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mercoledì 24 dicembre 2025

regime totalitario e legami familiari

 “Il livellamento delle condizioni dei sudditi è sempre stato una delle principali preoccupazioni dei despoti e dei tiranni fin dai tempi più antichi; ma un simile livellamento non è sufficiente per il regime totalitario, perché lascia più o meno intatti certi legami non politici, come i vincoli familiari e gli interessi culturali comuni. Se tale regime vuole sul serio raggiungere il suo scopo, deve far sì che «finisca una volta per tutte la neutralità del gioco degli scacchi», vale a dire l'esistenza autonoma di qualsiasi attività.”

Hannah Arendt, “Le origini del totalitarismo”

domenica 12 ottobre 2025

Origini del totalitarismo”

 “Il risultato di una costante e totale sostituzione della menzogna alla verità fattuale non è che la menzogna venga ora accettata come verità e la verità diffamata come menzogna, ma che la nozione stessa di verità sia distrutta e la distinzione tra vero e falso sia obliterata. […] In un mondo sempre mutevole e incomprensibile, le masse avevano raggiunto il punto in cui credevano simultaneamente a tutto e a nulla, pensavano che tutto fosse possibile e che nulla fosse vero. […] Il soggetto ideale del dominio totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma gli uomini per i quali la distinzione tra fatto e finzione (cioè la realtà dell’esperienza) e la distinzione tra vero e falso 

Hannah Arendt, “Origini del totalitarismo”



domenica 15 dicembre 2024

Mentire continuamente

 Mentire continuamente

“Mentire continuamente non ha lo scopo di far credere alle persone una bugia, ma di garantire che nessuno creda più in nulla. Un popolo che non sa più distinguere tra verità e menzogna non può distinguere tra bene e male. E un popolo così, privato del potere di pensare e giudicare, è, senza saperlo o volerlo, completamente sottomesso all’impero della menzogna. Con persone come queste, puoi fare quello che vuoi. “ 

~ Hannah Arendt, scomparsa questa settimana nel 1975.

martedì 10 dicembre 2024

L'educazione

 L'educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l'arrivo di esseri nuovi, di giovani. Nell'educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balìa di se stessi, tanto da non strappargli di mano la loro occasione d'intraprendere qualcosa di nuovo, qualcosa d'imprevedibile per noi; e prepararli invece al compito di rinnovare un mondo che sarà comune a tutti.


Traduzione di Tania Gargiulo


HANNAH ARENDT, Tra passato e futuro (Milano, Garzanti 1991).

domenica 13 ottobre 2024

L’essenza dell’amicizia

 L’essenza dell’amicizia si realizza attraverso il dialogo. 

E l'umanità si manifesta nella disponibilità a condividere il mondo con altri uomini. 

L’amicizia presuppone, quindi, la nozione di umanità e insieme il radicarsi nel mondo. 

Dove si realizza, infatti, un’amicizia pura lì si produce una scintilla di umanità in un mondo divenuto inumano.


(Hanna Arendt - da "L’umanità in tempi bui") 



giovedì 22 agosto 2024

Una volta che hai imparato a pensare

 "Una volta che hai imparato a pensare, il conformismo diventa un'abitudine difficile da indossare nuovamente. Il dubbio e l'esame critico diventano la tua guida, non per ribellione, ma per evoluzione

Nessuno che impari a pensare può tornare a obbedire come faceva prima, non per spirito ribelle, ma per l'abitudine ormai acquisita di mettere in dubbio ed esaminare ogni cosa."


[Hannah Arendt - "Alcune questioni di filosofia morale"]

venerdì 2 agosto 2024

Questa continua menzogna

 

Questa continua menzogna

"Questa continua menzogna non è volta a far credere al popolo una bugia, ma a far sì che nessuno creda più a niente.

Un popolo che non sa più distinguere tra verità e menzogna non può distinguere tra giusto e sbagliato.

E un popolo del genere, privato del potere di pensare e di giudicare, è, senza saperlo e volerlo, completamente sottoposto alla norma

di bugie. Con un popolo così puoi fare tutto quello che vuoi "


- Hannah Arendt

(14 ottobre 1906 - 4 dicembre 1975) storica e filosofa tedesca

sabato 27 gennaio 2024

il male

 Quel che ora penso veramente è che il male non è mai "radicale",  ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso "sfida" come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua "banalità". Solo il bene è profondo e può essere radicale. 


Hannah Arendt 



domenica 8 ottobre 2023

Pensiero

 

Coloro che non sono innamorati della bellezza  della giustizia e della sapienza sono incapaci di pensiero.

 Hannah  Arendt

giovedì 18 maggio 2023

L'educazione

 «L'educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo di esseri nuovi, di giovani. Nell'educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balia di se stessi, tanto da non strappargli di mano la loro occasione d'intraprendere qualcosa di nuovo, qualcosa d’imprevedibile per noi; e prepararli invece al compito di rinnovare un mondo che sarà comune a tutti.»


(Hannah Arendt - Tra passato e futuro)

lunedì 26 dicembre 2022

HANNAH ARENDT IL SENSO DEL NATALE

 HANNAH ARENDT

  IL SENSO DEL NATALE 

"Il miracolo che salva il mondo, il dominio delle faccende umane, dalla sua normale, naturale rovina è in definitiva il fatto della natalità in cui è ontologicamente radicata la facoltà dell’azione. E’ in altre parole la nascita di nuovi uomini, l’azione di cui essi sono capaci in virtù dell’esser nati. Solo la piena esperienza di questa facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza, le due essenziali caratteristiche dell’esperienza umana, che l’antichità greca ignorò completamente. E’ questa fede e speranza nel mondo, che trova forse la sua gloriosa e stringata espressione nelle poche parole con cui il Vangelo annunciò la ‘lieta novella’ dell’avvento: ‘un bambino è nato per noi’”





giovedì 14 luglio 2022

Solo il benr è radicale

 Brani scelti: HANNAH ARENDT, La banalità del male (Milano, Feltrinelli 1964).                         

È anzi mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie.

È una sfida al pensiero, come ho scritto, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s'interessa al male viene frustrato, perché non c'è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale.


martedì 8 marzo 2022

Male, uomini normali

 "Il male lo fecero persone pressoché normali. Le azioni erano orribili, ma chi le commise non era né mostruoso, ne demoniaco , erano uomini normali caratterizzati dalla loro superficialità e mediocrità. Ce n'erano tanti e che quei tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali."  Da  "La banalità del male" - Hanna Arendt


lunedì 29 gennaio 2018

"Tutti i fatti possono essere scambiati e tutte le menzogne rese vere.

"Tutti i fatti possono essere scambiati e tutte le menzogne rese vere. La realtà è diventata un agglomerato di eventi in continuo mutamento e di slogan in cui una cosa può essere vera oggi e falsa domani. Ciò in cui ci si imbatte non è tanto l'indottrinamento, quanto l'indisponibilità o l'incapacità a distinguere tra fatti e opinioni" (H. Arendt)

sabato 7 giugno 2014

La tentanzione di diventare ingranaggi e malvagi

La tentanzione di diventare ingranaggi e malvagi
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Eichmann è esattamente l’esempio di una vita che non ha mai raggiunto la singolarità. Ed infatti la sua è una esistenza impostata nell’obbedienza agli ingranaggi burocratici di potere, qualsiasi essi siano. Dunque il suo non è un vero agire, ma una ripetizione degli ordini ricevuti. La sua incapacità di arrivare ad una sua singolarità si manifesta anche nel linguaggio adoperato. E’ un linguaggio “burocratico”, intessuto di luoghi comuni, con frasi fatte. Sono queste le radici del male. Si tratta di un male molto quotidiano. Abituale quanto i nostri luoghi comuni. Le frasi fatte sono infatti dei modi di sottrarsi alla realtà, cioè al dire no agli avvenimenti. Il male è l’assenza, il rifiuto del pensiero. Pensare è infatti dialogare con se stessi, cioè porsi di fronte alla scelta fra il giusto e l’ingiusto, il bello e il brutto. Chi pensa, si dissocia, si allontana: anche senza far nulla, dissente e apre lo spazio al giudizio. Il pensiero è l’unico antidoto contro la massificazione e il conformismo che sono le forme moderne della barbarie (cfr. H. Arendt)

venerdì 2 maggio 2014

Essere fedeli alla realtà delle cose

Essere fedeli alla realtà delle cose
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Essere fedeli alla realtà delle cose, nel bene e nel male, 
implica un integrale amore per la verità
 e una totale gratitudine per il fatto di essere nati"  
(H.Arendt, Carteggio con Karl Jaspers,11 giugno 1965).

giovedì 27 febbraio 2014

Il miracolo che salva il mondo

Il miracolo che salva il mondo
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«Il miracolo che salva il mondo, il dominio delle faccende umane, dalla sua normale, “naturale” rovina è in definitiva il fatto della natalità, in cui è ontologicamente radicata la facoltà dell’azione. È, in altre parole, la nascita di nuovi uomini e il nuovo inizio, l’azione di cui essi sono capaci in virtù dell’esser nati. Solo la piena esperienza di questa facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza, le due essenziali caratteristiche dell’esperienza umana che l’antichità greca ignorò completamente. È questa fede e speranza nel mondo che trova forse la sua più gloriosa e stringata espressione nelle poche parole con cui il vangelo annunciò la “lieta novella” dell’avvento: “Un bambino è nato per noi”».

Hannah Arendt,

mercoledì 26 febbraio 2014

Hannah Arendt, l’ebrea laica che confidava nel «miracolo» perfino nel secolo della Shoah e del pensiero ateo

Hannah Arendt, l’ebrea laica che confidava nel «miracolo» perfino nel secolo della Shoah e del pensiero ateo 

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febbraio 23, 2014 Luigi Amicone
Così la filosofa tedesca-statunitense illuminò con la sua attitudine realista e positiva l’epoca del rancore, del dubbio, della disperazione. E delle catastrofi
arendtIl successo del film Hannah Arendt di Margarethe von Trotta sta superando ogni aspettativa. Programmato inizialmente nei cinema italiani per due soli giorni (27 e 28 gennaio, memoria della Shoah), continua a essere replicato in tutto il paese grazie alle richieste e all’iniziativa del pubblico. Riproponiamo questo articolo sulla filosofa tedesca-statunitense apparso nel numero di marzo 1997 di Tracce, mensile di Comunione e Liberazione.
Nel 1947, in una lettera all’amico Kurt Blumenfeld, capo di una organizzazione sionista con cui Hannah si era attivamente coinvolta, prima a Berlino favorendo la fuga di ebrei e di oppositori al nazismo e poi a Parigi organizzando il trasferimento di giovani della comunità ebraica in Palestina, scrive: «Io in realtà sono molto felice, perché non si può andare contro la propria vitalità naturale. Il mondo, così come Dio l’ha creato, mi sembra buono». È all’apparenza paradossale che una filosofa ostinatamente laica riecheggi le parole del libro della Sapienza: «Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per la vita; le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra, perché la giustizia è immortale». Il carattere fiducioso di Hannah è tanto più miracoloso se si tiene conto che questo giudizio viene espresso al cospetto dell’immane tragedia che aveva appena strappato dal mondo sei milioni di ebrei.
Il “tipo ebraico”
Nonostante la catastrofe, nell’ebrea Hannah Arendt resiste la certezza del «miracolo» come «stoffa della realtà», come il fondo azzurro del cielo che non può essere cancellato da nessun uragano (e che uragano era stato il nazismo!). Questa attitudine realista e positiva è, a giudizio della Arendt, anche il tratto caratteristico di una «sorta di “tipo ebraico”». Un “tipo” che in una lettera del 7 settembre 1952 al filosofo Karl Jaspers delinea così: «È un tipo umano in cui c’è molto di positivo, e cioè tutto ciò che io faccio rientrare nel concetto di “qualità dei paria” e che Rachel (intellettuale ebrea berlinese di epoca romantica, ndr) chiamava “le vere realtà della vita: amore, alberi, bambini, musica”. C’è uno straordinario sentimento d’insofferenza delle ingiustizie; domina un’assoluta mancanza di pregiudizi e una grande magnanimità».

hannah-arendt-film-von-trottaEsattamente l’opposto della disposizione affettiva caratteristica dell’uomo moderno, che la Arendt designa con il termine «rancore». Rancore contro «tutto ciò che gli è donato, compreso la sua propria esistenza»; rancore contro «il fatto che egli non è il creatore dell’universo, né di lui medesimo». Spinto da questo rancore fondamentale «a non vedere né senso né ragione nel mondo tal quale esso si dona a noi» l’uomo moderno «proclama apertamente che tutto è permesso ed egli crede segretamente che tutto è possibile».
Come ha notato Alessandro Dal Lago, curatore delle traduzioni italiane degli scritti arendtiani, l’atteggiamento filosofico della Arendt riposa sull’assunto che il mondo «non sia una proiezione del pensiero, ma una datità irriducibile». Di qui «l’esaltazione del common sense» (da intendere nella sua originale accezione di «senso condiviso della realtà») contro «il postulato filosofico di un io puro, mero artificio retorico, una robinsonata (da Robinson Crusoe, ndr), uscita dalla condizione comune dell’esistenza» (Dal Lago) e tradimento della ragione frutto di una storia in cui «la realtà e la ragione umana hanno sciolto l’alleanza».
In un saggio sull’età moderna la Arendt scrive: «Nella filosofia e nel pensiero moderni, il dubbio occupa la stessa posizione centrale che occupò per tutti i secoli prima il thaumazein dei greci, la meraviglia per tutto ciò che è in quanto è» (Vita activa). Tale pregiudiziale sospensione dell’assenso sulle cose sembrerebbe all’origine anche di quella immoralità che la Arendt rimproverò ad esempio agli intellettuali tedeschi della sua generazione, da Heidegger a Adorno, che tentarono di ingraziarsi il regime nazista («Tra gli intellettuali l’allineamento – Gleichschaltung – era la regola, mentre non avveniva in altri ambienti. E non l’ho mai dimenticato». La lingua materna).
Scrivendo la biografia di Rachel Varnhagen (1771-1833), intellettuale ebrea protagonista della Berlino romantica (nel cui salotto si riunivano personalità del rango dei fratelli von Humboldt e August e Friedrich von Schlegel) Hannah Arendt osserva: «L’autonomia dell’uomo diventa vittoria delle possibilità che respinge ogni realtà. La realtà non può portare niente di nuovo, la riflessione ha già anticipato tutto». Dove Rousseau appare come il prototipo del «ricordo malinconico» che è «lo strumento migliore per dimenticare del tutto il proprio destino» e in cui «il potere e l’autonomia dell’anima sono assicurati. A prezzo però della verità che, senza realtà, realtà condivisa con altri uomini, perde ogni senso». Ecco allora la fondamentale slealtà dell’intellettuale moderno: «I fatti reali non mi tangono proprio» scrive Rachel a Veit «perché, che siano veri o no, li si può negare».
hannah-arendt-filmIl vero nemico del cristianesimo
Anche il concetto di “secolarizzazione” assume agli occhi della Arendt un contenuto affatto diverso da quello comunemente inteso. «A minare la fede cristiana non fu l’ateismo del XVIII secolo o il materialismo del XIX (…) ma piuttosto l’atteggiamento di sfiducia di uomini genuinamente religiosi, agli occhi dei quali il contenuto e la promessa tradizionali del cristianesimo erano diventati “assurdi”». I responsabili vanno cercati all’interno della stessa tradizione religiosa. «Comunque si voglia intendere nell’uso corrente la parola “secolare”, storicamente non può essere fatta coincidere con l’essere-nel-mondo; a ogni modo l’uomo moderno non guadagnò questo mondo quando perse l’altro mondo, e neppure la vita ne fu favorita. Egli fu proiettato in se stesso, proiettato nella chiusa interiorità dell’introspezione, dove tutt’al più poteva sperimentare i processi vuoti del meccanismo mentale, il suo gioco con se stesso». Profezia straordinaria: «È perfettamente concepibile che l’età moderna – cominciata con un così eccezionale e promettente rigoglio di attività umana – termini nella più mortale e nella più sterile passività che la storia abbia mai conosciuto».

Si provi a rileggere il bilancio di una vita di due illustri intellettuali italiani, il laico Norberto Bobbio (De senectute) e il cattolico Carlo Bo (intervista al Giornale, 12 febbraio). E poi li si compari a questo brano della Arendt: «La speranza induce a esplorare il mondo alla ricerca di una piccola, minuscola crepa che potrebbero aver lasciato rapporti e legami; una fessura – sia pur sottilissima – che aiuti a ordinare e centrare il mondo indefinito perché l’inatteso desiderato dovrà infine uscirne fuori come felicità definitiva. La speranza porta alla disperazione se la convinzione non fa trovare nessuna fessura, nessuna possibilità di essere felice. Questa è la situazione di Rahel a ventiquattr’anni; non ha ancora vissuto nulla, in una vita che non ha ancora contenuto personale. “Sono sfortunata; non mi lascio convincere del contrario; il che ha un brutto effetto”. La convinzione diventa definitiva; non si preoccupa del fatto che continui a sperare nella felicità per quasi tutta una vita; Rahel sa in segreto che in tutto quello che accadrà, la condizione della sua giovinezza aspetta solo di essere confermata».
Postilla apparsa in calce a questo articolo: «Come siamo d’accordo con Hannah Arendt! … Forse perché da cristiani cerchiamo di essere partecipi della vita di una eredità ebraica?». Naturalmente l’autore di questa postilla è don Luigi Giussani, all’epoca capo di Cl e “revisore-editore” di Tracce.

lunedì 27 gennaio 2014

Hannah Arendt, l’ebrea che scandalizzò il mondo mostrando la “banalità” dello sterminio nazista

Hannah Arendt, l’ebrea che scandalizzò il mondo mostrando la “banalità” dello sterminio nazista 

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gennaio 27, 2014 Luigi Amicone

Nel film magistrale di Margarethe Von Trotta i quattro anni in cui la filosofa perse gli amici e la reputazione raccontando il processo Eichmann e la “burocrazia” della Shoah. Proiezione straordinaria per i lettori di Tempi



hannah-arendt-film-locandina

Non abbiamo capito nulla se pensiamo che il “Giorno della Memoria” sia un momento di esorcismo collettivo, utile a suscitare tutt’al più una 24 ore di emotività, compassione e simpatia per gli ebrei. Una volta, quando i palestinesi iniziarono a disonorare le loro bandiere lanciando ragazzi imbottiti di esplosivo contro altri ragazzi colpevoli soltanto di essere israeliani, aprendo così una nuova era di empietà totalitaria (a cui qualcuno ha offerto giustificazione e finanche ammirazione), Alain Finkielkraut scrisse che in Occidente il peggiore antisemitismo non si manifesta nei rozzi “naziskin”. Ma in quanti, soprattutto a sinistra, sono pronti a sciogliersi nella commiserazione per gli ebrei morti, ma non per gli ebrei vivi. D’altra parte, per fare vera “memoria” uno deve chiedersi: ma da che pianeta è venuta quella genìa di belve che pianificò ed eseguì materialmente l’Olocausto? Erano marziani? Mostri? O cos’altro erano? Diavoli? Niente di tutto ciò (e nemmeno naziskin), risponde l’ebrea Hannah Arendt raccontata nel film di Margarethe Von Trotta.
Gli spietati esecutori dello sterminio di sei milioni di ebrei appartenevano a questa terra. E non erano belve. Né mostri. Né diavoli. In effetti, ci rammentano i dialoghi e le immagini storiche e di repertorio del processo Eichmann visto con gli occhi di Hannah Arendt (che lo ha seguito in presa diretta a Gerusalemme nel biennio 1961-1962), i volenterosi carnefici degli ebrei erano dei «signor nessuno». «Perfette nullità». «Mediocrità». «Funzionari». «Burocrati». Erano l’omino inquadrato dalle telecamere di tutto il mondo e che riemerge da spezzoni di un documentario in bianco e nero, ripreso mentre sconcertato, incerto, tremolante, risponde alle domande del Procuratore generale «… ma la legge è legge… Ho solo eseguito ordini… Mi state rosolando come una bistecca sulla griglia».
«Avrei ucciso mio padre»
Ecco, per capire e tramandare una memoria veramente viva e veramente efficace della Shoah, sostiene la Arendt che ci viene magistralmente narrata da una grande regista e dalla strepitosa sceneggiatura di Pam Katz, bisogna ricordare e tenere sempre bene a mente questa terribile verità: per la prima volta nella storia, milioni e milioni di esseri umani inermi furono trucidati, gasati, arsi nei forni, resi polvere al vento, non per lo scatenamento di un odio irrefrenabile e apocalittico divenuto follia di massa. Ma per una grigia teoria che ha cominciato col marchiare un certo gruppo religioso e sociale, impedendogli di fare cose che fanno tutti (lavorare, salire su un autobus, scrivere, insegnare, educare secondo la propria coscienza, identità e cultura). A un certo punto, la teoria ha finito per tirare le conseguenze e ha spalancato le porte all’inferno come normalità impiegatizia. Le uccisioni di massa diventano un affare di normale procedura e organizzazione di Stato (nel caso, con tipica determinazione teutonica). Massimo impiego di poteri impersonali, straordinaria perizia logistica e immenso dispiegamento di mezzi e uomini.

adolf-eichmann-processoPossiamo immaginare cosa c’è dietro la possenza di una macchina statale impiegata nella deportazione, uccisione e cancellazione delle tracce di sei milioni di persone? Sì, se ascoltiamo Eichmann a Gersualemme: «Sì, avrei ucciso mio padre, l’avrei fatto se mi avessero dato l’ordine di farlo». In effetti, l’1 settembre 1939, Hitler ordina di ottemperare immediatamente al decreto legge che, nell’agosto dello stesso anno e con tutti i crismi medico-legali e pareri delle eminenti Corti tedesche deputate al caso, autorizzava gli organi dello Stato, medici e funzionari della sanità, a dare “la morte per grazia” ai malati mentali e incurabili. A quel punto si era trovata la “soluzione” anche per gli ebrei (in precedenza si era pensato di imbarcarli e spedirli in Madagascar).
Un’impresa “industriale”
I russi entrano a Treblinka nel luglio 1944. Verosimilmente, è la data degli ultimi “carichi”, ultimi “trasporti”, ultima fase dello sterminio di un popolo. Dunque, occorsero meno di cinque anni per trasportare, uccidere, incenerire, occultare sei milioni di persone. Facendo i conti a spanne, si è trattato di una colossale impresa “industriale” realizzata all’incredibile media di oltre un milione di uccisioni l’anno, centomila al mese, più di tremila al giorno, centocinquanta all’ora. Quasi tre persone uccise ogni minuto. Per cinque anni. E mentre caricavano treni e facevano sparire gli ebrei, i tedeschi dovevano affrontare la vita quotidiana, la guerra, l’offensiva su tutti i fronti delle potenze alleate; dovevano far sparire gli ebrei e nel contempo combattere al fronte, fare la spesa e caricare i treni, vestire i bambini e avere gli incubi per il bambino ebreo della porta accanto che loro stessi avevano denunciato alla Gestapo.

hannah-arendt-film-3Anche solo riandare alla situazione della Germania di fine anni Trenta del secolo scorso e alla tempistica dell’Olocausto fa rabbrividire. Eppure dice Eichmann: «Non ho torto un capello a un ebreo, smaltivo carichi in via amministrativa». Questo è il brand del male per il quale un’ebrea, filosofa e storica tedesca rifugiata in America, conia il termine “totalitarismo”. Qualcosa che non si era mai visto prima. Qualcosa che si sarebbe rivisto nel comunismo di Lenin, Pol Pot, Mao Tze Tung e oggi in Corea del Nord. Qualcosa – nazismo e comunismo – di cui ha scritto il romanzo definitivo Vasilij Grossman.
Non basta. C’è una seconda parte della storia della Shoah riletta da Hannah Arendt. Ed è, tutto sommato, la parte meno interessante, anche se nel film viene rappresentata in maniera drammaticamente e storicamente impeccabile. Certo, si capisce che anche l’intelligente socialista Margarethe Von Trotta è lì lì per commettere il grande e imperdonabile peccato della modernità. Il peccato degli uomini medi diffidenti e furbi, sorta di intellettuali e caricature di filosofi che dubitano e che per alimentare i loro dubbi, la loro pseudo ricerca, la loro pensosità stupida, hanno bramosia d’informazione come di zucchero (anche questa è un’idea messa nero su bianco al tempo in cui non esisteva ancora wikipedia dalla migliore amica di Hannah Arendt, quella Mary McCarthy splendidamente interpretata nel film da Janet McTeer). Però, siccome Von Trotta è veramente intelligente e, dunque, ha accettato il dialogo con Pam Katz («con lui siamo riuscite a scrivere la sceneggiatura grazie a una sorta di “ping-pong”, per cui discutevamo il lavoro per mail, al telefono e di persona, a New York, Parigi e in Germania»), ha capito che se voleva raccontare Hannah non poteva pensare né allo zucchero, né a wikileaks, né ergersi a tribunale e avvocato dei tedeschi. E magari avrà pure riflettuto sul fatto che, in fondo, la moderna retorica sulla “totale trasparenza” e sul “diritto all’informazione” come diritto a sapere tutto di tutti, si riduce a questo: vogliono farti sapere che qualcuno ti ha tradito e sentirti rispondere “sono indignato, li denuncio, in galera”.
hannah-arendt-film-2Tutto il mondo contro
Nel caso di Hannah la questione è più seria e complicata. Voleva capire. E in più, aveva anche un motivo molto personale per approfondire la comprensione di certi fatti. Forse a guidare la cocciutaggine di Hannah (o “arroganza”, come ripetono nella pellicola i suoi detrattori) fu il pensiero del doppiopesismo con cui da una parte venne unanimemente condannato il suo “re nascosto e segreto” (l’amato Martin Heidegger) per la sua adesione al nazismo. Dall’altra era scesa una spessa coltre di silenzio sulle responsabilità di certi capi dell’ebraismo nella collaborazione con gli aguzzini degli ebrei. Argomento che durante il processo a Gerusalemme, a parere di Hannah, venne «deliberatamente e inspiegabilmente evitato». Dopo di che, ebbe certamente le sue ragioni Kurt Blumenfeld, definitivamente perduto come amico: «Hannah, questa volta hai esagerato».

Ed eccoci dunque al secondo corno spinoso del film di Von Trotta: nelle sue corrispondenze da Gerusalemme e da altre ricerche che Arendt aveva svolto in Europa (poi rifluite nel libro La banalità del male), erano emersi fatti che dimostravano l’avvenuta collaborazione all’Olocausto di alcuni capi di agenzie e consigli ebraici. Oltre che nei dialoghi, nel film questa tragedia è evocata dall’immagine di repertorio in cui si vede uno spettatore al processo che interrompe con urla e invettive la deposizione di un rabbino ungherese.
L’amico e teologo Gershom Scholem scriverà in proposito ad Hannah: «Ho ammesso che il problema è abbastanza reale. Perché, allora, il tuo libro dovrebbe comunicare una sensazione di amarezza e di vergogna così forte che non riguarda il contenuto, bensì l’autore?». Ecco, prosegue Scholem le cui parole nel film vengono messe sulla bocca di Kurt, «nella tradizione ebraica c’è un concetto, difficile da definire e tuttavia abbastanza concreto, che conosciamo come Ahabath Israel: “L’amore per il popolo ebraico”. In te, cara Hannah, non ne trovo traccia».
hannah-arendt-film-1A quei tempi equivoci e strumentalizzazioni potevano annidarsi ovunque. I due anni della Arendt a Gerusalemme sono infatti anche gli anni più terribili della Guerra fredda. Tra il 1961 e il 1962 il mondo rischia di sprofondare nell’apocalisse per la “crisi di Cuba”. In quello stesso biennio di massima contrapposizione Usa-Urss, papa Giovanni XXIII indice il Concilio del “dialogo” e invita a Roma le autorità ortodosse di Mosca. Il 1961 è anche l’anno in cui la Repubblica Democratica Tedesca sovietizzata erige il Muro di Berlino e i comunisti preparano “la leggenda nera su Pio XII” (Paolo Mieli), la “calunnia sanguinosa” (David Jaeger) – a cui anche la Arendt sembrò prestare ascolto – della “complicità” di Pio XII nello sterminio degli ebrei. Tant’è, il solo dettaglio errato nella ricostruzione della Von Trotta è la supposta “copertura” offerta dal Vaticano alla fuga di Eichmann.
Comunque sia, questo è il clima che fa da cornice al viaggio di Hannah a Gerusalemme e alle sue corrispondenze e riflessioni sulla Shoah. In definitiva, è un vero peccato che la proiezione in Italia di questo film distribuito da Nexo Digital e Ripley’s Film sia prevista solo nei giorni 27 e 28 gennaio. Dovrebbero poterla ascoltare e vedere tutti la storia di una donna che ebbe contro il mondo perché il mondo pensava che lei, famosa e brillante ebrea in carriera, sarebbe andata a Gerusalemme per scrivere ciò che il mondo si aspettava che lei scrivesse. Spettacolo dell’orrore, indignazione per il mostro, compassione per gli ebrei. Hannah fece molto di più. Guardò in faccia gli autori del male e mostrò che non è difficile essere come loro.

martedì 15 ottobre 2013

l'uomo e la sua unicità

 l'uomo e la sua unicità
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"Il fatto che l'uomo sia capace d'azione significa che da lui ci si può attendere l'inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile. E ciò è possibile solo perché con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità". 
 Hannah Arendt