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domenica 29 dicembre 2024

Presepe

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Un antichissimo presepe. Risale al IV secolo d.C. Viene da un sarcofago cristiano ed è conservato ai musei Vaticani.

Già a quell' epoca c'era la capanna col bue e l'asino. E il pastore che guarda stupito e sorridente.

È incredibile vedere come fossero presenti tutti gli elementi della tradizione cristiana!

mercoledì 27 dicembre 2017

presepe storia

Il presepe





Pittura affrescata. Catacomba di Santa priscilla, III secolo d.C.
Lo spiega la parola stessa: un recinto, delimitato da una siepe. Usato per il ricovero del bestiame. “Praesepire”, il verbo latino, spiega l’atto: cingere, chiudere, sbarrare. Che è anche difendere, proteggere, abbracciare.
Gesù, riferisce l’evangelista Luca, nacque in una stalla. E fu posto nel luogo dove si sistema il fieno che serve agli animali: su una mangiatoia, in una greppia. “Cripia” in basso latino. Da cui, nelle altre lingue d’Europa, tutte le parole con cui si definisce il presepe: “crechè” in francese, “crib” in inglese, “krippe” in tedesco e “krubba” in svedese. Anche ““wertep” nella lingua russa e “szopka” in quella polacca, vogliono dire mangiatoia e indicano la rappresentazione natalizia della Natività.
La prima attestazione del Natale è contenuta nel più antico calendario della Chiesa di Roma, il Cronografo romano del 354, redatto sotto papa Liberio. Nel documento è scritto: “Il 25 dicembre nacque Cristo a Betlemme di Giudea”. Bisogna però tenere presente che la festa più antica della cristianità non è il Natale, ma la Pasqua che ricorda la risurrezione di Cristo, motivo fondante della fede e base dell’annuncio stesso del Vangelo.
L’esatto giorno della nascita di Gesù non è tramandato in modo chiaro neppure dagli evangelisti. Così, i primi cristiani tendevano a festeggiare, a volte nello stesso giorno, soprattutto il Battesimo o l’Epifania, le date della rivelazione della divinità.


L’Adorazione dei Magi nella catacomba di Santa Priscilla
Come è noto, la maggior parte dei biblisti colloca l’anno della nascita di Cristo dopo il censimento di Augusto (8 a.C.) e prima della morte di Erode (4 a.C.). Dionigi il Piccolo, nel VI secolo, fissò la data per errore nell’anno 753 dalla fondazione di Roma. E da quella inesattezza decorre, in tutto l’occidente, la cosiddetta “era cristiana”.
Il primo ad affermare con chiarezza che Gesù nacque il 25 dicembre fu Ippolito di Roma, nel suo commento al libro del profeta Daniele, scritto intorno al 204.
In quel giorno, nel vecchio calendario giuliano, entrato in vigore nel 46 avanti Cristo e basato sul ciclo delle stagioni, cadeva il solstizio d’inverno: la notte più lunga e il giorno più corto dell’anno. Le ore fondamentali della rinascita del mondo. Cristo emergeva dal buio del peccato e vinceva le tenebre del male e della morte.
Come un’altra divinità, nata lo stesso giorno, della quale la festa cristiana del Natale prese il posto, in forma pressoché definitiva soltanto a partire dal IV secolo: il Sol Invictus, il dio del sole “mai vinto”, venerato dai romani fin dall’anno 200, all’epoca del regno di Settimio Severo. L’imperatore Eliogabalo (203 – 222) tentò, con poco successo, di imporne il culto al posto di Giove. Ci riuscì Aureliano (214 –275) grato al dio amico che con un sogno premonitore nel 272 lo aiutò a sconfiggere la regina Zenobia del regno di Palmira, mortale nemica di Roma. Tanto che appena due anni dopo, il 25 dicembre 274, l’imperatore consacrò la data del solstizio d’inverno come il “giorno natale del sole invicto”. Proclamò la “festa della luce”. E inaugurò in modo solenne, sul colle del Quirinale, il tempio dedicato al dio, insieme ai “Pontifices Solis Invicti”, i sacerdoti preposti al culto.
Nella Roma cosmopolita, nella quale si mescolavano culti diversi, la nuova religione del dio del sole si propagò rapidamente. Del resto l’antico culto, in altre forme, era celebrato da secoli in tutto il mondo antico. Già nella notte dei tempi a Stonehenge, in Gran Bretagna, in Val Camonica, in Iran, in Francia e in Irlanda. Ma anche in Grecia attraverso simbologie achee e in tutto l’Oriente.






Mitra al centro e il Sol Invictus in alto a sinistra, Musei Vaticani
Il Sol Invictus si sovrappose al Sol Indigens dei primi popoli italici, dio primigenio a cui resero sacrificio anche Enea e Circe, come ricorda Esiodo. Il culto del sole fu istituito da Tito Tazio, leggendario re dei sabini. Secoli dopo, il Sol Invictus diventò addirittura il dio protettore degli imperatori. In suo onore, Vespasiano fece innalzare una statua gigantesca. Traiano e Adriano ne stamparono l’immagine sui solidi, le monete del potere. E con Commodo “invictus” divenne l’appellativo stesso degli imperatori.
Il Sol Invictus, l’invincibile dio della luce dei soldati di Roma, si fuse con l’altro culto orientale di Mitra, una divinità prima induista e persiana, poi ellenistica e romana, adorata nelle religioni misteriche dal I secolo avanti Cristo al V secolo dopo Cristo. Anche Mitra era nato il 25 dicembre. Il culto del dio, guerriero e allo stesso tempo dispensatore di luce, riservato solo agli uomini, conobbe una grande espansione. E nella religione pubblica si identificò rapidamente con il culto romano del Sole.
Nel III secolo Roma era il maggior centro della cristianità in Occidente.
Il passaggio dalla festività pagana a quella cristiana fu facilitato dalla tradizione biblica che parlava del Messia come di un sole e di una luce: “Verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge” (Lc 1, 78).
I primi scrittori cristiani distinsero in modo chiaro il “vero Sol iustitiae da quello venerato dai pagani e dai manichei” (Agostino, Enarrationes in Psalmos, 25, 2, 3). L’editto di Tessalonica, emesso il 27 febbraio 380 dagli imperatori Graziano, Teodosio I e Valentiniano II dichiarò il cristianesimo la religione ufficiale dell’impero e proibì sia l’arianesimo che i culti pagani. Ma ottanta anni dopo, nel sermone di Natale del 460, papa Leone I scriveva: “È così tanto stimata questa religione del Sole che alcuni cristiani, prima di entrare nella Basilica di San Pietro in Vaticano, dopo aver salito la scalinata, si volgono verso il Sole e piegando la testa si inchinano in onore dell’astro fulgente. Siamo angosciati e ci addoloriamo molto per questo fatto…”.
La parola “praesepe” comparve molto più tardi. Cominciò ad essere utilizzata per indicare una antichissima chiesa: la basilica romana di Santa Maria Maggiore. Papa Sisto III la fece costruire nel 432 dopo Cristo, un anno dopo il Concilio di Efeso. Nella città ionica era stato appena proclamato il dogma della “theotòkos”, ovvero della maternità divina di Maria. Poi, ai tempi di papa Teodoro I (VII secolo d.C) sull’Esquilino furono traslate anche le reliquie divine della Sacra Culla: i frammenti di legno, secondo la tradizione, provenivano dalla mangiatoia in cui Gesù fu posto subito dopo la nascita. La culla di Cristo è ancora lì, sotto l’altare papale, in una cripta voluta, secoli dopo, da Pio IX.
“Santa Maria Ad Praesepe”, la basilica legata in modo indissolubile al mistero della Natività, diventò così, per i cristiani, la chiesa “presso il presepe”.
I primi seguaci di Cristo scolpivano o dipingevano le scene della nascita del Redentore nei luoghi segreti nei quali solevano incontrarsi. L’immagine più antica della Madonna appare sul soffitto di una nicchia nella grande catacomba di Santa Priscilla, scavata nel tufo, per 13 chilometri, nelle viscere di Roma.
Lo stucco risale agli anni 30 o 40 del III secolo dopo Cristo. Nella pittura affrescata, la Vergine è seduta. Indossa una stola, il capo è coperto da un mantello. Maria accenna a un gesto, delicato e materno, verso il neonato che tiene sulle ginocchia. Vicino a lei appare un profeta: è Isaia o più probabilmente Balaam: nella mano destra stringe un rotolo; con la sinistra indica l’astro lontano che annuncia al mondo la nascita del Messia: “Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele” (Num. 24,15-17). San Giuseppe non è rappresentato: nell’iconografia della Natività comparirà soltanto duecento anni dopo, nella prima metà del V secolo.
Poco lontano, nella cosiddetta “Cappella greca”, spunta un’altra immagine: una adorazione dei Magi che risale allo stesso periodo storico. I tre personaggi che offrono i loro doni sono i primi pagani che rendono omaggio al Figlio di Dio. Camminano a passo spedito, fasciati dai loro vestiti orientali, dai colori accesi e diversi. E la Madonna che li attende, seduta, somiglia a una matrona di Roma. Le prime comunità cristiane ripeteranno la medesima scena in altri cimiteri dell’Urbe: i Magi erano il segno della universalità della salvezza e del messaggio di Dio, diretto a tutte le genti del mondo.
In Oriente, negli stessi anni, i seguaci di Cristo si attenevano ancora al divieto della dottrina ebraica, chiarito da un celebre passo dell’Antico Testamento: “Non ti fare nessuna scultura, né immagini delle cose che sono su nel cielo, o sulla terra, o nelle acque sotto la terra. Non adorare tali cose, né servir loro…” (Esodo 20, 4-5).


Particolare del sarcofago di Adelfia, Siracusa (330 dopo Cristo)
Il più antico presepio del mondo risale al 330 dopo Cristo. È scolpito sulle lastre di marmo del Sarcofago di Adelfia, a Siracusa. E ci colpisce ancora per la sua commovente bellezza.
Il Bambino è in fasce, scaldato dal fiato del bue e dall’asinello. È protetto da una tettoia ricoperta da tegole e ceppi. Poco lontano, un pastore ha appena ricevuto dall’angelo la notizia della nascita miracolosa. Accanto, Maria, siede su una roccia. E quasi avvolge e protegge tutta la scena con il suo sguardo sereno di madre.
Il prezioso reperto è conservato al centro del nuovo settore del museo archeologico regionale “Paolo Orsi”, dedicato all’arte cristiana. Fu scoperto in un pomeriggio del luglio del 1872, all’interno di un cubicolo delle Catacombe di San Giovanni, da Francesco Cavallari, allora direttore delle Antichità di Sicilia.
Le lastre di marmo bianco, un tempo decorate da molti colori, rappresentano scene del Vecchio e del Nuovo Testamento.
Al centro del sarcofago, una valva di conchiglia racchiude i busti di due sposi: Adelfia, “clarissima femina”, unita per sempre a suo marito Valerio, che commissionò l’opera. Forse si tratta di quel Lucio Valerio Arcadio che fu console di Sicilia dal 325 al 330, proprietario anche della meravigliosa villa romana di Piazza Armerina, nei pressi di Enna.
Sotto il cartiglio che reca l’iscrizione “Qui giace Adelfia…”, il piccolo Gesù tende le mani verso i doni dei Magi, che ne bassorilievo preceduti da una stella a sette punte. Una corona sovrastata da una gemma simboleggia l’oro; una pisside, l’oggetto liturgico usato per conservare le ostie, custodisce l’incenso e la mirra.


Epitaffio di Severa, catacomba di Santa Priscilla, Roma
L’Adorazione dei Magi è replicata in altri cimiteri cristiani. Appare ancora a Roma nelle catacombe di Priscilla sulla lastra marmorea della tomba di Severa (300 circa dopo Cristo), nella catacomba dei SS. Pietro e Marcellino, nella fronte di un sarcofago risalente alla prima metà del IV secolo, conservato nelle sale del Museo Pio Cristiano della Città del Vaticano e in un altro sarcofago, dello stesso periodo, scoperto a S. Paolo fuori le mura.
E si può ammirare ancora a Milano, nel sarcofago esposto al Museo Ambrosiano. Ma soprattutto in quello di Stilicone, conservato nella basilica di S. Ambrogio e inglobato in un ambone costruito in epoca medievale.


Milano, Sant’Ambrogio. Sarcofago di Stilicone (foto Giovanni Dall’Orto)
Fu scolpito molto probabilmente nella seconda metà del IV secolo.
Sul lato che guarda verso l’altare è rappresentata la scena di una delle prime Natività di cui abbiamo conoscenza. Gesù, anche se è in fasce, ha il volto di un adulto. Lo vegliano un bue e un asino. Le due bestie, secondo la lettura di Sant’Ambrogio, rappresentano la moltitudine del mondo: il bue, portatore del giogo della Legge, evoca il popolo giudaico; l’asino costretto dai pesi dell’idolatria, rappresenta i Gentili. A fianco, due uccelli beccano un grappolo d’uva: uno con convinzione, l’altro esitando: sono i fedeli, pronti a nutrirsi della “fede” oppure restii ad accogliere il messaggio di Cristo.
Ma il bue e l’asino non erano nella stalla con Gesù. E i pastori non cantavano. Perché “nel Vangelo non si parla di animali”. Lo ha scritto papa Benedetto XVI nel suo saggio “L’infanzia di Gesù”, costato nove anni di studi. Joseph Ratzinger spiega che in ogni caso “nessuna raffigurazione del presepe rinuncerà al bue e all’asino”. E aggiunge: “La povertà è il vero segno di Dio”.
Il presepe, sotto l’onda della fede, si arricchì presto di altri personaggi e altri simboli. Con nuovi significati allegorici.
Nella rappresentazione, il bue e l’asino furono aggiunti da Origene, interprete delle profezie di Abacuc e di Isaia (1,3):“Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone; ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende”. Gli animali vicino alla mangiatoia diventano i simboli del popolo ebreo e dei pagani. Davanti al Dio che nasce in una stalla tutti gli uomini, erano come buoi ed asini, privi di intelligenza e conoscenza. Benedetto XVI scrive: “Ma il Bambino nella mangiatoia ha aperto loro gli occhi, cosicché ora essi riconoscono la voce del proprietario, la voce del loro Signore”.
Gli angeli presenti nella scena toccante della Natività sono il modello di creature superiori, testimoni dell’evento straordinario.

Copertura dell’evangelario nel Duomo di Milano
Quanto alla grotta, nella iconografia orientale, simboleggia il ventre della terra. Nei Vangeli canonici non se ne fa menzione. Ne parlano invece due Vangeli apocrifi, il Protovangelo di Giacomo e il Vangelo dello pseudo Matteo che risalgono al II secolo dopo Cristo. La descrivono rifulgente di luce, “come se vi fosse il sole”.
Di una grotta parlò, per la prima volta San Giustino, filosofo e martire, nato in Palestina, che 150 anni dopo gli avvenimenti scrisse: “Al momento della nascita del bambino a Betlemme, poiché non aveva dove soggiornare in quel villaggio, Giuseppe si fermò in una grotta prossima all’abitato e, mentre si trovavano là, Maria partorì il Cristo e lo depose in una mangiatoia, dove i Magi, venuti dall’Arabia lo trovarono” (Dialogo con Trifone, 78). Sul luogo, dove fu edificata una basilica, già nel IV secolo accorrevano numerosi i pellegrini.
I primi ad adorare il Bambino furono i pastori, che all’epoca, nella scala sociale, erano visti come degli emarginati, persone che vagavano fuori dai centri abitati, senza una fissa dimora. Le loro figure furono aggiunte nei presepi in età medievale. Il numero variava, secondo le circostanze. Nella rappresentazione, ascoltano per primi, accanto alle loro greggi, l’annuncio dell’angelo . E l’adorazione del Bambino venuto al mondo in una mangiatoia è il passo iniziale per un cammino di conversione capace di allontanarli dai peccati del mondo.

Icona della Natività di Gesù, Cappella Palatina, Palermo
Gli ultimi ad apparire sulla scena del presepio furono i Re Magi. Il Vangelo di Matteo non fa i loro nomi e non dice quanti fossero. Nei testi non canonici il loro numero varia da due a dodici. San Leone Magno (390-461) stabilì che fossero tre, come le età dell’uomo (gioventù, maturità e vecchiaia) e le razze in cui, secondo il racconto biblico, è divisa l’umanità: semita, giapetica e camita.
L’europeo Melchiorre (“il signore della luce”) è inginocchiato oppure prostrato e porta l’oro al bambino nato in una grotta; l’orientale Gaspare (“il signore della forza-splendore”) e l’africano Baldassarre (“il prediletto del Signore”) portano a turno incenso e mirra, due piante che crescono sia in Africa che in Asia.
I doni parlano alla duplice natura di Gesù e alla sua regalità: l’oro è riservato ai re, l’incenso alla divinità e la mirra all’uomo, poiché veniva usata come unguento per i corpi dei morti. Ricorda ai fedeli il destino di Cristo, che si immola per la salvezza del mondo, senza passare dalla corruzione del sepolcro.
Con la Natività, il tema della luce entra nella liturgia cristiana. Il primo sermone sull’argomento fu quello di Papa Liberio, nella notte di Natale dell’anno 354. Nel giro di qualche anno, la festa passò da Roma all’Oriente. San Gregorio il Teologo la introdusse a Costantinopoli (380 d.C.) e San Gregorio di Nissa, qualche anno dopo, in Cappadocia. I cristiani che vivevano in Palestina, nei luoghi dove si svolsero i fatti, furono così gli ultimi a festeggiare il Natale.
Secondo la tradizione, la prima rappresentazione della nascita del Salvatore fu un affresco, voluto dall’imperatore Costantino e subito esposto a Betlemme, nella basilica della Natività. Forse fu proprio questa l’immagine che venne riprodotta, in un periodo imprecisato del VI secolo su una ampolla conservata a Monza e identica a una icona del Monte Sinai realizzata un centinaio di anni dopo.






Il presepe di Greccio dipinto da Giotto nella Basilica Superiore di Assisi
Quel che è certo è che a partire dal IV secolo la Natività divenne uno dei temi dominanti dell’arte religiosa. Rappresentata in migliaia di pitture, affreschi, sculture, bassorilievi, argenti, ceramiche, avori e vetrate. Capolavori realizzati, nel corso dei secoli per chiese, monasteri, nobili, facoltosi committenti e mecenati famosi da artisti immortali, come Giotto, Filippo Lippi, Piero della Francesca, il Perugino, Durer, Rembrandt, Poussin, Correggio, Rubens, e centinaia di altri.
Opere raffinate, in ricordo di un giorno che ha segnato la storia dell’umanità. E che già nel Medioevo spiccavano per il loro valore artistico.
Come la copertina lignea di un Reliquiario del IV secolo, conservata al Museo Sacro Vaticano di Roma. Oppure il bassorilievo della Cappella dei SS. Quirino e Giulitta del Museo arcivescovile di Ravenna (V secolo).
Uno splendido dittico del V secolo, a cinque parti in avorio e pietre preziose che si aggiunge alla lunga lista di meraviglie del Duomo di Milano.
L’affresco della Chiesa di S. Maria Foris Portas a Varese (VII-VIII secolo) riecheggia una iconografia orientale, con la Madonna distesa su un grande cuscino, al centro della scena. Verrà mirabilmente ripresa, quasi ottocento anni dopo, nella Icona della Natività della Scuola di Rublëv (1410-1430), ora esposta presso la Galleria Tretjakov di Mosca, un’opera che in modo ambizioso e esemplare riassume in un dipinto l’intera storia della salvezza.
Immagini stupefacenti, dagli straordinari mosaici del XII secolo della Cappella Palatina di Palermo, ubicata al primo piano del Palazzo dei Normanni fino alle iconografie del Battistero di S. Maria a Venezia e delle Basiliche di S. Maria Maggiore e S. Maria in Trastevere a Roma.
Dallo sguardo all’anima il passo fu inevitabile. La prima rappresentazione statica della Natività, il primo presepe della storia, da vivere come un momento interiore di fede e meditazione, arrivò insieme al messaggio rivoluzionario di Francesco d’Assisi.
Il mistero dell’incarnazione e la Natività affascinavano il Poverello in modo particolare. La gioia del Natale lo pervadeva ogni volta.
Tommaso da Celano nella “Vita seconda”, riporta le parole di entusiasmo del santo: “Se potrò parlare all’imperatore lo supplicherò di emanare un editto generale per cui tutti quelli che ne abbiano la possibilità debbano spargere per le vie frumento e granaglie affinché in un giorno di tanta solennità gli uccellini e particolarmente le sorelle allodole ne abbiano in abbondanza”.
Questa gioia, intima e profonda, negli ultimi mesi del 1223, tre anni prima della sua morte, mitigava appena una disperazione profonda. In quello stesso anno, i suoi confratelli avevano riscritto la Regola finale dell’Ordine francescano. E papa Onorio III l’aveva approvata. Francesco, nemico di ogni discordia, aggiunse la sua firma al documento che sopprimeva e censurava molte delle sue richieste, fino a stravolgere le sue indicazioni su temi come il rapporto dei frati con il denaro, il divieto di riconoscere gerarchie, l’aderenza stretta al messaggio evangelico e una vita meno aspra e più lontana da “madonna Povertà”.
Il santo visse tutta la vicenda delle nuove regole come una sconfitta. Nei mesi amari che i biografi definirono della “grande tentazione”, pensò anche di abbandonare tutto e di disinteressarsi completamente della comunità francescana, ormai cresciuta a dismisura e molto diversa da come l’aveva immaginata.
Francesco si ritirò sempre più negli eremi. E spesso fuggì anche la compagnia dei suoi fratelli più affezionati.
Greccio, nei pressi di Rieti, era uno dei luoghi che amava di più. Il paesaggio intorno al piccolo paese nascosto tra gli alberi, allora povero, paludoso e malsano, quasi appartato dal mondo, gli richiamava alla mente la sperduta Betlemme, la “culla di Cristo” che voleva visitare quattro anni prima, nel 1219, quando andò in Egitto durante la quinta crociata, per convincere i crociati a non uccidere per non tradire il messaggio cristiano. Allora predicò il suo messaggio d’amore anche tra gli “infedeli” e anche il sultano lo accolse con onore. Ma i suoi sforzi per la pace si rivelarono inutili. E Francesco non riuscì a visitare il luogo della Natività.
A Greccio, di passaggio dai suoi eremitaggi nella Valle Santa reatina, si ritirava sempre in una piccola cella scavata nella roccia. Lì, nel silenzio della natura, pensò di far rivivere la nascita di Gesù.
Mandò allora a chiamare Giovanni, il “dominus” del villaggio fortificato di Greccio. Era un amico fidato con il quale aveva rapporti familiari e frequenti. In quell’uomo, scrisse Tomaso da Celano, “stimava più la nobiltà dello spirito che quella della carne”. A lui chiese di organizzare per la notte di Natale, una “rappresentazione” vera della nascita di Gesù. Per meditare sul mistero della Natività. Tommaso da Celano riporta le parole che rivolse a Giovanni: “Vorrei rappresentare il bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia, e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello”. Ma non voleva uno spettacolo. Anzi, temeva che la sua iniziativa venisse mal interpretata. Per questo, secondo S. Bonaventura, prima di mettere in atto il suo progetto, chiese anche il permesso del papa.
Che evidentemente arrivò in modo celere.


Il presepe del Maestro dei Mesi di Ferrara conservato a Venezia
Quella notte di vigilia del Natale 1223 entrò nella storia.
A Greccio accorsero gli abitanti dei paesi vicini, molti frati e numerosi pellegrini. Scrisse il Celano: “Arrivarono uomini, donne festanti, portando ciascuno, secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte”. Si preparò la scena della rievocazione con la greppia, il fieno, il bue e l’asinello.
Nessuno dei presenti prese il posto della Madonna, di San Giuseppe e del Bambino. Intorno al presepe si celebrò la messa, in una atmosfera di grande commozione. Francesco vi prese parte, rivestito dei paramenti diaconali. Era infatti entrato “per obbedienza” nel clero anche se si riteneva “indegno” del sacerdozio.
Cantò il Vangelo con voce “forte e dolce, limpida e sonora”. E predicò parlando del “Bimbo di Betlemme” nato povero in una stalla. Chiara Frugoni, eminente studiosa francescana, nel libro “Medioevo. Storia di voci, racconto di immagini” (Laterza editore) scritto insieme a Alessandro Barbero, dà la sua lettura dello storico avvenimento: “Il presepio di Francesco voleva essere la sconfessione della crociata: Betlemme era dovunque, anche a Greccio, perché i cristiani dovevano ritrovarla dentro il loro cuore e non raggiungere quel luogo santo a prezzo di massacri”.
Non c’era bisogno di guerre per arrivare alla Terra Santa. A Greccio, attraverso una rappresentazione semplice e realistica, la storia di Natale fu resa accessibile a tutti, anche a chi non sapeva leggere.
Il tema iconografico venne sviluppato dalle arti plastiche. Come dimostrano altri capolavori scultorei.
Il più antico è un gruppo marmoreo di tre statue datato “ante 1240” e attribuito al Maestro dei Mesi di Ferrara. È conservato nel seminario patriarcale di Venezia. C’è un solo re magio, genuflesso davanti alla Madonna in trono con in braccio il Bambino. Accanto, il san Giuseppe che si appoggia a un bastone richiama la figura del pastore –profeta delle icone bizantine.
Lo stesso artista realizzò, nei primissimi anni del XIII secolo, “Sogno e Adorazione dei Magi”, il ciclo scultoreo che a Forlì adorna la lunetta del portale dell’Abbazia di San Mercuriale.


La Natività di Arnolfo di Cambio a Santa Maria Maggiore, Roma
Nel 1280, meno di cinquanta anni dopo la rappresentazione del presepe di Greccio Arnolfo di Cambio scolpì un presepe di eccezionale valore artistico. L’opera, conservata nella Cappella Sistina della basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, per lungo tempo fu ritenuta la prima rappresentazione a tre dimensioni della Natività. E la sua fama oscurò i mosaici, gli affreschi e i bassorilievi realizzati in precedenza.
Le figure furono sistemate in un grande spazio, proprio all’ingresso del tempio. I fedeli che entravano nella grande chiesa si trovavano così subito coinvolti nella scena del presepe, al pari degli altri personaggi della rappresentazione. Solo tre statue originali sono giunte ai giorni nostri (San Giuseppe, il bue e uno dei Re Magi). Il pezzo marmoreo della Vergine fu sostituito nel ‘500 da un’altra scultura. Ma la posizione di un Magio in ginocchio e soprattutto la direzione del suo sguardo, ci fanno pensare che Arnolfo raffigurò la Madonna sdraiata sul fianco, secondo una tipologia altomedievale, con la testa rivolta verso il Bambino, adagiato sulla mangiatoia scolpita all’altezza del pavimento.
Un altro, antichissimo presepe, uno dei più grandi d’Italia, risalente all’ultimo decennio del XIII secolo, si può ancora ammirare a Bologna, nella Basilica di Santo Stefano. Le sculture in legno che compongono la “Adorazione dei Magi” sono a grandezza d’uomo. Furono scolpite da tronchi di tiglio e di olmo da un anonimo artista bolognese. Una teca a temperatura controllata elettronicamente, le protegge dall’umidità dopo un recente, ennesimo restauro. Rimasero prive di colore fino al 1370, quando il pittore bolognese Simone dei Crocefissi applicò il ritocco policromatico, in stile gotico. Il complesso di edifici di culto che comprende la chiesa, edificato in una delle più belle piazze della città, fu voluto da S.Petronio, ad imitazione del Santo Sepolcro. La ”Gerusalemme bolognese”, per secoli fu una tappa importante nei percorsi dei pellegrini che si recavano a Santiago de Compostela o che scendevano verso Roma per poi incamminarsi verso la Palestina. Così fecero fortuna le botteghe artigiane specializzate nell’arte sacra e molti scultori e ceramisti realizzarono le figure per i presepi nelle principali chiese cittadine.


Bologna, basilica di Santo Stefano. Adorazione dei Magi (1370) – (foto Giovanni Dall’Orto)
Dal secolo XIV la Natività è affidata all’estro figurativo degli artisti più famosi che si cimentano in affreschi, pitture, sculture, ceramiche argenti, avori e vetrate che impreziosiscono le chiese e le dimore della nobiltà o di facoltosi committenti dell’ intera Europa, valgano per tutti i nomi di Giotto, Filippo Lippi, Piero della Francesca, il Perugino,
Michael Pacher (1435–1498) pittore e scultore, indiscusso maestro del Quattrocento austriaco, ispirato dall’arte di Donatello ed Andrea Mantegna, realizzò uno straordinario altare gotico intagliato all’interno della chiesa di S. Wolfgang, nella regione di Salzkammergut: il suo “Trittico” che comprende una emozionante Natività, unisce la pittura e la scultura lignea con effetti sorprendenti.
L’arte presepiale abbandonò i simboli medievali. Ma trovò altri interpreti eccellenti.


Mantegna, Adorazione dei Magi, particolare. Galleria degli Uffizi, Firenze
Il presepe moderno ha una data e un luogo di nascita preciso: a Napoli, nel 1534, San Gaetano da Thiene allestì una grande rappresentazione con statuette lignee, abbigliate secondo la moda del tempo, presso l’Ospedale degli Incurabili. E nel 1627, nella stessa città, i padri Scolopi realizzarono il primo presepe mobile, a figure articolabili. La tradizione natalizia, in tutta Italia, passò presto dalle chiese alle case patrizie.
Nel Seicento, per le famiglie patrizie di Roma il presepe diventò un vero e proprio “status symbol”. Così anche Gian Lorenzo Bernini (1598 -1680) autore del colonnato e del baldacchino di San Pietro, del Palazzo di Montecitorio, delle splendide fontane del Tritone e di Piazza Navona, della statua di Apollo e Dafne e di decine di altri capolavori sparsi nella capitale, impiegò i suoi numerosi talenti per realizzare un presepe sfarzoso che gli era stato commissionato dai Barberini. Per l’occasione, ritrasse Antonio Emanuele, marchese di Funta nelle vesti di un Re Mago nero. Di quel presepe spettacolare si parlò a lungo.
Nell’età barocca, ricordava Giambattista Marino “È del poeta il fin la meraviglia…”. La massima si poteva trasferire anche a chi progettava nuovi e stupefacenti presepi. Diventati, nei secoli successivi, sempre più animati, fantasiosi e colorati. Ma sempre più lontani dalla umile e silenziosa Greccio di Francesco.
da: http://www.festivaldelmedioevo.it/portal/il-presepe/

domenica 19 febbraio 2012

presepe


***
 da: http://www.annavercors.splinder.com/

Cari amici, Vi mando alcune foto del Presepe Vivente che ha radunato insieme e ha visto rappresentati tutti quelli che sono piú vicini al Regno dei Cieli, chi nella sofferenza come i malati, chi nello sguardo come i bambini.
Uno spettacolo incredibile che apre il cuore, vedere come tutti si sono coinvolti: i bimbi cantavano nel coro degli angeli, i malati han portato i doni dei Re Magi, San Giuseppe non poteva essere più perfetto: Jorge, malato di Aids di origine ebraica. E poi le anziane della casa di accoglienza, che hanno acclamato il Signore vestite da pastorelle, mentre nella paglia piangeva appena nato Arnaldito, bimbo sieropositivo della Casita.
Un Presepe così bello e così commovente apre il cuore alla venuta del Signore,  
Buon Natale da tutti gli ospiti della clinica e i bambini della casita*


visita il sito della Fondazione San Rafael in Paraguay


Postato da: giacabi a 15:34 | link | commenti (1)
natale, presepe, padre trento

giovedì, 20 dicembre 2007

Il presepe 
 ***
 Anche quest’anno, nel mio reparto, con l’aiuto di alcuni colleghi,  di qualche paziente e suo familiare, abbiamo fatto il presepe come segno di speranza  e di pace in Colui che redime l’uomo dalla sua meschinità.
il presepe



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presepe

lunedì, 17 dicembre 2007

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Sono gli evangelisti Luca e Matteo i primi a descrivere la Natività. Nei loro brani c'è già tutta la sacra rappresentazione che a partire dal medioevo prenderà il nome latino di "praesepium" (da prae: "davanti" e saepire: "chiudere con una siepe") ovvero "recinto chiuso", "mangiatoia". Oggi la parola assume il significato non solo di "mangiatoia", bensì dell’intera rappresentazione della natività in tutte le sue sfumature...del Presepe, appunto!
   Luca
parla soltanto dell' umile nascita di Gesù a Betlemme (...giunse per lei il tempo di partorire e diede alla luce il suo figlio primogenito. Lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'albergo. In quella stessa regione si trovavano dei pastori: vegliavano all'aperto e di notte facevano la guardia al loro gregge....), poi il greco Origene (prima metà del III secolo)  all'iconografia originaria aggiunse altri particolari, infatti colloca Gesù in una grotta, parla dei doni dei pastori, di un bue e di un asinello, che riscaldano il piccolo con il proprio alito, richiamandosi probabilmente ad una antica profezia di Isaia.
   Di Re Magi venuti ad adorare il Redentore, ne parla Matteo: "...alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: "Dov’è il Re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo".
  L'origine esatta del Presepio è difficile da definire, in quanto è il prodotto di un lungo processo. Già nel secondo secolo troviamo nelle catacombe romane di Priscilla, lungo la via Salaria a Roma
, rappresentate scene della nascita di Gesù, come la Madonna con in grembo il bambino. Anche nelle catacombe di San Sebastiano, si può ammirare un altro importante affresco che, seppure fortemente deteriorato, raffigura la mangiatoia con due animali: il bue e l’asinello. È storicamente documentato che già nel Quarto secolo, per volere di Papa Liberio I (352-366), veniva eretta nel giorno di Natale, nella Basilica S.Maria "ad praesepe"  (oggi nota come S. Maria Maggiore) una "tettoia" sorretta da tronchi d’albero (quasi lo schema essenziale di una stalla), tale tettoia veniva posta davanti all'altare presso il quale, il 24 dicembre di ogni anno, veniva celebrata la Messa di mezzanotte. Papa Liberio era succeduto a Papa Giulio I (337-352) il quale nel 337 aveva stabilito che il 25 dicembre fosse festeggiato come il giorno della nascita di Gesù.
   Altre “tettoie” furono erette in altre Chiese a Roma (S. Maria in Trastevere), a Napoli nella Chiesa di S. Maria della Rotonda, e certamente in altre Chiese di altre città. Si sa pure che Papa Gregorio III (731-741) fece sistemare sotto la tettoia di S. Maria Maggiore una statua d’oro della Madonna con il Bambino e che anche in altre chiese furono collocati sotto tali tettoie pitture o statue che ricordavano il Sacro Evento.
   Si dice che
il primo presepe venne realizzato a Napoli nel 1025 presso una chiesa chiamata Santa Maria ad Praesepe che sorgeva in piazza San Domenico Maggiore nella quale furono esposte per la prima volta alcune statue lignee che raffiguravano la natività del Cristo.
   Il primo presepio vivente così come lo vediamo realizzare ancor oggi, con la grotta al centro e tutti gli uomini che vanno verso il Bambino, ha origine, secondo la tradizione, dal desiderio di San Francesco D'Assisi di far rivivere in uno scenario naturale la nascita di Betlemme, con personaggi reali, pastori, contadini, frati e nobili tutti coinvolti nella rievocazione che ebbe luogo a Greccio, piccolo centro del Lazio, in provincia di Rieti, ai confini con l' Umbria, nella notte di Natale del 1223. Questo episodio poi fu magistralmente dipinto da Giotto nell'affresco della Basilica Superiore di Assisi. Fu il primo presepio e Greccio viene oggi celebrato come luogo di nascita del presepe. Allora, Papa Onorio III, dette a Francesco una particolare autorizzazione poiché, essendo vietati dalla Chiesa la rappresentazione di drammi sacri, gli permise solo di celebrare la messa in una grotta naturale invece che in chiesa, così egli eresse una mangiatoia all'interno di una caverna in un bosco, vi portò un asino ed un bue viventi, ma senza la Sacra Famiglia, rivisse la nascita del Signore. Francesco era stato in oriente quattro anni prima, nel 1219, ed aveva potuto visitare i luoghi santi della vita del Signore. Il ricordo più intenso di questo viaggio fu la visita alla grotta di Betlemme ove il Signore volle nascere.
   Poi tenne la sua famosa predica di Natale davanti ad una grande folla di persone, rendendo così accessibile e comprensibile la storia di Natale a tutti coloro che non sapevano leggere.
S. Bonaventura scrive anche che Francesco: "Tre anni prima della sua
morte, volle celebrare presso Greccio il ricordo della natività di Gesù Bambino, e desiderò di farlo con ogni possibile solennità, al fine di eccitare maggiormente la devozione dei fedeli. Perché la cosa non fosse ascritta a desiderio di novità, prima chiese e ottenne il permesso dal Sommo Pontefice"
   Secondo il racconto di Tommaso da Celano, in quella notte di Natale, a Greccio, il Santo avrebbe anche compiuto un miracolo facendo animare
la statua del bambino.
Il più antico presepe inanimato è invece quello che Arnolfo di Cambio scolpì per Papa Onofrio IV nel legno nel 1283 e del quale oggi si conservano solo alcune statue nella chiesa di S. Maria Maggiore in Roma. Le statue, ad altezza naturale, rappresentano: la Madonna col Bambino sulle ginocchia, San Giuseppe, il bue e l'asinello; davanti alla Madonna c'è uno dei re Magi.
   A partire dal IV secolo la Natività diviene uno dei temi dominanti dell'arte religiosa e in questa produzione spiccano per valore artistico: la natività e l'adorazione dei Magi del dittico composto da cinque parti in avorio e pietre preziose che si ammira nel Duomo di Milano e che risale al V secolo e i mosaici della Cappella Palatina a Palermo, del Battistero di S. Maria a Venezia e delle Basiliche di S. Maria Maggiore e S. Maria in Trastevere a Roma. In queste opere dove si fa evidente l'influsso orientale, l'ambiente descritto è la grotta, che in quei tempi si utilizzava per il ricovero degli animali,gli artisti producono statue di legno o terracotta che sistemano davanti a una pittura riproducente un paesaggio come sfondo alla scena della Natività
. Il presepe veniva esposto all'interno delle chiese nel periodo natalizio.

   Dal poi 1300 inla Natività è affidata all'estro figurativo degli artisti più famosi che si cimentano in affreschi, pitture, sculture, ceramiche, argenti, lavori e vetrate che impreziosiscono le chiese e le dimore della nobiltà o di facoltosi committenti dell'intera Europa, valgano per tutti i nomi di Giotto, Filippo Lippi, Piero della Francesca, il Perugino, Dürer, Rembrandt, Poussin, Zurbaran, Murillo, Correggio, Rubens, Ghirlandaio.
   Il 1400 è un secolo di stasi per il presepe, essendo esso prerogativa di grandi chiese che possedevano rappresentazioni stabili per l’intera durata dell’anno. Si ha notizia certa del Presepe dei fratelli Pietro e Giovanni Alemanno per la chiesa San Giovanni a Carbonara, di questo presepe sono giunte fino a noi diciannove statue in legno policromo.
   Nel 1500 si assiste ad una ripresa di rappresentazioni in tutta Italia; ricordiamo il magnifico presepe, totalmente in terracotta, ancora oggi conservato presso il Duomo di Modena, opera di Antonio Begarelli;  a Urbino e Piobbico sono conservati splendidi presepi dello scultore Federico Brandani (esecutore di molte decorazioni delle sale del Palazzo Ducale di Urbino). Nella chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli è conservato parte del presepe del Belverte.
Il presepe comincia ad espandersi anche nelle case di nobili in tutta Italia. Cominciano ad essere rappresentati anche animali quali pecore, capre, cani oltre al bue ed all'asino; Inoltre cominciano a vedersi i primi paesaggi più o meno complessi. 
   Le statue sono prevalentemente di legno policromo o tutte di terracotta, mentre solo nel secolo successivo, 1600, si cominciano a delineare figure più modellate nelle posture. Aniello …”scultore anche migliore” e Donato diedero vita al presepio del Viceré conte di Castrillo nel lontano 1658 (ricco presepe di cui sono stati tramandati 112 figure lignee di ridotte dimensioni).
Nella seconda metà del secolo, cominciano a farsi spazio anche le figure in cartapesta
   Nel 1700 il presepe si diffuse largamente nel regno di Napoli ad opera di Carlo III di Borbone. Gli artisti napoletani danno alla sacra rappresentazione un'impronta naturalistica inserendo la Natività nel paesaggio campano ricostruito in scorci di vita che vedono personaggi della nobiltà, della borghesia e del popolo riprodotti negli atteggiamenti del loro vivere quotidiano: occupazioni, momenti di svago, a tavola o impegnati in balli e serenate.
   Ulteriore novità è la trasformazione delle statue dei
pastori sempre in legno, ma realizzati con arti di fili di ferro ricoperti di stoppa, che permettevano ogni tipo di postura, vestiti con stoffe più o meno ricche, adornati con monili e muniti degli strumenti di lavoro tipici dei mestieri dell'epoca e tutti riprodotti con esattezza anche nei minimi particolari. 
   Nello stesso periodo si distinguono anche gli artisti liguri, in particolare genovesi, e quelli siciliani che, in genere, si ispirano alla tradizione napoletana con alcune eccezioni come ad esempio l'uso della cera a Palermo e Siracusa o le terrecotte dipinte a freddo di Savona e Albissola.
   Sempre nel '700 si diffonde il presepio con parti in movimento che ha un illustre predecessore in quello costruito da Hans Schlottheim nel 1588 per Cristiano I di Sassonia. Ma fin qui abbiamo trattato di ricostruzioni quasi sempre monumentali e di grande pregio artistico realizzate da maestri dell'arte per lo più per la Chiesa o per cappelle private.

  
 La diffusione a livello popolare si realizzò pienamente nel 1800: ogni famiglia in occasione del Natale costruiva un presepe in casa riproducendo la Natività secondo la tradizione con statuine in gesso o terracotta, carta pesta e altri materiali per gli scenari, forniti dagli artigiani. In Puglia, specialmente a Lecce, fu introdotto un uso innovativo della cartapesta, policroma o trattata a fuoco, drappeggiata su uno scheletro di fil di ferro e stoppa. A Roma le famiglie importanti gareggiavano tra loro nel costruire i presepi più imponenti, ambientati nella stessa città o nella campagna romana, che permettevano di visitare ai concittadini e ai turisti.

   Nel corso del Novecento poi, e soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale, ci fu un indebolimento della tradizione del presepe, anche per il fiorire della
tradizione dell'Albero di Natale
   Oggi tuttavia in Italia il presepe è tornato a fiorire grazie all'impegno di enti religiosi e privati come: la Associazione Italiana Amici del Presepio; il Museo del Presepio di Brembo Dalmine di Bergamo; alcune mostre importanti (100 Presepi nelle Sale del Bramante di Roma e dell'Arena di Verona); eccezionali rappresentazioni dal vivo come la rievocazione del Primo presepe di S. Francesco a Greggio, il Presepe Vivente di Rivisondoli in Abruzzo, il Presepe Vivente di Revine nel Veneto, oppure il  Presepe Vivente di Casarano in Puglia e tanti altri ancora, in tutte le regioni.
 grazie ad anna vercors


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presepe

lunedì, 18 dicembre 2006

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++
Dio non ci lascia brancolare nel buio;
si è mostrato come uomo.
Egli è tanto grande da potersi permettere di diventare piccolissimo.
Dio ha assunto un volto umano.
Solo questo Dio ci salva dalla paura del mondo
e dall'ansia di fronte al vuoto della propria esistenza.
 Benedetto XVI

Cristo arriva proprio qui, al mio atteggiamento di uomo,
di uno cioè che aspetta qualcosa perchè si sente tutto mancante;
si è messo insieme a me, si è proposto al mio bisogno originale
Luigi Giussani

BUON NATALE

Presepe- Ospedale Marino CA+++
Il presepe che ho realizzato insieme ad alcuni colleghi nel mio posto di lavoro.
Che il Signore ci doni la pace.

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chiesa, benedettoxvi, presepe

martedì, 12 dicembre 2006

Storia del presepe
Sono gli evangelisti Luca e Matteo i primi a descrivere la Natività. Nei loro brani c'è già tutta la sacra rappresentazione che a partire dal medioevo prenderà il nome latino di praesepium ovvero recinto chiuso, mangiatoia. Si narra infatti della umile nascita di Gesù, come riporta Luca, "in una mangiatoia perché non c'era per essi posto nell'albergo" (Ev., 2,7); dell'annunzio dato ai pastori; dei magi venuti da oriente seguendo la stella per adorare il Bambino che i prodigi del cielo annunciano già re.

Questo avvenimento così familiare e umano se da un lato colpisce la fantasia dei paleocristiani rendendo loro meno oscuro il mistero di un Dio che si fa uomo, dall'altro li sollecita a rimarcare gli aspetti trascendenti quali la divinità dell'infante e la verginità di Maria. Così si spiegano le effigi parietali del III secolo nel cimitero di S. Agnese e nelle catacombe di Pietro e Marcellino e di Domitilla in Roma che ci mostrano una Natività e l'adorazione dei Magi, ai quali il vangelo apocrifo armeno assegna i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, ma soprattutto si caricano di significati allegorici i personaggi dei quali si va arricchendo l'originale iconografia.
Il bue e l'asino, aggiunti da Origene, interprete delle profezie di Abacuc e Isaia, divengono simboli del popolo ebreo e dei pagani;
 i Magi il cui numero di tre, fissato da S. Leone Magno, ne permette una duplice interpretazione, quali rappresentanti delle tre età dell'uomo: gioventù, maturità e vecchiaia e delle tre razze in cui si divide l'umanità: la semita, la giapetica e la camita secondo il racconto biblico;
gli angeli, esempi di creature superiori; i pastori come l'umanità da redimere e infine Maria e Giuseppe rappresentati a partire dal XIII secolo, in atteggiamento di adorazione proprio per sottolineare la regalità dell'infante.
Anche i doni dei Magi sono interpretati con riferimento alla duplice natura di Gesù e alla sua regalità: l'incenso, per la sua Divinità, la mirra, per il suo essere uomo, l'oro perché dono riservato ai re. A partire dal IV secolo la Natività diviene uno dei temi dominanti dell'arte religiosa e in questa produzione spiccano per valore artistico: la natività e l'adorazione dei magi del dittico a cinque parti in avorio e pietre preziose del V secolo che si ammira nel Duomo di Milano e i mosaici della Cappella Palatina a Palermo, del Battistero di S. Maria a Venezia, e a Roma quelli delle Basiliche di S. Maria in Trastevere della Basilica di Santa Maria Maggiore, dove già nel 600 esisteva una riproduzione della grotta di Betlemme: "Sancta Maria ad Praesepem".
E molti cristiani si recavano a visitarla con la stessa devozione con la quale i pellegrini confluivano a Betlemme, in Giudea, alla grotta considerata luogo di nascita di Gesù e dove per desiderio di sant'Elena (madre dell'imperatore Costantino) sorse, nel 326, la Basilica della Natività. In queste opere dove si fa evidente l'influsso orientale, l'ambiente descritto è la grotta, che in quei tempi si utilizzava per il ricovero degli animali, con gli angeli annuncianti mentre Maria e Giuseppe sono raffigurati in atteggiamento ieratico simili a divinità o, in antitesi, come soggetti secondari quasi estranei all'evento rappresentato.
Dal secolo XIV la Natività è affidata all'estro figurativo degli artisti più famosi che si cimentano in affreschi, pitture, sculture, ceramiche, argenti, avori e vetrate che impreziosiscono le chiese e le dimore della nobiltà o di facoltosi committenti dell'intera Europa, valgano per tutti i nomi di Giotto, Filippo Lippi, Piero della Francesca, il Perugino, Dürer, Rembrandt, Poussin, Zurbaran, Murillo, Correggio, Rubens e tanti altri.

Il presepio come lo vediamo realizzare ancor oggi ha origine, secondo la tradizione, dal desiderio di San Francesco di far rivivere in uno scenario naturale la nascita di Betlemme; nel 1223 a Greccio, in Umbria, per la prima volta arricchì la Messa di Natale con la presenza di un presepio vivente, episodio poi magistralmente dipinto da Giotto nell'affresco della Basilica Superiore di Assisi.

L'opera ideata da san Francesco venne chiamata Presepio o Presepe, termine di derivazione latina indicante la stalla, e anche la mangiatoia che si trova in quell'ambiente, propriamente ogni recinto chiuso. Alcuni studiosi italiani e stranieri ritengono non del tutto corretto attribuire a San Francesco la paternità del presepio. Come narra Tommaso da Celano, il frate che raccontò la vita del santo, Francesco nel Natale del 1222 si trovava a Betlemme dove assisté alle funzioni liturgiche della nascita di Gesù. Ne rimase talmente colpito che, tornato in Italia, chiese a Papa Onorio III di poterle ripetere per il Natale successivo. Ma il Papa, essendo vietati dalla chiesa i drammi sacri, gli permise solo di celebrare la messa in una grotta naturale invece che in chiesa. Quando giunse la notte santa, accorsero dai dintorni contadini di Greccio e alcuni Frati che illuminarono la notte con le fiaccole. All'interno della grotta fu posta una greppia riempita di paglia e accanto vennero messi un asino e un bue. Francesco, che non era sacerdote, predicò per il popolo riunito. Pertanto non si tratta della realizzazione di un vero presepio (che é la rappresentazione tridimensionale, a tutto tondo, della nascita di Gesù, mediante un plastico e alcune statuine) ma piuttosto di una messa celebrata eccezionalmente in una grotta anziché in una chiesa.

Il primo presepe con personaggi a tutto tondo risalirebbe quindi al 1283, e fu opera di Arnolfo di Cambio che scolpì otto statuette in legno rappresentanti i personaggi della Natività ed i Magi. Tale presepe si trova ancora nella basilica romana di S. Maria Maggiore. Da allora e fino alla metà del 1400 gli artisti modellano statue di legno o terracotta che sistemano davanti a un fondale pitturato riproducente un paesaggio che fa da sfondo alla scena della Natività; il presepe è esposto all'interno delle chiese nel periodo natalizio. Culla di tale attività artistica fu la Toscana ma ben presto il presepe si diffuse nel regno di Napoli ad opera di Carlo III di Borbone e nel resto degli Stati italiani. Nel '600 e '700 gli artisti napoletani danno alla sacra rappresentazione un'impronta naturalistica inserendo la Natività nel paesaggio campano ricostruito in scorci di vita che vedono personaggi della nobiltà, della borghesia e del popolo rappresentati nelle loro occupazioni giornaliere o nei momenti di svago: nelle taverne a banchettare o impegnati in balli e serenate.
Ulteriore novità è la trasformazione delle statue in manichini di legno con arti in fil di ferro, per dare l'impressione del movimento, abbigliati con indumenti propri dell'epoca e muniti degli strumenti di svago o di lavoro tipici dei mestieri esercitati e tutti riprodotti con esattezza anche nei minimi particolari. Questo per dare verosimiglianza alla scena delimitata da costruzioni riproducenti luoghi tipici del paesaggio cittadino o campestre: mercati, taverne, abitazioni, casali, rovine di antichi templi pagani. A tali fastose composizioni davano il loro contributo artigiani vari e lavoranti delle stesse corti regie o la nobiltà, come attestano gli splendidi abiti ricamati che indossano i Re Magi o altri personaggi di spicco, spesso tessuti negli opifici reali di S. Leucio. In questo periodo si distinguono anche gli artisti liguri in particolare a Genova, e quelli siciliani che, in genere, si ispirano sia per la tecnica che per il realismo scenico, alla tradizione napoletana con alcune eccezioni come ad esempio l'uso della cera a Palermo e Siracusa o le terracotte dipinte a freddo di Savona e Albisola.

Sempre nel '700 si diffonde il presepio meccanico o di movimento che ha un illustre predecessore in quello costruito da Hans Schlottheim nel 1588 per Cristiano I di Sassonia. La diffusione a livello popolare si realizza pienamente nel '800 quando ogni famiglia in occasione del Natale costruisce un presepe in casa riproducendo la Natività secondo i canoni tradizionali con materiali - statuine in gesso o terracotta, carta pesta e altro - forniti da un fiorente artigianato.
In questo secolo si caratterizza l'arte presepiale della Puglia, specialmente a Lecce, per l'uso innovativo della cartapesta, policroma o trattata a fuoco, drappeggiata su uno scheletro di fil di ferro e stoppa. A Roma le famiglie importanti per censo e ricchezza gareggiavano tra loro nel farsi costruire i presepi più imponenti, ambientati nella stessa città o nella campagna romana, che permettevano di visitare ai concittadini e ai turisti. Famosi quello della famiglia Forti posto sulla sommità della Torre degli Anguillara, o della famiglia Buttarelli in via De' Genovesi riproducente Greccio e il presepe di S. Francesco o quello di Padre Bonelli nel Portico della Chiesa dei Santi XII Apostoli, parzialmente meccanico con la ricostruzione del lago di Tiberiade solcato dalle barche e delle città di Gerusalemme e Betlemme.
Oggi dopo l'affievolirsi della tradizione negli anni '60 e '70, causata anche dall'introduzione dell'albero di Natale, il presepe è tornato a fiorire grazie all'impegno di religiosi e privati che con associazioni come quelle degli Amici del Presepe, Musei tipo il Brembo di Dalmine di Bergamo, mostre, tipica quella dei 100 Presepi nelle Sale del Bramante di Roma; dell'Arena di Verona, rappresentazioni dal vivo come quelle della rievocazione del primo presepio di S. Francesco a Greccio e i presepi viventi di Rivisondoli in Abruzzo o Revine nel Veneto e soprattutto la produzione di artigiani presepisti, napoletani e siciliani in special modo, eredi delle scuole presepiali del passato, hanno ricondotto nelle case e nelle piazze d'Italia la Natività e tutti i personaggi della simbologia cristiana del presepe
        

Postato da: giacabi a 14:55 | link | commenti