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Tratto dal libro: RITRATTI DI SANTI di Antonio Sicari ed. Jaca Book
Si
era a pochi giorni dopo il terremoto (del 1915, nella Marsica, in
Abruzzo). La maggior parte dei morti giaceva ancora sotto le macerie. I
soccorsi stentavano a mettersi in opera. Gli atterriti superstiti
vivevano nelle vicinanze delle case distrutte in rifugi provvisori. Si
era in pieno inverno, quell'anno particolarmente freddo. Nuove scosse di
terremoto e burrasche di neve ci minacciavano (...).
Durante
certe notti gli urli delle belve non ti lasciavano prendere sonno
(...). Una di quelle mattine grigie e gelide, dopo una notte insonne,
assistei ad una scena assai strana. Un piccolo prete sporco e malandato,
con la barba di una decina di giorni', si aggirava tra le macerie
attorniato da una schiera di bambini e ragazzi rimasti senza famiglia.
Invano il piccolo prete chiedeva se ci fosse un qualsiasi mezzo di
trasporto per portare quei ragazzi a Roma. La ferrovia era stata
interrotta dal terremoto, altri veicoli non vi erano per un viaggio così
lungo.
In quel mentre arrivarono e si fermarono cinque o sei automobili.
Era
il re (Vittorio Emanuele III) col suo seguito che visitava i comuni
devastati. Appena gli illustri personaggi scesero dalle loro macchine e
si allontanarono, il piccolo prete, senza chiedere il permesso, cominciò
a caricare sopra una di esse i bambini da lui raccolti. Ma, com'era
prevedibile, i carabinieri rimasti a custodirle vi si opposero, e poiché
il prete insisteva, ne nacque una vivace colluttazione al punto da
richiamare l'attenzione dello stesso Sovrano.
Per
nulla intimorito, il prete si fece allora avanti e, col capello in
mano, chiese al re di lasciargli per un po' di tempo la libera
disposizione di quelle macchine in modo da poter trasportare gli orfani a
Roma, o almeno alla stazione più prossima ancora in attività. Date le
circostanze, il re non poteva non acconsentire.
Assieme
ad altri, anch'io osservai con sorpresa e ammirazione tutta la scena.
Appena il prete, col suo carico di ragazzi, si fu allontanato, chiesi
attorno a me: "Chi è quell'uomo straordinario?". Un vecchio, che gli
aveva affidato il suo nipotino, mi rispose: "Un certo don Orione, un
prete piuttosto strano".
Così lo scrittore Ignazio Silone
ha raccontato in "Uscita di sicurezza" il suo primo incontro con don
Orione, avvenuto quando egli, appena quindicenne, perse casa e famiglia
proprio durante quel terribile terremoto di cui parliamo.
Allora,
nel 1915, quello strano prete era già il fondatore amato e rispettato
di un istituto religioso che si occupava dei poveri d'ogni specie. Tuttavia era accorso subito personalmente, tra le montagne dell'Appennino, a cercare gli orfani sperduti tra i casolari.
A
volte doveva contendere ai lupi quei poveri orfanelli seminudi che
cercava portando con sé vestitini, biscotti e gianduiotti, restandosene
per giorni e giorni tutto inzuppato d'acqua, a percorrere
instancabilmente sentieri pieni di neve, per raggiungere paesini
diroccati sui loro monti.
"Oh,
questi cagnacci non la vogliono proprio smettere.. .", spiegava ai
bambini raccolti su un camioncino di fortuna che si era arrampicato sul
Monte Bove, fino a 1.300 metri, ma erano proprio lupi che saltavano
attorno, cercando di azzannare i piccini terrorizzati
Sembrava
una scena da favola, da raccontare attorno al fuoco. Era, invece, la
tragica realtà: per salvare decine di bambini don Orione si sfiniva nel
digiuno, nel freddo, nella disumana fatica, fino a che cadde esausto.
Quando
giunsero altri collaboratoti del suo stesso istituto, lo trovarono
febbricitante da far pena. Egli si affidò alle loro cure mormorando: "In
questi giorni se ne sono andati due anni della mia vita".
Un
altro celebre studioso del tempo, il barone Von Hùgel, ebbe l'occasione
di ascoltare il racconto di queste imprese dalla bocca della sua stessa
figlia che era stata testimone oculare. A conclusione dei suoi Essays
and Addresses on the Philosophy and Religion (Saggi di filosofia
religiosa) ricordò l'esperienza della figlia ormai defunta.
Scrisse:
"Quando la mia figlia maggiore, circa otto mesi prima della sua morte,
poté da Roma giungere al centro della terribile devastazione, proprio
allora causata da un terremoto eccezionalmente violento, un contrasto
impressionante venne a colpire d'un tratto il suo spirito.
Nel
mezzo della morte e del disordine si muoveva, completamente assorto
nella sventura di quei poveri, don Orione, un umile prete, un uomo cui
molti guardavano già come a un santo, sorto dagli umili e dai poveri,
per gli umili e per i poveri.
Egli
portava due bimbi, uno su ciascun braccio, e ovunque andasse recava
ordine, speranza e fede in mezzo a tutto quello scompiglio e quella
disperazione.
Mia
figlia mi disse che ciò faceva sentire a tutti che l'Amore era proprio
in fondo a tutte le cose, un Amore che appunto là, per quei luoghi, si
manifestava attraverso il completo, affettuoso dono di sé, di
quell'umile prete...".
In verità don Orione aveva già una lunga esperienza di come portare amore in tali sciagure,
Appena
sette anni prima, un altro terribile terremoto aveva raso al suolo in
pochi istanti le città di Messina e di Villa San Giovanni. Solo nella
cittadina siciliana, su 150.000 abitanti, ne erano morti 80.000.
Già
allora egli era stato in prima linea, organizzando i soccorsi,
installando il suo primo quartier generale a Reggio Calabria, in un
vagone abbandonato sui binari morti della ferrovia.
Ma
ben presto dalle sue mani era passata tutta la rete dei soccorsi ed era
lui che coordinava gli aiuti che provenivano dal Papa e dalla casa
reale.
Lavorò
al punto che Pio X decise di nominarlo temporaneamente lui, un piccolo
prete piemontese, superiore di una Congregazione religiosa appena
formata! Vicario Generale della diocesi di Messina. Abitò di
conseguenza, per due anni nella curia arcivescovile di quella città
disastrata.
Non
era un tipo da compromessi ed era costretto ad operare in una regione
dove gli accomodamenti erano continuamente sollecitati e richiesti. Non
mancarono perciò croci, vessazioni e tentativi di infamarlo.
Ma
don Orione non era il tipo da cedere. Sullo stemma di un vescovo aveva
letto un giorno l'antico e ambizioso motto desunto dalle odi del poeta
latino Orazio "Frangar nec flectar" ("Anche se spezzato non mi lascerò
piegare!"). Aveva commentato: "io non mi lascerò nè spezzare ne
piegare!".
Pio
X, che gli aveva affidato quell'incarico oneroso, da Roma gli mandava
accorati messaggi: "Portate a don Orione la mia benedizione e ditegli
che abbia pazienza, pazienza, pazienza, e che con la pazienza si fanno i
miracoli".
I miracoli di don Orione erano intanto gli orfanotrofi che riusciva ad aprire sia in Calabria che in Sicilia.
Ma è tempo di riandare alle origini di quella avventura. Colui che fu definito "padre degli orfani e dei poveri" nacque
a Pontecurone, vicino ad Alessandria, nel 1872, da una famiglia molto
umile che abitava in una casetta rustica, aggrappata alla villa di
Urbano Rattazzi, allora celebre statista.
Il
papà faceva il selciatore di strade e si vantava di essere
"garibaldino" e anche un po' anticlericale; la mamma guadagnava qualche
soldo al tempo della mietitura quando, alle tre del mattino, partiva per
andare a spigolare sui campi, portando il piccolo Luigi avvolto nello
scialle.
Era
l'ultimo di quattro figli e i vestitini gli arrivavano quando già gli
altri tre fratelli li avevano ben consumati. Era, però, una povertà
onesta.
"Quella
povera vecchia contadina di mia madre, racconterà poi don Orione, si
alzava alle tre di notte e via a lavorare, e pareva sempre un fuso che
andasse, sempre s'industriava, faceva da donna e, con i suoi figli,
sapeva fare anche da uomo, perché nostro padre era lontano a lavorate
nei Monferrato.
Batteva
il falcetto per fare l'erba e lo batteva lei, senza portarlo
all'arrotino, faceva la tela con canapa filata da lei, e i miei fratelli
si divisero tante lenzuola, tanta bella biancheria, povera mia madre...
Quando è morta, le abbiamo ancora messo il suo vestito da sposa, dopo
cinquantuno anni che era sposata; se l'era fatto tingere in nero e
faceva ancora la sua bella figura, ed era il suo vestito più bello.
Vedete, cari figli miei, come facevano i nostri santi e amati vecchi?".
Ma
la mamma era soprattutto profondamente credente e don Orione ricorderà
sempre con commozione non solo che ella andava spesso a ricevere
l'Eucaristia, ma che al ritorno diceva sempre ai figlioli:
"Ho
pregato prima per voi e poi per me. Ho ricevuto il Signore per voi e
per me". Al piccolo Luigi sembrava quasi che la mamma si levasse il pane
di bocca per darlo a lui, perfino quando faceva la Comunione!
Ricorderà ancora:
"Mia
madre, anche quando io e i miei fratelli eravamo già grandi, ci fissava
il posto in chiesa; "Perché vi voglio vedere...". Voleva sapere dove si
era in chiesa, e voleva sentire anche la nostra voce pregare...".
"Mia madre ci faceva dire le preghiere seduti, solo quando eravamo malati...".
Sono
bozzetti d'altri tempi, e tuttavia ci fanno respirare il clima di
umiltà, di forza e di fede, da cui Luigi trasse quella incredibile
resistenza alla fatica che doveva poi caratterizzarlo, e quella passione
"cristiana" per i poveri che non l'avrebbe mai abbandonato.
Quando,
al termine della sua vita, lo costringeranno ad andare in un pensionato
per convalescenti a San Remo dopo vari attacchi al cuore, e dopo che
aveva già ricevuto gli ultimi sacramenti, si lamenterà: "Non è tra le palme che io voglio vivere e morire, ma tra i poveri che sono Gesù Cristo".
Per
molti cristiani, questo amore "ai poveri che sono Gesù Cristo" nasce
tardi, come maturazione della fede adulta e non senza fatica. Per lui
cominciò naturalmente, come attaccamento mai dimenticato, stima e
venerazione, verso quei poveri cristiani che erano papà, mamma e i suoi
fratelli. Egli stesso, del
resto, dai dieci ai tredici anni aveva aiutato il papà a selciare le
strade e trascinare carriole, vagando lontano da casa.
Sognava
già allora di entrare tra i francescani, perché li considerava i frati
del popolo e degli umili che volevano aiutare e soccorrere.
Ci provò infatti, a tredici anni, ma una brutta polmonite lo costrinse a tornare in famiglia.
Riuscirono
poi a trovargli un posto nel collegio di quel prete torinese che tutti
ormai consideravano l'apostolo della gioventù abbandonata. Mi riferisco a
don Bosco al quale, alla fine del 1886, restava poco più di un anno di
vita.
Quando
giunse il piccolo Orione chiese un permesso speciale per potersi
confessare da don Bosco che di solito si dedicava ai ragazzi più grandi,
dalla quarta ginnasiale in su.
Per
essere sicuro di fare una buona e completa confessione, aveva
consultato alcuni formulari di "esame di coscienza" e li aveva
trascritti quasi integralmente. Solo alla domanda: "Hai ammazzato?",
aveva risposto negativamente. Gli altri peccati li aveva copiati tutti,
riempiendo alcuni quadernetti.
Ma vale la pena ascoltare il racconto dalla sua stessa bocca;
"Con
una mano nella tasca dei quaderni e l'altra al petto, aspettavo in
ginocchio, tremando, il mio turno. "Che cosa dirà don Bosco pensavo tra
me, quando gli leggerò tutta questa roba?". Venne il mio turno. Don
Bosco mi guardò un istante e senza che io aprissi bocca, tendendo la
mano disse: "Dammi dunque questi tuoi peccati". Gli allungai il
quaderno, tirato su accartocciato dal fondo della tasca. Lo prese e
senza neppure aprirlo lo lacerò. "Dammi gli altri". Subirono la stessa
sorte. Ed ora, concluse, la tua confessione è fatta, non pensare mai più
a quanto hai scritto e non voltarti più indietro a contemplare il
passato". E mi sorrise, come solo lui sapeva sorridere".
Per
delineare la personalità di san Giovanni Bosco e la genialità del suo
metodo pedagogico, un episodio simile vale più di tanti volumi.
Non
c'è da meravigliarsi se quando il santo si ammalò gravemente ci furono
sei ragazzi dell'oratorio che durante una Messa solenne, in maniera
esplicita, offrirono la loro vita per lui. Tra di essi c'era il piccolo
Orione.
Anche
il mistero della Chiesa emerge in tutta la sua bellezza quando si
guardano insieme, in un unico colpo d'occhio, il vecchio e saggio
sacerdote che confessa ed educa il ragazzo timido e scrupoloso. Ambedue
avevano il cuore ardente d'amore per Dio e per il prossimo, ambedue
erano decisi per la santità. Oggi ambedue sono ugualmente santi e
venerati nella Chiesa.
Era
logico attendersi allora che Orione restasse tra i salesiani e
divenisse, col tempo, uno dei più fedeli e geniali collaboratori. Tanto
più che don Bosco, dopo quella famosa confessione, gli aveva detto con
intenzione guardandolo fisso negli occhi: "Ricordati che noi saremo sempre amici".
Luigi,
del resto, già si disponeva con un corso dì esercizi spirituali a fare
il suo ingresso nel noviziato dei salesiani, seguendo una vocazione di
cui mai aveva dubitato.
I
dubbi gli vennero nella preghiera, quando gli si affacciò alla mente la
possibilità di entrare invece nel seminario diocesano. Cacciò quei
dubbi come una tentazione, essi diventarono più forti. Passò un'intera
notte a piangere e a pregare, appoggiato alla tomba di don Bosco, che
era in mezzo al giardino della casa chiedendogli tre segni ("Fu una
ragazzata, dirà poi, ma tant'è... !"). Uno dei segni però era molto
importante: riguardava il ritorno del papà alla pratica religiosa. Si
avverarono tutti e tre.
Le
ultime ansie scomparvero la notte successiva, quando sognò don Bosco
che lo aiutava, sorridendo con tanta paterna tenerezza, a indossare la
veste talare che avrebbe dovuto portare in seminario.
Oggi
possiamo dire che don Bosco, dal cielo, sapeva perché Orione non doveva
diventare salesiano: la sua opera era infatti destinata soltanto ai
giovani, quella di don Orione invece doveva riguardare i bisognosi di
ogni genere e il sollievo di ogni possibile miseria.
Egli
si sarebbe impegnato in tutte le "opere di misericordia" che, secondo
il catechismo, sono ben quattordici! Qualcosa di tutti gli altri
fondatori di istituti religiosi, anche dei più grandi, sarà presente in
lui e nella sua attività. Lo vedremo.
Si
presentò dunque al seminario di Tortona dove completò gli studi
ginnasiali rivelandosi, a detta di tutti, un allievo veramente modello:
eccelleva nello studio, nella carità, e in quell'entusiasmo contagioso
che lo avrebbe poi sempre caratterizzato. "Ero buono, allora!", dirà da
vecchio, ricordando sempre con nostalgia quegli anni in cui aveva
imparato ad appassionarsi a Cristo e alla sua Chiesa.
Quando
cominciò lo studio della teologia, gli morì il papà e venne meno anche
il piccolo sussidio economico che la famiglia poteva granatigli.
Per
fortuna ad Alessandria vigeva l'usanza di offrire, ai tre seminaristi
più poveri, la possibilità di lavorare come custodi della cattedrale;
potevano frequentare i corsi di studio del seminario, ma vivevano in
alcune stanzette sotto la volta del duomo vicino al campanile. Servivano
due o tre messe al giorno, curavano i paramenti e le candele e
ricevevano un piccolo stipendio, oltre qualche mancia da parte dei
canonici.
Non era molto, ma bastava per vivere; bisognava solo studiare più intensamente, perché il tempo se ne andava più in fretta.
In
quella soffitta, il chierico Orione studiava, pregava, lavorava... e si
preparava alla sua missione. La libertà dalla ferrea disciplina del
seminario non la utilizzò per dissiparsi, ma pur attizzare quel fuoco
che don Bosco gli aveva lasciato in cuore.
Le
stanzette sotto le volte del duomo divennero un ritrovo di monelli di
strada che Orione ricercava e portava a casa in gran numero. Qui faceva
loro un po' di catechismo, lì faceva divertire, giocando a nascondino
nelle vaste soffitte, e non mancava il momento delle castagne
abbrustolite. Faceva insomma quello che aveva visto fare nell'oratorio
di don Bosco, ma lo faceva in alto, tra i vecchi Santi di legno messi a
riposare tra la polvere.
C'era
qualche problema, evidentemente. Ogni tanto gli anziani canonici, da
laggiù, sentivano in alto strani calpestii; soprattutto la sacrestia era
diventata frequentatissima, non da devoti o penitenti ma da file di
monelli che chiedevano la strada per "andare su da Orione".
Non
poteva durare. Anche in città, quando lo vedevano a passeggio con
quella sua rumorosa masnada, molti lo guardavano perplessi, qualcuno
anche con fastidio e sospetto.
C'era
poi il problema del denaro: il piccolo stipendio da sacrestano non
bastava più da quando aveva cominciato a soccorrere le miserie più gravi
dei suoi ragazzi.
Comunque, per disposizioni superiori, quell'oratorio improvvisato sulle volte del Duomo doveva finire.
I
ragazzi si ritrovarono allora tutti in strada. Si radunavano in una
piazzetta e là li aspettava Orione: poi li conduceva su verso il
castello diroccato, giocando, e sui prati faceva la sua lezione di
catechismo: un oratorio itinerante.
Era
la settimana santa, vero tempo di passione per il povero chierico che
non sapeva più come fare, e che tuttavia sapeva che Dio gli chiedeva
proprio quell'insolito lavoro.
Per
fortuna il vescovo della città era un vero padre. Già da tempo egli
osservava la strana creatività apostolica di quel giovane seminarista e
pensava che i parroci avrebbero dovuto prendere esempio e realizzare a
loro volta degli oratori.
Perciò
chiamò Orione e gli mise a disposizione il giardino dell'episcopio. A
soffrire, un po', fu la vecchia mamma del vescovo che vide distrutti, in
una sola domenica, tutti i suoi fiori, le sue aiuole, i vialetti ben
curati.
Ora
c'era soltanto un cortile, ben spianato, e decine di ragazzi vocianti.
Di verde era rimasto solo un vecchio pino, perché si diceva che su di
esso fosse apparsa in tempi lontani la Madonna. Ma c'era bisogno
d'altalene e anche il pino finì per dare ottime tavole.
Orione
era convinto che anche la Madonna fosse contenta, lei che sorrideva ora
da una bella statua, come una mamma che guarda compiaciuta i suoi
ragazzi giocare.
"E c'era chi borbottava, chi faceva della critica, chi rideva e derideva e chi dava del pazzo", ricorderà tanti anni dopo.
Le
critiche non lasciano lividi, ma logorano la buona volontà e la
fiducia. Fatto sta che a distanza di poco più di un anno, il vescovo gli
comunicò la necessità di chiudere l'oratorio, benché i ragazzi fossero
già centinaia.
C'era
di mezzo la politica e anche l'impetuosità giovanile del nostro santo
("Io da giovane, dirà simpaticamente, ero anche un po' politico…").
Per
difendere il Papa, attaccato dai laicisti, il giovane aveva fatto un
discorso in cui, racconta, "Citai Vittorio Emanuele II e dissi ciò che
non era prudente dire. Fatto sta che sguinzagliarono alle mie calcagna i
poliziotti...".
E
ora il Prefetto, per tacitare la questione, esigeva la chiusura di
quell'oratorio che, a suo dire, poteva diventare un covo di sediziosi.
Luigi
ricevette la notizia a capo chino. Prese la chiave e andò a depositaria
nelle mani della statua della Madonna. Poi salì nella sua stanzetta a
piangere. Se ne stava al buio, con la fronte appoggiata ai vetri di una
finestrella che dava proprio sul cortile, di fronte alla Vergine.
Ascoltiamo il suo stesso racconto:
"Mi
misi a guardare giù l'oratorio che non si sarebbe più aperto; a
piangere e pregare, perché sembrava che tutto fosse finito. Piansi, come
piange un bambino, con l'abbandono, l'innocenza e la fede di un
bambino... E pregai la Madonna, e misi me e tutto l'oratorio nelle sue
mani...
E
così, pregando e piangendo, e facendo il sacrificio di tutto, e
offrendo tutto alla Madonna, senza accorgermi appoggiai il braccio al
davanzale... e mi addormentai... E feci questo grande e santo sogno che
non ho dimenticato mai più…".
La
descrizione del sogno è ampia, molto bella, ed è un peccato doverla ora
riassumere. Egli vide scomparire il muro di cinta del giardino,
scomparire le case e farsi una grande pianura.
Della
cinta del giardino restava un unico pioppo sul quale stava una Madonna
di indescrivibile bellezza, col Bambino tra le braccia, e il suo manto,
più bello dell'azzurro del cielo, si allargava sempre di più, fino a
ricoprire quell'immensa pianura nella quale si assiepavano migliaia e
migliaia di ragazzi, di ogni razza e colore a perdita d'occhio, e il
loro numero cresceva, cresceva e in mezzo ad essi c'erano chierici,
sacerdoti, suore...
Riprendiamo il suo racconto:
"La
Madonna si volse a me indicandomeli. E si udì da tutta quella massa il
canto dolcissimo del Magnificat... E i ragazzi cantavano tutti, ciascuno
nella sua lingua, ma i vari idiomi si fondevano in un unico mirabile
coro. La Madonna si unì a quel canto... e mi svegliai".
Aveva il cuore inondato di pace.
Che
quell'oratorio lo si dovesse chiudere non era più un problema. Voleva
dire che bisognava aprirne uno più grande, e con nuove prospettive.
L'occasione giunse molto presto.
Il
vescovo aveva appena fatto costruire un bel seminario nuovo che però si
era rivelato troppo piccolo per le numerosissime richieste. In più
c'era il problema di coloro che erano troppo poveri per pagare la retta.
Orione
si offrì per aprire una specie di succursale: un collegio per far
studiare ragazzi poveri che, eventualmente, avrebbero potuto prepararsi
lì al sacerdozio.
Il
vescovo diede un generico permesso, pensando che tanto quel chierico
non aveva un soldo, né una casa, tanto meno un collegio! Per prudenza,
tuttavia, egli ritiro' il permesso prima che finisse la giornata.
Quando, tuttavia, fece richiamare Luigi per dirgli di non pensarci più,
si sentì dire che era proprio un peccato. Tutto ormai era pronto; la
casa era stata trovata ed era già stato pagato l'affitto per un anno.
Come
aveva fatto? Appena uscito dall'episcopio un amico gli aveva detto che
suo padre affittava una casa appena fuori Tortona, per quattrocento lire
l'anno. Orione l'aveva "fermata" subito, tempo una settimana per
pagare. Sulla via del ritorno aveva incontrato una vecchina sua
conoscente; avevano parlato del più e del meno, era venuta fuori l'idea
del collegio.
"Un collegio? Ci metto mio nipote! Quanto prendete?".
"Poco, quello che mi date".
"Se vi do quattrocento lire (tutti i suoi risparmi), quanto tempo me lo tenete?".
"Per tutto il ginnasio!", aveva esclamato Orione sobbalzando di gioia a quell'evidente segno della Provvidenza.
E il Vescovo restò così pensoso che non volle più rischiare di contrariare il cielo.
Dopo
un anno la casa era diventata insufficiente, e Orione rilevò nel centro
di Tortona un vecchio convento abbandonato. Soldi non ce n'erano quasi
mai. Al vitto si provvedeva con le entrate delle rette, ogni famiglia
dava quello che poteva, e con le offerte che spesso giungevano come un
miracolo. All'insegnamento provvedevano lo stesso fondatore, che
insegnava italiano, storia e geografia, e qualche studente di teologia
prestato dal seminario diocesano.
Intanto, benché fosse solo diacono, il vescovo lo mandava spesso a predicare nelle parrocchie della diocesi.
Finalmente, nel 1895, Orione venne ordinato sacerdote. Nella
storia della Chiesa egli rappresenta il caso più unico che raro di un
seminarista che diviene fondatore di un istituto religioso. E tale esso
già era, se si pensa che a quel chierico si riferivano perfino alcuni
studenti da Torino e da Genova.
Il
giorno della sua ordinazione, il vescovo gli concesse infatti di
rivestire dell'abito talare sei convittori che volevano incamminarsi al
sacerdozio "sotto la guida ai don Luigi"
Di
più ancora, monsignore autorizzò alcuni seminaristi che si sentivano
attratti dall'impresa di Orione a lasciare il seminario e a iniziare con
lui una forma di vita comune. Nasceva così la Piccola Opera della
Divina Provvidenza.
Attorno
a questo nucleo di "consacrati", vivevano, come in un'unica famiglia,
sia dei ragazzi poveri che volevano soltanto studiare, sia dei
seminaristi che non potevano permettersi la retta del seminario, sia
coloro che desideravano far parte dell'istituto nascente.
L'ufficio della direzione, quello di don Orione, era l'atrio d'ingresso dell'edificio!
Non
passò molto tempo che fu necessario sciamare. Un gruppo si trasferì
dunque sulle colline di Voghera, dove si organizzò come "colonia
agricola", questa volta con lo scopo di formare attraverso il lavoro
quei ragazzi che non avevano inclinazione per lo studio.
Nel
1898 il vescovo di Noto, in Sicilia, che aveva letto un bollettino
informativo del nuovo Istituto, scriveva a don Orione, un pretino
ventisettenne, ordinato da appena tre anni, per offrirgli una casa dove
aprire un collegio vescovile per almeno sessanta alunni. Egli si recò
personalmente nell'isola per organizzare la fondazione; quando ripartì
per Tortona portava con sé dodici chierici della diocesi siciliana che
volevano far parte della sua Congregazione.
Nello
stesso anno fondò gli Eremiti della Divina Provvidenza. In
un'antichissima abbazia sull'Appennino Pavese, raccolse dei laici
abituati al lavoro dei campi, che volevano consacrarsi al Signore, nella
contemplazione e nel lavoro, alla maniera benedettina.
In
breve nacquero numerose comunità similari, sempre dislocate negli eremi
o nelle colonie agricole, come nucleo portante di preghiera e di
lavoro.
Ne
furono aperte in Piemonte, in Lombardia, in Umbria, nel Lazio, in
Sicilia, dove i discepoli di don Orione dissodarono e fecero rifiorire
vaste zone da tempo improduttive
Tra
questi eremiti consacrati vi erano poi anche dei ciechi: di uno di
essi, il celebre "Frate Ave Maria", è in corso il processo di
beatificazione.
Nel
1915, Orione comincia a disseminare l'Italia di case di cura chiamate
"Piccoli Cottolengo". Ciò che il Cottolengo aveva fatto a Torino in
grande, egli lo dissemina in piccolo in tutta Italia e nel mondo (nove
fondazioni prima della sua morte!), per accogliervi le miserie più
ripugnanti, coloro che la società vuole ad ogni costò togliersi dalla
vista.
I malati dovevano essere organizzati in "diverse famiglie", secondo il tipo di malattia, mentre
i Piccoli Cottolengo dovevano accogliere solo coloro che non riuscivano
a trovare posto in nessun altro ospedale o casa di accoglienza: gli
ultimi degli ultimi "di qualunque nazionalità siano, di qualunque
religione siano, e anche se fossero senza religione, perché Dio è Padre
di tutti".
Ancora nel 1915,
don Orione fonda le "Piccole suore missionarie della Carità", come ramo
femminile di tutte le sue opere: alle suore erano affidati gli asili,
gli orfanotrofi, le opere parrocchiali, l'educazione delle ragazze,
l'assistenza ai poveri e agli infermi, nonché l'espletazione delle
mansioni femminili di tutti gli altri istituti.
Le
prime tre ragazze a cui diede l'abito le chiamò: Suor Fede, Suor
Speranza e Suor Carità. Più tardi darà inizio a una diversa
congregazione femminile destinata esclusivamente alla cura dei Santuari e
per le attività attinenti al culto.
Nel
1927 fonda le "Suore Sacramentine cieche": per l'adorazione perpetua e
la preghiera incessante, alle quali affida il compito di essere sostegno
e radice di tutte le altre opere.
Degli
orfanotrofi abbiamo già detto e i due terremoti dì cui abbiamo narrato
diedero un forte impulso alla loro diffusione. Aggiungiamo; parrocchie,
santuari, scuole, tipografie, case di riposo.
Sono
più di cento le fondazioni di case e di opere a cui don Orione mise
mano, prima di essere colto dalla morte a sessantotto anni, percorrendo
non solo l'Italia ma anche Brasile, Argentina, Uruguay, Cile, Stati
Uniti, Inghilterra, Grecia, Polonia, Albania e Palestina.
Accettò perfino di andare nella "Patagonia
romana", così chiamava scherzosamente la periferia di Roma nel
quartiere Appio, dove Pio X gli chiese di costruire una parrocchia e un
grande istituto scolastico.
Alla
sua morte alle varie diramazioni della sua "Piccola Opera della Divina
Provvidenza" appartenevano circa 820 religiosi e parecchie centinaia di
suore.
Tutto questo egli lo definiva: "un' umile congregazione", perché egli stesso era umile.
Girava
il mondo vestito come l'ultimo dei poveri, con la veste rattoppata e le
scarpe sformate, senza mai possedere un orologio né un portafoglio,
amministrando fiumi di denaro, senza mai sapere se ce n'era abbastanza
per il giorno dopo sentendosi soltanto un "servo della divina
Provvidenza".
II nome della sua congregazione era per lui una convinzione così
profonda che dalla Provvidenza attendeva risposte e regali come un
bambino li attende dalla mamma.
Giungevano
visitatori con ingenti somme di denaro, proprio quando le cambiali
stavano per scadere, e raccontavano di strani impulsi interiori a cui
non avevano potuto resistere, e il buon Orione sorrideva perché aveva
appena finito di litigare con una statua della Madonna o di San
Giuseppe.
Oppure,
durante la Messa all'altare della Madonna del Carmine, gli accadeva di
distrarsi un po' per le preoccupazioni e di introdurre nelle parole
della liturgia l'invocazione "Madonna Santa, pagatemi almeno un po'
d'affitto!". Dopo la Messa la somma esatta, portata da uno sconosciuto,
era in sacrestia che lo attendeva.
Oppure
veniva un ispettore ministeriale, mandato dai nemici anticlericali a
controllare la scarsa affidabilità economica di quella scuola dei preti;
ma se ne andava senza muovere un dito, umiliato. Riferiva ai superiori
che si era sentito preso in giro, perché sulla scrivania di Orione aveva
visto pacchi di banconote. Don Luigi invece, raccontava ridendo ai suoi
collaboratori che su quel tavolo non c'era mai stata una lira.
C'è un libro intero che raccoglie i suoi "fioretti", compresi quelli più ingenui e delicati.
I
miracoli gli fiorivano tra le mani. Li raccontava lui stesso con
tranquillo candore, timoroso solo che gli ascoltatori fossero così
sciocchi da darne il merito a lui, che non c'entrava niente...
Sperava così che i suoi collaboratori imparassero a fidarsi della tenera bontà di Dio.
Infatti c'erano anche miracoli di tenerezza. Confidava ai suoi intimi:
"Vi
dico una cosa che non ho mai detto a nessuno e che ho perfino vergogna a
dire, ma sia detta a maggior gloria di Dio: quando, nei primi tempi
della congregazione, dopo lunghe camminate a piedi per andare a
predicare nei paesi, giungevo a casa stremato per la stanchezza, e
spesso la notte mi sdraiavo su qualche dura panca di legno, il Signore
mi usava una speciale delicatezza; alle volte l'infinita bontà di Dio mi
faceva sentire l'impressione, o mi dava la sensazione, che la panca
sprofondasse, facendosi soffice e tenera, come una morbidissima panca di
gomma, come mi tuffassi in un materasso molle molle, nel quale sì
sprofondavano le mie ossa stanche, ricevendone un riposo soavissimo…"
Dio stesso gli dava qualche volta quel conforto che egli non cercava mai, perché gli sembrava di rubarlo ai poveri.
Perciò
fu veramente addolorato un pomeriggio d'estate, quando giunse nella
casa di noviziato e trovò due novizi che riposavano comodamente su un
vecchio divano. Fece portare in mezzo al cortile quell'"oggetto di
lusso" e lo fece bruciare alla presenza di tutti.
Diceva che nelle sue case bisognava "sfacchinare da un'Avemaria all'altra".
Erano
centinaia i giovani che chiedevano di entrare nella sua Congregazione.
Eppure il "programma di vita" che egli incarnava e proponeva non
lasciava adito a illusioni:
"Questa
piccola e poverissima Congregazione è lo straccio della Madonna e della
Chiesa di Roma…, è la congregazione degli straccioni di Dio.
Sai
che cosa si fa con gli stracci? Con gli stracci si da' giù la polvere,
si puliscono i pavimenti e si strofinano, si tolgono le ragnatele e si
puliscono le scarpe… Ebbene, se ti piace essere uno straccio di Dio, uno
straccio sotto i piedi di Dio, sotto i piedi immacolati della Madonna
Santissima; se ti piace essere uno straccio sotto i piedi della Santa
Madre Chiesa e nelle mani dei tuoi Superiori, questo è il tuo posto".
Ma
egli poteva usare queste espressioni, perché nessuno poteva equivocare
sul loro senso: don Orione descriveva anzitutto se stesso, il suo
sconfinato desiderio di essere usato per il bene della Chiesa e del
mondo, il suo sogno di essere maneggiato dalle mani di Dio e dalla
Vergine Santa senza opporre alcuna resistenza.
Non descriveva umiliazione, ma una dignità.
Perciò
non rifuggiva mai dall'umiliarsi, anche se lo faceva a volte
scherzando. Indicando una foto che lo ritraeva a cavalcioni di un umile e
paziente somarello, diceva con arguzia. "lui e io, siamo in due!". E i
presenti si commuovevano pensando a quella sua paziente tenacia che non
lo abbandonava mai.
Ma ciò che soprattutto colpiva e impressionava era il suo amore, senza alcuna riserva né misura, al vicario di Cristo in terra.
Scriveva:
"Il
nostro Credo è il Papa, la nostra morale è il Papa; il nostro amore, il
nostro cuore, la ragione della nostra vita è il Papa. Per noi il Papa è
Gesù Cristo: amare il Papa e amare Gesù è la stessa cosa; ascoltare e
seguire il Papa è ascoltare e seguire Gesù Cristo; servire il Papa è
servire Gesù Cristo; dare la vita per il Papa è dare la vita per Gesù
Cristo".
E
chiedeva di aggiungere ai tre voti di castità, povertà e obbedienza,
uno speciale quarto voto di "fedeltà al Papa". All'epoca non gli fu
consentito. Oggi, invece, i figli di don Orione, come i gesuiti,
emettono un quarto voto di fedeltà al Papa.
Il
loro fondatore sosteneva che tutto il suo lavoro per i poveri e tra i
poveri aveva questo scopo: far nascere nel cuore dei miseri "un amore
dolcissimo per il Papa"
Diceva; "La
Congregazione non potrà vivere, non dovrà vivere che per il Papa: deve
essere una forza nelle mani di lui, dev'essere uno straccio sotto i
piedi di lui. Vivere operare e morire d'amore per il Papa...".
Quando
gli veniva chiesto quale fosse lo scopo distintivo del suo Istituto,
dato che molti si dedicavano alle opere di misericordia, rispondeva che "suo
fine speciale era trarre e unire con un vincolo dolcissimo e
strettissimo di tutta la mente e del cuore i figli del popolo e le
classi lavoratrici alla Sede Apostolica".
Egli
certo soccorreva personalmente i poveri e i derelitti; ma se costoro
avessero amato lui e non il Papa, lo avrebbe considerato una grande
sciocchezza, perché lui, Orione, non era altro che una mano caritatevole
che agiva a nome del Papa e indirizzava a lui.
Il Papa, del resto, sapeva di potergli chiedere qualunque cosa, qualsiasi sacrificio e qualunque impresa.
Una
tale coscienza ecclesiale, concentrata sul ministero di Pietro nella
Chiesa, non si era mai vista prima, soprattutto in un fondatore così
immerso nei bisogni sociali. E non la si vedrà più fino ai nostri
giorni.
Questa
testimonianza attende ancora di essere adeguatamente compresa e
valorizzata, soprattutto da quei religiosi che trovano nel loro impegno
per i poveri una giustificazione per coltivare il loro "complesso
antiromano".
Alcuni
oggi storcerebbero la bocca a sottoscrivere quello che don Orione
tranquillamente insegnava: "Prima il Papa e la Chiesa... e poi, molto
dopo, il pane e la vita".
Per
lui fu un sogno poter fare i voti perpetui nelle mani stesse del
Pontefice. Glielo chiese come grazia specialissima durante un'udienza
disposto ad attendere che il Papa si degnasse di fissare un giorno per
la cerimonia.
"Anche subito", rispose sorridendo Pio X.
"Padre Santo, come vostra Santità sa, ci vorrebbero almeno due testimoni...".
E il Papa sorridendo: "Per testimoni pigliamo il mio angelo custode e il tuo".
Dobbiamo
ancora parlare dell'attività di predicatore e di confessore che don
Orione esplicò sempre volentieri e con indubbia fantasia.
Quando si trattava di Dio e delle anime sapeva perfino diventare un commediante.
Una
sera lo invitarono a predicare in un paese dove i preti erano
particolarmente odiati e dileggiati. Pioveva e si presentò con le scarpe
infangate e con la veste sgocciolante. Salì la scaletta del pulpito
appoggiandosi pesantemente come un ubriaco e borbottando in dialetto, ma
in modo che tutti sentissero, le ingiurie più comuni rivolte contro i
preti, e facendo il verso sgraziato delle cornacchie.
Il parroco si mise le mani nei capelli, pensando che fosse impazzito.
Ma
quando fu sul pulpito, quel misero prete, e tutti sapevano chi era, li
guardò con incredibile fierezza. Poi cominciò: "Così, così si saluta qui
il prete, il ministro di Dio, quando passa". Alla fine parlò del
sacerdozio in modo da farli piangere.
In
un'altra parrocchia si predicavano le missioni popolari e il risultato
era scarso. Per la conclusione don Orione chiese di far venire dieci
confessori. Al parroco sconfortato, un solo sacerdote sembrava più che
sufficiente. Obbedì, comunque.
Quell'ultima
sera, quando la chiesa del paese stentava a riempirsi, e il sacrestano
suonava rassegnato le campane, si vide a un tratto entrare un tale
avvolto da un logoro tabarro, con un cappellaccio in testa; si gettò sul
banco e cominciò a lamentarsi ad alta voce: "Ecco come sono ridotto! E
pensare che in casa di mio padre non mi mancava nulla...".
Per
farla breve: era don Orione che recitava la parabola del "Figlio
prodigo", e la gente accorreva, e qualcuno andava a chiamare gli
assenti.
Quando
la Chiesa fu pienamente affollata, quel prete originale dal pulpito
parlò del perdono di Dio fino a far piangere tutti. Piangevano, tra gli
altri, anche i dieci confessori, che sembravano comunque troppo pochi.
Tutto il paese quella volta si confessò.
Siamo
giunti alla fine del nostro racconto. Era il 1940, e don Orione era a
San Remo, un po' triste perché gli toccava morire tra le palme, invece
che tra i poveri. Vi era giunto il 9 marzo e si era molto agitato: la
camera, pur privata di tutto il mobilio superfluo, gli sembrava troppo
lussuosa! "Non mi sento, non posso stare qui: fammi la carità, guarda
l'orario dei treni!", diceva a un confratello. Poi si calmo, per fortuna
in un angolino c'era una statuetta della madonna.
"Guarda com'è bella! - disse- non ti pare che non dovrei fare altro che chiudere gli occhi?".
Li
chiuse tre giorni dopo, dicendo: "Gesù, Gesù. Vado!". Per l'ultima
volta si sentiva inviato in missione, teso a una pronta obbedienza.
La
bara fu portata, in un vero trionfo, fino a Tortona, in un santuario
che egli aveva costruito alla Madonna della Guardia. Ad ogni città che
il corteo funebre attraversava, Genova, Novi, Alessandria, Milano, c'era
ad attenderlo una folla immensa.
A Sant'Ambrogio di Milano, ad attendere la bara c'era il santo cardinale Schuster.
Un
francescano scrittore che passava in tram per quelle strade ascoltò
questo dialogo tra due operai che lavoravano sdraiati per terra, e ne
riferì su un giornale:
"Che succede? Chi è morto?".
"Don Orione".
"E chi è don Orione?".
"Era un prete, ma era un brav'uomo".
Don Orione, certo, avrebbe sorriso.
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