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«Egli è disceso e mi ha presa» ***
«…È stato durante una di queste recite che, come io vi ho scritto, il Cristo in persona è disceso e mi ha presa»[14]. In quella poesia, che recitava verso la fine del 1938, «Love», conosciuta ad opera di un giovane inglese incontrato a Solesmes, Cristo era disceso e l’aveva presa.
Love - Amore
L’amore m’invitò; ma l’anima mia indietreggiò,
colpevole di polvere e di peccato.
Ma chiaroveggente l’Amore, vedendomi esitare
fin dal mio primo passo,
mi si accostò con dolcezza, domandandomi
se qualcosa mi mancava.
«Un invitato», risposi, «degno di essere qui».
L’Amore disse: «Tu sarai quello».
Io, il malvagio, l’ingrato? Ah! Mio diletto,
non posso guardarti.
L’Amore mi prese per mano, sorridendo rispose:
«Chi fece questi occhi, se non io?»
«È vero, Signore, ma li ho macchiati;
che vada la mia vergogna dove merita».
«E non sai tu» disse l’Amore, «chi ne prese
il biasimo su di sé?»
«Mio Diletto, allora servirò».
«Bisogna tu sieda» disse l’Amore, «per gustare
il mio cibo».
Così mi sedetti e mangiai
Ripetendola
con la massima attenzione, recitandola a memoria, specie quando
l’emicrania si fa più insopportabile, Simone fa l’esperienza dell’Amore
di Dio.
«Spesso,
nei momenti culminanti delle violente crisi di mal di testa, mi sono
esercitata a recitarla, ponendovi tutta la mia attenzione e aderendo con
tutta l’anima alla tenerezza che essa racchiude. Credevo di recitarla soltanto come una bella poesia ma, a mia insaputa, quella recitazione aveva la virtù di una preghiera. Fu
proprio durante una di queste recitazioni che, come già vi scrissi,
Cristo stesso è disceso e mi ha presa. Nei miei ragionamenti
sull’insolubilità del problema di Dio, non avevo mai previsto questa
possibilità di un contatto reale, da persona a persona, quaggiù, fra un
essere umano e Dio»[15].
Simone Weil, in compagnia di sua madre, si era recata durante la
settimana santa dello stesso anno, in un’abbazia, molto famosa per la
bellezza della liturgia, per ascoltare il canto gregoriano. Vi rimase
dalla domenica delle Palme al martedì dopo Pasqua e partecipò a tutti i
riti, destando un grande stupore. Rimase molto colpita dalla presenza di
un giovane inglese che tornava dalla comunione quasi trasformato
dall’incontro sacramentale e, tramite lui, riceve «per la prima volta,
l’idea di una efficacia soprannaturale dei sacramenti»[16].
Questo giovane le fa conoscere i poeti metafisici inglesi e quindi la
poesia che ella «recitava solamente come se fosse un poema», ma che a
sua insaputa, «aveva l’efficacia di una preghiera»[17].
«Il Cristo in persona è disceso e mi ha presa»[18].
Esperienza singolare
Questa “discesa” s’imprimerà nel suo cuore, nella sua anima. Qualche
anno prima, aveva avuto un’altra esperienza straordinaria. Nell’estate
del 1935, in Portogallo, ove, con i suoi, assistendo ad
una processione sul mare e ascoltando i canti tristi delle donne,
intuisce che il cristianesimo è la religione degli schiavi e che gli
schiavi non possono non aderirvi; perciò è la religione per lei.
Sperimenta sulla sua pelle la preoccupazione del lavoro, del denaro, la
paura della disoccupazione, la malattia. «I miei compagni di
schiavitù», andava ripetendo, «sono gli operai».
È pervasa da una profonda tristezza da toglierle il respiro. Nel 1937,
in Italia, dopo aver partecipato alla guerra civile spagnola ed esserne
uscita delusa e amareggiata per la miseria dell’uomo, della malattia,
visita Assisi che le offre in dono una forte esperienza spirituale. «La patria della mia anima!».
E ricorderà questo singolare evento quando nel 1942 scriverà a p. Perrin: «Nel
1937 ho trascorso ad Assisi due giorni meravigliosi. Là stando sola
nella piccola cappella romanica del XII sec. di s. Maria degli Angeli,
incomparabile meraviglia di purezza, ove
s. Francesco ha pregato molto spesso, qualcosa di più forte di me mi ha
obbligato, per la prima volta nella mia vita, a inginocchiarmi»[19].
A Solesmes nel 1938 Cristo stesso in persona «discese e la prese». Il
cristianesimo del Portogallo, il «qualcosa di più forte» di Assisi, ora è
«Qualcuno», è una persona e ha il volto di Cristo.
Lottando contro il mal di testa, da cui era affetta da sempre e
lasciando la carne soffrire da sola, riesce a gustare il canto
gregoriano e i sacri riti della settimana santa: «Questa esperienza mi
ha permesso di comprendere meglio, per analogia, la possibilità di amare
l’amore divino attraverso la sventura. Proprio mentre si celebravano
quegli uffici liturgici il pensiero della passione di Cristo è entrato
in me una volta per tutte»[20].
La condizione di dolore, di sofferenza fisica, e la passione di Cristo
si unificano. Il Cristo della Croce, il Cristo della Passione che
«scende» nella sua sventura umana. Saranno queste le tematiche che
impronteranno le sue riflessioni e le sue scelte concrete di vita.
Scrivendo al poeta Bousquet dice: «Durante quel periodo, la Parola di Dio non aveva nessun posto nei miei pensieri. L’ha
avuto solo dal giorno in cui, circa tre anni e mezzo fa non ho potuto
rifiutarlo… ho sentito (senza essere preparata per niente, dato che non
avevo mai letto i mistici) una presenza più personale, più certa, più
reale di quella di un essere umano, inaccessibile ai sensi e
all’immaginazione… da allora il nome di Dio e di Cristo si sono
intessuti sempre più irresistibilmente ai miei pensieri»[21].
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