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LA VERITA' E' IL DESTINO PER IL QUALE SIAMO STATI FATTI
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"La verità è il destino per il quale siamo stati fatti"
Ho
un ricordo ancora vivo – sono passati quarant’anni – dell’urlo di mia
madre di fronte al cadavere di mia sorella, morta improvvisamente perché
aveva voluto portare avanti una gravidanza a rischio: «Dottore, perché è
morta mia figlia?». Il medico non ha capito il significato della
domanda e le ha spiegato come era morta: per un embolo. Ma mia madre,
una donna del popolo e quasi analfabeta, poneva un’altra domanda:
«Perché una donna muore a trenta anni, per dare la vita ad un figlio che
vive sette giorni e poi muore a sua volta». Era la domanda sul destino
della vita, della vita di sua figlia, di quella del figlio di sua figlia
e di ogni uomo. Era una domanda che nasceva da quell’esigenza di cui è
costituito il cuore di ogni uomo, «esigenza clamorosa, indistruttibile e
sostanziale – l’avrei sentita definire poi da don Giussani – ad
affermare il significato di tutto» .
1. Ma la vita ha un destino?
Negli ultimi anni alcuni intellettuali in Italia si sono
affaticati nel dimostrare che questa, la domanda di mia madre, è una
domanda senza senso.
L’uomo non sarebbe altro che un animale prodottosi nel corso
di un’evoluzione che non risponde ad alcun disegno divino, né ad alcuna
finalità prestabilita. Il ruolo della specie cui apparteniamo non
sarebbe superiore a quello delle api o delle formiche o dei passeri,
cioè produrre e riprodursi.
A questa domanda, dunque, non ci sarebbe risposta e quindi
non avrebbe senso neanche porsela. E così sono stati liquidati in
maniera semplicistica i più grandi pensatori e poeti di tutta l’umanità
considerati come degli imbecilli che per tutta la vita si sono cimentati
con una domanda che sarebbe addirittura contro la ragione.
Dietro questa ostinata negazione di un senso, di una verità e
di un destino della vita c’è una paura – l’ha rivelata da tempo Gianni
Vattimo –, è la paura che «se c’è una natura vera delle cose, c’è anche
sempre un’autorità – il papa, il comitato centrale, lo scienziato
oggettivo, ecc. – che la conosce meglio di me e che può impormela anche
contro la mia volontà». Perché «a che altro serve insistere sulla
oggettività e la “datità” del vero, se non a garantire qualche autorità a
qualcuno?» .
Non ci sarebbe, dunque, altro fondamento delle leggi etiche e giuridiche se non il consenso sociale.
Oggi dietro la pretesa di equiparare le coppie di fatto,
etero ed omo- sessuali, alla famiglia fondata sul matrimonio si nasconde
la stessa paura: quella che si possa affermare la natura vera delle
cose e la stessa diffidenza nei confronti di chiunque e di qualunque
istituzione voglia difendere «l’oggettività e la “datità” del vero».
Don Carrón agli Esercizi della Fraternità di Comunione e
Liberazione di quest’anno, come esempio di questa mentalità, citava
Rorty, il quale afferma:
«Non
vi è niente di profondo in noi se non quello che noi stessi vi abbiamo
messo, nessun criterio che non sia stato creato da noi nel corso di una
pratica, nessun canone di razionalità che non si richiami a un tale
criterio, nessuna argomentazione rigorosa che non sia l’osservanza delle
nostre stesse convenzioni» .
Niente “dato”, dunque, – concludeva don Carrón – tutto “convenzione”.
Il
nichilismo, cioè la negazione che ci sia una verità e un destino della
realtà, è l’orizzonte teorico in cui si colloca e si giustifica la
nostra “civiltà dei consumi”, perché se la realtà non ha una sua verità e
neanche l’uomo possiede un suo destino, il consumare, assecondando
l’istinto del benessere, è l’unico rapporto che l’uomo può stabilire con
il reale.
Da
quest’atteggiamento, che vale per ogni rapporto, nasce quella
concezione per la quale le cose, il denaro, il sesso, l’amore e perfino
la vita propria e altrui diventano una proprietà gestita secondo il
modello dell’“usa e getta”.
«Proporvi, o imporvi, delle verità – scrivevano quest’anno
degli insegnanti di un liceo della mia città, Catania, a degli alunni
che avevano chiesto delle certezze per vivere per morire – è
integralismo, cioè barbarie, e pertanto questo atteggiamento non può
avere luogo nella scuola pubblica, cioè democratica e laica» .
Questa rinuncia della scuola pubblica, laica e democratica, a
proporre delle verità non è recente. Ricordo che quand’ero giovane
insegnante di Religione nello stesso Liceo mi sono dovuto opporre,
provocando uno scandalo generale, ad un Consiglio di classe, che si era
trovato unanime nella decisione di punire in modo esemplare un ragazzo e
una ragazza che erano stati sorpresi a baciarsi sullo scalone della
scuola, adducendo questa motivazione che chiedevo fosse messa a verbale:
«La scuola prima insegna
che la morale non è altro che una convenzione sociale e poi vuole punire
dei ragazzi che muoiono dalla voglia di baciarsi e che non avrebbero
dovuto farlo solo per rispettare una convenzione che domani potrebbe
cambiare [come di fatto è accaduto], magari quando loro non ne avranno
più né la voglia, né la capacità».
Il Preside, intelligente, avendo intuito che io volevo
rovesciare le parti e accusare loro di corruzione di minorenni, ha
subito sospeso la seduta, comminando ai quei ragazzi solo la minima
sanzione disciplinare.
Non ci si strappi le vesti poi, quando ci si trova – come
accade spesso ai nostri giorni – di fronte alla violenza dei giovani
contro se stessi e contro gli altri, né ci si affanni ipocritamente a
cercare spiegazioni altrove e a trovare affannosamente dei rimedi
efficaci.
L’unico rimedio serio sarebbe quello di impedire la
corruzione morale derivante da un simile argomentare, che si ammanta
arbitrariamente della dignità del pensiero “laico”. Ma il pensiero
veramente laico ha tutt’altra profondità e grandezza, come vedremo.
Ci
troviamo di fronte ad una dissoluzione dell’uomo caparbiamente
perpetrata – come diceva don Giussani – pur di non riconoscere che la
sua ragione è strutturalmente apertura al Mistero, grido e domanda di
significato e di verità, pur essendo questo «un cammino di ricerca,
umanamente interminabile»
2. La domanda sul destino della vita costituisce il cuore di ogni uomo
«Ma non ha ragione, non ha ragione il nichilista!», ha
gridato una volta don Giussani qui a Rimini agli universitari di
Comunione e Liberazione, perché è grande – Dio come è grande! – l’uomo,
il giovane, il ragazzo quando guarda la sua ragazza, mentre lei non lo
vede, perché sta andando via, la guarda e sente il meglio di sé venire a
galla: gli viene [...] un’adorazione. Giusto! Perché quel volto è il
simbolo di Colui che ci ha fatti per Sé, cioè per la felicità, che è la
bellezza come ha capito Leopardi nell’inno Alla sua donna, che è la
verità» .
Perché
non ha ragione, dunque, il nichilista? Perché egli andrebbe contro quel
meglio di sé che gli viene su dal suo cuore, cioè da quel complesso di
evidenze e di esigenze, che lo costituiscono strutturalmente e che gli
impediscono di dire che la sua ragazza è un niente; anzi lo spingono ad
una adorazione di quella misteriosa promessa che nella bellezza di lei
si rende presente.
Il cuore è ciò che Pirandello, un vero laico e mio conterraneo, in Uno, nessuno e centomila, chiama quel “punto
vivo” che è dentro di noi e che scatta quando qualcuno o qualcosa lo
provoca. Vitangelo Moscarda, che è un banchiere, provocato dal suo
amico, che proditoriamente lo accusa di essere un usuraio, e dalla
risata cinica con cui sua moglie commenta questa accusa, reagisce così:
«Ebbene, da quella risata mi sentii ferire all’improvviso
come non mi sarei mai aspettato che potesse accadermi in quel momento…:
ferire addentro in un punto vivo di me che non avrei saputo dire né che
né dove fosse; […] un “punto vivo” in me s’era sentito ferire così
addentro, che perdetti il lume degli occhi» .
E più avanti dice:
«Quel punto vivo che s’era sentito ferire in me… era Dio
senza alcun dubbio: Dio che s’era sentito ferire in me, Dio che in me
non poteva più tollerare che gli altri a Richieri mi tenessero in conto
d’usurajo». .
Don Giussani ha insistito per tutta la vita sull’importanza del cuore, di questo criterio oggettivo che abbiamo in noi:
«la
natura lancia l’uomo nell’universale paragone, dotandolo di quel nucleo
di esigenze originali, di quella esperienza elementare di cui tutte le
madri allo stesso modo dotano i loro figli» .
Questo è il criterio della verità ed il fondamento della nostra libertà:
«Se non si afferma la verità del nostro cuore, siamo preda
degli avvoltoi che dominano il mondo. Ogni uomo è avvoltoio verso
l’altro, rapinatore dell’altro; non solo i potenti, ma anche il compagno
può essere il rapinatore della tua anima, sfruttatore di te, può
tentare di strumentalizzarti. Non possiamo impedire questo, possiamo
fare una sola cosa: essere noi stessi, essere il nostro cuore» .
Benedetto XVI, quando era il professore Joseph Ratzinger, in una conferenza pubblicata nel 1972, citava una dichiarazione di Hitler che proclamava il suo proposito di distruggere il cuore di ogni uomo:
«Io
libero l’uomo dalla costrizione di uno spirito diventato scopo a se
stesso; dalle sporche ed umilianti autoafflizioni di una chimera
chiamata coscienza morale, e dalle pretese di una libertà a
autodeterminazione personale, di cui ben pochi sono all’altezza» .
Così Ratzinger la commentava:
«La
coscienza era per quest’uomo una chimera dalla quale l’uomo doveva
essere liberato; la libertà che egli prometteva doveva essere una
libertà dalla coscienza. […] La distruzione della coscienza è il vero
presupposto di una soggezione e di una signoria totalitaria. Dove vige
una coscienza, esiste anche una barriera al dominio dell’uomo sull’uomo e
all’arbitrio umano, qualcosa di sacro che rimane inattaccabile e che è
sempre sottratto all’arbitrio, sottraendosi ad ogni dispotismo proprio o
estraneo. Solo l’assolutezza della coscienza è l’opposto assoluto nei
riguardi della tirannide; solo il riconoscimento della sua inviolabilità
protegge l’uomo nei confronti dell’uomo e nei confronti di se stesso;
solo la sua signoria garantisce la libertà»
Il
nichilismo dunque, come negazione di questo criterio del vero e del
bene, di cui siamo dotati, sarebbe il principio di una vita disumana e
della legittimazione di ogni violenza dell’uomo sull’uomo.
Don Giussani, leggendo Nietzsche, ne ha mostrato tutta la contraddizione:
«“Un
giorno un viandante chiuse la porta dietro di sé e pianse. Poi disse:
questo ardente desiderio del vero, del reale, del non apparente, del
certo, come lo odio...”. Questa è la scelta che ha fatto l’uomo
contemporaneo: chiudere la porta alla speranza, all’impeto ideale che
gli alita alle spalle, acquattato in fondo al suo cuore, trasmessogli da
sua madre e da tutto ciò che lo anticipa nella storia: questo evidente
desiderio del vero, del reale, del certo.
L’uomo moderno se ne sente perseguitato come da un aguzzino
“tetro e appassionato”, e ad un tempo ammette di essere costituito dal
desiderio della verità, mentre si ribella alla natura del proprio cuore che è profezia di Dio» .
Dante ha stupendamente cantato nel Paradiso:
«Io veggio ben che già mai non si sazia
nostro intelletto, se ‘l ver non lo illustra,
di fuor dal qual nessun vero si spazia.
Posasi in esso come fera in lustra,
tosto che giunto l’ha; e giugner puollo:
se non, ciascun disio sarebbe frustra.
Nasce per quello, a guisa di rampollo,
a piè del vero il dubbio; ed è natura
ch’ al sommo pinge noi di collo in collo» .
Descrive così stupendamente l’esperienza umanissima (“io
veggio ben”) dell’esigenza costitutiva del nostro cuore della verità,
cui tende in tutto ciò che conosce, con la speranza fondata che essa ci
sia e che sia possibile trovarla (“e giugner puollo”), perché altrimenti
il nostro desiderio sarebbe un desiderio vano (“se non, ciascun disio
sarebbe frustra”). E l’uomo sarebbe – come è stato detto da Sartre – «una passione inutile» .
3. L’avvenimento della verità
L’uomo è dunque domanda di verità. A questa domanda la
realtà stessa si incarica di rispondere: la verità si lascia incontrare,
accade: essa è l’imporsi della realtà nella sua evidente presenza!
«La
verità – diceva don Giussani – è come la faccia di una bella donna, non
puoi non dire che è bella, non riesci! […] La verità è una cosa che si
impone inevitabilmente. Uno ha una frazione di istante per cui il cuore
si commuove»
Essa spalanca la coscienza e il cuore dell’uomo e gli fa ritrovare se stesso e la sua libertà. Essa semplicemente è.
Ancora
Luigi Pirandello, questo autore che non finisce mai di sorprendermi per
la sua apertura ad ogni aspetto dell’umano e per la sua capacità di
raccontare l’umana esperienza, nella novella Ciaula scopre la luna narra
di un garzone mezzo scemo, costretto a lavorare in una miniera di
zolfo, che una notte, portando il suo carico sulle spalle all’esterno di
essa, giunto allo stremo delle sue forze, perché «non aveva mai pensato
Ciàula che si potesse aver pietà del suo corpo, e non ci pensava neppur
ora», fece la “scoperta” della luna, della sua «chiaria», della sua
bellezza e in quell’avvenimento ritrovò se stesso, la sua umanità.
«La scala era così erta, che Ciàula, con la testa protesa e
schiacciata sotto il carico, pervenuto all’ultima svoltata, per quanto
spingesse gli occhi a guardare in su, non poteva veder la buca che
vaneggiava in alto. […]
Se ne accorse solo quando fu agli ultimi scalini. Dapprima,
quantunque gli paresse strano, pensò che fossero gli estremi barlumi del
giorno. Ma la chiaria cresceva, cresceva sempre più, come se il sole,
che egli aveva pur visto tramontare, fosse rispuntato.
Possibile?
Restò – appena sbucato all’aperto – sbalordito. Il carico
gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia; aprì le mani nere in
quella chiarità d’argento.
Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna.
Sì,
egli sapeva, sapeva che cos’era; ma come tante cose si sanno, a cui non
si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo
ci fosse la Luna?
Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva.
Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca.
Eccola, eccola là, eccola là, la Luna... C’era la Luna! la Luna!
E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo,
dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla
scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo
di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava,
ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più
stanco, nella notte ora piena del suo stupore» .
È una documentazione suggestiva di quanto scrive don Giussani ne Il senso religioso:
«Lo
stupore, la meraviglia di questa realtà che mi si impone, di questa
presenza che mi investe, è all’origine dell’umana coscienza» .
4. L’avvenimento cristiano.
Ma la persona umana, diceva ancora don Giussani, ha il potere di «fare i capricci di fronte all’essere».
«Il capriccio […] dell’uomo di fronte all’essere è un odio a
se stesso e al proprio destino. […] Solo qui si rivela la cattiveria
dell’uomo» .
La bellezza del mondo e la grandezza del nostro desiderio
non vengono sempre accolti come una testimonianza convincente di Dio.
«È
questa carenza atroce – diceva don Giussani – che si nota in voi, come
giovani di oggi, questa carenza tremenda di stupore di fronte alla
bellezza, di capacità recettiva della bellezza. L’esito che invece vi
colpisce è quello che provoca una pura reattività. L’esito con cui le
cose vi raggiungono è quello di una reattività: vi provocano una
reattività e vi bloccano in voi stessi, così che ogni cosa che vi viene
davanti è da usare per voi stessi, strumentalizzare» .
Incapaci, dunque di stupore, resistiamo all’estasi, cui tende a portarci la realtà.
Solo nell’esperienza di un grande amore diviene possibile
superare questo capriccio di fronte all’essere, questo blocco nella
reattività, che alla fine diviene odio a se stessi perché è odio al
proprio destino. È in un rapporto, nel quale ci sentiamo affermati più
di quanto non riusciamo a fare da noi stessi che rinasce l’amore e la
stima per la realtà, a partire da quella per la nostra persona, e la
certezza di un destino buono per la nostra vita e per il tutto.
L’uomo
ha bisogno di rapporti nei quali il male proprio e quello del mondo non
riesce ad insinuare il sospetto di poter essere fregato, perchè in essi
si rende manifesta tutta la bontà della realtà e la sua convenienza. È
un’esperienza che noi abbiamo fatto e che tutti desidereremmo fare,
anche se pensiamo che sia impossibile e perciò vi abbiamo rinunciato.
Tommaso d’Aquino ha scritto pagine mirabili su questo argomento, quando ha affermato che
all’uomo, che tende a Dio come al proprio destino, fu necessario che
Dio stesso si facesse uomo per indurlo ad amarlo. Infatti
«nulla ci conduce talmente ad amare qualcuno quanto
l’esperienza del suo amore per noi. Così l’amore di Dio verso l’uomo non
si sarebbe potuto dimostrare in modo più efficace che con il fatto che
Egli abbia voluto unirsi all’uomo in persona: è, infatti, proprio
dell’amore unire l’amante con l’amato fino a quanto è possibile» .
Quasi
riprendendo queste parole, Benedetto XVI, rivolgendosi l’anno scorso a
Verona a tutta la Chiesa italiana, ricordava come oggi è più che mai
necessario che attraverso
la testimonianza dei cristiani emerga «soprattutto quel grande “sì” che
in Gesù Cristo Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano,
alla nostra libertà e alla nostra intelligenza; come, pertanto, la fede
nel Dio dal volto umano porti la gioia nel mondo».
Questa è la risposta della Chiesa allo scetticismo del mondo.
Cristo è vivo e presente nella sua Chiesa. In forza di
questa sua contemporaneità egli si accompagna a noi ed è possibile
incontrarlo anche oggi.
L’incontro
con Lui dà alla vita l’orizzonte e la direzione decisiva perché Egli è
la verità che l’uomo cerca: la verità è un uomo! E l’uomo, quando
l’incontra, può riconoscerla – come diceva don Giussani – per
l’esperienza di corrispondenza con il proprio cuore, cioè di
«soddisfazione all’esigenza di totale comprensione della realtà per cui
tutta l’umana coscienza vibra» .
Per descrivere efficacemente questa esperienza di
corrispondenza e di soddisfazione don Giussani in Perché la Chiesa si è
servito della finale della grande opera di René Grousset, Bilancio della
storia, la cui lettura consigliava già ai primi giessini.
Questo autore, concludendo il suo bilancio sintetico della storia dell’umanità afferma: «Quanto
alla storia umana, quale storico, giudicando dall’alto, oserà guardarla
senza spavento?» E ci trasmette il suo inquietante interrogativo: «Ma
se, al termine di tanta angoscia, non vi è effettivamente che la
tomba?».
«È allora che l’ultimo uomo, nell’ultima sera dell’umanità,
senza speranza – lui – di resurrezione, potrà emettere a sua volta il
grido più tragico che abbia mai attraversato i secoli: “Elì, Elì, lemà
sabactàni”? A questo grido noi cristiani sappiamo la risposta che, da
tutta l’eternità, aveva dato l’Eterno. Sappiamo che il martirio
dell’Uomo-Dio era solo per ricondurlo alla destra del Padre e, con lui,
tutta l’umanità riscattata da lui. Sappiamo
e abbiamo appena constato che al di fuori della soluzione cristiana […]
ormai non ve n’è più altra, intendo soluzione accettabile per la
ragione e per il cuore».
«Accettabile [commenta don Giussani] perché l’umanità intera
è ricapitolata in Cristo, senza tagli arbitrari, senza censure e
dimenticanze» .
Parlando nel 1983 ad una televisione svizzera, don Giussani era tornato su questo tema:
«Quello
che persuade me come credente è soprattutto una sfida che il punto di
vista della fede lancia a tutti gli uomini. Quale punto di vista, ma
diciamo il termine scientifico, quale ipotesi di lavoro colloca in una
posizione tale da abbracciare, senza dimenticare e rinnegare nulla,
tutti i fattori che compongono, che tramano l’esperienza? Vale a dire, è
un realismo ultimo quello che giustifica l’ipotesi della fede».
Dobbiamo
riconoscere, infatti, che solo in Cristo si manifesta pienamente il
destino dell’uomo e della storia in modo totalmente corrispondente, e
quindi accettabile, alla ragione e al cuore. Egli solo è la parola
definitiva sulla vita e sulla morte, sul significato del mondo e della
storia, la risposta a quella esigenza profonda di verità e di giustizia
che costituisce il cuore dell’uomo.
Solo
nell’avvenimento dell’incontro con Lui – diceva ancora il Papa a Verona
– può rinascere la «grande domanda» sull’origine e il destino
dell’universo, sul Logos creatore e diventa «di nuovo possibile
allargare gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi
questioni del vero e del bene». Infatti, è solo di fronte alla risposta
che si riapre e si chiarifica la domanda.
5. La bellezza cristiana è lo splendore della verità
«L’uomo
riconosce la verità di sé attraverso l’esperienza della bellezza,
attraverso l’esperienza di gusto, attraverso l’esperienza di
corrispondenza, attraverso l’esperienza di attrattiva che essa suscita,
una attrattiva e una corrispondenza totale» .
È della bellezza cristiana, dunque, dell’attrattiva e dello
splendore che la verità assume nell’incontro cristiano, che l’uomo di
oggi ha più che mai bisogno perché, come affermava il Papa stesso,
quand’era ancora il cardinale Ratzinger, nel suo messaggio per la XXIII
edizione di questo Meeting,
«la bellezza ferisce, ma proprio così essa richiama l’uomo al suo Destino ultimo».
Ma riconosceva:
«La paura che […] la menzogna, ciò che è brutto e volgare
costituiscano la vera “realtà”, ha angosciato gli uomini del nostro
tempo. Nel presente ha trovato espressione nell’affermazione secondo cui
dopo Auschwitz non si sarebbe più potuto parlare di un Dio buono. Ci si
domanda: dov’era finito Dio quando funzionavano i forni crematori?» .
È
necessaria, dunque, una bellezza che regga di fronte all’urlo di mia
madre che chiede perché possa accadere che sua figlia muoia a trent’anni
per dare la vita ad un figlio che a sua volta muore dopo pochi giorni. È
necessaria una bellezza che renda accettabile la vita e la morte, la
gioia e il dolore, la realtà insomma, così come l’uomo ne fa esperienza.
Solo nel Volto del Crocifisso appare l’autentica e credibile
bellezza, solo nel Crocifisso c’è, infatti, un destino o un Dio
credibile anche da mia madre. A questa bellezza, infatti, dopo aver
lottato una vita intera con il Mistero come Giacobbe con l’Angelo, essa,
sorridente, si è affidata nell’atto della sua morte. A tutti quelli che
venivano a visitarla, quando era già alla fine, chiedeva: «Tu verrai
alla mia festa?». Alludeva al suo funerale.
Per questo nel suo messaggio Ratzinger poteva dire:
«Nella
passione di Cristo […] l’esperienza del bello ha ricevuto una nuova
profondità, un nuovo realismo [è la stessa parola che aveva usato don
Giussani nell’83]. Colui che è la Bellezza stessa si è lasciato colpire
in volto, sputare addosso, incoronare di spine – la Sacra Sindone di
Torino può farci immaginare tutto questo in maniera toccante. Ma proprio
in questo Volto così sfigurato appare l’autentica, estrema bellezza: la
bellezza dell’amore che arriva “sino alla fine” e che, appunto in
questo, si rivela più forte della menzogna e della violenza. Chi ha
percepito questa bellezza sa che proprio la verità, e non la menzogna, è
l’ultima istanza del mondo. Non la menzogna è “vera”, bensì proprio la
verità. […] Tuttavia essa pone come condizione che noi ci lasciamo
ferire insieme a lui e crediamo nell’Amore, che può rischiare di deporre
la bellezza esteriore per annunciare, proprio in questo modo, la verità
della bellezza» .
E ancora:
«Nulla
ci può portare di più a contatto con la bellezza di Cristo stesso che
il mondo bello creato dalla fede e la luce che risplende sul volto dei
Santi, attraverso la quale diventa visibile la Sua propria luce» .
Della bellezza di Cristo si fa esperienza nella Chiesa, cioè
nel mondo bello creato dalla fede e dalla luce che risplende sul volto
dei Santi.
Noi ne sappiamo qualcosa: l’abbiamo vista nel volto di don Giussani.
lunedì 20 agosto 2007
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