passavano all’opinione opposta, di solito alla prima occasione, sprofondavano di colpo in un cupo scetticismo.

Il loro scetticismo (che spesso si esprimeva in forma di visioni catastrofiche) era, ovviamente, altrettanto emotivo, superficiale e selettivo del loro precedente entusiasmo: si trattava soltanto di due facce della stessa medaglia. Quando qualcuno ha bisogno dell’illusione per vivere, ciò non è un’espressione di forza, ma di debolezza, e lo dimostrano le ripercussioni su una vita siffatta.

Una fede autentica è qualcosa di incomparabilmente più profondo e misterioso di qualche emozione ottimistica (o pessimistica), e non dipende da come in un dato momento la realtà appare effettivamente. Ed è anche per tale ragione che soltanto l’uomo di fede, nel senso più profondo del termine, è in grado di vedere le cose per come sono veramente, e di non distorcerle, non avendo egli ragioni né personali, né emotive per farlo.

L’uomo privo di fede si preoccupa semplicemente di sopravvivere, per quanto possibile, comodamente e senza dolore ed è indifferente a tutto il resto.

Baci da Vašek

domenica 29 marzo 2020

“tutto andrà bene”. Non condivido un simile principio

17 gennaio 1981
Cara Olga, la cosa più importante di tutte per te è non perdere la fede e la speranza. 
Quando parlo di fede e di speranza non ho in mente l’ottimismo nel senso convenzionale del termine, con il quale di solito si esprime la convinzione che “tutto andrà bene”. Non condivido un simile principio, lo considero – se espresso in modo così generico – un’illusione pericolosa. Non so come “tutto” andrà e perciò devo accettare anche la possibilità che tutto, o perlomeno la maggior parte delle cose, vada male. 
L’ottimismo (per come lo intendo io qui) non è quindi qualcosa di univocamente positivo ma è, piuttosto, il contrario: nella vita ho incontrato molte persone che, quando avevano la sensazione che tutto sarebbe andato bene, erano piene di euforia e brio, ma quando, pensando al futuro passavano all’opinione opposta, di solito alla prima occasione, sprofondavano di colpo in un cupo scetticismo.
Il loro scetticismo (che spesso si esprimeva in forma di visioni catastrofiche) era, ovviamente, altrettanto emotivo, superficiale e selettivo del loro precedente entusiasmo: si trattava soltanto di due facce della stessa medaglia. Quando qualcuno ha bisogno dell’illusione per vivere, ciò non è un’espressione di forza, ma di debolezza, e lo dimostrano le ripercussioni su una vita siffatta.
Una fede autentica è qualcosa di incomparabilmente più profondo e misterioso di qualche emozione ottimistica (o pessimistica), e non dipende da come in un dato momento la realtà appare effettivamente. Ed è anche per tale ragione che soltanto l’uomo di fede, nel senso più profondo del termine, è in grado di vedere le cose per come sono veramente, e di non distorcerle, non avendo egli ragioni né personali, né emotive per farlo.
L’uomo privo di fede si preoccupa semplicemente di sopravvivere, per quanto possibile, comodamente e senza dolore ed è indifferente a tutto il resto.
Baci da Vašek

giovedì 4 luglio 2013

Viviamo in un contesto morale contaminato


 Viviamo in un contesto morale contaminato
***

Viviamo in un contesto morale contaminato. Ci sentiamo moralmente malati perché ci siamo abituati a dire cose diverse da quelle che pensiamo. Abbiamo imparato a non credere a nulla, a ignorarci l'un l'altro, a interessarci solo di noi stessi. Concetti come amore, amicizIa, compassione, umiltà e perdono hanno perso il loro senso più profondo e le loro dimensioni più ampie. Per molti di noi rappresentano solo peculiarità psicologiche o assomigliano ad auguri pronunciati in epoche antiche che risultano ridicoli nell'era dei computer e delle astronavi. Solo alcuni di noi sono riusciti a gridare a gran voce che le potenze non dovevano essere onnipotenti e che le fattorie speciali, che producono cibo ecologicamente puro e di alta qualità solo per se stesse, dovevano mandare i loro prodotti alle scuole, agli istituti e agli ospedali per bambini, se la nostra agricoltura non era in grado di offrirli a tutti. Il precedente regime -armato della sua ideologia arrogante e intollerante -ha ridotto l'uomo a una forza lavoro destinata alla produzIone e la natura a uno strumento di produzIone, attaccandone la vera sostanza e la reciproca relazione. Ha ridotto gente dotata e autonoma, che lavorava abilmente nel proprio Paese, a dadi e bulloni di una macchina mostruosamente grande, rumorosa e puzzolente, il cui vero significato non è chiaro a nessuno e che non può fare niente altro che consumare lentamente, ma inesorabilmente, se stessa e tutti i suoi dadi e bulloni..
Quando parlo di atmosfera morale contaminata, non mi riferisco solo a quei signori che mangiano verdure biologiche e non guardano fuori dal finestrino dell'aeroplano, mi riferisco a tutti noi. Tutti ci siamo abituati al sistema totalitario e lo abbiamo accettato come un fatto immutabile, contribuendo alla sua perpetuazione, In altre parole. siamo tutti responsabili -sebbene in misura diversa naturalmente -del funzionamento della macchina del totalitarismo; nessuno di noi è solo vittima. siamo tutti anche i suoì co-creatori.
Perché dico questo? Sarebbe assai irragionevole interpretare la triste eredità degli ultimi quarant'anni come qualcosa di alieno che del parenti lontani ci hanno trasmesso. Dobbiamo invece accettare questa eredità come un peccato che abbiamo commesso contro noi stessi. Se lo accettiamo come tale, capiremo che spetta a noi tutti, e solo a noi, fare qualcosa per porvi rimedio. Non possiamo accusare i precedenti governanti di tutto, non solo perché sarebbe insensato ma anche perché minimizzerebbe il dovere che ciascuno di noi si trova ad affrontare oggi, owero l'obbligo di agire in modo indipendente., libero, ragionevole e rapido. Non lasciamocì trarre in inganno: il govemo migliore del mondo, il parlamento migliore e il presidente migliore non possono fare molto da soli. Sarebbe anche sbagliato aspettarsi un rimedio generale solo da loro. La libertà e la democrazia sottintendono la partecipazione e quindi la responsabilità di tutti noi.
Vaclav Havel

mercoledì 12 giugno 2013

rassegnarsi alla vita della menzogna

 rassegnarsi alla vita della menzogna
***
" in ogni uomo la vita è presente nelle sue inclinazioni naturali: c'è in ognuno un pizzico di desiderio di dignità umana, di integrità morale, di una libera esperienza dell'esistere, della trascendenza del mondo dell'essere. Al tempo stesso però ognuno è più o meno capace di rassegnarsi alla vita della menzogna, ognuno in qualche modo cade nella oggettivazione e nella finalizzazione profana, c'è in ognuno un po' di compiacimento nel confondersi tra la massa anonima e nell'adagiarsi comodamente  sul letto della vita inautentica"!   ... " questo vasto adattamento alla  vita della menzogna e la così facile diffusione dell'auto-totalitarismo sociale non corrispondono forse alla generale ripugnanza dell'uomo della società dei consumi a sacrificare qualcosa delle sue sicurezze materiali in nome della propria integrità spirituale e morale? Non corrispondono, forse, al suo rinunciare volentieri ad un significato supremo davanti alle lusinghe superficiali della civiltà moderna? Al suo cedere alla lusinga di godere la spensieratezza dei gregari?"
VACLAV HAVEL da: Il potere dei senza potere

mercoledì 15 maggio 2013

finché la vita nella menzogna non viene messa

 finché la vita nella menzogna non viene messa a confronto con la vita nella verità manca un punto di riferimento che ne riveli la falsità
***
Molto semplicisticamente si potrebbe dire che il sistema post-totalitario è cresciuto sul terreno dell’ incontro storico fra dittatura e civiltà consumistica. Questo vasto adattamento alla vita nella menzogna e la così facile diffusione dell’autototalitarismo sociale non corrispondono forse alla generale ripugnanza dell’uomo della società dei consumi a sacrificare qualcosa delle sue sicurezze materiali per amore della propria integrità spirituale e morale? O alla sua pronta rinuncia ad un signifi cato supremo davanti agli allettamenti superficiali della civiltà moderna? Al suo cedere alla lusinga di godere la spensieratezza dei gregari? Infine, il grigiore e lo squallore della vita nel sistema post-totalitario non sono proprio la caricatura della vita moderna in genere e non siamo noi in realtà (benché molto lontani rispetto ai parametri esteriori di civiltà) una specie di memento per l’Occidente, che gli svela il suo latente destino? 
7. Il tentativo di vivere nella verità 
Immaginiamo ora che un bel giorno qualcosa si ribelli nel nostro ortolano e che la smetta di esporre gli slogan solo perché gli fa comodo; smetta di andare a votare sapendo che non si tratta affatto di elezioni; cominci a dire nelle assemblee quello che pensa veramente e trovi in sé la forza di solidarizzare con quelli con cui la sua coscienza lo porta a solidarizzare. Con questa ribellione l’ortolano esce dalla vita nella men - zogna; rifiuta il rituale e viola le regole del gioco; ritrova la propria identità e la propria dignità soffocate; realizza la propria libertà. La sua ribellione sarà un tentativo di vita nella verità . vita ridotta al rifornimento [...].

 È stato ottenuto un consolidamento esteriore, ma a prezzo della crisi spirituale e morale della società » (cfr. V. Havel, Dell’entropia in politica , Bologna 1981 

La resa dei conti non tarderà ad arrivare: perderà il posto di direttore e sarà trasferito tra i fattorini, lo stipendio diminuirà e svanirà la speranza di passare le vacanze in Bulgaria, i figli rischieranno di non poter proseguire gli studi. Subirà le an - gherie dei superiori e sarà guardato con stupore dai compagni di lavoro. La maggior parte di coloro che applicheranno queste sanzioni non agirà seguendo un impulso autentico, bensì indotto dalle circostanze, le stesse che avevano spinto in precedenza l’ortolano ad esporre i suoi slogan. Perseguiteranno l’ortolano perché è ciò che ci si aspetta da loro, oppure per dimostrare la loro lealtà, oppure solo sullo sfondo del panorama generale di cui fa parte anche la coscienza che queste situazioni si risolvono così, che così si devono risolvere, che così vanno le cose – se non lo facessero, potrebbero anch’essi diventare sospetti. Insomma quelli che applicano le sanzioni si comportano come si comportano più o meno tutti: da componenti del sistema post-totalitario, da supporti del suo automatismo, da piccoli strumenti dell’autototalitarismo sociale. Sarà quindi la struttura stessa del potere che espellerà da sé l’ortolano attraverso gli esecutori delle sanzioni, come suoi membri del tutto anonimi; sarà quindi il sistema stesso, at - traverso la sua presenza alienante negli uomini, a punirne la ribellione; deve farlo per la logica del suo automatismo e della sua autodifesa. L’ortolano, infatti, non ha commesso solo un errore individuale, circoscritto alla sua persona, ma qualcosa di ben più grave: ha violato le regole del gioco, ha infranto il gioco in quanto tale. Ha mostrato che è solo un gioco. Ha abbattuto il mondo dell’apparenza, il pilastro portante del sistema; ha di - strutto la struttura del potere lacerandone il tessuto; ha dimo - strato che la vita nella menzogna è proprio vita nella menzo - gna; ha sfondato la facciata elevata e ha rivelato le rea li, infime fondamenta del potere. Ha detto che il re è nudo. E giacché il re è davvero nudo, è accaduto qualcosa di enormemente pericoloso: con il suo gesto l’ortolano ha interpellato il mondo, ha dato ad ognuno la possibilità di guardare dietro il sipario, ha dimostrato ad ognuno che è possibile vivere nella verità. La vita nella menzogna può funzionare come pilastro del sistema solo se ha la caratteristica dell’universalità; deve abbracciare tutto, penetrare tutto; non è possibile alcuna coesistenza con la vita nella verità: ogni evasione da essa la nega come principio e la minaccia nella sua totalità . È evidente: finché l’apparenza non viene messa a confronto con la realtà, non sembra un’apparenza; finché la vita nella menzogna non viene messa a confronto con la vita nella verità manca un punto di riferimento che ne riveli la falsità. Ma non appena di fronte all’apparenza e alla vita nella menzogna si presenta un’alternativa, necessariamente le mette in discussione per quello che sono nella loro essenza e integralità. In genere non conta quanto è grande lo spazio che l’alternativa occupa; la sua forza non sta nel suo lato «fisico», ma nella «luce» che getta sui pilastri del sistema e con cui illumina le sue traballanti fondamenta: l’ortolano non ha messo in pericolo la struttura del potere a causa della sua importanza «fisica», o del suo potere oggettivo, ma in quanto il suo gesto ha trasceso la sua persona, ha fatto luce intorno a sé, con tutte le incalcolabili conseguenze che ne derivano. La vita nella verità non ha quindi nel sistema post-totalitario solo una dimensione esistenziale (restituisce l’uomo a se stesso), noetica (rivela la realtà com’è) e morale (è un esempio), ma ha anche un’evidente dimensione politica . Se il fondamento del sistema è la vita nella menzogna non c’è da stupirsi che la vita nella verità costituisca la sua principale minaccia. Ed è per questo che va punita più duramente di qualsiasi altra cosa. La verità – nel senso più ampio del termine – ha nel sistema post-totalitario un significato particolare, ignoto in altri contesti: vi svolge maggiormente e in modo diverso il ruolo di fattore di potere o addirittura di forza politica . 
Come agisce questa forza? In che modo la verità si afferma come fattore del potere? Come può il suo potere realizzarsi, in quanto tale? 8. La sfera segreta della vita L’uomo è alienato da sé e può esserlo solo in quanto ha qualcosa di alienabile dentro di sé; il terreno in cui subisce vio lenza è la sua esistenza autentica. La vita nella verità è quindi intessuta nella struttura della vita nella menzogna come sua alternativa soffocata, come l’intenzione autentica a cui la vita nella menzogna offre una risposta non autentica. Solo in questo contesto ha senso la vita nella menzogna, esiste a causa sua; ancorandosi parzialmente come alibi nell’«ordine umano» è sostanzialmente una risposta all’inclinazione umana alla verità. Sotto la superficie ordinata della vita nella menzogna dorme quindi la sfera segreta delle reali intenzioni della vita, della sua segreta apertura alla verità. Il potere politico peculiare, esplosivo ed incalcolabile di una sincera vita nella verità consiste nell’avere come suo al - leato invisibile, ma proprio per questo onnipresente, la sfera segreta . È qui che nasce e trova comprensione, a lei si rivolge, questo è lo spazio della sua potenziale comunicazione . Si tratta di uno spazio segreto e quindi, nell’ottica del potere, molto pericoloso: i complessi movimenti che vi si verificano avvengono nella penombra , e nel momento in cui raggiungono la loro fase conclusiva oppure vengono alla luce sotto forma di inaspettati scossoni è ormai tardi per poterli occultare alla solita maniera, e generano situazioni davanti a cui il potere rimane nuovamente interdetto, viene colto immancabilmente dal panico e spinto a reazioni inadeguate.
VACLAV HAVEL Il potere dei senza potere

giovedì 24 gennaio 2013

oltre la teoria

oltre la teoria
***
Ho letto in biblioteca
molti libri arguti sul socialismo.
Ma mentre poi rincasavo in tram
con la testa piena di concetti,
mi son reso conto
che tutti quei grandi concetti
sull’ordine più perfetto che
esista al mondo,
sono solo ridicole costruzioni di carta
se per i loro araldi non è naturale
cedere il posto in tram
a una signora anziana
o aiutare una vecchina a raccogliere
le mele cadute lungo il marciapiede.

Vaclav Havel
Ho letto in biblioteca
molti libri arguti sul socialismo.
Ma mentre poi rincasavo in tram
con la testa piena di concetti,
mi son reso conto
che tutti quei grandi concetti
sull’ordine più perfetto che
esista al mondo,
sono solo ridicole costruzioni di carta
se per i loro araldi non è naturale
cedere il posto in tram
a una signora anziana
o aiutare una vecchina a raccogliere
le mele cadute lungo il marciapiede.


Vaclav Havel

venerdì 21 dicembre 2012

Un dissidente che aveva «fame di significato»

VÀCLAV HAVEL

Un dissidente che aveva «fame di significato»

***

di Angelo Bonaguro
18/12/2012 - L'arcivescovo di Praga Dominik Duka ricorda il primo presidente della Repubblica Ceca, morto esattamente un anno fa. Si erano conosciuti in carcere, dove il regime li aveva rinchiusi. Ecco la storia di quell'incontro. E di un'amicizia imprevedibile
Quando parla di Václav Havel, suo vecchio compagno di prigionia scomparso il 18 dicembre 2011, il cardinale Dominik Duka abbandona la diplomazia per lasciare spazio al ricordo affettuoso: «Non ho le competenze per parlarne come di un drammaturgo… Posso parlare del mio amico Václav, organizzatore dell’“autogestione carceraria” e di gesti di carità nascosti che ha saputo intrecciare col mondo del teatro e dell’arte».

L’uno, Duka, è l’arcivescovo di Praga. L’altro, Havel, è stato il primo presidente della Repubblica Ceca.
Quando si incontrarono nel carcere di Plzen-Bory, Havel era già famoso nel dissenso cecoslovacco e all’estero. Nato nel ‘36 in una famiglia benestante e legata al mondo della cultura e della politica, non aveva potuto terminare gli studi umanistici a causa delle sue «origini borghesi». Dopo l’invasione sovietica del ’68 cominciò ad esporsi con analisi critiche della realtà socialista che gli valsero l’ostilità del regime. Nel 1976 era stato uno dei fondatori dell’iniziativa civile Charta 77, cui si affiancò di lì a poco il “Comitato degli ingiustamente perseguitati”, sorto per aiutare le vittime delle repressioni e le loro famiglie. Havel era finito in carcere nel ’79 proprio per essersi coinvolto in queste attività.
Da parte sua Jaroslav Duka aveva lavorato come operaio ed era entrato clandestinamente nell’Ordine domenicano (ufficialmente soppresso) dove aveva assunto il nome di Dominik. Consacrato sacerdote nel ’70, nel ’75 gli fu tolto il permesso statale di officiare e si impiegò alla Skoda di Plzen. Contemporaneamente seguiva in clandestinità la formazione dei novizi domenicani, e questo gli costò l’arresto e la condanna proprio nel periodo in cui Havel e altri dissidenti erano a Bory.
«Era il 17 febbraio dell’82 – ricorda il porporato – quando mi misero tra i “politici”, gli “attivisti religiosi” e gli “avversari ideologici”… Havel era un’autorità, ma fino ad allora non l’avevo mai visto di persona. Un giorno un detenuto mi disse: vai alla bacheca, c’è un certo Havel che vuol parlare con te… Aveva l’aspetto di una persona molto timida e fine. C’erano delle questioni di cui mi voleva parlare». Havel diede al «novellino» un sacchettino di tè e i buoni da usare allo spaccio, e da allora iniziò la loro amicizia.

Il dialogo tra Duka e Havel toccò anche questioni filosofiche e religiose. Havel era in contatto epistolare con alcuni amici filosofi – in maggioranza cristiani – per i quali raccolse le riflessioni maturate in quei dialoghi in una quindicina di lettere che chiamò «Il sacello». Quando Duka tornò in libertà gli chiese di contattare Neubauer, uno dei filosofi, perché scrivesse un’introduzione alle lettere che furono diffuse nel dissenso e costituirono il primo nucleo (nn. 129-144) delle Lettere a Olga. Neubauer scrisse che Havel non aveva molta familiarità col cristianesimo, ma dopo gli incontri con Duka gli era venuta una grande curiosità di guardare oltre quella soglia del mistero su cui si era sempre fermato, e aveva capito che l’agire umano è correlato con la trascendenza.
Nel «Sacello» Havel parla dell’esistenza dell’io «gettato nel mondo» ma capace di entrare in rapporto con l’Essere che l’ha originato: «Con l’avvento dell’umanità… è nato il miracolo del soggetto. Il mistero dell’io, l’enigma della libertà e della responsabilità». Per il dissidente l’uomo è caratterizzato dalla «irrefrenabile necessità di andare oltre gli orizzonti contingenti», spinto dalla «fame di significato»: «Si può forse dire che l’io è proprio questa ricerca di significato, del senso delle cose, delle azioni, della propria vita, di se stessi». L’uomo «ha di fronte a sé due alternative: cercare un modo di vivere con il quale poter essere in contatto con l’Essere (…) e così accettare per sempre il mondo come fosse una porta dischiusa verso l’Essere; o può allontanarsi dall’Essere».
«Un mondo che si è arreso scaturisce dalla crisi dell’integrità dell’uomo, dalla crisi del mondo interiore, dalla crisi del soggetto come tale», è l’«esperienza della perdita della relazione con l’Essere: (…) che tutto sia o meno perduto dipende esclusivamente dal fatto che io sia o meno perduto».


Nel 2011, poco prima della morte, Havel si era rivisto con Duka per un’intervista televisiva in cui ripercorsero quella loro convivenza: «Durante la ginnastica obbligatoria in cortile, tra un esercizio e l’altro, tu ci tenevi delle brevi riflessioni, ma – aveva scherzato Havel tra le pieghe della voce che veniva meno – non tutti sono capaci di predicare facendo ginnastica!». «Tu invece – aveva replicato Duka – ti eri inventato un rosario annodando le stringhe delle scarpe… Devo riconoscere che da allora non ho avuto più così tanto tempo per parlare di questioni filosofiche e teologiche».
Quest’anno Duka celebrerà una messa di suffragio per il presidente Havel, perché tale è rimasto nella coscienza popolare – e ci aveva pure scherzato: «Noto che la gente non sa più come rivolgersi a me, qualcuno dice “signor presidente” oppure “signor ex presidente”, qualcun altro “signor Havel”; sto aspettando di sentirmi chiamare “signor ex Havel”...»

domenica 1 luglio 2012

L'umanità si relazioni con l’infinito, l’assoluto e l’eternità



L'umanità si relazioni con l’infinito,

l’assoluto e l’eternità
***
Il fatto, poi, che tutti gli effimeri tentativi

dei fanatismi  ideologici di organizzare il

“paradiso in terra” alla fine sfocino

inevitabilmente in un inferno in terra,

 è reso più che chiaramente dall’evocazione che

il regno di Dio non è “in questa terra”. In realtà: una vita

 su questo mondo che sia relativamente sopportabile può

 essere garantita unicamente da una umanità orientata

“al di là” di questo mondo, un’umanità che –

in ogni suo hic e in ogni suo nunc – si

relazioni con l’infinito, l’assoluto e l’eternità

(V.Havel)

lunedì 13 febbraio 2012

havel


HAVEL/ La vera fede di Vaclav?
Incontrare Dio sulla soglia

Angelo Bonaguro

 

giovedì 29 dicembre 2011

 
«Havel per me non è solo un’autorità morale, ma anche il prototipo dell’uomo di fede che, prendendo sul serio il proprio rapporto verso l’altro, vive con altrettanta serietà anche il rapporto con Dio» – ha scritto l’arcivescovo Duka in memoria del suo amico e compagno di detenzione nelle carceri della Cecoslovacchia comunista. E padre Halík, una delle personalità più in vista della Chiesa ceca, ha sottolineato che saremo giudicati «per la nostra fede resa visibile dalle opere, e non per le nostre opinioni religiose». Per lui Havel si inserisce nella «religiosità schiva» tipicamente boema, non per questo priva di autenticità. 
Non è possibile parlare del rapporto fra Havel e la trascendenza riducendolo ad una «religione etica moderna» come fu quella del primo presidente cecoslovacco Masaryk, il quale esercitò il suo carisma anche sul futuro padre del drammaturgo. Ripudiando il cattolicesimo tradizionale, percepito come legato all’odiato potere asburgico, V. M. Havel (1897-1979) fu attivo nella World Students’ Christian Federation, finendo poi per entrare in contatto con la massoneria.
Suo figlio, il drammaturgo Václav, conosce invece il cristianesimo in un ambito storico e sociale completamente diverso (il sistema post-totalitario e la lotta antireligiosa), grazie soprattutto ai coloriti personaggi che animano la comunità del dissenso, fra i quali gli amici filosofi che sono i veri destinatari delle famose «lettere a Olga» scritte dal carcere, coloro che raccolgono le sue riflessioni e lo accompagnano nell’affascinante ricerca della verità. 
Possiamo identificare l’anima della religiosità haveliana in una lettera dell’agosto 1980 dove, ribadendo di non essere «propriamente un cristiano e cattolico», parla di Dio come dell’«orizzonte senza il quale niente avrebbe significato e io stesso non esisterei nemmeno». In una successiva missiva accusa la mancanza dell’«ultima goccia» che gli permetterebbe di riconoscere «un Dio personale»,  pur ammettendo «una vicinanza al sentire cristiano». In carcere rispetta persino alcuni gesti di devozione, come il digiuno pasquale, e con la scusa di organizzare un Circolo degli scacchi permette a Duka di celebrare la messa durante il «torneo». 
Questo avvicinamento senza preconcetti alle tematiche religiose stupisce anche la comunità del dissenso in cui si diffonde la voce della sua presunta conversione, e ciò contribuisce a rafforzare la coscienza stessa della comunità, per la quale il cristianesimo rappresenta un’alternativa all’ideologia comunista.
Anche nei suoi testi teatrali emergono tematiche legate alla responsabilità, alla coscienza, alla vita nella verità, alle domande ultime che caratterizzano l’anima dell’uomo. Si prenda ad esempio uno dei primi testi, Difficoltà di concentrazione (1968), dove fa dire a un personaggio: «Dunque la felicità per un verso costituisce qualcosa di molto instabile, fuggevole, mutevole, mentre per un altro verso appare come qualcosa di notevolmente stabile, giacché l’uomo desidera sempre essere felice, quindi è una specie d’ideale verso il quale l’attività umana s’indirizza costantemente, ma che in sostanza l’uomo non può mai raggiungere appieno.
La felicità non è quindi qualcosa che ci venga dato una volta per tutte, bensì qualcosa che continuamente perdiamo e per la quale continuamente dobbiamo combattere... La chiave fondamentale per scoprire il mistero dell’uomo non la si trova nel cervello, ma nel cuore».
Alle stesse tematiche, soprattutto nei primi anni di presidenza, ritornano spesso i suoi discorsi ufficiali, come in quello pronunciato a Filadelfia il 4 luglio 1994, dove sottolinea che non basta ripetere all’infinito l’importanza dei diritti umani per fondare un ordine mondiale più giusto se si dimentica dove questi diritti sono radicati: «La via per la convivenza pacifica e la collaborazione creativa deve partire da ciò che costituisce la premessa di tutte le culture e che è situato nel profondo dei cuori e delle menti umane più di ogni idea politica, di ogni antipatia o simpatia, deve cioè partire dalla trascendenza... Nella vostra Dichiarazione di indipendenza si dice che il Creatore ha dato all’uomo il diritto alla libertà. Sembra che l’uomo possa coltivare questa libertà solo se non dimentica Colui che gliel’ha donata»
Come non ricordare l’affetto che lo legava a Giovanni Paolo II e al Dalai Lama (entrambi invitati in Cecoslovacchia già nei primi mesi dopo la caduta del Muro), o il binomio verità-libertà tratto dai suoi interventi e sul quale Benedetto XVI ha incentrato la visita nelle terre ceche nel 2009?
Negli ultimi mesi a Hrádecek, nella casetta di campagna, lo accudivano oltre alla moglie alcune suore che hanno raccolto il suo ultimo respiro. «Gli piaceva aver accanto le sue cose, la sua gente, amava l’ordine, i gladioli – ricorda suor Holíková. A volte accennava al fatto che l’uomo, quando si avvicina alla morte, va verso una nuova vita di cui sappiamo poco. La sera ci salutava dicendo: “Beh, che il Signore sia con noi, vedremo come andrà domani!”».
Al termine dell’omelia per il funerale, Duka ha citato il messaggio di Havel scritto per quest’anno dedicato a sant’Agnese di Boemia: «“Cara Agnese, grazie per aver steso la Tua mano a proteggerci il 25 novembre 1989. Per favore, continua a tenerla pronta, forse ne avremo ancora bisogno”. Che Agnese conduca te nel regno della Verità e dell’Amore dove regna Colui che è – come mi dicesti durante il nostro ultimo incontro». 


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havel

mercoledì, 03 novembre 2010

IDEE/ Václav Havel: solo lo stupore ci salva da una globalizzazione senz’anima


 
***
mercoledì 3 novembre 2010

Havel l’aveva già detto nel suo primo discorso di capodanno da primo presidente cecoslovacco democraticamente eletto (gennaio 1990): viviamo in un’epoca in cui i problemi dell’ambiente ci riguardano da vicino, ma “il peggio è che viviamo in un ambiente deteriorato moralmente”. Allora si riferiva all’eredità devastante del sistema totalitario, sia dal punto di vista ecologico che etico, un sistema che era stato assimilato e sostenuto dalle sue stesse vittime.

L’attenzione di Havel ai temi dell’ambiente non è nata ieri, ma non ha nulla a che vedere con soli che ridono o battaglie demagogiche: Havel intende l’ambiente come l’insieme delle relazioni tra esseri umani depositari di una cultura e l’oggettività in cui essi si muovono e della quale sono responsabili. Il drammaturgo ha esemplificato questo pensiero dandogli forma drammatica anche nella pièce Il risanamento (1987), dove un gruppo di architetti incaricato di ristrutturare un vecchio borgo si scontra con le varie anime dei progettisti e con la volontà della popolazione locale.

Inaugurando l’annuale appuntamento del Forum2000 (la fondazione e l'omonima conferenza che si tiene a Praga, ndr) tenutosi il mese scorso, e dedicato al “Mondo in cui vogliamo vivere”, Havel ha denunciato l’orgoglio della civiltà moderna che crede di poter fare a meno del senso del mistero. “Quando vado alla mia casetta di campagna”, ha detto l’ex presidente, quello che fino a poco tempo fa era chiaramente riconoscibile come città ora sta perdendo i suoi confini e la sua identità, per trasformarsi in un enorme agglomerato indistinto, senza vie e piazze ben definite, composto da “enormi centri commerciali, stazioni di servizio, giganteschi parcheggi, palazzoni destinati ad ospitare uffici e depositi di ogni tipo, e schiere di villette che sono apparentemente attigue ma allo stesso tempo disperatamente lontane”.

E in mezzo a tutto questo, a macchia di leopardo, si alternano zone di territorio che non sono nulla, né campi, né boschi né insediamenti umani. Ogni volta che si concede alle città di distruggere il paesaggio circostante per crearvi degli agglomerati che rendono la vita irriconoscibile, si scardina allo stesso tempo la rete delle comunità umane naturali, e sotto l’egida dell’omologazione internazionale si annullano le individualità e le identità. Alla fine di questo processo, “la collettività smisurata dei consumatori genera un nuovo tipo di solitudine”.
La causa di tutto questo - sostiene Havel - sta nel fatto che viviamo nella prima civiltà atea globalizzata, una civiltà che ha perso i suoi nessi con l’infinito e con l’eterno, e perciò preferisce il profitto immediato a quello a lungo termine. L’aspetto più pericoloso di questa civiltà atea è il suo orgoglio, che la rende irrispettosa verso il patrimonio trasmesso dalla natura e dai nostri antenati e che la fa sentire presuntuosamente onnisciente.

In questo modo, con il culto del profitto immediato e del progresso, “scompare il rispetto per il mistero e per l’incommensurabile, si perde il senso dell’infinito e dell’eterno, che fino a poco tempo fa costituivano i principali orizzonti delle nostre azioni. Abbiamo completamente dimenticato quello che le civiltà precedenti sapevano: che nulla è certo”.


Il drammaturgo sposta le sue riflessioni anche sulla recente crisi finanziaria, definendola un segnale istruttivo per il mondo contemporaneo, un monito contro la sicumera sproporzionata e l’orgoglio della civiltà moderna: l’azione umana non è totalmente prevedibile come credono molti inventori di teorie e concezioni economiche. E il dramma è che questi stessi sapientoni, invece di imparare la piccola lezione di umiltà da cui avrebbero dovuto capire che non tutto è sempre automaticamente concesso, pretendono di descrivere con lo stesso metodo le cause della crisi!

“Per secoli l’umanità ha vissuto in civiltà capaci di formare una cultura, dove gli insediamenti avevano un ordine naturale determinato da una sensibilità comunemente condivisa”, grazie alla quale l’ultimo fabbro medievale, quando gli chiedevano di forgiare un attrezzo, lo produceva secondo quello che oggi chiameremmo stile gotico, senza aver bisogno di un maestro o di un designer che gli insegnassero come fare. La nostra civiltà appare piuttosto come una delle tante conseguenze secondarie dell’orgoglio moderno, che crede di aver capito tutto e perciò di poter pianificare il mondo intero.
Secondo Havel, solo lo stupore e la consapevolezza che le cose non sono così ovvie può farci superare questo periodo oscuro. Questo stupore davanti al mistero del creato lo provoca a una serie di domande: qual è il significato di tutto ciò che esiste? È possibile il non-essere? “È possibile che le cose esistano perché noi possiamo stupirci, e che noi esistiamo perché ci sia qualcuno che si stupisca. Ma perché è necessario che vi sia qualcuno che si stupisce? E che alternativa c’è alla vita?”.

Un groviglio di interrogativi che agitano ancora l’animo di questo drammaturgo settantenne innamorato della vita, che non ha ancora smesso di cercare, e di stupire il suo pubblico, compreso quello delle multisale, perché da qualche mese si è messo in testa di fare del cinema..

Postato da: giacabi a 10:49 | link | commenti
havel

mercoledì, 27 gennaio 2010

«Cara Olga,
siamo inchiodati al paradosso
fra il mondo disperato e
l’Essere pieno di senso»
 ***

 
DI VACLAV HAVEL
 Cara Olga, fra le migliaia di avvenimenti stupefa­centi che formano il miracolo dell’Es­sere e della sua storia, l’evento che qui ho de­finito la costituzione o la genesi dell’«io» uma­no, ha indubbiamente un significato rivolu­zionario. È un evento cioè che, a differenza di tutti gli altri, tocca in modo speciale l’essenza medesima dell’Essere, l’«essere dell’Essere».
  L’uomo non è semplicemente un’entità fra le altre entità, un qualcosa di distinto rispetto al­le altre, ma è un’entità apertamente «differen­te ». Non si differenzia dalle altre unicamente per ciò che è (per il fatto di essere essenzial­mente più strutturata, ad esempio), ma so­prattutto per come è, per il fatto che il suo stesso essere è sostanzialmente diverso da tutto quello che esiste al di fuori di lui. (...) Essere gettati nel mondo ci rivela il nostro stato di separazione; essere gettati nell’origine dell’Essere, al contrario, risveglia in noi la trascendenza di sé così essenzialmente umana: il desiderio di oltrepassare tutti i propri orizzonti per attingere di nuovo la perduta pienezza dell’Essere, «possederla» di nuovo (e in questo modo superare il proprio stato di separazione), sfociando nell’esperienza della «quasi ­identificazione » quale contatto vigile, cioè totalmente consapevole di sé, con «l’Essere tout court », principio misterioso ed essenza di tutto ciò che è.
  (...) Dietro a tale concezione vi è una percezione di sostanziale ambiguità, di annientamento, della natura contraddittoria e paradossale della condizione dell’umana. La nostra «alterità» ontologica esprime soprattutto questo: solo l’uomo, ad esempio, si domanda quale sia il significato, ma unitamente a ciò non può mai giungere a una risposta soddisfacente (altrimenti significherebbe per lui non essere ciò che in realtà è, ossia, «essere separato dall’Essere»); soltanto l’uomo sperimenta, o meglio, attraverso la propria esperienza costituisce il mondo come qualcosa nel quale è stato gettato e nel quale è condannato a vivere, eppure, contemporaneamente, lui solo sa che soccombendo a tale esistenza nel mondo perde irrimediabilmente se stesso; lui solo è in grado di sperimentare in modo consapevole l’Essere quale reale sfondo a tutto ciò che esiste; tuttavia lui soltanto è, nello stesso momento, fatalmente al di fuori di questo Essere e condannato a non esservi mai pienamente all’interno.
  Ciò nonostante, il paradosso della natura contraddittoria dell’essere umano è che in essa si trova, contemporaneamente, la fonte di tutta la sua bellezza e della sua miseria, la sua tragedia e la sua grandezza, lo slancio drammatico e il continuo fallimento. Ritengo che le rappresentazioni degli archetipi religiosi rispecchino in maniera precisa le dimensioni dell’essenza ambigua dell’umanità: dall’idea di paradiso, attraverso «reminiscenze» di una perduta partecipazione all’integrità dell’Essere, all’idea della caduta del mondo quale atto peculiare dello «stato di separazione» (non è infatti l’albero della conoscenza la «cognizione di sé» che ci separa?), all’idea del giudizio finale quale confronto con l’orizzonte assoluto del nostro relazionarsi, fino all’idea della salvezza come trascendenza suprema, la «quasi­identificazione » con la pienezza dell’Essere al
 quale l’umanità tende costantemente.
  I l fatto, poi, che tutti gli effimeri tentativi dei fanatismi ideologi­ci di organizzare il «paradiso in terra» alla fine sfocino inevitabil­mente in un inferno in terra, è reso più che chiaramente dall’evocazio­ne che il regno di Dio non è «in questa terra». In realtà: una vita su questo mondo che sia relativa­mente sopportabile può essere ga­rantita unicamente da un’umanità orientata «al di là» di questo mondo, un’uma­nità che – in ogni suo hic e con ogni suo nunc – si relazioni con l’infinito, l’assoluto e l’eter­nità. Un orientamento incondizionato al hic e al nunc , per quanto sopportabile possa essere, trasforma senza speranza il «qui» e «adesso» in abbandono e disperazione e infine lì tinge del colore del sangue.
  Sì: l’uomo è inchiodato – come Cristo sulla croce – a un’intersezione di paradossi: teso fra l’ascissa del mondo e l’ordinata dell’Essere; da una parte, trascinato in basso dalla dispera­zione di un’esistenza nel mondo e dall’irrag­giungibilità dell’assoluto, dall’altra, egli sta in equilibrio tra il tormento di non conoscere la propria missione e la gioia di portarla a com­pimento, tra il nulla e la pienezza di senso. E come Cristo è di fatto vittorioso grazie alle sue sconfitte: l’uomo, attraverso la percezione del­l’assurdo, una volta ancora trova il significato; attraverso il proprio fallimento riscopre nuo­vamente la responsabilità personale; attraver­so la sconfitta di alcune condanne, vince per­lomeno su se stesso (come oggetto delle ten­tazioni terrene); attraverso la morte – la sua ultima e maggiore sconfitta – trionfa definiti­vamente sulla propria disgregazione: impri­mendo per sempre il proprio pro­filo nella «memoria dell’Essere», ritorna infine – senza rinunciare a niente della propria «alterità» – nel grembo dell’Essere integrale.
  L a medesima cosa vale – ciò va aggiunto per una questione di ordine – per queste mie riflessioni: esse sono una sconfitta perché non ho né scoperto, né espresso niente che non sia stato da tempo scoperto ed espresso cento volte meglio, eppure sono allo stesso tempo una vittoria, per essere almeno riuscito attraverso di esse, se non altro, (superando ostacoli più banalmente esteriori e profondamente interiori che non augurerei a nessuno che voglia scrivere), a sentirmi meglio ora di quando ho iniziato. È strano, ma forse adesso sono persino più felice di quanto lo sia stato negli ultimi tempi. In breve, mi sento bene e ti voglio bene.
 Un bacio da Vasek (4 settembre 1982)