31/01/2017 – Un’intervista al presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione dal magazine spagnolo “Jotdown”
Julián Carrón (Navaconcejo, 1950) ha compiuto gli studi di teologia nel
seminario di Madrid ed è stato allievo titolare della École Biblique et
Archéologique Française di Gerusalemme. Ordinato sacerdote nel 1975,
l’anno seguente si laurea in Teologia presso la Università Pontificia
Comillas, con specializzazione in Sacra Scrittura. Nel 1984 ottiene il
dottorato in Teologia alla Facoltà Teologica della Spagna
settentrionale, a Burgos. È docente presso l’Istituto di Teologia,
Scienze religiose e catechetiche San Dámaso e professore ordinario di
Nuovo Testamento alla Facoltà di Teologia San Dámaso di Madrid.
Dal 2005 è presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, il più importante movimento cattolico italiano.
Ci troviamo con Julián nel bar
dell’Hotel de las Letras di Madrid, approfittando di una delle sue
veloci puntate in Spagna. Parliamo di politica, ragione e scienza, e ci
spiega le radici del cambiamento che si sta verificando nella società
occidentale, che ha l’Illuminismo come elemento chiave. Ci racconta
anche come è vissuto il cristianesimo in Comunione e Liberazione, e in
che modo esso può essere un fattore chiave del nostro futuro. Julián è
alla mano, gentile e chiaro, e ha una grande capacità di convinzione,
anche nei confronti di un ateo recalcitrante come chi lo intervista.
In che senso la società occidentale è di fronte a una crisi antropologica?
Lo stiamo vedendo accadere davanti ai nostri occhi, come
crollano certi pilastri che credevamo inamovibili. Pensiamo agli
immigranti, alla reazione di molte persone rispetto al fenomeno dei
rifugiati. Chi avrebbe immaginato, solo qualche decennio fa, che avremmo
potuto innalzare muri in Europa dopo aver desiderato per tanti anni di
abbattere il muro di Berlino. Pensiamo al vuoto che domina nella
società, che alla fine si può trasformare, come vediamo, in terrorismo e
in violenza. O vediamo come reagiscono gli Stati Uniti o l’Europa
davanti alle grandi sfide del nostro tempo. Questa situazione, come
diceva Bauman, genera insicurezza e paura.
Sono crollati dei valori? È negativo il fatto che crollino quei valori?
Cosa sono i valori? Sono le qualità che ci rendono persone
migliori. La libertà, la generosità o la solidarietà sono cose assai
preziose e fondamentali nella nostra civiltà. I valori ci permettono di
abbracciare la diversità dell’altro, ci rendono più facili le relazioni
con quanti sono diversi da noi, ci consentono di uscire dai nostri
schemi predefiniti, insomma, rendono la vita più umana, meno dura.
Da dove dovremmo partire per una costruzione nuova?
Per una costruzione nuova, la prima cosa che occorre è capire
cosa è accaduto, cosa sta accadendo. Questa non è una crisi paragonabile
ad altre che hanno colpito l’Europa negli ultimi secoli; siamo di
fronte a una crisi che papa Francesco definisce «un cambiamento di
epoca». Che differenza c’è rispetto ad altri momenti? Che è un
cambiamento che riguarda tutti i livelli della vita umana, dal rapporto
tra padri e figli a quello tra professori e alunni, alle nostre
relazioni con i migranti, alle relazioni internazionali. A mio parere
siamo alla fine di un mondo nato con l’Illuminismo. Ripercorrendo
rapidamente la storia, l’Europa ha vissuto una unità religiosa come
conseguenza della presenza cristiana; questa unità religiosa saltò per
aria con la riforma protestante. Quando gli europei si stancarono di
combattere tra loro per motivi religiosi, nelle cosiddette “guerre di
religione”, occorreva fondare la società su nuove basi. Se non
condividiamo più la religione, che cosa abbiamo in comune che ci
consenta di vivere insieme? La ragione, ovvio. Allora gli illuministi
cosa pensarono? Creiamo una religione entro i limiti della ragione, come
dirà Kant. Il papa emerito Benedetto XVI spiega in modo molto sintetico
questa geniale intuizione dell’Illuminismo. Durante l’Illuminismo,
nell’epoca della “contrapposizione delle confessioni”, si cercò di
salvare i valori essenziali (della vita: la persona, la libertà, la
ragione) fondandoli su «una evidenza che li rendesse indipendenti dalle
varie filosofie e confessioni». In tal modo si intendeva assicurare «le
basi della convivenza e, più in generale, le basi dell’umanità». A
quell’epoca sembrava possibile poiché «le grandi convinzioni di fondo
create dal cristianesimo in gran parte resistevano e sembravano
innegabili». Il riconoscimento comune di questi valori permise di
superare le divisioni e contrapposizioni derivate dallo scontro tra
religioni.
Che cosa è successo da allora, dall’Illuminismo fino a oggi?
Questo è il problema. Queste convinzioni hanno resistito ai
cambiamenti della storia? Papa Benedetto, che non è uno scettico,
afferma: «La ricerca di una rassicurante certezza, che potesse rimanere
incontestata al di là di tutte le differenze, è fallita». Se non capiamo
che questo tentativo è fallito, non capiamo la natura della crisi e la
sua profondità. Ciò che sta crollando davanti ai nostri occhi è ciò che
ha sostenuto la nostra convivenza negli ultimi secoli, in mezzo a tutte
le sfide. Mi ha molto colpito il fatto che il giorno seguente
all’elezione di Trump l’ex-direttore de la Repubblica, uno dei
più importanti quotidiani italiani, Ezio Mauro, scrivesse: «Credevamo
che la democrazia si sarebbe imposta come l’unica religione superstite.
Prima il rifiuto delle primavere arabe, poi l’aggressione del jihadismo
islamista assassino, ci hanno fatto capire che ciò a cui attribuiamo un
valore universale [la democrazia] ha un perimetro e un limite che sono
esclusivamente occidentali». La stessa cosa sosteneva di recente
un’altra figura rilevante del nostro tempo come Zygmunt Bauman: «Credo
che stiamo assistendo all’accurato svisceramento dei principi della
“democrazia”, che si presumeva fossero intoccabili». Cosa significa ciò?
Che il tentativo di salvare i valori della vita umana, che tutti
riconosciamo, indipendentemente dall’origine che li aveva generati, è
crollato. Per questo la crisi attuale non è come le altre. Siamo passati
attraverso due Guerre mondiali, la Rivoluzione industriale, la
Rivoluzione tecnologica, e le fondamenta di questa concezione
illuminista della convivenza hanno resistito in mezzo a questi
cambiamenti. Oggi stiamo assistendo al loro collasso. La sfida che
abbiamo tutti di fronte è trovare delle nuove basi per la convivenza.
Gli Arabi e altre culture
avrebbero dovuto passare attraverso questa fase illuministica per
comprendere la democrazia così come la intendiamo noi e attribuirle il
suo vero valore?
Mi impressiona la lealtà con cui il papa emerito Benedetto XVI
ha riconosciuto che quando il cristianesimo si è trasformato, contro la
sua natura, in religione di Stato, è stato merito dell’Illuminismo aver
riproposto i valori originali del cristianesimo e aver restituito alla
ragione il ruolo che le era proprio. Questo attraversamento, che è stato
compiuto dal cristianesimo e dalla cultura occidentale, anche altre
religioni e culture sono chiamate a compierlo, quale che sia la modalità
con cui possa aver luogo. Le tensioni che stanno vivendo molti Paesi
arabi mostrano la difficoltà che lo contraddistingue.
Nel tuo libro La bellezza disarmata metti in relazione il terrorismo in Europa con il grande vuoto che regna in molti giovani. Come sono collegate le due cose?
Per me è stata una scoperta leggere alcuni grandi intellettuali
francesi che spiegano questo. Noi da fuori possiamo pensare che ciò che
è accaduto sia semplicemente un problema di fondamentalismo religioso
straniero. Tuttavia molti dei giovani che hanno commesso gli attentati
in Francia erano nati in quel Paese – erano francesi di seconda o terza
generazione -, avevano ricevuto l’educazione francese come cittadini
della Repubblica. Eppure sono arrivati a una situazione in cui non hanno
potuto percepire nella società francese qualcosa che risultasse per
loro più interessante della violenza. Questo ci deve interrogare. Che
cosa hanno vissuto per sviluppare la violenza? E questo non accade solo,
come alcuni analisti si ostinano a sostenere, con i musulmani: alcuni
violenti sono figli di francesi, o di italiani, o di spagnoli, che
partono per unirsi all’Isis. I padri musulmani di questi ragazzi hanno
avuto la stessa difficoltà di molti figli e padri di cristiani, ossia
non sono stati in grado di comunicare la loro religione in un modo
attrattivo. Non è un problema solo loro. La secolarizzazione è il
risultato dell’incapacità dei cristiani occidentali di trasmettere in un
modo attraente la fede cristiana. È accaduto a noi e a loro, e dallo
stesso vuoto, degli uni e degli altri, può nascere il fascino del
terrorismo. O le persone incontrano qualcosa per cui valga la pena
vivere o, in caso contrario, possono abbandonarsi all’estremismo.
Qual è il concetto di “bellezza disarmata” (al di là di un titolo bellissimo per un libro)?
Il titolo del libro è nato proprio come risposta agli atti di
terrorismo. Quando vengono percepiti con la profondità di cui parliamo,
questi atti sono una sfida per tutta la società occidentale. Mi sono
domandato se, quando queste persone giungono in Europa, dove in teoria
dovrebbero imbattersi in una cultura e una presenza cristiana, noi
cristiani abbiamo qualcosa da offrire loro. Con l’espressione “bellezza
disarmata” ho voluto dire: «Noi cristiani, crediamo ancora
nell’attrattiva che può esercitare la bellezza disarmata della fede?».
Con la “bellezza disarmata” propongo una presenza cristiana che sia
tanto attraente da rendere la vita più interessante per tutti.
Comunione e Liberazione ha esperienza del potere che ha questa “bellezza disarmata”?
Sì. In realtà il nostro movimento nacque come un tentativo di
rispondere a questo disinteresse per la fede. Luigi Giussani lo percepì
negli studenti di un liceo milanese agli inizi degli anni Cinquanta.
Molti di loro, che avevano abbandonato la fede, si sentirono sfidati
dall’attrattiva che esercitava il suo modo di comunicare il
cristianesimo, come proposta alla loro ragione e alla loro libertà. Da
allora, molti sono stati coloro che sono rimasti affascinati. E noi
vediamo allo stesso modo la capacità di attrattiva di questa bellezza
nelle circostanze di oggi. Penso a tante persone che ci incontrano in
università o nei diversi ambienti di lavoro, quando si imbattono con un
fenomeno di umanità diversa originata dalla fede. Penso alle opere
sociali con le quali cerchiamo di rispondere ai problemi educativi di
ragazzi che hanno difficoltà nella scuola, offrendo loro un aiuto al
pomeriggio, con la collaborazione di molti professori che danno il loro
tempo gratuitamente. Quando si sentono accompagnati, molti di loro –
compresi molti musulmani – hanno la possibilità di trovare un luogo che
cambia loro la vita. La loro vita non cambia con dei richiami etici.
Devono vedere che qualcuno li aiuta, si preoccupa di loro, offre loro
gratuitamente la possibilità di imparare. E allora si integrano,
stringono rapporti. Ciò rende possibile quello che sembrerebbe
impossibile, perché questi ragazzi sono della stessa generazione di
coloro che praticano la violenza. Il problema è quello che incontrano
quando si stabiliscono da noi.
Credi nella capacità della fede di suscitare un’attrazione in quei giovani che non trovano un senso per la loro vita?
Sì, sempre che il cristianesimo sia presentato nella sua vera
natura originale, perché questa è la seconda questione fondamentale: che
cos’è il cristianesimo? Molte volte ciò che è stato inteso come
cristianesimo non è altro che una serie di regole morali o di aspetti
sentimentali o formalismi religiosi che non hanno la capacità di
affascinare o attrarre la vita di nessuno. Conosco persone che non hanno
avuto nessun tipo di rapporto con la fede in famiglia, o nella
tradizione in cui sono vissute, e che quando si sono trovate davanti a
un cristianesimo vivo, attraverso persone, o famiglie, o realtà sociali
nelle quali hanno visto in che modo la vita può essere cambiata, non
hanno avuto nessun problema ad aprirsi alla fede, assecondando il
desiderio nato in loro di non perdersi la bellezza di ciò che stavano
vivendo.
La nostra generazione ha
percepito la presenza pubblica della Chiesa in Spagna praticamente come
legata solo alle battaglie sulla morale sessuale e sul diritto a educare
nelle scuole. Perché si è ridotto in questo modo ciò che dovrebbe
essere un annuncio universale? Che cosa occorre perché la Chiesa abbia
una modalità di presenza diversa?
È la domanda che si fece molti anni fa un poeta inglese, Thomas
Stearns Eliot: «È la Chiesa che ha abbandonato l’umanità, o l’umanità
che ha abbandonato la Chiesa?». Perché la Chiesa abbia una presenza
diversa occorre solo una cosa: che noi cristiani sappiamo approfittare
di questa circostanza – e questa crisi è una opportunità – per scoprire
qual è la vera natura del cristianesimo. Il cristianesimo è in primo
luogo l’avvenimento di Dio che si fa uomo e rimane presente nella storia
attraverso la vita cambiata di coloro che lo seguono
.
Come si comunica?
Qui sta il punto. Quelli che incontravano Gesù erano tanto
sorpresi da ciò che succedeva stando con lui da esclamare: «Non abbiamo
mai visto una cosa simile». Sperimentavano un tale fascino che gli
andavano dietro. Mi raccontava una suora che mentre era all’ospedale ha
visto entrare fra le infermiere una che era diversa. Inizia a domandare e
scopre che era una che viveva una certa esperienza cristiana. Lo stesso
le è accaduto la settimana dopo, con un medico che ha richiamato la sua
attenzione. Questa scoperta l’ha portata a chiedere loro di aiutarla
nella gestione di un ospedale che sta costruendo in Etiopia. E
giustificava la sua richiesta dicendo che voleva che gli etiopi
potessero incontrare persone che comunicassero la novità di vita che
nasce dalla fede attraverso il modo con cui vivevano il loro lavoro. Se
non è così, se non accade come agli inizi, il cristianesimo non
interesserà a nessuno.
Il cristianesimo come esperienza e non come ideologia…
È chiaro. Solo un cristianesimo come esperienza può comunicarsi
oggi. Il fondatore del nostro movimento, don Luigi Giussani, ha
insistito molto sul fatto che la natura del cristianesimo è un
avvenimento. Kant ammetteva che «si può tranquillamente riconoscere che
se il Vangelo non avesse insegnato le norme morali universali – i valori
di cui parliamo – nella loro pura integralità, la ragione non li
avrebbe conosciuti nella loro pienezza. Però, una volta che esistono,
ciascuno può convincersi della loro validità attraverso la sola
ragione». Come altri illuministi, Kant riconosce l’opera educativa e
pedagogica condotta dalla Chiesa per trasmettere questi valori. Ma una
volta che li hanno riconosciuti, gli uomini non hanno bisogno di
appartenere alla Chiesa per mantenerli vivi. Basta la ragione per
riconoscere la loro validità. Cosa accade oggi davanti ai nostri occhi?
Vediamo che non è bastata la ragione da sola per mantenerli vivi. Quando
i valori, che erano stati conosciuti attraverso un fatto storico,
vengono separati dalla loro origine, si trasformano solo in ideologia.
Questo è il fallimento davanti al quale ci troviamo. Come quando
spegniamo il riscaldamento, il calore si può conservare per un certo
tempo. Ma quando è sconnesso dalla fonte di energia, il calore non dura,
e prima o poi il freddo invade tutta la casa.
Parto dalle tue parole: «La fede
cristiana non solo non teme l’uso pieno della ragione, ma lo esige».
Questa ragione che invochi continua a essere sottomessa a una morale
stabilita duemila anni fa?
La fede non è assoggettata a null’altro che al riconoscimento
dell’attrattiva che un’altra persona esercita su di me. Come uno che si
innamora. Quando uno si innamora, comincia a fare spazio all’esistenza
dell’altro, perché lo percepisce decisivo; quando uno si innamora
comincia a cambiare la sua concezione individualista. Comincia a tener
presente l’altro nel modo di concepire il suo tempo, il suo denaro,
l’uso delle cose che possiede. Ossia, l’etica è la conseguenza di un
avvenimento che accade nella vita. Nessuno dice: «Mi sono innamorato e
disgraziatamente adesso mi tocca uscire con la ragazza di cui mi sono
innamorato». Uscire con la ragazza di cui mi sono innamorato è la
conseguenza etica normale di un avvenimento. Se non mi va di uscire con
lei… forse non è vero che mi sono innamorato! Nessuna imposizione potrà
avere la forza di convinzione del fatto di innamorarsi. Lo stesso accade
con il cristianesimo. Il cristianesimo è un avvenimento di questa
portata. Quelli che incontrarono Gesù si trovarono sorprendentemente a
vivere la vita quotidiana in un altro modo. È un modo nuovo di vivere le
cose solite.
E la scienza, o l’arte, non
hanno la stessa attrattiva, o una ancora maggiore, rispetto alla fede,
per dare senso alla vita? Sono compatibili?
La scienza e l’arte esprimono, ciascuna a suo modo, il
tentativo dell’uomo di entrare nella profondità della realtà. Proprio
per questo il vertice della ricerca scientifica e dell’arte è il senso
del mistero, l’accesso a qualcosa che in ultima istanza non è
dominabile. Mi ha sempre impressionato che uno scienziato del livello di
Einstein dicesse che l’esperienza più bella che possiamo fare è
l’esperienza del mistero. È l’emozione fondamentale che si percepisce al
cuore della vera arte e della vera scienza. Chi non la conosca e non si
interroghi al riguardo, non si stupisca, è come morto, i suoi occhi
sono annebbiati. Per questo l’arte e la scienza hanno un valore immenso.
Il problema è quando la vita urge con tutto il suo bisogno fondamentale
di senso. È qui dove uno deve vedere se la scienza e l’arte hanno la
capacità di rispondere a quest’urgenza, di illuminare una circostanza
dolorosa, di dare l’energia per poterla vivere e non finire nella
disperazione. Il cristianesimo è l’annuncio che la profondità della
realtà è diventata un avvenimento nella vita dell’uomo.
Penso alle grandi sfide della
scienza di oggi, come la genetica, l’intelligenza artificiale o la
comprensione dei meccanismi del cervello, e vedo solo ostacoli da parte
delle religioni al loro sviluppo…
Non credo che la religione in sé abbia obiezioni, la questione è
che qui si pongono problemi che hanno a che vedere con che cosa è
l’uomo, la sua dignità ecc. Si tratta di problemi etici che tutti
abbiamo davanti. Per esempio, quando si ipotizza la possibilità di
costruire un robot che possa avere una certa autonomia, tutti ci
mettiamo le mani nei capelli, poiché possono scatenarsi effetti
incontrollabili; diventa quindi un problema che ha a che vedere con la
vita e con il tipo di società che vogliamo creare.
La Chiesa e l’arte contemporanea
sono due bellezze che sembrano radicalmente lontane l’una dall’altra e
che interagiscono in maniera conflittuale. Come possono tornare a
incontrarsi?
Penso che la Chiesa non abbia nessuna diffidenza nei confronti
della bellezza. L’opera d’arte fa vibrare tutta l’esperienza umana. Un
canto, una poesia, un quadro suscitano in noi nostalgie e gioie che non
conosceremmo in altro modo. Per questo la fede e l’arte non solo non
sono incompatibili, ma il gusto della bellezza appartiene all’uomo di
fede, all’uomo cosciente di sé. Come diceva san Tommaso d’Aquino, «la
bellezza è lo splendore del vero». L’arte è la ricerca, non garantita a
priori, della bellezza e ha bisogno di uomini che siano disposti a
lasciarsi interpellare dalla verità. È la tensione alla verità ciò che
qualifica il tentativo, indipendentemente dal risultato, che può essere
discutibile.
Non solo non furono in
contrasto, ma storicamente ci sono stati dei momenti in cui la Chiesa ha
ispirato opere d’arte incredibili, anche da parte di artisti che non
avevano la fede; e tuttavia adesso non è proprio così. Allora, perché
non c’è questo dialogo? In che modo la Chiesa può cambiare?
Il fatto che storicamente non sia stato così – basta
riconoscere l’enorme patrimonio culturale della Chiesa – mostra che non
vi è opposizione di principio tra la fede cristiana e l’arte. Pensiamo a
Gaudí e alla sua Sagrada Família. Può accadere che a volte risulti
faticoso il riconoscimento dell’una o dell’altra espressione artistica.
Io non posso parlare in generale di tutta la Chiesa. Noi apparteniamo a
un movimento in cui Giussani ci ha sempre invitato a leggere poeti, ad
ascoltare musica, a entusiasmarci davanti alle opere di grandi artisti
come Giotto o Caravaggio. Per esempio, ci propose di leggere Leopardi,
che era quasi uno scandalo per una certa mentalità clericale. Cominciò a
imparare a memoria le sue poesie quando aveva tredici anni, e per un
anno non fece altro che leggere Leopardi: per lui erano la forma della
relazione e della familiarità con il Mistero.
Che libertà, che sicurezza deve
avere uno in ciò che porta, per poter entrare in dialogo, incluso chi si
suppone sia totalmente lontano da lui?
La libertà nel dialogo deriva dalla stima dell’esperienza umana
che ciascuno vive. Questa stima permette di entrare in relazione con la
ricchezza dell’esperienza dell’altro per arricchirsi della sua
prospettiva. Perché noi due stiamo parlando? Perché abbiamo interesse a
conoscerci, a scambiarci le prospettive con le quali affrontiamo le
sfide della vita, indipendentemente da quali siano le risposte che
offriremo ai lettori. Siamo interessati l’uno all’altro. L’altro è un
bene. Possiamo dire con Terenzio: «Nulla di ciò che è umano mi è
estraneo». E quando uno ha questa certezza, non ha nessun problema a
dialogare.
Zygmunt Bauman afferma che nella realtà di oggi non servono a nulla le barriere, i muri. Condividi la sua opinione?
Trovo molto interessante l’osservazione di Bauman rispetto alle
sfide dell’immigrazione. Possiamo costruire tutti i muri che vogliamo, e
cercare di rimandare a casa tutti, ma quando avremo mandato a casa
tutti quelli che non ci piacciono cominceremo a renderci conto che non
avremo ancora iniziato a porre le basi per affrontare i problemi che
abbiamo. Perché i problemi non li creano gli altri, gli altri ci rendono
coscienti dei problemi che abbiamo. Il vuoto che trova un immigrato
quando arriva non lo crea lui. L’altro ci fa rendere conto che la
società non ha nulla di attrattivo da offrire come alternativa alla
violenza terrorista. Ma questo non accade solo oggi con quello che
chiamiamo terrorismo islamista. In Italia, come in Spagna, abbiamo
vissuto anni di terrorismo, che ha generato molta violenza, che non
aveva niente a che vedere con il terrorismo islamista. Questo legame che
postuliamo (fra terrorismo e religione) a volte è molto superficiale.
Uno degli effetti del terrorismo
è che l’altro diventa una minaccia, con l’avvento della “post-verità” e
la necessaria complicità dei media. Come possiamo uscire da questo
inganno?
Questo inganno si rompe solo se uno degli interlocutori non
risponde alla minaccia dell’altro con la stessa moneta. Penso che
l’altro sia un bene perché, indipendentemente dal fatto che io sia
d’accordo o no con le sue idee, o da come l’altro mi percepisce, è
sempre per me un fattore di maturazione. Molte volte sono tornato a casa
ferito perché certe cose che aveva detto una persona mi erano
dispiaciute, e il giorno dopo mi svegliavo con quella ferita, e non
riuscivo a leggere il giornale, ad ascoltare un amico, o a leggere
qualcosa di interessante senza il dolore provocato da quella ferita. Ciò
non vuol dire che l’altro avesse ragione. A volte poteva non averla, ma
non era questa la questione. La sua provocazione mi ha aiutato a
restare sveglio, attento, a tenere aperte le domande con cui
intercettare le risposte che altrimenti sarebbero rimaste totalmente
inavvertite. In questo senso ogni occasione come questa è stata un bene
per me, non perché sia tutto rose e fiori, mellifluo, ma perché il
rapporto con l’altro è sempre un rapporto drammatico, anche con le
persone che ami. Perché? Perché mi sfidano, perché non sono un
prolungamento di me stesso: sono un’alterità, e l’alterità ti provoca
sempre. Una crisi, dice Hannah Arendt, ci fa sempre tornare alle
domande, e quindi può essere un’occasione di crescita.
Stai più con Hobbes o con Rousseau?
È difficile decidere, perché mi sembra che entrambi difendano
aspetti reali, ma incompleti, dell’esperienza umana. L’uomo storico, che
ognuno di noi è, porta dentro una ferita. Pensiamo all’immagine di un
bambino in braccio a sua madre, con quella apertura, quella curiosità,
quel desiderio di aderire ai suoi genitori. Il problema è che poi il
bambino vive in un contesto sociale che non facilita, in molte
occasioni, il permanere di questa curiosità. A causa delle ferite del
nostro male, dei nostri problemi e delle nostre incomprensioni, del male
prodotto da altri, nascono i sospetti. Mi ricordo di quando, qualche
anno fa, feci un campeggio con un gruppo di ragazzi in una comunità
creata dalla Municipalità di Madrid per accogliere bambini che avevano
avuto problemi in famiglia. L’ultimo arrivato aveva picchiato sua madre.
Ricordo la difficoltà che avevano gli educatori a entrare in rapporto
con loro, perché si era alterata la relazione di fiducia che è propria
dei bambini alla nascita. Avevano sofferto talmente che non erano più
capaci di rispondere agli sforzi generosi degli educatori, e l’unica
cosa che facevano era difendersi. Quella posizione non era originale,
era sopravvenuta come conseguenza di una perturbazione nel rapporto
normale di quei bambini con la realtà. Quando uno è stato ferito, si
mette sulla difensiva. La questione è trovare un luogo che guarisca le
nostre ferite.
Noi europei siamo eredi del
cristianesimo e dei suoi valori; può essere il “buonismo” cristiano, di
cui la sinistra benpensante si fa bella, il tallone d’Achille della
nostra società occidentale di fronte ai problemi geopolitici che
abbiamo?
Dipende da cosa intendiamo esattamente per “buonismo” cristiano. Quando ho presentato il libro La bellezza disarmata
in Brasile c’era con me un giudice che mi ha raccontato che qualche
anno fa si era trovato a giudicare un uomo per un delitto, lo aveva
condannato e, quando gli aveva comunicato la sentenza, questi gli aveva
detto: «Guardi, signor giudice, io non sono pronto per andare in
carcere». Lui aveva replicato: «Ti capisco, nessuno è pronto per andare
in carcere. Ma tu hai commesso un crimine, e se non presenti ricorso
devi andare in carcere». Al che l’altro gli aveva risposto: «Non nego il
crimine, e non discuto la pena, ma ho una situazione così imbrogliata
nella mia famiglia che, se non regolo certe cose prima di andare in
carcere, sarà ancora peggio. Se lei mi concede dieci giorni, potrò
sistemare le cose in famiglia e poi sconterò la condanna». Il giudice
era rimasto stupito, e gli aveva detto: «Vedo la sincerità della tua
posizione, e ti concedo trenta giorni». Al termine dei trenta giorni, il
condannato si era presentato davanti al giudice. E lui era rimasto
talmente stupito che, invece di affidarlo alla polizia perché lo
ammanettasse e lo portasse in carcere, gli diede direttamente
l’indirizzo perché si recasse da solo a scontare la condanna. Possiamo
pensare che questo modo di agire sia ingenuo, ma di fatto in Brasile vi è
un tipo di carceri dove non c’è polizia. Non possiamo pensare che
questo sia ingenuo: queste carceri hanno abbassato la percentuale di
recidiva dall’80% delle prigioni normali al 15%, e tutto per il fatto di
sfidare il cuore dell’uomo, come ha fatto questo giudice. Nessuno ci
crede, ma i dati sono qui. Questo sistema è così stimato che negli
accordi di pace recentemente firmati tra il governo e la guerriglia in
Colombia, dove è necessario il reinserimento sociale di migliaia di
terroristi (perché altrimenti non si arriverà alla pace sociale per
secoli), è questo il sistema carcerario adottato. Non significa che
questo tipo di centri sia sempre valido. Quando tu dai fiducia, l’altro
ti può tradire, ma se non cominciamo a muoverci così non potremo
generare una realtà nuova, una società nuova, una forma diversa di
rapportarci; resteremo sempre bloccati nel nostro sistema e quindi sarà
impossibile che qualcosa cambi. Per questo capisco che per molti il
cristianesimo appaia ingenuo. Bisogna sapere se esiste la possibilità di
cominciare a guardare le persone in un altro modo, affinché le persone
comincino a pensare che è possibile vivere in maniera diversa, è
possibile un modo totalmente diverso di stare nella realtà. «Dall’amore
non si fugge», ha risposto un detenuto che era scappato da tutte le
carceri in cui era stato prima a un giudice che gli domandava perché non
era fuggito da quella in cui si trovava attualmente; perché in carcere
aveva sperimentato uno sguardo diverso su di sé.
Quando abbiamo intervistato
Javier Prades, ci diceva che il cristianesimo è la religione più
perseguitata del pianeta. A cosa è dovuto?
Penso che le cause possano essere diverse. A volte noi
cristiani abbiamo commesso sbagli, e quindi una certa ostilità può
essere giustificata. Però mi sembra che ricondurre la persecuzione agli
errori non spieghi sufficientemente il problema, perché nella maggior
parte dei casi il tipo di violenza che si scatena ha come obiettivo
persone innocenti. Mettere una bomba in una chiesa piena di persone
senza alcun potere, o uccidere un sacerdote francese perché sta
celebrando una messa non mi sembra che possa essere motivato
semplicemente dagli errori dei cristiani. Questo apparire disarmato di
Dio fatto uomo (per salvare gli uomini), il fatto che Dio si spogli del
suo potere di Dio e diventi un essere umano che possa essere confuso,
disprezzato, crocifisso, è qualcosa che sfida la ragione umana. Come
conseguenza, una presenza così può provocare una reazione violenta in
quanti non vogliono accettare la sfida che il cristianesimo pone nella
storia, come è successo a Cristo. Perché? Il cristianesimo ha la pretesa
di salvare la vita, non perché lo voglia imporre con la violenza, ma
perché promette qualcosa che corrisponde talmente a ciò che il cuore
dell’uomo desidera che uno resta colpito: e allora o è grato per aver
trovato una riposta, oppure si crea una violenza enorme perché lo
rifiuta, e deve giustificare in qualche modo questo rifiuto.
Dobbiamo ritornare a uno Stato confessionale, o a un’Europa basata su leggi cristiane?
Penso che la Chiesa abbia fatto un cammino enorme, dai tempi di
Costantino sino al Concilio Vaticano II, che le ha permesso di prendere
sempre più coscienza che l’unica modalità di comunicare la fede
cristiana passa attraverso la libertà. Non perché la Chiesa abbia detto:
«Siccome non sono riuscita a convincere gli uomini della verità del
cristianesimo, almeno difendiamo la libertà religiosa», ma perché è
andata al fondo della natura della verità. Se mi permette, cito
un’affermazione del Concilio Vaticano II che è fondamentale per capire
questo punto: «La verità non si impone che per la forza della verità
stessa». Ossia la verità non ha bisogno di nessun altro appoggio esterno
alla verità, che non sia il fascino della verità stessa, l’attrattiva
della verità. Pertanto la grande sfida che ha davanti a sé la Chiesa
oggi non è tornare a uno stato confessionale, ma testimoniare la fede in
modo tale che possa sfidare la ragione e la libertà dell’uomo. In
questo modo è cominciato il cristianesimo. La ragione e la libertà sono
decisive per il cristianesimo, perché Gesù non voleva che le persone
credessero in lui in un modo ingenuo, da creduloni, o forzato. La fede
cristiana esige l’uso della ragione e della libertà; senza di esse non
potrà interessare nessuno. Per questo solo in uno spazio libero da
costrizioni la fede cristiana potrà diventare interessante per l’uomo
d’oggi, perché per l’uomo moderno (e in questo l’Illuminismo ha giocato
un ruolo fondamentale) non esiste bene più grande della libertà. Nessuno
potrebbe oggi pensare di proporre o imporre qualcosa che fosse contro
la libertà.
Quando abbiamo intervistato Juan
Manuel de Prada, ci diceva che «chi ha il coltello dalla parte del
manico è colui che può permettersi il lusso di adattare la realtà alle
sue premesse ideologiche». Come può la Chiesa vincere la tentazione
dell’egemonia, l’uso del potere per affermare la fede?
La tentazione dell’egemonia si può superare solo approfondendo
la natura stessa della fede, non come conseguenza di una nuova strategia
per convincere l’altro. Non esiste altra modalità. «La verità non si
impone che per la forza della verità stessa». Il cristianesimo si
diffuse nell’impero romano sotto le persecuzioni, senza nessun tipo di
egemonia, e pochi periodi della storia della Chiesa sono stati così
missionari, così capaci di diffondere la fede. Il cristianesimo quindi è
a suo agio nello spazio libero, perché esso fa sì che noi cristiani non
possiamo fondarci su nessun tipo di potere, ma unicamente ed
esclusivamente sulla bellezza di ciò che viviamo.
Raccontaci che cos’è Comunione e Liberazione e in che cosa si differenzia da altri movimenti.
Comunione e Liberazione è un movimento che nacque a Milano
negli anni Cinquanta, quando il cristianesimo era dominante, e tutte le
grandi organizzazioni e associazioni cristiane erano piene di fedeli.
Luigi Giussani, il fondatore, cominciò vedendo che gli alunni di liceo
che provenivano da famiglie cristiane, che avevano fatto la prima
comunione, che avevano partecipato alle attività delle parrocchie e che
avevano ricevuto la cresima, arrivavano a scuola, nella maggior parte
dei casi, privi di fede. Si rese conto allora che ciò non poteva
imputarsi semplicemente al disinteresse per la fede, ma al fatto che a
nessuno di questi ragazzi la fede era stata presentata nel suo rapporto
con gli interessi della vita. Sin dal principio volle mostrare la
pertinenza della fede alle esigenze della vita, ai problemi concreti
della vita. Questo fece sì che molti di quegli studenti cominciassero di
nuovo a paragonarsi con la fede, a prescindere dal fatto che avessero
già deciso che a loro non interessava. Da allora, tutto ciò che Giussani
ha fatto nel movimento nel suo insieme è stato offrire alle generazioni
che in tutti questi anni abbiamo incontrato questa possibilità di
percepire la convenienza umana della fede per affrontare i problemi
della vita che abbiamo tutti. Questo, semplicemente, è il cristianesimo:
Cristo non è venuto per complicarci la vita, ma per aiutarci ad
affrontare i problemi e per farci vivere dentro una compagnia senza la
quale tutto diventa più complicato.
Come si arriva da Navaconcejo, in Estremadura, a dove sei adesso?
È un mistero, è l’ultima cosa che avrei pensato potesse
capitarmi. Quando Giussani cominciò a dire che la guida del movimento
doveva essere un’amicizia italo-spagnola, nessuno pensava che una cosa
così potesse davvero accadere, neppure noi stessi. Vedevamo una tale
sproporzione tra la piccola realtà che eravamo in Spagna e le dimensioni
del movimento in Italia che a nessuno veniva in mente di pensare una
cosa simile. Dopo che ci siamo conosciuti, ha iniziato a insistere
perché gli dessi una mano, e io ovviamente gli ho sempre offerto la mia
disponibilità. Alla fine riuscì a farmi arrivare a Milano.
L’attrazione o l’interesse per
Comunione e Liberazione ti è venuto dalla conoscenza, poiché eri un
esperto di Sacre Scritture, o in generale è stata un’esperienza
personale?
È stata un’esperienza personale. Quando venni ordinato
sacerdote mi mandarono in un paesino vicino a Madrid. Lì ho visto
crescere i grandi quartieri residenziali popolari nei dintorni della
città, con tutto quello che significava il problema dell’immigrazione
interna, i cambiamenti, le difficoltà ecc. Vedevo che alcune delle cose
che avevo ricevuto, e alle quali avevo aderito cordialmente durante il
periodo del seminario, non erano sufficienti per affrontare certe sfide
che avevo di fronte. Questo fu ciò che mi fece interessare al movimento:
aveva una proposta per vivere il cristianesimo nella quale non era
necessario censurare niente di ciò che accadeva; era un modo di stare
nella realtà che volevo condividere. Il primo segno di cambiamento fu il
mio modo di fare lezione, la modalità con cui stavo con i miei alunni
nelle ore di religione che avevo in una scuola. Quello che mi era
accaduto incontrando il movimento mi permise di cominciare a sfidarli.
Percepivo che quello che aveva iniziato ad accadere a me poteva essere
interessante per gli altri.
In che senso in CL la fede cristiana è vissuta in una dimensione attualizzata?
La fede, come dice Giussani, è il riconoscimento della presenza
di Cristo qui e ora, della sua presenza dentro un segno umano. E il
cammino che egli propone è fondamentalmente quello che lui chiamava la
personalizzazione della fede. L’unica possibilità che la fede ha di
essere percepita come conveniente è che ognuno la possa verificare nella
vita, ossia che la vita, le difficoltà, le circostanze che non sono
risparmiate a nessuno, possano cominciare a essere vissute con una
dignità, una gratitudine e una luce prima sconosciute. Quello che
cerchiamo di fare è proprio accompagnarci in questo processo di
maturazione della fede, perché le persone che ci incontrano negli
ambienti dove siamo, sul lavoro, in famiglia, tra gli amici o nelle
opere sociali che facciamo, possano rendersi conto di che cosa significa
oggi la fede cristiana vissuta “all’aria aperta”.
L’individuo e la sua
realizzazione hanno contraddistinto il progresso dell’uomo nella società
occidentale. In che modo una fedeltà e comunione con la Chiesa
cattolica e i suoi pastori è compatibile con il progresso?
Qualche giorno fa mi trovavo a un incontro con un folto gruppo
di studenti universitari italiani, e una persona mi ha fatto una domanda
simile: «Affermare Cristo come la cosa più importante non svaluta o
rende meno interessante la realtà?». Mi è bastato rispondergli con
un’altra domanda: «Ma ti sei innamorato qualche volta?». «Sì», mi ha
risposto, e io gli ho detto: «E quando ti sei innamorato, la realtà ha
acquistato o ha perso di interesse?». Immediatamente mi ha risposto: «Le
cose erano più attraenti!». Il cristianesimo introduce nella vita una
presenza con una tale attrattiva che fa sì che tutto diventi più
interessante, anche il progresso. Uno se ne accorge quando si innamora.
Qualunque fatto, qualunque circostanza, anche banale, per esempio
cucinare per la persona a cui vuoi bene, diventa un avvenimento.
Giussani ci ripeteva spesso una frase di Romano Guardini:
«Nell’esperienza di un grande amore, tutto diventa avvenimento». Per
questo nella storia di un grande amore, come è il cristianesimo, tutto
acquista una rilevanza che altrimenti non avrebbe. Lo vediamo
nell’esperienza dell’amore umano; quando nella vita delle persone
l’amore si offusca, ciò che prima era un’occasione per dirsi «quanto ti
amo!» attraverso il gesto di cucinare un piatto, diventa un obbligo, o
un peso di cui lamentarsi: «Mentre tu te ne vai a lavorare io sto qui a
cucinare per te…». Si perde tutta la densità di cui prima quel gesto era
pieno.
Come ha inteso CL il desiderio all’interno della tradizione?
Ho appena finito di predicare a 4.000 universitari gli Esercizi
che avevano per titolo «A te si volge tutto il mio desiderio». A chi
possiamo dire queste parole? A chi si rivolge tutto il mio desiderio?
Per la maggior parte delle persone il desiderio è qualcosa che bisogna
addomesticare o controllare. E non solo oggi: prima del cristianesimo,
nel mondo classico, la hybris, l’esagerazione, era qualcosa di
pericoloso, perché spingere il desiderio al di là dei propri limiti
poteva condurre alla follia. Quindi la questione decisiva era
addomesticare il desiderio per ridurlo e mantenerlo all’interno di certi
limiti. La virtù era la moderazione. Al contrario, l’unico che non ha
paura di affrontare il desiderio dell’uomo in tutta la sua potenza è il
cristiano. Grazie all’incontro con Cristo, il cristiano non ha paura
dell’immensità del desiderio umano, a differenza di quanto accadeva
nell’antichità. Perché? Perché Cristo abbraccia tutto il suo desiderio.
Solo in questo abbraccio il nostro desiderio si rivela in tutta la sua
potenza e profondità. Una delle frasi del Vangelo che Giussani citava
costantemente era questa: «A che giova all’uomo guadagnare il mondo
intero, se poi perde se stesso?». Molte volte noi abbiamo interpretato
queste parole in chiave moralistica, come se indicassero il massimo di
quanto Gesù esige, mentre in realtà è il gesto più commovente di Cristo
che guarda tutta la profondità del cuore dell’uomo, abbracciandola:
«Guarda che il tuo cuore è così grande che solo il Mistero fatto carne è
alla sua altezza».
Quando ti sento parlare dell’innamoramento, dell’amore, mi sorge il dubbio se tu sei mai stato innamorato.
Anche se sono entrato in seminario da bambino, mi sono
innamorato. Ma per la coscienza che avevo del desiderio e per
l’esperienza che avevo di Cristo, nel quale trovavo una pienezza
affettiva che non mi dava nessun’altra cosa, ho potuto indirizzare e
guardare in faccia il mio desiderio, senza censurarlo né sublimarlo, ma
sfidandolo. Se non avessi vissuto questa esperienza personale, non
potrei parlare ai ragazzi universitari in quel modo, impostando tutto un
fine settimana centrato sul desiderio, spingendoli a non ridurre i loro
desideri, a non accontentarsi delle briciole che vengono loro offerte.
Perché il problema è questo: come risponde la società al desiderio di un
adolescente? Il più delle volte gli offre cose che non potranno
interessargli per molto tempo. È normale che quando siamo piccoli
possiamo pensare che quello che ci offrono i Re sia tutto ciò che
desideriamo. Poi col tempo ci rendiamo conto che la casa è piena di
bambole o di giocattoli che non ci interessano più. Allora possiamo
sostituire i giocattoli con il telefono o con nuovi marchingegni, e più
avanti con delle persone…, ma il problema è se esiste qualcosa di
adeguato alla natura del desiderio. Questa è la sfida che ha di fronte
la società. L’aveva già prima di Cristo, ce l’ha dopo Cristo e l’avrà in
futuro.
CL si definisce come un
movimento cristiano, invece di cattolico. Non accade così solo in CL,
perché tutto il mondo, quando vuole parlare della parte sana della
religione, parla dei cristiani, mai dei cattolici. A cosa si deve questo
uso del termine “cristiano” invece di “cattolico”?
Non è certo per il desiderio di distinguerci dal cattolicesimo,
perché se c’è una cosa che il movimento ha dimostrato in tutta la sua
esistenza è stato il legame pieno e totale con il Papa e la Chiesa. Non
ci sono dubbi su questo. Quando parliamo e insistiamo sul cristianesimo
non è per distinguerci dal cattolicesimo, ma per tornare alla natura
originale del cristianesimo, che è “cattolico” per definizione, vale a
dire universale, per tutti.
La liberazione di Comunione e Liberazione è la stessa di cui parla la teologia della liberazione?
La questione è quale sia la liberazione che risponde a tutta la
speranza dell’uomo. Evidentemente la domanda di liberazione è più vasta
e profonda della liberazione materiale o economica, riguarda la
totalità della vita dell’uomo. Questo fatto si rivela nell’esperienza, e
quindi per comprenderlo bisogna partire da essa, da quando senti di
essere libero. Senti di essere libero quando un desiderio che hai si
realizza. Se hai un figlio che vuole andare a una festa e tu gli dici di
no, lui sente mortificata la sua libertà. Se al contrario gli dici di
sì, è contentissimo perché il suo desiderio si può realizzare. Il
problema della libertà è che l’uomo non desidera solo andare a una
festa, ma desidera essere libero, vuole vedere realizzato il desiderio
immenso che ha in ogni momento della sua vita, nella vita di ogni
giorno, questa vita assediata dall’abitudine. Che cosa rende possibile
la liberazione, per non finire, come dice Eliot, con il perdere la vita
vivendo? Alcuni pensano che sia la liberazione dalla povertà. Questa è
evidentemente una parte della riposta. Però non è sufficiente. Quante
persone conosciamo che hanno soddisfatto le proprie necessità
fondamentali e non sono contente? Il problema è se incontri qualcosa
nella vita che soddisfi talmente il tuo desiderio da renderti libero da
tutto il resto. La liberazione è la comunione con Cristo, che diventa
sperimentabile nel rapporto con Cristo presente nella compagnia
cristiana che, autenticamente vissuta, si pone nel mondo come fattore di
umanizzazione reale.
Si può raggiungere la libertà attraverso l’assenza di legami?
No. Anche se in determinati momenti lo abbiamo pensato, col
tempo abbiamo scoperto che non basta non avere legami per essere liberi.
Oggi noi ci siamo sbarazzati di tutti i vincoli, ma non per questo le
persone sono più soddisfatte. Le persone cominciano a rendersi conto che
per essere liberi non basta non avere legami. Occorre qualcosa per cui
valga la pena usare la libertà. Si tratta di trovare un motivo per il
quale valga la pena muoversi, coinvolgersi con qualcuno o con qualcosa.
Se non si trova, le persone cominciano ad avere paura della libertà. È
interessante che lo dicesse già uno come Kafka: «Si temono la libertà e
la responsabilità e quindi si preferisce soffocare dietro le sbarre che
ci si è costruiti». Anche Bauman diceva che questa paura della libertà è
ciò che definisce oggi la nostra società, come si vede riguardo agli
immigrati. Perché? Perché si sono persi i rapporti interpersonali, e
questo ha lasciato l’uomo ancora più disarmato. E questo genera paura.
Allora, cosa rende possibile tornare a ricostruire la fiducia nei
rapporti, per cui possiamo cominciare nuovamente a vivere una vita più
umana? Questa è la sfida che abbiamo davanti oggi.
Nella Evangelii gaudium
papa Francesco dice che siamo immersi in una economia che uccide e
esclude. C’è bisogno di modelli di economia sociale e solidale?
Certamente. Abbiamo bisogno di un’economia più umana, che
risponda meglio al bene comune. Perché sono importanti il bene comune,
l’ecologia, la solidarietà? Perché tutte queste cose contribuiscono a
generare il tipo di umanità e di società che desideriamo. Per anni siamo
stati indifferenti ai Paesi del Terzo mondo. Adesso che ci stanno
ponendo dei problemi e cominciamo a vedere quali cose possono mettere a
rischio, ci rendiamo conto che sarebbe stato quantomeno più adeguato, e
sarebbe costato molte meno vite, se avessimo condiviso la vita con loro e
creato ricchezza in quei luoghi, invece di spogliarli di tutte le loro
risorse. Se avessimo collaborato al loro sviluppo e favorito una società
sostenibile, adesso non saremmo qui a cercare di innalzare muri.
Papa Francesco ha trovato resistenze interne alle sue proposte, piuttosto avanzate, e io leggendo il libro [La bellezza disarmata] ho pensato che forse puoi aver trovato anche tu qualche resistenza nel tuo movimento. È così?
Evidentemente sì, in qualche caso. Il Papa ha rappresentato e
rappresenta una rivoluzione. In una realtà che ha dimensioni come la
nostra, non tutti hanno reagito con la stessa immediatezza, così come
vediamo anche nella vita della Chiesa. Noi non siamo diversi. A mio
parere tutto dipende un po’ da quello che dicevamo all’inizio: se
capiamo qual è la natura della sfida. Papa Francesco si può capire solo
se si comprende qual è la natura della sfida davanti alla quale siamo.
Altrimenti pensiamo che sia solo una questione di accento, per il fatto
che il Papa viene dall’America Latina, e così rimaniamo alla superficie.
Come è il rapporto tra papa Francesco e CL?
Molto buono. Abbiamo avuto l’opportunità di incontrarlo qualche tempo fa. Ci ha appena inviato una lettera.
Che significato ha questa lettera?
È un gesto di tenerezza del Papa, che rende evidente come ci
segua da vicino. Il Papa mi ha detto, davanti a tutti, che per lui,
quando era arcivescovo di Buenos Aires, leggere Giussani è stato un
bene. È ampiamente in sintonia con il nostro modo di vivere il
cristianesimo come incontro, come avvenimento. Di più, la sintonia sta
precisamente all’origine, per il suo modo specifico di percepire la
realtà. Dall’altra parte, il Papa ci accompagna nel cammino che dobbiamo
fare, invitandoci costantemente a ritornare all’origine, perché il
movimento possa dare il contributo per il quale lo Spirito Santo suscita
questo carisma nella Chiesa