"Grazie a mio zio Darwin ho riscoperto la fede cattolica"
giovedì 26 dicembre 2013
"Più la scienza svela il mondo naturale più aumentano le domande. Il mio avo Darwin era uno così". "Sono
cresciuta credendo nell'educazione per l'educazione, nell'arte per l'arte, e questa era l'idea di un mio pro-pro zio
famoso, l'economista John Maynard Keynes". A parlare così è Laura Keynes, tornata al cattolicesimo dopo essere
passata attraverso la "pigrizia" dell’agnosticismo. In questa intervista, in cui parla a ruota libera di sé, confessa di
aver sorriso quando ha letto su twitter che "Una discendente di Darwin è una cattolica impegnata. E questa è
una prova della teoria dell'evoluzione!"
Raccontaci della tua conversione: come sei approdata al cattolicesimo?
Il mio è stato piuttosto un ritorno, perché sono cresciuta cattolica grazie a mia madre e lo sono rimasta fino alla
sua morte. Poi, da adolescente sono diventata agnostica.
È vero che sei stata spinta a rivedere il tuo agnosticismo dopo la lettura del bestseller The God
Delusion di Richard Dawkins?
La lettura di quel libro mi ha spinto a rivedere il mio modo di pensare e mi ha fatto vedere come l'agnosticismo
fosse una posizione intellettualmente pigra: cosa io credessi su Dio era una questione che dovevo affrontare e
risolvere. The God Delusion è uscito nel 2006, quando stavo preparando il mio dottorato all'Università di Oxford.
Alcuni amici che lo stavano leggendo mi dissero: Dovresti leggerlo. Così l’ho letto.
Cosa non andava in quel libro?
Leggendolo, non ho condiviso la descrizione che Dawkins fa delle persone religiose o della Chiesa cattolica. I
cattolici che avevo conosciuto da piccola erano persone comprensive e molto intelligenti. Mi sono allora chiesta
se il libro fosse attendibile e ho quindi letto altre posizioni favorevoli all'ateismo e anche qualcuna contraria.
Poi cos’è successo?
Nel 2007 è morta mia nonna e non è stata una buona morte. Era stata inserita in un discusso programma di cure
palliative chiamato The Liverpool Care Pathway, che prevedeva di cessare la somministrazione di cibo e liquidi.
All'epoca la cosa era conosciuta solo tra i professionisti del settore sanitario e anche loro non avevano idee chiare
sulla sua applicazione pratica. Questo sistema poteva funzionare se controllato attentamente ed eseguito
correttamente, ma nel caso di mia nonna è stato chiaramente usato come una forma di eutanasia: i dottori
avevano deciso che mia nonna stava morendo e che il sistema avrebbe accelerato il processo.
Oggi purtroppo questa pratica è molto diffusa…
Il sistema sanitario britannico è in grave difficoltà e in una parte degli addetti è nata una specie di cultura per la
quale gli anziani sono un danno: li chiamano "blocca-letti". La dignità dell'anziano non viene presa in
considerazione nel Regno Unito. Stando accanto al letto di mia nonna sono rimasta colpita da come le infermiere
fossero troppo indaffarate per dare a lei, morente, l'attenzione che meritava. E dire che mia nonna aveva servito il
suo Paese durante la seconda guerra mondiale.
Le eri molto affezionata?
Sì. In quelle lunghe ore sono tornata al rosario, dopo anni che non pregavo, e questo mi ha ricordato di come la
sofferenza di Gesù fosse redentrice. Ho cominciato così a riflettere sulla dignità insita nella persona umana, sul
problema della sofferenza, sull'efficacia della preghiera e sulla vita dopo la morte.
Da quello che dici, il percorso che hai fatto è stato molto "intellettuale". Non è così?
Il mio ritorno alla fede è stato tanto una risposta del cuore quanto una risposta intellettuale. Facendo parte del
mondo degli intellettuali, do un grande peso alla razionalità. Per me la fede deve essere una posizione
intellettualmente coerente e, assieme, una posizione del cuore. Per fortuna, data la mia esperienza accademica,
non sono stata scoraggiata dalla lettura di autori come Tommaso d'Aquino. Gli unici cattolici che ho incontrato
sono stati, dunque, sui libri. Al di fuori di mia madre, nessuno nella mia cerchia familiare e tra i miei amici era
cattolico, perfino le ragazze che erano state con me nella scuola cattolica avevano lasciato la religione.
C’è stato qualcuno che ha favorito la tua conversione?
Se una persona può essere identificata come responsabile del consolidamento della mia posizione intellettuale,
questa è Papa Giovanni Paolo II. Io sono nata nel 1979, il primo anno del suo pontificato, e così lui è stato Papa
per 25 anni della mia vita, il Papa con cui io sono cresciuta, un accademico, un intellettuale i cui scritti ho trovato
di grande logica e verità.
È vero che, nonostante le sue teorie siano diventate un "manifesto" ateista, al tuo famoso avo
Darwin in realtà non interessava giungere a tesi materialiste?
La sua intenzione era quella di seguire le evidenze scientifiche ovunque portassero e, quindi, non credo che il suo
intento fosse di capovolgere la storia della creazione riportata nella Genesi. Era uno scienziato che faceva ciò che
gli scienziati fanno: considerare i fatti e trarne conclusioni. Talvolta, queste conclusioni sono sorprendenti e
inattese.
Stai dicendo che per Darwin fede e scienza non si escludevano a vicenda?
Darwin non pensava che le prove a favore dell'evoluzione e il credere in Dio si escludessero reciprocamente:
aveva una mente aperta. C’è di più.
Racconta.
Alcuni resoconti della sua vita suggeriscono che la sua fede sia stata turbata dal problema della sofferenza,
particolarmente per la morte della sua prima figlia. Per quanto mi riguarda, trovo strano che la teoria
dell'evoluzione sia diventata un manifesto per l'ateismo, proprio perché comporterebbe che scienza e fede si
escludono reciprocamente. Conosco molti scienziati che sarebbero in disaccordo, che farebbero presente come
più la scienza svela il mondo naturale e più aumentano le domande su come tutto questo possa essere avvenuto.
Ti senti in qualche modo il... "vertice" evolutivo della tua famiglia, visto che sei arrivata alla fede
cattolica?
Questa domanda mi fa sorridere. Qualcuno su Twitter ha detto: "Una discendente di Darwin è una cattolica
impegnata. E questa è una prova della teoria dell'evoluzione!"
Divertente, no?
E' un'idea divertente, ma io non mi vedo così. Penso di aver ereditato dai miei avi un certo dono di famiglia nel
mettere in discussione lo status quo, nel mantenere una mentalità aperta, nel cercare la verità, con una costante
curiosità.
Un'eredità preziosa quella che ti hanno lasciato.
La mia capacità di porre domande e cercare risposte nella realtà che ho di fronte non è migliore o peggiore di
quella di Darwin. La natura umana rimane grosso modo la stessa da generazione a generazione. Quello che amo
nel cattolicesimo è che riconosce che la natura umana sarà sempre quella che è. Sono molto diffidente di fronte
all'idea che gli uomini possano raggiungere "l'utopia" o "il vertice" solo attraverso la ragione.
Come hai risposto a quelli che, dopo la tua conversione, hanno detto "peccato, era una ragazza
così intelligente"?
Sì, ho sentito un mio amico dire qualcosa di simile. Mi rattrista che persone che si definiscono "progressiste"
possano denigrare una persona per il suo credo religioso. E' prova di una mancanza di tolleranza che contraddice
il definirsi "progressisti". Un vero progressista non offenderebbe la dignità o l'intelligenza di una persona su
questioni di coscienza.
Come vive, in terra anglicana, una cattolica di recente conversione?
Ho pensato a questo guardando una serie tv popolare qui in Gran Bretagna, Downton Abbey. Uno dei
protagonisti è un cattolico entrato, per via del matrimonio, in un’aristocratica famiglia anglicana. Il capo famiglia
dice: "Sembra che ci sia sempre qualcosa di straniero quando ci sono di mezzo i cattolici". Storicamente i
cattolici sono sempre stati considerati degli estranei nel Regno Unito.
Provi la stessa sensazione?
Anch'io ho riscontrato questo atteggiamento, un latente anticattolicesimo nella cultura inglese, in modo
particolare tra gli intellettuali e nell'aristocrazia. Questo non mi preoccupa: posso sorridere di fronte a un
atteggiamento simile, dato che conosco la storia della Riforma e so che San Tommaso Moro aveva ragione nei
confronti di Enrico VIII e della Chiesa di Inghilterra.
Ci sono anche difficoltà pratiche?
La situazione qui non è un granchè per i cattolici, per esempio non vi sono sufficienti accantonamenti per
l'educazione cattolica e, inoltre, vi è una profonda crisi di vocazioni sacerdotali.
Hai iniziato a scrivere per settimanali cattolici e stai attuando un'opera di "divulgazione
apologetica" online: perché?
Accanto al mio lavoro accademico, collaboro come freelance a diverse pubblicazioni nel Regno Unito e, dato il
mio interesse per le tematiche cattoliche, è logico il mio desiderio di scrivere anche per la stampa cattolica.
Di cosa ti stai occupando in particolare?
In questo periodo scrivo soprattutto recensioni, di libri, teatro, arte. La cultura è importante e deve essere difesa:
la società si costruisce attraverso la cultura. Sono cresciuta credendo nell'educazione per l'educazione, nell'arte
per l'arte, e questa era l'idea di un mio pro-pro zio famoso.
Di chi si tratta?
Dell'economista John Maynard Keynes, che ha fondato il British Council. Ai nostri giorni però il principio
economico ha occupato ogni cosa: arte, educazione, vita. Ora, arte, educazione e la stessa vita devono tutte
servire uno scopo economico. Così, penso di avere una missione, quella di evangelizzare attraverso la cultura, di
sostenere una tesi per se stessa, si tratti di arte, educazione o della vita.
Un compito oggi non facile, specialmente in Europa…
L'Europa occidentale sta perdendo di vista le sue radici cristiane. Gli ideali di libertà e di giustizia sono arrivati in
Europa attraverso il cristianesimo; pertanto occorre che vi siano scrittori e intellettuali che ricordino ai governi
che, come società, dimenticarsi delle proprie radici rappresenta un grave pericolo ed è molto rischioso. In
un'Europa che diventa secolarizzata, i cristiani devono lottare per conservare il loro spazio pubblico.
Che difficoltà incontri nel tuo lavoro?
Personalmente ho trovato difficile parlare di cristianesimo a questa cultura secolarizzata, di cattolicesimo in
particolare, perché l'ideologia dominante è ostile in partenza e le piace descrivere i cristiani in modo negativo. I
cristiani devono, dunque, essere rieducati a parlare a partire da questa situazione. Per questo ho deciso di
collaborare con l'organizzazione Catholic Voices, fondata per spiegare e difendere la Chiesa cattolica in pubblico.
La tua sembra una specie di vocazione molto particolare. Non è così?
In un certo senso, facendo quello che faccio mi sento come se andassi in battaglia. E' una battaglia per una
cultura della vita contro una cultura della morte; è anche una battaglia per proteggere le libertà civili contro i
terroristi, contro ideologie politiche distruttive, e contro la jihad islamica. Parte di questa battaglia è ricordare a
atei e secolarizzati la forza della religione, specialmente del cristianesimo.
Non pensi che chi leggerà l’intervista possa pensare che sei un’invasata?
Non penso che sia drammatico o eccessivo metterla in questo modo, come uno "scontro di civiltà". Siamo in
guerra. E' in gioco la dignità della persona umana. E' in gioco la libertà di coscienza. Scrittori e intellettuali hanno
il dovere di levarsi in piedi e dire questo. E io ho sempre sentito questo senso del dovere molto intensamente.
(Maddalena Boschetto)
© Riproduzione riservata.
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giovedì 26 dicembre 2013
lunedì 5 novembre 2012
Ornitorinco UNO, Darwin ZERO”
“Ornitorinco UNO, Darwin ZERO”
Tags: Darwinismo
Quale
relazione ci può mai essere tra quel buffo animaletto che è
l’ornitorinco e Charles Darwin? Per coloro che si interessano di
darwinismo, neodarwinismo, evoluzione ed evoluzionismo, l’interrogativo potrebbe apparire fin troppo banale se non già logoro e superato.
A
chi, invece, non ha potuto seguire la vicenda che mette i due in
collegamento, ed è interessato a saperne qualcosa di più, racconteremo
come mai all’improvviso il timido ornitorinco sia balzato, suo malgrado,
sulle prime pagine dei giornali, arrivando a mettere in questione il
“darwinismo primitivo” e scatenando un acceso, per non dire infuocato,
dibattito sui giornali e in numerosi blog e siti internet. Accenneremo,
infine, dell’annoso confronto tra creazione ed evoluzione e di come la
questione non sia, in definitiva, tra lo scegliere per forza l’una o
l’altra.
Prima di entrare nel vivo della disputa vediamo, innanzitutto, di conoscere un po’ meglio come è fatto questo strano mammifero.
L’animale vivente più originale
Recentemente
un programma televisivo di divulgazione scientifica poneva
l’ornitorinco al primo posto nella classifica dei dieci animali viventi
più strani. Una collocazione che ha i suoi buoni motivi tanto che – come
ricorda il Professore di Scienze Cognitive Massimo Piattelli-Palmarini –
quando nel 1798, il capitano John Hunter inviò alla Royal Society di
Londra una pelliccia di ornitorinco e un disegno accurato
dell’animaletto, gli scienziati pensarono si trattasse di uno scherzo.
L’ornitorinco è uno dei mammiferi più primitivi e viventi che si conoscano. Unico genere non estinto della famiglia Ornithorhynchidae risalente al periodo Cretaceo (circa 135 milioni/65 milioni di anni fa).
Le
sue caratteristiche fisiche sono così particolari che lo rendono unico
al mondo. Infatti il suo corpo presenta contemporaneamente elementi e
qualità riconducibili rispettivamente ai rettili, agli uccelli e ai
mammiferi.
Il
corpo, che nella forma e nell’anatomia presenta caratteristiche proprie
dei rettili, misura dai 30 ai 45 cm, cui si aggiunge una coda
appiattita che va dai 10 ai 15 cm. Corpo e coda sono ricoperti da un
fitto strato di pelliccia, soffice e lanosa, dalla quale emergono peli
più lunghi.
La
testa è di piccole dimensioni e provvista di un becco – lungo circa 6
cm e largo 5 – che ricorda alla vista quello di un’anatra. Proprio per
questa caratteristica gli zoologi hanno chiamato questo animale Ornithorhynchus anatinus
che significa “becco d’uccello simile all’anatra”. In realtà questi non
è un becco vero e proprio bensì un muso allungato, ricoperto da una
cute umida e vellutata, dalla consistenza coriacea e ricca di
terminazioni nervose. Gli occhi dell’ornitorinco sono piccoli, ma ci
vede benissimo, inoltre è privo di orecchio esterno, e tuttavia ci sente
benissimo.
Gli arti sono corti, con le
zampe anteriori palmate e quelle posteriori parzialmente palmate.
Ciascun piede è composto da cinque dita nelle zampe anteriori e da
artigli cornei e affilati, vuoti all’interno, collegati a una ghiandola
velenifera, nelle zampe posteriori. Questo sperone è presente solo nel
maschio adulto dove il fluido tossico emesso può essere utilizzato come
arma di difesa. Il suo veleno è più potente di quello di molti serpenti e
non si è ancora riusciti ad individuarne l’antidoto.
Questa
peculiare caratteristica fa dell’ornitorinco l’unico mammifero
velenoso, se si fa eccezione per alcuni toporagni che hanno saliva
tossica.
Si
è osservato che l’ornitorinco emette diversi suoni, anche se il loro
significato non è ancora stato chiarito. Il suo richiamo consiste in una
sorta di basso suono ringhiante.
Si
riproduce in modo assolutamente unico. La femmina prepara la tana
foderandola di foglie bagnate. Inizialmente le uova (generalmente due)
si sviluppano per circa 28 giorni all’interno del suo corpo, poi vengono
deposte all’interno della tana e covate per circa 6-10 giorni. Per
tenerle calde la femmina le avvicina al proprio ventre con la coda.
Finito il periodo di incubazione nascono i piccoli della lunghezza di
circa 1,8 cm che rimarranno nella tana per 3-4 mesi nutrendosi solo del
latte materno. La peculiarità assolutamente unica della femmina di
ornitorinco è quella di allattare pur essendo sprovvista di mammelle. In
pratica il latte viene secreto attraverso la pelle e cola dal pelame
materno all’altezza del ventre. Utilizzando di nuovo la coda la femmina
stringe i piccoli contro il proprio addome, aiutandoli così a nutrirsi.
L’ornitorinco
vive nei laghi e nei fiumi con corso lento del continente australiano.
Nuota e si tuffa alla perfezione grazie al suo spiccato adattamento
all’ambiente acquatico. Costruisce la propria tana nella scarpata della
riva scavando una galleria che può essere lunga dai 9 ai 18 metri e che
sbocca in una camera sferica in cui l’animale sta nascosto durante il
giorno. Le tane sono bloccate con la terra in diversi punti, per
impedire l’accesso a intrusi ed evitare le inondazioni.
Gli
ornitorinchi sono animali timidi e hanno costumi notturni anche perché
il cibo di cui si nutrono si trova soltanto di notte. È qui che entra in
gioco il suo strano “becco” che viene utilizzato per smuovere il fango,
la sabbia e i ciottoli sul fondo dei fiumi alla ricerca di insetti,
vermi, molluschi, uova e piccoli crostacei. Le prede vengono individuate
grazie alle numerose terminazioni nervose presenti nel becco attraverso
la elettrolocazione, vale a dire la localizzazione della preda attraverso la sua elettricità corporea.
Una
volta che la preda è catturata non viene inghiottita subito ma
sistemata in una sorta di tasca posta dietro il becco. Una volta
riemerso, l’ornitorinco sposta il cibo in bocca e lo tritura, non con i
denti poiché ne è sprovvisto, ma con le poche placche cornee taglienti
presenti nel becco stesso.
Riepilogando,
quindi, l’ornitorinco ha un corpo e uno sperone velenoso che rimanda ai
rettili. Ha un muso a forma di becco, i piedi palmati e depone le uova
come gli uccelli, però poi allatta i piccoli al pari dei mammiferi.
Queste
sue peculiarità visibili esteriormente sono state confermate anche dal
sequenziamento del suo genoma, ad opera di biologi australiani, tedeschi
e americani che, nel maggio 2008, ne hanno pubblicato la ricerca
congiunta su Nature e Genome Research.
È
partendo da queste ricerche – le quali pongono l’ornitorinco come
“eccellente ‘ponte’ tra i mammiferi, gli uccelli e i rettili” – che il
fisico e biologo Piattelli-Palmarini, l’11 maggio 2008, esce con un
articolo sul Corriere della Sera dimostrando di come esse
depongano “contro l’idea darwiniana classica che l’evoluzione biologica
proceda sempre e solo per piccoli cambiamenti cumulativi”. E quindi
l’ornitorinco sconfigge Darwin 1 a zero.
domenica 1 luglio 2012
questo grandioso e meraviglioso universo,
***
“l’impossibilità
di pensare che questo grandioso e meraviglioso universo, insieme a
noi esseri coscienti, sia nato per caso, mi sembra il principale
argomento a favore dell’esistenza di Dio”
DARWIN
martedì 6 marzo 2012
differenza tra l’uomo e l’animale
E’ evidente che oggi,
purtroppo, difendere l’eccezionalità dell’uomo viene oggi
visto come una discriminazione diretta degli animali, un
preludio per una loro discriminazione. Ma questa è una deduzione
folle e completamente ingiustificata: esistono tantissimi
cattolici vegani, vegetariani e ambientalisti e con maggiore
sensibilità di altri circa le sorti del Creato. Cattolici che si battono per interrompere le crudeltà verso i
suini e cattolici che propongono l’ambientalismo blu, altri invece che
preferiscono usare il loro tempo per assistere gli uomini, i bambini, gli
anziani e gli ammalati. Ognuno fa il suo, senza nessuno fondamentalismo,
senza voler paragonare l’uomo all’animale (anzi, solo certi
animali, quelli più teneri) o estendere loro i diritti
umani. Questa è pura antropomorfizzazione.
In proposito, il filosofo Tommaso
Scandroglio ha ottimamente commentato una recente vicenda
giudiziaria tra alcune orche e i proprietari di tre grandi
parchi acquatici americani. Gli avvocati di Peta (People for Etichal
Treatment of Animals) hanno trascinato in giudizio questi ultimi
perché le orche sono ridotte in schiavitù dato che sono
state tolte dal loro ambiente naturale, sono costrette a nuotare in piccole
vasche e obbligate – come se fossero lavori forzati – ad esibirsi
per il divertimento di noi uomini. Questo cozzerebbe con il 13° emendamento
della Costituzione americana che vieta la schiavitù e i lavori forzati. Le
orche, dicono, non devono essere lese nella loro libertà “personale”,
ma devono far ritorno nell’Oceano. I giudici hanno tuttavia respinto
la richiesta stabilendo che l’emendamento si applica solo agli
esseri umani: «Nella storica frase “We the people…” (“Noi, il popolo…”)
nessuno alludeva alle orche». Attenzione: certamente ci sono
situazioni in cui in questi parchi acquatici gli animali vengono
maltrattati, e quindi è opportuno vigilare come fanno questi
attivisti, ma è la strategia usata ad essere assurda,
proprio in quanto si è tentato di difendere gli animali paragonandoli
agli uomini.
Il filosofo ha fatto
alcune considerazioni molto interessanti da cui abbiamo preso spunto
per smontare questa ideologia fanta-ecologista disumana, nel
vero senso della parola.
1) PERCHE’ SOLO ALCUNI
ANIMALI? PERCHE’ NON LE PIANTE? “Le orche hanno dei
diritti”, dicono. E’ possibile essere d’accordo, ma a patto che per
non discriminare nessuno dovremmo riconoscere dei diritti non solo
ai tenerissimi panda, ma anche a
pulci, zecche, pidocchi, ragni, piccioni, topi, scarafaggi, formiche, mosche,
zanzare ecc. Ma anche i batteri appartengono al regno
animali, dunque se l’animale vale quanto l’uomo dovremmo smettere di curarci
l’influenza o l’HIV? Bisognerebbe che questi militanti smettessero anche di
girare a piedi o in auto per le loro battaglie, dato che ogni loro
movimento comporta il massacro di milioni di animali (sotto
le scarpe, sul parabrezza ecc.). E perché poi discriminare le piante?
Questi fanatici, aggressivi verso chi non è vegetariano, fanno scorpacciata
di vegetali, anche se è dimostrato che vi sia in essi attività neurologica e,
addirittura, gli ortaggi comunicherebbero tra loro lanciandosi richieste
di aiuto. Magari quando scorgono in lontananza Michela
Brambilla o Margherita Hack? Il diritto delle
piante dove va a finire?
2) ESTENDERE
LORO ANCHE DIRITTI MINORI? Se le orche hanno diritto
alla libertà ciò comporta necessariamente riconoscere riconoscere
loro anche diritti minori o di pari importanza: diritto di
compravendita, di voto, alla pensione, di coniugio, etc. Tutte modalità
attraverso cui la libertà di un individuo si esprime e che quindi non
possono essere negate.
3) RICADUTE
TRAGICOMICHE? Se la sentenza americana avesse avuto esito positivo le ricadute
sarebbero state tragicomiche: obbligo di tutti i possessori
di bocce in vetro contenenti pesci rossi di sversare il
contenuto in mare o nel lago. Anche cardellini, fringuelli, pappagalli e
canarini avrebbero visto aprirsi le porte delle loro gabbiette
a motivo di questo animalesco indulto (per entrambe le specie ovviamente il
risultato sarebbe stato la morte improvvisa dato che sono animali domestici).
Da qui ovviamente il divieto perpetuo di trasmettere il cartone animato
Gatto Silvestro perché il canarino Titty dietro le sbarre avrebbe
sicuramente configurato apologia di reato. Infine il dubbio:
forse che anche l’amato cane Fido implicitamente ci chiede
di lasciarlo in mezzo ad una strada per ritornare libero allo stato
brado condizione originaria dei suoi lontani progenitori, piuttosto
che restare legato ad un guinzaglio impacchettato in un maglioncino rosso.
Però se lo facessimo saremmo di certo travolti dall’ira di
una pletore di animalisti convinti. Insomma ci troveremmo tra due
fuochi: Fido libero o ridotto in schiavitù ma non abbandonato?
Un’altra domanda: ama di più i pesci o i pappagalli chi li
tiene nell’acquario/gabbietta o chi li lascia liberi nel
loro ambiente?
4) AVERE DEI DIRITTI
COMPORTA DEI DOVERI Se vogliamo estendere agli animali i diritti destinati agli
uomini, questa stessa libertà per forza di cose comporterà delle
responsabilità. Da che mondo è mondo se io uomo uso male
della mia libertà dovrò pagarne le conseguenze: libero di andare in
giro in auto, ma se investo una persona me ne assumerò le conseguenze anche
legali. La dolce Tilly, una di queste cinque orche, in passato ha
sbranato ben due dei suoi addestratori. Nulla di scandaloso: ci sarà
pur un motivo se questi cetacei in inglese sono conosciuti con l’appellativo
di killer whales. Essendo in America però la nostra Tilly si
meriterebbe un’immensa sedia elettrica. In Italia, a
Livorno, un branco di cani ha sbranato in questi giorni un camionista, padre di
famiglia. Un cane non randagio, addomesticato e “amico
dell’uomo” ha massacrato un bimbo di 9 anni nel 2008,
nel 2009 la stessa sorte è toccata a un bimbo di un anno, pochi mesi fa un neonato è morto dopo l’aggressione
del cane dei genitori. Di fronte a tutto questo, chi invocasse la scriminante
“l’animale è innocente perché è l’istinto ad averlo
costretto ad agire così”, entrerebbe in palese contraddizione: se
è l’istinto a presiedere alle azioni degli animali, allora dobbiamo
concludere che i loro atti sono determinati da madre natura
e quindi non sono liberi, come quelli umani. Ma allora
significa che cagnolini e orche sono schiavi dell’istinto. E
dunque, che senso ha berciare tanto nel difendere i loro diritti
“umani” di libertà? Oppure vale anche il contrario: dato che si
vuole ridurre l’uomo ad un animale sociale, come la formica
o la scimmia, perché non esigiamo che il trattamento di impunità
riservato agli animali sia esteso anche agli assassini della nostra specie?
In questo periodo storico in
cui ci si batte così tanto per valorizzare le differenze
quando si parla di omosessualità, esiste una violenta oppressione verso chi
valorizza la differenza tra uomini e animali o, nel campo
umano, tra maschi e femmine. Un altro incredibile paradosso?
da: UCCR
sabato 11 febbraio 2012
evoluzionismo
da:www.avvenire.it 14 settembre 2010
INTERVISTA
Coppens: L’Homo? Religiosus fin dalle caverne
«Per
me, l’origine dell’uomo resta la più bella storia in assoluto e quando
la scienza cerca di comprenderla è sempre costretta a constatare al
contempo il carattere per così dire stravagante di questa storia,
accanto alla sua dimensione d’umiltà». Dopo una vita di studi e campagne
scientifiche sul campo talora esaltanti, Yves Coppens esibisce sempre
verso il mondo preistorico una curiosità e un’ammirazione quasi
spiazzanti. Il grande antropologo e paleontologo francese, fra gli
scopritori della nostra antenata più famosa, Lucy, è anche un brillante
divulgatore. Come mostra la raccolta di testi brevi Il presente del passato, in uscita oggi per Jaca Book (pagine 168, euro 18,00).
Professore, perché la preistoria ci affascina tanto?
«Gli interrogativi sul nostro statuto sulla Terra, sulla nostra origine e sulla nostra direzione, per così dire, fanno parte di un bisogno connaturato in noi. Al contempo, molti avvertono una grande precarietà nella situazione attuale. E in proposito, pur non condividendo personalmente questo punto di vista, ho l’impressione che nelle risposte sulla nostra origine si cerca pure una sorta di ancoraggio o di aiuto. Dei visitatori di mostre che ho curato, del resto, hanno spesso confessato che questa mano tesa verso il passato più profondo li rassicurava».
Lei ha scritto che il percorso dell’uomo offre un grande messaggio d’umiltà. Cosa intende?
«Si tratta della storia di un essere vivente apparso come qualsiasi altro essere vivente in una fase di adattamento climatico. Dopo il successo ottenuto in quest’adattamento, si è in seguito sviluppato grazie alle risorse di cui disponeva, compresa la cultura, nata dall’apparizione della coscienza. In generale, l’uomo è un mammifero di dimensioni medie in un pianeta in mezzo ad altri attorno a una stella, a sua volta, in mezzo a miliardi di altre in una galassia, a sua volta, in mezzo a miliardi di altre. Non si può che restare umili».
Per lei l’uomo si è comportato "come un podista di fondo". Perché?
«I paleontologi e gli anatomisti hanno seguito l’evoluzione della locomozione preumana e umana lungo dieci milioni di anni. All’inizio, vi fu l’associazione di una vita arboricola e di una bipedia alquanto goffa. Una bipedia più stabile, efficace e fluida si è sviluppata molto progressivamente. L’accesso alla stazione eretta e alla locomozione come la concepiamo oggi fu davvero lento e meritato. La facoltà di correre è giunta relativamente tardi».
In quest’evoluzione, c’è una fase che ancor oggi la affascina più di altre?
«L’apparizione stessa del genere umano, con lo sviluppo del suo encefalo e con la scelta di un’alimentazione a largo spettro che si è rivelata un successo decisivo per le fasi successive».
A proposito del mistero della coscienza, antropologi culturali come René Girard sostengono la centralità della dimensione sacra. Sul campo, a che punto sono giunte le ricerche sulla religiosità primitiva?
«Sappiamo o abbiamo ormai il presentimento, dato che non sono sempre disponibili le prove definitive, che l’homo religiosus coincide con l’uomo in generale. L’essere umano, fin dallo sbocciare della sua umanità, è sensibile al sacro e possiede una dimensione spirituale. Personalmente, sono convinto che non ci sia distanza fra l’apparizione dell’uomo e l’apparizione del suo pensiero religioso. L’uno e l’altro sono parti di una stessa condizione».
Quali ricerche concrete paiono provarlo?
«Non è semplice sugli esseri più antichi scoprire delle dimostrazioni di questa dimensione religiosa. Ma abbiamo ad esempio degli elementi che provano il trattamento dei morti fin da un milione di anni fa, o ancor prima. All’inizio, questi trattamenti furono forse un po’ rudimentali, ma restano comunque dei trattamenti. Mostrano che l’uomo tratta i suoi morti con un altro occhio, altri sentimenti, rispetto agli animali».
Le recenti celebrazioni di Darwin hanno riacceso lo scontro fra darwinisti puri e duri, per così dire, e neodarwinisti. Scientificamente, resta un dibattito costruttivo?
«Le concezioni di Darwin hanno centocinquant’anni. Da allora, la scienza ha fatto progressi considerevoli. È evidente che la selezione naturale predicata da Darwin resta verificata, ma oggi si riconosce che la parte dovuta al caso è molto inferiore rispetto a quanto Darwin immaginasse. Darwin non conosceva le leggi dell’eredità e tanto meno ciò che oggi chiamiamo epigenetica. In altri termini, l’evoluzione è molto più complessa e diversificata di quanto egli pensasse. L’opera di Darwin resta esemplare e continua ad ispirarci. Ma l’evoluzione come oggi la intendiamo non può più essere definita col nome di darwinismo. Darwinismo ed evoluzione sono ormai due parole ben separate, anche se il darwinismo rappresentò una delle origini della riflessione sull’evoluzione».
Quale le pare oggi la più grande sfida per la conoscenza della preistoria?
«Credo sia proprio una migliore comprensione delle modalità dell’evoluzione. Sappiamo che l’evoluzione è una realtà. Ma non conosciamo tutti i meccanismi che essa utilizza per realizzarsi. La biologia, la genetica e la paleontologia hanno ancora molte ricerche da compiere per approdare a una comprensione collaudata e condivisa».
Nel suo libro in uscita in Italia, lei si sofferma anche sul pensatore e scienziato gesuita Pierre Teilhard de Chardin. In che senso, la sua lezione resta attuale?
«Sono molti gli aspetti attuali della sua riflessione. Teilhard fu grande innanzitutto perché seppe ben percepire la continuità della storia dell’universo, della Terra, della vita e dell’uomo. Ma anche perché intuì e anticipò l’evoluzione dell’umanità con le sue odierne reti. Del resto, potremmo benissimo chiamare internet "noosfera". Merita di essere riletto e meglio compreso».
Professore, perché la preistoria ci affascina tanto?
«Gli interrogativi sul nostro statuto sulla Terra, sulla nostra origine e sulla nostra direzione, per così dire, fanno parte di un bisogno connaturato in noi. Al contempo, molti avvertono una grande precarietà nella situazione attuale. E in proposito, pur non condividendo personalmente questo punto di vista, ho l’impressione che nelle risposte sulla nostra origine si cerca pure una sorta di ancoraggio o di aiuto. Dei visitatori di mostre che ho curato, del resto, hanno spesso confessato che questa mano tesa verso il passato più profondo li rassicurava».
Lei ha scritto che il percorso dell’uomo offre un grande messaggio d’umiltà. Cosa intende?
«Si tratta della storia di un essere vivente apparso come qualsiasi altro essere vivente in una fase di adattamento climatico. Dopo il successo ottenuto in quest’adattamento, si è in seguito sviluppato grazie alle risorse di cui disponeva, compresa la cultura, nata dall’apparizione della coscienza. In generale, l’uomo è un mammifero di dimensioni medie in un pianeta in mezzo ad altri attorno a una stella, a sua volta, in mezzo a miliardi di altre in una galassia, a sua volta, in mezzo a miliardi di altre. Non si può che restare umili».
Per lei l’uomo si è comportato "come un podista di fondo". Perché?
«I paleontologi e gli anatomisti hanno seguito l’evoluzione della locomozione preumana e umana lungo dieci milioni di anni. All’inizio, vi fu l’associazione di una vita arboricola e di una bipedia alquanto goffa. Una bipedia più stabile, efficace e fluida si è sviluppata molto progressivamente. L’accesso alla stazione eretta e alla locomozione come la concepiamo oggi fu davvero lento e meritato. La facoltà di correre è giunta relativamente tardi».
In quest’evoluzione, c’è una fase che ancor oggi la affascina più di altre?
«L’apparizione stessa del genere umano, con lo sviluppo del suo encefalo e con la scelta di un’alimentazione a largo spettro che si è rivelata un successo decisivo per le fasi successive».
A proposito del mistero della coscienza, antropologi culturali come René Girard sostengono la centralità della dimensione sacra. Sul campo, a che punto sono giunte le ricerche sulla religiosità primitiva?
«Sappiamo o abbiamo ormai il presentimento, dato che non sono sempre disponibili le prove definitive, che l’homo religiosus coincide con l’uomo in generale. L’essere umano, fin dallo sbocciare della sua umanità, è sensibile al sacro e possiede una dimensione spirituale. Personalmente, sono convinto che non ci sia distanza fra l’apparizione dell’uomo e l’apparizione del suo pensiero religioso. L’uno e l’altro sono parti di una stessa condizione».
Quali ricerche concrete paiono provarlo?
«Non è semplice sugli esseri più antichi scoprire delle dimostrazioni di questa dimensione religiosa. Ma abbiamo ad esempio degli elementi che provano il trattamento dei morti fin da un milione di anni fa, o ancor prima. All’inizio, questi trattamenti furono forse un po’ rudimentali, ma restano comunque dei trattamenti. Mostrano che l’uomo tratta i suoi morti con un altro occhio, altri sentimenti, rispetto agli animali».
Le recenti celebrazioni di Darwin hanno riacceso lo scontro fra darwinisti puri e duri, per così dire, e neodarwinisti. Scientificamente, resta un dibattito costruttivo?
«Le concezioni di Darwin hanno centocinquant’anni. Da allora, la scienza ha fatto progressi considerevoli. È evidente che la selezione naturale predicata da Darwin resta verificata, ma oggi si riconosce che la parte dovuta al caso è molto inferiore rispetto a quanto Darwin immaginasse. Darwin non conosceva le leggi dell’eredità e tanto meno ciò che oggi chiamiamo epigenetica. In altri termini, l’evoluzione è molto più complessa e diversificata di quanto egli pensasse. L’opera di Darwin resta esemplare e continua ad ispirarci. Ma l’evoluzione come oggi la intendiamo non può più essere definita col nome di darwinismo. Darwinismo ed evoluzione sono ormai due parole ben separate, anche se il darwinismo rappresentò una delle origini della riflessione sull’evoluzione».
Quale le pare oggi la più grande sfida per la conoscenza della preistoria?
«Credo sia proprio una migliore comprensione delle modalità dell’evoluzione. Sappiamo che l’evoluzione è una realtà. Ma non conosciamo tutti i meccanismi che essa utilizza per realizzarsi. La biologia, la genetica e la paleontologia hanno ancora molte ricerche da compiere per approdare a una comprensione collaudata e condivisa».
Nel suo libro in uscita in Italia, lei si sofferma anche sul pensatore e scienziato gesuita Pierre Teilhard de Chardin. In che senso, la sua lezione resta attuale?
«Sono molti gli aspetti attuali della sua riflessione. Teilhard fu grande innanzitutto perché seppe ben percepire la continuità della storia dell’universo, della Terra, della vita e dell’uomo. Ma anche perché intuì e anticipò l’evoluzione dell’umanità con le sue odierne reti. Del resto, potremmo benissimo chiamare internet "noosfera". Merita di essere riletto e meglio compreso».
Daniele Zappalà
Postato da: giacabi a 07:44 |
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evoluzionismo
Alfred Russel Wallace: evoluzione, selezione naturale e disegno intelligente.
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In Evoluzione, darwinismo e creazione, Libri consigliati e letteratura e fede, Scienza e Fede on 23 agosto 2010 at 21:54
Ecco
quello che molti ignorano: si può essere evoluzionisti e sostenere
l’ipotesi del Disegno intelligente (ID), inoltre si sostiene l’ipotesi
del Disegno intelligente e l’evoluzione ma non si può essere
creazionisti. Chiariamo i significati:
Creazionismo:
è nato in seno ad alcune sette protestanti americane, ed è il tentativo
di fare affermazioni scientifiche riguardanti il mondo naturale e
l’origine della vita basandosi sulla lettura letterale della Genesi (es: Michael Behe).L’evoluzionismo (o neodarwinismo): esattamente l’opposto. Nasce in ambito laicista ed è la deriva filosofica ed interpretativa della teoria darwininana. Si tenta di proporre una visione atea, materialista e nichilsita dell’evoluzione (es: Dawkins, Odifreddi, Dennett).
Intelligent design (ID): ritiene che per spiegare certe caratteristiche dell’Universo, dalla comparsa della vita sulla terra all’evoluzione delle specie ecc…occorra implicare una causa intelligente e razionale piuttosto che pensare ad un processo casualistico e “cieco” (es: Davies, Novak, De Duve).
L’evoluzione: è una chiara teoria scientifica (forse ancora un pò incompleta ma comunque un dato di fatto), che postula la comune discendenza delle specie terrestri da un antenato comune e il cambiamento di esse attraverso il tempo.
Albert Einstein, ad esempio, sosteneva l’idea di un Progetto intelligente quando diceva: «Io non sono ateo e non penso di potermi definire panteista. Noi siamo nella situazione di un bambino che è entrato in una immensa biblioteca piena di libri scritti in molte lingue. Il bambino sa che qualcuno deve aver scritto quei libri, ma non sa come e non conosce le lingue in cui sono stati scritti. Sospetta però che vi sia un misterioso ordine nella disposizione dei volumi, ma non sa quale sia. Questa mi sembra la situazione dell’essere umano, anche il più intelligente, di fronte a Dio. La convinzione profondamente appassionante della presenza di un superiore potere razionale, che si rivela nell’incomprensibile universo, fonda la mia idea su Dio» (Einstein: His Life and Universe, Simon e Schuster, pag. 27). E come lui la maggior parte degli scienziati attuali e passati.
Evoluzione e Progetto intelligente: Alfred Russel Wallace.
Addirittura lo stesso co-scopritore della selezione naturale riteneva logico e doveroso implicare l’intervento di un Fattore esterno. Alfred Russel Wallace (1823-1913) sbalordì lo stesso Darwin (di cui divenne poi amico), poiché formulò in modo totalmente indipendente la teoria evoluzionistica nello stesso periodo in cui il grande naturalista elaborava la propria. Darwin scrisse: «Se Wallace avesse avuto in mano la bozza del mio manoscritto del 1844, non ne avrebbe potuto trarre sunto migliore» (Lettera a Charles Lyell, 18/6/1858). Michael A. Flannery, direttore associato per le collezioni storiche della biblioteca delle Scienze della Salute dell’Università dell’Alabama, ha pubblicato in questi giorni il suo libro La teoria dell’evoluzione intelligente di Alfred Russel Wallace, dove descrive il pensiero del grande naturalista. Il Discovery Istitute, uno degli organi promotori del Disegno Intelligente (che non è creazionista), ne ha proposto una recensione e ha pubblicato l’intervista che Wallace rilasciò nel 1910 in merito al suo pensiero sull’origine della vita.
Egli disse: «Qualcosa è venuto da fuori. Una forza è stata esercitata dall’esterno. In una parola, la vita è stata data alla terra. Tutti gli errori di coloro che hanno distorto la tesi dell’evoluzione sono sorti dal presupposto che la vita è una conseguenza della auto-organizzazione. Questo è impensabile. La vita, come ha ammesso Huxley [il "mastino di Darwin"], è la causa e non la conseguenza dell’organizzazione. In qualche periodo della storia vi è stato un atto di creazione, un dono alla terra di qualcosa che prima non possedeva, e da quel dono, il dono della vita, è giunta la popolazione infinita e meravigliosa delle forme viventi. Nulla nell’evoluzione può spiegare l’anima dell’uomo, la differenza tra l’uomo e gli altri animali è incolmabile. Solo la matematica è sufficiente a dimostrare che l’uomo possiede una facoltà inesistente in altre creature. Poi c’è la musica e le facoltà artistiche. No, l’anima deriva da una creazione separata». (intervista riportata anche in The World of Life di Harold Begbie).
da: http://antiuaar.wordpress.com/2010/08/23/alfred-russel-wallace-evoluzione-selezione-naturale-e-disegno-intelligente/
Postato da: giacabi a 17:07 |
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einstein, evoluzionismo, wallace
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Darwin
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«Non sono mai stato un ateo nel senso di chi nega l’esistenza di Dio.».
Darwin da uno scritto a John Fordyce 1879
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Postato da: giacabi a 13:09 |
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evoluzionismo
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Evoluzione: Fatto o Credo?
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La Teoria dell'Evoluzione è un fatto o una semplice credenza? Questo documentario cerca di rispondere alla domanda avvalendosi del contributo di 5 scienziati. Questo video, venduto in tutto il mondo, premiato come miglior documentario, è ora disponibile per tutti.
Clicca per questo bellissimo video
grazie a: rapyna |
Postato da: giacabi a 19:54 |
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evoluzionismo
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Darwin
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“Per
questo provo una grande tristezza a vedere come è stato trasformato
Darwin, l’uomo mite, curioso, paziente, mai fanatico, il quale, dopo
anni di intenso travaglio interiore, non diventa un crociato
dell’ateismo ma scrive semplicemente: «Il
mistero del principio dell’universo è insolubile per noi e perciò, per
quel che mi riguarda, mi limito a dichiararmi agnostico». Agnostico, dunque non ateo. Il termine agnostico fu coniato nel 1869 da Th. Huxley con riferimento all’agnostos theos, Dio sconosciuto, di cui parla San Paolo.”
Susanna Tamaro
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Postato da: giacabi a 16:19 |
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evoluzionismo
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Evoluzione e Creazione
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“Vedo
attualmente in Germania, ma anche negli Stati Uniti, un dibattito
abbastanza accanito tra il cosiddetto creazionismo e l’evoluzionismo,
presentati come fossero alternative che si escludono: chi crede nel Creatore non potrebbe pensare all’evoluzione e chi invece afferma l’evoluzione dovrebbe escludere Dio.
Questa contrapposizione è un’assurdità, perché da una parte ci sono tante prove scientifiche in favore di un’evoluzione che appare come una realtà che dobbiamo vedere e che arricchisce la nostra conoscenza della vita e dell’essere come tale. Ma la dottrina dell’evoluzione non risponde a tutti i quesiti e non risponde soprattutto al grande quesito filosofico: da dove viene tutto? e come il tutto prende un cammino che arriva finalmente all’uomo? Mi sembra molto importante, questo volevo dire anche a Ratisbona nella mia lezione, che la ragione si apra di più, che veda sì questi dati, ma che veda anche che non sono sufficienti per spiegare tutta la realtà. Non è sufficiente, la nostra ragione è più ampia e può vedere anche che la ragione nostra non è in fondo qualcosa di irrazionale, un prodotto della irrazionalità, ma che la ragione precede tutto, la ragione creatrice, e che noi siamo realmente il riflesso della ragione creatrice. Siamo pensati e voluti e, quindi, c’è una idea che mi precede, un senso che mi precede e che devo scoprire, seguire e che dà finalmente significato alla mia vita. Mi sembra questo il primo punto: scoprire che realmente il mio essere è ragionevole, è pensato, ha un senso e la mia grande missione è scoprire questo senso, viverlo e dare così un nuovo elemento alla grande armonia cosmica pensata dal Creatore. Se è così, allora anche gli elementi di difficoltà diventano momenti di maturità, di processo e di progresso del mio stesso essere, che ha senso dal suo concepimento fino all’ultimo momento di vita. Possiamo conoscere questa realtà del senso precedente a tutti noi, possiamo anche riscoprire il senso della sofferenza e del dolore; certamente c’è un dolore che dobbiamo evitare e che dobbiamo allontanare dal mondo: tanti dolori inutili provocati dalle dittature, dai sistemi sbagliati, dall’odio e dalla violenza. Ma c’è anche nel dolore un senso profondo e solo se possiamo dare senso al dolore e alla sofferenza può maturare la nostra vita. |
Postato da: giacabi a 08:44 |
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benedettoxvi, evoluzionismo
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Evoluzione e Creazione
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La traduzione del discorso del Papa
Illustri signore e signori, sono lieto di salutare voi, membri della Pontificia Accademia delle Scienze, in occasione della vostra assemblea plenaria, e ringrazio il professor Nicola Cabibbo per le parole che mi ha cortesemente rivolto a vostro nome. Nella scelta del tema "Comprensione scientifica dell'evoluzione dell'universo e della vita", cercate di concentrarvi su un'area di indagine che solleva grande interesse. Infatti, oggi molti nostri contemporanei desiderano riflettere sull'origine fondamentale degli esseri, sulla loro causa, sul loro fine e sul significato della storia umana e dell'universo. In questo contesto, è naturale che sorgano questioni relative al rapporto fra la lettura che le scienze fanno del mondo e quella offerta dalla rivelazione cristiana. I miei predecessori Papa Pio xii e Papa Giovanni Paolo ii hanno osservato che non vi è opposizione fra la comprensione di fede della creazione e la prova delle scienze empiriche. Agli inizi la filosofia ha proposto immagini per spiegare l'origine del cosmo sulla base di uno o più elementi del mondo materiale. Questa genesi non era considerata come una creazione, quanto piuttosto come una mutazione o trasformazione. Implicava una interpretazione in qualche modo orizzontale dell'origine del mondo. Un progresso decisivo nella comprensione dell'origine del cosmo è stato la considerazione dell'essere in quanto essere e l'interesse della metafisica per la questione fondamentale dell'origine prima e trascendente dell'essere partecipato. Per svilupparsi ed evolversi il mondo deve prima essere, e quindi essere passato dal nulla all'essere. Deve essere creato, in altre parole, dal primo Essere che è tale per essenza.
Affermare
che il fondamento del cosmo e dei suoi sviluppi è la sapienza provvida
del Creatore non è dire che la creazione ha a che fare soltanto con
l'inizio della storia del mondo e della vita. Ciò implica, piuttosto,
che il Creatore fonda questi sviluppi e li sostiene, li fissa e li
mantiene costantemente.
Tommaso d'Aquino ha insegnato che la nozione di creazione deve trascendere l'origine orizzontale del dispiegamento degli eventi, ossia della storia, e di conseguenza tutti i nostri modi meramente naturalistici di pensare e di parlare dell'evoluzione del mondo. Tommaso ha osservato che la creazione non è né un movimento né una mutazione. È piuttosto il rapporto fondazionale e costante che lega le creature al Creatore poiché Egli è la causa di tutti gli esseri e di tutto il divenire (cfr. Summa theologiae, I, q. 45, a.3). "Evolvere" significa letteralmente "srotolare un rotolo di pergamena", cioè, leggere un libro. L'immagine della natura come libro ha le sue origini nel cristianesimo ed è rimasta cara a molti scienziati. Galileo vedeva la natura come un libro il cui autore è Dio così come lo è delle Scritture. È un libro la cui storia, la cui evoluzione, la cui "scrittura" e il cui significato "leggiamo" secondo i diversi approcci delle scienze, presupponendo per tutto il tempo la presenza fondamentale dell'autore che vi si è voluto rivelare. Questa immagine ci aiuta a comprendere che il mondo, lungi dall'essere stato originato dal caos, assomiglia a un libro ordinato. È un cosmo. Nonostante elementi irrazionali, caotici e distruttivi nei lunghi processi di cambiamento del cosmo, la materia in quanto tale è "leggibile". Possiede una "matematica" innata. La mente umana, quindi, può impegnarsi non solo in una "cosmografia" che studia fenomeni misurabili, ma anche in una "cosmologia" che discerne la logica interna visibile del cosmo. All'inizio potremmo non riuscire a vedere né l'armonia del tutto né delle relazioni fra le parti individuali né il loro rapporto con il tutto. Tuttavia, resta sempre un'ampia gamma di eventi intellegibili, e il processo è razionale poiché rivela un ordine di corrispondenze evidenti e finalità innegabili: nel mondo inorganico fra microstruttura e macrostruttura, nel mondo animale e organico fra struttura e funzione, e nel mondo spirituale fra conoscenza della verità e aspirazione alla libertà. L'indagine filosofica e sperimentale scopre gradualmente questi ordini. Percepisce che operano per mantenersi in essere, difendendosi dagli squilibri e superando ostacoli. Grazie alle scienze naturali abbiamo molto ampliato la nostra comprensione dell'unicità del posto dell'umanità nel cosmo. La distinzione fra un semplice essere vivente e un essere spirituale, che è capax Dei, indica l'esistenza dell'anima intellettiva di un libero oggetto trascendente. Quindi, il Magistero della Chiesa ha costantemente affermato che "ogni anima spirituale è creata direttamente da Dio - non è "prodotta" dai genitori - ed è immortale" (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 366). Ciò evidenzia gli elementi distintivi dell'antropologia e invita il pensiero moderno ad esplorarli. Illustri accademici, desidero concludere ricordando le parole che vi rivolse il mio predecessore Papa Giovanni Paolo ii nel novembre del 2003: "Sono sempre più convinto che la verità scientifica, che è di per sé una partecipazione alla Verità divina, possa aiutare la filosofia e la teologia a comprendere sempre più pienamente la persona umana e la Rivelazione di Dio sull'uomo, una rivelazione compiuta e perfezionata in Gesù Cristo. Per questo importante arricchimento reciproco nella ricerca della verità e del bene dell'umanità, io, insieme a tutta la Chiesa, sono profondamente grato". Su di voi, sulle vostre famiglie e su tutti coloro che sono associati all'opera della Pontificia Accademia delle Scienze invoco di cuore le benedizioni divine di sapienza e di pace. © Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana Benedetto XVI all'assemblea plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze venerdì 31 ottobre 2008 |
Postato da: giacabi a 08:18 |
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benedettoxvi, evoluzionismo
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Darwin stesso non riteneva la teoria dell’evoluzione una prova contro la fede
di A.L. ***
Per
quanto riguarda la posizione personale di Darwin sulla religione e sul
Creatore il suo pensiero appare ondeggiante. Nella conclusione della
prima edizione dell’opera L’origine della specie, dopo aver rilevato che
«vi è qualcosa di grandioso in queste considerazioni sulla vita», non nomina Dio, mentre nella seconda edizione (1860) alla frase riportata aggiunge: «... e sulle varie facoltà di essa, che furono impresse dal Creatore in poche forme o anche in una sola».
Ma nel 1879 mentre lavorava alla sua autobiografia propende a definirsi agnostico, come farà il suo discepolo Thomas Huxley. Darwin riconosce: «Il mio giudizio è spesso fluttuante... e persino nelle mie fluttuazioni più estreme non sono mai stato ateo nel senso di negare Dio. Credo che in generale (e sempre più con il passare degli anni), ma non sempre, la mia posizione possa essere descritta più appropriatamente con il termine agnosticismo» (cit. da McGrath, 2006). Sulla sua posizione deve aver molto influito il problema del dolore, particolarmente dopo la perdita della figlia Annie all’età di 10 anni. Così scrive F.Facchini, in Le sfide della evoluzione, Jaca, Milano, 2008, pp.87-88. Si può ulteriormente leggere un passaggio scritto per la sesta edizione de L’origine della specie (C.Darwin, L’origine della specie, Tascabili Newton, Roma, 2006, p.431) nel quale il grande ricercatore scrive: “Dire che la scienza ora come ora non offre alcun indizio alla soluzione del problema [...] dell’essenza dell’origine della vita, non è un’obiezione valida [alla teoria dell’evoluzione]. Chi sa spiegare qual è l’essenza dell’attrazione di gravità? Attualmente nessuno contrasta l’accettazione dei risultati che derivano da questo elemento sconosciuto, che è l’attrazione, ciononostante in passato Leibniz ha accusato Newton di introdurre «nella filosofia qualità occulte e miracoli». Non vedo alcuna buona ragione perché le opinioni espresse in questo volume debbano urtare i sentimenti religiosi di chicchessia. Allo scopo di dimostrare come certe impressioni siano passeggere, giova qui ricordare che la più grande scoperta mai fatta dall’uomo, ossia la legge dell’attrazione gravitazionale, fu anch’essa attaccata da Leibniz «come sovversiva della religione naturale e, quindi, di quella rivelata». Un celebre autore e teologo mi ha scritto di «aver compreso a poco a poco che si può avere un concetto di Dio altrettanto nobile sia credendo che Egli abbia creato alcune forme originarie capaci di autosvilupparsi in altre forme necessarie, sia credendo che Egli sia ricorso ad un nuovo atto di creazione per colmare i vuoti provocati dall’azione delle Sue leggi». |
Postato da: giacabi a 08:47 |
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evoluzionismo
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L'eccezionalità genetica dell'ornitorinco. La teoria dell'evoluzione e il (defunto) darwinismo
***
Il
Presidente della Società italiana di biologia evoluzionistica, Giorgio
Bertorelle, («Corriere» del 21 maggio) usa nei miei riguardi un veleno
non molto meno acre di quello degli speroni dell'ornitorinco, la specie
australiana di mammiferi monotremi oggetto del nostro contendere. Uno
solo dei suoi molti veleni merita un antidoto, per cortesia verso i
lettori.
Definisce la mia posizione un anti-darwinismo «all'italiana », evidentemente ignaro del mio ventennale, e ancora perdurante, soggiorno accademico negli Stati Uniti e delle svariate critiche al darwinismo ortodosso espresse, tra altri, da eminenti evoluzionisti americani, inglesi e tedeschi come Richard Lewontin, Gregory C. Gibson, Andreas Wagner, Gabriel Dover, Eric Davidson, Stuart Newman, Michael Sherman, Gerd Mueller, Marc Kirschner e la lista potrebbe continuare. Sono tutti biologi con credenziali scientifiche inattaccabili, tutti perfettamente materialisti, tutti indefettibilmente tesi allo sviluppo di una teoria dell'evoluzione biologica naturalistica. «All'italiana», detto da Bertorelle, penso significhi qualcosa come provinciale, di seconda mano, più di un tantino becero. Di questo dovrebbe scusarsi non con me, che poco mi importa, ma con la scienza italiana, se non addirittura con tutti gli italiani. Sostiene che i processi biologici da me citati nell'articolo (duplicazioni geniche, mutazioni di geni maestri con effetti subitanei su molti tratti distinti, moltiplicazioni di cromosomi sessuali) sono «noti da tempo a tutti e interamente compatibili con la moderna teoria dell'evoluzione ». Auspico siano noti a lui da tempo e certo lo sono a molti biologi, ma il grande pubblico non ne sa niente, mi creda, e non solo in Italia. Certo che sono «interamente compatibili con la moderna teoria dell'evoluzione » perché sono essi stessi la moderna teoria dell'evoluzione, come da me esplicitamente sostenuto in quell'articolo. L'errore di Bertorelle, grave, è confondere e generare confusione nei lettori tra la moderna teoria dell'evoluzione, sacrosanta, e il darwinismo, ormai largamente defunto. Sarebbe come far credere che qualsiasi analisi delle cause economiche profonde dei fenomeni sociali sia ipso facto un'analisi marxista. L'economista e storico francese Florin Aftalion, per esempio, è un anti marxista, che ha recentemente pubblicato un esauriente studio delle cause economiche della rivoluzione francese. La teoria darwiniana dell'evoluzione è perfettamente naturalistica, ma non ogni teoria perfettamente naturalistica dell'evoluzione è darwiniana. Lascio la parola a Darwin stesso: «Se si potesse dimostrare l'esistenza di un qualsiasi organo complesso e l'impossibilità che esso sia stato formato da piccoli, numerosi, successivi cambiamenti, allora la mia teoria collasserebbe assolutamente». I Bertorelle di questa terra non prendono sul serio il loro eroe. Lui non anticipava, come invece fanno loro, che le molte meraviglie della biologia degli ultimi venti anni potevano venire «integrate » nella sua teoria, che la sua teoria sarebbe stata confermata nell'essenziale da quanto oggi sappiamo. Sono molti anni che le scoperte della genetica e della biologia dello sviluppo hanno fatto «collassare assolutamente » la teoria darwiniana, proprio nei termini precisati dallo stesso Darwin. Sarebbe l'ora di prenderne atto, aprire la mente a teorie naturalistiche più interessanti smettendo di agitare il vieto vessillo darwiniano per proteggersi da immaginari assalti alla razionalità scientifica.
Massimo Piattelli Palmarini - 23/05/2008
Fonte: corriere.della.sera
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Postato da: giacabi a 14:07 |
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evoluzionismo
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L’evoluzionismo e l’evoluzione
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“Ci sono due modi di concepire l’evoluzione:
quello
ufficiale, secondo cui tutto è creato dal caso, dall’accidente, dalla
mancanza di qualunque regola, secondo cui dunque la complessità di un
uomo deriva da una serie di eventi casuali. Cicerone diceva: “La possibilità di ottenere un verso di Ennio prendendo un certo numero di letterine
buttandole per aria a caso è nessuna”. Da tempo immemorabile si è capito che questo era un gioco che non funzionava e invece
oggi ancora si asserisce; si corregge la teoria affermando che la
selezione naturale mette ordine nei prodotti del caso. Ma la selezione
naturale è un processo riduttivo che non inventa niente, semplicemente
censura ciò che non funziona. Quindi due processi l’uno distruttivo, come la mutazione, l’altro riduttivo come la selezione dovrebbero costruire; caso e necessità, secondo il titolo di un famoso libro di Monod. Ma questo gioco di bussolotti offende l’intelligenza dell’uomo;
per dire e sostenere questo, io sono ritenuto un eretico, e sono stato dirottato fuori dal corso principale della carriera universitaria perché sostengo che non è possibile considerare un’evoluzione senza regole, senza principi. L’evoluzione – ed è il secondo modo di concepirla – che si oppone all’evoluzione neodarwiniana è un’evoluzione
che introduce delle leggi, leggi di conformazione, leggi
morfogenetiche, che regolano la formazione delle strutture viventi ed
anche di quelle non viventi.”
Giuseppe Sermonti Meeting di Rimini 2000
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Postato da: giacabi a 16:08 |
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evoluzionismo
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L’evoluzionismo ragionevole
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«Un'intelligenza superiore ha guidato lo sviluppo dell'uomo in una direzione definita e per uno scopo speciale, proprio come l'uomo guida lo sviluppo di molte forme animali e vegetali"..»
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Postato da: giacabi a 17:09 |
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evoluzionismo
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L’evoluzionismo ideologico
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«In un futuro non molto distante, con il metro dei secoli, le razze umane civilizzate quasi certamente stermineranno e rimpiazzeranno le razze selvagge della terra... La distanza tra l'uomo ed i suoi simili più vicini sarà allora più grande, perché sarà quella tra l'uomo civilizzato e qualche scimmia così bassa come per esempio il babbuino, anziché come è ora tra il negro o l'australiano ed il gorilla." (Charles Darwin, The Descent of Man, 2nd edition, New York, A. L. Burt Co., 1874, p. 178
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Postato da: giacabi a 16:46 |
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evoluzionismo
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Stop ai cattivi maestri della «darwinolatria»
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articolo di Andrea Tornielli - lunedì 03 dicembre 2007,
Discendiamo
davvero dalle scimmie? I nostri progenitori erano scimpanzé? Il mondo è
veramente soggetto al caso? La selezione naturale secondo la legge
dell’evoluzione va applicata anche per sopprimere i più deboli, i meno
fortunati, gli handicappati, magari prima che nascano? Mai come in
questi anni le domande sull’origine dell’uomo e sull’esistenza di un
disegno intelligente (o ragione creatrice) hanno creato dibattito e
anche contrasti. Nel mondo protestante degli Stati Uniti prende forza il
creazionismo, che pretende di leggere la Bibbia alla lettera, mentre in
molti Paesi d’Europa si discute animatamente sulla validità della
teoria evoluzionistica darwiniana.
In questo dibattito, con una particolare preoccupazione educativa, s’inserisce il libro di Rosa Alberoni, Il Dio di Michelangelo e la barba di Darwin (Rizzoli, pagg. 330, euro 18). L’autrice non se la prende con la scienza, ma con l’ideologia scientista, con la «darwinolatria», che ha ridotto l’uomo a poco più di una scimmia tentando di cancellare ogni possibilità dell’esistenza di un Creatore. È vero che già Pio XII aprì alla possibilità dell’evoluzionismo (purché si considerasse solo un’ipotesi), ed è vero che Giovanni Paolo II ha affermato che «nuove conoscenze conducono a non considerare più la teoria dell’evoluzione una mera ipotesi». È altrettanto vero, però, che la «darwinolatria» come chiave di lettura ideologica e dogmatica persiste nei libri di testo e in fortunate trasmissioni televisive che trattano di scienza dando spesso per assodato ciò che assodato ancora non è. Nel libro di Rosa Alberoni il Dio della creazione e la rivoluzione cristiana sono spiegate attraverso la lettura delle immagini della Cappella Sistina di Michelangelo. «Gli episodi della creazione di Adamo ed Eva - scrive il cardinale Renato Raffaele Martino nella prefazione - affascinano non solo per la genialità dell’artista, ma soprattutto perché danno un senso - il senso cristiano - al posto dell’uomo nell’universo». Quale sia questo senso, è sempre Martino a spiegarlo: «Il Dio di Michelangelo è il Dio della dottrina cristiana, che crea l’universo secondo verità e amore e vi colloca l’uomo in una posizione eminente, unica creatura ad essere stata amata per se stessa», mentre le «ricerche scientifiche di Darwin hanno destato e destano tanto interesse soprattutto perché mettono in questione quel posto dell’uomo nell’universo». È l’ideologia a considerare l’uomo solo come un anello della filiera evolutiva, un prodotto del caso, dimenticando il salto qualitativo tra l’uomo e l’animale. Un salto che può anche essere frutto di un processo evolutivo, ma non causale. «Cancellando il Creatore e riducendo l’uomo a un derivato delle scimmie - ha spiegato Rosa Alberoni - Darwin e i suoi seguaci, da una teoria scientifica, hanno tratto un’ideologia atea che si basa su un solo comandamento: il primato del volere individuale che ha un solo scopo, quello di saziare i propri impulsi. È un modo subdolo per parificare l’essere umano agli animali». L’autrice analizza l’ideologia darwiniana e fa paragoni con le ideologie atee e totalitarie di nazismo e comunismo. In effetti, «non è un caso - ha detto ancora Rosa Alberoni - che il darwinismo abbia prodotto aberrazioni come il razzismo, il classismo, l’eugenetica, il peggior colonialismo, la discriminazione biologica». Lo scopo dichiarato del libro è quello di mettere in guardia i genitori perché «nel momento in cui si accettano le origini solo materiali del nostro corpo, della nostra mente, del nostro cuore, allora cadranno non solo i fondamenti della fede, ma anche quelli della morale e della convivenza umana». |
Postato da: giacabi a 18:02 |
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evoluzionismo
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Nelle quattro che
abbiamo ascoltato, davanti a noi si apre un ampio spettro su cui
potremmo discutere molto a lungo, ma per cui purtroppo abbiamo poco
tempo a disposizione. Dopo la pausa possiamo ancora discutere alcune
questioni. Penso che soprattutto gli stessi relatori vogliano dirsi
qualcosa l’uno con l’altro, l’uno per l’altro, e l’uno contro l’altro,
ma sempre in una contrapposizione produttiva che mira a far sì che
conosciamo la verità e ce ne assumiamo la responsabilità.
Dobbiamo pensare a quello che vogliamo fare con il tesoro delle quattro relazioni. Anch’esse forse hanno un telos. Ho l’impressione che sia stata la provvidenza che ha indotto il cardinale Schönborn a scrivere una glossa sul New York Times, a rendere di nuovo pubblico questo tema e a indicare dove stiano le questioni: che non si tratta di decidersi né per un creazionismo, che si chiude sostanzialmente alla scienza, né per una teoria dell’evoluzione che dissimula i propri vuoti o lacune e non vuole vedere le questioni che travalicano le possibilità del metodo delle scienze naturali. Si tratta piuttosto di questa interazione fra diverse dimensioni della ragione, in cui si schiude anche la via alla fede. Quando egli fra ratio e fides mette l’accento sulla scientia o philosophia, allora in fondo si tratta di recuperare nuovamente una dimensione della ragione che avevamo perduta. Senza di essa la fede verrebbe esiliata in un ghetto e così si perderebbe il suo significato per la totalità della realtà e dell’essere umano. Quello che ora dico, in effetti, è già in certo qual modo superato dalle nuove relazioni, perché è derivato direttamente dall’ascolto della relazione del professor Schuster, ma lo vorrei dire comunque. Il professor Schuster ha da un lato indicato in modo sorprendente la logica della teoria dell’evoluzione che si è andata sviluppando, arrivando a poco a poco a una grande coesione, e anche le correzioni interne che nel contempo si sono trovate (soprattutto a Darwin); dall’altro, ha anche molto chiaramente messo in risalto le questioni che restano aperte. Non è che adesso io voglia stipare il buon Dio in questi vuoti: egli è troppo grande per trovare posto in quei vuoti. Ma a me pare importante sottolineare che la teoria dell’evoluzione implica delle domande che devono essere assegnate alla filosofia e che di per sé esulano dall’ambito proprio delle scienze naturali. A me pare importante, in particolare, come prima cosa, che la teoria dell’evoluzione in gran parte non sia dimostrabile sperimentalmente in modo tanto facile perché non possiamo introdurre in laboratorio 10.000 generazioni. Ciò significa che ci sono dei vuoti o lacune rilevanti di verificabilità-falsificabilità sperimentale a causa dell’enorme spazio temporale cui la teoria si riferisce. Come seconda cosa a me è parsa importante un’altra sua affermazione: la probabilità non equivale a zero ma neppure a uno. Per cui si pone la domanda: a quale altezza si situa la probabilità? Ciò è importante se vogliamo interpretare correttamente la frase di Papa Giovanni Paolo II: «La teoria dell’evoluzione è più di un’ipotesi». Quando il Papa disse questo, aveva i suoi buoni motivi. Ma nello stesso tempo è anche vero che la teoria dell’evoluzione non è ancora una teoria completa, scientificamente verificabile. Come terza cosa vorrei accennare ai salti di cui ha già parlato anche il cardinale Schönborn. Non basta la somma di piccoli passi. Ci sono dei «salti». La domanda sul loro significato va ulteriormente approfondita. Come quarta cosa è interessante che i mutanti positivi siano solo pochi e che il corridoio, in cui si poteva svolgere lo sviluppo, è stretto. Questo corridoio è stato aperto e attraversato. Le scienze naturali stesse e la teoria dell’evoluzione possono rispondere in modo sorprendente a molte cose, ma nei quattro punti menzionati rimangono ancora aperte questioni rilevanti. Prima che giunga alla mia conclusione, vorrei dire qualcosa, cui ha già accennato anche il cardinale Schönborn: non solo alcuni testi scientifico-popolari, ma anche scientifici sull’evoluzione affermano di frequente che la «natura» o l’«evoluzione» avrebbe fatto questo o quello. Qui ci si domanda: chi è propriamente la «natura» o l’«evoluzione» come soggetto? Infatti non esiste! Quando si dice che la natura fa questo o quello, ciò può essere solo un tentativo di raggruppare una serie di eventi in un soggetto che però non esiste come tale. A me pare evidente che questo espediente verbale – forse inevitabile – racchiuda in sé domande di un certo peso. Riassumendo potrei dire: le scienze naturali hanno schiuso grandi dimensioni della ragione che finora non erano state aperte, e ci hanno trasmesso così delle nuove conoscenze. Ma nella gioia per la grandezza della loro scoperta esse tendono a toglierci dimensioni della ragione di cui continuiamo ad avere bisogno. I loro risultati sollevano delle domande che vanno oltre la competenza del loro canone metodologico e alle quali in esso non è possibile dare una risposta. Tuttavia, sono domande che la ragione deve porre e che non possono essere lasciate solo al sentimento religioso. Bisogna considerarle come domande ragionevoli e trovare anche dei modi ragionevoli di trattarle. Sono le grandi domande fondamentali della filosofia che ci si presentano in forma nuova: la domanda sull’origine e sul futuro dell’uomo e del mondo. Inoltre, di recente, mi sono reso conto di due cose, che hanno illustrato anche le tre relazioni che si sono succedute: c’è da un lato una razionalità della stessa materia. Si può leggerla. Essa ha una matematica in sé, è essa stessa ragionevole, anche se nel lungo cammino dell’evoluzione c’è l’irrazionale, il caotico e il distruttivo; ma la materia come tale è leggibile. D’altro lato, a me pare che anche il processo come un tutto abbia una razionalità. Nonostante il suo errare e percorrere strade sbagliate lungo lo stretto corridoio, nella scelta delle poche mutazioni positive e nello sfruttamento della poca probabilità, il processo stesso è qualcosa di razionale. Questa doppia razionalità che si rende di nuovo accessibile corrispondendo alla nostra ragione porta inevitabilmente a una domanda che esorbita dalla scienza, ma che comunque è una domanda della ragione: da dove viene questa razionalità? C’è una razionalità originaria che si rispecchia in queste due zone e dimensioni della razionalità? Le scienze naturali non possono e non devono rispondere direttamente, ma noi dobbiamo riconoscere la domanda come ragionevole e osare credere alla ragione creatrice e affidarci a essa. Da una parte c’è la razionalità della materia, che apre una finestra sul Creator Spiritus. A questo non dobbiamo rinunciare. È la fede biblica nella creazione che ci ha indicato la via a una civiltà della ragione, nelle cui possibilità c’è anche naturalmente quella di annientarsi nuovamente. Questa è una dimensione che deve rimanere e che io definisco anche una dimensione di contatto fra il greco e il biblico, che dovettero ambedue fondersi in una interna ragione e in una interna necessità. D’altro lato, tuttavia, noi dobbiamo anche vedere i limiti. Naturalmente, nella natura c’è la razionalità, ma essa non ci permette di avere una visione totale del piano di Dio. Quindi nella natura permangono la contingenza e l’enigma dell’orribile, un po’ come lo descrive Reinhold Schneider dopo una visita al Museo di scienze naturali di Vienna. (Anch’io una volta ho visitato con mio fratello questo museo, ed eravamo sgomenti di fronte a tante cose orribili in natura.) Nonostante la razionalità, che c’è, noi possiamo constatare una componente di orrore, che non è più risolvibile filosoficamente. Qui la filosofia reclama qualcosa di ulteriore e la fede ci mostra il Logos, che è la ragione creatrice e che in modo incredibile poté farsi carne, morire e risuscitare. In questo modo ci si rivela un volto del Logos del tutto diverso da quello che noi possiamo presagire e cercare a tentoni partendo da una ricostruzione dei fondamenti della natura. Anche le due parti dell’anima greca vi alludono: da una parte la grande filosofia e dall’altra la tragedia, che in ultima analisi rimane senza risposta. |
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