Quel birichino di Costantino
***
di
Andrea Tornielli
Ci siamo dunque lasciati
alle spalle le elucubrazioni sul matrimonio
di Gesù e della Maddalena, delle quali Dan
Brown è soltanto l’ultimo propagatore. Possiamo
ora affrontare un altro dei capisaldi della
costruzione teorica sottesa al suo Codice
da Vinci, vale a dire il «complotto» ordito
dall’imperatore Costantino e dalla Chiesa
nel corso del Concilio di Nicea, per «eliminare»
i testi evangelici scomodi, salvando solo
quelli più innocui, e al tempo stesso «divinizzare»
l’umana figura di Gesù di Nazaret. Il quale,
secondo Brown e i suoi molti ispiratori, non
era certo il figlio di Dio, ma un grande profeta.
Ricordiamo, a mo’ di promemoria, alcune delle
affermazioni contenute in proposito nel Codice
da Vinci.
Innanzitutto la Bibbia e i suoi scritti canonici,
così come essi sono stati tramandati a noi,
sarebbero stati raccolti da Costantino il
Grande, il quale nell’anno 325 avrebbe anche
deciso di unificare l’impero sotto un’unica
religione, il cristianesimo. Mentre fino a
quel momento, a detta di Dan Brown, Gesù era
stato considerato dai suoi seguaci «come un
profeta
mortale», da quel momento,
con un voto a maggioranza, Costantino lo impone
come «divino». Anche in questo caso, il nostro
romanziere non inventa nulla: un’affermazione
simile la ritroviamo nel libro di Baigent,
Leigh e Lincoln, The Holy Blood and The
Holy Grail: «Il Concilio di Nicea decise,
con una votazione, che Gesù era un dio e non
un profeta mortale… (Costantino), un anno
dopo il Concilio di Nicea, sanzionò la confisca
e la distruzione di tutte le opere che contestavano
gli insegnamenti ortodossi: le opere dei pagani
che parlavano di Gesù e quelle dei cristiani
“eretici”… Fu a questo punto che vennero apportate
probabilmente quasi tutte le alterazioni decisive
al Nuovo Testamento e Gesù assunse la posizione
eccezionale che ha avuto da allora… Delle
cinquemila versioni manoscritte più antiche
del Nuovo Testamento, nessuna è anteriore
al IV secolo. Il Nuovo Testamento nella sua
forma attuale è sostanzialmente il prodotto
dei revisori e degli scrittori del IV secolo:
custodi dell’ortodossia, “seguaci del messaggio”
con precisi interessi da difendere».
Cominciamo col porci alcune domande. Innanzitutto,
chi era Costantino? La descrizione che ne
fa Dan Brown nel
Codice da Vinci è
veritiera e corrispondente alla storia (alla
storia, non alla fede cristiana)? Il lettore
che ci ha seguito fin qui probabilmente già
immagina la risposta. Ma procediamo per gradi.
Costantino I detto il Grande (Caio Flavio
Valerio Aurelio) imperatore romano dal 306
al 337 nasce da Costanzo I Cloro, quando questi
era ancora un semplice ufficiale, e da Flavia
Elena. Dopo la nomina a «cesare» del padre,
Costantino viene cresciuto nella città di
Nicomedia presso Diocleziano, per essere in
futuro associato all’impero e anche come «garanzia»
della fedeltà dello stesso Costanzo. Accompagna
Diocleziano in Egitto nel 296 e al servizio
di Galerio come tribuno militare combatte
contro i persiani e i sarmati. Richiamato
dal padre Costanzo, dopo che quest’ultimo
era stato proclamato «augusto» in seguito
all’abdicazione di Diocleziano e di Massimiano,
lo segue in una campagna in Britannia e alla
sua morte, per acclamazione dei soldati, ne
assume il posto e il titolo. Siamo all’anno
306. Dopo aver vinto i franchi, Costantino
si accorda con Massimiano, che aveva intanto
assunto nuovamente il potere. Sposa la figlia
di Massimiano, Fausta, e ottiene il riconoscimento
di «augusto», che però gli viene contestato
da Diocleziano. Crescono pure i contrasti
con il suocero, che Costantino fa prigioniero
a Marsiglia costringendolo al suicidio nel
310. Si allea allora con l’«augusto» Licinio,
al quale dà in moglie la sorellastra Costanza,
e con Massimino Daia, lasciando entrambi a
governare l’Oriente, si dedica a fare guerra
a Massenzio, il figlio di Massimiano, che
mirava al governo dell’Occidente. Costantino
ha la meglio sull’esercito di Massenzio e
dopo aver marciato su Roma lo sconfigge a
Ponte Milvio, il 23 ottobre 312. A questo
punto, Costantino si fa riconoscere dal Senato
romano il titolo di «maximus augustus» e,
all’inizio dell’anno 313, s’incontra con Licinio
a Milano, emanando assieme a lui il famoso
editto con il quale viene proclamata la libertà
di culto per i cristiani e si decretava la
restituzione dei beni che erano stati loro
confiscati.
«Noi, Costantino Augusto e Licinio Augusto,
felicemente uniti a Milano», si legge nell’editto,
«e trattando di ciò che riguarda la sicurezza
e l’utilità pubblica, abbiamo creduto che
uno dei primi nostri doveri fosse di regolare
ciò che interessa il culto della divinità
e di dare ai cristiani, come a tutti gli altri
nostri sudditi, la libertà di seguire la religione
che ognuno desidera (“liberam potestatem
sequendi religionem, quam quisquam voluisset),
onde richiamare il favore del Cielo sopra
di noi e sopra tutto l’Impero».
L’accordo tra Costantino e Licinio, dopo l’eliminazione
di Massimino Daia (avvenuta nell’estate del
313) è precario: il definitivo conflitto tra
i due «augusti» avviene ad Adrianopoli e a
Crisopoli nel 323. Abolito il sistema della
tetrarchia instaurato da Diocleziano (che
prevedeva due «augusti» e due «cesari» che
sarebbero loro subentrati), Costantino rimane
unico e incontrastato imperatore. Durante
il suo regno deve affrontare il pericolo incombente
dei barbari: nel 332 stabilisce una pace con
i goti (che saranno evangelizzati dopo pochi
anni secondo il credo ariano). Si dimostra
spietato nei confronti dei familiari, facendo
uccidere il figlio maggiore Crispo e poi la
moglie Fausta.
Alla vigilia della battaglia di Ponte Milvio,
Costantino aveva diffuso la notizia di avere
avuto la visione di una divinità, che l’aveva
ispirato promettendogli la vittoria; aveva
quindi assunto come insegna un simbolo, il
labaro, che fu poi interpretato come il «chrismon»
cristiano (le lettere «chi» e «ro», iniziali
del nome di Cristo), o come l’emblema della
croce. Fatti e simboli, questi, ai quali sarà
dato un preciso significato cristiano solo
più tardi, quando la nuova religione si sarà
pienamente affermata.
Si può legittimamente pensare che Costantino
si sia avvicinato per gradi al cristianesimo,
a partire da un culto monoteistico del «dio
sole» che egli professava. Con l’editto di
Milano, l’imperatore, per assicurare la pace
nel suo regno, concede a tutti di adorare
Dio nel modo che preferiscono. Presiede il
Concilio di Nicea, in qualità di «vescovo
di coloro che sono fuori dalla Chiesa», e
attribuisce a se stesso una funzione di regolatore
della vita religiosa, anche se mantiene la
carica tradizionale degli imperatori, vale
a dire quella di «pontifex maximus», sommo
sacerdote del culto pagano. Nel 321 concede
ai cristiani il riconoscimento della domenica
come giorno di riposo, seppure battezzata
con il nome di «giorno del sole»: in questo
modo accontenta anche i pagani, soprattutto
i numerosi adepti del culto di Mitra, per
i quali la domenica è proprio il «giorno del
sole».
Si
converte, con tutta probabilità, soltanto
alla fine della vita. Il vescovo ariano Eusebio
di Nicomedia, molto influente a corte, lo
battezza sul letto di morte. Al di là delle
diatribe sulla data della sua conversione,
è indubitabile che proprio grazie a Costantino
e alle sue leggi (libertà di culto, restituzione
dei beni confiscati, dispensa per il clero
dalle prestazioni obbligatorie, diritto della
Chiesa di ricevere donazioni, abolizione delle
leggi contro il celibato, costruzione di basiliche)
che il cristianesimo si diffonderà nell’impero.
Con l’imperatore Costantino l’impero romano
assume in modo definitivo la forma di una
monarchia di diritto divino, con aspetti orientaleggianti.
La figura del sovrano è al centro di tutto,
governa tutto e tutto ciò che lo riguarda
diventa sacro: in sua presenza bisogna rispettare
un «religioso silenzio». È lui a fondare una
nuova capitale, Costantinopoli, sul luogo
dell’antica Bisanzio. E sarà attribuito a
lui un documento apocrifo, la cosiddetta «Donazione
di Costantino» che sarebbe stata rivolta a
Silvestro, vescovo di Roma, nell’anno 313,
attraverso la quale l’imperatore concedeva
al Papa il potere temporale.
È vero pertanto, come afferma il Codice
da Vinci, che Costantino avrebbe reso
il cristianesimo la religione ufficiale dell’impero
romano? Assolutamente no. Questo infatti avverrà
una quarantina d’anni dopo Costantino, sotto
l’imperatore Teodosio, che regna tra il 379
e il 395. Sarà lui a promulgare una legge
che vieta ogni culto sacrificale pagano ma
anche ogni semplice visita al tempio. Persino
adorare gli idoli pagani in casa propria viene
proibito.
Veniamo ora alla spinosa questione del Concilio
di Nicea, che secondo Dan Brown avrebbe stabilito
il canone delle scritture cristiane, abolendo
quelle apocrife perché pericolose. E avrebbe
anche stabilito grazie a una votazione la
divinità di Cristo. Tanto per cominciare dobbiamo
ricordare che il Concilio di Nicea non si
è occupato del canone delle scritture sacre,
ma ha affrontato problemi legati alla disciplina
ecclesiastica in un momento di grandi dispute
dottrinali. Anche se è vero che il canone,
già formatosi in precedenza, si va rafforzando
nell’età costantiniana con la conseguente
perdita d’influenza dei testi considerati
apocrifi.
La grande questione a tema nel Concilio è
relativa al Dio unico e allo stesso tempo
trino, al Dio unico in tre persone distinte,
il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. La
convocazione delle assisi conciliari è provocata
dalla dottrina ariana, propagata da Ario:
per questo sacerdote di origine libica, che
apparteneva al patriarcato di Alessandria,
le persone divine della trinità non possono
essere considerate uguali, dato che soltanto
il Padre, in quanto non creato ma anche non
generato sarebbe il «vero» Dio, mentre il
Figlio, generato dal Padre, occuperebbe un
posto intermedio tra Dio stesso e la creazione.
Quello di Ario è di fatto un monoteismo assoluto.
Le idee di Ario trovano molti seguaci e per
dirimere la questione Costantino convoca un
Concilio (il primo «ecumenico» in quanto coinvolge
la Chiesa universale) presso il palazzo imperiale
di Nicea. I vescovi partecipanti sono circa
trecento (secondo alcune fonti 318, secondo
altre meno di 250) e l’esito del Concilio
è la formulazione del «simbolo niceno», vale
a dire del «Credo» che precisa la fede della
Chiesa e afferma che Gesù è «consustanziale
al Padre» («homousios to Patrì») e
ha la sua stessa natura. Abbiamo letto nel
Codice da Vinci che la proclamazione
della divinità di Cristo sarebbe avvenuta
con un voto a maggioranza. Peccato che Dan
Brown non dica che soltanto due vescovi non
sottoscrissero il Credo: Teona di Marmarica
e Secondo di Tolemaide. Entrambi vennero deposti
e scomunicati dal Concilio, quindi esiliati
da Costantino.
Ecco la formulazione del Credo niceno, che
sarà poi ulteriormente sancita dal Concilio
di Costantinopoli:
«Crediamo in un solo Dio, Padre Onnipotente,
creatore del cielo e della terra, di tutte
le cose visibili e invisibili.
E in un solo Signore Gesù Cristo, l’unigenito
Figlio di Dio, generato dal Padre prima del
tempo, luce da luce, Dio vero da Dio vero,
generato non creato, della stessa sostanza
del Padre, attraverso il quale tutte le cose
sono state create; che per noi uomini e per
la nostra salvezza discese dal cielo e fu
fatto carne dallo Spirito Santo e dalla Vergine
Maria, e divenne uomo, fu crocifisso per noi
sotto Ponzio Pilato, e patì e fu sepolto,
e risorse il terzo giorno secondo le Scritture,
e ascese al cielo, e siede alla destra del
Padre, e tornerà nella gloria per giudicare
i vivi e i morti, e il cui regno non avrà
fine.
E nello Spirito Santo, il Signore che dà
la vita, che procede dal Padre, e con il Padre
e il Figlio è adorato e glorificato, e parlò
attraverso i profeti.
E in una sola Chiesa, santa, cattolica
e apostolica.
Riconosciamo un solo battesimo per la remissione
dei peccati. Attendiamo la resurrezione dei
morti e la vita del mondo che verrà
».
Costantino non si limita a convocare il Concilio
del Credo, ma manda l’«eretico» Ario in esilio.
Ma non basta. L’arianesimo continua a diffondersi
tra le comunità cristiane. Il grande oppositore
di Ario è il vescovo Atanasio di Alessandria
e l’imperatore tenta, invano, di proporre
una soluzione di compromesso accettabile da
entrambi. I vescovi che hanno sancito il Credo,
però, si rifiutano di modificarlo e così Costantino,
stanco di queste diatribe, riabilita l’esiliato
Ario e manda in esilio lo stesso Atanasio.
Quando viene battezzato sul letto di morte,
l’imperatore riceve il battesimo nella fede
ariana. La crisi si risolverà soltanto nel
381, con il Concilio di Costantinopoli, convocato
dall’imperatore Teodosio, che spiegherà la
«coesistenza» dell’unicità di Dio e la distinzione
delle tre persone della Trinità in una sola
natura. Il Credo costantinopolitano riprende
quello di Nicea, afferma che lo Spirito Santo
è «consustanziale» e «coeterno» con il Padre
e il Figlio con cui forma la Santissima Trinità
e riconosce al vescovo di Costantinopoli il
posto d’onore dopo quello di Roma.
Dobbiamo ora chiederci: alla luce di questo,
che fine fa l’affermazione di Dan Brown secondo
la quale sarebbe stato il Concilio di Nicea,
sotto la guida di Costantino, a divinizzare
l’uomo Gesù? Chiunque abbia un minimo di conoscenza
dei testi evangelici comprende al volo che
ci troviamo davanti all’ennesima fiaba del
nostro romanziere. Prendiamo per esempio gli
scritti di Paolo, che sono databili tra il
50 e il 68 dopo Cristo, vale a dire almeno
trecento anni prima del Concilio di Nicea.
Ebbene, in questi scritti troviamo affermata
senza tema di smentita la divinità di Cristo.
Come nella Prima Lettera ai Corinzi (8, 5-6),
che recita: «E in realtà, anche se vi sono
cosiddetti dèi e molti signori, per noi c’è
un Dio solo, il Padre, dal quale tutto proviene
e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù
Cristo, in virtù del quale esistono tutte
le cose, e noi esistiamo per lui». Difficile
davvero immaginare un uomo, per quanto grande
profeta, «in virtù del quale esistono tutte
le cose»! Lo stesso titolo «Signore» veniva
spesso riferito a Dio, nella traduzione greca
della Bibbia, detta «dei Settanta». Gesù,
secondo l’apostolo Paolo, è coinvolto nella
creazione del mondo. «Secoli prima di Nicea»,
scrive Darrell L. Bock, «un importante capo
spirituale cristiano affermava la divinità
di Gesù non solo mediante l’uso di un titolo,
ma anche attraverso la descrizione del suo
agire».
In altri brani, come nella Lettera ai Filippesi
(2, 9-11), Paolo applica a Gesù i termini
che il profeta Isaia utilizzava per Dio nella
Bibbia ebraica: «Per questo anche Dio lo ha
esaltato e gli ha dato un nome che è al di
sopra di ogni altro nome, affinché nel nome
di Gesù ogni ginocchio si pieghi in cielo,
in terra e sotto terra, e ogni lingua proclami
che Cristo Gesù è il Signore, a gloria di
Dio Padre». Un passo che richiama quello di
Isaia (45,23) nel quale il profeta riporta
le parole di Dio: «L’ho giurato su me stesso;
quello che esce dalla mia bocca è giustizia
e non sarà revocato! Infatti davanti a me
si piegherà ogni ginocchio e ogni lingua giurerà…».
Lasciamo Paolo, e prendiamo i vangeli. Come
leggere il prologo di Giovanni, se non come
un inno alla divinità di Cristo?
«In principio era il Verbo
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Questi era in principio presso Dio.
Tutto per mezzo di lui fu fatto
e senza di lui non fu fatto
nulla di ciò che è stato fatto…
E il Verbo si fece carne…».
Il Verbo divino che si fa carne è Gesù Cristo,
il Nazareno, figlio di Maria, concepito per
opera dello Spirito Santo, figlio del Padre,
condivide con quest’ultimo la natura divina.
Non è soltanto un uomo, un profeta, un predicatore.
Veniamo ora ai tre sinottici. E citiamo, a
mo’ d’esempio, le parole pronunciate da Gesù
davanti al Sinedrio, riunito nell’abitazione
dei sommi sacerdoti Anna e Caifa.
«Allora il sommo sacerdote levatosi in
mezzo all’assemblea interrogò Gesù dicendo:
“Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano
costoro contro di te?”. Ma egli taceva e non
rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote
lo interrogò dicendogli: “Sei tu il Cristo,
il Figlio di Dio benedetto?”» (Marco 14,
60-61).
«Allora il sommo sacerdote gli disse: “Ti
scongiuro, per il Dio vivente, perché ci dica
se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio”»
(Matteo 26, 63).
«E gli dissero: “Se tu sei il Cristo, diccelo”»
(Luca 22, 67).
È il momento culminante del processo giudaico,
perché da questa risposta dipende la condanna
di Gesù. La risposta, riportata dai vangeli,
è questa e appare inequivocabile:
«Gesù rispose: “Anche se ve lo dico, non
mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete.
Ma da questo momento starà il Figlio dell’uomo
seduto alla destra della potenza di Dio”»
(Luca 22, 68-69).
«Gesù rispose: “Io lo sono! E vedrete il
Figlio dell’uomo assiso alla destra della
Potenza e venire sulle nubi del cielo”»
(Marco 14, 62).
La domanda di Caifa, osserva il biblista Gianfranco
Ravasi, voleva «provocare Gesù a una semplice
dichiarazione messianica, grave ma non blasfema,
perché il Messia in Israele era considerato
una creatura umana». E Giacomo Biffi, nel
suo Gesù di Nazaret (edizioni Elledici)
spiega: «Il “messia” per gli ebrei del tempo
di Cristo era la figura che radunava in sé
tutte le speranze di Israele: era colui che
avrebbe ristabilito il regno di Davide, che
avrebbe rinnovato e purificato il culto di
Dio, che avrebbe fatto conoscere senza ambiguità
la volontà di Iahvè e il suo disegno di salvezza,
che avrebbe posto fine alla loro storia di
dolore e di umiliazione». È interessante notare
che il concetto di messia non era necessariamente
connotato dalla prerogativa della unicità.
Gli ebrei riconoscevano infatti molti messia
nel loro passato. Davide, i re, i sacerdoti,
i profeti, avevano di volta in volta ricevuto
questo appellativo, che ricordava la consacrazione
mediante l’unzione.
La colpa di «arrogata messianicità», cioè
l’autoproclamarsi messia, prevedeva un duro
castigo, ma non la condanna a morte. Nella
sua risposta, invece, Gesù va ben oltre, fondendo
insieme due testi biblici: il Salmo 110, che
parla di un messia riconducibile all’orizzonte
terreno e atteso da Israele lungo la linea
dinastica di Davide, e un passo tratto dal
capitolo 7 di Daniele. Quest’ultima citazione
aveva un valore più misterioso per le autorità
religiose giudaiche, in quanto presentava
un «Figlio dell’uomo» messianico che «veniva
sulle nubi del cielo», partecipando dunque
della stessa vita di Dio. Presentando se stesso
con delle caratteristiche divine, Cristo fa
scattare l’accusa di bestemmia.
Allora il sommo sacerdote, stracciandosi
le vesti, disse: «Che bisogno abbiamo ancora
di testimoni? Avete udito la bestemmia; che
ve ne pare?». Tutti sentenziarono che era
reo di morte (Marco 14, 63-64).
Compiendo il gesto rituale dello strapparsi
le vesti, Caifa manifesta il suo sdegno più
profondo per l’affermazione del Nazareno.
«In conclusione», osserva Giuseppe Ricciotti
nella sua Vita di Gesù Cristo (Mondadori,
1999), «l’inquirente aveva trionfato in ambedue
i campi: in quello nazionale-politico, perché
l’imputato aveva confessato di essere il Messia
d’Israele; in quello rigorosamente religioso,
perché aveva confessato di essere il vero
Figlio d’Iddio. Questa seconda confessione
era stata decisiva davanti al tribunale del
Sinedrio; la prima verrà adottata e sarà ugualmente
decisiva davanti al tribunale del procuratore
romano».
Vorremmo ora proporre una pagina significativa
del cardinale Giacomo Biffi, tratta dal già
citato libro Gesù di Nazaret (pp. 101-104)
e dedicata alla divinità di Cristo, che elenca
una nutrita serie di citazioni evangeliche
dalle quali questa traspare chiaramente.
«Pietro proclama: “Tu sei il Figlio di Dio”.
Abbiamo qui il terzo, più alto e più sconcertante
elemento della unicità di Gesù di Nazaret,
cioè la sua divina personalizzazione o, più
semplicemente, la sua divinità. Era storicamente
impensabile che la divinizzazione di un uomo
potesse nascere “per cause naturali” entro
la cultura ebraica, totalmente, rigidamente,
ferocemente monoteista. Eppure la Chiesa apostolica
è arrivata a questa sconvolgente persuasione
costretta dalla luce della risurrezione: “Tu
sei il mio Signore e il mio Dio” (Giovanni
20,28), è la professione di fede dell’incredulo
Tommaso, posta a traguardo della catechesi
giovannea».
«La Chiesa apostolica», continua Biffi, «esprime
in modo vario questa difficile fede, ma sempre
con molta chiarezza e in tutte le sue diverse
componenti:
– Paolo: Gesù è “di natura
divina” (Filippesi 2,6) e ha ricevuto “il
Nome che sta sopra tutti gli altri nomi” (Filippesi
2,9);
–
Giovanni: Gesù è il Verbo che “era presso
Dio” ed “era Dio” (Giovanni 1,1);
–
Matteo: colloca il Figlio tra Dio Padre e
lo Spirito di Dio, sullo stesso piano: “Nel
nome del Padre e del Figlio e dello Spirito
Santo” (Matteo 28,19);
– La Lettera agli Ebrei:
“del Figlio afferma: Il tuo trono, o Dio,
sta in eterno” (Ebrei 1,8).
Alla luce della Pasqua la Chiesa apostolica
è arrivata a questa convinzione, perché alla
luce della Pasqua ha finalmente capito che
Gesù stesso nei discorsi e negli atti della
sua vita terrena aveva in maniera molteplice,
anche se cauta, rivendicato a sé le prerogative
divine:
– si pone sullo stesso piano
del Legislatore del Sinai: “Io invece vi dico”
(Matteo 5-7);
– si arroga il diritto di
perdonare i peccati (Matteo 9,2; Luca 7,36-50);
– si ritiene il Giudice
degli uomini e della storia:
–
proclama di essere il “padrone del sabato”
e più grande del tempio (Matteo 12, 6-8);
– dice di essere l’unico
maestro, che non solo ha sempre ragione, ma
“è la verità”;
– si colloca più in alto
degli angeli (Marco 13,41);
– si propone come oggetto
di un amore che deve essere più grande di
quello del padre, della madre, della sposa,
dei figli, dei fratelli (Matteo 10,37; Luca
14,26);
– si ritiene non uno dei
figli di Dio, ma l’unico Figlio di Dio (Matteo
21,33-34);
– a suo dire Dio e lui sono
esattamente sullo stesso piano: “Nessuno conosce
il Figlio, se non il Padre; e nessuno conosce
il Padre, se non il Figlio…” (Matteo 11,27;
Luca 10,22).
La certezza storica – enunciata da tutti questi
indiscutibili “loghia” (detti) – che Gesù
stesso si è presentato come Dio, rende assolutamente
improbabile la benevola, accomodante, “moderata”
concezione che di Cristo hanno molti “benpensanti”,
che vogliono poter apprezzare e lodare Gesù,
come uomo saggio, giusto e grande, senza riconoscerlo
come Signore e come Dio. Una tale “moderazione”
è smentita da tutta la documentazione evangelica
in nostro possesso: un uomo che dice le cose
che lui dice, non può essere giudicato né
saggio, né giusto, né grande, non può avere
la nostra stima, non può essere onorato. A
meno che non sia vero tutto quello che lui
dice di sé e tutto quello che la Chiesa apostolica
afferma di lui. Non si può dunque arrivare
a un accordo generale sulla base di una generica
stima di Cristo: o lo si rifiuta, disprezzandolo,
o davanti a lui ci si inginocchia».
Come si vede, dunque, la divinità di Cristo
è rintracciabile nei testi più antichi, scritti
pochi decenni dopo i fatti. Attribuire al
voto del Concilio di Nicea questa credenza,
facendo intendere, come Dan Brown, che fino
a quel momento Gesù era stato considerato
soltanto un semplice uomo, significa affermare
il falso. Libero Dan Brown, come chiunque
altro, di non credere alla divinità di Cristo.
Ma scrivere che questa era la credenza diffusa
nei primi secoli del cristianesimo è semplicemente
una bufala. L’ennesima, tra quelle raccontate
nel Codice da Vinci. L’idea della divinità
di Gesù, il figlio di Dio, non è stata decisa
a maggioranza in una votazione – seppure una
votazione conciliare – ma era espressa con
evidenza e chiarezza nei vangeli che, lo ricordiamo,
sono stati scritti pochi decenni dopo i fatti
narrati.
Veniamo ora al canone delle Scritture, un
tema al quale abbiamo già accennato nel capitolo
precedente ma che ora esamineremo più nel
dettaglio, per verificare se rispondano al
vero le affermazioni di Dan Brown. Secondo
il
Codice da Vinci (e i suoi «ispiratori»),
lo abbiamo visto, l’imperatore Costantino
avrebbe commissionato e finanziato una nuova
Bibbia, escludendo i vangeli che esaltavano
gli «aspetti umani» di Cristo. Ricordiamo
le parole precise già citate nel primo capitolo
di questo libro, con le quali, nel romanzo,
si parla del ruolo avuto dall’imperatore nella
formazione del canone delle Scritture: «Costantino
aveva innalzato la condizione di Gesù, erano
passati quasi quattro secoli dalla morte di
Gesù stesso, esistevano migliaia di documenti
che parlavano della sua vita di uomo mortale.
Per riscrivere i libri di storia, Costantino
sapeva di dover fare un colpo di mano… commissionò
e finanziò una nuova Bibbia, che escludeva
i vangeli in cui si parlava dei tratti umani
di Cristo e infiorava i vangeli che ne esaltavano
gli aspetti divini. I vecchi vangeli vennero
messi al bando, sequestrati e bruciati».
Anche in questo caso, il
Codice da Vinci
non la racconta giusta. Nel 397 il vescovo
Atanasio fu il primo a proporre una lista
dei ventisette libri del Nuovo Testamento
e fu anche il primo a usare il termine «canone»
per la sua raccolta. Tale lista, dunque, era
stata stilata dopo il Concilio di Nicea, che
come abbiamo visto si era svolto sotto l’egida
di Costantino nel 325. Va però anche aggiunto
che in realtà la selezione dei testi cosiddetti
canonici si era già sostanzialmente conclusa
parecchio tempo prima. Si tratta di un processo
graduale, che avviene nel II, III e IV secolo.
Tra l’altro, scrivere, come fa Dan Brown,
che i manoscritti più antichi del Nuovo Testamento
risalgono tutti al IV secolo non è corretto,
dato che esistono alcune decine di papiri
(e si tratta anche di frammenti di lunghezza
considerevole) databili nel II e nel III secolo.
Ecco, in sintesi, le tappe principali dell’istituzione
del canone delle Scritture cristiane, così
com’è stato efficacemente riassunto da Marie-France
Etchegoin e Frédéric Lenoir, nel loro libro
Inchiesta sul Codice da Vinci (Mondadori,
2005): Giustino martire, che scrive attorno
all’anno 150, riferisce che a Roma «si leggevano
le Memorie degli apostoli». Si sa che
nel II secolo circolavano infatti vari testi,
nei quali erano raccontati i fatti della vita
di Gesù e le sue parole, insieme con altri
scritti apocalittici attribuiti agli stessi
apostoli. All’epoca, bisogna precisarlo, nessuna
autorità o istituzione ecclesiastica aveva
ancora stabilito l’autenticità o meno dei
testi in circolazione. Il primo personaggio
che redige una selezione rigida è Marcione
(85 circa – 160), figlio del vescovo di Sinope,
accolto dalla comunità di Roma, il quale rifiuta
l’eredità ebraica del cristianesimo e l’Antico
Testamento concentrandosi invece sul vangelo
di Luca – in una versione da lui adattata
– e su alcune lettere di Paolo. Oltre a sostenere
l’irriducibilità di giudaismo e cristianesimo,
riterrà come soltanto apparente l’incarnazione
di Cristo (docetismo). Sarà considerato eretico
e scomunicato, e fonderà una chiesa sopravvissuta
fino al V secolo. La sua iniziativa contribuirà
a incoraggiare una forma di selezione dei
sacri testi.
Un altro documento importante, che serve a
smentire la tesi di Dan Brown, è il Frammento
muratoriano, che prende il nome da Ludovico
Antonio Muratori, storico, bibliotecario ed
erudito che nel 1740 ha scoperto questo importante
documento risalente all’VIII secolo, nel quale
si fa riferimento a «Pio, vescovo di Roma
morto nel 157» e si afferma l’esistenza, in
quell’epoca, dei quattro vangeli di Marco,
Luca, Matteo e Giovanni, degli Atti degli
Apostoli attribuiti a Luca e delle tredici
lettere di Paolo. Il Pio vescovo di Roma è
Pio I.
Nel frammento, che consta di ottantacinque
righe, sono pure indicati alcuni criteri di
selezione per i testi canonici: la loro antichità,
vale a dire che essi devono essere il più
possibile vicini dal punto di vista temporale
ai fatti raccontati, e il loro legame diretto
con la predicazione degli apostoli. Criteri
che, come il lettore avrà già compreso, di
fatto sbaragliano molta produzione apocrifo-gnostica
in favore dei quattro vangeli canonici, scelti
dunque ben prima di Costantino, circa duecento
anni prima del Concilio di Nicea, e non sulla
base della loro «pericolosità» circa i contenuti.
Non si trattava cioè di scartare o nascondere
inesistenti vangeli che ci parlavano delle
nozze di Gesù con la Maddalena o dell’umanità
di Cristo, semplice profeta e non Dio, favorendo
invece gli scritti più innocui e utili alla
dottrina dominante. No. I criteri sono precisi,
hanno una loro logica, e si richiamano all’antichità
del testo e alla sua comprovata origine apostolica,
come garanzia di fedeltà ai fatti narrati.
Qualche decennio dopo il pontificato di «Pio,
vescovo di Roma morto nel 154», verso la fine
del II secolo, il vescovo di Lione Ireneo
prepara una lista contenente i quattro vangeli
canonici che secondo lui rappresentano la
«buona novella». Ireneo si scaglia pure contro
le eresie e in particolare contro la gnosi
che attacca la vera fede cristiana. Ricordiamo
ancora una volta che mancano circa centocinquant’anni
al Concilio di Nicea, convocato dall’imperatore
Costantino. Ancora, nella Storia ecclesiastica
di Eusebio di Cesarea, scritta verso l’anno
325, sono indicati i libri letti nelle Chiese
d’Oriente alla fine del II secolo. Vale a
dire, i quattro vangeli canonici, gli Atti
degli apostoli, le lettere di Paolo e la lettera
agli ebrei, le prime lettere di Pietro e Giovanni
e alcune altre opere che non saranno poi incluse
nel canone definitivo, come l’Apocalisse di
Pietro, che pur non essendo contrarie alla
dottrina cristiana non sono considerate «ispirate»
da Dio. È bene precisare che tra gli apocrifi
non ispirati che vengono utilizzati non ci
sono vangeli gnostici, ma testi comunque in
linea con la dottrina cristiana così come
si era andata definendo nei primi secoli.
Dunque ne dobbiamo dedurre che già allora
una decisiva selezione era stata fatta e non
includeva i testi così cari a Dan Brown, anche
perché, forse, questi non erano ancora stati
redatti.
Dunque sia a Roma, nel 154, sia nelle Chiese
d’Oriente, più o meno negli stessi anni, il
canone delle Scritture del Nuovo Testamento
in vigore era sostanzialmente quello degli
scritti che saranno considerati canonici nei
secoli successivi fino ai nostri giorni. Come
avrebbe fatto Costantino, che all’epoca non
era ancora nato, a compiere la sua azione
selezionatrice? Ha potuto forse viaggiare
con una macchina del tempo, superando la barriera
di quasi due secoli? Chiediamoci piuttosto
perché queste elementari informazioni – per
reperire le quali non è necessario tuffarsi
per anni nel dedalo degli studi neotestamentari,
dato che sono reperibili in una buona enciclopedia
– non fossero a conoscenza dell’autore del
Codice da Vinci.
Nel corso del IV secolo (arriviamo così finalmente
a Costantino!) si pone una volta per tutte
il problema di selezionare definitivamente
i testi canonici da quelli che non lo sono.
Un lavoro che vede all’opera i cosiddetti
concili regionali. Ai già citati criteri dell’antichità,
dell’apostolicità e dell’autenticità della
fede proclamata, se ne aggiunge un altro,
molto significativo, vale a dire quello della
diffusione universale: per la catechesi e
la liturgia saranno cioè adottati quei testi
già maggiormente diffusi dalle comunità cristiane
in Occidente e in Oriente. Nel 328 il Concilio
di Roma stila l’elenco definitivo, con i libri
dell’Antico e del Nuovo Testamento, il Concilio
di Ippona nel 393 conferma quella scelta e
infine nel 397 il Concilio di Cartagine vi
aggiunge l’Apocalisse di Giovanni apostolo
stabilendo che al di fuori di queste «Scritture
canoniche nulla deve essere letto nella Chiesa
sotto il nome di divine Scritture».
Non ci sono, come si vede, colpi di mano.
Non ci sono roghi che bruciano antichi testi
«pericolosi» per salvare solo quelli «innocui».
Il processo è lungo e articolato, dura circa
tre secoli, si conclude in modo abbastanza
prevedibile visti i criteri che si erano andati
affermando. L’idea di Dan Brown finisce male.
«C’è un unico elemento storicamente vero nella
tesi del
Codice da Vinci», scrivono
Marie-France Etchegoin e Frédéric Lenoir,
«una volta costituita la Bibbia cristiana,
le tesi gnostiche vengono sistematicamente
condannate…». Il problema degli scritti canonici
si porrà nuovamente con la riforma protestante.
Ma neanche questa riuscirà a far portare in
vigore gli apocrifi gnostici, che continuano
a essere considerati inattendibili.
Qualche breve considerazione, alla fine di
questo capitolo dedicato a Costantino e alla
formazione del canone dei vangeli, lo merita
il tema del «femminino sacro»¸ del culto della
dea madre che sembra ossessionare Dan Brown
e i protagonisti del suo romanzo, che vedono
sacri Graal, simboli sessuali e vagine stilizzate
in ogni dove, persino nei cartoni animati
di Walt Disney. È accertato, dagli studiosi
della preistoria, che per un lungo periodo,
tra il paleolitico e il megalitico, le popolazioni
del nostro Continente e del Medio Oriente
veneravano una sorta di grande dea madre,
una divinità femminile. Nelle società primitive,
il potere di dare la vita era infatti considerato
come qualcosa di divino e di misterioso e
la stessa organizzazione della vita di questi
nostri progenitori era di tipo matriarcale.
«In Europa occidentale», scrivono ancora Marie-France
Etchegoin e Frédéric Lenoir, «la venerazione
delle dee è terminata probabilmente qualche
migliaio di anni prima di Cristo, quando gli
Indoeuropei invasero l’Europa da est portando
con loro la credenza in divinità maschili.
Il culto delle dee si è unito progressivamente
al culto di questi dèi dando vita a una grande
varietà di religioni pagane».
È ovviamente del tutto priva di fondamento
la tesi di Brown, secondo la quale sarebbe
stato Costantino a sostituire l’iniziale «femminino
sacro» o «principio femminile» vigente nel
cristianesimo delle origini con il principio
maschile o maschilista. La società patriarcale,
che aveva sostituito quella matriarcale, era
diventata vincente già da moltissimi secoli.
Dunque non ci sono cambi in corsa, o sotterfugi,
né tantomeno segreti conservati gelosamente
da pochi iniziati: l’idea che inizialmente
il cristianesimo si fondasse sul principio
femminile e che l’uomo Gesù avesse stabilito
di lasciare alla moglie la guida della Chiesa,
è una pura e semplice invenzione, antistorica,
priva di qualsiasi riscontro. L’ennesima,
nelle pagine del romanzo di Dan Brown.