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domenica 1 marzo 2020

Solo la testimonianza della verità può raggiungere il cuore dell'uomo."


Solo la testimonianza della verità può raggiungere il cuore dell'uomo
***


"Ecco,allora, la domanda necessaria, se vogliamo porci di fronte alle sfide attuali senza ideologiche contrapposizioni e senza intimistici ripiegamenti: come può la libertà essere di nuovo «conquistata per il bene», dato che «la libera adesione al bene non esiste mai semplicemente da sé»?. Solo attraverso la testimonianza, come accadde agli inizi. , Occorre che i valori siano vivi in quaicuno, ome conseguenza in atto della loro radice vissuta, perché possano tornare a essere "visti" e a interpellare la libertà. Solo la testimonianza della verità può raggiungere il cuore dell'uomo."

don Carron, La bellezza disarmata Rizzoli

lunedì 29 maggio 2017

«I problemi non li creano gli altri, gli altri ci rendono coscienti dei problemi che abbiamo»


31/01/2017 – Un’intervista al presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione dal magazine spagnolo “Jotdown”

Julián Carrón (Navaconcejo, 1950) ha compiuto gli studi di teologia nel seminario di Madrid ed è stato allievo titolare della École Biblique et Archéologique Française di Gerusalemme. Ordinato sacerdote nel 1975, l’anno seguente si laurea in Teologia presso la Università Pontificia Comillas, con specializzazione in Sacra Scrittura. Nel 1984 ottiene il dottorato in Teologia alla Facoltà Teologica della Spagna settentrionale, a Burgos. È docente presso l’Istituto di Teologia, Scienze religiose e catechetiche San Dámaso e professore ordinario di Nuovo Testamento alla Facoltà di Teologia San Dámaso di Madrid.
Dal 2005 è presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, il più importante movimento cattolico italiano.
Ci troviamo con Julián nel bar dell’Hotel de las Letras di Madrid, approfittando di una delle sue veloci puntate in Spagna. Parliamo di politica, ragione e scienza, e ci spiega le radici del cambiamento che si sta verificando nella società occidentale, che ha l’Illuminismo come elemento chiave. Ci racconta anche come è vissuto il cristianesimo in Comunione e Liberazione, e in che modo esso può essere un fattore chiave del nostro futuro. Julián è alla mano, gentile e chiaro, e ha una grande capacità di convinzione, anche nei confronti di un ateo recalcitrante come chi lo intervista.
In che senso la società occidentale è di fronte a una crisi antropologica?
Lo stiamo vedendo accadere davanti ai nostri occhi, come crollano certi pilastri che credevamo inamovibili. Pensiamo agli immigranti, alla reazione di molte persone rispetto al fenomeno dei rifugiati. Chi avrebbe immaginato, solo qualche decennio fa, che avremmo potuto innalzare muri in Europa dopo aver desiderato per tanti anni di abbattere il muro di Berlino. Pensiamo al vuoto che domina nella società, che alla fine si può trasformare, come vediamo, in terrorismo e in violenza. O vediamo come reagiscono gli Stati Uniti o l’Europa davanti alle grandi sfide del nostro tempo. Questa situazione, come diceva Bauman, genera insicurezza e paura.
Sono crollati dei valori? È negativo il fatto che crollino quei valori?
Cosa sono i valori? Sono le qualità che ci rendono persone migliori. La libertà, la generosità o la solidarietà sono cose assai preziose e fondamentali nella nostra civiltà. I valori ci permettono di abbracciare la diversità dell’altro, ci rendono più facili le relazioni con quanti sono diversi da noi, ci consentono di uscire dai nostri schemi predefiniti, insomma, rendono la vita più umana, meno dura.
Da dove dovremmo partire per una costruzione nuova?
Per una costruzione nuova, la prima cosa che occorre è capire cosa è accaduto, cosa sta accadendo. Questa non è una crisi paragonabile ad altre che hanno colpito l’Europa negli ultimi secoli; siamo di fronte a una crisi che papa Francesco definisce «un cambiamento di epoca». Che differenza c’è rispetto ad altri momenti? Che è un cambiamento che riguarda tutti i livelli della vita umana, dal rapporto tra padri e figli a quello tra professori e alunni, alle nostre relazioni con i migranti, alle relazioni internazionali. A mio parere siamo alla fine di un mondo nato con l’Illuminismo. Ripercorrendo rapidamente la storia, l’Europa ha vissuto una unità religiosa come conseguenza della presenza cristiana; questa unità religiosa saltò per aria con la riforma protestante. Quando gli europei si stancarono di combattere tra loro per motivi religiosi, nelle cosiddette “guerre di religione”, occorreva fondare la società su nuove basi. Se non condividiamo più la religione, che cosa abbiamo in comune che ci consenta di vivere insieme? La ragione, ovvio. Allora gli illuministi cosa pensarono? Creiamo una religione entro i limiti della ragione, come dirà Kant. Il papa emerito Benedetto XVI spiega in modo molto sintetico questa geniale intuizione dell’Illuminismo. Durante l’Illuminismo, nell’epoca della “contrapposizione delle confessioni”, si cercò di salvare i valori essenziali (della vita: la persona, la libertà, la ragione) fondandoli su «una evidenza che li rendesse indipendenti dalle varie filosofie e confessioni». In tal modo si intendeva assicurare «le basi della convivenza e, più in generale, le basi dell’umanità». A quell’epoca sembrava possibile poiché «le grandi convinzioni di fondo create dal cristianesimo in gran parte resistevano e sembravano innegabili». Il riconoscimento comune di questi valori permise di superare le divisioni e contrapposizioni derivate dallo scontro tra religioni.
Che cosa è successo da allora, dall’Illuminismo fino a oggi?
Questo è il problema. Queste convinzioni hanno resistito ai cambiamenti della storia? Papa Benedetto, che non è uno scettico, afferma: «La ricerca di una rassicurante certezza, che potesse rimanere incontestata al di là di tutte le differenze, è fallita». Se non capiamo che questo tentativo è fallito, non capiamo la natura della crisi e la sua profondità. Ciò che sta crollando davanti ai nostri occhi è ciò che ha sostenuto la nostra convivenza negli ultimi secoli, in mezzo a tutte le sfide. Mi ha molto colpito il fatto che il giorno seguente all’elezione di Trump l’ex-direttore de la Repubblica, uno dei più importanti quotidiani italiani, Ezio Mauro, scrivesse: «Credevamo che la democrazia si sarebbe imposta come l’unica religione superstite. Prima il rifiuto delle primavere arabe, poi l’aggressione del jihadismo islamista assassino, ci hanno fatto capire che ciò a cui attribuiamo un valore universale [la democrazia] ha un perimetro e un limite che sono esclusivamente occidentali». La stessa cosa sosteneva di recente un’altra figura rilevante del nostro tempo come Zygmunt Bauman: «Credo che stiamo assistendo all’accurato svisceramento dei principi della “democrazia”, che si presumeva fossero intoccabili». Cosa significa ciò? Che il tentativo di salvare i valori della vita umana, che tutti riconosciamo, indipendentemente dall’origine che li aveva generati, è crollato. Per questo la crisi attuale non è come le altre. Siamo passati attraverso due Guerre mondiali, la Rivoluzione industriale, la Rivoluzione tecnologica, e le fondamenta di questa concezione illuminista della convivenza hanno resistito in mezzo a questi cambiamenti. Oggi stiamo assistendo al loro collasso. La sfida che abbiamo tutti di fronte è trovare delle nuove basi per la convivenza.


Gli Arabi e altre culture avrebbero dovuto passare attraverso questa fase illuministica per comprendere la democrazia così come la intendiamo noi e attribuirle il suo vero valore?

Mi impressiona la lealtà con cui il papa emerito Benedetto XVI ha riconosciuto che quando il cristianesimo si è trasformato, contro la sua natura, in religione di Stato, è stato merito dell’Illuminismo aver riproposto i valori originali del cristianesimo e aver restituito alla ragione il ruolo che le era proprio. Questo attraversamento, che è stato compiuto dal cristianesimo e dalla cultura occidentale, anche altre religioni e culture sono chiamate a compierlo, quale che sia la modalità con cui possa aver luogo. Le tensioni che stanno vivendo molti Paesi arabi mostrano la difficoltà che lo contraddistingue.


Nel tuo libro La bellezza disarmata metti in relazione il terrorismo in Europa con il grande vuoto che regna in molti giovani. Come sono collegate le due cose?
Per me è stata una scoperta leggere alcuni grandi intellettuali francesi che spiegano questo. Noi da fuori possiamo pensare che ciò che è accaduto sia semplicemente un problema di fondamentalismo religioso straniero. Tuttavia molti dei giovani che hanno commesso gli attentati in Francia erano nati in quel Paese – erano francesi di seconda o terza generazione -, avevano ricevuto l’educazione francese come cittadini della Repubblica. Eppure sono arrivati a una situazione in cui non hanno potuto percepire nella società francese qualcosa che risultasse per loro più interessante della violenza. Questo ci deve interrogare. Che cosa hanno vissuto per sviluppare la violenza? E questo non accade solo, come alcuni analisti si ostinano a sostenere, con i musulmani: alcuni violenti sono figli di francesi, o di italiani, o di spagnoli, che partono per unirsi all’Isis. I padri musulmani di questi ragazzi hanno avuto la stessa difficoltà di molti figli e padri di cristiani, ossia non sono stati in grado di comunicare la loro religione in un modo attrattivo. Non è un problema solo loro. La secolarizzazione è il risultato dell’incapacità dei cristiani occidentali di trasmettere in un modo attraente la fede cristiana. È accaduto a noi e a loro, e dallo stesso vuoto, degli uni e degli altri, può nascere il fascino del terrorismo. O le persone incontrano qualcosa per cui valga la pena vivere o, in caso contrario, possono abbandonarsi all’estremismo.
Qual è il concetto di “bellezza disarmata” (al di là di un titolo bellissimo per un libro)?
Il titolo del libro è nato proprio come risposta agli atti di terrorismo. Quando vengono percepiti con la profondità di cui parliamo, questi atti sono una sfida per tutta la società occidentale. Mi sono domandato se, quando queste persone giungono in Europa, dove in teoria dovrebbero imbattersi in una cultura e una presenza cristiana, noi cristiani abbiamo qualcosa da offrire loro. Con l’espressione “bellezza disarmata” ho voluto dire: «Noi cristiani, crediamo ancora nell’attrattiva che può esercitare la bellezza disarmata della fede?». Con la “bellezza disarmata” propongo una presenza cristiana che sia tanto attraente da rendere la vita più interessante per tutti.


Comunione e Liberazione ha esperienza del potere che ha questa “bellezza disarmata”?
Sì. In realtà il nostro movimento nacque come un tentativo di rispondere a questo disinteresse per la fede. Luigi Giussani lo percepì negli studenti di un liceo milanese agli inizi degli anni Cinquanta. Molti di loro, che avevano abbandonato la fede, si sentirono sfidati dall’attrattiva che esercitava il suo modo di comunicare il cristianesimo, come proposta alla loro ragione e alla loro libertà. Da allora, molti sono stati coloro che sono rimasti affascinati. E noi vediamo allo stesso modo la capacità di attrattiva di questa bellezza nelle circostanze di oggi. Penso a tante persone che ci incontrano in università o nei diversi ambienti di lavoro, quando si imbattono con un fenomeno di umanità diversa originata dalla fede. Penso alle opere sociali con le quali cerchiamo di rispondere ai problemi educativi di ragazzi che hanno difficoltà nella scuola, offrendo loro un aiuto al pomeriggio, con la collaborazione di molti professori che danno il loro tempo gratuitamente. Quando si sentono accompagnati, molti di loro – compresi molti musulmani – hanno la possibilità di trovare un luogo che cambia loro la vita. La loro vita non cambia con dei richiami etici. Devono vedere che qualcuno li aiuta, si preoccupa di loro, offre loro gratuitamente la possibilità di imparare. E allora si integrano, stringono rapporti. Ciò rende possibile quello che sembrerebbe impossibile, perché questi ragazzi sono della stessa generazione di coloro che praticano la violenza. Il problema è quello che incontrano quando si stabiliscono da noi.


Credi nella capacità della fede di suscitare un’attrazione in quei giovani che non trovano un senso per la loro vita?
Sì, sempre che il cristianesimo sia presentato nella sua vera natura originale, perché questa è la seconda questione fondamentale: che cos’è il cristianesimo? Molte volte ciò che è stato inteso come cristianesimo non è altro che una serie di regole morali o di aspetti sentimentali o formalismi religiosi che non hanno la capacità di affascinare o attrarre la vita di nessuno. Conosco persone che non hanno avuto nessun tipo di rapporto con la fede in famiglia, o nella tradizione in cui sono vissute, e che quando si sono trovate davanti a un cristianesimo vivo, attraverso persone, o famiglie, o realtà sociali nelle quali hanno visto in che modo la vita può essere cambiata, non hanno avuto nessun problema ad aprirsi alla fede, assecondando il desiderio nato in loro di non perdersi la bellezza di ciò che stavano vivendo.


La nostra generazione ha percepito la presenza pubblica della Chiesa in Spagna praticamente come legata solo alle battaglie sulla morale sessuale e sul diritto a educare nelle scuole. Perché si è ridotto in questo modo ciò che dovrebbe essere un annuncio universale? Che cosa occorre perché la Chiesa abbia una modalità di presenza diversa?

È la domanda che si fece molti anni fa un poeta inglese, Thomas Stearns Eliot: «È la Chiesa che ha abbandonato l’umanità, o l’umanità che ha abbandonato la Chiesa?». Perché la Chiesa abbia una presenza diversa occorre solo una cosa: che noi cristiani sappiamo approfittare di questa circostanza – e questa crisi è una opportunità – per scoprire qual è la vera natura del cristianesimo. Il cristianesimo è in primo luogo l’avvenimento di Dio che si fa uomo e rimane presente nella storia attraverso la vita cambiata di coloro che lo seguono

.
Come si comunica?
Qui sta il punto. Quelli che incontravano Gesù erano tanto sorpresi da ciò che succedeva stando con lui da esclamare: «Non abbiamo mai visto una cosa simile». Sperimentavano un tale fascino che gli andavano dietro. Mi raccontava una suora che mentre era all’ospedale ha visto entrare fra le infermiere una che era diversa. Inizia a domandare e scopre che era una che viveva una certa esperienza cristiana. Lo stesso le è accaduto la settimana dopo, con un medico che ha richiamato la sua attenzione. Questa scoperta l’ha portata a chiedere loro di aiutarla nella gestione di un ospedale che sta costruendo in Etiopia. E giustificava la sua richiesta dicendo che voleva che gli etiopi potessero incontrare persone che comunicassero la novità di vita che nasce dalla fede attraverso il modo con cui vivevano il loro lavoro. Se non è così, se non accade come agli inizi, il cristianesimo non interesserà a nessuno.


Il cristianesimo come esperienza e non come ideologia…
È chiaro. Solo un cristianesimo come esperienza può comunicarsi oggi. Il fondatore del nostro movimento, don Luigi Giussani, ha insistito molto sul fatto che la natura del cristianesimo è un avvenimento. Kant ammetteva che «si può tranquillamente riconoscere che se il Vangelo non avesse insegnato le norme morali universali – i valori di cui parliamo – nella loro pura integralità, la ragione non li avrebbe conosciuti nella loro pienezza. Però, una volta che esistono, ciascuno può convincersi della loro validità attraverso la sola ragione». Come altri illuministi, Kant riconosce l’opera educativa e pedagogica condotta dalla Chiesa per trasmettere questi valori. Ma una volta che li hanno riconosciuti, gli uomini non hanno bisogno di appartenere alla Chiesa per mantenerli vivi. Basta la ragione per riconoscere la loro validità. Cosa accade oggi davanti ai nostri occhi? Vediamo che non è bastata la ragione da sola per mantenerli vivi. Quando i valori, che erano stati conosciuti attraverso un fatto storico, vengono separati dalla loro origine, si trasformano solo in ideologia. Questo è il fallimento davanti al quale ci troviamo. Come quando spegniamo il riscaldamento, il calore si può conservare per un certo tempo. Ma quando è sconnesso dalla fonte di energia, il calore non dura, e prima o poi il freddo invade tutta la casa.


Parto dalle tue parole: «La fede cristiana non solo non teme l’uso pieno della ragione, ma lo esige». Questa ragione che invochi continua a essere sottomessa a una morale stabilita duemila anni fa?
La fede non è assoggettata a null’altro che al riconoscimento dell’attrattiva che un’altra persona esercita su di me. Come uno che si innamora. Quando uno si innamora, comincia a fare spazio all’esistenza dell’altro, perché lo percepisce decisivo; quando uno si innamora comincia a cambiare la sua concezione individualista. Comincia a tener presente l’altro nel modo di concepire il suo tempo, il suo denaro, l’uso delle cose che possiede. Ossia, l’etica è la conseguenza di un avvenimento che accade nella vita. Nessuno dice: «Mi sono innamorato e disgraziatamente adesso mi tocca uscire con la ragazza di cui mi sono innamorato». Uscire con la ragazza di cui mi sono innamorato è la conseguenza etica normale di un avvenimento. Se non mi va di uscire con lei… forse non è vero che mi sono innamorato! Nessuna imposizione potrà avere la forza di convinzione del fatto di innamorarsi. Lo stesso accade con il cristianesimo. Il cristianesimo è un avvenimento di questa portata. Quelli che incontrarono Gesù si trovarono sorprendentemente a vivere la vita quotidiana in un altro modo. È un modo nuovo di vivere le cose solite.


E la scienza, o l’arte, non hanno la stessa attrattiva, o una ancora maggiore, rispetto alla fede, per dare senso alla vita? Sono compatibili?
La scienza e l’arte esprimono, ciascuna a suo modo, il tentativo dell’uomo di entrare nella profondità della realtà. Proprio per questo il vertice della ricerca scientifica e dell’arte è il senso del mistero, l’accesso a qualcosa che in ultima istanza non è dominabile. Mi ha sempre impressionato che uno scienziato del livello di Einstein dicesse che l’esperienza più bella che possiamo fare è l’esperienza del mistero. È l’emozione fondamentale che si percepisce al cuore della vera arte e della vera scienza. Chi non la conosca e non si interroghi al riguardo, non si stupisca, è come morto, i suoi occhi sono annebbiati. Per questo l’arte e la scienza hanno un valore immenso. Il problema è quando la vita urge con tutto il suo bisogno fondamentale di senso. È qui dove uno deve vedere se la scienza e l’arte hanno la capacità di rispondere a quest’urgenza, di illuminare una circostanza dolorosa, di dare l’energia per poterla vivere e non finire nella disperazione. Il cristianesimo è l’annuncio che la profondità della realtà è diventata un avvenimento nella vita dell’uomo.
Penso alle grandi sfide della scienza di oggi, come la genetica, l’intelligenza artificiale o la comprensione dei meccanismi del cervello, e vedo solo ostacoli da parte delle religioni al loro sviluppo…
Non credo che la religione in sé abbia obiezioni, la questione è che qui si pongono problemi che hanno a che vedere con che cosa è l’uomo, la sua dignità ecc. Si tratta di problemi etici che tutti abbiamo davanti. Per esempio, quando si ipotizza la possibilità di costruire un robot che possa avere una certa autonomia, tutti ci mettiamo le mani nei capelli, poiché possono scatenarsi effetti incontrollabili; diventa quindi un problema che ha a che vedere con la vita e con il tipo di società che vogliamo creare.


La Chiesa e l’arte contemporanea sono due bellezze che sembrano radicalmente lontane l’una dall’altra e che interagiscono in maniera conflittuale. Come possono tornare a incontrarsi?

Penso che la Chiesa non abbia nessuna diffidenza nei confronti della bellezza. L’opera d’arte fa vibrare tutta l’esperienza umana. Un canto, una poesia, un quadro suscitano in noi nostalgie e gioie che non conosceremmo in altro modo. Per questo la fede e l’arte non solo non sono incompatibili, ma il gusto della bellezza appartiene all’uomo di fede, all’uomo cosciente di sé. Come diceva san Tommaso d’Aquino, «la bellezza è lo splendore del vero». L’arte è la ricerca, non garantita a priori, della bellezza e ha bisogno di uomini che siano disposti a lasciarsi interpellare dalla verità. È la tensione alla verità ciò che qualifica il tentativo, indipendentemente dal risultato, che può essere discutibile.


Non solo non furono in contrasto, ma storicamente ci sono stati dei momenti in cui la Chiesa ha ispirato opere d’arte incredibili, anche da parte di artisti che non avevano la fede; e tuttavia adesso non è proprio così. Allora, perché non c’è questo dialogo? In che modo la Chiesa può cambiare?
Il fatto che storicamente non sia stato così – basta riconoscere l’enorme patrimonio culturale della Chiesa – mostra che non vi è opposizione di principio tra la fede cristiana e l’arte. Pensiamo a Gaudí e alla sua Sagrada Família. Può accadere che a volte risulti faticoso il riconoscimento dell’una o dell’altra espressione artistica. Io non posso parlare in generale di tutta la Chiesa. Noi apparteniamo a un movimento in cui Giussani ci ha sempre invitato a leggere poeti, ad ascoltare musica, a entusiasmarci davanti alle opere di grandi artisti come Giotto o Caravaggio. Per esempio, ci propose di leggere Leopardi, che era quasi uno scandalo per una certa mentalità clericale. Cominciò a imparare a memoria le sue poesie quando aveva tredici anni, e per un anno non fece altro che leggere Leopardi: per lui erano la forma della relazione e della familiarità con il Mistero.


Che libertà, che sicurezza deve avere uno in ciò che porta, per poter entrare in dialogo, incluso chi si suppone sia totalmente lontano da lui?
La libertà nel dialogo deriva dalla stima dell’esperienza umana che ciascuno vive
. Questa stima permette di entrare in relazione con la ricchezza dell’esperienza dell’altro per arricchirsi della sua prospettiva. Perché noi due stiamo parlando? Perché abbiamo interesse a conoscerci, a scambiarci le prospettive con le quali affrontiamo le sfide della vita, indipendentemente da quali siano le risposte che offriremo ai lettori. Siamo interessati l’uno all’altro. L’altro è un bene. Possiamo dire con Terenzio: «Nulla di ciò che è umano mi è estraneo». E quando uno ha questa certezza, non ha nessun problema a dialogare.


Zygmunt Bauman afferma che nella realtà di oggi non servono a nulla le barriere, i muri. Condividi la sua opinione?
Trovo molto interessante l’osservazione di Bauman rispetto alle sfide dell’immigrazione. Possiamo costruire tutti i muri che vogliamo, e cercare di rimandare a casa tutti, ma quando avremo mandato a casa tutti quelli che non ci piacciono cominceremo a renderci conto che non avremo ancora iniziato a porre le basi per affrontare i problemi che abbiamo. Perché i problemi non li creano gli altri, gli altri ci rendono coscienti dei problemi che abbiamo. Il vuoto che trova un immigrato quando arriva non lo crea lui. L’altro ci fa rendere conto che la società non ha nulla di attrattivo da offrire come alternativa alla violenza terrorista. Ma questo non accade solo oggi con quello che chiamiamo terrorismo islamista. In Italia, come in Spagna, abbiamo vissuto anni di terrorismo, che ha generato molta violenza, che non aveva niente a che vedere con il terrorismo islamista. Questo legame che postuliamo (fra terrorismo e religione) a volte è molto superficiale.


Uno degli effetti del terrorismo è che l’altro diventa una minaccia, con l’avvento della “post-verità” e la necessaria complicità dei media. Come possiamo uscire da questo inganno?
Questo inganno si rompe solo se uno degli interlocutori non risponde alla minaccia dell’altro con la stessa moneta. Penso che l’altro sia un bene perché, indipendentemente dal fatto che io sia d’accordo o no con le sue idee, o da come l’altro mi percepisce, è sempre per me un fattore di maturazione. Molte volte sono tornato a casa ferito perché certe cose che aveva detto una persona mi erano dispiaciute, e il giorno dopo mi svegliavo con quella ferita, e non riuscivo a leggere il giornale, ad ascoltare un amico, o a leggere qualcosa di interessante senza il dolore provocato da quella ferita. Ciò non vuol dire che l’altro avesse ragione. A volte poteva non averla, ma non era questa la questione. La sua provocazione mi ha aiutato a restare sveglio, attento, a tenere aperte le domande con cui intercettare le risposte che altrimenti sarebbero rimaste totalmente inavvertite. In questo senso ogni occasione come questa è stata un bene per me, non perché sia tutto rose e fiori, mellifluo, ma perché il rapporto con l’altro è sempre un rapporto drammatico, anche con le persone che ami. Perché? Perché mi sfidano, perché non sono un prolungamento di me stesso: sono un’alterità, e l’alterità ti provoca sempre. Una crisi, dice Hannah Arendt, ci fa sempre tornare alle domande, e quindi può essere un’occasione di crescita.


Stai più con Hobbes o con Rousseau?
È difficile decidere, perché mi sembra che entrambi difendano aspetti reali, ma incompleti, dell’esperienza umana. L’uomo storico, che ognuno di noi è, porta dentro una ferita. Pensiamo all’immagine di un bambino in braccio a sua madre, con quella apertura, quella curiosità, quel desiderio di aderire ai suoi genitori. Il problema è che poi il bambino vive in un contesto sociale che non facilita, in molte occasioni, il permanere di questa curiosità. A causa delle ferite del nostro male, dei nostri problemi e delle nostre incomprensioni, del male prodotto da altri, nascono i sospetti. Mi ricordo di quando, qualche anno fa, feci un campeggio con un gruppo di ragazzi in una comunità creata dalla Municipalità di Madrid per accogliere bambini che avevano avuto problemi in famiglia. L’ultimo arrivato aveva picchiato sua madre. Ricordo la difficoltà che avevano gli educatori a entrare in rapporto con loro, perché si era alterata la relazione di fiducia che è propria dei bambini alla nascita. Avevano sofferto talmente che non erano più capaci di rispondere agli sforzi generosi degli educatori, e l’unica cosa che facevano era difendersi. Quella posizione non era originale, era sopravvenuta come conseguenza di una perturbazione nel rapporto normale di quei bambini con la realtà. Quando uno è stato ferito, si mette sulla difensiva. La questione è trovare un luogo che guarisca le nostre ferite.


Noi europei siamo eredi del cristianesimo e dei suoi valori; può essere il “buonismo” cristiano, di cui la sinistra benpensante si fa bella, il tallone d’Achille della nostra società occidentale di fronte ai problemi geopolitici che abbiamo?
Dipende da cosa intendiamo esattamente per “buonismo” cristiano. Quando ho presentato il libro La bellezza disarmata in Brasile c’era con me un giudice che mi ha raccontato che qualche anno fa si era trovato a giudicare un uomo per un delitto, lo aveva condannato e, quando gli aveva comunicato la sentenza, questi gli aveva detto: «Guardi, signor giudice, io non sono pronto per andare in carcere». Lui aveva replicato: «Ti capisco, nessuno è pronto per andare in carcere. Ma tu hai commesso un crimine, e se non presenti ricorso devi andare in carcere». Al che l’altro gli aveva risposto: «Non nego il crimine, e non discuto la pena, ma ho una situazione così imbrogliata nella mia famiglia che, se non regolo certe cose prima di andare in carcere, sarà ancora peggio. Se lei mi concede dieci giorni, potrò sistemare le cose in famiglia e poi sconterò la condanna». Il giudice era rimasto stupito, e gli aveva detto: «Vedo la sincerità della tua posizione, e ti concedo trenta giorni». Al termine dei trenta giorni, il condannato si era presentato davanti al giudice. E lui era rimasto talmente stupito che, invece di affidarlo alla polizia perché lo ammanettasse e lo portasse in carcere, gli diede direttamente l’indirizzo perché si recasse da solo a scontare la condanna. Possiamo pensare che questo modo di agire sia ingenuo, ma di fatto in Brasile vi è un tipo di carceri dove non c’è polizia. Non possiamo pensare che questo sia ingenuo: queste carceri hanno abbassato la percentuale di recidiva dall’80% delle prigioni normali al 15%, e tutto per il fatto di sfidare il cuore dell’uomo, come ha fatto questo giudice. Nessuno ci crede, ma i dati sono qui. Questo sistema è così stimato che negli accordi di pace recentemente firmati tra il governo e la guerriglia in Colombia, dove è necessario il reinserimento sociale di migliaia di terroristi (perché altrimenti non si arriverà alla pace sociale per secoli), è questo il sistema carcerario adottato. Non significa che questo tipo di centri sia sempre valido. Quando tu dai fiducia, l’altro ti può tradire, ma se non cominciamo a muoverci così non potremo generare una realtà nuova, una società nuova, una forma diversa di rapportarci; resteremo sempre bloccati nel nostro sistema e quindi sarà impossibile che qualcosa cambi. Per questo capisco che per molti il cristianesimo appaia ingenuo. Bisogna sapere se esiste la possibilità di cominciare a guardare le persone in un altro modo, affinché le persone comincino a pensare che è possibile vivere in maniera diversa, è possibile un modo totalmente diverso di stare nella realtà. «Dall’amore non si fugge», ha risposto un detenuto che era scappato da tutte le carceri in cui era stato prima a un giudice che gli domandava perché non era fuggito da quella in cui si trovava attualmente; perché in carcere aveva sperimentato uno sguardo diverso su di sé.
Quando abbiamo intervistato Javier Prades, ci diceva che il cristianesimo è la religione più perseguitata del pianeta. A cosa è dovuto?
Penso che le cause possano essere diverse. A volte noi cristiani abbiamo commesso sbagli, e quindi una certa ostilità può essere giustificata. Però mi sembra che ricondurre la persecuzione agli errori non spieghi sufficientemente il problema, perché nella maggior parte dei casi il tipo di violenza che si scatena ha come obiettivo persone innocenti. Mettere una bomba in una chiesa piena di persone senza alcun potere, o uccidere un sacerdote francese perché sta celebrando una messa non mi sembra che possa essere motivato semplicemente dagli errori dei cristiani. Questo apparire disarmato di Dio fatto uomo (per salvare gli uomini), il fatto che Dio si spogli del suo potere di Dio e diventi un essere umano che possa essere confuso, disprezzato, crocifisso, è qualcosa che sfida la ragione umana. Come conseguenza, una presenza così può provocare una reazione violenta in quanti non vogliono accettare la sfida che il cristianesimo pone nella storia, come è successo a Cristo. Perché? Il cristianesimo ha la pretesa di salvare la vita, non perché lo voglia imporre con la violenza, ma perché promette qualcosa che corrisponde talmente a ciò che il cuore dell’uomo desidera che uno resta colpito: e allora o è grato per aver trovato una riposta, oppure si crea una violenza enorme perché lo rifiuta, e deve giustificare in qualche modo questo rifiuto.
Dobbiamo ritornare a uno Stato confessionale, o a un’Europa basata su leggi cristiane?
Penso che la Chiesa abbia fatto un cammino enorme, dai tempi di Costantino sino al Concilio Vaticano II, che le ha permesso di prendere sempre più coscienza che l’unica modalità di comunicare la fede cristiana passa attraverso la libertà. Non perché la Chiesa abbia detto: «Siccome non sono riuscita a convincere gli uomini della verità del cristianesimo, almeno difendiamo la libertà religiosa», ma perché è andata al fondo della natura della verità. Se mi permette, cito un’affermazione del Concilio Vaticano II che è fondamentale per capire questo punto: «La verità non si impone che per la forza della verità stessa». Ossia la verità non ha bisogno di nessun altro appoggio esterno alla verità, che non sia il fascino della verità stessa, l’attrattiva della verità. Pertanto la grande sfida che ha davanti a sé la Chiesa oggi non è tornare a uno stato confessionale, ma testimoniare la fede in modo tale che possa sfidare la ragione e la libertà dell’uomo. In questo modo è cominciato il cristianesimo. La ragione e la libertà sono decisive per il cristianesimo, perché Gesù non voleva che le persone credessero in lui in un modo ingenuo, da creduloni, o forzato. La fede cristiana esige l’uso della ragione e della libertà; senza di esse non potrà interessare nessuno. Per questo solo in uno spazio libero da costrizioni la fede cristiana potrà diventare interessante per l’uomo d’oggi, perché per l’uomo moderno (e in questo l’Illuminismo ha giocato un ruolo fondamentale) non esiste bene più grande della libertà. Nessuno potrebbe oggi pensare di proporre o imporre qualcosa che fosse contro la libertà.
Quando abbiamo intervistato Juan Manuel de Prada, ci diceva che «chi ha il coltello dalla parte del manico è colui che può permettersi il lusso di adattare la realtà alle sue premesse ideologiche». Come può la Chiesa vincere la tentazione dell’egemonia, l’uso del potere per affermare la fede?
La tentazione dell’egemonia si può superare solo approfondendo la natura stessa della fede, non come conseguenza di una nuova strategia per convincere l’altro. Non esiste altra modalità. «La verità non si impone che per la forza della verità stessa». Il cristianesimo si diffuse nell’impero romano sotto le persecuzioni, senza nessun tipo di egemonia, e pochi periodi della storia della Chiesa sono stati così missionari, così capaci di diffondere la fede. Il cristianesimo quindi è a suo agio nello spazio libero, perché esso fa sì che noi cristiani non possiamo fondarci su nessun tipo di potere, ma unicamente ed esclusivamente sulla bellezza di ciò che viviamo.
Raccontaci che cos’è Comunione e Liberazione e in che cosa si differenzia da altri movimenti.
Comunione e Liberazione è un movimento che nacque a Milano negli anni Cinquanta, quando il cristianesimo era dominante, e tutte le grandi organizzazioni e associazioni cristiane erano piene di fedeli. Luigi Giussani, il fondatore, cominciò vedendo che gli alunni di liceo che provenivano da famiglie cristiane, che avevano fatto la prima comunione, che avevano partecipato alle attività delle parrocchie e che avevano ricevuto la cresima, arrivavano a scuola, nella maggior parte dei casi, privi di fede. Si rese conto allora che ciò non poteva imputarsi semplicemente al disinteresse per la fede, ma al fatto che a nessuno di questi ragazzi la fede era stata presentata nel suo rapporto con gli interessi della vita. Sin dal principio volle mostrare la pertinenza della fede alle esigenze della vita, ai problemi concreti della vita. Questo fece sì che molti di quegli studenti cominciassero di nuovo a paragonarsi con la fede, a prescindere dal fatto che avessero già deciso che a loro non interessava. Da allora, tutto ciò che Giussani ha fatto nel movimento nel suo insieme è stato offrire alle generazioni che in tutti questi anni abbiamo incontrato questa possibilità di percepire la convenienza umana della fede per affrontare i problemi della vita che abbiamo tutti. Questo, semplicemente, è il cristianesimo: Cristo non è venuto per complicarci la vita, ma per aiutarci ad affrontare i problemi e per farci vivere dentro una compagnia senza la quale tutto diventa più complicato.
Come si arriva da Navaconcejo, in Estremadura, a dove sei adesso?
È un mistero, è l’ultima cosa che avrei pensato potesse capitarmi. Quando Giussani cominciò a dire che la guida del movimento doveva essere un’amicizia italo-spagnola, nessuno pensava che una cosa così potesse davvero accadere, neppure noi stessi. Vedevamo una tale sproporzione tra la piccola realtà che eravamo in Spagna e le dimensioni del movimento in Italia che a nessuno veniva in mente di pensare una cosa simile. Dopo che ci siamo conosciuti, ha iniziato a insistere perché gli dessi una mano, e io ovviamente gli ho sempre offerto la mia disponibilità. Alla fine riuscì a farmi arrivare a Milano.
L’attrazione o l’interesse per Comunione e Liberazione ti è venuto dalla conoscenza, poiché eri un esperto di Sacre Scritture, o in generale è stata un’esperienza personale?
È stata un’esperienza personale. Quando venni ordinato sacerdote mi mandarono in un paesino vicino a Madrid. Lì ho visto crescere i grandi quartieri residenziali popolari nei dintorni della città, con tutto quello che significava il problema dell’immigrazione interna, i cambiamenti, le difficoltà ecc. Vedevo che alcune delle cose che avevo ricevuto, e alle quali avevo aderito cordialmente durante il periodo del seminario, non erano sufficienti per affrontare certe sfide che avevo di fronte. Questo fu ciò che mi fece interessare al movimento: aveva una proposta per vivere il cristianesimo nella quale non era necessario censurare niente di ciò che accadeva; era un modo di stare nella realtà che volevo condividere. Il primo segno di cambiamento fu il mio modo di fare lezione, la modalità con cui stavo con i miei alunni nelle ore di religione che avevo in una scuola. Quello che mi era accaduto incontrando il movimento mi permise di cominciare a sfidarli. Percepivo che quello che aveva iniziato ad accadere a me poteva essere interessante per gli altri.
In che senso in CL la fede cristiana è vissuta in una dimensione attualizzata?
La fede, come dice Giussani, è il riconoscimento della presenza di Cristo qui e ora, della sua presenza dentro un segno umano. E il cammino che egli propone è fondamentalmente quello che lui chiamava la personalizzazione della fede. L’unica possibilità che la fede ha di essere percepita come conveniente è che ognuno la possa verificare nella vita, ossia che la vita, le difficoltà, le circostanze che non sono risparmiate a nessuno, possano cominciare a essere vissute con una dignità, una gratitudine e una luce prima sconosciute. Quello che cerchiamo di fare è proprio accompagnarci in questo processo di maturazione della fede, perché le persone che ci incontrano negli ambienti dove siamo, sul lavoro, in famiglia, tra gli amici o nelle opere sociali che facciamo, possano rendersi conto di che cosa significa oggi la fede cristiana vissuta “all’aria aperta”.
L’individuo e la sua realizzazione hanno contraddistinto il progresso dell’uomo nella società occidentale. In che modo una fedeltà e comunione con la Chiesa cattolica e i suoi pastori è compatibile con il progresso?
Qualche giorno fa mi trovavo a un incontro con un folto gruppo di studenti universitari italiani, e una persona mi ha fatto una domanda simile: «Affermare Cristo come la cosa più importante non svaluta o rende meno interessante la realtà?». Mi è bastato rispondergli con un’altra domanda: «Ma ti sei innamorato qualche volta?». «Sì», mi ha risposto, e io gli ho detto: «E quando ti sei innamorato, la realtà ha acquistato o ha perso di interesse?». Immediatamente mi ha risposto: «Le cose erano più attraenti!». Il cristianesimo introduce nella vita una presenza con una tale attrattiva che fa sì che tutto diventi più interessante, anche il progresso. Uno se ne accorge quando si innamora. Qualunque fatto, qualunque circostanza, anche banale, per esempio cucinare per la persona a cui vuoi bene, diventa un avvenimento. Giussani ci ripeteva spesso una frase di Romano Guardini: «Nell’esperienza di un grande amore, tutto diventa avvenimento». Per questo nella storia di un grande amore, come è il cristianesimo, tutto acquista una rilevanza che altrimenti non avrebbe. Lo vediamo nell’esperienza dell’amore umano; quando nella vita delle persone l’amore si offusca, ciò che prima era un’occasione per dirsi «quanto ti amo!» attraverso il gesto di cucinare un piatto, diventa un obbligo, o un peso di cui lamentarsi: «Mentre tu te ne vai a lavorare io sto qui a cucinare per te…». Si perde tutta la densità di cui prima quel gesto era pieno.
Come ha inteso CL il desiderio all’interno della tradizione?
Ho appena finito di predicare a 4.000 universitari gli Esercizi che avevano per titolo «A te si volge tutto il mio desiderio». A chi possiamo dire queste parole? A chi si rivolge tutto il mio desiderio? Per la maggior parte delle persone il desiderio è qualcosa che bisogna addomesticare o controllare. E non solo oggi: prima del cristianesimo, nel mondo classico, la hybris, l’esagerazione, era qualcosa di pericoloso, perché spingere il desiderio al di là dei propri limiti poteva condurre alla follia. Quindi la questione decisiva era addomesticare il desiderio per ridurlo e mantenerlo all’interno di certi limiti. La virtù era la moderazione. Al contrario, l’unico che non ha paura di affrontare il desiderio dell’uomo in tutta la sua potenza è il cristiano. Grazie all’incontro con Cristo, il cristiano non ha paura dell’immensità del desiderio umano, a differenza di quanto accadeva nell’antichità. Perché? Perché Cristo abbraccia tutto il suo desiderio. Solo in questo abbraccio il nostro desiderio si rivela in tutta la sua potenza e profondità. Una delle frasi del Vangelo che Giussani citava costantemente era questa: «A che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde se stesso?». Molte volte noi abbiamo interpretato queste parole in chiave moralistica, come se indicassero il massimo di quanto Gesù esige, mentre in realtà è il gesto più commovente di Cristo che guarda tutta la profondità del cuore dell’uomo, abbracciandola: «Guarda che il tuo cuore è così grande che solo il Mistero fatto carne è alla sua altezza».
Quando ti sento parlare dell’innamoramento, dell’amore, mi sorge il dubbio se tu sei mai stato innamorato.
Anche se sono entrato in seminario da bambino, mi sono innamorato. Ma per la coscienza che avevo del desiderio e per l’esperienza che avevo di Cristo, nel quale trovavo una pienezza affettiva che non mi dava nessun’altra cosa, ho potuto indirizzare e guardare in faccia il mio desiderio, senza censurarlo né sublimarlo, ma sfidandolo. Se non avessi vissuto questa esperienza personale, non potrei parlare ai ragazzi universitari in quel modo, impostando tutto un fine settimana centrato sul desiderio, spingendoli a non ridurre i loro desideri, a non accontentarsi delle briciole che vengono loro offerte. Perché il problema è questo: come risponde la società al desiderio di un adolescente? Il più delle volte gli offre cose che non potranno interessargli per molto tempo. È normale che quando siamo piccoli possiamo pensare che quello che ci offrono i Re sia tutto ciò che desideriamo. Poi col tempo ci rendiamo conto che la casa è piena di bambole o di giocattoli che non ci interessano più. Allora possiamo sostituire i giocattoli con il telefono o con nuovi marchingegni, e più avanti con delle persone…, ma il problema è se esiste qualcosa di adeguato alla natura del desiderio. Questa è la sfida che ha di fronte la società. L’aveva già prima di Cristo, ce l’ha dopo Cristo e l’avrà in futuro.
CL si definisce come un movimento cristiano, invece di cattolico. Non accade così solo in CL, perché tutto il mondo, quando vuole parlare della parte sana della religione, parla dei cristiani, mai dei cattolici. A cosa si deve questo uso del termine “cristiano” invece di “cattolico”?
Non è certo per il desiderio di distinguerci dal cattolicesimo, perché se c’è una cosa che il movimento ha dimostrato in tutta la sua esistenza è stato il legame pieno e totale con il Papa e la Chiesa. Non ci sono dubbi su questo. Quando parliamo e insistiamo sul cristianesimo non è per distinguerci dal cattolicesimo, ma per tornare alla natura originale del cristianesimo, che è “cattolico” per definizione, vale a dire universale, per tutti.
La liberazione di Comunione e Liberazione è la stessa di cui parla la teologia della liberazione?
La questione è quale sia la liberazione che risponde a tutta la speranza dell’uomo. Evidentemente la domanda di liberazione è più vasta e profonda della liberazione materiale o economica, riguarda la totalità della vita dell’uomo. Questo fatto si rivela nell’esperienza, e quindi per comprenderlo bisogna partire da essa, da quando senti di essere libero. Senti di essere libero quando un desiderio che hai si realizza. Se hai un figlio che vuole andare a una festa e tu gli dici di no, lui sente mortificata la sua libertà. Se al contrario gli dici di sì, è contentissimo perché il suo desiderio si può realizzare. Il problema della libertà è che l’uomo non desidera solo andare a una festa, ma desidera essere libero, vuole vedere realizzato il desiderio immenso che ha in ogni momento della sua vita, nella vita di ogni giorno, questa vita assediata dall’abitudine. Che cosa rende possibile la liberazione, per non finire, come dice Eliot, con il perdere la vita vivendo? Alcuni pensano che sia la liberazione dalla povertà. Questa è evidentemente una parte della riposta. Però non è sufficiente. Quante persone conosciamo che hanno soddisfatto le proprie necessità fondamentali e non sono contente? Il problema è se incontri qualcosa nella vita che soddisfi talmente il tuo desiderio da renderti libero da tutto il resto. La liberazione è la comunione con Cristo, che diventa sperimentabile nel rapporto con Cristo presente nella compagnia cristiana che, autenticamente vissuta, si pone nel mondo come fattore di umanizzazione reale.
Si può raggiungere la libertà attraverso l’assenza di legami?
No. Anche se in determinati momenti lo abbiamo pensato, col tempo abbiamo scoperto che non basta non avere legami per essere liberi. Oggi noi ci siamo sbarazzati di tutti i vincoli, ma non per questo le persone sono più soddisfatte. Le persone cominciano a rendersi conto che per essere liberi non basta non avere legami. Occorre qualcosa per cui valga la pena usare la libertà. Si tratta di trovare un motivo per il quale valga la pena muoversi, coinvolgersi con qualcuno o con qualcosa. Se non si trova, le persone cominciano ad avere paura della libertà. È interessante che lo dicesse già uno come Kafka: «Si temono la libertà e la responsabilità e quindi si preferisce soffocare dietro le sbarre che ci si è costruiti». Anche Bauman diceva che questa paura della libertà è ciò che definisce oggi la nostra società, come si vede riguardo agli immigrati. Perché? Perché si sono persi i rapporti interpersonali, e questo ha lasciato l’uomo ancora più disarmato. E questo genera paura. Allora, cosa rende possibile tornare a ricostruire la fiducia nei rapporti, per cui possiamo cominciare nuovamente a vivere una vita più umana? Questa è la sfida che abbiamo davanti oggi.
Nella Evangelii gaudium papa Francesco dice che siamo immersi in una economia che uccide e esclude. C’è bisogno di modelli di economia sociale e solidale?
Certamente. Abbiamo bisogno di un’economia più umana, che risponda meglio al bene comune. Perché sono importanti il bene comune, l’ecologia, la solidarietà? Perché tutte queste cose contribuiscono a generare il tipo di umanità e di società che desideriamo. Per anni siamo stati indifferenti ai Paesi del Terzo mondo. Adesso che ci stanno ponendo dei problemi e cominciamo a vedere quali cose possono mettere a rischio, ci rendiamo conto che sarebbe stato quantomeno più adeguato, e sarebbe costato molte meno vite, se avessimo condiviso la vita con loro e creato ricchezza in quei luoghi, invece di spogliarli di tutte le loro risorse. Se avessimo collaborato al loro sviluppo e favorito una società sostenibile, adesso non saremmo qui a cercare di innalzare muri.
Papa Francesco ha trovato resistenze interne alle sue proposte, piuttosto avanzate, e io leggendo il libro [La bellezza disarmata] ho pensato che forse puoi aver trovato anche tu qualche resistenza nel tuo movimento. È così?
Evidentemente sì, in qualche caso. Il Papa ha rappresentato e rappresenta una rivoluzione. In una realtà che ha dimensioni come la nostra, non tutti hanno reagito con la stessa immediatezza, così come vediamo anche nella vita della Chiesa. Noi non siamo diversi. A mio parere tutto dipende un po’ da quello che dicevamo all’inizio: se capiamo qual è la natura della sfida. Papa Francesco si può capire solo se si comprende qual è la natura della sfida davanti alla quale siamo. Altrimenti pensiamo che sia solo una questione di accento, per il fatto che il Papa viene dall’America Latina, e così rimaniamo alla superficie.
Come è il rapporto tra papa Francesco e CL?
Molto buono. Abbiamo avuto l’opportunità di incontrarlo qualche tempo fa. Ci ha appena inviato una lettera.
Che significato ha questa lettera?
È un gesto di tenerezza del Papa, che rende evidente come ci segua da vicino. Il Papa mi ha detto, davanti a tutti, che per lui, quando era arcivescovo di Buenos Aires, leggere Giussani è stato un bene. È ampiamente in sintonia con il nostro modo di vivere il cristianesimo come incontro, come avvenimento. Di più, la sintonia sta precisamente all’origine, per il suo modo specifico di percepire la realtà. Dall’altra parte, il Papa ci accompagna nel cammino che dobbiamo fare, invitandoci costantemente a ritornare all’origine, perché il movimento possa dare il contributo per il quale lo Spirito Santo suscita questo carisma nella Chiesa

domenica 8 marzo 2015

Discorso di papa Francesco all'Udienza con il movimento di Comunione e Liberazione. Piazza San Pietro, 7 marzo 2015

Discorso di papa Francesco all'Udienza con il movimento di Comunione e Liberazione. Piazza San Pietro, 7 marzo 2015

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Francesco www.vatican.va

07/03/2015

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Do il benvenuto a tutti voi e vi ringrazio per il vostro affetto caloroso! Rivolgo il mio cordiale saluto ai Cardinali e ai Vescovi. Saluto Don Julián Carrón, Presidente della vostra Fraternità, e lo ringrazio per le parole che mi ha indirizzato a nome di tutti; e La ringrazio anche, Don Julián, per quella bella lettera che Lei ha scritto a tutti, invitandoli a venire. Grazie tante!

Il mio primo pensiero va al vostro Fondatore, Mons. Luigi Giussani, ricordando il decimo anniversario della sua nascita al Cielo. Sono riconoscente a Don Giussani per varie ragioni. La prima, più personale, è il bene che quest’uomo ha fatto a me e alla mia vita sacerdotale, attraverso la lettura dei suoi libri e dei suoi articoli. L’altra ragione è che il suo pensiero è profondamente umano e giunge fino al più intimo dell’anelito dell’uomo. Voi sapete quanto importante fosse per Don Giussani l’esperienza dell’incontro: incontro non con un’idea, ma con una Persona, con Gesù Cristo. Così lui ha educato alla libertà, guidando all’incontro con Cristo, perché Cristo ci dà la vera libertà. Parlando dell’incontro mi viene in mente “La vocazione di Matteo”, quel Caravaggio davanti al quale mi fermavo a lungo in San Luigi dei Francesi, ogni volta che venivo a Roma. Nessuno di quelli che stavano lì, compreso Matteo avido di denaro, poteva credere al messaggio di quel dito che lo indicava, al messaggio di quegli occhi che lo guardavano con misericordia e lo sceglievano per la sequela. Sentiva quello stupore dell’incontro. E’ così l’incontro con Cristo che viene e ci invita.

Tutto, nella nostra vita, oggi come al tempo di Gesù, incomincia con un incontro. Un incontro con quest’Uomo, il falegname di Nazaret, un uomo come tutti e allo stesso tempo diverso. Pensiamo al Vangelo di Giovanni, là dove racconta del primo incontro dei discepoli con Gesù (cfr 1,35-42). Andrea, Giovanni, Simone: si sentirono guardati fin nel profondo, conosciuti intimamente, e questo generò in loro una sorpresa, uno stupore che, immediatamente, li fece sentire legati a Lui... O quando, dopo la Risurrezione, Gesù chiede a Pietro: «Mi ami?» (Gv 21,15), e Pietro risponde: «Sì»; quel sì non era l’esito di una forza di volontà, non veniva solo dalla decisione dell’uomo Simone: veniva prima ancora dalla Grazia, era quel “primerear”, quel precedere della Grazia. Questa fu la scoperta decisiva per san Paolo, per sant’Agostino, e tanti altri santi: Gesù Cristo sempre è primo, ci primerea, ci aspetta, Gesù Cristo ci precede sempre; e quando noi arriviamo, Lui stava già aspettando. Lui è come il fiore del mandorlo: è quello che fiorisce per primo, e annuncia la primavera.

E non si può capire questa dinamica dell’incontro che suscita lo stupore e l’adesione senza la misericordia. Solo chi è stato accarezzato dalla tenerezza della misericordia, conosce veramente il Signore. Il luogo privilegiato dell’incontro è la carezza della misericordia di Gesù Cristo verso il mio peccato. E per questo, alcune volte, voi mi avete sentito dire che il posto, il luogo privilegiato dell’incontro con Gesù Cristo è il mio peccato. È grazie a questo abbraccio di misericordia che viene voglia di rispondere e di cambiare, e che può scaturire una vita diversa. La morale cristiana non è lo sforzo titanico, volontaristico, di chi decide di essere coerente e ci riesce, una sorta di sfida solitaria di fronte al mondo. No. Questa non è la morale cristiana, è un’altra cosa. La morale cristiana è risposta, è la risposta commossa di fronte a una misericordia sorprendente, imprevedibile, addirittura “ingiusta” secondo i criteri umani, di Uno che mi conosce, conosce i miei tradimenti e mi vuole bene lo stesso, mi stima, mi abbraccia, mi chiama di nuovo, spera in me, attende da me. La morale cristiana non è non cadere mai, ma alzarsi sempre, grazie alla sua mano che ci prende. E la strada della Chiesa è anche questa: lasciare che si manifesti la grande misericordia di Dio. Dicevo, nei giorni scorsi, ai nuovi Cardinali: «La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero; la strada della Chiesa è proprio quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle “periferie” dell’esistenza; quella di adottare integralmente la logica di Dio», che è quella della misericordia (Omelia, 15 febbraio 2015). Anche la Chiesa deve sentire l’impulso gioioso di diventare fiore di mandorlo, cioè primavera come Gesù, per tutta l’umanità.

Oggi voi ricordate anche i sessant’anni dell’inizio del vostro Movimento, «nato nella Chiesa – come vi disse Benedetto XVI –non da una volontà organizzativa della Gerarchia, ma originato da un incontro rinnovato con Cristo e così, possiamo dire, da un impulso derivante ultimamente dallo Spirito Santo» ((Discorso al pellegrinaggio di Comunione e Liberazione, 24 marzo 2007: Insegnamenti III, 1 [2007], 557).

Dopo sessant’anni, il carisma originario non ha perso la sua freschezza e vitalità. Però, ricordate che il centro non è il carisma, il centro è uno solo, è Gesù, Gesù Cristo! Quando metto al centro il mio metodo spirituale, il mio cammino spirituale, il mio modo di attuarlo, io esco di strada. Tutta la spiritualità, tutti i carismi nella Chiesa devono essere “decentrati”: al centro c’è solo il Signore! Per questo, quando Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi parla dei carismi, di questa realtà così bella della Chiesa, del Corpo Mistico, termina parlando dell’amore, cioè di quello che viene da Dio, ciò che è proprio di Dio, e che ci permette di imitarlo. Non dimenticatevi mai di questo, di essere decentrati!
E poi il carisma non si conserva in una bottiglia di acqua distillata! Fedeltà al carisma non vuol dire “pietrificarlo” – è il diavolo quello che “pietrifica”, non dimenticare! Fedeltà al carisma non vuol dire scriverlo su una pergamena e metterlo in un quadro. Il riferimento all’eredità che vi ha lasciato Don Giussani non può ridursi a un museo di ricordi, di decisioni prese, di norme di condotta. Comporta certamente fedeltà alla tradizione, ma fedeltà alla tradizione – diceva Mahler – “significa tenere vivo il fuoco e non adorare le ceneri”. Don Giussani non vi perdonerebbe mai che perdeste la libertà e vi trasformaste in guide da museo o adoratori di ceneri. Tenete vivo il fuoco della memoria di quel primo incontro e siate liberi!

Così, centrati in Cristo e nel Vangelo, voi potete essere braccia, mani, piedi, mente e cuore di una Chiesa “in uscita”. La strada della Chiesa è uscire per andare a cercare i lontani nelle periferie, a servire Gesù in ogni persona emarginata, abbandonata, senza fede, delusa dalla Chiesa, prigioniera del proprio egoismo.

“Uscire” significa anche respingere l’autoreferenzialità, in tutte le sue forme, significa saper ascoltare chi non è come noi, imparando da tutti, con umiltà sincera. Quando siamo schiavi dell’autoreferenzialità finiamo per coltivare una “spiritualità di etichetta”: “Io sono CL”. Questa è l’etichetta. E poi cadiamo nelle mille trappole che ci offre il compiacimento autoreferenziale, quel guardarci allo specchio che ci porta a disorientarci e a trasformarci in meri impresari di una ONG.

Cari amici, vorrei finire con due citazioni molto significative di Don Giussani, una degli inizi e una della fine della sua vita.

La prima: «Il cristianesimo non si realizza mai nella storia come fissità di posizioni da difendere, che si rapportino al nuovo come pura antitesi; il cristianesimo è principio di redenzione, che assume il nuovo, salvandolo» ((Porta la speranza. Primi scritti(, Genova 1967, 119). Questa sarà intorno al 1967.

La seconda del 2004: «Non solo non ho mai inteso “fondare” niente, ma ritengo che il genio del movimento che ho visto nascere sia di avere sentito l’urgenza di proclamare la necessità di ritornare agli aspetti elementari del cristianesimo, vale a dire la passione del fatto cristiano come tale nei suoi elementi originali, e basta» (
(Lettera a Giovanni Paolo II(, 26 gennaio 2004, in occasione dei 50 anni di Comunione e Liberazione).

Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me! Grazie.

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Carrón: «La carezza della misericordia». Oltre 80.000 persone all’Udienza di Papa Francesco con CL

Ufficio Stampa di CL Comunicato stampa

07/03/2015

Erano oltre 80.000 le persone presenti in piazza San Pietro, provenienti da 47 Paesi del mondo per l’udienza concessa da Papa Francesco nel 10° anniversario della morte di don Giussani e nel 60° dell’inizio del movimento di CL.

Commentando le parole del Papa appena ascoltate, don Julián Carrón, presidente della Fraternità di CL, ha dichiarato:

«Oggi in piazza san Pietro noi abbiamo vissuto di nuovo l’esperienza dell’incontro con Cristo. Lo abbiamo visto primerear davanti ai nostri occhi attraverso la persona e lo sguardo di papa Francesco. Lo stesso sguardo che duemila anni fa ha conquistato Matteo, ma oggi!

Oggi abbiamo sperimentato che cos’è la carezza della misericordia di Gesù. Il modo in cui il Papa ci ha abbracciati lo porteremo per sempre nei nostri occhi. Così ci ha fatto capire che “il centro è uno solo, è Gesù Cristo”, la cui esperienza ci consentirà di non ridurre il carisma a un “museo di ricordi” e di “tenere vivo il fuoco e non adorare le ceneri”.

Solo questa esperienza dello sguardo di Cristo – che genera “sorpresa”, “stupore” e ci fa sentire “legati a Lui” − ci impedirà di soccombere a qualsiasi tentativo di autoreferenzialità e ci permetterà di scoprire in ogni uomo che incontreremo quel bene che porta, come ci ha insegnato sempre don Giussani.

Questa esperienza ci metterà nelle condizioni di vivere il cristianesimo come “principio di redenzione, che assume il nuovo, salvandolo”».

mercoledì 4 marzo 2015

Il fascino della bellezza disarmata

DOCUMENTI

Il fascino della bellezza disarmata

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di Julián Carrón
03/03/2015 - La Pagina Uno di "Tracce" di marzo, gli appunti dall'assemblea con i Responsabili di Comunione e Liberazione in Italia. Pacengo di Lazise (Verona), 15 febbraio 2015 (PDF e EPUB)
«Ma noi cristiani crediamo ancora nella capacità della fede che abbiamo ricevuto di esercitare un’attrattiva su coloro che incontriamo e nel fascino vincente della sua bellezza disarmata?» (J. Carrón, «La sfida del vero dialogo dopo gli attentati di Parigi», Corriere della Sera, 13 febbraio 2015, p. 27). Non dobbiamo dare per scontata questa domanda. Infatti, ogni volta che davanti a questa o quella situazione ci chiediamo che cosa dobbiamo fare, dimostriamo che non abbiamo ancora risposto a quella domanda. Niente lo documenta più di questo «che cosa fare?». Abbiamo una cosa da fare, solo una: convertirci, lasciarci conquistare ancora da questo fascino, che è l’unica ragione per cui noi siamo qui. Tutto il resto è conseguenza. A un certo punto, il fascino della fede ci ha conquistato, il fascino della sua bellezza disarmata, come ricordava ieri il Vangelo: «Vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada [Disarmati, senza altra cosa da portare negli occhi, in ogni fibra dell’essere, che quello che ci ha conquistato] [...]. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati [cioè portate la novità che guarisce ogni malattia di quella casa; non è un’esagerazione: quando uno cambiato entra in una casa, guarisce le malattie] [...], e dite loro [dopo avere guarito, perché solo allora possono capire]: “È vicino a voi il regno di Dio”» (Lc 10,3-9). Accade un avvenimento e allora le persone possono comprendere il contenuto di questo annuncio. Prima accade e poi si capisce; proprio perché accade, si capisce. Se questo è stato il metodo di sempre, adesso è ancora più cruciale. Ma - don Giussani ce lo ha detto di continuo - è come se a un certo punto, senza rendercene conto, scambiassimo questo fascino con qualcos’altro.

Nel 1982, durante i primi Esercizi della Fraternità dopo il riconoscimento pontificio, don Giussani diceva: «Siete diventati grandi: mentre vi siete assicurati una capacità umana nella vostra professione, c’è come, possibile, una lontananza da Cristo (rispetto alla emozione di tanti anni fa, di certe circostanze di tanti anni fa, soprattutto) [cioè non c’è più la vibrazione dell’inizio, non c’è più quel fascino da comunicare, non c’è più l’emozione di tanti anni fa]. C’è come una lontananza da Cristo, salvo che in determinati momenti. Voglio dire: c’è una lontananza da Cristo, salvo quando vi mettete a pregare [che è come un’aggiunta, tante volte]; c’è una lontananza da Cristo, salvo quando vi mettete, poniamo, a compiere delle opere in Suo nome, in nome della Chiesa o in nome del movimento [e con questo tante volte possiamo, come disse il cardinale Ratzinger, coprire quella distanza]. È come se Cristo fosse lontano dal cuore. Con il vecchio poeta del Risorgimento italiano si direbbe: “In tutt’altre faccende affaccendato”, il nostro cuore è come isolato, o, meglio, Cristo resta come isolato dal cuore, salvo che nei momenti di certe opere (un momento di preghiera o un momento di impegno, quando c’è un raduno generale, c’è da tenere una Scuola di comunità, eccetera). Questa lontananza di Cristo dal cuore, salvo che la Sua presenza sembri operare in certi momenti, genera anche un’altra lontananza, che si rivela in un ultimo impaccio tra di noi - sto parlando anche di mariti e mogli -, in un ultimo impaccio vicendevole. [...] La lontananza di Cristo dal cuore rende lontano l’ultimo aspetto del cuore dell’uno dall’ultimo aspetto del cuore dell’altro, salvo che nelle azioni comuni (c’è la casa da portare avanti, i figli da accudire, eccetera)» (L. Giussani, «La familiarità con Cristo», Tracce, n. 2/2007, p. 2). E allora, davanti alle sfide, siamo in ansia perché «qualcosa dobbiamo pur fare», come si dice. Ma questo non serve, proprio perché siamo davanti a quel crollo delle evidenze di cui parliamo da mesi, immersi in quel crogiolo di culture, religioni, visioni del mondo così diverse, che chiamiamo «multiculturalismo». In questo contesto lo spazio di libertà che è la nostra Europa è minacciato da chi vuole imporre con la violenza la propria visione delle cose, come avrete visto anche questa mattina sulle prime pagine di tutti i quotidiani a proposito di quanto è accaduto a Copenaghen. Per questo, mi domando: tutti coloro che ci incontrano trovano qualcosa in grado di attrarre la loro umanità, di sfidare la loro ragione e la loro libertà? In tanti regna «un grande nulla», «un vuoto profondo». Oggi vediamo fino a che punto è vero che non c’è altra evidenza se non questo nulla, perché niente è in grado di attrarre abbastanza le persone e la vita finisce perciò, tante volte, in violenza. È davanti a questo nulla che sta ciascuno di noi e la nostra società, e ogni immaginazione di risposta dovrà verificare se è in grado di intaccare questo vuoto. Tutto il resto è distrazione.

Come dice don Giussani, la prima battaglia si gioca in noi. Se abbiamo perso il fascino della fede, dopo averlo provato, se ci troviamo con il cuore staccato da Cristo, che cosa possiamo offrire agli altri? Ma noi pensiamo veramente che, se quel fascino non risplende più in noi e attraverso di noi, se il nostro cuore si è allontanato da Cristo, potremo rispondere alla situazione descritta facendo qualcosa d’altro? Con l’acutezza che lo caratterizza, don Giussani ci aveva colto in fallo e anche oggi dice a noi: possiamo essere qui, impegnati in tante cose, ma il fascino è sparito, il cuore si è staccato da Lui.

La vera questione è questa, amici. Perciò l’attuale circostanza storica è un’occasione unica per noi: ma gli uomini che ci incontrano possono essere attratti dalla verità che portiamo fino al punto che la loro ragione e la loro libertà siano ridestate e sfidate? Questa domanda indica che occorre approfondire sempre di più la consapevolezza di quale sia il rapporto tra la verità, la ragione e la libertà. Il problema è che non basta più ripetere queste parole, se non capiamo qual è il nesso tra esse e che cosa intendiamo per verità, che cosa intendiamo per ragione, che cosa intendiamo per libertà. Come vediamo, anche altri si propongono di difendere la verità o appartengono a qualcosa per cui dicono di portare la verità, ma in nome della loro verità commettono atti che sono assolutamente impresentabili. Per questo, se non è chiaro il rapporto tra verità, ragione, libertà, si introduce un sospetto rispetto a ogni tipo di appartenenza. Le stesse parole si possono declinare secondo modalità diverse. Se questo non è chiaro, solo ripetendo certe parole non riusciremo a introdurre qualche elemento reale che possa rispondere al vuoto. Perciò - come ho detto - occorre che ci rendiamo conto del rapporto tra la verità e la libertà. Lungo la storia cristiana noi abbiamo dovuto imparare che «non c’è altro accesso alla verità, se non attraverso la libertà» (J. Carrón, «La sfida del vero dialogo...», op. cit.).

È cruciale capire il nesso che rende unite le due cose, perché altrimenti rimangono parole giustapposte. È necessario che noi approfondiamo come la verità può essere in grado di attrarre la libertà e di compiere la ragione. La verità, infatti, non è una definizione, e nemmeno una dottrina che, per il fatto stesso che io la affermo, desta la libertà dell’altro. Una definizione, ci ha detto sempre don Giussani, se non è una conquista già avvenuta, è l’imposizione di uno schema; se una definizione giusta non è conquistata dall’interno dell’esperienza, facilmente viene percepita dalle persone come l’imposizione di uno schema, e quindi la gente si difende. Ma il cristianesimo non è una definizione, «non è una teoria della Verità», dice Guardini, «o una interpretazione della vita. Esso è anche questo, ma non in questo consiste il suo nucleo essenziale. Questo è costituito da Gesù di Nazareth, dalla sua concreta esistenza, dalla sua opera, dal suo destino» (R. Guardini, L’essenza del cristianesimo, Morcelliana, Brescia 2007, pp. 11-12). La verità dunque è una persona. Pensate al dialogo di Gesù con Pilato: Quid est veritas? Che cosa è la verità? Vir qui adest, un uomo qui presente, una presenza. Per questo la verità si coglie, come dice papa Francesco, dentro un rapporto, in un incontro.

Se c’è qualcuno che può capire bene questo, siamo noi. Il video con le immagini e le parole di don Giussani (che sarà allegato al Corriere della Sera) ne è una ulteriore documentazione. Quello con don Giussani è un incontro. Il modo di comunicarsi del cristianesimo è un incontro. Proprio lui diceva: «Ciò che manca non è tanto la ripetizione verbale o culturale dell’annuncio. L’uomo di oggi attende forse inconsapevolmente l’esperienza dell’incontro con persone per le quali il fatto di Cristo è realtà così presente che la vita loro è cambiata. [Basterebbe guardare questa frase: “Quello che l’uomo attende oggi più che mai, forse inconsapevolmente, è l’esperienza di un incontro con persone per le quali il fatto di Cristo è realtà così presente che la vita loro è cambiata”. Se la vita non è realmente cambiata, anche se ripetiamo verbalmente o culturalmente l’annuncio, non si muove niente, in noi e in chi incontriamo]. È un impatto umano che può scuotere l’uomo di oggi: un avvenimento che sia eco dell’avvenimento iniziale, quando Gesù alzò gli occhi e disse: “Zaccheo, scendi subito, vengo a casa tua”. In questo modo il mistero della Chiesa, che da duemila anni ci è tramandato, deve sempre riaccadere per grazia, deve sempre risultare presenza che muove, cioè movimento, movimento che per sua natura rende più umano il modo di vivere l’ambiente in cui accade [la gente riconosce che il cristianesimo accade lì perché c’è una presenza che rende più umano l’ambiente]. Per quanti sono chiamati avviene qualcosa di analogo a quel che il miracolo fu per i primi discepoli. Sempre l’esperienza di una liberazione dell’umano accompagna l’incontro con l’evento redentivo di Cristo» (L’avvenimento cristiano, Bur, Milano 2003, pp. 23-24). La liberazione dell’umano accompagna l’incontro cristiano, perché è un incontro che libera, è un incontro con la verità che desta la libertà, che attira la libertà, e quindi libera. Diversamente, non possiamo parlare di incontro cristiano.

Diceva Kierkegaard: «Il cristianesimo è comunicazione di esistenza, [...] il compito è di diventare cristiani ovvero di continuare ad esserlo, e l’illusione più pericolosa è quella di diventare così sicuri di esserlo da voler mettersi a difendere l’intera cristianità» contro gli avversari, «invece di difendere in noi stessi la fede contro l’illusione» degli avversari (cfr. Postilla conclusiva non scientifica, in S. Kierkegaard, Le grandi opere filosofiche e teologiche, Bompiani/Rcs, Milano 2013, citato in La figura di Cristo nella filosofia contemporanea, a cura di S. Zucal, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo-Mi 1993, p. 185).

Non ce la caviamo soltanto con un discorso culturale, con un annuncio culturale, altrimenti Dio si sarebbe potuto risparmiare l’Incarnazione di Suo Figlio, avrebbe potuto spedirci l’annuncio per posta - qualcosa si sarebbe risparmiato anche Lui! -. Facendosi uomo, diventando carne, Cristo ha scelto il metodo per comunicare la verità: spogliandosi di qualsiasi potenza che non fosse lo splendore del vero, ha testimoniato in modo disarmato il fascino della verità. Per questo, se non leghiamo l’appartenenza alla testimonianza, sarà difficile che potremo dare un contributo reale alla situazione dei nostri fratelli uomini: è solo attraverso la nostra testimonianza che gli altri possono riconoscere la nostra appartenenza come una sfida positiva alla loro ragione e alla loro libertà. Ma questo fascino del vero, questo splendore della verità non li produco io, perché solo «chi mi segue avrà il centuplo quaggiù», ci siamo sentiti ripetere ieri dalla liturgia. Il permanere in noi del fascino iniziale è legato a una sequela reale. E si vede che seguiamo per il fascino che la nostra presenza suscita negli altri: sono infatti gli altri che ci dicono quanto sono affascinati incontrando tanti di noi.

Perciò mi sembra che l’articolo pubblicato sul Corriere della Sera sia una sintesi della proposta che ci facciamo e che rivolgiamo a tutti. «Di fronte ai fatti di Parigi è sterile la contrapposizione in nome di un’idea, pur giusta». Perché, se non c’è una testimonianza che sfidi la libertà, sarà difficile che, con altro, le persone possano risorgere dal vuoto in cui sono immerse. La vera questione è allora che quello spazio di libertà che è l’Europa non sia uno «spazio vuoto, deserto di proposte di vita», ma un luogo dove si possa testimoniare il fascino del vero, il fascino che ci tira fuori dal nulla, noi per primi, perché siamo i primi a staccarci da Cristo, pur rimanendo nel movimento e facendo tante cose, come ci ha detto don Giussani nel 1982. Solo così l’Europa potrà essere un «luogo di un incontro reale tra proposte di significato, pur diverse e molteplici», uno spazio di libertà «per dirsi, ognuno o insieme, davanti a tutti». Dunque, «ciascuno metta a disposizione di tutti la sua visione e il suo modo di vivere. Questa condivisione ci farà incontrare a partire dall’esperienza reale di ciascuno e non da stereotipi ideologici che rendono impossibile il dialogo» (J. Carrón, «La sfida del vero dialogo...», op. cit., p. 27).

Poiché non si capisce ciò che abbiamo richiamato sin qui, tante volte non si capisce neanche il Papa, la sua preoccupazione e la sua testimonianza. Non si coglie la portata di quanto ha detto: «Al principio del dialogo c’è [...]l’incontro. Da esso si genera la prima conoscenza dell’altro. Se, infatti, si parte dal presupposto della comune appartenenza alla natura umana, si possono superare i pregiudizi e le falsità e si può iniziare a comprendere l’altro secondo una prospettiva nuova» (24 gennaio 2015). Ma questo sembra, a volte, troppo poco e allora si cerca una scorciatoia per imporre la verità più in fretta, generando solo confusione, negli uni o negli altri.

La circostanza storica in cui ci troviamo a vivere è una opportunità eccezionale per approfondire, prima di tutto noi, qual è la verità che ci ha affascinati. Non basta ripetere che la verità si è fatta carne, se questo non entra nelle nostre viscere, nel nostro modo di porci nel reale, se noi non ci rendiamo conto che l’unica modalità di comunicare la verità si chiama «testimonianza», che è esattamente ciò che dice il Papa: «Solo così si può proporre nella sua forza, nella sua bellezza, nella sua semplicità, l’annuncio liberante dell’amore di Dio e della salvezza che Cristo ci offre. Solo così si va con quell’atteggiamento di rispetto verso le persone» (7 febbraio 2015). La domanda decisiva cui dobbiamo rispondere è allora quella che ho posto all’inizio: «Ma noi cristiani crediamo ancora nella capacità della fede che abbiamo ricevuto di esercitare un’attrattiva su coloro che incontriamo e nel fascino vincente della sua bellezza disarmata?». Nel Messaggio per la Quaresima, papa Francesco ci richiama al fatto che «questa missione è la paziente testimonianza di Colui che vuole portare al Padre tutta la realtà ed ogni uomo. La missione è ciò che l’amore non può tacere. La Chiesa segue Gesù Cristo sulla strada che la conduce ad ogni uomo, fino ai confini della terra» (Messaggio per la Quaresima 2015, 4 ottobre 2014).

È la fede a essere in gioco oggi, soprattutto oggi. Ed è per questo che noi andiamo dal Papa - non andiamo in gita a Roma! -: andiamo a mendicare la fede, che ha il suo punto di assicurazione nel rapporto con Pietro, in un momento in cui la figura del Papa sembra discussa da un certo numero di cristiani. Come dicevamo, una appartenenza senza sequela è confusa, per cui «se uno non cammina dentro la nostra storia per risolvere se stesso, crea problemi anche nella sua comunità [...] [e] il primo sintomo [...] è che non si segue il movimento nella sua direzione centrale!» (L. Giussani, Certi di alcune grandi cose. 1979-1981, Bur, Milano 2007, pp. 21-22) e non si segue la Chiesa nella sua direzione centrale. Se ci comportassimo così, diventeremmo, come ho scritto nella lettera in vista dell’udienza con il Papa, una delle tante interpretazioni del cristianesimo, pensando di non avere bisogno di niente e gestendo un cristianesimo ridotto alla nostra misura.

Siamo tutti davanti a una sfida, a una proposta da verificare: andiamo a Roma come mendicanti per domandare la fede. Abbiamo tutto questo anno per chiedere a don Giussani, a dieci anni dalla sua morte, di continuare a prendersi cura di noi affinché possiamo vincere il distacco da Cristo, perché se non ritroviamo costantemente il fascino che muove noi, figuratevi che cosa potremo muovere negli altri! «Quello che faremo sugli altri è una sovrabbondanza di quello che facciamo su noi stessi, e basta» (ibidem, p. 22), ci ricorda don Giussani.

Il pellegrinaggio a Roma sarà un’occasione per tutti se ciascuno di noi, nel proprio ambito, comunicherà le ragioni di questo gesto, cioè le ragioni della nostra mendicanza per il bisogno vero che abbiamo. Noi andiamo dal Papa perché senza il legame con lui non ci sarebbe un’esperienza come quella del movimento. Il fondamento ultimo di questa esperienza, come ci ha sempre ricordato don Giussani, è il legame con la fragilità di Pietro. Senza questo legame un’esperienza come CL non si potrebbe neanche sognare! Per questo aiutiamoci a essere coscientemente presenti a questo grande evento, vivendo il viaggio stesso di andata a Roma come un pellegrinaggio

martedì 13 gennaio 2015

L’io, desiderio di felicità

L’uomo e il suo destino

Julián Carrón
Documenti
Appunti dalla lezione di Julián Carrón all’Assemblea Internazionale Responsabili di Cl. La Thuile, 27 agosto 2002

Nella situazione di confusione e di devastazione dell’umano in cui viviamo, dove l’io è ridotto a reazione, a sentimento, a un fare, diventa ancora più urgente la domanda: «Ma io chi sono? Cos’è veramente l’uomo?». Di solito, noi, saltando questa domanda, incominciamo chiedendoci: «Che cosa devo fare?». Ma nella risposta al «che cosa devo fare» è già presupposta una risposta a «chi sono io». Così partiamo, come tutti, dalla concezione della mentalità comune. È una carità quindi che uno possa partecipare a un luogo dove ci si rivolga questa domanda: «Ma tu chi sei?», «Ma io chi sono?». Perché il punto di partenza non può essere altro che l’esperienza. La cosa più importante da capire è che «la partenza per ogni definizione e, quindi, per stabilire i fattori di ogni ragionamento è l’esperienza. Le spiegazioni o i ragionamenti che per affermarsi hanno bisogno di sopprimere qualche aspetto dell’esperienza non sono veri».

1 I. L’io, desiderio di felicità
Se prendo coscienza di me stesso nell’agire, non posso non riconoscere che sono desiderio di felicità: non appena apro gli occhi, al mattino, anche se confusamente, attendo qualcosa; la tristezza, come consapevolezza di una mancanza, è l’attesa di qualcosa d’altro, della felicità.
Ma la natura di questo desiderio non la decidiamo noi: possiamo soltanto riconoscerla. E anche quando riusciamo a ottenere quello che vogliamo, manca ancora qualcosa. La caratteristica di questo desiderio, infatti, è la sua inesauribilità.

Quando diamo questo per scontato, incominciamo già a correre per il cammino sbagliato. Guarda chi sei! Guarda cosa desidera il tuo cuore! Se ancora oggi uno non si stupisce di questo, non lo ha mai riconosciuto come vero. Guarda la vibrazione del tuo cuore, in un istante almeno di tenerezza verso te stesso. Già solo sentendo queste parole, uno dovrebbe avvertire questo sguardo di tenerezza su di sé: infatti, è sempre perché c’è Qualcuno tra di noi che possiamo guardare il nostro desiderio di felicità e abbracciarlo, riconoscere a che cosa siamo chiamati, destinati, riconoscere la grandezza e la verità di noi stessi.

Questo desiderio è sempre lo spunto per incominciare. «Quanti di noi si alzano al mattino guardando la giornata come un pezzo dell’avventura del desiderio della felicità?».2 Non c’è niente di più calpestato e deriso da questo mondo di questo desiderio. Che cosa blocca questa autocoscienza di me stesso? «È una mancanza di semplicità nel riconoscere il vibrare, la non misurabilità e l’infinitezza del desiderio di amore che hai».3

Anche quando il Signore ci dà questa chiarezza, c’è però in noi una «debolezza sterminata», per cui l’uomo naviga sulla soglia del nulla - come ci diceva don Giussani quando ci siamo trovati in vista di questo raduno -, per cui non rimaniamo in questa consapevolezza, slancio, vibrazione dell’io; una debolezza che è già l’inizio della morte, dell’infelicità, e che, con la nostra connivenza, diventa conformismo. Così, il desiderio di felicità con cui siamo nati è come se non fosse più.

«Dio ha fatto l’uomo per la felicità, ma l’uomo cerca la morte».4 Cerca la morte perché è l’ultimo a credere nella possibilità di raggiungere questa felicità. Il fatto che preferiamo la morte è una mancanza di amore a noi stessi.5 Insensibilmente scivoliamo in quello che don Giussani accusa nell’intervista apparsa qualche giorno fa: «Non c’è attesa, è come se non si aspettasse più nulla».6 Perciò abbiamo bisogno sempre di un nuovo inizio. Ma questo nuovo inizio non possiamo che domandarlo: non ce lo possiamo dare da noi.
 
II. L’Essere è misericordia
In questa situazione di debolezza sterminata in cui viviamo, per noi è arrivato il momento di vedere quanto Dio è misericordia. L’unica possibilità per noi è un Altro, è l’intervento di un Altro. Dio, il Mistero, si è rivelato come misericordia entrando nella storia. E noi abbiamo incominciato a scoprirlo.

Un giorno, andando per strada, Gesù ha visto uno che era seduto a raccogliere i soldi, si chiamava Matteo. Matteo era già finito in un fare, ma gli è passato accanto uno che lo ha guardato come nessuno prima, fino al punto da fargli dire: «è a me che sta parlando? Sa chi sono?». Uno sguardo come quello non lo si può dimenticare: ha lasciato tutto e gli è andato dietro. Così è accaduto a Zaccheo: era tutto determinato da quella presenza. E così Simone.

Noi conosciamo il Mistero immedesimandoci nello sguardo con cui è stato guardato Matteo, Zaccheo, Simone. Solo chi fa oggi questa esperienza può capire che cos’è la letizia.
Cosa hanno vissuto questi uomini? Un’esperienza di corrispondenza. Da nessuno erano mai stati guardati così, con quella sterminata positività, con quella stima per il proprio essere: «Era uno sguardo rivelatore dell’umano cui non ci si poteva sottrarre. Non c’è nulla che convinca l’uomo come uno sguardo che afferri e riconosca ciò che esso è, che scopra l’uomo a se stesso».7 Il desiderio di felicità si compie in uno che guarda alla nostra vita così: «La felicità è un reale a cui dici: “Tu”. Ed è apparso in forma umana, è stato scritto dall’amministrazione di Betlemme “sul catasto”, questo è Gesù».8

Cristo è “la” strada, non “una” strada, ma “la” strada, perché corrisponde al nostro desiderio di felicità. È “la” strada non perché lo dici tu o lo dice lui, ma perché è l’unica che corrisponde al desiderio di felicità. Senza il desiderio di felicità io non riconoscerei Chi lo compie: il criterio per riconoscere “la” strada è in noi.

Noi possiamo dire che è “la” strada perché abbiamo avuto questa esperienza. La Chiesa, i dogmi dicono ciò che noi possiamo riconoscere nella nostra esperienza. Se i primi hanno detto: «Abbiamo incontrato la verità», è perché hanno avuto questa esperienza di corrispondenza!
Siccome questo desiderio di felicità, che è il criterio per giudicare tutto, anche Gesù, è uguale per tutti, quando incontriamo ciò che vi corrisponde, non è verità soltanto per noi, ma è verità per tutti: se è per me, è per tutti, se corrisponde al mio desiderio di felicità, corrisponde al desiderio di felicità di tutti, anche se devono ancora incontrarlo.
Il nuovo inizio è essere amati, perché la verità è amore. Abbiamo sempre bisogno di questo essere amati, abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi con verità, che ci abbracci incondizionatamente. «L’esperienza è esperienza dell’amore o non è»,9 dice don Giussani nell’intervista.

Il nuovo inizio è il metodo permanente dell’esperienza cristiana: se non fosse un avvenimento che continua a succedere, noi non saremmo qui, non ci sarebbe il cristianesimo, non ci sarebbe la Chiesa. Il nuovo inizio indica il metodo, il primato di questo avvenimento. «Sei coinvolto in un vortice che accade ora, e che ha una storia, ma la storia riprende sempre hic et nunc, altrimenti non è storia, e non c’è storia».10

Perciò, la natura di Cristo - così come è descritta dai Vangeli e appare nella nostra esperienza oggi - è di far tendere alla felicità. Incontrando Gesù, il suo sguardo, uno non vuole più perdere nulla, desidera di più ciò che ha incominciato ad assaporare: il desiderio di felicità incomincia a compiersi, e questo ci fa tendere di più a Colui che lo compie.

In questa situazione devastata, Cristo si manifesta ai nostri occhi come vincitore, hic et nunc: niente, nessuna situazione lo ferma. Cristo vince, è vittorioso, è il vincitore, è il sole che sorge e splende. Cristo è il vincitore della storia attraverso la dabbenaggine imprudente, attraverso la colpevolezza compiuta, attraverso tutta la confusione: Cristo vince, e noi possiamo vedere con i nostri occhi - se sono semplici - questa vittoria: noi siamo segno della Sua vittoria.

Per questo - diceva don Giussani - il capitolo fondamentale del rapporto del mondo intero con Cristo è il sì di Pietro: «Sì, io ti amo Signore». Ma da dove scatta l’affezione a Cristo che è più grande di tutto - di tutto quello che manca, di tutto il nostro male, di tutti i disastri, di tutte le pedofilie dell’universo, di tutti gli attacchi -, se non dall’opera che Lui fa davanti ai nostri occhi?
«Sì, ti amo», vale a dire: la Tua vittoria sul mondo è tutta la mia vita, e non essendo capace di viverlo, questo amore, fammelo vivere tu, quotidianamente, tutti i giorni a uno a uno, in tutti i rapporti a uno a uno! In questa invocazione, in questa preghiera si riassume tutto il nostro desiderio, tutta la nostra attività, tutta la nostra vita. Perciò navighiamo con questa nostra debolezza sterminata sulla soglia del nulla, ma con un inconcepibile attaccamento a Cristo.

Cristo è la misericordia del Padre, Cristo ci rivela il mistero dell’Essere, ci rivela che l’Essere è carità. Per noi dire “l’Essere” è normalmente un’astrazione: com’è terribile - dice don Giussani - che Colui che fa tutto, che fa la bellezza di tutto, diventi astratto! Perché noi stacchiamo l’Essere dall’opera, dal suo manifestarsi; per noi la realtà è apparenza, non la manifestazione dell’Essere. Il soggetto vero di tutto quello che accade fra noi è la Sua presenza, è l’Essere. E noi, in questi giorni, abbiamo visto l’Essere operare: dunque c’è! È l’Essere, non il nulla! L’Essere c’è.

«Come si fa ad affermarlo? Poiché si riconosce che c’è. C’è! Il Mistero c’è».11 Noi lo diamo per scontato, come un già saputo, ma se è scontato, non è per niente saputo. Perché se uno riconosce l’Essere e non viene colpito, non si trova con l’Essere, si trova con il nulla! Se si trova con l’Essere non può non cambiare, non può non sentire una gratitudine dell’altro mondo, non può non vedere la sua vita accompagnata, abbracciata: Colui che ti fa adesso, l’Essere, c’è. È un giudizio: c’è, c’è, c’è! Non dipende dal tuo temperamento, dal tuo sentimento: c’è! Quando uno riconosce che questo Essere che è carità c’è, viene meno la paura per sempre.

Per riconoscerlo occorre la totalità di noi stessi, perché la fede è il compimento della ragione, esige la totalità della ragione, perciò la totalità di te stesso: occorre che ci sia tu! L’Essere ha bisogno di noi. Può darci tutto, ci dà tutto, ma riconoscerlo dipende da noi (io ti posso dare un regalo splendido, ma non posso anche accettarlo per te, questo devi farlo tu!). Questo dà il tono alla personalità cristiana: esso, infatti, non è dato da quello che manca, ma da quello che c’è: la salvezza presente.

«Si accetta solo ciò di cui si è fatta esperienza», diceva ancora don Giussani nell’intervista. «Ciò che c’è, il mistero che c’è, la realtà dell’Essere, si accetta solo in forza di un’esperienza in cui uno è diventato oggetto di Dio», oggetto della preferenza di Dio. «Dio si sopporta, sopporta se stesso perché è carità». «Ma se non è vissuta come esperienza d’amore si finisce per ancorarsi ad una visione tragica, a comunicare la croce senza che questo sia vivificante. Si finisce per comunicare Cristo e ciò che da lui deriva con un discorso pulito, ma non santificante, perché senza un amore, senza essere presi da quel vortice che è il Mistero-Carità si è alla fine sterili».12 O noi partecipiamo di questo vortice dell’Essere, siamo dentro l’operare dell’Essere, della carità dell’Essere, oppure siamo inutili, sterili, non possiamo essere noi stessi e perciò siamo sterili. «Senza Cristo non c’è nulla di sicuro, saremmo nell’insicurezza assoluta. Invece con Lui il singolo è esaltato. Per questo voglio ricondurre tutto a questo: l’Essere è Mistero. Il Mistero c’è».13

Noi leggiamo e diamo per scontato: «Va bene, il Mistero c’è». Ma abbiamo incominciato a domandarci cosa vuol dire? Noi non riusciamo nemmeno a immaginarlo. «Da parte nostra si può solo imitare il Mistero. Parlo dell’Essere come affermazione di una positività, della positività della vita: è carità. È un Altro che salva [te] e il mondo attraverso una cosa nuova fatta nascere nella storia. L’Essere! Tutto fuoriesce dal flusso dell’Essere. Senza Cristo uno si sente disperso in se stesso, inedito, incapace di focalizzare la realtà, incapace anche solo di scorgere con nitore qualsiasi bellezza durevole».14
 
III. Il destarsi della speranza
In chi riconosce e partecipa di questa Presenza non può non destarsi la speranza. La speranza è la parola che viene dopo la misericordia: uno che si sente amato, incomincia a sperare. Il punto nella storia dove questo è iniziato è la Madonna, il punto in cui il Mistero si rende sperimentabile come carità, perché nel suo ventre si è germinato il cuore di Gesù, il fiore di Gesù. Perciò, come don Giussani ha detto nel suo intervento al Meeting di Rimini, la Madonna è «di speranza fontana vivace».15 Lei è la fonte della speranza perché è la fonte di Gesù: Gesù è la speranza della vita.

«Pietro ne aveva fatte di tutti i colori, eppure viveva una simpatia suprema per Cristo (...). Cristo era la fonte, il luogo della sua speranza. Cristo rimaneva, attraverso le nebbie di quelle obiezioni, la fonte di luce della sua speranza. (...). La nostra speranza è in Cristo, in quella Presenza che, per quanto distratti e smemorati, non riusciamo più a togliere dalla terra del nostro cuore»:16 possiamo cadere mille volte, sbagliare mille volte, ma niente, nemmeno noi stessi, riesce a togliere dalla terra del nostro cuore Gesù, l’attaccamento a Gesù.

«Allora viene un fiotto dal fondo di noi, come un respiro che salga dal petto e inebrii tutta la persona e la faccia agire, la faccia desiderare. Scatta dal fondo del cuore»:17 si ricomincia, è un nuovo inizio, si apre la possibilità, si ridesta la speranza. Questo cambiamento che accade in noi appartiene all’avvenimento che Lui è. E Cristo, cambiando noi, incomincia a cambiare la società. Qui è l’inizio della fine: cambiando noi, Cristo incomincia a cambiare il mondo. Perciò quello che viviamo è anche la speranza per tutti.

 IV. L’unità
L’essere partecipi di questa misericordia è la radice dell’unità tra di noi. Siamo uniti non perché bravi, non perché non abbiamo difetti; siamo uniti perché abbiamo una radice comune: l’essere partecipi di questa misericordia. L’unità nasce da questa radice. La mia salvezza accade in un luogo, in questa unità, in questa comunione; la mia salvezza passa dunque per l’appartenenza a questa unità, a questo luogo concreto. Fuori di questa unità siamo niente, anche con tutta la nostra genialità: un soffio e siamo spazzati via! Perciò il cammino verso la felicità, in questo nuovo inizio che riaccade sempre, è possibile soltanto se abbiamo la semplicità di appartenere.

Carron