CONSULTA L'INDICE PUOI TROVARE OLTRE 4000 ARTICOLI

su santi,filosofi,poeti,scrittori,scienziati etc. che ti aiutano a comprendere la bellezza e la ragionevolezza del cristianesimo


Visualizzazione post con etichetta islam. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta islam. Mostra tutti i post

venerdì 6 marzo 2026

l'Islam è la causa principale della decadenza

: "Dopo aver studiato moltissimo il Corano, la convinzione a cui sono pervenuto è che nel complesso vi siano state nel mondo poche religioni altrettanto letali per l'uomo di quella di Maometto. A quanto vedo, l'Islam è la causa principale della decadenza oggi così evidente nel mondo musulmano, e, benché sia meno assurdo del politeismo degli antichi, le sue tendenze sociali e politiche sono secondo me più pericolose. Per questo, rispetto al paganesimo, considero l'Islam una forma di decadenza anziché una forma di progresso".

Tocqueville lettera del 1843 

giovedì 27 giugno 2024

L'Islam

 "L'Islam ebbe una grande cultura solo quando, nella loro cavalcata conquistatrice, i suoi Califfi incontrarono la cultura greca, quella egiziana e quella ebraica. Ma questo risale a Averroè e Avicenna, cioè a mille anni fa pressappoco. Da allora l'atteggiamento dell'Islam verso la cultura è sempre rimasto quello del famoso Califfo che, quando gli chiesero cosa dovevano fare della grande biblioteca di Alessandria da lui conquistata, rispose: "Se tutti quei libri dicono ciò che dice il Corano, sono inutili. Se dicono cose diverse, sono dannosi. Nell'un caso e nell'altro, meglio bruciarli". [...]. L'Islam è una religione di analfabeti, in cui la cultura è monopolio degli Ulema, che sanno solo di Corano e passano la vita a indagarne i misteri (che non ci sono). Mi citi un'opera d'arte e di pensiero islamica degli ultimi due o trecent'anni"


Indro Montanelli

mercoledì 1 novembre 2023

L'islam

 “… Ha ragione Rod Dreher a parlare dell’“apocalisse del 7 ottobre”. E se c’era un grande pensatore esperto di apocalisse e religione, quello era René Girard, di cui gran parte degli scritti sull’attualità sono sconosciuti in Italia.


“Se quando cadde il Muro di Berlino aveste detto che quindici anni dopo la situazione sarebbe tornata a una opposizione tra due forze e che una di queste forze si sarebbe chiamata ‘Islam’, la gente vi avrebbe riso in faccia” disse il grande antropologo cattolico francese a Le Monde. “La forza e allo stesso tempo la debolezza dell’Occidente è che non crede più ai suoi capri espiatori. L'Islam è segretamente minato dal risentimento”.


E sempre a Le Monde, Girard disse: “L'Islam ha un rapporto con la morte che mi convince ulteriormente che questa religione non ha nulla a che fare con i miti arcaici. L'Islam è una religione del sacrificio e, applicato all’inizio del XXI secolo, un modello del genere mi lascia senza parole. Ciò che mi colpisce della storia dell'Islam è la velocità della sua diffusione. È la conquista militare più straordinaria di tutti i tempi. I barbari si erano fusi nelle società che avevano conquistato, l’Islam è rimasto com’era e ha convertito le popolazioni di due terzi del Mediterraneo”.


Non possiamo comprendere il 7 ottobre se non scendiamo nel campo teologico: il capro espiatorio, il sacrificio, il desiderio dell’Islam di essere l’ultima vera religione. Abbiamo un grosso problema con l’Islam. Non può essere negato. È davanti a noi, nelle strade, con vaste folle di musulmani e alleati non musulmani che chiedono la morte degli ebrei. Non i “diritti dei palestinesi”, ma l’assassinio degli ebrei. E dei cristiani.


In Congo, gli islamisti hanno ucciso i cattolici anche nei letti d'ospedale. In Burkina Faso hanno fatto strage ai battesimi. In Camerun, hanno tagliato le orecchie alle donne cristiane. In Mozambico decapitano anche i bambini. In Nigeria fanno a pezzi i cristiani con il machete e strangolano le bambine con la catenina della croce. Hanno bruciato viva Deborah Samuel, una studentessa cristiana, per “offesa all’Islam”. Amadou, un giovane del villaggio del Burkina Faso sopravvissuto a un massacro che ha provocato la morte di 160 persone, ha raccontato a France 24: “Li ho visti arrivare sulle moto. Ce n'erano più di cento, così tanti che non riuscivo a contarli. Hanno ucciso un bambino che non stava ancora gattonando”. Isaac Achi, un sacerdote cattolico, è stato bruciato vivo nella sua casa in Nigeria, dove, come ha raccontato un testimone, “donne e bambini sono macellati come montoni”. O la coppia di cristiani bruciata viva in una fornace in Pakistan. O i 12 bambini cristiani bruciati vivi a Jos, sempre in Nigeria.

Questi cristiani avevano forse “occupato” qualche terra?

…”


https://open.sub6stack.com/pub/meotti/p/il-giorno-in-cui-linferno-della-jihad

giovedì 16 gennaio 2020

Un Cappuccino e un cornetto…

Un Cappuccino e un cornetto…

Quando nel 1683 gli Ussari Alati di Giovanni Sobiewski, re di Polonia, liberarono Vienna dall’assedio degli ottomani, uno dei personaggi più festeggiati della città fu il frate cappuccino Marco d’Aviano, che tanto si era prodigato nella lotta contro gli infedeli e nel soccorso dei feriti e degli infermi.
Il frate frequentava la bottega di Georg Michaelowitz, dove si beveva una bevanda, allora sconosciuta in Europa, preparata con i chicchi del caffè trovati nell’accampamento abbandonato dai turchi. Sorbitane un sorso la trovò troppo forte e chiese un po’ di latte per renderla più gradevole: gli altri avventori lo imitarono subito e siccome la miscela aveva lo stesso colore del saio del prete, la chiamarono “cappuccino”.
Sempre in quei giorni, un pasticciere viennese, per festeggiare la vittoria sugli ottomani, inventò un dolce a forma di mezzaluna. Lo chiamò croissant (“luna crescente” o “mezzaluna”), ma noi lo conosciamo come cornetto.

Post tratto dal gruppo Focus Storia Wars - Storia Militare,

sabato 6 aprile 2019

SIAMO AL DISASTRO PERCHÉ CI SIAMO ILLUSI DI INTEGRARE L'ISLAM

"SIAMO AL DISASTRO PERCHÉ CI SIAMO ILLUSI DI INTEGRARE L'ISLAM"
Giovanni Sartori 

Ieri è morto il professor Giovanni Sartori considerato tra i massimi esperti di scienza politica a livello internazionale. Riporto una sua intervista di un anno fa molto schietta e più che mai attuale. Non condivido tutto, ma credo sia utile ad una riflessione comune su temi approfonditi da uno studioso del campo . 

Professore su queste parole [immigrazione, Islam, Europa] si gioca il nostro futuro.

«Su queste parole si dicono molte sciocchezze».

Su queste parole, in Francia, intellettuali di sinistra ora cominciano a parlare come la destra. Dicono che il multiculturalismo è fallito, che i flussi migratori dai Paesi musulmani sono insostenibili, che l'Islam non può integrarsi con l'Europa democratica...

«Sono cose che dico da decenni».

Anche lei parla come la destra?
«Non mi importa nulla di destra e sinistra, a me importa il buonsenso. Io parlo per esperienza delle cose, perché studio questi argomenti da tanti anni, perché provo a capire i meccanismi politici, etici e economici che regolano i rapporti tra Islam e Europa, per proporre soluzioni al disastro in cui ci siamo cacciati».

Quale disastro?

«Illudersi che si possa integrare pacificamente un'ampia comunità musulmana, fedele a un monoteismo teocratico che non accetta di distinguere il potere politico da quello religioso, con la società occidentale democratica. Su questo equivoco si è scatenata la guerra in cui siamo».

Perché?

«Perché l'Islam che negli ultimi venti-trent'anni si è risvegliato in forma acuta - infiammato, pronto a farsi esplodere e assistito da nuove tecnologie sempre più pericolose - è un Islam incapace di evolversi. È un monoteismo teocratico fermo al nostro Medioevo. Ed è un Islam incompatibile con il monoteismo occidentale. Per molto tempo, dalla battaglia di Vienna in poi, queste due realtà si sono ignorate. Ora si scontrano di nuovo».

Perché non possono convivere?

«Perché le società libere, come l'Occidente, sono fondate sulla democrazia, cioè sulla sovranità popolare. L'Islam invece si fonda sulla sovranità di Allah. E se i musulmani pretendono di applicare tale principio nei Paesi occidentali il conflitto è inevitabile».

Sta dicendo che l'integrazione per l'islamico è impossibile?

«Sto dicendo che dal 630 d.C. in avanti la Storia non ricorda casi in cui l'integrazione di islamici all'interno di società non-islamiche sia riuscita. Pensi all'India o all'Indonesia».

Quindi se nei loro Paesi i musulmani vivono sotto la sovranità di Allah va tutto bene, se invece...

«...se invece l'immigrato arriva da noi e continua ad accettare tale principio e a rifiutare i nostri valori etico-politici significa che non potrà mai integrarsi. Infatti in Inghilterra e Francia ci ritroviamo una terza generazione di giovani islamici più fanatici e incattiviti che mai».

Ma il multiculturalismo...

«Cos'è il multiculturalismo? Cosa significa? Il multiculturalismo non esiste. La sinistra che brandisce la parola multiculturalismo non sa cosa sia l'Islam, fa discorsi da ignoranti. Ci pensi. I cinesi continuano a essere cinesi anche dopo duemila anni, e convivono tranquillamente con le loro tradizioni e usanze nelle nostre città. Così gli ebrei. Ma i musulmani no. Nel privato possono e devono continuare a professare la propria religione, ma politicamente devono accettare la nostra regola della sovranità popolare, altrimenti devono andarsene».

Se la sente un benpensante di sinistra le dà dello xenofobo.

«La sinistra è vergognosa. Non ha il coraggio di affrontare il problema. Ha perso la sua ideologia e per fare la sua bella figura progressista si aggrappa alla causa deleteria delle porte aperte a tutti. La solidarietà va bene. Ma non basta».

Cosa serve?

«Regole. L'immigrazione verso l'Europa ha numeri insostenibili. Chi entra, chiunque sia, deve avere un visto, documenti regolari, un'identità certa. I clandestini, come persone che vivono in un Paese illegalmente, devono essere espulsi. E chi rimane non può avere diritto di voto, altrimenti i musulmani fondano un partito politico e con i loro tassi di natalità micidiali fra 30 anni hanno la maggioranza assoluta. E noi ci troviamo a vivere sotto la legge di Allah. Ho vissuto trent'anni negli Usa. Avevo tutti i diritti, non quello di voto. E stavo benissimo».

E gli sbarchi massicci di immigrati sulle nostre coste?

«Ogni emergenza ha diversi stadi di crisi. Ora siamo all'ultimo, lo stadio della guerra - noi siamo gli aggrediti, sia chiaro - e in guerra ci si difende con tutte le armi a disposizione, dai droni ai siluramenti».

Cosa sta dicendo?

«Sto dicendo che nello stadio di guerra non si rispettano le acque territoriali. Si mandano gli aerei verso le coste libiche e si affondano i barconi prima che partano. Ovviamente senza la gente sopra. È l'unico deterrente all'assalto all'Europa. Due-tre affondamenti e rinunceranno. Così se vogliono entrare in Europa saranno costretti a cercare altre vie ordinarie, più controllabili».

Se la sente uno di quegli intellettuali per i quali la colpa è sempre dell'Occidente...

«Intellettuali stupidi e autolesionisti. Lo so anch'io che l'Inquisizione è stata un orrore. Ma quella fase di fanatismo l'Occidente l'ha superata da secoli. L'Islam no. L'Islam non ha capacità di evoluzione. È, e sarà sempre, ciò che era dieci secoli fa. È un mondo immobile, che non è mai entrato nella società industriale. Neppure i Paesi più ricchi, come l'Arabia Saudita. Hanno il petrolio e tantissimi soldi, ma non fabbricano nulla, acquistano da fuori qualsiasi prodotto finito. Il simbolo della loro civiltà, infatti, non è l'industria, ma il mercato, il suq».

Si dice che il contatto tra civiltà diverse sia un arricchimento per entrambe.

«Se c'è rispetto reciproco e la volontà di convivere sì. Altrimenti non è un arricchimento, è una guerra. Guerra dove l'arma più potente è quella demografica, tutta a loro favore».

E l'Europa cosa fa?

«L'Europa non esiste. Non si è mai visto un edificio politico più stupido di questa Europa. È un mostro. Non è neppure in grado di fermare l'immigrazione di persone che lavorano al 10 per cento del costo della manodopera europea, devastando l'economia continentale. Non è questa la mia Europa».

Qual è la sua Europa?

«Un'Europa confederale, composta solo dai primi sei/sette stati membri, il cui presidente dev'essere anche capo della Banca europea così da avere sia il potere politico sia quello economico-finanziario, e una sola Suprema corte come negli Usa. L'Europa di Bruxelles con 28 Paesi e 28 lingue diverse è un'entità morta. Un'Europa che vuole estendersi fino all'Ucraina... Ridicolo. Non sa neanche difenderci dal fanatismo islamico».

Come finirà con l'Islam?

«Quando si arriva all'uomo-bomba, al martire per la fede che si fa esplodere in mezzo ai civili, significa che lo scontro è arrivato all'entità massima».

* * *

“Giuridicamente parlando, la cittadinanza italiana è fondata sullo ius sanguinis: siamo cittadini italiani se siamo nati in Italia da cittadini italiani”.

Lo ius soli, la “soluzione opposta”, prevede che “si diventa cittadini del Paese nel quale entriamo e ci insediamo”. Una soluzione adottata storicamente, ricorda, “dai Paesi sotto-popolati”, che “adottano lo ius soli perché hanno bisogno di popolazione”. Per Sartori la “distinzione in questione è logica e storicamente giustificata”. Secondo le statistiche “i Paesi che adottano il criterio dello ius sanguinis sono ancora una maggioranza. Ma molti Paesi – sottolinea – sono oggi piccole isole sperdute nei vari oceani”.

 “Lo ius soli è un errore gravissimo.  Sarebbe un disastro in un paese con altissima disoccupazione. Aumenterebbe le file dei lavoratori sottopagati e la delinquenza per le strade.  Io non sono mai stato di destra ma non sto con una sinistra che pensa a quote riservate agli immigrati nella società. Siamo alla demenza. La gente ormai ha paura ad uscire la sera e si vuole favorire la negritudine come in Francia. Ma noi possiamo farne a meno”. 

“Tutti meticci? Mai” – Sartori ricorda poi alla Kyenge che “integrare non è lo stesso che assimilare, e che la integrazione in questione è soltanto l’integrazione etico-politica”. Per esempio, “per i musulmani tutto è deciso dal volere di Allah, dal volere di Dio. Qui il potere discende soltanto dall’alto. Per le nostre democrazie, invece, il potere deriva dalla volontà popolare, e quindi nasce dal basso, deve essere legittimato dal demos”. Infine l’ultima bordata: “L’ex ministro Kyenge ha dichiarato che siamo tutti meticci. Si sbaglia. Qualsiasi buon dizionario glielo può spiegare”.

http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2017/04/siamo-al-disastro-perche-ci-siamo_5.html?m=1

domenica 23 aprile 2017

Il perdono della vedova copta sconvolge i musulmani

2-04-2017 Il perdono della vedova copta sconvolge i musulmani 
di Benedetta Frigerio
Martiri copti

Dodici secondi di silenzio sono quelli dove si è fatto spazio ad una presenza imponente come raramente accade in televisione. Dodici secondi che in una trasmissione tv ((QUI IL VIDEO)) paiono un’eternità ma nel senso letterale del termine. Perché è di questa natura, eterna, la sostanza dello squarcio di luce aperto dalla testimonianza di una cristiana copta intervistata da un’emittente araba che ha ammutolito il conduttore.

"VI PERDONO, CREDETEMI!" - In studio c’era Amr Adeeb, uno dei giornalisti musulmani più noti in Egitto, che ascoltava una sua collega inviata ad Alessandria mentre intervistava la moglie vedova Di Naseem Faheem, custode della cattedrale di Alessandria, in cui un attentato islamista ha ucciso i cristiani riuniti per celebrare la Messa la domenica delle Palme. Faheem aveva bloccato prima dell’entrata in Chiesa il kamikaze, che si era fatto quindi esplodere vicino a lui, riducendo così il numero delle vittime. La moglie intervistata sull’accaduto risponde letteralmente così: Non sono arrabbiata con chi ha compiuto questo gesto, voglio dirglielo: possa Dio perdonarti. Non sei nel giusto, figlio mio, credimi, non la pensi nel modo giusto. Credimi non sono arrabbiata. Lui ora non c’è più, è morto. E io chiedo a Dio di perdonarli e di aiutarli a ravvedersi. Pensateci! Pensateci! Credetemi, se ci pensassero capirebbero che non abbiamo fatto nulla di male a loro. Pensateci ancora, cosa state facendo, è giusto o sbagliato? Ripensateci ancora. Possa Dio perdonarvi e noi anche vi perdoniamo. Credetemi, vi perdono. Avete portato mio marito in un posto che non avrei mai potuto nemmeno sognare. Credetemi, sono orgogliosa di lui. E avrei voluto essere lì al suo fianco, credetemi, e ringrazio”.

LA STESSA ANSIA DI CRISTO - E’ così che di fronte a una donna che ha l’ansia del perdono e delle salvezza delle anime degli aguzzini del marito (la stessa ansia che aveva Cristo in croce) e che aspira alla stessa sorte, che Adeeb ha taciuto per dodici secondi. Dopodiché ha preso fiato e ha commentato di getto così: “I cristiani egiziani sono fatti d’acciaio!”. E ancora: “I cristiani egiziani da 100 anni sopportano atrocità e disastri, i cristiani egiziani amano profondamente questo paese. I cristiani egiziani sopportano di tutto per la salvezza di questa nazione”. Ma, soprattutto, ha esclamato il giornalista profondamente colpito: “Oh, ma quanto è grande la quantità di perdono che avete? Se i vostri nemici sapessero la quantità di perdono che avete per loro, non ci crederebbero”. Anche perché, ha ammesso il musulmano, “se fosse stato mio padre, non avrei mai potuto dirlo. Questa gente ha così tanto perdono…questa è la loro fede, la loro religione”. E, poi, quasi ammettendo che non può che esserci qualcosa di sovrannaturale Adeeb, come totalmente coinvolto dalle immagini viste e dalle parole sentite, continua: “Questa gente è fatta di una sostanza diversa! Possa Dio avere compassione di Naseem che è un eroe, un martire e un grande esempio per tutti noi, per tutti coloro che stanno seduti e criticano questo paese per come stanno andando le cose”. Infatti, constatando che questa è la vera forza del paese, ha sottolineato: “Il paese va avanti con la pazienza, con la perseveranza e la resistenza di questa grande donna e dei suoi figli, in cui vive ancora il loro padre, cresciuti per essere veri uomini!”. Anche uno dei figli a ridosso dell’attentato aveva ringraziato pubblicamente Dio per il dono di un padre martire, soprattutto per via della nascita imminente del figlio che avrebbe potuto ricevere così la testimonianza di fede di un nonno morto per Cristo.

COME I PRIMI MARTIRI - La potenza del martirio è esattamente identica a quella della crocifissione di Cristo e dei primi martiri morti con il sorriso sulla bocca e che 2000 anni fa convertì migliaia di persone. Non solo i nemici dei cristiani, non solo i musulmani oggi, ma ora persino i cattolici occidentali che, pur praticanti e convinti che esista il paradiso, sentono la coscienza della Chiesa copta come un richiamo poderoso alla propria debole fede e alla necessità di domandarla a Dio. Insieme al richiamo, la letizia per la speranza che la Chiesa sarà salvata dal sacrificio di questi fratelli.




sabato 20 agosto 2016

l consigliere di Ratzinger attacca: "Vi spiego il ricatto islamista"


Il consigliere di Ratzinger 

attacca: "Vi spiego il ricatto 

islamista"

***


Samir Khalil Samir, islamologo e consigliere di Benedetto XVI per i rapporti con l'islam, analizza il ricatto islamista contro l'Europa cristiana


"Le città sono già occupate". Dagli islamici, dall'islam radicale. Non usa mezzi terminiSamir Khalil Samir, islamologo e consigliere di Benedetto XIV per i rapporti con l'islam. In un lungo articolo pubblicato oggi sul Foglio, il docente al Pontificio Istituto Orientale di Roma, analizza senza peli sulla lingua la realtà e il ricatto dell'islam all'Europa cristiana.
"Le città sono già occupate - scrive - gli immigrati vanno a stabilirsi attorno alla città e la conseguenza più banale è che si formano dei quartieri abitati solo da immigrati". Così si formano le Molenbeek di tutta Europa. Quartieri dove la sharia diventa legge. E dove i musulmani la fanno da padroni. Si radicalizzano, fanno proselitismo. E l'Europa, gli Stati restano a guardare. Il motivo, spiega Samir, è che gli occidentali non hanno capito che "l'Islam non è una religione nel senso cristiano della parola". "Per noi la religione è un rapporto personale tra me e Dio - aggiunge - nel sistema islamico, la religione è tutto. È un progetto globale: spirituale, sociale, intellettuale, familistico, economico, politico e militare. Include il modo di mangiare, di vestirsi, di stare con gli altri, di vivere. L'islam entra in ogni cosa".
Questo sistema è quello "wahabita, salafita o dei fratelli musulmani. Tutti vanno nella stella linea, e cioè di imporre un modo di essere musulmano. E questo determina che un quartiere, una città, o un paese intero divenga sempre più diretto da questo gruppuscolo che ha un progetto chiaro e determinato, nonché spesso finanziato dai ricchi paesi petroliferi". Per riuscire a conquistare le città italiane c'è bisogno di una moschea. E così la mettono al centro del loro progetto. La pretendono dalle autorità statali. E fanno di tutto per farsela concedere. Fanno preghiere in piazza, occupano le strade per invocare Allah. Quando la ottengono, poi, la trasformano in un centro di propaganda islamista con "volumi fatti a mero scopo propagandistico". Il problema - sentenzia l'ex consigliere di Ratzinger - "è che gli europei pensano che una moschea sia come una chiesa. Ma nella chiesa si prega, non si fa politica".
Ecco quindi la differenza tra cristianesimo e islam: il primo "dice la sua, ma non ha la possibilità di fare pressione sulla gente"; il secondo, invece, permea tutta la vita degli aderenti alla comunità. "C'è una sorta di ricatto, uno scambio: usano tutto a fini politici": come le proteste per le moschee troppo piccole, o il fatto che lo Stato non dia la stessa dignità al cristianesimo e all'islam. Ma è un ricatto. Il ricatto islamista. "La verità - scrive Semir - è che siamo incoscienti: se si impedisce di occupare le strade, passa l'idea che si sia anti-musulmani. Invece è solo una norma di buon senso. Gli islamisti, i fondamentalisti islamici usano tutti i mezzi per imporsi". "I gruppi radicali - continua - hanno come scopo principale di diffondere la loro visione dell'islam, perché per loro è quello l'autentico islam. Di conseguenza questi quartieri che un tempo erano misti, diventano quartieri musulmani radicali".
Infine, il consigliere di Ratzinger smonta la retorica buonista: "Lo Stato - scrive - deve spiegare agli immigrati che ci sono delle condizioni necessarie da rispettare, prima di tutte la necessità d'imparare la lingua nazionale (...) e che ci si comporta non solo secondo le leggi, ma anche secondo le norme e le usanze delle nostre società". Poi aggiunge: "È banale ricondurre l'ondata integralista nelle banlieue a problemi socio-economici. Riflettiamo sulla disoccupazione: sono disoccupati perché non hanno imparato un mestiere in modo corretto, in modo da essere ricercati e non rigettati".
Ecco perché non bisogna piegarsi al ricatto islamico. Non bisogna cedere. Nei musulmani c'è la "volontà di marginalizzarsi. Bisogna confrontarsi con un fatto chiaro: l'Europeo è diverso dal musulmano nella sua mentalità. La causa di ciò non è lo Stato: la causa sono io, musulmano, che rifiuto l'integrazione in nome della fede".

giovedì 28 luglio 2016

Cosa pensava S.Francesco sei musulmani

Il Sultano d'Egitto sottopose a Francesco D'Assisi un'altra questione: "II vostro Signore insegna nei Vangeli che voi non dovete rendere male per male, e non dovete rifiutare neppure il mantello a chi vuol togliervi la tonaca,dunque voi cristiani non dovreste imbracciare armi e combattere i vostri nemici".
Rispose San Francesco: "Mi sembra che voi non abbiate letto tutto il Vangelo. Il perdono di cui Cristo parla non è un perdono folle, cieco, incondizionato, ma un perdono meritato. Gesù infatti ha detto: "Non date ciò che è santo ai cani e non gettate le vostre perle ai porci, perché non le calpestino e, rivoltandosi, vi sbranino". Infatti il Signore ha voluto dirci che la misericordia va dispensata a tutti, anche a chi non la merita, ma che almeno sia capace di comprenderla e farne frutto, e non a chi è disposto ad errare con la stessa tenacia e convinzione di prima. Altrove, oltretutto, è detto: "Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo lontano da te”. E, con questo, Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell'occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall'amore del nostro Dio. Proprio per questo, i cristiani agiscono secondo massima giustizia quando vi combattono, perché voi avete invaso delle terre cristiane e conquistato Gerusalemme, progettate di invadere l’Europa intera, oltraggiate il Santo Sepolcro, distruggete chiese, uccidete tutti i cristiani che vi capitano tra le mani, bestemmiate il nome di Cristo e vi adoperate ad allontanare dalla sua religione quanti uomini potete. Se invece voi voleste conoscere, confessare, adorare, o magari solo rispettare il Creatore e Redentore del mondo e lasciare in pace i cristiani, allora essi vi amerebbero come se stessi". (Numero 2691 delle Fonti Francescane)

martedì 26 luglio 2016

Maometto visto da S. Giovanni Bosco

 Maometto visto da S. Giovanni Bosco

*** 

Qui di seguito riporto una pagina del trattato popolare sulla vera religione dal titolo «Il Cattolico istruito nella sua religione: trattenimenti di un padre di famiglia co’ suoi figliuoli, secondo i bisogni del tempo, epilogati dal Sacerdote Bosco Giovanni» (1853) per fare un po’ di chiarezza, alquanto necessaria in questi tempi……

Il dialogo citato è tra un padre di famiglia preoccupato per la salvezza dell’anima dei figli ed il figlio maggiore che parla a nome di tutti gli altri fratelli:

Se vi piace, io vi parlerò delle altre cominciando dal Maomettismo.
F. Sì, sì, cominciate per dirci che cosa s’intenda per Maomettismo?
P. Per Maomettismo s’intende una raccolta di massime ricavate da varie
religioni, le quali praticate giungono a distruggere ogni principio di moralità.

F. Il Maomettismo da chi ebbe principio?
P. Il Maomettismo ebbe principio da Maometto.
F. Oh! di questo Maometto abbiamo tanto piacere di sentire a parlare: diteci lutto
quello che sapete di lui.
P. Troppo lungo sarebbe il riferirvi tutto quello che le storie raccontano di questo
famoso impostore: lo procurerò soltanto di farvi conoscere chi egli fosse, e come
abbia fondata la sua Religione.
Nacque Maometto da povera famiglia, di padre gentile e di madre ebrea, l’anno
570, nella Mecca, città dell’Arabia. poco distante dal Mar Rosso. Vago di gloria e
desideroso di migliorare la sua condizione andò vagando per più paesi, e riuscì a
farsi agente di una vedova mercantessa di Damasco, che poscia lo sposò. Egli era
così astuto che seppe approfittare delle sue infermità e della sua ignoranza per
fondare una religione. Patendo di epilessia, male caduco, affermava che quelle
sue frequenti cadute erano altrettanti rapimenti a tener colloquio coll’Angelo
Gabriele.

F. Che impostore, ingannar la gente in questa maniera! Avrà egli pure tentato di
operar miracoli in conferma della sua predicazione?
P. Maometto non poteva fare alcun miracolo in conferma della sua religione,
perchè non era mandato da Dio. Dio solo è autore dei miracoli. Siccome però
vantavasi superiore a Gesù Cristo, subito gli si chiese che al par di lui facesse
miracoli. Egli alteramente rispondeva che i miracoli erano stati
Con tutto ciò vantavasi di averne operato uno, e diceva che, essendo caduto un
pezzo della luna nella sua manica, egli aveva saputo racconciarla; in memoria di
questo ridicolo miracolo i Maomettani presero per divisa la mezza luna.

Voi ridete, o miei figli, e ben con ragione, perciocchè un uomo di simil fatta
doveva piuttosto considerarsi qual ciarlatano, non già predicatore di una nuova
religione. Appunto per questo si sparse la fama che egli era un impostore, e
come perturbatore della pubblica tranquillità, i suoi concittadini volevano
imprigionarlo e porlo a morte. Pel che egli prese la fuga, e ritirossi nella città di
Medina con alcuni libertini che l’aiutarono a rendersene padrone.

F. In che cosa propriamente consiste la religione di Maometto?
P. La religione di Maometto consiste in un mostruoso mescolamento di
giudaismo, di paganesimo e di cristianesimo. Il libro della legge Maomettana è
detto Alcorano, ossia libro per eccellenza. Questa religione dicesi anche Turca
perchè è molto diffusa nella Turchia; Musulmana da Musul, nome che i
Maomettani danno al direttore della preghiera; Islamismo, dal nome di alcuni
suoi riformatori; ma è sempre la medesima religione fondata da;Maometto
.
F. Perchè Maometto fece quel mescolamento di varie religioni?
P. Perchè i popoli dell’Arabia essendo parte Giudei, parte Cristiani, ed altri
Pagani, egli, per indurli tutti a seguirlo, prese una parte della religione da loro
professata. e trascelse specialmente quei punti che possono maggiormente
favorire i piaceri sensuali.

F. Bisognava proprio che Maometto fosse un uomo dotto?
P. Niente affatto, sapeva nemmeno scrivere; e per comporre il suo Alcorano fu
aiutato da un Ebreo e da un monaco apostata. Parlando di cose contenute nella
Storia Sacra confonde un fatto coll’altro; per esempio, attribuisce a Maria, sorella
di Mosè, più fatti che riguardano Maria, madre di Gesù Cristo, con moltissimi
altri spropositi.

F. Questa mi par bella: se Maometto era ignorante, nè fece alcun miracolo, come 
potè propagare la sua religione.
P. Maometto propagò la sua religione, non con miracoli o colla persuasione delle parole, bensì colla forza delle armi. Religione che, favorendo ogni sorta di libertinaggio, in breve tempo fece diventar Maometto capo di una formidabile  truppa di briganti. Insieme con costoro scorreva i paesi dell’Oriente guadagnandosi i popoli, non coll’insinuare la verità, non con miracoli o con profezie; ma per unico argomento egli innalzava la spada sul capo dei vinti gridando: o credere o morire.
F. Canaglia, sono questi gli argomenti da usarsi per convertire la gente? Senza
dubbio, essendo Maometto tanto ignorante, avrà disseminato nell’Alcorano molti
errori?
P. L’Alcorano si può dire una serie di errori i più madornali contro la
morale e contro il culto del vero Dio. Per esempio, scusa dal peccato chi
nega Dio per timore della morte; permette la vendetta; assicura a’ suoi
seguaci un paradiso, ma pieno di soli piaceri terreni. Insomma la dottrina di
questo falso profeta permette cose tanto oscene, che l’ animo cristiano ha
orrore di nominare.

F. Che differenza passa tra la Chiesa Cristiana e la Maomettana?
P. La differenza è grandissima. Maometto fondò la sua religione colla violenza e
colle armi: Gesù Cristo fondò la sua Chiesa con parole di pace, servendosi de’
poveri suoi discepoli.
a cura di Alessandro Pini

mercoledì 26 agosto 2015

“Svegliatevi! Il cancro è alla vostra porta. Vi distruggeranno. Noi, cristiani del medio oriente, siamo l’unico gruppo che ha visto il volto del male: l’islam”.

L’islam moderato non esiste”

***

Padre Douglas al Bazi racconta il genocidio cristiano in Iraq
di Matteo Matzuzzi | 26 Agosto 2015 ore 06:27
Roma. “Per favore, se c’è qualcuno che ancora pensa che l’Isis non rappresenta l’islam, sappia che ha torto. L’Isis rappresenta l’islam, al cento per cento”. Ha alzato la voce, intervenendo al Meeting di Rimini, padre Douglas al Bazi, sacerdote cattolico iracheno e parroco a Erbil, formulando – a mo’ di provocazione e con toni duri – un’equazione che ben pochi si erano spinti a  sostenere. Porta sul corpo i segni delle torture subite nove anni fa, quando una banda di jihadisti lo sequestrò per nove giorni, tenendolo bendato e in catene, con il setto nasale fracassato da una ginocchiata: “Per i primi quattro giorni non m’hanno dato neanche da bere. Mi passavano davanti e mi dicevano ‘padre, vuoi dell’acqua?’. Ascoltavano tutto il giorno la lettura del Corano per far sentire ai vicini quanto fossero bravi credenti”. A padre Douglas non appartiene il felpato linguaggio della diplomazia, il perbenismo di gran moda di cui si fa gran uso per non urtare sensibilità  varie. Nessuno spazio, nelle sue parole, neppure per le discettazioni sul grado più o meno alto di moderazione insito nelle religioni e per gli appelli al dialogo a tutti i costi con i tagliatori di teste, gli impiccatori di vecchi studiosi in pensione e, perché no, con il califfo in persona. Più che con i salotti e con certi pulpiti occidentali, l’intervento di padre Douglas è in sintonia con quel che dicono da tempo i presuli locali, a partire dal patriarca di Baghdad, mar Louis Raphaël I Sako, che nel suo libro “Più forti del terrore” (Emi) ha accusato l’ayatollah al Sistani – la massima autorità sciita irachena – di non aver aperto bocca sulle persecuzioni dei jihadisti contro le minoranze perché “tanto non mi ascoltano”.

Padre Douglas al Bazi è responsabile di due centri di accoglienza per cristiani scampati all’avanzata dell’orda nera, non distante da Ankawa. Dopo la marcatura delle case cristiane dislocate nella piana di Ninive con la “n” di nazareno, un anno fa, “dalla mattina alla sera abbiamo ricevuto migliaia di profughi” e l’esodo ancora continua. “Io sono orgoglioso di essere iracheno, amo il mio paese. Ma il mio paese non è orgoglioso che io sia parte di esso. Quello che è successo alla mia gente è un genocidio. Vi imploro: non parlate di conflitto. E’ un genocidio”, ha detto il sacerdote, che di islam moderato non vuol sentire nemmeno parlare: “Quando l’islam vive in mezzo a voi, la situazione potrebbe apparire accettabile. Ma quando uno vive tra i musulmani, tutto diventa impossibile. Io qui non sono a spingervi all’odio verso l’islam. Io sono nato tra i musulmani, e tra essi ho più amici che tra i cristiani. Ma la gente cambia e se noi ce ne andremo nel mio paese nessuno più potrà distinguere la luce dalle tenebre. C’è chi dice ‘ma io ho tanti amici musulmani che sono simpatici’. Sì, certo. Sono simpatici, qui. Là la situazione è ben diversa”. Una situazione riguardo la quale aveva speso parole dure anche il vicepresidente della conferenza degli imam di Francia (e imam di Nimes) Hocine Drouiche, intervenuto lo scorso luglio al Parlamento europeo: “Nel mondo i cristiani sono perseguitati, braccati, privati del lavoro, imprigionati, torturati, assassinati. Tutti i mezzi sono usati per costringerli a rinnegare la loro fede, compreso il rituale dello stupro collettivo, considerato in certi stati come una forma di sanzione penale. Possedere una Bibbia è diventato un crimine, proibita è la celebrazione del culto, si è tornati ai tempi delle messe nelle caverne e dei primi martiri”. E la colpa, aveva aggiunto Drouiche in un discorso che ben poco risalto aveva avuto sui media europei, è “dell’islam contemporaneo”, che è molto più vicino “al settarismo, piuttosto che a una religione universale e aperta”.


“Credo che alla fine ci distruggeranno”
Il racconto di padre al Bazi è poi quello di chi rischia quotidianamente di essere assassinato per strada: “Noi non sappiamo mai se, uscendo da una chiesa, avremo la possibilità di rientrarci da vivi. A Baghdad hanno fatto esplodere la mia chiesa davanti ai miei occhi. Mi hanno sparato alle gambe con un AK-47, una specie di Kalashnikov, e probabilmente prima o poi mi ammazzeranno”. Eppure, la fede è solida: “Quando mi hanno incatenato, nei giorni del mio sequestro, hanno stretto ai polsi un grosso lucchetto. Dalla catena avanzavano dieci anelli, che ho usato per recitare il Rosario. Non l’ho mai fatto in maniera tanto profonda come in quella circostanza”. “Io – ha aggiunto padre Douglas – non imploro il vostro aiuto. Non sono spaventato, così come non è spaventata la mia gente. Credo ci distruggeranno, alla fine. Ma credo anche che l’ultima parola sarà la nostra. Gesù ci ha detto che bisogna portare la propria croce, ed è quello che noi in medio oriente stiamo facendo. Ma la cosa più importante non è di portare la croce, bensì di seguirla. E seguirla significa accettare, sfidare e impegnarsi fino alla fine. A questo noi non rinunceremo mai”. “Bisogna avere pazienza e portare la croce ogni giorno, ma dobbiamo anche reagire”, gli ha fatto eco padre Ibrahim Alsabagh, parroco ad Aleppo che ha ricordato come la città sia ora “divisa in decine di parti, ognuna delle quali è in mano a un gruppo jihadista diverso. La nostra chiesa di San Francesco è a sessanta metri dalla linea di fuoco. Hanno già colpito tante chiese, non sappiamo quando toccherà alla nostra”. Ecco perché padre Douglas, a conclusione del suo intervento, ha lanciato un monito all’occidente infiacchito: “Svegliatevi! Il cancro è alla vostra porta. Vi distruggeranno. Noi, cristiani del medio oriente, siamo l’unico gruppo che ha visto il volto del male: l’islam”.

da “La rabbia e l’orgoglio”

       da “La rabbia e l’orgoglio” di Oriana Fallaci

       ***
      “Io non vado a rizzare tende alla Mecca. Io non vado a cantar Paternostri e Avemarie dinanzi alla tomba di Maometto. Io non vado a fare pipì sui marmi delle loro moschee, non vado a fare la cacca ai piedi dei loro minareti. Quando mi trovo nei loro paesi (cosa dalla quale non traggo mai diletto) non dimentico mai d’ essere un’ ospite e una straniera. Sto attenta a non offenderli con abiti o gesti o comportamenti che per noi sono normali e per loro inammissibili. Li tratto con doveroso rispetto, doverosa cortesia, mi scuso se per sbadatezza o ignoranza infrango qualche loro regola o superstizione. (…) noi italiani non siamo nelle condizioni degli americani: mosaico di gruppi etnici e religiosi, guazzabuglio di mille culture, nel medesimo tempo aperti ad ogni invasione e capaci di respingerla. Sto dicendoti che, proprio perché è definita da molti secoli e molto precisa, la nostra identità culturale non può sopportare un’ ondata migratoria composta da persone che in un modo o nell’ altro vogliono cambiare il nostro sistema di vita. I nostri valori. Sto dicendoti che da noi non c’ è posto per i muezzin, per i minareti, per i falsi astemi, per il loro fottuto Medioevo, per il loro fottuto chador. E se ci fosse, non glielo darei. Perché equivarrebbe a buttar via Dante Alighieri, Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello, il Rinascimento, il Risorgimento, la libertà che ci siamo bene o male conquistati, la nostra Patria. Significherebbe regalargli l’ Italia. E io l’ Italia non gliela regalo.”
      da “La rabbia e l’orgoglio” di Oriana Fallaci

lunedì 15 giugno 2015

APPARTENIAMO SOLO A GESU'


 

APPARTENIAMO SOLO A GESU'


                        ***





Gli attentati, il rapimento, il perdono.
Il parroco dei profughi, padre Douglas Bazi, racconta pe rchéla sua gente non odia

Padre Douglas Bazi, la sua storia, non la racconta volentieri. Un po’ perché tornare a quei momenti lo fa ancora sof-frire, un po’ per non aggiungere odio a odio in un Iraq che di tutto ha bisogno, tranne che nuove dosi di veleno. È il 2006, lui serve ancora in una parrocchia caldea di Baghdad. Lo prendono, lo legano, lo bendano. Gli spezzano il naso e gli rompono i denti a colpi di martello. Il primo sorso d’acqua arriva il quinto giorno. La pistola puntata alla tempia: «Non hai paura di morire? Gli altri ci supplicano di non morire, perché tu no?». E lui: «Gli altri non sanno cosa siano la vita e la morte». Un incubo durato nove giorni. Dal luglio del 2013 è stato trasferito nella chiesa di Mar Elia a Erbil, nel Kurdistan iracheno. Oggi i suoi parrocchiani sono soprattutto i profughi di Mosul e Qaraqosh. Centocinquanta famiglie scampate agli orrori dell’Isis. Nel centro c’è una strana allegria, che nasconde ferite indicibili, come le sue.
Cos’ha pensato quando ha sentito le parole del Papa sui cristiani perseguitati?
Ho citato le sue parole nella mia omelia di Pasqua. Ho detto che questo è il tempo perché il mondo capisca che la pace è l’unica opzione. L’unica per salvare l’umanità. Il Papa ci ha nel cuore e ci pensa profondamente. La verità è che non siamo preoccupati tanto di essere uccisi, piuttosto non vogliamo essere dimenticati. I cristiani profughi di Mosul non sono arrabbiati con Dio. Quando chiedo loro che cosa pensano di quel che è accaduto, rispondono: dobbiamo pregare per i nostri nemici, come ci ha detto Gesù. Dobbiamo perdonarli, perché non sanno quello che fanno.
Ma questa gente ha perso tutto.
Sì, a volte dicono: «II 6 giugno (il giorno del 2014 in cui l’Isis è entrata a Mosul, ndr.) abbiamo perso tutto». Ma io rispondo: «Non dite così, dite: “Il 6 giugno Dio ci ha salvato la vita”». Forse la fuga da Mosul non è stata la loro tragedia, ma la loro salvezza.
Non avete paura di morire?
Se guardi i video della gente uccisa dall’Isis, le vittime sono molto calme prima dell’esecuzione. Io so cosa significa: qualche volta, essere morto è lo scenario migliore. Perché quando muori sei nelle mani di Dio. È meglio essere nelle mani di Dio che in quelle di certa gente. Penso a me: mi hanno sparato, hanno fatto esplodere la mia chiesa, sono sopravvissuto a diversi attentati, sono stato rapito. Eppure desidero sempre un futuro senza odio.
Come è possibile che siate senza odio?
L’unica risposta sensata è: perché siamo cristiani. Chi sono io per lamentarmi? Chi sono per dire a Dio: perché ci fai questo? Si è cristiani non solo quando le cose vanno bene. Al Papa vorrei dire: grazie per i tuoi pensieri e per le tue preghiere. Ma anche: come cristiani in Iraq non ci arrenderemo mai. Io sono un sacerdote caldeo, so che la mia missione è a rischio della vita. Ma sono chiamato a prendermi cura del mio popolo. E sarò dove sarà la mia gente.

Che cosa ha imparato in questi anni così difficili?
Dopo il mio rapimento, nove anni fa, non ricordo di aver dormito più di due ore a notte senza incubi. Ancora oggi non vado a letto senza una bottiglia vicino, perché mi hanno tolto l’acqua per quattro giorni. Eppure io credo che la Grazia di Dio non si trasferisca da persona a persona o da generazione a generazione senza il perdono. Altrimenti trasmetteremo l’odio e il nostro sentimento di vendetta.
Sembra quasi impossibile sentirlo dire da chi ha sofferto così tanto.

Non sono un eroe. Sono semplicemente un cristiano. Il mio compito è prendermi cura della comunità, della nostra Chiesa. E poi, se vai a vedere, nella storia della Chiesa i periodi d’oro sono stati durante le persecuzioni. E stato in quei momenti che, in modo particolare, i cristiani hanno mostrato al mondo il volto di Gesù.
Qual è l’episodio che l’ha colpita di più in questi mesi?
Un uomo di Mosul mi ha raccontato che quando l’Isis è arrivata in città, il suo vicino musulmano è andato a bussargli alla porta dicendogli: «Te ne devi andare e io prenderò la tua casa. Se non lo farò io lo farà qual-cun altro. Se ti rivedo domani, ti ucciderò». L’uomo si prepara per partire, fa i bagagli, carica in auto la fami-glia. Ma prima va alla porta del vicino e bussa. «Non ti avevo detto che ti avrei ucciso?». E il cristiano: «È trent’anni che siamo vicini di casa, non volevo andar-mene senza salutare». Il musulmano si mette a pian-gere: «No, resta. Ti proteggerò io». E l’altro: «No, era-vamo vicini. Ora non lo siamo più. La fiducia si è rotta».
Oggi viene lanciato l’allarme per la possibile scomparsa dei cristiani in Medioriente.
A chi si lamenta per questo rispondo: noi non apparteniamo a questa terra, noi apparteniamo a Gesù. Solo se avremo coscienza di questa appartenenza potremo testimoniare qualche cosa ed essere utili al nostro Paese. Ma oggi siamo di fronte a un dilemma.
Quale?
La gente rischia la vita e se vuoi salvarla devi farla fuggire, ma così la comunità cristiana scompare. D’altra parte se vuoi che resti la comunità, si rischia che a scomparire sia il popolo, perché massacrato. Io dico: perché lasciare le pecore in mezzo ai lupi? Qualcuno dice: «Resteremo fino all’ultima goccia di sangue». Ma dai, il futuro si costruisce trasmettendo ai nostri figli l’amore, la grazia e il perdono. Non con questi discorsi.
E quindi?
Io, come dicevo, starò con il popolo. Qui o altrove. Nel frattempo mi occupo dei più piccoli. Sono loro il futuro. La nostra “vendetta” sarà crescere questi bambini in modo onesto, educandoli alla fede, a una mentalità aperta. Altrimenti il prossimo Isis saremo noi cristiani a crearlo...
Come in questi anni è cambiato il suo rapporto con Gesù?
Non sono un angelo. Ho fatto molti errori nella vita e ne sono ancora dispiaciuto. Eppure, se mi guardo, vedo che sono ancora vivo. E mi dico che posso ancora essere utile, posso fare del bene. Il messaggero non è importante, quel che conta è il messaggio. Se Gesù continua a usarmi per diffondere il Vangelo, potrò beneficiarne anche io.
Che cosa può fare oggi l’Europa per aiutarvi?
Noi non stiamo morendo a causa della mancanza di cibo o medicine. Noi siamo preoccupati per il nostro futuro. Non ne faccio un problema di terra, o di presenza in Medioriente. Io penso alle persone, ai cristiani iracheni che soffrono in Libano. Giordania e Turchia. Aprite loro le vostre porte. Lasciate che arrivino salvi. E accoglieteli.
di Luca Fiore, “Tracce”, maggio 2015

mercoledì 22 aprile 2015

Chi è Maggie Gobran, la “Madre Teresa” del Cairo e dei ventuno copti uccisi dall’Isis


Chi è Maggie Gobran, la “Madre Teresa” del Cairo e dei ventuno copti uccisi dall’Isis

***


Invia per Email Stampa

aprile 19, 2015 Benedetta Frigerio

Manager di successo, venticinque anni fa lasciò tutto «per rispondere a Dio» e dedicarsi ai bisognosi. «Sono felice di essere madre di questi martiri. È un onore»


Maggie-GobranDa venticinque anni insegna nelle periferie del Cairo: «Amate i vostri nemici; perdonate; non rinnegate mai la verità». Ha sempre ripetuto queste cose Maggie Gobran, egiziana copta di 60 anni, una dei punti di riferimento dei 21 martiri cristiani che sono stati decapitati a febbraio dai fondamentalisti dell’Isis mentre pronunciavano il nome di Gesù.
«I MIE FIGLI MARTIRI». Tredici di loro erano stati educati da questa donna, soprannominata la “madre Teresa del Cairo” o “mamma Maggie”, come la chiamano i 30 mila bambini poveri di cui si occupa da oltre un quarto di secolo. Intervistata da Fox News, Maggie ha raccontato che «sì ho mangiato con loro, ho pregato con loro, ho giocato con loro, ho pianto con loro, ho studiato con loro» e alla notizia della decapitazione «all’inizio eravamo tutti molto tristi e piangevamo. Poi il presidente ha annunciato sette giorni di lutto nazionale e in meno di tre giorni tutte le famiglie hanno cominciato a festeggiare, perché questi uomini non hanno rinnegato la loro fede. E noi siamo orgogliosi. Sono martiri in cielo. Sono felice di essere madre di questi martiri. È un onore».
copti-isis-libiaUN PAIO DI SCARPE. Era la fine degli anni Ottanta quando «Dio volle promuovermi. Mi disse: “Lascia i migliori, i più intelligenti e vai dai più poveri dei poveri”». Così fece, lei che era imprenditrice e professoressa all’Università del Cairo, sposata e con due figli, mischiandosi con gli zabbaleen, gli abitanti in maggioranza cristiani copti delle periferie più povere della città. La prima volta che visitò le baraccopoli, aveva 35 anni: «Quando li vidi non riuscivo a credere che degli esseri umani potessero vivere così, circondati dalla pattumiera», ha raccontato. Ad impressionarla fu una bambina nullatenente che volle accompagnare a comprare un paio di scarpe. Ma la piccola le chiese di prenderle di qualche misura più grandi ,pensando alla madre. Dopo quell’episodio Maggie non riusciva più a dormire e nei mesi successivi continuò a tornare nei quartieri poveri con degli amici. Cominciò a vendere ciò che aveva per aiutare i bisognosi e scoprì di essere più felice servendo gli ultimi. Anche se «mi ci volle un po’ prima di ricevere la chiamata da Dio».
IL SEGRETO DELLA FEDE. Nel 1989 fondò l’associazione Stephen’s Children, che oggi assiste circa 30 mila bambini all’anno tramite 90 centri, fra cui asili, scuole, servizi medici ed educativi per le famiglie. Nonostante i pericoli in un paese a maggioranza islamica, questa missionaria non fa segreto dello scopo della sua opera: «Portare Cristo ai poveri». «Non hanno pane, non hanno cibo, sono affamati ogni giorno – ha spiegato – ma cercano sopratutto amore e rispetto. Sono nudi, senza vestiti, ma sopratutto sono privi di dignità. Per questo siamo lì fra loro. E per questo cambiano. È un’esperienza di cambiamento di vita. Così anche se sono poveri sono ricchi dentro». Perché quando «dai gioia a qualcuno, le vite cambiano. Si fanno diventare ricchi i poveri, più generosi i ricchi verso i poveri, si rendono forti i deboli e i falliti speranzosi». È sempre da questo amore vivo, secondo mamma Maggie, che hanno tratto forza i martiri copti. Come ha chiarito alla giornalista che le domandava da dove le vittime avessero preso il coraggio di non rinnegare la fede: «L’hanno preso da Lui, essendo stati toccati dall’amore vero che ti fa credere in Dio. Credendo i Lui sai che vivrai per sempre».
IL BENE NASCOSTO. Ai suoi bambini Maggie insegna a non avere paura di chi uccide: «Quando sei dalla parte della verità ti senti forte, ogni istante». Secondo lei anche l’immagine del martirio mostra «questa verità», visto che gli assassini con i volti coperti «temevano di mostrarsi al mondo, mentre gli altri avevano un’identità chiara e non hanno avuto timore, sapendo che andavano da Lui per sempre».
Così sono morti quei copti che Maggie aveva guardato come tutti i suoi poveri: «Vedo Gesù in ogni bambino – ha detto in più occasioni -. Questa è la nostra missione, dire a tutti che sono amati da Gesù». Per lei ogni giorno è come rivivere quello che accadde a Maria sotto la croce: «“Questa è tua madre”, così ogni bambino bisognoso diventa mio figlio. Non è facile guardare tuo figlio mentre soffre tanto».




Leggi di Più: Chi è Maggie Gobran, la "madre Teresa del Cairo" | Tempi.it
Follow us: @Tempi_it on Twitter | tempi.it on Facebook

Maggie Gobran, Madre Teresa d’Egitto

Nasce al Cairo 63 anni fa in una ricca famiglia, ma nel 1987 lascia una carriera nel marketing per dedicarsi ai bimbi poveri. È candidata al Nobel per la pace. A "Panorama" dice: "La vita è bella..."

Maggie Gobran, Madre Teresa d’Egitto
Credits: Matjaz Kacicnik
di Fabio Marchese Ragona
Quando passa nelle corsie d’ospedale, avvolta nella sua veste bianca, o quando entra nelle baraccopoli d’Egitto, tutti la chiamano "Mama Maggie". Per il suo impegno a favore dei più deboli, in molti la chiamano già "la Madre Teresa d’Egitto". E alcuni la chiamano addirittura "Santa Maggie". Di certo c’è solo che, nonostante tutte le apparenze, Maggie Gobran non è una suora, ma una laica cristiana copta: nata 63 anni fa al Cairo, da un giorno all’altro (era l’aprile 1987) ha abbandonato un lavoro da manager dell’informatica e ha riposto tailleur, borse firmate e gioielli per indossare una semplice tunica bianca.
Ai computer e alla carriera Maggie ha preferito le più disastrate periferie egiziane, quelle dove ogni giorno aiuta i bambini e cerca di favorire la pace e il dialogo fra cristiani e musulmani grazie alle case d’accoglienza aperte agli orfani di tutte le religioni. Per riuscire nell’impresa, alla fine degli anni Ottanta ha fondato la Stephen’s children, un’associazione senza scopo di lucro che oggi dà aiuto a circa 30 mila famiglie povere dell’Egitto: nel 2010 l’associazione ha assistito gli indigenti attraverso 80 cliniche, una novantina di centri educativi per bambini, 65 campi di formazione e cinque centri di formazione professionale sparsi in tutto l’Egitto.
Per questo impegno Maggie, che per i suoi progetti riceve finanziamenti da benefattori egiziani e di tutto il mondo, venerdì 12 ottobre potrebbe vincere il Nobel 2012 per la pace (proprio come successe a Madre Teresa di Calcutta nel 1979). La candidatura al premio è arrivata da un gruppo di membri del Congresso americano, e così Mama Maggie è diventata la prima donna copta della storia ad aspirare al riconoscimento.
Mama Maggie, è emozionata per la candidatura al Nobel?
Sono molto felice, e non solo per me. Tutte le personalità che sono state nominate in questa categoria stanno facendo grandi passi verso il sentiero della pace, benché siano molto occupati a risolvere le faccende del mondo e nonostante i loro gravosi impegni. La nostra candidatura è un annuncio importante di speranza per tutti.

Come si è arrivati alla sua candidatura?
Ho avuto l’onore di parlare in giro per il mondo davanti a platee internazionali. In tanti sono rimasti colpiti dal successo del nostro progetto di beneficenza. Da lì è nata l’idea di alcuni politici americani di candidarmi.

Ora, però, l’America è nel centro del mirino dei fanatici musulmani per il film su Maometto. Lei che cosa ne pensa?
Io condanno ogni atto che urti qualsiasi credo o dogma. Sono assolutamente contraria a questo film, che ha ferito i nostri fratelli musulmani. Certo, sono anche per la libertà d’espressione, ma non si deve mai colpire nessun credo religioso.

Il film, però, ha scatenato reazioni violente...
Sono addolorata per le violenze contro le ambasciate degli Stati Uniti e soprattutto contro le persone. Prego affinché la pace riempia la nostra regione e che Dio ci permetta di vivere sempre secondo la sua santa volontà.

Uno dei suoi obiettivi è proprio quello di favorire l’unità tra cristiani e musulmani.
Spero nell’unità di tutti i popoli. Per questo i nostri centri sono aperti a bimbi cristiani e musulmani: se da piccoli crescono insieme, rimarranno amici anche da grandi.

Educarli alla convivenza sin da bambini è il modo migliore?
Sì, cerchiamo di curarli e di trasmettere già da piccoli valori positivi. Dicendo no al mentire, no alla violenza e sì al lavoro, all’onestà, al rispetto reciproco, alla cooperazione con i vicini e all’amore per la famiglia e la patria.

Cos’ha fatto scoccare la scintilla che ha cambiato la sua vita?
Sono nata in una famiglia abituata a servire il prossimo. Mio padre era un medico, aveva una clinica e curava gratuitamente i bisognosi. Sua sorella portava in casa sempre persone indigenti, dava loro da mangiare, le curava. Quando mia zia è morta, nel 1987, ho capito che era il momento di prendere il suo posto.

E cosa ha fatto?
Era il giorno di Pasqua di 25 anni fa, il 19 aprile 1987: sono andata in visita in una baraccopoli per portare vestiti e pasti caldi. Non c’ero mai stata prima e, devo essere sincera, sono rimasta stordita e affranta per tutto il dolore che ho visto tra quei poveri bambini, poveri soprattutto d’amore. Quel giorno ho deciso di dire addio alla mia vecchia vita.

Così è diventata la Madre Teresa d’Egitto…
Io non sono degna nemmeno di sciogliere i sandali a Madre Teresa di Calcutta! Ma da lassù è lei la mia guida, la mia ispirazione che mi permette di andare avanti e aiutare i piccoli. Da sola non potrei fare niente.

Il suo modo di vestire così semplice è legato quindi alla scelta di questa sua nuova vita?
Sì, del resto, quando ci si trova di fronte a Dio e alla sofferenza, l’attenzione non deve né può essere più rivolta alle cose materiali.

Perché i bambini sono al centro del suo lavoro?
Si dice sempre che sono loro il futuro. Se formiamo un bambino sano, avremo posato la prima pietra per creare una comunità sana e armoniosa. A questi bimbi poveri spesso lavo anche i piedi, per dimostrare il mio amore a chi ne è stato privato per troppo tempo. È essenziale fare sentire loro che sono importanti, amati e accettati da tutti.

Ottiene buoni risultati?
In loro vedo il sorriso di Dio e ho trovato me stessa. La lezione più grande l’ho imparata una volta da un bambino affamato che, anziché mangiare tutto il suo pasto, ha voluto dividere il cibo con la sorellina. La vita è una scuola d’amore.

Ma non sempre regna l’amore. Ci sono stati tanti morti in Egitto, nell’ultimo anno.
Il mio cuore si è spezzato per ogni vita persa durante le proteste. Ma bisogna trovare la forza del perdono; il mio ruolo è dare amore e l’amore può cambiare le persone. In fondo siamo pur sempre esseri umani. Pregherò per tutta la gente del mio paese che sarà in grado di aiutare i deboli e dare giustizia ai poveri. Credo che Dio abbia un piano per il mio popolo. Non dobbiamo avere paura.

Che cosa racconta ai suoi bambini?
Per ognuno di loro ho queste parole: «Ti voglio bene, sono pronta a tutto pur di aiutarti. Sei l’essere più prezioso al mondo».

C’è qualche episodio che l’ha particolarmente toccata?
Sì, stavo comprando delle scarpe a una bambina povera che però mi ha chiesto di non pensare a lei, ma di comprare le scarpe a sua madre che era rimasta a piedi nudi. Per me è stato un vero shock, sono tornata a casa in lacrime pensando che al posto di quella madre avrei potuto esserci io.

La vostra associazione di chi si occupa, oltre che dei bambini?
Serviamo tutte le persone emarginate: giovani, madri e anziani. Tutti dei quartieri poveri, in particolare delle baraccopoli.

E che servizi offrite?
Assicuriamo l’istruzione, paghiamo le tasse scolastiche. Poi forniamo gli strumenti necessari: scarpe, zainetti, libri di scuola. E aiutiamo i più piccoli a fare i compiti. Ma interveniamo anche nella ricostruzione di case fatiscenti e cerchiamo lavoro, soprattutto per le madri bisognose cui forniamo anche supporto psicologico. E infine organizziamo gite scolastiche e competizioni sportive durante le vacanze.

Qual è il suo più grande sogno?
Vedere il sorriso sulle labbra di ogni bambino povero, perché possa trovare Dio attraverso ognuno di loro. È questo il vero mistero dell’amore e voglio che il messaggio passi anche dopo la mia morte.

Il MeteoSe non vincerà il Nobel, che cosa farà?
Voglio andare avanti col mio progetto, fin quando non si diffonderà in tutto il paese per un futuro migliore dell’Egitto e del mondo. Noi offriamo piccoli servizi, ma lo facciamo con grande amore. Cerchiamo di disegnare una speranza nel cuore di ogni bambino. Per questo spero che il nostro viaggio continui, di generazione in generazione.

Leggi Panorama online
  • ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Importo
Euro

domenica 22 febbraio 2015

Abbiamo ragioni forti affinché San Pietro non conosca la stessa sorte di Santa Sofia?

Abbiamo ragioni forti affinché San Pietro non conosca la stessa sorte di Santa Sofia?

*** 


Invia per Email Stampa

febbraio 16, 2015 Fabrice Hadjadj

La sottomissione dei jihadisti di Parigi all’islamismo non è solo una reazione al vuoto culturale e spirituale della République. È una continuità con quel vuoto.


santa-sofia-shutterstock_236059225
Cari Jihadisti, è il titolo di una lettera aperta pubblicata da Philippe Muray – uno dei più grandi polemisti francesi – poco dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. La lettera si conclude con una serie di avvertimenti ai terroristi islamici, ma a esser presi di mira, di riflesso e ironicamente, sono in verità gli occidentali fanatici del comfort e del supermercato. Cito un passaggio da cui si può facilmente cogliere lo scherno pungente e sarcastico:
« [Cari Jihadisti], temete la collera del consumatore, del turista, del vacanziere che smonta dal suo camper! Voi ci immaginate rotolati nei piaceri e nei passatempi che ci hanno rammolliti? Ebbene noi lotteremo come leoni per proteggere il nostro rammollimento. Ci batteremo per ogni cosa, per le parole che non hanno più senso e per la vita che queste si portano appresso. »
E oggi possiamo aggiungere: ci batteremo specialmente per Charlie Hebdo, giornale ieri moribondo e privo di qualsiasi spirito critico – perché criticare è discernere, e Charlie metteva nello stesso calderone jihadisti, rabbini, poliziotti, cattolici e francesi medi – ma proprio per questo ne faremo il simbolo della confusione e del nulla che ci animano!
Ecco pressappoco lo stato dello Stato francese. Invece di lasciarsi interrogare dagli avvenimenti, parla e parla, ne approfitta per lavarsi coscienza, risalire nei sondaggi, disporsi accanto alle vittime innocenti, alla libertà schernita, alla moralità oltraggiata, purché non si ammetta il vuoto umano della politica condotta da parecchi decenni, né l’errore di un certo modello eurocentrico che prevedeva la necessaria evoluzione del mondo verso la secolarizzazione, mentre altrove, quasi ovunque e almeno dal 1979, si assiste ad un ritorno della religione nella sfera politica. Ma ecco: questa coscienza lavata e questo accecamento ideologico stanno preparando per molto presto, se non la guerra civile, perlomeno il suicidio dell’Europa.
tempi-europa-hadjadj
La prima cosa che bisogna constatare è che i terroristi dei recenti attentati di Parigi sono francesi, che sono cresciuti in Francia e non sono incidenti di percorso e neppure mostri, ma prodotti dell’integrazione alla francese, veri figli della Repubblica attuale, con tutta la rivolta che tale discendenza può indurre.
Nel 2009, Amedy Coulibaly, l’autore degli attentati di Montrouge e del supermercato kosher di Saint-Mandé, era stato ricevuto all’Eliseo da Nicolas Sarkozy con altri nove giovani scelti dai loro datori di lavoro per manifestare i benefici del percorso studio-lavoro: a quel tempo lavorava con un contratto di formazione nella fabbrica della Coca-Cola della sua città natale di Grigny.
I fratelli Kouachi, orfani, figli di immigrati, erano stati accolti dal 1994 fino al 2000 in un centro educativo della Corrèze, centro che appartiene alla fondazione Claude-Pompidou. All’indomani della sparatoria alla sede di Charlie Hebdo, il direttore del centro educativo si diceva stupefatto:  « Siamo tutti scioccati da questa storia perché conosciamo quei giovani. Si fa fatica a immaginare che quei ragazzi, che erano perfettamente integrati (giocavano a calcio nei club locali), abbiano potuto uccidere deliberatamente in quel modo. Si fa fatica a crederci. Durante il loro percorso da noi non hanno mai dato luogo a problemi di comportamento. Saïd Kouachi […] era completamente pronto per la vita socio-professionale. »
Queste affermazioni rimandano a quelle del sindaco di Lunel – piccola cittadina del Sud della Francia – che si stupiva del fatto che dieci giovani del suo comune fossero partiti per unirsi alla jihad in Siria, proprio adesso che la municipalità aveva risistemato una magnifica pista da  skateboard nel loro quartiere…
vaticano-shutterstock_174665492Il legame tra martirio e maternità
Che ingratitudine! Come è possibile che questi giovani non abbiano veduto le loro aspirazioni più profonde compiute lavorando per Coca-Cola, facendo dello skateboard o giocando nella squadra di calcio locale? Come mai il loro desiderio di eroicità, di contemplazione e di libertà non si è sentito soddisfatto dall’offerta così generosa di poter scegliere tra due piatti surgelati, guardare una serie tv americana o astenersi alle elezioni? E perché le loro speranze di pensiero e di amore non si sono realizzate con tutti i progressi in corso, e cioè con la crisi economica, il matrimonio gay e la legalizzazione dell’eutanasia? Perché era precisamente questo il dibattito che interessava il governo francese fino al giorno prima degli attentati: la République era tutta tesa verso un’altra grande conquista umana, l’ultima senza dubbio, e cioè il diritto di essere assistiti nel suicidio o essere finiti da un boia la cui delicatezza sia attestata da un titolo di studio in medicina…
Mi spiego : i fratelli Kouachi e Coulibaly erano « perfettamente integrati », ma integrati al nulla, alla negazione di ogni slancio storico e spirituale, ed è per questo che alla fine si sono sottomessi a un islamismo che era non soltanto la reazione a tale vuoto, ma era anche in continuità con quel vuoto, con la sua logistica di sradicamento mondiale, di perdita della tradizione familiare, di miglioramento tecnico del corpo per farne un super-strumento connesso a un dispositivo senz’anima…
Un giovane non cerca soltanto ragioni per vivere, ma anche e soprattutto – giacché non possiamo vivere per sempre – ragioni per dare la propria vita. Ora, ci sono ancora in Europa ragioni per dare la propria vita ? La libertà di espressione ? Va bene ! Ma cosa abbiamo di cosi importante da esprimere ? Quale Buona Novella abbiamo da annunciare al mondo ?
Sapere se l’Europa sia ancora capace di portare una trascendenza che dia senso alle nostre azioni – dico che questa è la questione più spirituale e per ciò stesso anche la più carnale. Non si tratta solo di dare la propria vita; si tratta anche di dare la vita. Curiosamente, o provvidenzialmente, nell’udienza del 7 gennaio, il giorno stesso dei primi attentati, papa Francesco indicava, citando un’omelia di Oscar Romero, il legame tra martirio e maternità, tra l’essere pronti a dare la propria vita e l’essere pronti a dare la vita. E’ un’evidenza innegabile : la nostra debolezza spirituale si ripercuote sulla demografia ; che lo si voglia oppure no la fecondità biologica è sempre segno di una speranza vissuta (anche quando tale speranza è disordinata, come nel natalismo nazionalista o imperialista).
fabrice_hadjadj-foto-meeting-riminiL’insegnamento di De Gaulle
Se si adotta un punto di vista totalmente darwinista, bisogna allora ammettere che il darwinismo non è un vantaggio selettivo. Credere che l’uomo sia il risultato mortale del casuale bricolage dell’evoluzione non incoraggia granché a fare figli. Meglio un gatto o un cagnolino. O forse uno o due piccoli sapiens sapiens, per inerzia, per convenzione sociale, alla fine non tanto come figli ma come giocattoli adatti a esercitare il proprio dispotismo e per distrarsi dall’angoscia (prima di aggravarla radicalmente). Il successo teorico del darwinismo conduce inevitabilmente al successo pratico dei fondamendalisti che negano tale teoria ma che, loro, fanno tanti figli. Un’amica islamologa, Annie Laurent, mi ha detto a questo proposito una frase illuminante : « Il parto è la jihad delle donne. »
Ciò che a suo tempo spinse il generale de Gaulle a concedere l’indipendenza all’Algeria fu precisamente la questione demografica. Mantenere l’Algeria francese con giustizia avrebbe voluto dire accordare la cittadinanza a tutti, ma essendo la democrazia francese sottoposta alla legge della maggioranza e dunque a quella della demografia, essa avrebbe finito con il sottomettersi alla legge coranica. Il 5 marzo 1959 de Gaulle confidava a Alain Peyrefitte : « Lei crede che il corpo francese possa assorbire dieci milioni di mussulmani che domani saranno venti milioni e dopodomani quaranta? Se facessimo l’integrazione, se tutti gli arabi e i berberi di Algeria fossero considerati francesi, come impedirgli di venire a stabilirsi in Francia metropolitana dove il tenore di vita è talmente più elevato? Il mio paesino non si chiamerebbe più Colombey-les-Deux-Églises, ma Colombey-les-Deux-Mosquées ! »
Certo, c’è una liberazione della donna di cui possiamo essere fieri, ma quando tale liberazione si risolve nella militanza contraccettiva e abortiva, e la maternità e la paternità sono concepite come pesi insopportabili per individui che hanno dimenticato di essere prima di tutto figli e figlie, tale liberazione non può che fare posto, dopo qualche generazione, al dominio numerico delle donne col burqa, perché le donne con la minigonna si riproducono molto di meno.
E’ facile protestare : « Oh ! il burqa ! che usanze barbare ! » Quelle usanze barbare unite a un’immigrazione che compensa la denatalità europea capovolgeranno la nostra civilizzazione del futuro – di un futuro, infine, senza posterità…
In fondo, i jihadisti commettono un grave errore strategico : provocando reazioni indignate finiscono col rallentare l’islamizzazione dolce dell’Europa, quella che Michel Houellebecq presenta nel suo ultimo romanzo (pubblicato anch’esso il  7 gennaio) e che si realizza a causa della nostra doppia astenia religiosa e sessuale. A meno che la nostra insistenza sul non confondere le cose, e sul ripetere che l’islam non c’entra niente con l’islamismo (mentre sia il presidente egiziano Al-Sissi che i fratelli mussulmani ci dicono il contrario) e a colpevolizzarci del nostro passato coloniale – a meno che tutta questa confusione non ci consegni con ancor più grande quanto vana ossequiosità al processo in atto.
C’è in ogni caso una vanità che dobbiamo smettere di avere ed è di credere che i movimenti islamisti siano movimenti pre-Lumières, barbari come dicevo prima, e che diverranno moderati non appena scopriranno gli splendori del consumismo. In verità sono movimenti  post-Lumières. Essi sanno che le utopie umaniste che si erano sostituite alla fede religiosa sono crollate. E dunque ci si può chiedere con qualche ragione se l’islam non sia il termine dialettico di un’Europa tecno-liberale che ha rifiutato le sue radici greco-latine e le sue ali giudaico-cristiane: e siccome questa Europa non può vivere troppo a lungo senza Dio e senza madri, ma come un bambino viziato non riesce tornare da sua madre la Chiesa, essa acconsente finalmente a darsi a un monoteismo facile, dove il rapporto con la ricchezza è sdrammatizzato, dove la morale sessuale è più debole, dove la postmodernità hi-tech costruisce città radiose come quelle del Qatar. Dio e il capitalismo, le huri dell’harem e i guru del computer, perché non potrebbe essere questo l’ultimo compromesso, la vera fine della storia?
Una cosa mi sembra certa: ciò che c’è di buono nel secolo dei Lumi ormai non può più sussistere senza il Lume dei secoli. Ma riconosceremo che quella Luce è quella del Verbo fatto carne, del Dio fatto uomo, e cioè di una Divinità che non schiaccia l’umano, ma che lo accoglie  nella sua libertà e nella sua debolezza? Questa è la domanda che pongo a voi alla fine: siete romani, ma avete ragioni forti affinché San Pietro non conosca la stessa sorte di Santa-Sofia? Siete italiani, ma siete capaci di battervi per la Divina Commedia, o ne avrete vergogna, visto che Dante, nel XXVIII canto dell’ Inferno, osa mettere Maometto nella nona bolgia dell’ottavo girone?
Infine, siamo europei, ma siamo fieri della nostra bandiera con le sue dodici stelle? Ci ricordiamo ancora del senso di quelle dodici stelle, che rimandano all’Apocalisse di San Giovanni ed alla fede di Schuman e De Gasperi? Bisogna rispondere, o siamo morti: per quale Europa siamo pronti a dare la vita?

Leggi di Più: Hadjadj: l'Europa e l'islam | Tempi.it
Follow us: @Tempi_it on Twitter | tempi.it on Facebook