La peggior povertà
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"La
peggior povertà non è quella economica,ma quella umana. Da lì il
degrado e la fame. Educare umini nuovi significa far crescere una
generazione capace di costruire e quindi di dare un futuro a questo
povero Paese"ANDREA AZIANI parlando del Perù
di Stefano Alberto
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25/08/2010
- Il testo dell'intervento di Stefano Alberto, docente di Teologia
all'Università Cattolica di Milano, sul tema del Meeting
«Una
bellezza nuova, un nuovo dolore, un nuovo bene di cui presto ci si
sazi, per meglio assaporare il vino di un male nuovo, una nuova vita, un
infinito di vite nuove, ecco quello di cui ho bisogno, signori:
semplicemente questo e nulla di più. Ah, come colmarlo questo abisso
della vita? Che fare? Perché il desiderio è sempre lì, più forte, più
folle che mai. È come un incendio marino che avventi la sua fiamma nel
più profondo del nero nulla universale! È un desiderio di abbracciare le
infinite possibilità!» (O. Milosz, Miguel Mañara, Milano 1998).
Al grido di Miguel Mañara, che abbiamo ascoltato l’anno scorso qui al Meeting, ha fatto eco due sere fa quello del Caligola di Camus nel suo dialogo col fido Elicone: «Ma
io non sono folle e non sono mai stato così ragionevole come ora,
semplicemente mi sono sentito all’improvviso un bisogno d’impossibile.
Le cose così come sono non mi sembrano soddisfacenti... Ora so. Questo
mondo così come è fatto non è sopportabile. Ho dunque bisogno della
luna, o della felicità, o dell’immortalità, insomma di qualche cosa che
sia forse insensato, ma che non sia di questo mondo». Camus stesso riprende l’apparente paradosso nell’affermazione, cara al ’68 francese: «Soyez réalistes, demandez l’impossible».
1. «Siate realisti, domandate l’impossibile»
Di
quale realismo stiamo parlando? Non è piuttosto un’utopia, addirittura
una pazzia? Ecco la risposta di Giussani, proprio nel commento al passo
appena citato di Caligola: «Non è realistico che l’uomo viva senza
agognare l’impossibile, senza questa apertura all’impossibile, senza
nesso con l’oltre: qualsiasi confine raggiunga». In questo senso
«l’impossibile» indica l’infinito e l’insoddisfazione insaziabile di Caligola esprime la tensione a questo infinito. È quanto Claudel fa dire a Pietro di Craon in Jeune fille Violaine: «L’insaziabile non può che derivare dall’inestinguibile».
E commenta Giussani: «Che
l’uomo sia un animale insaziabile, vuol dire che il soggetto di questa
realtà che si chiama uomo è un soggetto inestinguibile. Caligola parla
di luna o felicità o immortalità. L’insaziabile non può derivare che da
un inestinguibile. L’insaziabilità è il segno del Destino. Ecco emergere
la grande parola, da cui nessuno, pur facendo qualsiasi sforzo,
qualsiasi mossa, per quanto abile possa essere, nemmeno nel sonno, si
può distaccare. Un Destino di immortalità si segnala nell’umana
esperienza di insaziabilità».
2. «Misterio eterno dell’esser nostro»
Tale
insaziabilità, l’inesauribilità dei desideri e delle domande ultime
dell’uomo esaltano la contraddizione fra l’impeto delle esigenze e il
limite della misura umana nella ricerca. È la drammatica consapevolezza
espressa da Giacomo Leopardi in uno dei suoi Pensieri:
«Il
non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così,
della terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il
numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e
piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei
mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana». Il sentimento di questa sproporzione è per Leopardi il contenuto di quella che egli chiama «la sublimità del sentire».
Ricordo
con vivezza l’ultima volta che Giussani, il 22 maggio 1996, in
occasione della uscita della raccolta dei canti più belli di Leopardi,
da lui curata per la Biblioteca dello Spirito cristiano dal titolo
suggestivo Cara beltà…, ebbe occasione, davanti agli studenti
del Politecnico di Milano, di testimoniare le ragioni della sua amicizia
con il poeta nata negli anni del Seminario. Attingerò in tre passaggi
alla testimonianza di questa amicizia perché che cosa sia il cuore e
dove porti lo sorprendiamo in noi, eccitati dalla testimonianza di amici
così grandi. Proprio per introdurci alla sublimità del sentire
leopardiano ci lesse quella che per lui era la strofa più bella della
letteratura italiana, tratta dall’inno Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima: «Desideri
infiniti,/E visioni altere/crea nel vago pensiere [vago: è l’Ulisse
dantesco che sfida il mare infinito, oltre le colonne d’Ercole] /Per
natural virtù, dotto concento/Onde per mar delizioso, arcano/Erra lo
spirito umano,/Quasi come a diporto/Ardito notator per l’Oceano:/Ma se
un discorde accento/Fere l’orecchio, in nulla/Torna quel paradiso in un
momento./Natura umana, or come,/Se frale in tutto e vile,/Se polve ed
ombra sei, tant’alto senti?/Se in parte anco gentile/Come i più degni
tuoi moti e pensieri/Son così di leggeri/Da sì basse ragioni e desti e
spenti?».
Commenta
Giussani: «È un contrasto insanabile e inconcepibile: "Natura umana",
"Misterio eterno dell’esser nostro"; natura umana, se sei così banale
come fai ad avere desideri di questo genere, pensieri di questo genere,
così grandi? E se qualcosa di nobile c’è in te, che supera la
corruzione, la corruttibilità della materia, come mai i più degni tuoi
moti da sì basse cagioni – un dolore che viene al dente, un dolore
all’orecchio – sono destati e spenti? La circostanza crea l’input, dà
l’input per il grande sentimento, la stessa circostanza porta
l’impossibilità a proseguirlo per la delusione che incute. Questa è la
situazione che interessa Leopardi, che lui ha colto in se stesso».
3. «Non avanzeremo di un passo di là da noi stessi». L’impossibilità moderna
«Misterio eterno dell’essere nostro».
Per Giussani il vero Leopardi è qui, non nella disperata negazione
finale de La ginestra, per cui viene esaltato dalla cultura
contemporanea come precursore del nihlismo. Ma ha ragione chi, come
Natalino Sapegno ha spregiato le domande ultime di Leopardi, definite la
sua "ossessione" trattandole come «la confusa e indiscriminata velleità
riflessiva degli adolescenti, la loro primitiva e sommaria filosofia
(che cosa è la vita? a che giova? Qual è il fine dell’universo? e perché
il dolore?), quelle domande che il filosofo vero e adulto allontana da
sé come assurde e prive di autentico valore speculativo e tali che non
comportano risposta alcuna né possibilità di svolgimento»? Ha ragione
Natalino Sapegno? No!, ci viene di rispondere di schianto, quelle
domande sono le mie, le nostre, senza di esse non c’è vera umanità, né
possibilità di grandezza espressiva. È quanto sostiene con forza la
grande pianista russa Marija Judina: «Sono ben consapevole dei miei peccati e delle mie debolezze, ma ho
l’ardire di pensare che la grandezza dell’uomo non sia principalmente
nelle sue doti, bensì nell’impulso ad osare che nasce con lui e muore
solo dopo di lui, nel suo cuore che ha sete di infinito; per tacitarlo –
diceva citando Dostoevskij – bisognerebbe tagliare la lingua a
Cicerone, cavare gli occhi a Copernico, lapidare Shakespeare...».
Eppure
nel dramma di questo contrasto insanabile tra l’aspirazione ideale, la
grandezza del proprio desiderio e la contraddittorietà delle
realizzazioni storiche, l’uomo
tende a cedere, per stanchezza e fragilità, per l’impazienza dell’attesa
di una risposta compiuta o per la presunzione di essere lui stesso a
darsela. Perché non riconosco la possibilità della risposta, tendo a
ridurre o a svuotare di senso le domande ultime costitutive del mio
umano. Dapprima è una disarticolazione tra la vita e la possibilità del
suo compimento, tra la vita e il suo Destino, poi una separazione,
infine una disperata negazione. La «saggezza» sta nel
rimanere entro la propria misura: il non andare oltre se stessi diventa
condizione necessaria per vivere. Una delle formulazioni più efficaci, e
sicuramente più densa di conseguenze, è ancora quella classica del
filosofo inglese David Hume che apre la sua opera fondamentale Il trattato sulla natura umana:
«Fissiamo pure, per quanto è possibile, la nostra attenzione fuori di
noi; spingiamo la nostra immaginazione fino al cielo o agli estremi
limiti dell’Universo: non avanzeremo di un passo di là da noi stessi, né
potremo concepire altra specie di esistenza che le percezioni apparse
entro quel cerchio ristretto».
L’uomo
che si rinchiude nei propri limiti finisce, orgoglioso o disperato, a
coltivare questa illusione di autonomia, questa pretesa di
autosufficienza in cui nulla è più veramente atteso. È quanto
scrive Pavese in una sua ben nota poesia: «Non c’è cosa più amara che
l’alba di un giorno in cui nulla accadrà…La lentezza dell’ora è
spietata, per chi non aspetta più nulla» (C. Pavese, Lo steddazzu,
1936). L’esito amaro è, dopo la presunzione, la disillusione, anzi come
grida Nietzsche, il disprezzo della propria umanità, ragione, libertà,
sete di felicità, disprezzo cme condizione per superare l’uomo, tutto
ridotto a nulla. Ecco il grido di Zarathustra nel paragrafo 3 della
prefazione del libro omonimo: «Quale è la massima esperienza che
possiate vivere? L’ora del grande disprezzo. L’ora in cui vi prenda lo
schifo anche per la vostra felicità e così pure per la vostra ragione e
per la vostra virtù. L’ora in cui diciate: "Che importa la mia felicità!
Essa è indigenza e feccia e un miserabile benessere. Ma la mia felicità
dovrebbe giustificare persino l’esistenza!". L’ora in cui diciate: "Che
importa la mia ragione! Forse che essa anela al sapere come il leone al
suo cibo? Essa è indigenza e feccia e un miserabile benessere". L’ora
in cui diciate: "Che importa la mia virtù! Finora non mi ha mai reso
furioso. Come sono stanco del mio bene e del mio male! Tutto ciò è
indigenza e feccia e benessere miserabile!"».
Anche senza giungere al
«disprezzo» di Nietzsche è chiaro che negare la possibilità che la vita
sia movimento, impeto verso un compimento oltre se stessi, pone
radicalmente in crisi la nozione di natura umana. La separazione tra
Destino e vita, alla base del dualismo conoscitivo su cui tanto si è
soffermato in questi ultimi tempi Carron (separazione tra sapere e
credere) si riverbera nella crisi stessa del concetto di natura umana.
Robert Spaemann ha evidenziato la "situazione di stallo" attuale a cui
porta il dualismo di ermeneutica e scientismo rispetto alla questione di
cos’è l’uomo. Il filosofo tedesco individua due estremi possibili,
l’uno nella posizione di Sartre, l’altro in quella del biologo
molecolare Dawkins. Da un lato, Sartre concepisce l’uomo come assoluta
libertà priva di essenza e di essere: non c’è più natura come dato
originale, essa è il prodotto, per così dire dello sguardo dell’uomo su
di sé, senza possibilità di legami, anzi ribellione allo sguardo
dell’altro ("l’inferno sono gli altri"). È un uomo senza natura, l’uomo è
quello che si sente di essere (pensiamo alle conseguenze in termini di
identità personale e sessuale, in termini di legami, di convivenza
civile ecc..).
All’altro estremo l’uomo è ridotto deterministicamente
ai suoi antecedenti biologici e genetici e considerato solo come
urgenza di conservare e diffondere i suoi geni egoisti. «Sto
considerando una madre come una macchina programmata a fare qualcosa in
suo potere per propagare copie dei geni che porta dentro di sé», giacché
«noi siamo macchine da sopravvivenza – robot semoventi programmati
ciecamente per preservare quelle molecole egoiste nate sotto il nome di
geni». Da un uomo senza natura (Sartre) a un uomo che è solo natura
(Dawkins) ridotto ai fattori scientificamente misurabili; gli estremi si
toccano. Occorre per inciso rilevare che proprio nelle ricerche più
avanzate, le cosiddette neuroscienze che studiano il rapporto tra mente e
cervello si aprono spiragli interessanti nel dominio del attuale
preteso assolutismo scientifico. Senza potere approfondire qui
l’argomento basti accennare alle conclusioni di alcuni ricercatori che
arrivano ad affermare che il cervello funziona in modo tale da generare
credenze: «La domanda religiosa non è più pregiudizialmente rifiutata,
semmai depotenziata: gli uomini hanno vissuto di talune credenze, ma la
risposta alle domande dell’uomo, anche a quelle ultime, viene e verrà
sempre più dalla scienza, evolutasi nel suo rapporto con la tecnologia
in tecnoscienza… (che) ha prodotto una sorta di universalismo
scientifico, per cui se una cosa ha il marchio della scienza viene
considerata indiscutibile. È paradossale: in un mondo che non ammette
alcun assoluto, funziona l’assoluto pratico dell’universalismo
scientifico. Io non contesto la correlazione tra cervello e mente, dove
la mente è la dimensione psichica in senso largo; ma mi rifiuto di
considerare il rapporto tra cervello e mente nei termini di causa ed
effetto. La rilevazione dei processi cerebrali non è la spiegazione
totale del fenomeno mente. Qual è il fattore che impedisce questo
appiattimento? La tradizione lo chiama anima. Oggi è diventata un tabù.
Invece bisogna ritornare a parlarne riconoscendo che esiste una
dimensione dell’uomo che non è puro cervello, né pura mente, né puro
rapporto tra mente e cervello, ma un oltre, un altro, l’anima appunto,
connessa in maniera strutturale al mio corpo».
Infatti ciascuno di
noi, senza essere scienziato, a una attenta osservazione di sé in
azione, scopre due realtà diverse irriducibili l’una all’altra (corpo e
anima) e che costituiscono l’unità del soggetto; «tentare di ridurre
l’una all’altra sarebbe negare l’evidenza dell’esperienza che diverse le
presenta».
4. «Siccome torre in solitario campo tu stai solo gigante in mezzo a lei». Il cuore irriducibile
Nella confusione che ci troviamo a vivere con tante manifestazioni di quella, per dirla con Hannah Arendt «sorta
di ribellione [dell’uomo] contro l’esistenza umana come [gli] è stata
data, un dono gratuito proveniente da non so dove (parlando in termini
profani), che [l’uomo] desidera scambiare, se possibile, con qualcosa
che lui stesso abbia fatto». In questo clima, in
questo travaglio nessuno di noi può sottrarsi, pena la perdita di se
stesso, a quell’impegno con la propria umanità dentro il reale, a
riconoscere nell’esperienza quei fattori, anzi quel fattore che è, che
opera continuamente in noi come criterio originale di giudizio. Anche in
questo caso volgiamoci alla scoperta di questo fenomeno. Giussani lo
coglie emergere in Leopardi ne Il pensiero dominante: «Dolcissimo,
possente/Dominator di mia profonda mente;/Pensier che innanzi a me sì
spesso torni./Di tua natura arcana/Chi non favella?Il suo poter fra
noi/Chi non sentì? Pur sempre/Chi in dir gli effetti suoi/Le umane
lingue il sentir proprio sprona,/Par novo ad ascoltare ciò ch’ei ragiona
[anche se di questa cosa sempre se ne parla, essa è sempre nuova]/Come
solinga è fatta/La mente mia d’allora/Che tu quivi prendesti a far
dimora!/Ratto d’intorno al par del lampo/Gli altri pensieri miei/Tutti
si dileguar. Siccome torre/In solitario campo,/Tu stai solo gigante, in
mezzo a lei».
«In questo contrasto, che si
dilata nel tempo», commenta Giussani, «nella evoluzione del tempo e
dell’opera umana, c’è una cosa, c’è un fenomeno, il fenomeno di una
cosa, che è come incorruttibile di fronte alla lotta dei contrasti, non
riesce ad essere sgretolata, ne parlano tutti ed è sempre nuova.
Immediatamente può prendere spunto dalla donna, la donna amata, perciò
da qualche cosa che si ama, più grande del solito: tutto scompare quando
uno fissa gli occhi in questa presenza». Ma «se il simbolo di tale
fenomeno è la donna, il fenomeno è molto più dilatato e grande che
l’occasione questo essere, che il tempo spazza via come spazza via me:
questo fenomeno, possiamo dire, la sete di bellezza, la sete di verità,
la sete di felicità, è il cuore… l’uomo
percepisce dentro di sé una destinazione alla felicità, alla verità,
alla bellezza, alla bontà alla giustizia. Tutti giudicano in base a
queste cose, almeno – anche superficialmente – un po’ tutti. Ma quello
che di fatto è più impressionante è che non si possono togliere: in
mezzo alla ‘gran ruina’, per usare la parola dantesca, c’è questa cosa
che si erge impetuosa, grandiosa: ‘Possente dominator di mia profonda
mente’, ‘Ratto d’intorno intorno al par del lampo’; gli altri pensieri
dell’uomo, di fronte a questo si dileguano… Quello che è
interessante non è il riferimento tipicamente femminile in cui Leopardi
vedeva e aspettava la risposta alla sua sete di felicità, ma è
l’esistenza di questo fenomeno, il fenomeno di questo fattore, che il
tempo e le vicende non riescono a definire, a ridurre sotto il loro
dominio, disfacendolo… Tutti gli uomini lo vivono; se
non vive questo fenomeno, l’uomo crepa d’inedia, di anoressia; nella
misura in cui l’uomo non vive, non si accorge, non si alimenta di questa
eccezione al naufragio universale, si annulla…».
L’ha
accennato Marco nell’introduzione, tutti parlano di cuore, ma per lo
più riducendolo a sentimento, a un fascio di reazioni, agli stati
d’animo. Capita spesso a ciascuno di noi. Si
intende spesso il cuore come l’ambito dell’irrazionale soggettivo
contrapposto all’ambito del razionale oggettivo, assecondando quella
frattura tra sapere, razionalità scientifica, e credere, sentimento
soggettivo, su cui a lungo si è soffermato Carrón in questi tempi.
Voglio fare notare senza poterla e volerla qui sviluppare in modo
adeguato che questa frattura dualistica è all’origine della crisi della
nozione stessa di natura umana. Che viene o negata in nome di una
libertà assoluta. Potremmo citare Sartre. Una libertà sciolta da ogni
concreta fisicità, dai rapporti, dal riconoscimento dell’altro, dai
condizionamenti storici e esistenziali. Una libertà assoluta che si
autodetermina in tutto e per tutto. O invece una natura ridotta ai soli
antecedenti genetici, misurabili, determinabili da una scienza che oggi
si presenta, anche se con interessanti eccezioni, come l’unica
depositaria di pretese certezze assolute. Che cosa resta di propriamente
umano dunque?
Invitandoci alla lealtà con la nostra esperienza,
Giussani ci aiuta a recuperare e a vivere come nessuno ha mai fatto
nella contemporaneità, nessun pensatore, nessun educatore ci aiuta a
recuperare e a vivere in modo nuovo e geniale il significato della
nozione, che è biblica, di cuore. Tradizionalmente
nella Bibbia, "cuore" indica la sede dell’impeto originale della
persona, la fonte stessa della personalità cosciente e libera. Quella
di Giussani è una concezione potentemente unitaria che, salvando la
centralità del soggetto come criterio del giudizio, così cara alla
sensibilità moderna e contemporanea, mette in luce l’oggettività, il
dato strutturale di queste esigenze ed evidenze originali.
Il cuore è un dato primordiale, "esperienza elementare" che costituisce
il volto dell’uomo nel suo raffronto con tutta la realtà. Il cuore è il
criterio di giudizio che è dentro di noi, immanente a noi, impronta
interiore ma che non decidiamo noi. Ci è dato con il nascere uomini. Io
ho dentro di me il criterio per sapere che cosa veramente mi corrisponde
della realtà. In che cosa consiste, dunque, questo cuore o "esperienza
elementare"? Rileggiamo una delle pagine più famose de Il senso religioso:
«È un complesso di esigenze e di evidenze con cui l’uomo è proiettato
dentro il confronto con tutto ciò che esiste. La natura lancia l’uomo
nell’universale paragone con se stesso, con gli altri, con le cose,
dotandolo – come strumento di tale universale confronto – di un
complesso di evidenze ed esigenze originali, talmente originali che
tutto ciò che l’uomo dice o fa da esse dipende…Una madre eschimese, una
madre della Terra del Fuoco, una madre giapponese danno alla luce esseri
umani che tutti sono riconoscibili come tali, sia come connotazioni
esteriori che come impronta interiore. Così, quando essi diranno "io"
utilizzeranno questa parola per indicare una molteplicità di elementi
derivanti da diverse storie, tradizioni e circostanze, ma indubbiamente
quando diranno "io" useranno tale espressione anche per indicare un
volto interiore, un "cuore" direbbe la Bibbia, che è uguale in ognuno di
essi, benché tradotto nei modi più diversi».
Qui
sono poste le radici per il superamento di quell’esasperato
soggettivismo, di quella affermazione di sé all’infinito (anarchia) che
rappresenta anche per noi la tentazione più affascinante, «ma è tanto
affascinante quanto menzognera. E la forza di tale menzogna sta appunto
nel suo fascino, che induce a dimenticare che l’uomo prima non c’era e
poi muore… È molto più grande e vero amare l’infinito, cioè abbracciare
la realtà e l’essere, piuttosto che affermare se stessi di fronte a
qualsiasi realtà... Perché
in verità l’uomo afferma veramente se stesso solo accettando il reale,
tanto è vero che l’uomo comincia ad affermare se stesso accettando di
esistere: accettando cioè una realtà che non si è data da sé».
Non mi sono dato da me, sono fatto; è questa la prima evidenza che si ridesta nell’impatto con il reale. Pensiamo al bellissimo decimo capitolo de Il senso religioso.
È nell’impatto con il reale che il cuore, questa complessa e pur
semplice esperienza, è messo in moto, immediatamente. Il cuore emerge
come «imponenza dei criteri con cui la ragione giudica se stessa
(auto-coscienza)», come «i principi a cui essa si affida per essere e
per esistere. In ogni singola esperienza, nella rilevazione dei criteri
che giudicano l’esperienza stessa e con cui dall’esperienza si può
giudicare il mondo, questa emergenza dei criteri ultimi per la ragione è
immediatamente sensibile, è immediata, è automatica».
Qui
l’affermazione che solo a prima vista sembra sorprendente: cuore si
identifica con ragione, che è coscienza della realtà nella totalità dei
suoi fattori, cuore si identifica con ragione nel suo senso pieno. È
intelligenza, conoscenza affettiva, è la luce dell’intelligenza che
viene colpita, affecta. La ragione si attua quando è colpita, non quando
si impone. «Perché chiamarlo cuore invece di ragione? Perché il cuore è il luogo dell’affectus , ma l’affectus
non è antitetico a ragione, è l’aspetto ultimo della ragione, della
dinamica ragionevole. Per cui il cuore è la sede di quelle evidenze e
esigenze originali che proiettano l’individuo sulla realtà... cercando
di registrare come essa è – rendersi conto, l’autocoscienza – secondo la
totalità dei suoi fattori… La ragione coglie la realtà sostenuta
dall’affettività propria di un giudizio di corrispondenza tra la realtà e
il cuore, le esigenze del cuore… Poi entra in gioco la spada della
libertà, che può accettare questo, (e l’accettazione è amore, afferma
l’essere, dice tu), o non accettare, (questa è menzogna, perché la
logica di questo non accettare è il niente)».
Il
contenuto dell’esperienza è la realtà, ma l’esperienza non è, come
normalmente tutti ritengono, il semplice provare qualcosa. Ciò che si
prova diventa esperienza quando è giudicato dai criteri del cuore: se è
veramente vero, se è veramente bello, se è veramente buono, se è
veramente felice.
«Ogni
esperienza implica l’esperienza elementare, cioè ogni esperienza è
giudicata da qualcosa che c’è in essa e che si chiama esperienza
elementare. è la percezione inevitabile di ciò che l’uomo in tutte le
cose cerca: per la soddisfazione di sé (satisfacere): per essere
completo».
L’uomo
è educato dall’esperienza, non da ciò che prova. Questi criteri che
fanno diventare ciò che proviamo esperienza sono infallibili. Certo sono infallibili come criteri, non come giudizi,
ci può essere una infallibilità applicata male, o non applicata
affatto, addirittura contraddetta, come tante volte ciascuno di noi
sperimenta. Ma in ogni circostanza della vita, in ogni momento la realtà
fa balzare fuori i criteri del cuore, l’esigenza ultima di essere
veramente se stessi. Basta un istante, una delicatissima, ultima
possibilità. Vorrei ricordare a questo proposito la vicenda, riportata
da tutta la stampa, di Richard Rudd., inglese di 43 anni. Richard Rudd
aveva sempre detto alla famiglia che se gli fosse accaduto qualcosa non
avrebbe mai voluto essere tenuto in vita da una macchina. Ma si
sbagliava. Dopo essere rimasto paralizzato nell’ottobre 2009 in un
incidente in moto, il 43enne inglese autista di autobus, nel momento
decisivo, nell’ultimo momento utile prima che staccassero le macchine ha
fatto il possibile per far capire ai medici che non voleva morire. Con
un segno della pupilla, per tre volte di seguito, ha detto sì al medico
che gli chiedeva se voleva vivere ancora. E così è stato. Oggi,
trascorsi nove mesi da quel momento cruciale, Rudd rimane paralizzato e
bisognoso di cure costanti, ma riesce a comunicare con i familiari e le
figlie, Charlott di 18 anni e Bethan di 14: sorride, muove gli occhi e
la testa. Basta un istante, anche in circostanze estreme, dolorose,
complicate, perché il cuore sia colpito e ridestato e manifesti
potentemente la sua voce.
Facciamo un passo ulteriore. Abbiamo detto
che la ragione, coscienza della realtà secondo la totalità dei suoi
fattori, rigenera continuamente e utilizza come criterio ultimo che
giudica il rapporto tra l’uomo e la realtà che sta sperimentando,
principi che sono dentro di lui, il suo cuore. Domandiamoci: è proprio
vero che questo è tutto? Per rispondere riprendiamo il famoso esempio
della sveglia proposto da Giussani: «C’era dunque sul tavolo di casa sua
una sveglia. Siccome lui era un bambino molto intraprendente e attivo,
curioso, siccome il papà e la mamma erano andati via e c’era soltanto la
sorella minore….ha visto la sveglia…, si è guardato attorno, ha preso
la sveglia e l’ha smontata tutta. I pezzetti che si potevano contare…
contati tutti erano 353… La sveglia era fatta di 353, ma quei 353
fattori non è più capace di metterli insieme. Perché? Perché gli manca
l’idea della sveglia. Era un piccolo bambino e non un orologiaio
svizzero… La ragione – che è la mente del bambino – non è capace di fare
la sveglia… manca un fattore... l’idea della sveglia…
In tal modo la ragione implica l’affermazione dell’esistenza del
mistero, intendendo per mistero un fattore presente in ogni esperienza,
che non appartiene ai fattori sperimentabili, numerabili, calcolabili,
dell’esperienza stessa. L’idea della sveglia è oltre il livello dei
pezzi. Non è un altro pezzetto, è un’altra cosa».
Senza
la percezione e il riconoscimento del Mistero come fattore della realtà
non c’è esperienza, di qualunque cosa si tratti. Il reale ci sollecita a
ricercare qualcosa d’altro oltre quello che immediatamente ci appare,
qualcosa d’altro che è il significato ultimo di ciò che appare. È la
dinamica del segno. Bloccare questa dinamica alla reazione immediata,
all’apparenza, come tante volte accade, sarebbe soffocare
irragionevolmente l’impeto originale con cui il cuore, provocato, si
protende sul reale.
Ritorniamo al dialogo tra Giussani e Leopardi per cogliere come Leopardi vive questo, soprattutto nell’inno Ad Aspasia,
che è stata la sua fiamma più potente: «È come se egli dicesse: come
sei stata bella, com’eri bella, ma la tua bellezza non era responsabile
di se stessa: la tua bellezza era come l’estrema voce dell’espressione
di un cuore che stava sotto, nascosto; oppure era come l’inizio di una
prospettiva di cui non si vedeva la fine, oltre te, al di là di te».
Raggio divino al mio pensiero apparve,/Donna, la tua beltà. Simile
effetto/Fan la bellezza e i musicali accordi,/Ch’alto mistero
d’ignorati Elisi [Paradiso]/Paion sovente rivelar. Vagheggia/Il piagato
mortal [l’uomo colpito da questa violenza d’amore] quindi la
figlia/Della sua mente….
Commenta
Giussani: «Non "è" un raggio divino; raggio divino al pensiero
dell’uomo "appare" la sua bellezza. La bellezza del viso della donna è
strumento di qualcosa d’altro. Quando il valore di una cosa sta, è situato in un’altra cosa, della prima cosa si dice che è un segno.
"Vagheggia il piagato mortal quindi" quella che è figlia della sua
mente: è la forza del suo cuore che investe quel volto che lo attrae e
lo colpisce per la sua bellezza, ma lo investe creando una prospettiva,
una prospettiva in esso che esso non ha… è un segno, è una realtà che è
segno, che vale in quanto segno».
5. «Di te ha detto il
mio cuore: "Cercate il suo volto"; il tuo volto Signore io cerco» (Sal
27). Cristo, l’impossibile corrispondenza
Il cuore, di
fronte alla realtà come segno, è costretto ad ammettere l’esistenza di
un incomprensibile, di un inarrivabile, e per questo non smette di
essere esigenza di poter conoscere quell’incognita. Hannah Arendt
acutamente osserva: «Il cuore umano è la dimora, ma non la patria».
Ma quanto più un uomo ha il senso del mistero, tanto più si sente
piccolo di fronte all’impossibile. Piccolo di fronte all’impossibile e
grande nello struggimento di poter entrare in rapporto con lui. È la
grandezza di Leopardi, che si manifesta nel vertice della sua
espressione poetica, nell’inno Alla sua donna. A un certo punto della sua vita Leopardi intuì, presentì che il segno celebrato nell’inno Ad Aspasia era accaduto.
«Viva
mirarti omai/nulla speme m’avanza;/S’allor non fosse, allor che ignudo e
solo/Per novo calle a peregrina stanza/Verrà lo spirto mio…».
«Dunque,
per un pezzo della sua vita – osserva Giussani - Leopardi aveva creduto
di poterla vedere per la strada; poi disperò di poterla vedere viva in
questo mondo e aggiunse: a meno che io ti possa vedere altrove, chissà
dove, ma altrove. Che cosa, vedere? Che cosa credeva di poter vedere
viva per la strada? La bellezza. Non Aspasia, non una delle decine di
donne di cui si è innamorato, ma la Donna, con la D maiuscola, la
Bellezza con la B maiuscola…». Quando Gaetano Corti, professore di
Giussani, commentò in prima Teologia la frase del Prologo del Vangelo di
San Giovanni «Il
Verbo si è fatto carne», il presentimento avuto da Giussani alla
lettura dell’inno fu chiaro: «Il Verbo si è fatto carne vuol dire che la
Bellezza si è fatta uomo, la Giustizia si è fatta uomo, la Bontà si è
fatta uomo, la Verità si è fatta uomo. "Quid est veritas? Vir qui
adest". Cos’è la verità? Un uomo presente. Gesù era profetizzato dal
genio di Leopardi milleottocento anni dopo la sua esistenza».
Ecco l’ultima strofa dell’inno Alla sua donna , quella che abitualmente Giussani ha recitato come ringraziamento alla Comunione: «Se
dell’eterne idee/L’una sei tu cui di sensibil forma/ Sdegni l’eterno
senno esser vestita,/E fra caduche spoglie/Provar gli affanni di funerea
vita;/O s’altra terra ne’ superni giri/Fra mondi innumerabili
t’accoglie,/E più vaga del Sol prossima stella/T’irraggia, e più benigno
etere spiri;/Di qua dove son gli anni infausti e brevi,/Questo d’ignoto
amante inno ricevi».
Commenta Giussani: «D’ignoto amante inno ricevi. Ignoto amante. L’uomo
ignoto amante di questa bellezza incarnata, che se non è per le vie del
mondo, sarà da qualche parte, in qualche altra stella del cielo, in
qualche mondo platonico. Ignoto amante: io ignoto amante di Te; Tu, Dio
fatto carne, ignoto amante di me, ignorato da me, non conosciuto da me,
non ricordato da me. Letteralmente questo è il messaggio cristiano, come
l’ho conosciuto io, come lo è obiettivamente. Quello che Leopardi
esprime come suprema esigenza di poter vedere e vivere il rapporto con
la bellezza fatta carne, è accaduto duemila anni fa: Giovanni e Andrea
rappresentano i primi interlocutori squassati dallo stupore di sentire
quell’uomo parlare. Il genio di Leopardi s’accosta, quindi, al genio
religioso di San Giovanni».
Ma l’uomo, che pure – come viene
descritto dai più grandi padri della Chiesa, dai più grandi teologi,
soprattutto quelli medioevali – l’uomo che pure è capax dei, desiderio
naturale di vedere Dio. Mai l’uomo avrebbe potuto immaginare una
risposta così al grido del suo cuore: «Di Te ha detto il mio cuore:
"Cercate il suo volto"; il tuo volto, Signore, io cerco» (Sal 27).
Risposta tanto impossibile a immaginarsi prima che accadesse come
avvenimento storico, quanto supremamente conveniente nel suo libero e
totalmente gratuito manifestarsi. Per Giovanni e Andrea, per i primi che
lo seguirono «Gesù
Cristo [...] si rivela come una presenza che corrisponde in modo
eccezionale ai desideri più naturali del cuore e della ragione umani.
Egli mostra la propria eccezionalità. Perché? Perché è l’uomo di fronte a
cui il cuore umano avverte la corrispondenza per cui è naturalmente
fatto, e che non prova mai, neanche di fronte alle cose più coinvolgenti
e belle della sua esistenza – se non altro per un sospetto di brevità
che adombra un’ultima tristezza. Nessuno è come Lui, devono riconoscere i
suoi; per non crederti – dice san Pietro con la chiarezza di un impeto,
secondo il suo temperamento – non dovremmo credere ai nostri occhi.
Tale evidenza eccezionale non annulla, anzi esalta la libertà umana:
dinanzi al "vieni e seguimi" ripetuto senza distinzioni a pescatori,
mafiosi, prostitute, sapienti e politici, ognuno è chiamato a "svelare i
profondi pensieri" del proprio cuore, a decidere se aderire al vero più
che alla propria idea o al proprio tornaconto».
Gesù
Cristo non si sostituisce al dramma del cuore umano, ma lo rende
veramente possibile, perché si rivela come l’unica risposta totalmente
corrispondente a tutte le esigenze costitutive del cuore e,
rispondendovi, le ridesta e le purifica continuamente, a una condizione
che viene molto bene inquadrata all’inizio, nell’introduzione di All’origine della pretesa cristiana: «Non
sarebbe possibile rendersi conto di che cosa voglia dire Gesù Cristo se
prima non ci si rendesse conto della natura di quel dinamismo che rende
uomo l’uomo. Cristo si pone infatti come risposta a ciò che son "io", e
solo una presa di coscienza attenta e anche tenera e appassionata di me
stesso mi può spalancare e disporre a riconoscere, ad ammirare a
ringraziare, a vivere Cristo. Senza questa coscienza anche quello di
Cristo diviene un puro nome».
Nell’incontro
con Cristo l’io sperimenta una passione per il proprio destino, una
tenerezza verso la propria sete di felicità impensabili da parte di
chiunque, che si condensano in quella domanda che nessun uomo ha mai
rivolto a un altro uomo: «Qual vantaggio avrà l’uomo se guadagnerà tutto
il mondo e poi perderà se stesso? O che cosa l’uomo potrà dare in
cambio di sé?» (Mt 16,26; cfr. Mc 8,3ss.; Lc 9, 25s.). È
nell’appartenenza a Lui che il cuore dell’uomo che cerca il suo Destino
percepisce la corrispondenza ultima, altrimenti impossibile. Con
tenerezza ha ripetuto in quell’ultima sera, in quell’ultima cena prima
della sua morte: «Rimanete in me e io in voi... perché senza di me non
potete fare nulla» (Gv 15,4.6).
Realisticamente,
l’uomo senza l’aiuto gratuito di Cristo, non riesce a vivere a lungo
senza farsi del male, senza andare gravemente contro se stesso,
quell’uomo che ha nel cuore lo stimolo dell’ideale, ma che ha anche
dentro la sua realtà personale come una forza contraddittoria che cerca
di trascinarlo. Di questa fragilità approfitta sempre il potere,
qualsiasi potere, grande o piccolo, con il quale noi ci troviamo spesso
conniventi. Nel libro che verrà presentato
l’ultimo giorno qui al Meeting, il libro delle équipes degli anni
1986/1987 c’è un passaggio interessante sul potere: «Il
potere fa addormentare tutti, il più possibile. Il suo grande sistema,
il suo grande metodo è quello di addormentare, di anestetizzare, oppure,
meglio ancora di atrofizzare. Atrofizzare che cosa? Atrofizzare il
cuore dell’uomo, le esigenze dell’uomo, i desideri, imporre un’immagine
di desiderio o di esigenza diversa da quell’impeto senza confine che ha
il cuore. E così cresce della gente limitata, conclusa, prigioniera, già
mezzo cadavere, cioè impotente». L’uomo è uno ma
diviso, fugge dal suo cuore ("fugitivus cordis sui" dice Agostino) non
usa, o usa male, o parzialmente (per il peccato originale) quei criteri
che sono infallibili. Il cuore dell’uomo è tentato dal sogno, può
atrofizzarsi, riducendo l’ampiezza infinita dei suoi desideri perché:
“Le esigenze del cuore sono esigenze di felicità; senza la fede questa
certezza di felicità non può essere ragionevole, ma acquista la forma,
una forma che le dà il cuore stesso, prendendo pretesto da qualche
presenza che non è ancora la grande Presenza (l’uomo per la donna, il
bambino per la madre, i soldi per chi ama i soldi, l’esito politico per
chi fa politica) e questo si chiama sogno; il cuore dell’uomo è tentato
dal sogno; invece il cuore dell’uomo è fatto per la felicità. Se
riconosce la grande Presenza, capisce che è dalla grande Presenza che
può venire la ragione della certezza che i suoi desideri si attuino;
perciò domanda con l’aiuto della grande Presenza di raggiungerli, così
come essa vi ha dato forma eterna (195) [...] tutte le circostanze in
cui l’uomo vive son tentazione di sogno oppure segni dell’ideale… L’uomo
scopre che l’attrattiva che tutte le circostanze hanno è qualcosa di
provvisorio che rimanda all’attrattiva definitiva e ultima della grande
Presenza… Perciò il desiderio, che rappresenta l’essenza della speranza,
è che Cristo venga, che, anche nelle circostanze provvisorie, Cristo
sia più raggiunto, Cristo sia più glorificato…».
6. «Chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi» (Gv 14, 12)
L’ultimo
punto è introdotto da un’altra frase detta in quell’ultima cena: «Chi
crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi».
«Rimanete
in me e io in voi» è l’esperienza possibile oggi nell’appartenenza,
attraverso il Battesimo, alla compagnia della Chiesa, in cui si
manifesta la contemporaneità di Cristo, l’unica in grado di consentirci
di stare davanti al reale da uomini. «Essere contemporanei a Cristo è
l’unica condizione perché inizi realmente la conoscenza di Lui come
consistenza di tutte le cose (Col 1), come inizio di un popolo nuovo
(Gal 3), come criterio con cui affrontare la totalità dell’esperienza
(cattolicità), e come origine di posizione culturale, di un punto di
vista che permette di vagliare tutto e trattenere ciò che vale (1Ts 5)».
La
compagnia cristiana è il luogo in cui l’esperienza di quella novità di
vita, altrimenti impossibile altrove, inizia a manifestare nel tempo,
come albore, non come giorno pieno, la realtà della promessa fatta da
Cristo ai suoi, che corrisponde alla grandezza delle attese del nostro
cuore: «Chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più
grandi» (Gv 14,12). Non si tratta certo della promessa di un successo
mondano, di necessaria grandiosità di esiti, di una raggiungibile
egemonia, soprattutto in questi tempi drammatici in cui la Chiesa,
ferita per i limiti e i peccati dei suoi membri, è avversata con una
insistenza che rende particolarmente attuale la cruda domanda di Eliot
nei Cori da La Rocca: «Perché gli uomini dovrebbero amare la
Chiesa? Perché dovrebbero amare le sue Leggi? Essa ricorda loro la vita e
la morte e tutto ciò che vorrebbero scordare. È gentile dove sarebbero
duri e dura dove essi vorrebbero essere teneri». Qual è dunque la
grandezza dell’opera per cui vale la pena vivere rischiare edificare
instancabilmente, morire. Sempre Eliot: «E se il sangue dei martiri deve
fluire sui gradini, dobbiamo prima costruire i gradini e se il tempio
deve essere abbattuto, dobbiamo prima costruire il tempio».
L’opera
più grande è, in ogni tempo, in ogni cultura, in ogni frangente storico,
il cambiamento, la rinascita dell’io nell’incontro con Cristo e la sua
libera appartenenza a Lui, che investe, come ci ha ricordato Carrón qui a
Rimini quest’anno, «il modo stesso di guardare, di percepire, di
giudicare, di sentire di manipolare, di trattare la realtà (personale,
sociale, culturale, politica)». Cristo stesso insiste nella sua
promessa. «Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o
madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del Vangelo, che
non riceva già nel presente cento volte tanto in case e fratelli e
sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni e nel futuro la
vita eterna» (Mc 10, 29s.).
I cristiani con il dono dello Spirito nel
Battesimo consapevolmente vissuto in una compagnia ecclesiale viva,
hanno la possibilità di cominciare a sperimentare la realtà in modo
nuovo, ricco di verità, carico di amore: «Ed è proprio la realtà
quotidiana a trasformarsi, è il tempo presente quello in cui si riceve
"di più", sono i normali connotati dell’esistenza umana a essere mutati:
l’amore tra un uomo e una donna, l’amicizia tra gli uomini, la tensione
della ricerca, il tempo dello studio, del lavoro». Sono i connotati
normali dell’esistenza umana attraverso cui noi camminiamo al Destino,
senza censurare e rinnegare nulla, senza lasciarci imprigionare dalla
bellezza delle cose transitorie, come ricorda un Prefazio della Liturgia
ambrosiana, richiamato da Giussani nell’ultimo libro appena citato: «Dio
forte e buono, accordandoci i beni che passano, tu ci sospingi al
possesso della felicità che permane… e, mentre concedi le consolazioni
della vita presente già prometti le gioie future, perché ci sia dato fin
d’ora di pregustare un’esistenza perenne e la bellezza delle cose
transitorie non ci imprigioni» (Prefazio, lunedì V quaresima).
Questo
sguardo nuovo, sorgente di un’iniziativa generatrice di azioni e fatti
di un’umanità diversa, è il contributo fondamentale del cristiano al
mondo, anzi, come ha recentemente osservato Benedetto XVI (all’ultima
Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per i Laici): «Il contributo
dei cristiani è decisivo solo se l’intelligenza della fede diventa
intelligenza della realtà, chiave di giudizio e di trasformazione».
Uno
sguardo che è carico di ardore e di passione per Cristo, per cui la
vita, in qualunque circostanza, in qualunque azione è dominata dallo
struggimento che Lui si manifesti, secondo la bellissima esortazione di
san Paolo ai Corinti: «L’amore di Cristo ci strugge, al pensiero che uno
è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti,
perché coloro che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che
è morto e risuscitato per loro» (2Cor 5,14s). Ogni azione, ogni fatica,
ogni sacrificio, se vissuti nella commozione per il fatto che Egli dà
la vita per noi (la carità), se diventa riconoscimento che la
consistenza di tutto è Lui e grido che Egli si manifesti di più (si
chiama offerta), tutto partecipa coscientemente al disegno di salvezza
del mondo in Cristo. Così ogni azione, anche il gesto più umile e
nascosto, può avere un valore e una dignità cosmica: dal lavare i piatti
al guidare la Chiesa, dal badare a un bambino, al soffrire in un letto
di ospedale, dallo stare in carcere, al governare un Paese. “Il punto di forza del cristianesimo –
è una frase del nostro grande amico padre Me’n, prete ortodosso, di cui
ricorre il 9 settembre il ventesimo anniversario del martirio – consiste proprio nel non negare nulla, ma nell’affermazione, nell’ampiezza, nella pienezza d’orizzonte che afferma tutto».
Così
la grandezza dell’uomo, che rimane solo grido di totalità in Caligola,
si compie come affermazione totale di amore in Miguel Mañara: «Io
sono Mañara, colui che mente, quando dice, "io amo", e perché ho detto
all’Eterno che l’amavo, il mio cuore è gioioso e le mie mani sono
desiderabili come pane. Io sono Mañara e Colui che amo mi dice: "Queste
cose non sono state [se ha rubato, se ha ucciso, che queste cose non siano state..]. Egli solo è"».
Lasciatemi
concludere leggendo una lettera scritta nel 1993 da un grande amico,
morto due anni orsono, Andrea Aziani, Memor Domini, a un suo compagno di
avventura in Perù, in occasione di una vacanza di universitari. Essa
bene testimonia la grandezza del cuore umano totalmente afferrato da
Cristo e dall’amore per i fratelli e la possibilità di generazione di
vita nuova che da questa affezione scaturisce:
«Caro
Dado, un immenso abbraccio e un affettuosissimo ricordo. Come posso non
dirti che mi manchi? Forse non ci crederai, ma il fatto è che a un
certo punto si scopre che siamo veramente necessari (passi la parola)
gli uni per gli altri. Ma, in realtà, ciò che è necessario è la nostra
compagnia o, meglio, la nostra compagnia vocazionale. Per chi? Per noi
stessi, per gli amici, per i nemici, per il mondo. Sono certo che in
questo ‘bagno missionario’ di questi giorni emerga, cresca, potente e
lieta in te – quindi in noi tutti – la coscienza, la certezza di quello
che è Cristo in noi e per noi. O quam amabilis es bone Jesu. Sentivo nel
ritiro di Avvento don Giussani scalpitare nel commentare questi
versetti. Buon lavoro per questa ultima tappa. Che l’unità tra voi e fra
tutti voi e il movimento sia il leitmotiv, il soggetto capace di
rendere possibile e percepibile l’Avvenimento. Che
qualcuno si innamori di ciò che ha innamorato noi! Ma per questo,
perché sia così, noi dobbiamo bruciare, letteralmente ardere di passione
per l’uomo, perché Cristo lo raggiunga. Il fuoco ha da ardere, ti
ricordi Santa Caterina? Grazie per la tua splendida, umile e generosa
presenza e amicizia fraterna».
Auguro a tutti voi e a me questo ardore, domandiamolo ogni giorno.
Testo provvisorio in attesa di pubblicazione
Altre news
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Andrea Aziani
grazie!***grazie!
Antonio Socci 31 luglio 2008 – S. Ignazio di Loyola
A Julian Carron
(direttamente o tramite Alberto Savorana)
Caro Julian,
stamani sono stato svegliato da una telefonata di mia figlia
Caterina, che chiamava dalla vacanza del Clu, dove aveva appreso della
morte di Andrea. Sono stato a lungo frastornato, in silenzio. Poi ho
realizzato quanto Caterina piangeva a dirotto mentre mi dava questa
notizia.
Piangeva
perché sapeva chi era Andrea per me. Era stato anche il suo padrino di
battesimo. Ma in fondo lei lo ha visto pochissime volte perché Andrea
partì da Siena quando lei era ancora piccola. L’ha poi rivisto quando
tornava dal Perù, ma una manciata di volte. Lo stimava e l’amava perché
vedeva quanto io e Alessandra lo stimavamo e lo amavamo. Ma, secondo me,
Caterina
piangeva anche e soprattutto di commozione per sé, perché sapeva bene
che la sua propria vita, la sua chiamata dal nulla all’esistenza, Dio
l’aveva realizzata proprio grazie al “sì” di Andrea che venendo a Siena
ha fatto fiorire la giovinezza mia e di Alessandra, che così, in questa
storia, siamo diventati poi suo padre e sua madre. Il suo stesso nome,
Caterina, porta il segno di quel incontro che ci ha fatto riscoprire e
amare con entusiasmo i santi della nostra terra.
E’ bello un destino che ti raggiunge con il volto di Andrea. Un mio amico mi ha detto: da anni, quando prego e dico Gesù Cristo, è anche il volto di Andrea che mi viene alla mente.
Sono
così tante le cose che vorrei raccontarti, ma è anche così forte il
groppo alla gola, la commozione per avere avuto in dono amici, fratelli,
padri come Andrea. Che mistero è questo, che crea un legame più forte
della carne e del sangue! E che infinita compassione ha avuto Dio di
noi, per mandarci in dono amici così belli! E che commozione sentire i
propri figli vibrare e commuoversi per le stesse cose e gli stessi volti
che fanno vibrare e commuovere noi. Che spettacolo vedere le loro
giovinezze fiorire allo stesso caldo sole che ha fatto fiorire le nostre
giovinezza e che continua, per infinita tenerezza, ad alimentarle.
Creando un popolo di uomini, donne e bambini commossi e grati.
Mi viene solo da dire – correggendo Pasolini – “oh
generazione fortunata!”. La nostra, la mia. Che immensa, struggente
fortuna è infatti essere raggiunti dal nostro destino tramite volti
così.
Io incontrai Andrea e Dado il 16 gennaio 1977, alle ore 12.
Era il compleanno di Andrea e due giorni dopo era il mio diciottesimo
compleanno. Ma io nacqui allora, in quell’incontro. Letteralmente.
Ho sempre pensato che il Signore aveva scelto per me le
persone più adatte (le più adatte a me) per farmi conoscere la sua
bellezza e a donarmi la sua amicizia.
Julian, Andrea era un santo. Un uomo vero. Sinceramente io non ne ho incontrati molti come lui. Per me era e resta senza paragoni.
Mi accorgo ora che il suo “dies natalis” è stato per la festa di S.
Ignazio di Loyola: noi abbiamo sempre avuto la sensazione che lui fosse
come uno dei primi sei compagni di Ignazio. Quando
vedemmo il film “Mission” subito dicemmo tutti: ma questo è Andrea.
Quello che scala la cascata, inerme, per raggiungere i Guaranì, dopo che
han buttato giù un altro gesuita crocifisso. Quei piedi nudi che
scalano la montagna sotto la cascata per il compito (e l’irresistibile
desiderio) di annunciare Gesù a tutti, a qualunque costo, era Andrea.
Sarà perché ha sempre desiderato ardentemente andare in
missione e andare in Sud America, ma lui era di quella tempra lì.
Ardeva… Fac ut ardeat cor meum…(una radicalità in cui emergevano le sue
ascendenze ebraiche e che lo faceva assomigliare a san Paolo).
Ovviamente l’abbiamo tante volte preso in giro nei frizzi per la sua
instancabilità e certi suoi aspetti buffi e lui ne rideva di cuore, ma
che forza, che bellezza, stare con lui, stare dietro di lui, anche se
aveva un passo molto, molto spedito. La giovinezza è avere quel cuore
lì. E io voglio ancora stargli dietro. Ora più che mai, aiutandolo da
qui a fare sfracelli lassù, come ha fatto quaggiù.
Era sempre sorridente, pacificato e felice, ma per lui non
esisteva né il caldo né il freddo, né il bisogno di mangiare, né di
bere, né di dormire… in qualunque luogo ci fosse bisogno di Cristo lui
c’era, infatti era dappertutto, questo era il suo instancabile
“movimento” quotidiano, di ogni ora e di ogni minuto, il suo stesso
respiro. “Per guadagnarci un posto in Purgatorio”, diceva lui ridendo e
sollevando le nostre rumorose proteste. Era una battuta, ma che diceva
quanto lui facesse tutto con la gratuità del “servo inutile”, di chi sa
che è Dio che opera e che converte. Pur non concedendosi un minuto di
riposo, ci ripeteva: “non è che dobbiamo noi salvare il mondo. Noi
dobbiamo solo non ostacolare il Signore. Dobbiamo solo non impedirgli di
salvare tutti”. A pensarci è una rivoluzione. Infatti lui si faceva
quasi trasparente, per evitare che chi lo incontrava non si accorgesse
di Gesù. Delle tantissime altre cose che vorrei dirti e che qui non
posso dirti, ne scelgo una, per me la più preziosa, quella che da anni,
ogni volta che ci penso, mi strugge il cuore, riempiendomi di
gratitudine e anche di vergogna di me. Ho
conosciuto tanti che testimoniano Gesù con ardore, con intelligenza e
cuore. Ma la particolarità di Andrea – che non dimenticherò mai! – era
questa: in lui non c’era un atomo, neanche remotissimo, di amor proprio.
Lui si faceva tutto con tutti. Sembrava che la sua sola felicità fosse
che io (e tutti quelli che incontrava) fossi felice. Sembrava che la sua
realizzazione fosse che io realizzassi il mio destino. Come un padre e
una madre, ma di più, perché più gratuitamente (in fondo in noi genitori
c’è sempre l’orgoglio dei “nostri” figli)In ogni suo gesto, in ogni
sfumatura, in ogni sua attenzione o parola, sempre e in tutto, lui
affermava sempre e solo te, ognuno di coloro che Dio gli aveva affidato.
Mai sé. Mai avevi la sensazione che stesse difendendo qualcosa o
affermando un suo punto di vista o cercasse una gratificazione. E’
difficile da spiegare, ma io non ho mai conosciuto un’umiltà così
grande: sembrava appassionato a cancellare se stesso per affermare e
costruire la tua felicità, il tuo destino. Perché si sa quanto – anche
nella più eroica carità o nella più eroica ascesi – a volte possa
nascondersi l’orgoglio, soprattutto l’orgoglio spirituale che è il più
insidioso. Anche nell’autoumiliarsi a volte c’è un’ostentazione che dà
spazio al proprio “io”. Niente di tutto questo c’era in Andrea. Sembrava
che lui non avesse neanche più un “io”. Viveva ogni respiro per Lui,
perché ognuno trovasse il suo destino, cioè Lui: il suo “io” era
letteralmente assorbito in Colui per cui respirava e per cui batteva il
suo cuore. Tu avevi sempre la sensazione, certa, che quell’uomo, per te,
avrebbe dato la vita. In ogni momento. E senza alcuna ostentazione. In
silenzio. E’ incredibile a dirsi. Uno spettacolo per gli angeli.
E io sono certissimo che, oltre a dare tutto se stesso, il suo tempo,
le sue energie, la sua intelligenza, per la missione, io sono certo che
si è offerto esplicitamente. Per noi, per tutti noi. Penso, con le
lacrime agli occhi, anche per me. Per tutte queste cose devo e voglio
onorare mio padre e la casa di mio padre. E sento che c’è
l’urgenza di convertirci. Per diventare come lui forse no, ma almeno per
assomigliargli. Innanzitutto cominciando dal primo passo, per me
difficilissimo: l’umiltà. “Lasciarsi portare dal legno della Sua
umiltà”, come dice s. Agostino. Lasciarsi portare… Se pensi che per
questo possa tornare nella Fraternità, io ne sarei felice.
Un abbraccio,
Antonio Socci 31 luglio 2008 – S. Ignazio di Loyola
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presente qui e ora.
***
“Prima
di nessun’altra parola, come segno di un metodo tutto impostato sulla
precedenza data a quello che Cristo fa in mezzo a noi, al «prima» di
qualsiasi nostra mossa, noi non desideriamo altro che seguire quello che
Lui fa in mezzo a noi.”
grazie a :
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Andrea Aziani
***
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IL RE DEI CIELI E’ FRA NOI…
E I MASS MEDIA PARLANO D’ALTRO (PERLOPIU’ DI STRONZATE)
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Da “Libero”, 7 agosto 2008
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I
mass media parlano solo di politica, pettegolezzi, porcate, idiozie.
Come la gente di duemila anni fa. E noi non ci accorgiamo che intanto
nel mondo c’è Lui, con i suoi amici…
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E’
un milanese l’uomo che ha affascinato il cuore di uno dei paesi più
poveri del Sud America, il Perù. Soprattutto nelle baraccopoli più
misere di Lima, “Andrés” era considerato un angelo. Mercoledì scorso il suo cuore ancora giovane (55 anni) - che ardeva per questa gente – si è spezzato.
E sabato, in una grande basilica di Lima affacciata sull’Oceano
Pacifico, davanti a migliaia di persone in lacrime, si è celebrata la
sua “nascita al cielo”. Nella stessa mattina di sabato, commosso, il
cardinal Cipriani, arcivescovo di Lima, ha parlato di lui alla radio
nazionale.
Ma in Italia uomini come Andrea Aziani restano sconosciuti. Instancabile e radioso, Andrés,
in quella megalopoli sull’oceano che è la capitale peruviana, viveva da
20 anni, mandato da don Giussani. Lo conoscevano tutti: dal presidente
della Repubblica fino al venditore ambulante di “emolliente” che è
venuto a dargli l’ultimo saluto in chiesa e fra la folla ripeteva
piangendo: “gli volevo tanto bene”.
Poteva discutere nella sua
università con i ministri o con i maggiori intellettuali del Paese e
subito dopo trascorrere ore nei pueblos più malfamati ad aiutare la
povera gente delle baracche, a giocare con i bambini nella polvere delle
strade, insegnando loro dei canti o delle preghiere. O portando loro di
che vivere. Ce n’era una folla sabato in
chiesa di questi suoi “figli”, di cui spesso era “padrino” di battesimo
o della comunione o della cresima. Sebastiana
é una di queste bambine. Giovedì sera, dopo la veglia, alcuni amici di
Andrés, di Comunione e liberazione, sono andati ad accommpagnarla a
“casa”. Hanno scoperto che vive in una poverissima capanna in cima a una
collina di casupole. La fanciulla ha mostrato loro una cappellina mezza
costruita fra le baracche: “il mio padrino ha aiutato tanto a
farla...”. Ed è facile immaginare – per chi conosceva Andrés – che il
suo è stato anche un aiuto materiale, da muratore improvvisato o
manovale. Perché quella povera gente sentisse che Gesù è fra di loro.
Pochi, anche fra i suoi amici, sapevano della
gran quantità di persone che aiutava. Il cardinal Cipriani, andando a
benedire il corpo, giovedì, lo ha detto: “vi accorgerete con il tempo di
tutto il bene che umilmente faceva quest’uomo. Lui mi cercava per
ripetermi che lui e il movimento di CL volevano servire la Chiesa e mi
chiedeva sempre di dargli una missione”.
Era
uno dei figli di don Giussani. La sua è una storia da film: la storia
di una compagnia di giovani che è la vera “meglio gioventù”, quella su
cui nessuno farà un film. Andrea aveva partecipato alla nascita di
Comunione e liberazione nelle università di Milano. Alla Statale, dove
si iscrisse nel 1972 (facoltà di Filosofia), diventò presto il
responsabile. Erano anni durissimi. Aggressioni, odio e calunnie dei
giornali contro i ciellini che erano gli unici a esserci con una
identità cristiana, come agnelli in mezzo ai lupi di ogni estremismo.
Anche
Andrea si sentiva dare del “fascista” lui che era cresciuto con un
nonno, Emanuele Samek Lodovici, che era stato discriminato dal fascismo
perché militante del Partito popolare di Sturzo e poi perseguitato a
causa delle leggi razziali perché ebreo. Lui era di quella tempra lì.
Malmenati nelle università i ciellini erano cacciati anche dai seminari
perché i vescovi progressisti del post concilio li ritenevano
“integralisti”. Andrea entrò nei Memores Domini, il gruppo dei
consacrati laici di CL. Nel 1976 fu mandato da Giussani a Siena. Lì con
tre amici iniziò una presenza cattolica nell’ateneo di una delle città
più rosse d’Italia. Fu un ciclone. Non si era visto niente di simile dai
tempi di santa Caterina.
In Università quella ciellina diventò subito la
presenza più forte (alle prime elezioni studentesche la lista cattolica
prese più del 50 per cento mettendo in allarme tutto il locale apparato
del Pci). Ma ad infiammare i cuori di tutti quei giovani non era la
politica, era quell’amicizia con Gesù che Andrea proponeva con la sua
stessa persona, così affascinante ed entusiasmante.
Andrea
si faceva in quattro per tutti, senza mai riposare, spesso saltando i
pasti. Quando si laureò gli amici della comunità gli regalarono un po’
di vestiti (ne aveva davvero bisogno) e il giorno dopo erano già finiti a
dei profughi cambogiani che erano scappati dall’inferno dei Khmer rossi
e che – attraverso la Caritas – lui era riuscito a ospitare a Siena.
Nel
1989, a 36 anni, ottenne finalmente – come desiderava da sempre - di
essere mandato in una delle missioni di CL in Sud America, il Perù.
Prima insegnò in alcuni atenei di Lima, poi, con alcuni amici e
l’appoggio della Chiesa, fondò l’università “Sedes Sapientiae”. Una
università che cerca di far accedere agli studi i più poveri e che è
diventata già un modello contagioso per tutto il Sud America.
Che senso ha fondare una università in un paese del terzo mondo? Andrea rispondeva: “la
peggiore povertà non è quella economica, ma quella umana. Da lì viene
la miseria, il degrado e la fame. Educare uomini nuovi significa far
crescere una generazione capace di costruire e quindi di dare un futuro a
questo povero paese”. E’ esattamente quello che sostiene il decano dei
missionari, padre Piero Gheddo. Ed è così che la Chiesa è diventata
dovunque una straordinaria sorgente di sviluppo umano. A
leggere su un blog le centinaia di messaggi di studenti di Lima,
sconvolti dalla morte del professor Aziani, sembra davvero che questa
grande avventura sia vincente. E’ impressionante il segno che ha
lasciato quest’uomo. Cito qualche espressione dei ragazzi: “che persona
straordinaria!”, “gran hombre sabio”, “la passione che irradiava in
tutto non lasciava indifferente nessuno”, “donava se stesso attraverso
ciò che insegnava”, “la sua sapienza ci affascinava, ma soprattutto la
sua grande umanità e la sua purezza di cuore”, “il suo sorriso caldo e
amabile”, “un uomo senza paragoni, differente da tutti quelli che
incontriamo”, “un vero Maestro, un padre, un amico… que vive en todos
nosotros”, “ci dava sempre speranza guardandoci come figli”, “ringrazio
Dio: che fortuna averti conosciuto!”, “sei stato un Maestro eccezionale,
grazie per l’esempio della tua vita!”, “era entusiasmante”,
“trasmetteva una passione per la vita e per gli altri impressionante”,
“amico fedele di Gesù, un cuore semplice e puro”, “ricorderò sempre la
sua immensa bontà, il suo amore verso tutte le cose”, “che modo
straordinario di amare la vita e tutti quelli che incrociavano la sua
strada”, “era sempre disponibile, soprattutto per chi aveva bisogno”,
“la sua felicità ci ha segnati per sempre: caro amico, grazie per aver
avuto fiducia in me”, “un grande uomo che ci ha insegnato a essere
uomini”.
Al funerale, sabato, il vescovo monsignor
Panizza non é riuscito a terminare l’omelia per la commozione. C’erano
1500 persone in chiesa, altre mille all’universita dove gli studenti
dalle finestre hanno lanciato una pioggia di petali di fiori. Avevano
fatto cartelli con le sue frasi tipiche, come “Febbre di vita”. Il
ragazzo che ha parlato ha riferito che Andrea ha terminato la sua ultima
lezione dicendo: “ricordatevi sempre: l’amore é piú forte della morte”.
Era sconvolgente vedere centinaia di giovani silenziosi in lacrime. Al
cimitero altre mille persone. La sua tomba è già meta di pellegrinaggio.
Ha un popolo che ora aiuta dal cielo.
In una lettera del 1993 a un amico, Andrea ricordava una frase di santa Caterina e scriveva: “Che
qualcuno si innamori di ciò che ha innamorato noi. Ma perché sia così,
noi dobbiamo bruciare, letteralmente, ardere di passione perché Cristo
lo raggiunga. Perché attraverso questo bruciare sia Cristo a
raggiungerlo”. Don Giussani un giorno lesse queste righe davanti a centinaia di persone e, commosso, commentò: “vi sfido a trovare una testimonianza simile. Dovunque!”.
Antonio Socci
Grazie a:rapyna Rita
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