CONSULTA L'INDICE PUOI TROVARE OLTRE 4000 ARTICOLI

su santi,filosofi,poeti,scrittori,scienziati etc. che ti aiutano a comprendere la bellezza e la ragionevolezza del cristianesimo


Visualizzazione post con etichetta politica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta politica. Mostra tutti i post

venerdì 24 maggio 2019

beatitudini del politico

alcune riflessioni sul profilo morale del politico elaborate dal cardinale Van Thuân, allora presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace.
Sono le “beatitudini del politico”:
***
1º – Beato il politico consapevole del proprio ruolo.
2º – Beato il politico di cui si rispetta l’onestà.
3º – Beato il politico che lavora per il bene comune e non per il proprio.
4º – Beato il politico che si ritiene fedelmente coerente e rispetta le promesse elettorali.
5º – Beato il politico che costruisce l’unità, e facendo di Gesù il suo centro la difende.
6º – Beato il politico che sa ascoltare il popolo prima, durante e dopo le elezioni.
7º – Beato il politico che non ha paura, soprattutto della verità.
8º – Beato il politico che non ha paura dei media, perché al momento del giudizio dovrà rispondere solo a Dio.

lunedì 14 settembre 2015

Mandelbrot, i frattali e i banchieri. Una semplice spiegazione matematica del perché siamo in crisi

Mandelbrot, i frattali e i banchieri. Una semplice spiegazione matematica del perché siamo in crisi

***


settembre 13, 2015 Giovanni Passali

Ecco perché i signori della finanza non hanno mai accettato le conclusioni (corrette) del matematico polacco. Ed ecco perché «sappiamo così poco di come si diventa ricchi o poveri»


frattali-shutterstock_276642884
Prima di proseguire sulla mia analisi della crisi economica e sulla pertinenza dei princìpi espressi dalla Dottrina Sociale della Chiesa, ci tengo a chiarire che ritengo stucchevole l’acceso dibattito sul presunto monetarismo della Bce o sul presunto dominio delle politiche keynesiane. Siamo nel pieno di una “tempesta perfetta”, una spaventosa crisi economica mondiale che già sta mietendo migliaia di vittime (basti pensare, oltre ai suicidi di casa nostra e all’aumento di mortalità infantile in Grecia, ai migliaia di profughi deceduti in mare). Perdersi a discettare delle (interessanti!) teorie keynesiane o della Scuola Austriaca (o di Chicago!) mi sembra veramente tempo perso.
Mi è stata segnalata una pagina web che contiene presentazioni delle teorie keynesiane e austriache con bellissimi grafici con tante linee rette. Peccato che la realtà finanziaria ed economica non vada così, ma segua andamenti di tipo esponenziale, come quelli (già mostrati nel mio primo articolo per tempi.it) della crescita del debito o della stampa di moneta. A questo punto, però, delle scuse mi sembrano obbligatorie. Chiedo perdono se ho dato per scontato ciò che invece, a giudicare dal tono di alcuni commenti ai miei articoli, ovvio evidentemente non era. Faccio le mie scuse ai lettori e procedo con la spiegazione di quanto dovuto.
Il tentativo di guardare alle teorie passate e di dare un giudizio critico è giusto e intelligente, corrisponde al buon senso di capire la storia per imparare dal passato. Ma detto ciò, vanno anche considerati i limiti di questo approccio. Keynes è morto nel 1946; von Mises nel 1973; von Hayek nel 1992 alla veneranda età di quasi 93 anni. Le idee espresse da questi campioni dell’economia mondiale risultano inevitabilmente datate. Oggi il mondo in cui viviamo è completamente cambiato, è completamente diverso. E questo non dipende solo dalle condizioni sociali o dalla presenza di strumenti finanziari allora sconosciuti. Ci sono tre fattori sostanziali che occorre riconoscere per non prendere per oro colato certe affermazioni oggi insostenibili.
Tre fattori fondamentali
Il primo fattore di cui occorre tenere conto è che il mondo industriale ed economico è radicalmente cambiato dopo la Seconda Guerra mondiale. Da allora fino ad oggi, con il progresso tecnologico raggiunto, l’umanità per la prima volta nella sua storia ha la capacità di provvedere in maniera abbondate al proprio sostentamento. Come probabilmente noto a molti lettori, con la produzione alimentare attuale saremmo in grado di sfamare una popolazione doppia rispetto a quella che abita il pianeta terra. Ma allora, i politici, gli economisti e soprattutto le istituzioni internazionali dovrebbero avere vita facilissima a indicare modelli e trovare soluzioni per offrire a tutti una vita almeno accettabile, priva di preoccupazioni almeno per il sostentamento quotidiano. Inoltre lo sviluppo della scienza e le applicazioni tecnologiche degli ultimi cinquant’anni hanno amplificato enormemente le capacità umane, rendendo la vita umana molto più lunga e aumentando in maniera enorme la produttività del lavoro e il tempo di lavoro durante tutta una vita.

Il secondo fattore è quello della struttura bancaria e monetaria. Tutti i personaggi citati hanno avuto modo di vedere all’opera e studiare gli effetti distruttivi dell’eccesso di potere della finanza speculativa, manifestatisi con la Grande Depressione del 1929. Ma a quel problema era stato trovato il giusto freno con la Glass-Steagall del 1933, cioè la legge che divideva le attività bancarie tra raccolta di risparmio e attività finanziaria speculativa. Credo che nessuno di loro potesse immaginare un’epoca futura nella quale questo indispensabile vincolo dell’attività bancaria fosse abolito. Eppure è quello che è avvenuto alla fine del secolo scorso in tutto il mondo moderno (con sospetta sincronia). Con l’attuale struttura il potere di chi stampa moneta è enorme. Di questo aspetto occorre tenere conto in maniera sostanziale.
Il terzo fattore è quello del passaggio di consegne da un potere all’altro. Come con l’epoca dell’industrializzazione il potere è passato dai grandi proprietari terrieri (i latifondisti) ai grandi industriali, così con l’esplosione dei mercati finanziari e della tecnologia il potere è ormai passato dall’industria e dalla capacità produttiva al potere finanziario e monetario, cioè al potere di chi stampa moneta. E qui bisogna rendersi conto che nel modello oggi vigente la finanza domina sull’economia reale, ma la moneta domina sulla finanza. E sugli Stati, da quando le banche centrali si sono sottratte ad ogni controllo, in nome di una presunta indipendenza. Questo è il motivo fondamentale per cui papa Francesco si è scagliato contro il dominio e il governo della moneta: «Il denaro deve servire e non governare!» (Evangelii Gaudium, n. 58).
Perché non sono keynesiano
Se proprio fossi costretto a fare una scelta, sicuramente propenderei per Keynes. E il motivo fondamentale consiste proprio nella sua fissazione sul problema dell’occupazione, fino ad affermare che il governo, in caso di necessità, dovrebbe arrivare a pagare i disoccupati per scavare buche. Ma bisogna pur dire che Keynes pensava a questa soluzione estrema solo quando, in periodo di recessione, tutti gli altri strumenti siano stati utilizzati e non siano sufficienti. E questo mi pare corrisponda in pieno alla Dottrina Sociale della Chiesa, nel punto in cui afferma che «il lavoro, per il suo carattere soggettivo o personale, è superiore ad ogni altro fattore di produzione: questo principio vale, in particolare, rispetto al capitale» (Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 276). Un altro elemento, forse pittoresco, che mi rende simpatico Keynes è la sua origine matematica (all’università si iscrisse a Matematica, poi passò a Economia). Ma la mia sintonia con Keynes finisce qui.

Keynes sicuramente era contrario a una definizione dell’economia come scienza esatta, che possa essere definita con strumenti matematici; per lui l’economia era una scienza sociale. Non posso dargli torto, soprattutto considerando quello che era la matematica dell’epoca.
Ma a parte questo, le idee di Keynes oggi sono semplicemente inapplicabili. E a riprova di ciò, cito il manifesto per uscire dalla crisi dei moderni keynesiani tratto dal loro sito: le ricette proposte alla fine di quel documento sono in gran parte inefficaci nel contesto attuale, e in alcuni punti totalmente inaccettabili e contrarie alla Dottrina Sociale («favorire la riduzione del peso del debito pubblico attraverso la crescita… favorire chi ha maggiore propensione al consumo… favorire la centralizzazione dei capitali…»). Inoltre c’è un enorme buco nero: nessuna considerazione sull’euro come strumento distruttivo dell’economia reale. Questo vuol dire non vedere il problema più grosso.
La finanza è frattale
Ora, rifiutando l’etichetta di keynesiano, se proprio devo subirne una (oltre a quella di “cattolico”), scelgo di essere nominato come seguace di Mandelbrot, o in alternativa come “economista frattale”. Mandelbrot infatti è quel genio matematico scopritore dei noti frattali, cioè quelle figure geometriche reperibili in tantissimi aspetti e forme della natura (oltre ad affascinanti e colorate forme geometriche disegnate al computer). Ma Mandelbrot affrontò anche problematiche presenti nell’economia e nella finanza. Si occupò della distribuzione delle ricchezze e della frequenza degli eventi straordinari, quelli per i quali una generazione vede dissolversi in pochissimo tempo il benessere tanto faticosamente conseguito.

Mandelbrot inizia a studiare queste problematiche nei primi anni Sessanta, ma agli inizi degli anni Ottanta molte sue pubblicazioni hanno reso noti alla comunità scientifica i risultati dei suoi studi. E quei risultati conducono a conclusioni difficili da accettare per la comunità degli economisti, poiché contraddicono tutta la teoria classica e tutti gli sforzi fatti per comprendere l’andamento dei mercati finanziari. Tali sforzi poggiavano le proprie considerazioni sull’idea che l’andamento dei mercati finanziari fosse sostanzialmente casuale nel breve periodo e quindi non prevedibile. Tale casualità rende il mercato non manipolabile, quindi i prezzi di mercato saranno frutto unicamente delle forze agenti sulla domanda e sull’offerta di un determinato bene. Questo aspetto è essenziale, perché altrimenti viene a crollare l’ipotesi che il libero mercato sia fautore del “giusto prezzo”.
Ma la conseguenza della presunta casualità e imprevedibilità delle oscillazioni di prezzo è che la distribuzione delle oscillazioni di prezzo dovrebbe corrispondere a una linea curva nota – per chi ha qualche infarinatura di matematica da liceo – come “gaussiana”. In una curva gaussiana (con la sua tipica forma a campana) il punto più alto corrisponde al valore medio dei dati osservati. In questo caso stiamo parlando delle variazioni di prezzo. Quindi, osservando le variazioni di prezzo di un certo asset (potrebbe essere il prezzo del petrolio o un indice di borsa come l’italiano S&P Mib), il valore medio di tutte le oscillazioni sarà pure quello che si verifica con maggiore frequenza. Le estremità di questa curva rappresentano invece i casi rari, cioè quelli nei quali le oscillazioni saranno prossime allo zero oppure, al contrario, saranno oscillazioni di mercato.
Ebbene, gli studi di Mandelbrot condotti sui dati dei mercati finanziari hanno prodotto come risultato una curva che appare leggermente diversa (sempre una curva a campana) ma i cui valori sono, in rapporto, straordinariamente differenti. Voglio dire che il rapporto tra un evento che ha la probabilità di verificarsi una volta su mille e uno che ha la probabilità di uno su un miliardo, riportati su un grafico avranno una distanza reciproca praticamente indistinguibile a occhio nudo. Il problema è la realtà: un evento catastrofico, che si crede pochissimo probabile, si realizzerà invece con una probabilità di un milione di volte superiore.
Per fare il caso concreto: si crede che un evento come la Grande Depressione abbia (per esempio) una probabilità di verificarsi una volta ogni cento milioni di anni, invece la sua probabilità reale è di una volta ogni cento anni. Così l’ideologia oggi dominante ci sta conducendo a folle velocità lungo il bordo di un burrone, mentre continuano a dirci che va tutto bene. Ma non sono più in grado di controllare e capire l’andamento dell’economia, tanto è vero che continuano a sbagliare giudizi e previsioni e nonostante questo continuano a riproporre le loro ricette sbagliate. Quasi tutte le previsioni di crescita del Pil del Fondo monetario internazionale, da quando è scoppiata la crisi, si sono poi rivelate completamente errate: quasi l’80 per cento di previsioni sbagliate da allora (dal 2008), e continuano a proporre la stessa ricetta sbagliata. Lo hanno fatto con la Grecia, richiedendo tagli e privatizzazioni e prevedendo la crescita del Pil: hanno sbagliato, ma qual è la nuova ricetta? Sempre la stessa! Austerità! Pareggio di bilancio! Cessione di sovranità!
Lo stesso Mandelbrot ha apostrofato con toni durissimi il comportamento dei principali responsabili del sistema monetario. Lo ha fatto nella sua ultima opera, ben prima che scoppiasse la crisi economica:
«È incredibile che si sappia così poco di come si diventa ricchi o poveri, che siano così oscuri i motivi per cui si può vivere negli agi e in buona salute, oppure in miseria e in malattia. I mercati finanziari sono le macchine in cui si decide gran parte del benessere dell’umanità… Barcolliamo tra una crisi e l’altra. In un mondo collegato tutto in rete, lo scompiglio in un certo mercato si diffonde istantaneamente a tutti gli altri, ma abbiamo solo idee vaghe riguardo alle cause del fenomeno e alle possibilità di controllarlo. Le nostre conoscenze sono così limitate che non facciamo ricorso alla scienza, ma agli sciamani. Affidiamo il controllo dell’economia mondiale a un gruppo di anziani, i direttori delle banche centrali. Non capiamo che cosa fanno né perché lo fanno, ma abbiamo una fiducia cieca nella loro capacità di indurre in qualche modo gli spiriti dell’economia a mandarci il sole e la pioggia e a salvarci dal gelo e dalla pestilenza del mondo finanziario» (Mandelbrot-Hudson, Il disordine dei mercati, Einaudi, 2005).
Anche l’economia reale è frattale
Mandelbrot aveva ben compreso che con il libero mercato, cioè con l’assenza di regole, i mercati finanziari erano liberi di mostrare la propria “frattalità”, cioè di avere degli eccessi di prezzo capaci di mandare in rovina finanziaria delle aziende produttivamente sane. Ma accettare i princìpi di Mandelbrot per gli economisti era troppo: voleva dire buttare nel cestino gli studi degli ultimi quarant’anni e ammettere che il libero mercato era instabile, pericoloso e nella maggior parte dei casi non dava il giusto prezzo. Anche per questo hanno sempre rifiutato i risultati delle sue ricerche.

A riconfermare i risultati di Mandelbrot c’è anche la pubblicazione scientifica dell’italiano Antonio Ballarin, il quale nel 2010 ha dimostrato la possibilità di eseguire previsioni corrette per l’80 per cento dei casi persino sui mercati finanziari e sulle estrazioni al gioco della roulette di un casinò (lo ammetto, sono in conflitto di interessi, io sono stato uno dei coautori). E così il caso non esiste e pure i caotici mercati finanziari risultano prevedibili. E con gli studi matematico-finanziari degli ultimi cinquant’anni possiamo farci un grosso falò.
Ma perché l’economia è frattale? Cosa vuol dire in concreto? Il frattale indica una rottura, una variazione non continua, come un interruttore che può essere solo acceso o spento (non ha mille stati intermedi). Per fare un esempio concreto, se un paio di scarpe costa 100 euro e io ho in tasca 130 euro, allora posso acquistarle; anche se ho 110 euro posso acquistarle; ma se ho 90 euro non posso acquistarle. Il problema è proprio questo: con 90 euro non posso acquistare il 90 per cento di un paio di scarpe. Quindi una variazione continua di denaro nelle mie tasche produce un comportamento economico frattale: posso (oppure non posso) acquistare le scarpe. Se non vi sono altre regole o tutele (per esempio, sovvenzioni per gli indigenti), non potrò comprare quelle scarpe e il venditore ne venderà un paio in meno.
Gli errori del Fmi
Immaginiamo un paese nel quale vi sono dieci negozi di scarpe e ogni abitante compra un paio di scarpe all’anno. Tanto basta ai dieci negozi per avere un onesto profitto dal loro lavoro. Ora immaginiamo, per qualsiasi motivo, che il governo ritenga giusto alzare le tasse sulla casa, in modo che il reddito disponibile per ogni cittadino diminuisce del 5 per cento. Ogni abitante avrà a disposizione meno soldi, quindi, chi si trova in difficoltà non avrà il denaro per comprare le scarpe. Se il 70 per cento della popolazione aveva prima un reddito appena sufficiente, allora quel 70 per cento non comprerà un paio di scarpe. Insomma, con un aumento del 5 per cento delle tasse, si potrebbero avere il 70 per cento dei fallimenti di negozi di scarpe. Questo è quello che succede nella realtà e che gli esperti economisti di oggi, fissati su un modello matematico sbagliato, continuano a non capire.

I professoroni del Fondo monetario internazionale avevano calcolato per la Grecia un “moltiplicatore fiscale” pari a 0,5; cioè secondo loro, con una pressione fiscale aumentata del 2 per cento, la diminuzione del Pil sarebbe stata pari all’1 per cento. Invece la realtà è andata in modo completamente differente: il moltiplicatore fiscale si è dimostrato essere pari a 1,5 e le conseguenze sul Pil greco sono state disastrose. E sono gli stessi che continuano a sbagliare costantemente le previsioni del Pil su tutti i paesi, compresa l’Italia. A questi stessi professoroni sono affidate oggi le sorti dei mercati finanziari mondiali. Sono gli stessi i cui lucrosi stipendi sono spesso assicurati dai maggiori istituti bancari mondiali. Uno su tutti: Goldmann Sachs. Per loro hanno lavorato Ciampi, Prodi, Tommaso Padoa-Schioppa, Bini Smaghi, Monti, Draghi. E la stessa banca, insieme agli altri colossi bancari come JP Morgan, ha i suoi funzionari nel consiglio direttivo della Fed. Lo stesso accade alla Bce e alla Banca d’Italia, dove vi sono gli uomini di Unicredit, Banca Intesa, Mps, eccetera.
Tutti questi continuano a tenere in piedi un modello che in ogni caso produce profitti per il sistema bancario, qualsiasi sia l’andamento dell’economia reale. Se l’economia va bene, i banchieri guadagnano; se va male, vengono salvati da chi stampa denaro e gli altri si arrangiano (devono praticare l’austerità!). Le banche piccole possono fallire, quelle più grandi invece hanno la scusa che sono “too big to fail”. Non a caso il banchiere viene definito come colui che presta l’ombrello quando c’è il sole, mentre lo rivuole indietro quando piove. E non è un caso nemmeno il fatto che il bilancio delle banche centrali non è mai stato così florido, da quando è scoppiata la crisi.
I fallimenti dell’economia sono una manna dal cielo per i grandi banchieri: finiscono con l’acquisire a prezzi stracciati beni reali, cioè aziende a cui hanno prestato denaro che loro creano dal nulla. Come diceva una nota pubblicità, a loro “piace vincere facile”. Contro di noi.
La mossa di Draghi
Questo è il quadro nel quale occorre collocare anche le recenti dichiarazioni di Draghi, per comprenderne la portata. Draghi ha annunciato che il limite per gli acquisti dei titoli di Stato è stato innalzato (dal 25 per cento per ogni emissione al 33). Tutti contenti: i mercati finanziari, in calo da alcuni giorni, hanno avuto importanti rialzi.

Ma nessuno fa la domanda fondamentale: chi paga per tutto questo denaro della Bce? Eh sì, paghiamo noi. Infatti questo è denaro che la Bce utilizza per acquistare dalle banche titoli di Stato che sempre più, con il procedere della crisi, vengono considerati prodotti pericolosi. Le banche quindi prendono denaro, creato dal nulla, a un interesse quasi nullo (0,05 per cento) e lo utilizzano per acquistare titoli di Stato che rendono il 2-3 per cento (o più). E questi interessi sono quelli che paghiamo noi cittadini, con le nostre tasse (a questo servono, non ai servizi). E per l’Italia sono circa 80-90 miliardi di interessi che escono dalle nostre tasche. Ma se uscissero in maniera definitiva, l’economia collasserebbe. Allora rientrano nell’economia reale, sotto forma di nuovi prestiti. Così il debito continua e non diminuisce mai.
Mi viene da ripensare alla boriosa vanagloria con cui Renzi ha annunciato una crescita del Pil superiore alle attese dello zerovirgola: si è ben guardato dal notare che nell’ultimo anno il debito ha sfondato il nuovo record a oltre 2.200 miliardi, in aumento del 3,3 per cento rispetto a un anno fa.

Banca di Stato come il Nord Dakota
Non c’è niente da fare: l’unica soluzione a questo sistema bancario e finanziario fallimentare è una banca di Stato. Come nel North Dakota, non a caso l’unico Stato degli Usa a non avere debiti e ad avere una disoccupazione ridotta a livelli fisiologici. E quella del North Dakota è l’unica banca centrale a non far parte della Fed. Infatti la Fed è una federazione di banche centrali, a cui partecipano le banche centrali degli Stati Usa. Ma non tutti. Nel North Dakota per legge lo Stato e tutti gli enti pubblici devono versare i fondi nelle casse della banca centrale, che li usa non per ottenere utili mirabolanti, né per oliare indebitamente le banche private, ma per aiutare la crescita dello Stato. Di fatto agisce come un’’agenzia di sviluppo economico e dunque sostiene progetti d’i investimento, concede finanziamenti a tassi molto bassi, nonché un numero impressionante di prestiti agli studenti a condizioni eque. Il risultato? Disoccupazione al 3 per cento, debito inesistente e redditi delle persone fisiche in costante aumento. Mentre gli altri Stati Usa, con le rispettive banche centrali strette nella gabbia della Fed, annaspano nei debiti, alcuni al limite del fallimento.

Certo, in Italia tante riforme sono utili. Ma senza una banca centrale al servizio dello Stato (che stampa moneta per lo Stato) ogni altra riforma non impedirà la crescita del debito e il collasso finanziario.
La moneta è un bene comune. Non ha alcun senso che venga creata dal nulla e posta tra i passivi di bilancio, come fanno le banche centrali europee. Occorre che venga messa tra gli attivi di bilancio, come fanno gli Stati quando sono loro a creare moneta (e come oggi accade anche in Italia, con le “monetine” che vengono stampate dallo Stato). Solo in questo modo si può dare una attuazione concreta a quel principio di gratuità enunciato da Benedetto XVI: «Lo sviluppo economico, sociale e politico ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio di gratuità come espressione di fraternità» (Caritas in Veritate, n. 34).
Moneta gratis che faccia emergere un valore positivo: il valore di un popolo che, seppure in mezzo a mille difficoltà, lavora e produce qualità. Solo così la moneta non domina sull’economia reale ma si mette al suo servizio.
Ci tengo a precisare che non sto sponsorizzando un ideale mondo di fiabe nel quale basta stampare moneta, senza che alcuno lavori, per stare tutti bene. Ma la presunta scarsità di lavoro (che è una ipotesi fantastica, perché il lavoro come opere da fare non manca mai), non può essere una motivazione per far mancare il necessario.
Riporto qui le parole di una lettera enciclica: «E a questo proposito occorre osservare che fuori di argomento e bene a torto applicano alcuni le parole dell’Apostolo: chi non vuole lavorare non mangi (2 Tess 3, 10), perché la sentenza dell’Apostolo è proferita contro quelli che si astengono dal lavoro, quando potrebbero e dovrebbero lavorare, e ammonisce a usare alacremente del tempo e delle forze del corpo e dell’anima, né aggravare gli altri, quando da noi stessi ci possiamo provvedere; ma non insegna punto che il lavoro sia l’unico titolo per ricevere vitto e proventi (cfr. 2 Tess 3,8-10). A ciascuno dunque si deve attribuire la sua parte di beni e bisogna procurare che la distribuzione dei beni creati, la quale ognuno vede quanto ora sia causa di disagio, per il grande squilibrio fra i pochi straricchi e gli innumerevoli indigenti, venga ricondotta alla conformità con le norme del bene comune e della giustizia sociale» (Quadragesimo Anno, n. 59-60).
E questo è attuabile concretamente solo se lo Stato stampa la sua moneta, senza indebitarsi con nessuno.

lunedì 1 settembre 2014

Fausto Bertinotti, comunista pentito: "Abbiamo sbagliato tutto"

Fausto Bertinotti, comunista pentito: "Abbiamo sbagliato tutto"

***


Il comunismo? «Ha fallito». La cultura politica da cui si deve ripartire? «Quella liberale, che ha difeso i diritti dell’individuo». Il gesto più rivoluzionario di questi anni? «Le dimissioni da Papa di Joseph Ratzinger». L’unica delle tre grandi culture del Novecento che è in vita oggi? «Quella cattolica, che è stata rivitalizzata da papa Francesco che si sta guadagnando consenso e attenzione di mondi lontani». Parole clamorose, perché a pronunciarle è l’ultimo dei Mohicani della vecchia sinistra italiana: Fausto Bertinotti, il leader di quella che è stata Rifondazione comunista. Un discorso-choc quello che l’ex presidente della Camera ha pronunciato a Todi il 29 agosto scorso, che in qualche modo segna il vero cambiamento epocale della politica italiana, la chiusura definitiva di quella che è stata la prima Repubblica.
Bertinotti ha raccontato che il mondo è effettivamente cambiato in modo così sorprendente da abbattere qualsiasi tentazione di nostalgia. «Noi tutti siamo con un piede in un mondo che conosciamo e con un piede in un mondo che fuoriesce totalmente dal nostro quadro di conoscenze», ha premesso l’ex leader rosso. E ha raccontato un episodio per rendere l’idea: «L’altra sera stavo con alcuni dei migliori studiosi e scienziati italiani e con qualche brivido ho sentito dire che beh, insomma, non è ormai così fuori dalla portata potere progettare un essere umano e stabilire se debba avere occhi azzurri piuttosto che scuri con una taglia piuttosto che un’altra. Insomma, grosso modo come si comprerebbe un vestito...».
Una trasformazione radicale, quindi, che secondo Bertinotti «chiede una rifondazione delle grandi visioni del mondo. La sinistra che io ho conosciuto, quella della lotta per l’eguaglianza degli uomini, quella che chiedeva ai proletari di tutto il mondo di unirsi, è finita con una sconfitta. Io appartenevo a questo mondo. Questo mondo è stato sconfitto dalla falsificazione della sua tesi (l’Unione sovietica) e da un cambiamento della scena del mondo che possiamo chiamare globalizzazione e capitalismo finanziario globale». E qui la scelta di campo che non ti saresti aspettato dall’ex segretario di Rifondazione comunista: «Io penso che la cultura liberale- che è stata attenta più di me e della mia cultura all’individuo, alla difesa dei diritti dell’individuo e della persona contro il potere economico e contro lo Stato - è oggi indispensabile per intraprendere il nuovo cammino di liberazione».
Bertinotti si è reso conto di quel che stava dicendo: «Faccio fatica a dirlo. Ma io appartengo a una cultura che ha pensato che si potessero comprimere- almeno per un certo periodo- i diritti individuali in nome di una causa di liberazione. Abbiamo pensato che se per un certo periodo era necessario mettere la mordacchia al dissenso, eh, beh... ragazzi, c’era la rivoluzione». Ecco l’auto-accusa terribile: «La mia storia ha pensato che si potesse comprimere le libertà personali. L’intellettualità europea fra il 1945 e il 1950 è stata tutta comunista. Jean Paul Satre, Andrè Gide, Albert Camus per parlare dei francesi. In Italia tutti, proprio tutti: i registi del neorealismo, i principali cattedratici italiani, i grandi scrittori, le case editrici. Erano tutti comunisti. E adesso non mi dite per favore che non si sapeva niente di cosa accadeva in Unione Sovietica, e che bisognava attendere il 1956 o Praga!».
E anche questo è un racconto della storia di Italia che non è mai stato fatto nemmeno dai post-comunisti. Dopo questo lavacro purificatore, il nuovo battesimo bertinottiano: «Io penso che la cultura liberale ha in maniera feconda scoperto prima, poi difeso e rivalutato il diritto individuale come incomprimibile. Se io oggi dovessi riprendere il mio cammino politico vorrei mettere nel mio bagaglio oltre a quel che c’è di meglio della mia tradizione, sia pure rivisitata molto criticamente, ma soprattutto ciò che viene portato dalla tradizione liberale e da quella cattolica».
Era serata di grandi rivisitazioni, e non è sfuggito nemmeno qualcosa di più stretta attualità: nemmeno il sindacato è sfuggito al piccone di Bertinotti, che pure è stato una vita dirigente della Cgil: «ll sindacato in Italia ha subito una mutazione genetica», ha spiegato l’ex presidente della Camera. «È diventato un pezzo dello Stato sociale. Da 20 anni ormai ha smesso di avere una capacità rivendicativa autonoma, e si è messo a sedere ai tavoli di concertazione con governo e imprenditori». Bertinotti ha fatto un esempio pratico e assai illuminante dei risultati di questa scelta sindacale: «Nel 1975 i salari italiani erano i più alti di Europa. Più alti di quelli che c’erano in Germania: un operaio di Mirafiori prendeva di più di un operaio della Volskwagen, e la Fiat faceva 2 milioni di automobili. Oggi i salari italiani sono fra i più bassi di Europa. Qualcosa evidentemente non ha funzionato, e il sindacato è parte di questo qualcosa. Ha scelto sempre il male minore. Ma soprattutto ha scambiato la difesa dei lavoratori con un riconoscimento crescente del suo ruolo istituzionale. Hanno fatto meno contratti e sono andati più volte a palazzo Chigi».
E ora Cgil e compagnia sono destinati a scomparire: « Ora arriva Matteo Renzi», ha chiosato il suo intervento Bertinotti, «che ti cancella e il sindacato non ha più armi per difendersi. Perché nel frattempo sono i lavoratori a non riconoscerti più come prima. Avresti dovuto rinunciare tu al sovrappiù di permessi sindacali nel pubblico impiego, non fartelo imporre. Un sindacato così è un sindacato disarmato, che prima o poi si fa irretire nella rete del potere».
di Franco Bechis

domenica 13 luglio 2014

usurai mondiali

LA SAGGEZZA DELLA CHIESA (ANNO 1931) 
                                     ***

«Un potere illimitato e una dominazione economica dispotica si trovano concentrati in pochissime mani. Questo potere diviene particolarmente sfrenato quando sia esercitato da coloro che, controllando il
danaro, amministrano il credito e ne decidono la concessione. Essi somministrano – per così dire – il sangue all’intero organismo economico e ne arrestano la circolazione quando loro convenga; tengono in pugno l ‘anima della produzione, in guisa che niuno osi respirare contro la loro volontà».

[S.S. Pio XI, Enciclica "Quadragesimo Anno" - 15 maggio 1931]

domenica 8 giugno 2014

L’ITALIA STA PRECIPITANDO (NON SOLO ECONOMICAMENTE). COSI’ SI UCCIDE LA LIBERTA’


L’ITALIA STA PRECIPITANDO (NON SOLO ECONOMICAMENTE). COSI’ SI UCCIDE LA LIBERTA’
***

Si dice che sia stato un verso di Paul Verlaine cantato da Charles Trenet (“il lamento dei violini è stanco”), a dare il segnale in Francia del D-Day, lo sbarco in Normandia.
Così settant’anni fa, il 6 giugno 1944, tornava la libertà in Europa.
Quale Verlaine e quale Trenet oggi potrebbero accendere gli animi nel no
stro Paese se nemmeno ci rendiamo conto che stiamo progressivamente perdendo quella libertà così drammaticamente conquistata?
Siamo tanto vessati e rassegnati da non accorgercene neanche. Eppure tutti gli indicatori segnano allarme rosso. Credete che stia esagerando? Pensate che sia il solito allarmismo enfatico degli apocalittici?
Premesso che io mi colloco da sempre – come opinione e come visione del mondo – fra i moderati e che ho sempre combattuto come la peste estremismi, radicalismi, utopismi, catastrofismi di ogni genere, provo a mettere in fila una serie di fatti e di dati recenti.
Partiamo dalle libertà economiche.

DISASTRO

Il Rapporto 2014 della Corte dei Conti nei giorni scorsi è tornato a dirci che siamo il Paese più tartassato d’Europa: alla fine del 2013 il 43,8 per cento del Pil se n’è andato in tasse, tre punti più del 2000 e quattro punti in più rispetto alla media degli altri Paesi Ue (poi, com’è noto, c’è chi fornisce dati ancora più cupi).
In pratica siamo a livelli da esproprio (per non parlare degli immobili).
Lavoriamo gratis per un padrone, lo Stato, più di metà dell’anno, senza avere in cambio servizi almeno decenti. Ma anzi con uno spettacolo di sprechi, ruberie e corruzione che fanno ribollire il sangue.

Nonostante un così pesante dissanguamento non è che stiano rimettendo le cose a posto.
Anzi, il macigno del debito pubblico che grava su di noi e sui nostri figli invece di diminuire, come avevano previsto per quest’anno Monti (118 per cento) e Letta (129 per cento), aumenta e proprio quest’anno sfonderà il 135 per cento: è il quarto debito pubblico del mondo (2.100 miliardi di euro).
Non siamo alla frutta, ma alla grappa.
E nessuno vuole ammettere di aver sbagliato strada (lo stesso Renzi pare sulla stessa via). Intanto la nostra economia – un tempo fiorente - è stata messa in ginocchio.
Nei giorni scorsi abbiamo perso un altro posto nella classifica delle potenze industriali del pianeta (ormai ottavi).
Siamo già al terzo anno di cura “illuminata” dell’economia e in due anni ventimila aziende hanno chiuso i battenti. In totale dal 2007 la produzione è crollata del 25,5 per cento (mentre nel mondo aumentava del 10 per cento). Dal 2001 abbiamo perso più di un milione di posti di lavoro.
Così a questa (op)pressione fiscale e all’esplosione del debito pubblico si aggiunge il vertiginoso aumento della disoccupazione, oggi al 13,6 per cento, che fra i giovani diventa un tragico 46 per cento.
E si aggiungono le mille oppressioni burocratiche che limitano o rendono impossibile la libertà di intrapresa e la nostra competitività (il nostro cuneo fiscale è al 47,8 per cento, mentre la media Ue è al 42).
Possiamo facilmente concludere che la nostra libertà economica è morta. O almeno morente.


SUDDITI

E le libertà politiche sono in coma. E’ noto infatti il principio liberale su cui sono nate le democrazie moderne: “no taxation without representation”.
Tale principio dice che – contrariamente a quanto si pensa in Italia, specie a sinistra – le tasse non sono un salasso dovuto al sovrano-Stato perché sperperi miliardi, magari sotto la bandiera ideologica (fasulla) della redistribuzione del reddito, come se i contribuenti fossero dei rei da punire per i soldi guadagnati che – secondo gli statalisti - sarebbero sottratti ai “poveri”.
Al contrario sono nuova ricchezza prodotta col loro lavoro.
Nelle moderne democrazie i contribuenti non sono né rei da punire né sudditi da spennare: sono i veri sovrani e le tasse che pagano devono avere una contropartita vera in servizi efficienti, con uno Stato al servizio dei cittadini e non viceversa.
E tale tributo deve essere governato da coloro che i (tar)tassati hanno eletto per amministrare i loro soldi.

Questo meccanismo – che poi si chiama democrazia – è stato scardinato a livello nazionale in molti modi.
Anche con leggi elettorali dove non è più ammesso scegliere né candidati né partiti (ci hanno perfino persuaso che ci sottraevano le preferenze “per il nostro bene”) e da “leggi truffa” (presenti e future) dove delle minoranze finiscono per avere abnormi maggioranze parlamentari.

FINE DELL’INDIPENDENZA

A livello internazionale poi quel principio è stato travolto da progressive e colossali cessioni di sovranità che ci hanno sottratto il governo della moneta, delle politiche fiscali ed economiche cosicché tutti oggi ci sentiamo governati da tecnocrazie che non abbiamo eletto (dalla Bce alla Commissione europea) o da governi, come quello tedesco, eletti da altri (con annessa Bundesbank).
E siamo in balia di altre tecnocrazie sovranazionali (come il Fmi o il Wto) che decidono le sorti dei popoli e degli stati (il caso greco, ma anche il caso italiano, dovrebbero farci chiedere se siamo ancora popoli che possono eleggere i loro governi).

Ma l’agonia delle nostre libertà ha pure indicatori spiccioli.
Per esempio quelli che mostrano un raddoppio di furti e rapine al Centro-Nord: l’insicurezza della persona e dei suoi beni (e l’inefficienza dello Stato a garantirli) fa parte di questa erosione della libertà personale.
Evidente pure nella sfera della vita privata.
Ieri i giornali riportavano la notizia di Vodafone che ha dovuto consentire alle autorità di 29 Stati di intrufolarsi nelle utenze telefoniche e il primato – guarda caso – spetta all’Italia: nel 2013 sono stati forniti i dati di ben 605.601 utenze su richiesta di procure e forze dell’ordine. Cifra abnorme a cui vanno aggiunte le istanze inviate agli altri gestori (Telecom in testa) e poi le vere e proprie intercettazioni.
Tutto questo mentre lo scandalo “Datagate” di Snowden qualche mese fa ha svelato che siamo tutti sotto controllo da Oltreoceano e non solo. E’ la tomba della privacy e della libertà.
Ma non basta.

TIRANNIA

Ora in Italia c’è in cantiere addirittura una legge, quella contro la cosiddetta omofobia, che rischia di introdurre perfino il reato d’opinione. Inconcepibile in democrazia.
C’è inquietudine pure fra molti giuristi che si chiedono, come Ferrando Mantovani, professore emerito di Diritto penale all’Università di Firenze, se “il prevedibile esito della proposta di legge (se approvata) stante la sua indeterminatezza, sia quello di perseguire penalmente, in quanto atti di discriminazione fondati sulla omofobia, anche il sostenere l’inammissibilità del matrimonio omosessuale, l’esigenza dei bambini di avere un padre e una madre, il divieto di adozione di bambini da parte delle coppie omosessuali, il formulare giudizi di disvalore degli atti omosessuali sulla base delle Sacre Scritture, della tradizione della Chiesa cattolica e del pensiero di altre religioni; il semplice citare pubblicamente passi evangelici sulla sodomia; il dibattere se l’orientamento sessuale sia modificabile o immodificabile e se la modificazione sia un’affermazione scientificamente fallace o meno; l’applicare a persone omosessuali, che liberamente lo richiedano, le cosiddette terapie riparative per correggere l’orientamento sessuale o considerare meritevole di aiuto il disagio esistenziale di cui soffrono certi omosessuali. Con la conseguente violazione dei diritti, costituzionalizzati, della libertà di manifestazione del pensiero, della libertà religiosa e della libertà di educazione dei genitori verso i figli, comprendente anche l’educazione sessuale”.
Peraltro il movimento delle “Sentinelle in piedi”, costituito in molte città per opporsi a questo Ddl, in queste settimane, durante le sue manifestazioni silenziose, è stato sottoposto in più casi ad atti di intolleranza inammissibili, di fronte ai quali le autorità e i media sono pressoché indifferenti.
Così muore la libertà di un Paese.


Antonio Socci

Da “Libero”, 8 giugno 2014
www.antoniosocci.com


venerdì 28 marzo 2014

Messa del Papa con i parlamentari italiani: no ai "dottori del dovere", apriamo il cuore a Dio


Messa del Papa con i parlamentari italiani: no ai "dottori del dovere", apriamo il cuore a Dio

***


2014-03-27 Radio Vaticana
Al tempo di Gesù c’era una classe dirigente che si era allontanata dal popolo, lo aveva “abbandonato”, incapace di altro se non di seguire la propria ideologia e di scivolare verso la corruzione. Lo ha affermato Papa Francesco all’omelia della Messa celebrata questa mattina presso l'Altare della Cattedra in San Pietro, alla presenza di 493 parlamentari italiani. Il servizio di Alessandro De Carolis:
Interessi di partito, lotte interne. Le energie di chi comandava ai tempi di Gesù erano per queste cose al punto che quando il Messia si palesa ai loro occhi non lo riconoscono, anzi lo accusano di essere un guaritore della schiera di Satana. Ad ascoltare di primo mattino le parole di Papa Francesco nella Basilica Vaticana c’è gran parte del parlamento italiano, compresi nove ministri e i presidenti di Senato e Camera, Pietro Grasso e Laura Boldrini. La prima lettura, tratta dal Libro di Geremia, mostra il profeta dare voce al “lamento di Dio” verso una generazione che, osserva il Papa, non ha accolto i suoi messaggeri e che invece si giustifica per i suoi peccati. “Mi hanno voltato le spalle”, cita Papa Francesco, che commenta: “Questo è il dolore del Signore, il dolore di Dio”. E questa realtà, prosegue, è presente anche nel Vangelo del giorno, quella di una cecità nei riguardi di Dio soprattutto da parte dei leader del popolo:
“Il cuore di questa gente, di questo gruppetto con il tempo si era indurito tanto, tanto che era impossibile ascoltare la voce del Signore. E da peccatori, sono scivolati, sono diventati corrotti. E’ tanto difficile che un corrotto riesca a tornare indietro. Il peccatore sì, perché il Signore è misericordioso e ci aspetta tutti. Ma il corrotto è fissato nelle sue cose, e questi erano corrotti. E per questo si giustificano, perché Gesù, con la sua semplicità, ma con la sua forza di Dio, dava loro fastidio”.
Persone, prosegue Papa Francesco, che hanno sbagliato strada. Hanno fatto resistenza alla salvezza di amore del Signore e così sono scivolati dalla fede, da una teologia di fede a una teologia del dovere”:
Hanno rifiutato l’amore del Signore e questo rifiuto ha fatto sì che loro fossero su una strada che non era quella della dialettica della libertà che offriva il Signore, ma quella della logica della necessità, dove non c’è posto per il Signore. Nella dialettica della libertà c’è il Signore buono, che ci ama, ci ama tanto! Invece, nella logica della necessità non c’è posto per Dio: si deve fare, si deve fare, si deve… Sono diventati comportamentali. Uomini di buone maniere, ma di cattive abitudini. Gesù li chiama, loro, ‘sepolcri imbiancati’”.
La Quaresima, conclude Papa Francesco, ricorda che “Dio ci ama tutti” e che dobbiamo “fare lo sforzo di aprirci” a Lui:
“In questa strada della Quaresima ci farà bene, a tutti noi, pensare a questo invito del Signore all’amore, a questa dialettica della libertà dove c’è l’amore, e domandarci, tutti: Ma io sono su questa strada? O ho il pericolo di giustificarmi e andare per un’altra strada?, una strada congiunturale, perché non porta a nessuna promessa. E preghiamo il Signore che ci dia la grazia di andare sempre per la strada della salvezza, di aprirci alla salvezza che viene soltanto da Dio, dalla fede, non da quello che proponevano questi ‘dottori del dovere’, che avevano perso la fede  e reggevano il popolo con questa teologia pastorale del dovere”

domenica 26 gennaio 2014

La politica non può salvare l'uomo

L'AVVENTURA DEL VIAGGIO 6 - La politica non può salvare l'uomo PDF Stampa E-mail

***



Dopo la questione dell’educazione affettiva Dante affronta subito anche quella dell’impegno politico. Potremmo anche dire che il poeta ha fin da subito sottolineato gli ambiti e i problemi fondamentali dell’umana esistenza: la «decisione per l’esistenza» (primi tre canti), la vocazione/affettività (canto V), il vivere associato (canto VI).
Nel canto VI dell’Inferno viene descritto il III cerchio, «de la piova/ etterna, maladetta, fredda e greve». A custodia delle anime si trova Cerbero, che nel Medioevo rappresenta sia l’ingordigia che le discordie civili. «Fiera crudele e diversa», provvista di tre teste, dagli occhi vermigli, dalla barba unta e atra, il mostro, mutuato dall’Eneide virgiliana, «graffia li spirti ed iscoia ed isquatra». Sono le anime dei golosi. Dante incontra qui Ciacco, soprannome che significa «porco» a designare il peccato per cui è condannato all’Inferno. Questi si presenta dichiarandosi appartenente alla città di Firenze, «ch'è piena/ d'invidia sì che già trabocca il sacco […]». Il poeta fiorentino non rivela particolare affetto per il conterraneo. Anzi, quanto è il trasporto affettivo nei confronti di Paolo e Francesca, emerso nel canto precedente, altrettanto è il distacco che trapela per Ciacco. Solo apparente è, infatti, il dolore che prova per il goloso («il tuo affanno/
mi pesa sì, ch'a lagrimar mi 'nvita»), perché subito lo incalza con tre domande: a che punto arriveranno i fiorentini con le loro discordie, c’è qualche giusto, quali sono le ragioni che hanno disseminato l’odio nella città? Ciacco risponde con precisione e grande sintesi. Il futuro di Firenze vedrà prima la supremazia dei Guelfi bianchi, poi prenderanno il potere i neri grazie all’appoggio del Papa Bonifacio VIII. «Giusti son due, e non vi sono intesi;/ superbia, invidia e avarizia sono/ le tre faville c'hanno i cuori accesi». I tre gravi peccati che non permettono agli uomini di vivere in pace, nel rispetto reciproco e nella prospettiva di realizzare il bene comune, sono l’«amor excellentiae» (come san Tommaso definisce il desiderio di primeggiare non riconoscendo il valore altrui), l’invidia ovvero il «guardare male, con ostilità qualcuno» e la brama di denaro.


A questo punto Dante sottopone a Ciacco una quarta domanda: dove sono coloro «ch'a ben far puoser li 'ngegni» come Farinata, Arrigo, Mosca? Dante offre qui una bellissima definizione del politico: colui che ha usato la sua intelligenza e i suoi talenti per compiere il bene comune. Celebre è la definizione che Aristotele diede dell’uomo come «animale sociale», ovvero essere che per natura tende ad aggregarsi e a vivere associato, consapevole dei vantaggi e delle convenienze di quello che il filosofo J. J. Rousseau avrebbe poi chiamato il «patto sociale». L’affermazione di Aristotele sottolinea la naturalezza dell’impegno politico, nel senso ampio del termine. L’uomo è per natura portato a giocarsi nella rete di rapporti con i propri simili per affrontare i problemi non da un punto di vista individualistico, ma comunitario.

Con la laconicità che lo contraddistingue Ciacco risponde che Dante potrà vedere quei politici di cui vuole avere notizie se scenderà più in basso nell’Inferno, perché essi sono collocati nella parte più bassa. La risposta di Ciacco non vuole senz’altro significare che l’attività politica schiuda di per sé le porte dell’Inferno, ma ribadisce come non basti il «ben far» per salvarsi, cioè non è sufficiente dedicare il proprio tempo al vivere associato, occorre che la propria dedizione sia illuminata, occorre una sorta di purificazione dell’agire politico. La politica non salva l’uomo, né tantomeno un grande personaggio politico, come ad esempio Farinata (di cui si accenna qui e che troveremo nel canto X dell’Inferno tra gli eretici).
«Essendo la politica un’attività dell’uomo, ha bisogno di purificazione. Deve continuamente essere liberata dall’«ideologia». Infatti la libertà umana non è solo limitata perché sempre storicamente situata, ma è anche ferita dal peccato» (Angelo Scola). Che cosa può purificare l’agire politico? «L’incontro con Gesù Cristo, attraverso la fede nella comunità ecclesiale, si propone all’uomo come strada e forza per questa purificazione anche sociale. Di  purificazione non ha bisogno solo l’amore interpersonale (eros-agape), ma anche quello sociale (giustizia-carità)» (A. Scola).
In un’epoca come la nostra in cui sembra concretizzarsi il disinteresse per la politica profetizzato dall’intellettuale francese Alexis de Tocqueville (1805-1859), in cui si è persa la consapevolezza che l’impegno politico è per il bene comune, giova ricordare la lezione di Dante, quale emerge dalla sua azione indefessa e imparziale all’interno del comune fiorentino prima dell’esilio e come si chiarisce nell’opera principale che dedicò all’attività politica, ovvero il De monarchia. All’epoca della sua diffusione il trattato venne considerato anacronistico, perché rilanciava le due istituzioni tipicamente medioevali, Impero e Chiesa, ormai pienamente in crisi nei primi decenni del Trecento. Venne addirittura posto all’indice per secoli. Da altri venne interpretato e utilizzato strumentalmente a fini politici. Ora, gioverà riflettere su alcune considerazioni del trattato per giudicare più correttamente e senza pregiudizi il valore della posizione di Dante. La necessità dell’Impero è giustificata dal fatto che l’unità imperiale permette la pace che è, a sua volta, la condizione indispensabile perché ciascun uomo possa perseguire il fine della vita umana, la felicità. In pratica l’Impero (oggi noi potremmo dire lo Stato) appare come strumento dell’uomo e della persona, non certo il fine.  Dante insiste sul fatto che due sono i fini della vita umana, la felicità di questa terra e la beatitudine nell’altro mondo, ovvero la felicità per sempre. In questo contesto Dante sottolinea l’importanza della presenza di un’autorità morale e religiosa cui far riferimento, da lui identificata nel papato. Quindi, unità territoriale in una realtà politica unica e riferimento morale appaiono come la possibilità di garanzia di una condizione che permetta la crescita dell’uomo.
A distanza di settecento anni la storia dell’Europa, segnata ininterrottamente da guerre, insegna che l’unificazione economico-politica europea ha comportato sessanta anni di pace. Nel contempo, questi ultimi decenni sottolineano, però, come in Europa ci siano più volti ed anime, non si sappia a chi far riferimento nelle scelte importanti e sia necessaria un’autorità morale. Ora più che mai è evidente che non è possibile realizzare un’unità territoriale su basi economiche e politiche laddove non vi siano dei riferimenti ideali comuni e condivisi. La teoria dei due soli, giudicata così frettolosamente come anacronistica, illumina invece il passato dell’Europa come il presente. Non si deve credere che Dante volesse proporre una realtà politica su basi teocratiche. Dante ha sempre voluto evidenziare la divisione tra potere temporale e potere spirituale, il primo gestito dall’autorità imperiale, il secondo affidato alla Chiesa. Ai suoi tempi, venne addirittura additato come acceso oppositore della tesi teocratica assai diffusa tra fine del Duecento e inizio del Trecento.
La posizione di Dante è chiaramente espressa nel canto centrale di tutta la Commedia, il XVI del Purgatorio, in cui Marco Lombardo così si esprime:  «Soleva Roma, che 'l buon mondo feo,/due soli aver, che l'una e l'altra strada/facean vedere, e del mondo e di Deo./L'un l'altro ha spento; ed è giunta la spada/col pasturale, e l'un con l'altro insieme/per viva forza mal convien che vada;/però che, giunti, l'un l'altro non teme». Ovvero, Roma aveva due soli, due riferimenti, l’uno mondano e politico, l’altro religioso. Quando i poteri temporale e religioso sono affidati ad una sola figura non procedono bene. Ma stiamo attenti ad interpretare correttamente le parole di Dante. Ai nostri giorni Dante criticherebbe certamente con toni aspri la posizione laicista odierna secondo la quale le riflessioni religiose possano essere espresse solo in uno spazio privato, mentre in ambito pubblico non si possa esporre la propria convinzione di fede. Per Dante, infatti, l’uomo è sempre integrale, mai disunito, e porta sempre con sé in ogni ambito il proprio credo, le proprie convinzioni, i propri ideali. Non esiste una settorializzazione degli ambiti, ma l’unità della persona investe ogni aspetto della vita, dalla cultura alla politica alla letteratura. La coerenza dell’agire, non l’infallibilità, proviene da questo convergere dello sguardo sempre e solo al bene di sé e dell’altro. Nella visione dantesca, potremmo asserire con espressione sintetica, che la politica è eteronoma, non autonoma, non è un ambito separato dagli altri, ma afferisce agli altri ambiti, alla cultura, all’etica, alla religione, all’antropologia. Oggi, invece, sembra dominare gli scenari nazionali e internazionali l’insegnamento di Machiavelli. Il codice di comportamento e di riferimento etico sembra, infatti, mutare in relazione al fatto che ci si trovi in una dimensione privata o sociale o politica. Convinzioni religiose e ideali possono aver valore solo nella dimensione privata.  In una dimensione più ampia, quella dei rapporti sociali, si possono condividere valori etici o si possono assumere atteggiamenti diplomatici di tolleranza e di correttezza. Nella sfera politica, infine, sembra vigere un codice deontologico differente, unico, permesso, tollerato. Machiavelli docet, è l’ipse dixit sottaciuto, di cui si misconosce magari il valore, ma che invece si applica in ogni ambito. L’uomo politico, il principe, può essere simulatore e dissimulatore, fingere e, nel contempo, fingere di non aver finto. Le azioni da lui compiute saranno sempre giustificate se buone per lo Stato. Il principe dovrà, invece, guardarsi dal compiere azioni che possano ledere in qualche modo la grandezza dello Stato, mentre potrà compiere o meno quelle azioni, anche immorali, che sono insignificanti per lo Stato. In poche parole la legge dell’agire è la ragion di Stato, cioè il suo mantenimento o ingrandimento, ovvero il fine giustifica i mezzi nell’ambito politico, cioè qualsiasi azione è consentita per conservare il potere o per ottenerlo.
Nella prospettiva di Dante, l’uomo non è mezzo e strumento finalizzato all’Impero, bensì quest’ultimo ha come fine garantire la libertà della persona e permettere che il singolo possa ricercare la felicità. La politica contemporanea sembra aver dimenticato questa funzione dello Stato sorto dopo l’uomo, dopo la persona e fondata dalle persone per favorire la garanzia dei diritti inalienabili dell’uomo. I diritti e il valore della persona non sono certo per questo fondati sullo Stato, ma sono connaturati all’uomo.  I politici non si possono dimenticare che «il giusto ordine della società e dello Stato è compito centrale della politica» (Scola). In questo senso non può esistere pace senza giustizia. «Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli stati se non delle grandi bande di ladri?» afferma sant’Agostino. La constatazione che lo Stato debba garantire un giusto ordine non significa certo che esso si debba sostituire al popolo, alle sue iniziative, alle sue opere e al servizio della carità.

sabato 23 febbraio 2013

Regole per uscire dalla crisi

 Regole per uscire dalla crisi
                      ***                    

"Non si può arrivare alla prosperità scoraggiando l'impresa,
 non si può rafforzare il debole indebolendo il forte,
 non si può aiutare chi è piccolo abbattendo chi è grande, 
non si può aiutare il povero distruggendo il ricco,
 non si possono aumentare le paghe rovinando i datori di lavoro,
 non si può progredire serenamente spendendo più del guadagnato,
 non si può promuovere la fratellanza umana predicando l'odio di classe,
 non si può instaurare la sicurezza sociale adoperando denaro imprestato,
 non si può si può formare carattere e coraggio togliendo iniziativa e indipendenza,
 non si può aiutare continuamente la gente facendo in sua vece quello che potrebbe e dovrebbe fare da sola". (ABRAMO LINCOLN)
"Non si può arrivare alla prosperità scoraggiando l'impresa, non si può rafforzare il debole indebolendo il forte, non si può aiutare chi è piccolo abbattendo chi è grande, non si può aiutare il povero distruggendo il ricco, non si possono aumentare le paghe rovinando i datori di lavoro, non si può progredire serenamente spendendo più del guadagnato, non si può promuovere la fratellanza umana predicando l'odio di classe, non si può instaurare la sicurezza sociale adoperando denaro imprestato, non si può si può formare carattere e coraggio togliendo iniziativa e indipendenza, non si può aiutare continuamente la gente facendo in sua vece quello che potrebbe e dovrebbe fare da sola". (ABRAMO LINCOLN)

venerdì 30 novembre 2012

CHE GRANDE PLATONE !!! CHE PAROLE PROFETICHE !!!

 CHE GRANDE PLATONE !!!
CHE  PAROLE PROFETICHE !!!
***
Quando la città retta a democrazia si ubriaca, con l'aiuto di cattivi coppieri, di libertà confondendola con la licenza, salvo a darne poi colpa ai capi accusandoli di essere loro i responsabili degli abusi e costringendoli a comprarsi l'impunità con dosi sempre più massicce d'indulgenza verso ogni sorta d'illegalità e di soperchieria; quando questa città si copre di fango accettando di farsi serva di uomini di fango per poter continuare a vivere e ad ingrassare nel fango; quando il padre si abbassa al livello del figlio e si mette, bamboleggiando, a copiarlo perché ha paura del figlio; quando il figlio si mette alla pari del padre e, lungi dal rispettarlo, impara a disprezzarlo per la sua pavidità; quando il cittadino accetta che, di dovunque venga, chiunque gli capiti in casa possa acquistarvi gli stessi diritti di chi l'ha costruita e c'è nato; quando i capi tollerano tutto questo per guadagnare voti e consensi in nome di una libertà che divora e corrompe ogni regola ed ordine, c'è da meravigliarsi che l'arbitrio si estenda a tutto, e che dappertutto nasca l'anarchia e penetri nelle dimore private e perfino nelle stalle? In un ambiente siffatto, in cui il maestro teme ed adula gli scolari e gli scolari non tengono in alcun conto i maestri; in cui tutto si mescola e confonde; in cui chi comanda finge, per comandare sempre di più, di mettersi al servizio di chi è comandato e ne lusinga, per sfruttarli, tutti i vizi; in cui i rapporti fra gli uni e gli altri sono regolati soltanto dalle reciproche compiacenze nelle reciproche tolleranze;in cui la demagogia dell'uguaglianza rende impraticabile qualsiasi selezione, ed anzi costringe tutti a misurare il passo sulle gambe di chi le ha più corte; in cui l'unico rimedio contro il favoritismo consiste nella reciprocità e moltiplicazione dei lavori; in cui tutto è concesso a tutti in modo che tutti ne diventino complici; in un ambiente siffatto, quando raggiunge il culmine dell'anarchia, e nessuno è più sicuro di nulla, e nessuno è più padrone di qualcosa perché tutti lo sono, anche del suo letto e della sua madia a parità di diritti con lui e i rifiuti si ammonticchiano nelle strade perché nessuno può comandare a nessuno di sgombrarli; in un ambiente siffatto, dico, pensi tu che il cittadino accorrerebbe in armi a difendere la libertà, quella libertà, dal pericolo dell'autoritarismo? Ecco, secondo me, come nascono e donde nascono le tirannidi. Esse hanno due madri. Una è l'oligarchia quando degenera, per le sue lotte interne, in satrapia. L'altra è la democrazia quando, per sete di libertà e per l'inettitudine dei suoi capi, precipita nella corruzione e nella paralisi. Allora la gente si separa da coloro cui fa colpa di averla condotta a tanto disastro e si prepara a rinnegarla prima coi sarcasmi, poi con la violenza, che della tirannide è pronuba e levatrice. Così muore la democrazia: per abuso di se stessa. E prima che nel sangue, nel ridicolo.» PLATONE

La Repubblica Cap. VIII, Atene 370 A.C. 

giovedì 26 luglio 2012

Bce, la fabbrica del debito

 che sta rovinando l'Europa

***

Se tutti i giorni i Merkel, Monti, Barroso, Draghi scendono in campo per rassicurarci che «l'euro è irreversibile», vuol dire che stiamo assistendo a un rito scaramantico per allungare il più possibile la vita del moribondo. Tutti gli indicatori dell'economia reale attestano in modo inequivocabile che giorno dopo giorno siamo prossimi al funerale. Il nostro funerale. La recessione sempre più profonda, l'indebitamento pubblico che cresce, il Pil che si riduce, la produzione, le esportazioni e i consumi in calo, le tasse più alte al mondo, le imprese strangolate che chiudono, i disoccupati e i poveri che aumentano, i giovani senza prospettive.Ebbene, come è possibile che, da un lato, la crisi è causata dall'euro e, dall'altro, siamo noi italiani, noi europei, a pagarne le conseguenze? La risposta è nella recente dichiarazione del governatore della Bce (Banca centrale europea) Mario Draghi a Le Monde: «Il nostro mandato non è di risolvere i problemi finanziari degli Stati, ma di garantire la stabilità dei prezzi e mantenere la stabilità del sistema finanziario in tutta indipendenza».Ma come: la Bce dopo aver imposto condizioni spietatissime agli Stati per poter accedere al credito finalizzato al ripianamento del debito pubblico, ora ci dice che si lava le mani dei problemi degli Stati? Ma come: se questi problemi sono legati alla carenza di liquidità monetaria e l'unica istituzione titolata ad emettere l'euro è la Bce che si rifiuta di farlo? Ma come: quando le banche e le società quotate in borsa crollano si pretende il massiccio intervento degli Stati con denaro pubblico mentre quando gli Stati sono in crisi voltate loro le spalle?Il signoraggio è la differenza tra il costo reale e il valore nominale della moneta.
Oggi la Bce stampa la banconota da 100 euro al costo di 3 centesimi e la vende alle banche commerciali a 100 euro, più l'1% di interesse, in cambio di titoli di garanzia. Le banche rivendono la banconota allo Stato a un tasso superiore in cambio di buoni del Tesoro che sono titoli di debito. Lo Stato ripaga questi interessi facendoli gravare sulle tasse imposte ai cittadini. Quindi tutto il denaro in circolazione è gravato da interessi percepiti dalle banche e da tasse che gravano sulle nostre spalle. È così che noi siamo indebitati dal momento in cui nasciamo. È il sistema che di fatto corrisponde ad una «fabbrica del debito».Chi è il responsabile? A differenza di quanto si tenderebbe a pensare, la Bce è un'istituzione che svolge una funzione pubblica ma è di proprietà privata, detenuta da banche private, comprese quelle dei Paesi europei che non aderiscono all'euro. Ha la struttura di una società per azione e gode di autonomia assoluta dalla politica pur condizionando pesantemente la politica. Questa «fabbrica del debito» si è arricchita grazie a due nuovi trattati, il Fiscal Compact o Patto di stabilità, e il Mes o Fondo Salva-Stati, approvati il 19 luglio dal nostro Parlamento: così ci siamo ormai autocondannati ad essere indebitati a vita. Ci siamo impegnati, al fine di dimezzare il debito pubblico per portarlo al 60% del Pil, a ridurre i costi dello Stato di 45 miliardi di euro all'anno per i prossimi 20 anni, ciò che si tradurrà in nuove tasse e ulteriori tagli alla spesa pubblica; mentre per creare il Fondo Salva-Stati, l'Italia si è accollata la quota di 125 miliardi di euro, che non abbiamo. Nasciamo indebitati perché la moneta non la emette lo Stato ma una banca privata e abbiamo sottoscritto degli accordi con istituzioni sovranazionali le cui sentenze sono inappellabili. D'ora in poi lavoreremo sempre di più e vivremo sempre peggio per pagare i debiti. Ci limiteremo a produrre per consumare beni materiali, non ci saranno né risorse né tempo per occuparci della dimensione spirituale. Siamo ad un bivio epocale: salvare l'euro per morire noi come persona, oppure riscattare la sovranità monetaria per salvaguardare la nostra umanità. Ecco perché solo una nuova valuta nazionale emessa direttamente dallo Stato, che ci affranchi dalla schiavitù del signoraggio e scardini dalle fondamenta la «fabbrica del debito», emessa a parità di cambio con l'euro per prevenire fenomeni speculativi e inflazionistici, potrà darci la libertà di essere pienamente noi stessi nella nostra Italia che ha tutti i requisiti di credibilità e solidità per andare avanti a testa alta e con la schiena dritta.twitter@magdicristiano