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sabato 30 agosto 2025

Franz Werfel, lo scrittore ebreo folgorato da Lourdes


Franz Werfel, lo scrittore ebreo folgorato da Lourdes

ebreo Franz Werfel lourdes

Pochi giorni fa l’anniversario di morte di Franz Werfel, scrittore ebreo che trovò rifugio a Lourdes dove rimase folgorato. Emise un voto e lo mantenne: scrisse una devota cronaca delle apparizioni.


 

Un ebreo che fuggì dal nazismo e trovò ospitalità a Lourdes.

E’ questa la storia oggi poco conosciuta di Franz Werfel, nato nel 1890 a Praga in una famiglia ebrea ed entrato in contatto con i circoli letterari di Praga, stringendo rapporti con personalità come Franz Kafka e Max Brod.

 

La fuga dal nazismo e il rifugio a Lourdes

Sin da piccolo, Werfel fu educato all’ebraismo entrando anche in contatto con il cattolicesimo grazie alla frequentazione delle scuole dei Padri Piaristi e alla fede della governante ceca, fervente cristiana.

Questa doppia formazione lasciò un segno profondo nella sua sensibilità, manifestatasi anche nei suoi romanzi di ampio respiro storico e morale che lo portarono alla notorietà internazionale. Nel 1933, ad esempio, pubblicò “I quaranta giorni del Mussa Dagh”, in cui rievocava con forza epica il genocidio armeno del 1915.

Un libro che divenne simbolo di denuncia e un monito contro la persecuzione dei popoli, al punto da essere bandito in Germania dal regime nazista. Proprio con l’ascesa di Hitler, Werfel, ebreo e intellettuale indipendente, divenne un bersaglio del potere totalitario.

Costretto all’esilio, si rifugiò prima a Vienna e poi in Francia insieme alla moglie Alma Mahler. Nel 1940, in fuga dall’invasione tedesca, la coppia si nascose a Lourdes.

Werfel rimase letteralmente folgorato da quel luogo a tal punto che fece un voto: se fosse sopravvissuto, avrebbe raccontato la storia di Bernadette Soubirous.

 

Franz Welfer e il libro su Lourdes

E così avvenne. Mantenne la promessa non appena riuscì a trasferirsi negli Stati Uniti.

Nel 1941 pubblicò infatti “Il canto di Bernadette”, un romanzo che riscosse un successo straordinario, tradotto in decine di lingue (in Italia fu pubblicato nel 1946) e adattato nel 1943 in un celebre film hollywoodiano.

L’opera non è soltanto una biografia romanzata della giovane di Lourdes, ma un messaggio potente della possibilità del divino di irrompere nella quotidianità della vita.

Strutturandolo come un rosario (cinque parti di dieci capitoli ciascuna), l’ebreo Werfel intrecciò con finezza la cronaca delle apparizioni avvenute a Lourdes, diciotto straordinari incontri tra Bernardette e la “bella Signora”.

Una giovane che lo scrittore rappresentò umile, povera e cagionevole di salute, impreparata alla fede ma capace di esprimere un amore purissimo. Parlò della diffidenza delle autorità, i medici, i curiosi, i devoti e i suoi familiari.

 

Da ebreo su Lourdes: il mistero che irrompe nella storia

Eppure, attraverso tutte le tensioni della storia, lo scrittore ebreo lasciò emergere il mistero del sacro che irrompe nella storia: non come dogma, ma come esperienza che trasforma la vita delle persone.

Werfel rimase ebreo fino alla fine, non si convertì mai formalmente al cattolicesimo. Però riconobbe sempre di essere stato segnato in profondità da quell’esperienza, considerandola un momento di verità nella sua vita.

Pochi giorni fa è stato ricordato l’anniversario della sua morte, avvenuta il 26 agosto 1945, a soli 54 anni.

Fu colpito da un infarto e nel 1975 le sue spoglie furono traslate a Vienna, nel cimitero di Grinzing, dove oggi riposa in un Ehrengrab, una tomba d’onore che la città riserva ai suoi grandi.

sabato 5 luglio 2025

Basilica Madonna de Pilar storia

 Non capita spesso ricevere un viaggio “regalo” di grande ed elevato significato. Sono stato a Saragozza, la città spagnola, capitale dell’Aragona, dove è presente il Santuario dedicato alla Madonna del Pilar. Ho vissuto giorni intensi non solo di fervore religioso ma anche di curiosità storiche e artistiche. Sono riuscito addirittura a scambiare qualche riflessione con tre sacerdoti che ho trovato nelle bellissime chiese e con un caballeros de Nuestra Senora del Pilar, il signor Antonio all’interno della


Basilica. Avevo una conoscenza parziale del miracolo e della storia della Madonna.


Prima del viaggio ne ho approfittato di leggere e recensire il testo che Vittorio Messori, che aveva scritto nel 1998, “Il Miracolo. Spagna, 1640: Indagine sul più sconvolgente prodigio mariano” (Rizzoli), testo che era presente nella mia biblioteca, e che “aspettava” di essere letto. Naturalmente ora dovrei trovare qualche testo, possibilmente in italiano, per avere una maggiore conoscenza della storia sulla venuta di Maria Vergine nella città aragonese, ma anche del mastodontico santuario e della fede religiosa che caratterizza il popolo d’Aragona. Intanto mi sono accontentato di alcuni contributi sintetici trovati su internet.


La venuta della Madonna del Pilar a Saragozza ebbe luogo nel 40 d.C., quando Maria viveva ancora in Palestina. A differenza di altre apparizioni mariane, come quelle di Fatima o Lourdes, questo evento è considerato una venuta, non un’apparizione. A differenza del resto delle apparizioni mariane che avvengono dopo l’Assunzione in cielo, nel caso della Vergine del Pilar, più che un’apparizione in sé, si tratta di una traslazione o bilocazione, poiché la sua venuta a Saragozza avvenne durante la sua vita mortale, quando viveva ancora in Terra Santa.


La tradizione pilarista sostiene che la Beata Vergine Maria è intervenuta in modo straordinario per confortare e di incoraggiare San Giacomo e un gruppo di convertiti, lasciando loro una colonna di diaspro come simbolo della fermezza della fede cristiana per evangelizzare l’Hispania. Questo evento è all’origine principale della devozione mariana nella Penisola Iberica e, successivamente, in America.


Secondo la pia tradizione, nelle prime ore del 2 gennaio del 40 d.C., la Vergine Maria apparve in carne e ossa nella città romana di Caesaraugusta (Saragozza).


La Cattedrale-Basilica del Pilar conserva documenti del XIII secolo che confermano che questa tradizione risale ai tempi della Chiesa primitiva. Secondo questi documenti: “Passando per le Asturie, giunse con i suoi nuovi discepoli attraverso la Galizia e la Castiglia, fino all’Aragona, territorio che allora si chiamava Celtiberia, dove sorge la città di Saragozza, sulle rive dell’Ebro. Lì Giacomo predicò per molti giorni e, tra i molti convertiti, scelse otto uomini come compagni, con i quali di giorno discuteva del regno di Dio e di notte passeggiava lungo le rive per riposarsi.”


La notte tra il 2 il 3 gennaio del 40, nel corso della sua vita terrena, la Beata Vergine apparve all’apostolo Giacomo che stava pregando sulla riva dell’Ebro e supplicando l’intercessione di Maria per la buona riuscita dell’evangelizzazione in Spagna. La Madonna, accompagnata da diversi cori di angeli che portavano una sua raffigurazione e una piccola colonna di diaspro, comunicò all’apostolo la volontà divina di edificare un tempio a Lei dedicato: nacque così la prima chiesa della Spagna

e dell’intera cristianità. Solo dopo averla costruita Giacomo tornò a Gerusalemme dove, primo tra tutti gli apostoli, subì il martirio durante le persecuzioni di Erode Agrippa.


La tradizione del Pilar è antichissima ed è confermata dalle rivelazioni avute nell’età moderna dalla beata Anna Caterina Emmerick e, prima ancora, dal dettagliato racconto della venerabile Maria di Agreda che riporta le parole della Vergine all’apostolo: «L’eccelso Re ha prescelto questo posto affinché in esso gli innalziate un tempio, dove sotto il titolo del mio nome il Suo sia magnificato […].


Egli darà libero corso alle sue antiche misericordie a vantaggio dei credenti e questi per mezzo della mia intercessione le otterranno, se le domanderanno con autentica confidenza e pia devozione». Aggiunse la Madonna: «Questo pilastro con sopra la mia immagine resterà qui e durerà con la santa fede fino alla fine dei tempi».


Sono passati quasi duemila anni e l’attuale gigantesco santuario di Saragozza – sopravvissuto a tre bombe sganciate all’inizio della guerra civile spagnola (1936- 1939), nessuna delle quali esplose – sorge sullo stesso luogo dell’apparizione e custodisce il prezioso pilastro all’interno di una cappella, con un oculo che consente ai pellegrini di baciarlo e venerarlo. Questa grande devozione verso la Vergine, patrona della Spagna e di tutta l’ispanità, è constatabile anche nella diffusione del nome Pilar, nelle tantissime edicole e nei canti che le sono dedicati.

Nelle mie ricerche emerge un dettaglio importante: Il collegamento tra Pilar e Santiago, e anche l’argomento merita di essere approfondito.


La devozione pilarista è strettamente legata alla tradizione giacobina di Compostela, divenendo due assi fondamentali della spiritualità in Spagna.


Ci sono delle prove archeologiche e storiche. Fin dall’antichità, i cristiani di Caesaraugusta costruirono una dimora attorno alla Sacra Colonna, forse il primo tempio dedicato alla Vergine Maria. Numerose sono le testimonianze che confermano l’antichità di questa devozione:

Il sarcofago di Sant’Engracia (IV secolo) mostra un bassorilievo della Vergine che scende dal cielo per apparire a San Giacomo. A questo proposito visitando la Chiesa, che ha una bellissima facciata, ho ricevuto in dono un testo “Aragonia sacra”, uno studio di vari autori, di ben 475 pagine, naturalmente in lingua spagnola, monografico su S. Engracia e la città di Zaragoza. Il testo corredato di numerose immagini sulla Santa, originaria di Braga in Portogallo, che ha subito il martirio nel 303 d.C insieme a diciotto compagni. Non solo ma è ricco di immagini anche de Los Sarcofagos Romano-Cristianos che troviamo nella cripta della Basilica.

La venuta della Madonna a Saragozza è la prima apparizione mariana documentata della storia, divenendo la radice principale della devozione alla Vergine in Spagna e in America. La sua unicità risiede nel fatto che avvenne mentre Maria era ancora in vita, in carne e ossa, il che la distingue da altre apparizioni successive.


Questa forte devozione spinse la Santa Sede a riconoscere ufficialmente la Venuta della Vergine come “antica e pia credenza” e a consentire l’istituzione dell’Ufficio del Pilastro. Da allora, ogni 2 gennaio, la Basilica del Pilar ospita una Veglia Eucaristica presieduta dall’Arcivescovo, in commemorazione di questo evento.


Inoltre, in questo giorno, l’immagine della Vergine viene mostrata senza mantello, lasciando visibile il fusto del Pilar. La grande Festa di Nuestra Senora del Pilar si svolge il 12 ottobre di ogni anno.


Il 13 ottobre 2009 la Tradizione del Pilar è stata riconosciuta come Tesoro del Patrimonio Culturale Immateriale della Spagna, insieme al Cammino di Santiago. Qualche cenno storico sulla Basilica.

Esiste un documento del 714, anno dell’occupazione musulmana, che attesta come Saragozza fosse un’importante meta di pellegrinaggio per la cristianità.

Intorno all’anno 835, un monaco di nome Almoino, del monastero di Saint – Germain de Paris, scrisse un codice in cui faceva riferimento alla chiesa della Vergine Maria di Saragozza, indicando che nel III

secolo vi aveva prestato servizio il grande martire San Vincenzo. Mentre nel XV secolo, Ferdinando il Cattolico notò la diffusione del culto della Vergine del Pilar a Saragozza.


A metà del XVII secolo si iniziò a progettare la costruzione di una nuova chiesa più ampia, in linea con le linee guida del Concilio di Trento. Nel 1681 fu posata la prima pietra dell’attuale basilica, la cui costruzione si protrasse fino al XX secolo, nonostante diverse modifiche e interruzioni dei lavori. Una menzione speciale merita l’architetto Ventura Rodríguez, che progettò la Santa Cappella, realizzata tra il 1754 e il 1765. All’interno della Basilica meritano di essere sottolineate anche altre opere di grande valore artistico, come la pala dell’altare maggiore in alabastro di Damián Forment, gli stalli del coro scolpiti da Esteban de Obray e la volta affrescata del Coreto di Francisco de Goya, originario di Zaragoza

Il Pilastro è un fusto cilindrico, senza modanature né ornamenti, alto 1,67 m e con un diametro di 25 cm. Realizzato in diaspro, è racchiuso da una copertura in rame argentato, che è ciò che appare ai fedeli. Per consentire ai fedeli di avvicinarsi e baciare questa colonna, è stata lasciata un’apertura ovale sul fondo della cappella attraverso la quale è possibile venerarla. L’immagine della Vergine poggia sul pilastro. Si tratta di un’effigie lignea alta 38 cm, scolpita secondo i canoni della scultura gotica europea della prima metà del XV secolo e attribuita allo scultore Juan de la Huerta. Rappresenta la Beata Vergine come regina e madre, con corona e manto imperiale, e con il Bambino in braccio.

Alcune tradizioni suggeriscono che quest’immagine sia stata donata dalla regina Bianca di Navarra, sposata con Giovanni II d’Aragona, dopo la sua guarigione da una grave malattia. Esistono prove documentali che nel 1433 si svolse un pellegrinaggio in segno di gratitudine per questa guarigione, e il frutto e la testimonianza perpetua di ciò furono l’istituzione da parte della regina dell’Ordine del

Pilar, l’unico ordine cavalleresco sopravvissuto nell’ex Regno di Navarra. Del miracolo di Calanda ne ho già parlato presentando il libro di Messori.

Tra le curiosità religiose e tradizionali da segnalare:

Il pilastro è coperto da uno degli innumerevoli mantelli che la Vergine custodisce gelosamente, sebbene vi siano diversi giorni all’anno in cui viene scoperto per la venerazione dei fedeli. Questi giorni sono il 2, il 12 e il 20 di ogni mese, in commemorazione delle date più importanti della devozione pilarista: la venuta della Vergine a Saragozza il 2 gennaio 1940, la solennità della Madonna del Pilar il 12 ottobre e l’incoronazione canonica della Vergine del Pilar il 20 maggio 1905. Dal 1677, alcuni mantelli hanno acquisito un valore aggiunto. Dopo essere stati indossati dalla Vergine del Pilar, vengono prestati a chiunque li desideri per coprire i malati, anche in punto di morte. Molti necrologi recitano: “Morì sotto il manto della Madonna del Pilar “.

La richiesta di mantelli, sia dall’Aragona che dal resto della Spagna e dall’estero, era in crescita e a volte impossibile da soddisfare, così vennero create le “misure”. Si tratta di nastri di tessuto di tanti colori quanti mantelli della Vergine, la cui lunghezza corrisponde esattamente alla misura dell’immagine sacra . Servono al lo stesso scopo: ricordarci la protezione della Madonna sui suoi figli in ogni momento.

Ci sarebbero molti altri aspetti da sottolineare riguardo alla “Pilarica”. Ne ho evidenziati alcuni tra i più significativi per comprendere meglio questa devozione popolare, simbolo di identità per la Spagna e che ci permette di approfondire la spiritualità del popolo aragonese e spagnolo. Ho trovato un interessante studio, una tesis Doctorial: “Usos publicos de la Virgen del Pilar: de la guerra de la indipendencia al premier Franquismo” (568 pagine; 2012) di Ramon Solans

Francisco Javier.

Fonti

BUESA CONDE, Domingo J. e LOZANO LÓPEZ, Juan Carlos. Il Pilastro è una

Colonna. La storia di una devozione. Governo dell’Aragona – Consiglio Comunale di

Saragozza, 1995.

DÍEZ QUINTANILLA, José Manuel. Le apparizioni della Vergine Maria: Dottrina e

storia. Free Books, Madrid, 2020.

PARDO, Andrés (dir.). Il libro del culto della Vergine. Alfredo Ortells, Valenza, 1998.

PASAMAR LAZARO, José Enrique e BLANCO LALINDE, Leonardo. Le bandiere

del Pilar, in Emblemata nº11, 2005, pp.429-434.

giovedì 3 luglio 2025

Miracolo Nostra Signora del Pilar

 

Un miracolo unico e inutilizzato

 

Vittorio Messori, il più grande scrittore cattolico vivente, tra le tante indagini storico religiose che ha fatto, ce ne è una che ha del clamoroso, si tratta del miracolo (il Gran Miraglo) che avvenne a Calanda, villaggio della Bassa Aragona in Spagna.

La sera del 29 marzo 1640, per intercessione di Nostra Signora del Pilar, veneratissima a Saragozza, a ungiovane contadino (Miguel Juan Pellicer) fu restituita di colpo la gamba destra, amputata più di due anni prima e sepolta nel cimitero dell’ospedale. Messori racconta questa storia con rigorosa documentazione in uno studio pubblicato da Rizzoli nel lontano 1998, testo riedito dalle edizioni Ares nel 2023. Io ho letto il testo pubblicato da Rizzoli,

Il Miracolo. Spagna 1640: Indagine sul più sconvolgente prodigio mariano”. Messori ci ha abituati a queste particolari indagini, come quella ben documentata su Bernadette Soubirous, una indagine storica sulla verità di Lourdes. Non sto qui ad elencare i numerosi e importanti studi che hanno caratterizzato la vita dello scrittore cattolico. Il miracolo di Calanda ebbe un certo riscontro quando avvenne, dopo è calato un sospettoso silenzio, scrive Messori, rotto proprio dal suo libro, il primo italiano che si è occupato dell’evento prodigioso. Lo studio è frutto di indagini negli archivi, interrogazioni di studiosi aragonesi e soprattutto di viaggi che l’autore ha fatto nei luoghi dove avvenne il miracolo.

Col rigore storico e la capacità divulgativa di sempre Messori è riuscito a raccontare uno dei misteri più sconvolgenti e, al contempo, più saldamente provati della storia. Il testo di 254 pagine, si compone di cinque Parti. Nella Prima (La Sfida) lo scrittore racconta la sua avventura del viaggio verso la Spagna, nella regione dell’Aragona, teatro di sanguinosi conflitti, uno per tutti, la Guerra Civil del 1936-39. Quando los Rojos (anarco-comunisti), i repubblicani che per odio nei confronti della Religione cattolica hanno devastato chiese e ucciso sacerdoti e suore. Affrontando l’evento de “El Milagro de los milagros”, il miracolo dei miracoli, usa l’evento di Calanda per fare delle importanti riflessioni spesso sottili provocazioni nei confronti dei tanti increduli, scettici, atei, agnostici come Emile ZolaErnest Renan, David Hume & compagni.

Il noto razionalista Felix Michaud affermava: “Nessun credente avrebbe l’ingenuità di sollecitare l’intervento divino perché rispunti una gamba tagliata. Un miracolo del genere, che pur sarebbe decisivo, non è mai stato constatato. E possiamo prevederlo, non lo sarà mai”. Questi cosiddetti liberi pensatori hanno cercato di sminuire, di diffamare gli eventi miracolosi in genere e in particolare i 65 casi di guarigioni a Lourdes. Quello di Calanda è stato volutamente ignorato. In questa parte Messori spiega la questione delle apparizioni della Madonna e dei vari miracoli che ancora oggi accompagnano la vita dei credenti e soprattutto il comportamento della Chiesa.

Si tratta semplicemente di aiuti che l’Altissimo offre all’umanità intera perché si converta e creda al Vangelo. I prodigi, i miracoli, sono segni straordinari, imprevedibili, segni “gratuiti”, – scrive Messori – concessi, ad enigmatica discrezione divina, per rinsaldare fedi vacillanti; per riaffermare la presenza del Creatore, Signore del mondo; per confermare la Sua onnipotenza e bontà”.

Intanto, l’autore, chiarisce che la Chiesa, intesa come Gerarchia, non cerca affatto questo tipo di “prodigi”. Spesso si mostra estremamente prudente e ipercritica, prima di confermare un avvenuto miracolo: In ogni caso, per il cattoliconon sono obblighi, da accettare sempre e comunque: sono semmai, doni, da accogliere con riconoscenza […]” Per la fede sono “conferme, magari appoggi; non fondamenta”.

Più avanti Messori sottolinea che nessun miracolo è indispensabile per il cristiano, tranne che quello della Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, qui la fede sta o cade. Tuttavia, a detta del maggiore storico attuale del “fatto di Calanda”, don Tomas Domingo Perez, la Chiesa, “anche quando, dopo una verifica meticolosa, l’autorità ecclesiastica dichiara autentico un fatto prodigioso, non intende affatto forzare l’assenso dei suoi figli”. Il Nostro è un Dio che ama la libertà, scrive ad un certo punto Messori.

È un Dio che si propone e non impone. E prima di concludere la prima parte Messori si interroga sul perché si conosce poco di Calanda, perché nessuno neanche la Utet, si prende cura di “uno strano processo del XVII secolo presso il tribunale vescovile di Saragozza e che avrebbe avuto per oggetto – nientemeno – che la storia di una gamba ricresciuta a un contadino analfabeta, un mendicante di un villaggio della Bassa Aragona?”. Se da parte “laica” il silenzio è comprensibile, non dovrebbe essere così da parte dei religiosi.

Addirittura, Messori lamenta che il miracolo più inaudito della storia non ha avuto l’eco universale che meritava, neanche da parte dei più accaniti battaglieri apologeti della fede. È uno strano oblio, interrotto da qualche studioso come l’abbè francese André Deroo, che studiava e divulgava i fatti di Lourdes, ed era spesso interrotto nelle sue conferenze e dibattiti, da qualche voce che esclamava: “Tutte queste storie di guarigioni miracolose sono molto belle ed edificanti…Però, caro Padre, non si è mai vista rispuntare una gamba tagliata!”. Per questo motivo, l’abbè ha fatto come Messori, ha indagato di persona sul posto per divulgare la memoria del prodigio iberico.

Nella seconda Parte (L’Evento) Messori racconta l’evento in sé stesso. Prima di giungere alla sera del 29 marzo del 1640, la notte del miracolo della gamba riattaccata al povero Miguel. Messori descrive l’incidente. Il giovane contadino finito sotto la pesante ruota di un carro ha avuto la gamba destra spezzata, alla fine di ottobre del 1637, in ospedale hanno deciso di tagliarla perché si era incancrenita. Pertanto, il giovane contadino non potendo più lavorare gli fu concesso di elemosinare davanti al santuario della Madonna del Pilar a Saragozza.

Dopo tre anni, superando la vergogna della sua mutilazione, è ritornato faticosamente a casa dai genitori a Calanda con due stampelle e una gamba di legno. Qui nella notte del 29 marzo 1640 si risvegliò con la sua gamba riattaccata, quella che sotterrata nel cimitero tre anni prima. Messori racconta con documenti alla mano, tutte le varie tappe del prodigio. A cominciare del grande spavento dei genitori di Miguel, con la stanza dove si percepiva “profumo di Paradiso”.

E poi l’accorrere dei vicini di casa e i parroci con il vescovo di Saragozza monsignor Pedro Apaolaza Ramirez che dopo un anno di processi e verifiche, con un rigore disciplinare e morale, ha emesso la sentenza con la quale si dichiarava miracolosa, ottenuta per l’intercessione di Nostra Signora del Pilar, la restituzione a Miguel Juan Pellicer di Calanda, la gamba destra amputata e sepolta da due anni e cinque mesi. Questo è il titolo della Sentenza pubblicata nell’ultima parte del libro. Dove troviamo anche l’Atto pubblico steso in Calanda, Bassa Aragona il 2 aprile 1640 dal Notaio Reale di Mazaleon, dottor Miguel Andreu.

Messori ritorna spesso sulla questione che il miracolo di Calanda ha avuto l’imprimatur delle autorità civili aragonesi. Un atto pubblico addirittura garantito da un documento (steso da un notaio abilitato dallo Stato) secondo ogni regola del diritto e confermato da dieci testimoni oculari, scelti tra i più attendibili e informati sui moltissimi disponibili. Tra l’altro persone non nativi della borgata del giovane Pellicer. Paradossalmente scrive Messori, dopo le carte, qui, “anche le pietre parlano”, rifacendosi a un’immagine evangelica. Un intero villaggio non si può ingannare, osserva un sacerdote. Anche se Calanda, forse a causa del suo isolamento geografico, non è mai divenuto un luogo primario di pellegrinaggio come Lourdes.

Infatti, sottolinea Messori, poteva testimoniare tutto un popolo che aveva conosciuto il giovane contadino. Praticamente, “siamo di fronte a un intervento divino certificato da un Atto pubblico”. Un atto, addirittura dopo una settantina di ore dopo l’evento e sul luogo stesso di quei fatti sui quali viene steso e autentica il rogito. Un Atto che si è salvato da mille pericoli, soprattutto dalla furia iconoclasta dei nuovi giacobini comunisti e che troviamo nell’ufficio del sindaco nel municipio di Saragozza. Non a torto lo storico Leandro Aina Naval può osservare: “Con un simile documento ci avviciniamo a quella garanzia ideale reclamata dai razionalisti e dagli increduli di ogni tempo […]”.

Il Mistero, insomma, garantito dai sigilli del Dottor Andreu, quello che in pratica pretendeva l’antiCristo di un Voltaire: “un miracolo constatato da un certo numero di persone sensate e che non fossero interessate alla cosa”. Voltaire, voleva l’intervento di un notaio e un suo rogito in piena regola come quando si acquista una casa o si contrae un matrimonio, o un testamento. A proposito dell’atto notarile Messori fa una interessante considerazione, “nessuno storico, per quanto scrupoloso potrebbe esigere di più. La stragrande maggioranza dei fatti del passato (anche fra i maggiori) è attestata con assai minori certezze documentarie e garanzie ufficiali. È una constatazione oggettiva, non una rassicurazione apologetica”.

Interessante la riflessione di Messori sulla attendibilità del miracolo, non c’erano solo i parroci, le autorità civili, ma c’era anche la “Suprema”, l’Inquisizione che vegliava senza essere intervenuta sul caso Calanda. Istituzione che aveva in Spagna l’appoggio popolare pieno e convinto di ogni classe sociale, al contrario di quello che vogliono farci credere gli estensori della “leggenda nera”. Abbastanza interessante descrivere un altro “siparietto” alla corte del Re Filippo IV che volle conoscere il giovane suddito analfabeta favorito dalla più straordinaria delle grazie della Vergine del Pilar.

Il sovrano di fronte al Pellicer non ha esitato ad inginocchiarsi e baciare la gamba miracolata. Messori accenna anche alla storia del santuario dedicato alla Vergine Maria, servirebbe uno studio approfondito, comunque non si tratta della solita apparizione della Madonna come è accaduto in altri luoghi, ma di una venuta della Madonna proprio a Saragozza nel 40 d.C. dove c’era l’apostolo Giacomo il Maggiore e altri che stavano evangelizzando il popolo iberico.

La Vergine Maria è venuta in carne e ossa su un pilastro, invitando Giacomo, quello di Compostela, che sarà poi il primo apostolo a subire il martirio, a costruire un tempio in suo onore. Questo pilastro, di alabastro, è ancora conservato nella cappella della basilica ed è oggetto di grande venerazione. È un luogo unico, quella del santuario del Pilar a Saragozza. Dio non ha fatto una cosa simile per alcun popolo. C’è una sorta di misterioso parallelismo tra Saragozza e Calanda, sorge spontanea la domanda: “Perché proprio qui e non altrove?”.

Zaragoza diventa la prima “sede” mariana del mondo. Qui, sulla riva destra dell’Ebro, appena fuori le mura della romana Caesarea Augusta, nella notte del 2 gennaio dell’anno 40 è venuta la Vergine quando era ancora in vita, prima di “addormentarsi” e di essere assunta in Cielo. Trasportata dagli angeli, sarebbe venuta da Gerusalemme “in carne mortale”, come cantano da secoli a squarciagola i fedeli, e come più volte al giorno ripetono sulla piazza del Pilar gli altoparlanti.

Messori racconta altri aneddoti inerenti al Gran Milagro, come quelli che riguardano  Luis Bunuel, il famoso regista, ateo, ma devoto alla vergine del Pilar e al miracolo di Calanda. Per il regista spagnolo Lourdes è un luogo mediocre.

Nella terza Parte (La Lezione) di Calanda. Il significato sociale più che personale del miracolo. Un beneficio per la comunità intera non solo aragonese, ma di tutta la Spagna, per tutti noi che abbiamo appreso lo straordinario evento. Ma questo vale per qualsiasi altro evento miracoloso. Per quanto riguarda il dopo guarigione di Miguel Juan Pellicer si sa poco, ignoriamo quando sia morto, abbiamo poche certezze della sua vita dopo il miracolo. La quarta Parte è dedicata alle immagini, che per un libro sono tante.

Ultima parte i Documenti.

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mercoledì 27 settembre 2023

 

sugo della storia

Manzoni, Leopardi e la Madonna

Due giganti della letteratura italiana, Manzoni e Leopardi, spesso contrapposti nei libri di testo e dalla critica letteraria, presentano una straordinaria sintonia nella descrizione della natura umana e della situazione esistenziale in cui si trova l’uomo.

Alla fine del capitolo XXXVIII, il conclusivo de I promessi sposi, Manzoni utilizza un’immagine icastica: l’uomo è come un infermo che desidera cambiare letto, guarda quello altrui e lo vede più comodo e confortevole. Quando finalmente riesce a trovare un altro giaciglio, inizia a sentire “qui una lisca che lo punge, lì un bernoccolo che lo preme: siamo in somma, a un di presso, alla storia di prima. E per questo, soggiunge l’anonimo, si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio”.

La vita dell’uomo non è mai perfetta, immune dalla sofferenza e dai problemi. L’uomo desidera sempre indossare un vestito che non è il proprio, percepisce un’insoddisfazione come un pungolo, anche quando sembra aver raggiunto l’obiettivo tanto agognato.

Anche per Leopardi l’uomo prova un sentimento di insoddisfazione e di tristezza che deriva da una tensione inesausta all’infinito, alla compiutezza e alla perfezione, sentimento definito laconicamente col termine “noia”, “in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani,… il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera” (Pensieri, LXVIII).

A distanza di pochi anni Manzoni e Leopardi scrivono due bei testi poetici dedicati alla Madonna.

Nel 1812 a Il nome di Maria Manzoni riserva un intero inno sacro, forse il più bello, ma “stranamente” anche poco conosciuto. Manzoni attesta che la profezia “Tutte le genti” la “chiameranno beata” si è adempiuta:

e detto salve a lei, che in reverenti

accoglienze onorò l’inaspettata,

Dio lodando, sclamò: Tutte le genti

mi chiameran beata…

Noi, oggi, siamo senz’altro

[…] testimoni che alla tua parola

obbediente l’avvenir rispose,

[…]

Noi sappiamo, o Maria, ch’Ei solo attenne

l’alta promessa che da Te s’udìa,

ei che in cor la ti pose: a noi solenne

è il nome tuo, Maria.

Ogni popolo ha conosciuto la grandezza della Madonna, la “Vergine, […] Signora, […] Tuttasanta”. A Lei ricorrono il bambino, nelle “paure della veglia bruna”, a Lei “ricorre il navigante”. A lei “la femminetta … della sua immortale/ alma gli affanni espone”.

La Madonna ascolta le nostre suppliche e le nostre preghiere “non come suole il mondo”. A Lei ogni popolo canti:

Salve, o degnata del secondo nome,

o Rosa, o Stella, ai periglianti scampo,

inclita come il sol, terribile come

oste schierata in campo.

 

Solo una vera e profonda devozione mariana potrebbe partorire versi di tale bellezza e di tale forza espressiva! Nel contempo, soltanto un lettore devoto e grato alla Madonna avverte la verità di questa poesia, non certo “retorica”, ma solenne, come si addice alla “Madre di tutti i viventi”.

Quattro anni più tardi, tra il novembre e il dicembre del 1816, G. Leopardi scrive un componimento intitolato L’appressamento della morte, composto in terzine dantesche. Il richiamo a Dante è non solo nell’uso della forma metrica.

In maniera sorprendente, infatti, il testo si conclude come la Commedia dantesca con un’invocazione alla Madonna. Scrive il Recanatese:

O Vergin Diva, se prosteso mai

Caddi in membrarti, a questo mondo basso,

Se mai ti dissi Madre e se t’amai,

Deh tu soccorri lo spirito lasso

Quando de l’ore udrà l’ultimo suono,

Deh tu m’aita ne l’orrendo passo.

Leopardi invoca la Madonna perché possa soccorrerlo nell’ora della morte. Così, Leopardi può rivolgersi al Padre Redentore con la sicurezza di un figlio che ha riposto bene la sua fiducia:

Se ‘l mondo cangiar co’ premi tuoi

Deggio morendo e con tua santa schiera,

Giunga il sospir di morte.

Una perlustrazione integrale dell’intera opera leopardiana, in prosa e in poesia, darà poi esiti impensati, perché il poeta più volte esalta la figura della Madonna e la invoca.

Inoltre, Leopardi strinse rapporti stretti con i Gesuiti negli anni della permanenza a Napoli dal 1833 al 1837, anno della sua morte. Secondo la testimonianza scritta del gesuita F. Scarpa Leopardi “si confessò e si riconciliò con Dio per mezzo del Sacramento della Penitenza”. La richiesta alla Madonna fatta in giovinezza di stargli vicino “all’appressamento della morte” si è dunque compiuta