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lunedì 1 luglio 2024

Perché non possiamo dirci cristiani

 Il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non maraviglia che sia apparso o possa apparire un miracolo, una rivelazione dall’alto, un diretto intervento di Dio nelle cose umane, che da lui hanno ricevuto legge e indirizzo affatto nuovo. Tutte le altre rivoluzioni, tutte le maggiori scoperte che segnano epoche nella storia umana, non sostengono il suo confronto, parendo rispetto a lei particolari e limitate. Tutte, non escluse quelle che la Grecia fece della poesia, dell’arte, della filosofia, della libertà politica, e Roma del diritto: per non parlare delle più remote della scrittura, della matematica, della scienza astronomica, della medicina, e di quanto altro si deve all’Oriente e all’Egitto. E le rivoluzioni e le scoperte che seguirono nei tempi moderni, in quanto non furono particolari e limitate al modo delle loro precedenti antiche, ma investirono tutto l’uomo, l’anima stessa dell’uomo, non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana, in relazione di dipendenza da lei, a cui spetta il primato perché l’impulso originario fu e perdura il suo. La ragione di ciò è che la rivoluzione cristiana operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale, e, conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fin allora era mancata all’umanità. Gli uomini, i genii, gli eroi, che furono innanzi al cristianesimo, compirono azioni stupende, opere bellissime, e ci trasmisero un ricchissimo tesoro di forme, di pensieri e di esperienze; ma in tutti essi si desidera quel proprio accento che noi accomuna e affratella, e che il cristianesimo ha dato esso solo alla vita umana.

Benedetto  Croce 

mercoledì 2 febbraio 2022

Ahimè, di Dio non è possibile disfarsi

Ahimè, di Dio non è possibile disfarsi, perché, come diceva Jacopone, la sua presenza ci circonda e da ogni parte ci desta paura: e questa presenza, con l'amore e il timore che infonde, è forse in noi ben più continua e viva che in tanti di coloro che, contrariamente al suo comando, lo nominano troppo.

 da Benedetto Croce, Terze pagine sparse, Laterza, Bari 1955, Vol II, p. 211

lunedì 24 dicembre 2012

NASCE GESU’, 
          NOSTRA CONSOLAZIONE, FORZA E FELICITA’ 
                                                       ***                                            

La storia è un’immensa macelleria, diceva il vecchio Hegel. Ed è vero. Per secoli e secoli sulla scena del mondo stavano pochi protagonisti e molte comparse.
I protagonisti erano capibanda, re, imperatori e tiranni vari: di solito grandi (o piccoli) macellai. Le comparse erano i popoli da loro assoggettati: carne da macello.
Poi, un giorno di duemila anni fa, tutto è stato silenziosamente rovesciato. Dal quando Dio si fece uomo, da quando è nato Gesù, è nato anche l’uomo come essere sacro e inviolabile in tutti i suoi diritti.
Per la prima volta nella storia è entrato l’individuo singolo. O meglio la persona (perché l’individuo è se stesso attraverso tutti i suoi rapporti affettivi e sociali).
Tutte le religioni sacralizzavano il potere. Dopo la nascita di Gesù a essere sacralizzato è il singolo essere umano, a partire dal più irrilevante e marginale.
OGGI
Il Natale di quest’anno arriva in un mare di preoccupazioni e ansie della gente comune. Tutti, demoralizzati, hanno la sensazione di non contare niente, di essere in balia di potenze enormi e incontrollate (lo spread, la Bce, l’Unione europea, le lobby di potere, le banche e via dicendo). Tutti si sentono esclusi o inascoltati e irrilevanti nella storia. E tanti sono veramente ai margini o sottoposti a dure prove.
Ebbene, Benedetto XVI da giorni cerca di parlare proprio a questo popolo di smarriti, che si sentono impotenti.
Per annunciare loro che il Natale di Gesù c’entra fortemente col loro dolore, perché Gesù ha reso ognuno di loro – padre o madre, figlio o persona che sgobba o che soffre - il vero protagonista della storia.
Da settimane il Pontefice ripete e approfondisce questo annuncio. L’8 dicembre, per l’Immacolata, in Piazza di Spagna ha sottolineato che
“quel momento decisivo per il destino dell’umanità, il momento in cui Dio si fece uomo, è avvolto da un grande silenzio. L’incontro tra il messaggero divino e la Vergine Immacolata passa del tutto inosservato: nessuno sa, nessuno ne parla.
E’ un avvenimento che, se accadesse ai nostri tempi, non lascerebbe traccia nei giornali e nelle riviste, perché è un mistero che accade nel silenzio. Ciò che è veramente grande passa spesso inosservato”.
Questo già ribalta il nostro punto di vista che normalmente classifica le cose secondo la gerarchia di importanza del potere e della mentalità dominante.
IL VERO CAMBIAMENTO
Bisogna capovolgere tutto.
Infatti il Papa ha aggiunto:
“la salvezza del mondo non è opera dell’uomo – della scienza, della tecnica, dell’ideologia – ma viene dalla Grazia. Che significa questa parola? Grazia vuol dire l’Amore nella sua purezza e bellezza, è Dio stesso così come si è rivelato nella storia salvifica narrata nella Bibbia e compiutamente in Gesù Cristo”.
E’ vero. Infatti gli antichi imperi (e anche quelli moderni, basti pensare a comunismo e nazismo), che sembravano invincibili, sono crollati e han lasciato solo rovine.
L’inerme Gesù invece ha conquistato e illuminato il mondo.
Un’altra immagine del Papa da quel discorso:
“Maria è chiamata la ‘piena di grazia’ (Lc 1,28) e con questa sua identità ci ricorda il primato di Dio nella nostra vita e nella storia del mondo, ci ricorda che la potenza d’amore di Dio è più forte del male”.
I martiri dei totalitarismi del Novecento mostrano davvero che l’apparente debolezza dell’amore, vince su qualsiasi formidabile potere.
E’ “il potere dei senza potere” – per riprendere la formula del grande dissidente cecoslovacco Havel. Oltre all’amore è anche il potere della Verità. Che vince il male del mondo e anche il nostro.
A questo proposito Benedetto XVI ha detto:
Maria ci dice che, per quanto l’uomo possa cadere in basso, non è mai troppo in basso per Dio, il quale è disceso fino agli inferi”. Infatti “il soffio mite della Grazia può disperdere le nubi più nere, può rendere la vita bella e ricca di significato anche nelle situazioni più disumane”.
Qui, spiega il Papa, diventa possibile la gioia: “la Grazia porta la vera gioia… che nulla e nessuno possono togliere”.
Il giorno dopo, all’Angelus, il Santo Padre è tornato a mostrare questo capovolgimento della storia realizzato dal “vero grande avvenimento, la nascita di Cristo, che i contemporanei non noteranno neppure”.
Ha affermato: “Per Dio i grandi della storia fanno da cornice ai piccoli!”.
IL FILOSOFO LAICO
E’ impressionante questo ribaltamento, che si fa evidentissimo nella storia di Maria e poi nella storia cristiana.
Infine il Papa nel suo recente articolo per il “Financial Times”, incentrato tutto sul rapporto fra Cesare e Gesù, fra il potere del mondo e il re dell’universo, è tornato a spiegare ancora più profondamente:
la nascita del bambino Gesù segna la fine dell’antico ordine, il mondo pagano, nel quale le rivendicazioni di Cesare apparivano impossibili da sfidare. Adesso vi è un nuovo re, il quale non confida nella forza delle armi, ma nella potenza dell’amore. Egli” scrive il Pontefice “porta speranza a tutti coloro che, come lui stesso, vivono ai margini della società. Porta speranza a quanti sono vulnerabili nelle mutevoli fortune di un mondo precario. Dalla mangiatoia, Cristo ci chiama a vivere da cittadini del suo regno celeste, un regno che ogni persona di buona volontà può aiutare a costruire qui sulla terra”.
Infatti così è stato. Dopo la nascita di Gesù la macelleria del mondo è stata illuminata di umanità, di amore e di divina eternità.
Puro filosofo quale sono e, per sincerità verso me stesso, voglio restare”, scrisse Benedetto Croce “io stimo che il più profondo rivolgimento spirituale compiuto dall’umanità sia stato il cristianesimo”.
Pur da laico, Croce nel memorabile saggio del 1942 “Perché non possiamo non dirci cristiani”, scrisse:
Il Cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non meraviglia che sia apparso o possa ancora apparire un miracolo, una rivelazione dall’alto, un diretto intervento di Dio nelle cose umane, che da lui hanno ricevuto legge e indirizzo affatto nuovo”.
Il filosofo aggiunse: “Tutte le altre rivoluzioni, tutte le maggiori scoperte che segnano epoche nella storia umana, non sostengono il suo confronto, parendo rispetto a lei particolari e limitate”.
Quelle antiche “e le rivoluzioni e le scoperte che seguirono nei tempi moderni (…) non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana, in relazione di dipendenza da lei, a cui spetta il primato perché l’impulso originario fu e perdura il suo”.

Ogni giorno questo ciclone di amore torna a investire il mondo. Ecco perché ieri Benedetto XVI ha compiuto il grande affresco dei suoi discorsi prenatalizi esortandoci così:
Imitiamo Maria nel tempo di Natale, facendo visita a quanti vivono un disagio, in particolare gli ammalati, i carcerati, gli anziani e i bambini. E imitiamo anche Elisabetta che accoglie l'ospite come Dio stesso: senza desiderarlo non conosceremo mai il Signore, senza attenderlo non lo incontreremo, senza cercarlo non lo troveremo”.
Don Giussani è arrivato a formulare questo paradossale rovesciamento illustrato dal Papa con un’immagine folgorante: “il protagonista della storia è il mendicante. L’uomo mendicante Cristo e Cristo mendicante del cuore dell’uomo”.
Né la grande finanza, né gli stati, né le ideologie – che passano come carri armati sulle singole persone – sono i protagonisti della storia. Ma colui che mendica Cristo, il suo amore, la sua verità. E il Figlio di Dio che è l’Amore e la Verità incarnate.
Il Natale è dunque l’esaltazione della persona, del piccolo e spesso oppresso e disprezzato essere umano.


Antonio Socci
Da “Libero”, 24 dicembre 2012
www.antoniosocci.com

giovedì 1 novembre 2012

Il Segno della Croce -

                                       Il Segno della Croce - 

***

Quando fai il segno della croce, fallo bene. Non così affrettato, rattrappito, tale che nessuno capisce cosa debba significare.

No, un segno della croce giusto, cioè lento, ampio, dalla fronte al petto, da una spalla all'altra. Senti come esso ti abbraccia tutto? Raccogliti dunque bene; raccogli in questo segno tutti i pensieri e tutto l'animo tuo, mentre esso si dispiega dalla fronte al petto, da una spalla all'altra. Allora tu lo senti: ti avvolge tutto, corpo ed anima, ti raccoglie, ti consacra, ti santifica.

Perché? Perché è il segno della totalità ed è il segno della re­denzione. Sulla croce nostro Signore ci ha redenti tutti. Mediante la croce Egli santifica l'uomo nella sua totalità fin nelle ultime fibre del suo essere.

Perciò lo facciamo prima della preghiera, affinché rimanga in noi quello che Dio ci ha donato. Nella tentazione, perché ci irrobustisca. Nel pericolo, perché ci protegga. Nell'atto della be­nedizione, perché la pienezza della vita divina penetri nell'anima e vi renda feconda e consacri ogni cosa.

Pensa quanto spesso fai il segno della croce. E' il segno più santo che ci sia. Fallo bene: lento, ampio, consapevole. Allora esso abbraccia tutto l'essere tuo, corpo ed anima, pensieri e volontà, senso e sentimento, agire e patire, e tutto vi viene irrobustito, segnato, consacrato nella forza di Cristo, nel nome del Dio uno e trino.
 
(don Romano Guardini)
Fonte: “Lo spirito della liturgia. I Santi Segni”. Ed.Morcelliana 2005

sabato 29 settembre 2012

Per il ministro Profumo 'l'ora di religione non ha senso'. Io, studente senza fede, vi spiego l'ignoranza di queste parole

Per il ministro Profumo 'l'ora di religione non ha senso'. Io, studente senza fede, vi spiego l'ignoranza di queste parole

pubblicata da Papa Benedetto XVI il giorno Martedì 25 settembre 2012 alle ore 15.49



E' ora di cena quando sento dire al telegiornale: «Credo che l'insegnamento della religione nelle scuole così come concepito oggi non abbia più molto senso. Probabilmente quell'ora di lezione andrebbe adattata, potrebbe diventare un corso di storia delle religioni o di etica». Parole di Francesco Profumo, pronunciate lo scorso venerdì sera, alla festa di ‘Sinistra, ecologia e libertà’, basando il suo ragionamento su di un dato preciso: «Nelle nostre classi il numero degli studenti stranieri e, spesso, non di religione cattolica tocca il 30%»; di qui la conclusione: «sarebbe meglio adattare l'ora di religione trasformandola in un corso di storia delle religioni o di etica».

Da subito resto perplesso, non tanto per l'idea del gran postribolo delle religioni, ma perchè si è parlato di etica. Mi domando, in una società multietnica e pluralista, permeata profondamente da quel relativismo che toglie sonno al Papa, chi avrà l'ardire di fissare la 'giusta' etica valida a livello universale. La stabilirà il ministro, certamente, per quanto da due millenni nè filosofi nè politici nè preti siano riusciti a convincere il mondo.
Poi mi soffermo sulle ragioni che motivano la proposta, rifletto per qualche minuto; la perplessità cede il passo all'amarezza: ho concluso gli studi liceali classici da poco, ho appena ventun anni, non ho neppure il dono della fede, ma ritengo di dover contestare, sul piano giuridico e culturale, quanto affermato da un Ministro dell'Istruzione della mia Repubblica.

1) 'Sbandata giuridica'

Se Profumo conoscesse il diritto, non sarebbe incorso in un così grave errore d’interpretazione quando parla di anacronismo dell’ora di religione cattolica. Infatti, l'Accordo di Villa Madama del 1984, che rivede i Patti Lateranensi del 1929 firmati da Santa Sede e Regno d’Italia, nell’articolo 9.2 stabilisce:

“Lo Stato, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche”.

Qui sta il punto: la religione cattolica s’insegna a scuola non come ora d’indottrinamento o di catechesi, ma per aiutare a comprendere una componente culturale della nostra storia e della nostra società. A maggior ragione se si vuole favorire l’integrazione di studenti di etnie e credi diversi, è giusto tutelare questo insegnamento. Ecco perchè la scusa degli studenti stranieri non regge. Non regge perchè la cultura di un Paese resta tale, indipendentemente dal credo di chi debba comprenderla tra i banchi di scuola. Sembra calzare a pennello l'allora cardinale Joseph Ratzinger, quando scriveva: «C’è qui un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì, in maniera lodevole, di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro. L’Europa ha bisogno di una nuova – certamente critica e umile – accettazione di se stessa, se vuole davvero sopravvivere. La multiculturalità, che viene continuamente e con passione incoraggiata e favorita, è talvolta soprattutto abbandono e rinnegamento di ciò che è proprio, fuga dalle cose proprie. Ma la multiculturalità non può sussistere senza basi comuni, senza punti di orientamento offerti dai valori propri».
2) 'Strafalcione culturale'

Se è chiaro che Profumo non conosce i fondamenti dell'insegnamento religioso nelle scuole pubbliche, il fatto che lo consideri alla strenua del catechismo parrocchiale, e dunque non consono all'ascolto di chi alla Chiesa di Roma non appartiene, dimostra uno sconvolgente vuoto culturale, imperdonabile per un ministro dell'Istruzione. Si, perché già dalle colonne de “L'Espresso” del 10 settembre 1989, il celebre scrittore Umberto Eco, ateo, si domandava: «Perché i ragazzi debbono sapere tutto degli dei di Omero e pochissimo di Mosé? Perché devono conoscere la Divina Commedia e non il Cantico dei cantici (anche perché senza Salomone non si capisce Dante)? Insomma è legittimo e fecondo affermare che la Bibbia ha il diritto di porsi come codice culturale, così come lo sono Platone, Aristotele, Kant, l’illuminismo».  Viene citato Immanuel Kant, lo stesso filosofo che afferma: «Il Vangelo è la fonte da cui è scaturita la nostra civiltà», quasi facendo eco all'immenso scrittore Johann Wolfgang von Goethe, quando dice: «Il Cristianesimo è la lingua materna dell'Europa».

Ecco, c’è una ragione se l’intera cronologia si serve del calendario fatto elaborare da Gregorio XIII e dell’Anno Domini, l’anno della nascita di Cristo, per ricostruire gli eventi storici globali. C’è una ragione se nella nostra letteratura si incontrano autori fortemente spirituali come Francesco Petrarca, Torquato Tasso, Dante Alighieri o Alessandro Manzoni; che le uniche due opere la cui lettura è d’obbligo nei nostri licei, e cioè la "Divina Commedia" e "I Promessi Sposi", siano la prima una delle espressioni più alte e fantasiose della teologia medievale e la seconda il romanzo della Provvidenza.
Caro ministro, lei mi riduce il Cattolicesimo a fatto puramente confessionale, e al contempo mi chiede di studiare il Manzoni, che però mi scrive in 'Osservazioni sulla morale cattolica': «Tutto si spiega col Vangelo, tutto conferma il Vangelo». 

Meglio poi che non faccia appello a Vittorino da Feltre Pico della Mirandola: si spaventerebbe. Nè vengo a riportarle le conclusioni di scrittori del rango di Fëdor Dostoevskij Lev Tolstoj: li scambierebbe per mistici deliranti.

Capisce quindi, eccellenza, il mio dilemma su se prestare ascolto a lei o agli autori che mi chiede di studiare? Son drammi, mi aiuti, perché mi confonde le idee anche il pittore Marc Chagall, quando confessa: «Le pagine della Bibbia sono l'alfabeto colorato in cui per secoli i pittori hanno intinto il loro pennello». Cerco di non badarci troppo, eppure mi sembra proprio che cupole e campanili sovrastino superbamente tutte le città europee, e che la grande maggioranza dei capolavori artistici del Vecchio continente narrino del Cristianesimo e dei suoi protagonisti. Nessuna sorpresa poi, se le due più celebri sculture al mondo siano il biblico Re David di Michelangelo e la Pietà vaticana.

Pare che questo Cristianesimo continui a perseguitarmi persino nella persona del filosofo agnostico Benedetto Croce, che arrivò a scrivere un noto saggio intitolato "Perché non possiamo non dirci cristiani", in cui leggo: «Il Cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l'umanità abbia mai compiuta (...). Tutte le altre rivoluzioni, tutte le maggiori scoperte che segnano epoche nella storia umana, non sostengono il suo confronto, parendo rispetto a lei particolari e limitate. Tutte, non escluse quelle che la Grecia fece della poesia, dell'arte, della filosofia, della libertà politica, e Roma del diritto (...). La ragione di ciò è che la rivoluzione cristiana operò nel centro dell'anima, nella coscienza morale, e, conferendo risalto all'intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fin allora era mancata all'umanità. Gli uomini, i geni, gli eroi, che vi furono prima del cristianesimo, compirono azioni stupende, opere bellissime, e ci trasmisero un ricchissimo tesoro di forme, di pensieri e di esperienze; ma in tutti essi manca quel sentimento di amore e carità che noi accomuna e affratella, e che il cristianesimo ha dato esso solo alla vita umana».

E sul filone di Croce si inserisce ancora l'ateo Jürgen Habermas, filosofo, storico e sociologo, tra i massimi esponenti viventi della prestigiosa Scuola di Francoforte, che mi ricorda con schiettezza: «L'universalismo egualitario - da cui sono derivate le idee di libertà e convivenza solidale, coscienza morale individuale, diritti dell'uomo e democrazia - è una diretta eredità dell'etica ebraica della giustizia e dell'etica cristiana dell'amore. A tutt'oggi non disponiamo di opzioni alternative. Continuiamo ad alimentarci a questa sorgente. Tutto il resto sono chiacchiere postmoderne».

Ma allora com'è possibile che siamo arrivati a scordarci tutto? Asineria italica? Assenza di memoria? Secolarizzazione? Certamente. Ma anche gli insegnanti di religione non ci fanno una bella figura. Vero che l'impossabilità di compiere una valutazione di egual incidenza come quella del resto dei colleghi non li abbia aiutati nel guadagnarsi la giusta considerazione da parte degli studenti, ma è innegabile che molti di essi (certamente non la totalità) li si è visti tragicamente inadeguati al ruolo preposto, per sciatteria o ignoranza.

Chi si aspettava disquisizioni sull'estetica teologica, la natura dei Dogmi, il problema della teodicea o quello del peccato originale, la Grazia, i Concili e le eresie, la Scolastica, la teologia dei Dottori della Chiesa, la filosofia cristiana e l'apologetica, ecc, ha fin troppo spesso trovato insegnanti che si limitavano a lasciare spazio ad una normale ora di ricreazione, o fiera delle banalità da primo catechismo (neppure da cresima!). E di tutto questo possiamo davverno farne a meno.

Ecco perchè oggi ci tocca non solo difendere l'ora di religione cattolica da ministri che hanno smarrito il senso della storia, ma di reclamarne anche un dignitoso e autentico insegnamento. In nome della nostra stessa identità perchè, come ammonisce il poeta Thomas Stearns Eliot, vincitore del premio Nobel per la Letteratura: «Un cittadino europeo può non credere che il Cristianesimo sia vero e tuttavia quello che dice e fa scaturisce dalla cultura cristiana di cui è erede. Senza il Cristianesimo non ci sarebbe stato neppure un Voltaire o un Nietzsche. Se il Cristianesimo se ne va, se ne va anche la nostra cultura, se ne va il nostro stesso volto».

di Giacomo Diana

lunedì 2 luglio 2012

Il Crocifisso


 Il Crocifisso 

***





  

“ La tua voce ha potuto intenerirmi
La tua presenza trattenermi.
Chi sei?
Tu, solo tu, hai destato
l’ammirazione dei miei occhi,
la meraviglia del mio udito.
Ogni volta che ti guardo
mi provochi nuovo stupore
e quanto più ti guardo
più desidero guardarti”.

Calderon de la Barca
(Madrid 1600-1681)


La divinità dei cristiani non consiste solo in un Dio semplice autore delle verità geometriche e dell'ordine degli elementi: questa è una concezione pagana. Essa non consiste in un Dio che esercita la sua Provvidenza sulla vita e sui beni degli uomini per concedere un felice seguito d'anni: questa è una concezione ebraica.
Ma il Dio di Abramo e di Giacobbe, il Dio dei cristiani è un Dio di amore e di consolazione: è un Dio che riempie l'anima e il cuore di coloro che lo possiedono. È un Dio che fa sentire interiormente la loro miseria e la sua infinita misericordia; che li raggiunge in fondo alla loro anima; che li riempie di umiltà, di fede, di fiducia e di amore; che li rende incapaci di un altro scopo oltre se stesso.
Il Dio dei cristiani è un Dio che fa sentire all'anima che egli è il suo unico bene; che il suo riposo è in lui, che proverà gioia solo ad amarlo; e che, al tempo stesso, le fa aborrire gli ostacoli che la trattengono e le impediscono di amarlo con tutte le sue forze.
L'amor proprio e la concupiscenza che la fermano gli sono insopportabili, e Dio le fa sentire che essa ha questo fondo di amor proprio e che lui solo può guarirla.

Dagli scritti di Blaise Pascal (1623-1662)


Un uomo che nacque e morì come noi; la cui presenza e il cui insegnamento hanno continuato a brillare per ogni nuova generazione, come avvenne per i suoi discepoli e per tutti coloro che lo conobbero e lo ascoltarono in Galilea tanti anni fa. Egli è morto, ma nondimeno è rimasto vivo come nessun altro, e rimane vivo; ci ha offerto la prospettiva misteriosa di morire al fine di vivere; ha sconvolto tutti i falsi valori del mondo, dicendoci che erano i deboli, non i forti, a essere importanti, i semplici, non i dotti, a possedere la verità, i poveri, non i ricchi, a essere benedetti. La croce su cui agonizzò e morì divenne simbolo delle speranze più acute e più dolci che si siano mai nutrite, e l’ispirazione delle esistenze più nobili e più felici.

Tratto da “ Cristo riscoperto” di Malcolm Muggeridge (1903-1990)

domenica 20 maggio 2012

Fu una croce o un palo?


Fu una croce o un palo?
***


Il supplizio della crocifissione dai popoli semiti ad oggi
Testimonianze archeologiche ed artistiche

Corriere di Saluzzo - 22 febbraio 2002 - articolo a cura di Mirella LOVISOLO
Ancora-croce-Catacomba Domitilla


Ancora-croce con pesciolini Catacomba di Domitilla


Il supplizio della crocifissione che era praticato in Persia e tra i popoli semiti prima di Cristo, venne assunto dai Romani come terrificante pena capitale per gli schiavi ribelli e usato sino al sec. IV quando Teodosio il Grande lo soppresse. Purtroppo non scomparve del tutto se in molte parti del mondo molti cristiani ebbero ancora a subirla e, a detta dei missionari, resta oggi ancora in taluni paesi, come il Sudan.


La Croce, simbolo della redenzione di Cristo, è "segno" che per il cristiano rappresenta e sintetizza la fede, ma è anche "segno di contraddizione" per molti che, come abbiamo già visto, vorrebbero toglierla dalle scuole e dagli ospedali.


Vi sono poi altri che, passando di casa in casa, vanno diffondendo - tra altre inesattezze - la strana affermazione che Cristo non sia morto su una struttura cruciforme, ma su un semplice palo. La teoria, che vorrebbe incrinare la fiducia nella lettura cristiana dei Vangeli e nella Chiesa, risale solo al 1928 ed è in contrasto con tutte le più antiche testimonianze letterarie e archeologiche che invece parlano di "croce".


Proviene da ambiti i religiosi che non sono cristiani (anche se pretendono di essere tali) che definiscono "idolatria satanica" la fede e la venerazione della Croce, giustificando la loro affermazione con il richiamo alle prescrizioni del Deuteronomio (21,22-23) circa l’uso di appendere ad un albero il cadavere di un condannato, come monito per tutti. Nell’Antico Testamento però, non venne mai appeso al palo un uomo vivo, perché la cosa era giudicata abominio dagli ebrei; anche per questo Pilato non l’avrebbe mai fatto.


I romani invece usavano lo strumento della croce (immissa o capitata : † o quella commissa :T). di cui già parlano Plauto, antico scrittore romano nella "Mostellaria" v.56, Plutarco in "An vitiositas ad infelicitatem sufficiciat" 499 D) Luciano di Samosata ne "Il giudizio delle vocali cap.12) e altri ancora. La condanna di Gesù venne eseguita dalle guardie del governatore che applicarono la procedura romana, come Gesù aveva profetizzato: "Il Figlio dell’Uomo sarà consegnato ai pagani perché sia schernito flagellato, crocifisso" (Mt.20,18-19).


Netta era la distinzione tra i due tipi di condanne a morte in uso, tra le altre, a Roma: al palo con flagellazione e decapitazione, alla croce, dove le braccia aperte erano inchiodate ad una trave orizzontale poi issata su quella verticale. Anche gli autori classici, che parlano ampiamente dei supplizi romani, distinguono tra condanna al "palo" (ad palum alligare= legare al palo) e condanna alla "crocifissione" ( "tollere= innalzare).


E’ esattamente il verbo "innalzare" che usa Gesù profetizzando la sua passione: "Quando avrete innalzato il Figlio dell’Uomo saprete che Io Sono"(Gv.8,28). "Innalzare" è sinonimo di crocifiggere.


Come è possibile dunque sostenere la tesi del palo?


Il principale motivo di contestazione della croce è il termine greco "stauros" con cui essa veniva designata. Stauros indica una molteplicità di oggetti di legno, tra questi anche la croce nel Nuovo testamento (crf. Vocabolario greco-italiano L. Rocci e il Dizionario illustrato greco-italiano di Liddell H.G-Scott R. Le Monnier 1975, p.1183).


La parola dunque che ha diverse accezioni nella lingua greca, nel Nuovo Testamento ha l’accezione di "croce". Altro termine usato è "xýlon " che significa "legno" termine col quale nel Nuovo Testamento (At.5,30 e 10,39) si intende la Croce ( Liddell H.G. –Scott op.cit. pag. 875) . La parola "xýlon " legno, era genericamente usata in riferimento al materiale di cui era fatto il trave trasversale detto "patibulum" portato dal condannato per esservi inchiodato e poi issato ("innalzato") sul palo verticale già preparato sul luogo del supplizio. "Gesù uscì portando la croce" dice Giovanni (19,17). Come avrebbe potuto un uomo massacrato dalla flagellazione portare fin sul Calvario un palo dal peso di un quintale e più?


Le stesse traduzioni in latino del nuovo Testamento risalenti al 180, traducono sempre la parola "stauros" con crux (croce) ", mai con "palus" (palo).


Numerosissime sono le testimonianze.


Innanzi tutto le profezie di Gesù( Mt. 20,18-19 – Gv.8,28) "Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’Uomo" (Gv. 3,14). Paolo parla simbolicamente della croce a 4 braccia, non di un palo quando dice " …siate in grado di comprendere quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza"(Ef.3,17).


Numerosi sono i documenti letterari del secondo secolo. L’Epistola di Barnaba, redatta tra il 96 e il 130, parla della forma a T (tau) della croce,nel 135 Giustino descrive con precisione la croce del Golgota: la ricorda come una trave piantata in terra e intersecata da un’altra all’altezza delle spalle, il "patibulum". Nel sec. III Ippolito paragona la croce all’albero della nave intersecato dalla trasversale della vela, una immagine che diventerà un simbolo frequentemente usato per indicare la Croce di Cristo nell’arte catacombale.

IL CROCIFISSO

L’opera che presentiamo è un pannello della porta di S.Sabina a Roma del sec. V°, uno dei rarissimi esemplari di scultura lignea paleocristiana conservata; è la più antica raffigurazione della Crocifissione che si conosca. In quest’opera Cristo è rappresentato frontalmente al centro del riquadro notevolmente più grande dei due ladroni crocifissi ai lati, per indicare – secondo un antico concetto – la superiorità del personaggio; ha gli occhi aperti, il volto barbato, i capelli lunghi. È cinto del perizoma, le braccia si allargano nell’atteggiamento dell’”orante”; solo le mani sono inchiodate, dietro di esse appena si intravedono le estremità del braccio trasversale della croce. I piedi non sono inchiodati e poggiano per terra. La testa si volge lievemente verso destra per dire al Buon ladrone le parole della salvezza: “Oggi sarai con me in Paradiso”.


Il corpo del Cristo per quanto possente sembra senza peso.Il volto di Gesù ha le sembianze di un vivente e indica la totalità dell’annuncio cristiano: il Cristo è morto ed è risorto, egli è il Vivente. La scena è collocata sullo sfondo di un muro con un riferimento alle mura di Gerusalemme fuori dalle quali sorge il Golgota. Sul muro appaiono tre frontoni su quello di destra una finestrella, probabile allusione alla salvezza accordata al Buon Ladrone. Anteriormente al 400, l’arte delle prime comunità esprime simbolicamente il sacrificio di Cristo con l’immagine dell’ Agnello immolato e con l’ancora, che in forme diverse camuffa la croce. Il Wilpert afferma che nelle regioni cimiteriali appartenenti all’epoca tra II° e V° secolo, ne esiste un folto gruppo di 200 esemplari. L’uso dell’ancora, a differenza di altri simboli catacombali, non ha riscontro in altre civiltà, è propria del cristianesimo, e rivela il concetto teologico originale: Cristo crocifisso e risorto è l’ancora della nostra salvezza.


Il tema del crocifisso rimane sconosciuto all’iconografia finché Teodosio il Grande soppresse la pena umiliante della croce e l’immagine non suscitò più associazioni negative. La raffigurazione del Messia crocifisso “scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani” (I Cor 1,23) poteva infatti scandalizzare gli ebrei e intimorire i neofiti, nonché suscitare il disprezzo dei pagani come appare nell’incisione del Palatino dove è rappresentata l’immagine di un asino crocifisso adorato da un proselito.


Con il IV° secolo apparirà nell’abside delle Basiliche paleocristiane la Croce Gemmata che allude all’apoteosi finale di Cristo e specialmente nei mosaici ravennati come nella cupola del Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna dove la Croce è al centro di una incredibile decorazione stellare. Molto frequente è anche l’immagine dell’Albero Della Vita (S. Clemente a Roma), ma fino al V secolo non vi è il corpo appeso.


Dopo la coraggiosa raffigurazione di S. Sabina, il Concilio Trullano del 602, ordinò di rappresentare direttamente la Crocifissione la cui grande diffusione si ebbe nei sec. XII-XIII con le cattedrali romaniche e gotiche. Nella Croce di S. Damiano il Cristo appare ancora Triumphans trionfante sulla morte, mentre nel sec. XIII per influsso delle correnti francescane appare Patiens (sofferente sulla croce).


I secoli successivi hanno prodotto immagini diverse della Redenzione: da Giovanni Bellini a Grunewald, da El Greco a Chagall, sino all’essenzialità contemporanea come la Croce di Armando Testa (1990) nelle cui linee oblique è presente l’abbandono doloroso del Cristo obbediente: “Tutto è compiuto” mentre il colore luminoso è quello della Risurrezione.


Immagini diverse che annunciare la stessa gioiosa e sconvolgente notizia: “Cristo è stato crocifisso, ma Dio l’ ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni” (At.2,38).


Mirella LOVISOLO


Bibliografia:

TRICARIO M.F, Il credo dell’arte, AdP, Roma, 2000.

SALA G. Lacroce e il crocifisso, suppl. a Evangelizzare, EDB, Marzo 2003.

RUGGERI C., Stenografie dell’anima, Piemme, 1991

LA CROCE NELLE ISCRIZIONI E NELL'ARTE DEI PRIMI SECOLI
tratto dal sito http://www.infotdgeova.it
Questo graffito di inizio del II secolo è stato trovato sul Palatino a Roma. Raffigura un crocifisso con testa di animale e una persona in atto di adorazione verso di lui, con la scritta "Alessameno adora Dio". Questo graffito è stato interpretato dagli archeologi come una irrisione del culto cristiano verso Cristo. La testa dell'animale è stata interpretata come la testa di un asino o di un mulo. È una testimonianza molto preziosa sul fatto che i primi cristiani non solo sapevano che Gesù era stato crocifisso su una croce, ma lo adoravano come Dio.
Nella letteratura cristiana dei primi secoli abbiamo l'attestazione che i pagani deridessero i cristiani come adoratori di un asino, e che facessero volentieri riferimento (questo anche per i Giudei) al mulo. Secondo un'antica leggenda il Dio dei Giudei era un asino, oppure aveva una testa di asino (cfr. Giuseppe Flavio, Contra Apionem, II,80 ss.; Tacito, Historiae, V,3 ss.; Epifanio, Panarion, eresia 26,10 etc.). Era questa una leggenda sorta probabilmente dal fatto che l'asino era l'animale sacro di Seth, il reprobo nel pantheon egizio, che gli egiziani consideravano il Dio degli stranieri. I Giudei erano molto presenti in Egitto, ed il loro Dio veniva identificato con Seth; Io ed Eio sono i nomi copti dell'asino, abbastanza somiglianti alla parola Iao che è uno dei modi per indicare YHWH, utilizzatissimo nei testi magici; nelle gemme magiche infatti la raffigurazione di Seth dalla testa d'asino viene identificata come Iao, YHWH o Yah, il Dio degli Ebrei. È stato molto semplice trasferire l'identificazione del Dio degli Ebrei al nuovo Dio, Gesù Cristo crocifisso. Questa identificazione è confermata da un altro graffito realizzato a Cartagine poco prima del 197 d.C., ove si vede una figura umana avvolta nella toga con orecchie d'asino, uno zoccolo al posto del piede, un libro in mano, accompagnata da una scritta: "Il Dio dei cristiani è un asino che giace con i suoi adoratori".
«Come ha scritto qualcuno, [voi pagani] avete fantasticato che una testa d'asino è il nostro dio. Tale sospetto l'ha introdotto Cornelio Tacito. Costui, infatti, nel libro quinto delle sue Storie, raccontando la guerra giudaica fin dall'origine, dopo aver congetturato quello che ha voluto, tanto sull'origine stessa, quanto sul nome e la religione di quel popolo, narra che i Giudei, liberati dall'Egitto o, com'egli credette, cacciati via, trovandosi nelle vaste località dell'Arabia, quanto mai povere di acqua, tormentati dalla sete, seguendo degli onagri [=asini selvatici], che si credeva si recassero per avventura a bere dopo il pasto, poterono far uso di sorgenti; e per questo beneficio consacrarono la figura di una bestia simile. Così di qui si presunse, penso, che anche noi cristiani, come discendenti della religione giudaica, venissimo iniziati all'adorazione della medesima immagine» - Tertulliano, Apologetico, cap. XVI,1-3 (fine I secolo).

Minucio Felice, Ottavio, IX,3 (fine I secolo) fa affermare ad un pagano: «Sento dire che i Cristiani venerano la testa della bestia più spregevole, l'asino, non so per che futile motivo».
Poco più avanti, Minucio Felice riporta ancora le parole del suo interlocutore pagano:
«E chi ci narra che il loro culto si rivolge ad un uomo punito per un delitto con il sommo supplizio e ai ferali legni della croce, non fa che attribuire altari appropriati a quei malfattori e scellerati, che onorano ciò che si meritano» (IX,4).
L'autore pagano deride il fatto che i cristiani venerino un malfattore crocifisso; si noterà tra l'altro che si parla di "legni della croce" (crucis ligna), e non di "legno della croce" (crucis lignum), a testimonianza del fatto che si trattava di due pali incrociati. E questi due pali vengono derisi come altari appropriati per il culto dei cristiani.
È quindi evidente che l'autore del graffito trovato sul Palatino si era ...ispirato a  queste offensive credenze relative al culto cristiano.
«...Questo abbozzo malfatto non può essere presentato come prova né che Gesù fù [sic] messo su "la Croce" né tanto meno che i cristiani adoravano "la Croce". Si può ben vedere che la T è disegnata sopra la figura e non dietro, questo probabilmente perché è stata aggiunta in un secondo tempo. Inoltre la testa d'animale assomiglia più a quella di uno sciacallo che a quella di un asino (basta vedere le orecchie!). Vale la pena ricordare che in Egitto si adorava una divinità con corpo umano e testa di sciacallo detta Anubis. Cosa possa significare lo schizzo raffigurato sopra è suscettibile di molte interpretazioni. E' comprensibile che una di queste sia quella voluta dai sostenitori de "la Croce". Ma, onestamente, una simile "prova" non sostiene nulla. Piuttosto, possibile che i primi cristiani, se è vero che adoravano "la Croce" come sostiene la tesi di sopra, non hanno lasciato nessuna traccia seria sotto forma di icone nei primi 300 anni di cristianesimo? La realtà è un altra: non ci sono da nessuna parte immagini di "la Croce" né nelle catacombe né in nessun altro luogo frequentato dai primi cristiani semplicemente perché i primi cristiani non adoravano nessuna "Croce" ma il solo vero Dio e Padre di Gesù Cristo, Geova (Giovanni 20:17)».
Gli autori di queste critiche si sono basati non su delle foto, come quella riprodotta in questa pagina, ma su un disegno che non rende fedelmente il graffito:

Disegno riportato nell'anonimo sito
Commentiamo una per una queste obiezioni per mettere in risalto la loro assoluta inconsistenza.
Si può ben vedere che la T è disegnata sopra la figura e non dietro, questo probabilmente perché è stata aggiunta in un secondo tempo
Innanzitutto si osservi che si tratta di un rozzo graffito e non di un affresco nel quale si rispettano le regole prospettiche. Sicuramente l'autore di questo insultante disegno non pretendeva di fare un capolavoro pittorico. 
Inoltre la testa d'animale assomiglia più a quella di uno sciacallo che a quella di un asino (basta vedere le orecchie!).
La testa d'animale è indubbiamente quella di un asino o di un mulo. È nel disegno del sito geovista che potrebbe sembrare dubbia la sua identificazione in una testa d'asino, ma la foto non lascia alcun dubbio in merito: 

Dettaglio
Gli asini possono avere le orecchie corte come lunghe, ad esempio questo bell'asinello ha le orecchie proprio come quelle del graffito:
Gli asini selvatici, gli ònagri, che hanno le medesime orecchie. Ma forse i Testimoni non sanno che cos'è un ònagro, anche se esso compare più volte nella Bibbia; non lo sanno perché la fantastica Traduzione del Nuovo Mondo in Giobbe 24,5 invece di tradurre ònagro o asino selvatico traduce "zebra nel deserto", come se un asino e una zebra fossero la stessa cosa...
Vale la pena ricordare che in Egitto si adorava una divinità con corpo umano e testa di sciacallo detta Anubis. Cosa possa significare lo schizzo raffigurato sopra è suscettibile di molte interpretazioni. E' comprensibile che una di queste sia quella voluta dai sostenitori de "la Croce". Ma, onestamente, una simile "prova" non sostiene nulla.

Il dio egizio Anubis, dalla testa di sciacallo
Quella dello sciacallo è una scusa per far credere che quello sia un graffito pagano che raffigura un pagano che prega un dio con la testa di sciacallo. Forse i  Testimoni non sono mai stati al museo egizio e non hanno mai visto una raffigurazione del dio Anubis, che non assomiglia neanche col binocolo a quella di cui stiamo discutendo. In ogni caso, in nessun culto pagano si ha l'adorazione di un crocifisso.

Sciacallo
Anche lo sciacallo ha una testa immensamente diversa da quella raffigurata nel graffito. È chiarissimo quindi che nel graffito si è voluto raffigurare un uomo con la testa di asino o di un mulo.
Ma, onestamente, una simile "prova" non sostiene nulla.
Questa è una semplice e discutibilissima opinione. Per i TdG "non sostiene nulla" perché questa iscrizione contrasta con gli attuali insegnamenti della Società Torre di Guardia. Per chi non ha simili pregiudizi invece, l'iscrizione è chiaramente da associare al culto cristiano.
Piuttosto, possibile che i primi cristiani, se è vero che adoravano "la Croce" come sostiene la tesi di sopra, non hanno lasciato nessuna traccia seria sotto forma di icone nei primi 300 anni di cristianesimo?
Si dimentica che il culto cristiano era proibito e che essendo perseguitati i cristiani non potevano certo manifestare apertamente la loro fede o raffigurare dei simboli legati al loro culto. Tuttavia vi sono molte testimonianze ed iscrizioni - oltre a questa che abbiamo esaminato - che attestano che la croce era un simbolo cristiano.
Uno dei simboli usati dai cristiani del secondo secolo d.C. era il pesce. La parola pesce, in greco ICHTHYS, era un segno convenzionale dell'espressione greca Iesous CHristòs THeou Yiòs Sotér, che significa "Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore".
In alcune di queste iscrizioni veniva aggiunto il T della croce tra le lettere, come in questa iscrizione del III secolo che si trova nelle Catacombe di S. Sebastiano...
... oppure si inseriva la X (iniziali di Cristo, in greco). Giustino, a metà del II secolo, spiega la differenza tra la X cristiana e quella pagana: "Platone nel Timeo cerca, con ragioni naturali, quello che è il figlio di Dio, dicendo che egli ha tracciato un X su tutte le cose; ma questo l'ha preso da Mosè [...] Platone lesse questi avvenimenti, ma non avendoli ben compresi non capì che questa era l'immagine della croce; e credette invece che era una X e disse che per Dio la seconda potenza era lo X tracciato sull'universo" (I Apologia, 60).

Porta di Santa Sabina, Roma
Le prime croci  con sopra disegnato Gesù (crocifissi) compaiono nel V secolo, come il pannello della porta di Santa Sabina. C'è anche un avorio del British Museum del principio del V secolo con un Gesù crocifisso che si può vedere in questa foto:
Per quanto riguarda la croce senza figura umana risulta che tra i primi esempi di croce cristiana vi è quello discusso di Palmira e l'iscrizione di Dura Europos (163). In Occidente, oltre alla croce di Ercolano, la croce appare in un affresco dell'ipogeo degli Aurelii a Roma. (ca. 253). Verso il 253 d.C. ca. si trova nell'ipogeo degli Aurelii una raffigurazione di un personaggio che indica la croce.
Un'altra bella croce si trova su una lastra sepolcrale marmorea nel cimitero di S. Callisto a Roma, sotto il nome della defunta Rufina Irene. È del III secolo.
A pag. 3050 del Dictionnaire d'archéologie chrétienne et de liturgie (F. Cabrol e H. Leclerq, Paris 1907-1953) vengono riprodotte altre antichissime raffigurazioni della croce:
Nel prestigioso dizionario si dice che tale gemma è un diaspro rosso, inciso sui due lati, che venne ritrovato a Gaza, in Siria.
Ciò che rende questa minuscola scultura estremamente interessante, è il fatto che rappresenta una crocifissione, e di sicuro una delle più antiche che si conoscano. Nel Dizionario si dice che tale opera venne realizzata dagli Gnostici: «Non si può dubitare del fatto che gli gnostici raffigurarono il Cristo, se confrontiamo i diversi passaggi in cui i Padri osservano che qualcuno di questo eretici fece eseguire, in materiali diversi, immagini di Omero, Pitagora, Aristotele, Platone, San Paolo e Gesù Cristo. Tali immagini, ci dicono, furono fatte al tempo di Pilato e mentre il Signore era ancora fra gli uomini. Ma presso i primi cristiani, le rappresentazioni delle scene del Vangelo relative alla vita di Cristo si fermano alla sua comparsa davanti a Pilato. La crocifissione non compare se non sotto la forma di una croce ricoperta di fiori e di pietre preziose. Sulla gemma gnostica, al contrario, l'immagine è brutale e mostra, in tutto il suo orrore, l'antico supplizio. Il crocifisso è nudo, morente o morto, con la testa reclinata».
Quest'altra gemma, come si legge del Dizionario, è una cornalina custodita nel Museo Britannico. Raffigura il Cristo in piedi, nudo, con le braccia stese orizzontalmente alla traversa della croce.La figura di Cristo domina con la sua statura i dodici apostoli. Sullo sfondo si leggono delle lettere scritte al contrario e questo permette di capire che la gemma era usata come sigillo. È stata trovata a Costanza, in Romania, insieme ad altre gemme datate dal I al III secolo. Si ritiene che tale pietra risalga al II secolo.
Questa seconda cornalina ci mostra lo stesso soggetto con alcune varianti degne di nota. Il crocifisso non ha più un'altezza sovrumana, ma è alto come i dodici apostoli raccolti ai piedi della croce. È elevato tramite il suppedaneum (il sostegno sporgente su cui si appoggiavano i piedi) all'altezza di un metro circa. Il crocifisso ha le braccia stese, ha l'aureola e sullo sfondo si legge la scritta "Gesù Cristo". Tale medaglia è un po' più recente della precedente e viene datata al III secolo.
Molti Testimoni di Geova credono che non vi siano raffigurazioni di croci anteriori al V secolo, ma si sbagliano, come abbiamo visto. Si trovano, infatti, raffigurazioni della croce dal II secolo in poi, con l'unica limitazione che non c'è Gesù sopra... e questo perché prima della liberalizzazione del cristianesimo non sarebbe stato concesso di raffigurare così apertamente il Cristo, quindi lo si velava simbolicamente o lo si raffigurava in modo da non dover essere necessariamente compreso (il "buon pastore" non era altro che un pastore con una pecora sulle spalle... poteva essere interpretato come un pastore qualsiasi). Ma non appena il cristianesimo diventa libero, l'iconografia esplode nelle raffigurazioni della croce con il Cristo. Come questo Cristo in un sarcofago del IV secolo al museo lateranense.

Vi sono poi numerosissime fonti letterarie, a cavallo di I-II secolo, tra cui Ignazio, Barnaba e Giustino, che ci spiegano che la croce aveva forma simile alla lettera T, e usano molte immagini per descriverla (l'albero ramificato, Mosé con le sue braccia allargate, l'agnello cotto allo spiedo con uno spiedo che lo trapassa in un senso e un altro che lo trapassa nell'altro, etc., etc.). Poi ci sono le fonti liturgiche che ci descrivono il segno della croce, a partire da Tertulliano ai principi del III secolo. E lo sphragis fatto ai battezzandi sul capo.

Tra la fine del II e l'inizio del III secolo, i pagani persecutori, per mostrare che anche i cristiani erano idolatri, rinfacciavano loro il culto della croce e li chiamavano Crucis religiosi (veneratori della croce). Adoratori idolatrici i cristiani non lo sono mai stati, ed i concili ecumenici hanno vigilato su questo. Il secondo concilio di Nicea definisce gli atti di culto riservati alla croce: il saluto alla venerazione, ma non l'adorazione. Teodoro Studita osserva che l'adorazione rivolta a Dio è vera adorazione, quella rivolta alla croce lo è in senso relativo, in quanto è rivolta comunque al Cristo e non all'oggetto.

Per i Romani le esecuzioni capitali sulla croce erano all'ordine del giorno. In quei casi c'erano dei pali verticali già piantati. Cicerone si vantava di averlo tolto dal campo Marzio durante il suo consolato, e rimprovera Labieno che aveva ordinato di "conficcare e stabilire la croce per il supplizio dei cittadini" (Pro Rabirio 3,10; 4,11). Il condannato si portava sulle spalle il braccio trasversale della croce. Arrivati sul luogo dell'esecuzione, si inchiodavano le braccia al palo trasversale e si sollevava il palo così fissato alla persona usando una corda che passava sulla punta del palo verticale, e delle scale se necessario. Questa operazione si chiama in crucem tolli o crucem ascendere, o in cruce excurrere. Queste espressioni danno l'idea del salire verso l'alto. Due persone sono sufficienti per tirar su il condannato e fissarlo al palo verticale. Dopo la morte, si tirava nuovamente giù il palo trasversale e quello verticale era pronto per la prossima esecuzione.

Questa è la procedura che i romani seguivano per crocifiggere. Le attaccature su pali verticali unici avvenivano in casi particolari, in mancanza di legno, per la fretta, e comunque su pali già piantati nel terreno, normalmente alberi, soprattutto in tempo di guerra, per esecuzioni di massa, per esecuzioni sommarie. Ma certo senza trasporto del palo da parte del condannato. Nel caso di Gesù ci fu un regolare processo ed una condanna esemplare.
Gli scrittori ecclesiastici tra la fine del primo e l'inizio del II secolo, ben conoscendo la forma della croce, la utilizzano in vario modo, rappresentandola con la lettera T maiuscola dell'alfabeto, paragonandola ad oggetti composti da due bracci incrociati. Nelle catacombe si comincia a mettere la croce un po' ovunque. Quando Costantino permette il cristianesimo, i segni di croce fino a quel momento nascosti possono essere accompagnati anche dalla figura di Cristo. Dall'inizio del V secolo incomincia la raffigurazione del Cristo attaccato alla croce. Croce che nessuno mai disse essere un palo sino alla metà del secolo XX con i testimoni di Geova.
Concludo con un passo degli Atti di Andrea, del II secolo, dedicato alla croce:
"Una parte di te si eleva nei cieli, per designare il Verbo che è in alto; un'altra parte si spiega a destra e a sinistra, per mettere in rotta la potenza temibile dell'Avversario, e per riunire il mondo dell'unità; e una parte è piantata nella terra, per riunire le cose che sono sulla terra e quelle che sono negli inferi assieme a quelle che sono nei cieli [...] O croce, trofeo della vittoria di Cristo sui suoi nemici! O croce, piantata sulla terra, ma che porti il tuo frutto nei cieli; salute a te, che sei stata vestimento del Signore" (14).

BIBLIOGRAFIA:
M. HENGEL, Crocifissione ed espiazione, Brescia, Paideia, 1988.
J. BLINZLER, Il processo di Gesù, Brescia, Paideia, 2001.
da: Fu un palo o una croce? Il supplizio della crocifissione