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lunedì 12 agosto 2024

La solitudine si cura donando

 La solitudine si cura in un solo modo, andando verso la gente e “donando” invece di “ricevere”. Si tratta di un problema morale prima che sociale e bisogna imparare a lavorare, a esistere, non solo per sé ma anche per qualche altro, per gli altri. Finché uno dice “sono solo”, sono “estraneo e sconosciuto”, “sento il gelo”, starà sempre peggio. E’ solo chi vuole esserlo. Per vivere una vita piena e ricca bisogna andare verso gli altri. E questo è tutto.


__ Cesare Pavese - "Lettere"

mercoledì 28 febbraio 2024

La ricerca di Pavese

 PAVESE 

PAVESE 1

In un libro intitolato IL SENSO RELIGIOSO, che molti amici stanno leggendo in questi giorni, si parla di uno scambio epistolare tra Cesare Pavese e una giovane professoressa che stava traducendo per lui dal greco i capolavori di Omero, Iliade e Odissea. Lei viene colpita da ciò che scrive Pavese nel doppio romanzo autobiografico “Prima che il Gallo canti”, e in particolare dal cap. XV di “La casa in collina” ove lo scrittore confessa la propria “esigenza religiosa”. Lui le risponde che questo è “il punto infiammato, il locus di tutta la sua coscienza”.


Qualche tempo fa ho approfondito il FATTO VERO, cioè l’incontro accaduto a Pavese all’inizio del 1944. Lo racconto in quattro post a partire da oggi [il mio mini-saggio su Pavese è a stampa nel libro “L’io spezzato e la domanda di assoluto”, edito da Itaca]


Nel cap. XV Corrado [alter ego di Pavese] si sente “braccato”, cerca un luogo in cui nascondersi. Sa di gente che si è rifugiata nei conventi e nelle chiese… “Un ritorno all’infanzia, all’odore d’incenso, alle preghiere e all’innocenza?”. Per la sua ideologia in quei luoghi dovrebbero esserci solo i “fastidiosi borbottii” di vecchi bigotti; e se invece proprio lì egli potesse sentire, “con le palme sul viso, calmarsi il battito del cuore?”. Quindi gli accadde un primo evento, tutto interiore: “Ricordo che stavo traversando una piazza, e il pensiero mi fece fermare. Trasalii. Fu quella una gioia, una beatitudine inattesa. Pregare, entrare in chiesa, è vivere un istante di pace, rinascere in un mondo senza sangue”. Vede una chiesa e ci entra. “C’era in fondo, sotto l’altare, un lumicino rosso; nei banchi, nessuno. Fissai gli occhi a terra e ripensai quel pensiero, volli rigodere la gioia e la certezza della pace improvvisa. Non mi riuscì”. Avvenimento: accade quando accade, non a comando. “Non parlai con nessuno di quell’attimo, di quello sgorgo di gioia”. Solo con Cate – colei che era stata la sua donna – Corrado prova ad aprire il discorso, ma per lei che ha una posizione ideologica è appunto un “discorso”. Invece per lui “crederci bisogna. Se non credi in qualcosa non vivi. … Siamo tutti malati che vorremmo guarire. È un male dentro… Uno che prega, quando prega è come sano”. Ma lei taglia corto: “Pregare non serve”. Qualche giorno dopo i tedeschi arrestano Cate e gli altri amici. Corrado vede la scena dall’alto. “Si udì il canto di un gallo, strepitoso e lontano” (cap. XVI). Il “gallo” che è nel titolo del libro. 

Domani vedremo che a Pavese accadde un “incontro”, di cui sappiamo anche la data…PAVESE 1

In un libro intitolato IL SENSO RELIGIOSO, che molti amici stanno leggendo in questi giorni, si parla di uno scambio epistolare tra Cesare Pavese e una giovane professoressa che stava traducendo per lui dal greco i capolavori di Omero, Iliade e Odissea. Lei viene colpita da ciò che scrive Pavese nel doppio romanzo autobiografico “Prima che il Gallo canti”, e in particolare dal cap. XV di “La casa in collina” ove lo scrittore confessa la propria “esigenza religiosa”. Lui le risponde che questo è “il punto infiammato, il locus di tutta la sua coscienza”.


Qualche tempo fa ho approfondito il FATTO VERO, cioè l’incontro accaduto a Pavese all’inizio del 1944. Lo racconto in quattro post a partire da oggi [il mio mini-saggio su Pavese è a stampa nel libro “L’io spezzato e la domanda di assoluto”, edito da Itaca]


Nel cap. XV Corrado [alter ego di Pavese] si sente “braccato”, cerca un luogo in cui nascondersi. Sa di gente che si è rifugiata nei conventi e nelle chiese… “Un ritorno all’infanzia, all’odore d’incenso, alle preghiere e all’innocenza?”. Per la sua ideologia in quei luoghi dovrebbero esserci solo i “fastidiosi borbottii” di vecchi bigotti; e se invece proprio lì egli potesse sentire, “con le palme sul viso, calmarsi il battito del cuore?”. Quindi gli accadde un primo evento, tutto interiore: “Ricordo che stavo traversando una piazza, e il pensiero mi fece fermare. Trasalii. Fu quella una gioia, una beatitudine inattesa. Pregare, entrare in chiesa, è vivere un istante di pace, rinascere in un mondo senza sangue”. Vede una chiesa e ci entra. “C’era in fondo, sotto l’altare, un lumicino rosso; nei banchi, nessuno. Fissai gli occhi a terra e ripensai quel pensiero, volli rigodere la gioia e la certezza della pace improvvisa. Non mi riuscì”. Avvenimento: accade quando accade, non a comando. “Non parlai con nessuno di quell’attimo, di quello sgorgo di gioia”. Solo con Cate – colei che era stata la sua donna – Corrado prova ad aprire il discorso, ma per lei che ha una posizione ideologica è appunto un “discorso”. Invece per lui “crederci bisogna. Se non credi in qualcosa non vivi. … Siamo tutti malati che vorremmo guarire. È un male dentro… Uno che prega, quando prega è come sano”. Ma lei taglia corto: “Pregare non serve”. Qualche giorno dopo i tedeschi arrestano Cate e gli altri amici. Corrado vede la scena dall’alto. “Si udì il canto di un gallo, strepitoso e lontano” (cap. XVI). Il “gallo” che è nel titolo del libro. 

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PAVESE 2

Nel romanzo “La casa in collina” Cesare Pavese dice che un giorno al protagonista Corrado (alter ego del Narratore) di fronte ad una chiesa accadde di vivere “un attimo di beatitudine inattesa, uno SGORGO DI GIOIA”. Si tratta della rielaborazione letteraria di un’esperienza veramente accaduta in un preciso giorno a Pavese. Ne “Il mestiere di vivere” – il suo diario segreto, pubblicato postumo – egli annota il 29 gennaio ’44: “Ci si umilia nel chiedere una grazia e si scopre l’intima dolcezza del regno di Dio. Quasi si dimentica ciò che si chiedeva: si vorrebbe soltanto goder sempre quello SGORGO DI DIVINITÀ. È questa senza dubbio la mia strada per giungere alla fede, il mio modo di esser fedele. Una rinuncia a tutto, una sommersione in un mare di amore, un mancamento al barlume di questa POSSIBILITÀ. Forse è tutto qui: in questo tremito del «se fosse vero!» se davvero fosse vero”. Il 1° febbraio aggiunge: “Lo sgorgo di divinità lo si sente quando il dolore ci ha fatto inginocchiare. Al punto che la prima avvisaglia del dolore ci dà un moto di gioia, di gratitudine, di aspettazione”. Dal dicembre ’43 fino alla Liberazione, nell’aprile ’45, Pavese fu per ben sedici mesi ospite dei padri Somaschi nel collegio Trevisio di Casale Monferrato. Di mattina studiava e scriveva, di pomeriggio dava ripetizioni di latino e greco ai ragazzi. Taciturno e diffidente, mantenne le distanze con tutti, ma non con il padre Giovanni Baravalle, un giovane gioviale sacerdote soprannominato padre Felice. Anzi fra i due crebbe una cordiale amicizia, che culminò in un evento ignoto ai più.

Lo racconto domani…

Domani vedremo che a Pavese accadde un “incontro”, di cui sappiamo anche la data…

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 In un’affollatissima sala milanese, a quarant’anni dalla morte dello scrittore, padre Giovanni Baravalle ha raccontato: “La sera del 29 gennaio ’44 me ne stavo nella cappella del collegio a recitare il breviario. Ero concentrato sul libro. Improvvisamente qualcuno entra nel locale, camminando in punta di piedi, e si siede sulla panca al mio fianco. Vado avanti qualche istante a leggere e intanto con una sbirciata mi accorgo che quella persona è il professore [Cesare Pavese], l’aria disperata, la testa fra le mani. Improvvisamente mi dice: «Padre, ho bisogno di lei. Mi aiuti». Comincia a parlare senza più fermarsi per due ore, mi racconta la sua vita. Si sfoga e alla fine mi chiede: «Che cosa può fare per me?». «In nome di Dio le posso dare il perdono e l’assoluzione, purché lei sia pentito dei suoi peccati». «Sì – risponde Pavese – se ho offeso Dio voglio chiedergli perdono delle mie colpe». Finalmente lo assolvo; passa qualche secondo e lui, vinto un moto di esitazione, mi pone un’altra domanda: «E come faccio a fare la Comunione? Io non so più come si fa». «Non si preoccupi; domattina alle sette lei si trovi qui. La cappella è deserta, finisco di celebrare la Messa nella cappella pubblica e vengo qui: io le do la comunione e lei non deve preoccuparsi di cerimonie o altro». L’indomani Pavese arriva puntuale e riceve il sacramento”. È un evento che rimane inciso nella memoria. Annoterà ne “Il mestiere di vivere” il 12 gennaio ’48: “Perché quando riesci a scrivere di Dio, della gioia disperata di quella sera al Trevisio, ti senti sorpreso e felice come chi giunge in paese nuovo?”. Lo “sgorgo” di gioia coincide proprio con la sorprendente novità accaduta quella sera.

giovedì 15 dicembre 2022

Il talento femminile

 “Il talento femminile è un talento innato, una disposizione originaria, un assoluto virtuosismo nel conferire al finito un senso. La donna concilia l’uomo e se stessa col mondo, è in armonia con l’esistenza in una misura che l’uomo non conosce. Poiché la donna spiega la finitezza, essa è la vita profonda dell’uomo: una vita tranquilla e nascosta, come è sempre la vita delle radici”. 


Cesare Pavese

giovedì 3 marzo 2022

Solo la carità è rispettabile. Cristo e Dostoevskij. Tutto il resto sono balle

 Dostoevskij nel suo Diario di uno scrittore, a proposito del suo ideale artistico: «In pieno realismo trovare l’uomo nell’uomo. È un tratto russo per eccellenza, e in questo senso io sono certo “popolare” […], e benché sia sconosciuto al popolo russo di oggi, sarò noto a quello di domani. / Mi chiamano psicologo: non è vero, io sono solo un realista nel senso più alto, cioè raffiguro tutte le profondità dell’anima umana».

Cesare Pavese: «Idiota e lurido Kant, se Dio non c’è tutto è permesso. Basta con la morale. Solo la carità è rispettabile. Cristo e Dostoevskij. Tutto il resto sono balle».

Da i Tempi

martedì 20 aprile 2021

solo la carità è rispettabile. Cristo e Dostoevskij, tutto il resto sono balle

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 «solo la carità è rispettabile. Cristo e Dostoevskij, tutto il resto sono balle»

Pavese da :Il mestiere di vivere

venerdì 14 agosto 2020

dannato alla tristezza quotidiana

 Andare per le vie tristemente

tormentato in continuo dal terrore

di vedermi svanire sotto gli occhi

le creazioni a lungo vagheggiate:

sentire indebolirsi dentro all’anima

l’ardore, la speranza tutto… tutto…

E restare così senz’un amore,

una grandezza, piccolo, volgare,

dannato alla tristezza quotidiana

e al pensiero incessante che infiniti

uomini han già sofferto quel ch’io soffro

ora e son morti oscuri, senza sorgere

a una luce di gloria, disperati.

Nel mio dolore nulla m’è lasciato,

neppur l’orgoglio di sentirmi il solo!

[14 novembre 1925] Cesare Pavese


venerdì 30 giugno 2017

L'insoddisfazione

 L'insoddisfazione
***
Tutti gli uomini hanno un cancro che li rode, un escremento giornaliero, un male a scadenza: la loro insoddisfazione, il punto di scontro tra il loro essere reale, scheletrico e l’infinita complessità della vita. E tutti prima o poi se ne accorgono. 
 Pavese, Il mestiere di vivere, 26 novembre 1937 .

sabato 31 maggio 2014

CESARE PAVESE. «Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?

Maturità 2014. CESARE PAVESE. «Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?»


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Indice
Maturità 2014. CESARE PAVESE. «Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?»
Pagina 2
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Maturità 2013. Prosegue il viaggio di tempi.it in preparazione dell’Esame di Stato. Dopo Giovanni Pascoli, Gabriele D’AnnunzioLuigi Pirandello, Italo SvevoGiuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Umberto Saba, Salvatore Quasimodo, Italo Calvino e Giuseppe Tomasi di Lampedusa oggi parliamo di Cesare Pavese.

La vita

Nato a Santo Stefano Belbo nelle Langhe nel 1908, Cesare Pavese studia Lettere all’Università di Torino ove ha come maestro Augusto Monti e stringe amicizie che saranno poi determinanti nella sua formazione e nell’attività editoriale e letteraria successiva. Un suo amico Giulio Einaudi fonda l’omonima casa editrice di cui Pavese diventerà prima collaboratore e successivamente anche direttore e con cui pubblicherà tutti i suoi romanzi. La sua vocazione alla scrittura è viva e feconda fin da giovane, già dai tempi universitari e da quando, una volta laureato, si dedica anche all’insegnamento. Nel 1935 viene confinato per un anno a Brancaleone calabro, accusato di collaborare con gli antifascisti. Ritornato a Torino, scopre che Tina Pizzardo, la «donna dalla voce rauca» di cui è innamorato, si è sposata con un altro uomo. Grande è la delusione. La sua produzione si converte sempre più dalla poesia alla prosa, in un’attività instancabile che lo porta al più grande riconoscimento italiano, il conseguimento del Premio Strega (1950) con La bella estate, scritta nel 1949. Il 1950 è anche l’anno del suo più noto romanzo, La luna e i falò. Il 27 agosto 1950 Pavese si suicida in una camera d’albergo a Torino.

 
I romanzi
La contemporaneità ha esaltato quell’autonomia e quell’individualismo dell’uomo moderno che coincide, in realtà, con una condizione di solitudine. Così scrive Charles Taylor ne Il disagio della modernità: «Il lato oscuro dell’individualismo è il suo incentrarsi sull’io, che a un tempo appiattisce e restringe le nostre vite, ne impoverisce il significato e le allontana dall’interesse per gli altri e la società». Per questo Cesare Pavese (1908-1950) annota in una pagina del suo diario Il mestiere di vivere, datata 1939: «La massima sventura è la solitudine, tant’è vero che  il supremo conforto - la religione - consiste nel trovare una compagnia che non falla, Dio. La preghiera  è lo sfogo come con un amico [...]. Tutto il problema della vita è dunque questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con altri. Così si spiega la persistenza del matrimonio, della paternità, delle amicizie. Perché poi qui stia la felicità, mah! Perché si debba star meglio comunicando con un altro che non stando soli, è strano. Forse è solo un'illusione: si sta benissimo soli la maggior parte del tempo. Piace di tanto in tanto avere un otre in cui versarsi e poi bervi se stessi: dato che dagli altri chiediamo ciò che abbiamo già in noi. Mistero perché non ci basti scrutare e bere in noi e ci occorra riavere noi dagli altri». L’uomo si può conoscere e  riavere solo nel rapporto con l’altro, proprio perché l’io è rapporto strutturale con un tu.

  Le righe sopra riportate appartengono alle pagine di riflessioni personali, di diario privato che furono trovate in una cartella verde, alla morte di Cesare Pavese, fogli sciolti per lo più manoscritti (tranne quattordici pagine dattiloscritte). Su una pagina bianca compare il titolo Il mestiere di vivere di Cesare Pavese. La prima edizione dell’opera sarà postuma (1952). Pavese aveva chiuso i suoi giorni in una camera d’albergo a Torino, suicida. Nell’ultima confidenza affidata al diario annotava (18 agosto 1950): «La cosa più segretamente temuta accade sempre. Scrivo: o Tu, abbi pietà. E poi? Basta un po’ di coraggio. […] Ci vuole umiltà, non orgoglio. Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più». Non aveva ancora compiuto quarantadue anni, aveva già pubblicato tantissime opere, sillogi poetiche (tra cui Lavorare stanca, La terra e la morte, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi) e romanzi (La spiaggia, Il compagno, La casa in collina, Il diavolo sulle colline, Tra donne sole, La bella estate, La luna e i falò, …), aveva conseguito la palma del migliore ottenendo il Premio Strega proprio due mesi prima e il 14 luglio aveva scritto facendo presagire quanto sarebbe poi successo: «Tornato da Roma, da un pezzo. A Roma, apoteosi. E con questo? Ci siamo. Tutto crolla». Il mestiere di vivere è, forse, il più bel diario che sia mai stato steso insieme allo Zibaldone di Leopardi, da leggersi a sorsi, come si assaggia un vino pregiato. Vi dominano la vita, la dimensione dell’esperienza, la ricerca della maturità (per Pavese «Ripeness is all» ovvero «la maturità è tutto»), la consapevolezza che l’animo umano è strutturato come attesa. Il 27 novembre del 1945 Pavese annota: «Com’è grande il pensiero che veramente nulla a noi è dovuto. Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?». Nessuna delusione, per grande che sia, può estirpare questa innata aspettativa del compimento. Disumano, addirittura tragico, sarebbe non attendersi più nulla: «Aspettare è ancora un’occupazione. È non aspettar niente che è terribile» (15 settembre 1946). Nel 1942 Pavese aveva intuito, così almeno ci sembra di capire, che l’attesa scaturisce da un’esperienza già vissuta e sperimentata. Scriveva, infatti, il 28 gennaio: «Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla- ora soltanto- per la prima volta. Devi creare un nesso tra il fatto che nei momenti più veri tu sei inevitabilmente ciò che fosti in passato […] e il fatto che soltanto le cose ricordate sono vere». La memoria di quanto è stato è ciò che permette all’uomo di essere pienamente tale. È il ricordo dell’evento, di quanto sarà e si ripeterà sempre. Altrove Pavese usa il termine «mito», parola a lui così cara che alla dimensione del mito dedicherà l’intera opera Dialoghi con Leucò e la poesia «Mito» («Verrà il giorno che il giovane dio sarà un uomo/ senza pena, col morto sorriso dell’uomo/ che ha compreso»).

L’idea del viaggio, di una vita in cui si prende consapevolezza di sé e della realtà, in cui si possa giungere a cogliere l’essenza stessa di ciò che sta oltre il tempo, proprio perché permane, invariabile, è sottesa a tutta la produzione di Pavese, da quella poetica (si pensi a I mari del sud) a quella narrativa. La vita dell’uomo permette viaggi, ma non ritorni. L’impossibilità di un ritorno è raccontata nell’ultimo romanzo La luna e i falò (pubblicato nel 1950). Tornato dall’America dopo la liberazione e dopo aver fatto fortuna, Anguilla cerca invano nel paese natio delle Langhe il proprio passato e i compagni cari dell’infanzia. Molti, infatti, sono morti. Rivive nella figura del piccolo Cinto, adottato dal contadino Valino, la sua stessa storia di orfano nell’infanzia. Infine, scopre che quei falò che nella tradizione mitica, ancestrale e contadina rinnovano di anno in anno la fecondità della terra sono nell’orizzonte storico lo strumento della tragica morte durante la guerra, in cui ha perso la vita giovanissima la bella ragazza del paese, Santa, divenuta spia dei tedeschi. Ora che è tornato capisce che «un paese vuol dire non essere mai soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti», «un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via». Anguilla non può restare, deve ripartire, ora che sa e ha capito. La maturità dell’uomo è questa consapevolezza della vita, questa accettazione del destino che, se non si tramuta in amore, lascia solo tanta tristezza e malinconia. Annotava Pavese il 15 febbraio del 1950: «Ragioni sempre: le cose prima d’esser conosciute, le cose dopo conosciute… Il problema è sempre quello – razionalizzare, prender coscienza, fare storia».
Ma non tutto si comprende. «Poesia è rappresentare il nodo irrisolto come tale, farne sentire il mistero, il selvaggio. Ma allora dov’è lo sforzo di conoscere del poetare?» (15 febbraio 1950). La poesia e l’arte più in generale nascono dal mito, non da un concetto. I «compagni» comunisti di Pavese non concordano con questa visione dello scrittore, lo trovano un cattivo compagno, come lo scrittore precisa nello stesso giorno sul diario.
Il 1950 è l’anno in cui Pavese vince il Premio Strega con La bella estate, una trilogia che raccoglie brevi romanzi: La bella estate (1940), Il diavolo sulle colline (1948), Tra donne sole (1949). Pavese annota nel suo diario: «C'è una cosa più triste che fallire i propri ideali: esserci riusciti». La vittoria era stata la conferma dell’inutilità di ogni sforzo umano di darsi la felicità. L’adesione al Comunismo (Pavese si era tesserato al PCI nel 1945 per «tacitare i rimorsi e […] rompere l’isolamento» come scrisse Davide Lajolo nel Vizio assurdo, fondamentale biografia dello scrittore) aveva mostrato l’inconsistenza dell’ideologia e la sua incapacità a cogliere la complessità del reale. L’uomo è in attesa della buona novella, che il Mistero (così presente in tutta la produzione di Pavese) condivida la strada con noi, si faccia compagnia e presenza umana, rompendo così la solitudine. Questa era stata l’intuizione di Pavese descritta nella pagina di diario del 1939.

Invito alla lettura

Il mestiere di vivere;
Lavorare stanca;
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi;
Il diavolo sulle colline;
Tra donne sole;
La bella estate;
Dialoghi con Leucò;
La luna e i falò.


Analisi di testo

«I mari del Sud» da Lavorare stanca
(a Monti)
Camminiamo una sera sul fianco di un colle, in silenzio. Nell'ombra del tardo crepuscolo mio cugino è un gigante vestito di bianco, che si muove pacato, abbronzato nel volto, taciturno. Tacere è la nostra virtù. Qualche nostro antenato dev'essere stato ben solo - un grand'uomo tra idioti o un povero folle - per insegnare ai suoi tanto silenzio.

Mio cugino ha parlato stasera. Mi ha chiesto se salivo con lui: dalla vetta si scorge nelle notti serene il riflesso del faro lontano, di Torino. "Tu che abiti a Torino... " mi ha detto "...ma hai ragione. La vita va vissuta lontano dal paese: si profitta e si gode e poi, quando si torna, come me a quarant'anni, si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono". Tutto questo mi ha detto e non parla italiano, ma adopera lento il dialetto, che, come le pietre di questo stesso colle, è scabro tanto che vent'anni di idiomi e di oceani diversi non gliel'hanno scalfito. E cammina per l'erta con lo sguardo raccolto che ho visto, bambino, usare ai contadini un poco stanchi.

Vent'anni è stato in giro per il mondo. Se n' andò ch'io ero ancora un bambino portato da donne e lo dissero morto. Sentii poi parlarne da donne, come in favola, talvolta; uomini, più gravi, lo scordarono.
Un inverno a mio padre già morto arrivò un cartoncino con un gran francobollo verdastro di navi in un porto e auguri di buona vendemmia. Fu un grande stupore, ma il bambino cresciuto spiegò avidamente che il biglietto veniva da un'isola detta Tasmania circondata da un mare più azzurro, feroce di squali, nel Pacifico, a sud dell'Australia. E aggiunse che certo il cugino pescava le perle. E staccò il francobollo. Tutti diedero un loro parere, ma tutti conclusero che, se non era morto, morirebbe. Poi scordarono tutti e passò molto tempo.

Oh da quando ho giocato ai pirati malesi, quanto tempo è trascorso. E dall'ultima volta che son sceso a bagnarmi in un punto mortale e ho inseguito un compagno di giochi su un albero spaccandone i bei rami e ho rotta la testa a un rivale e son stato picchiato, quanta vita è trascorsa. Altri giorni, altri giochi, altri squassi del sangue dinanzi a rivali più elusivi: i pensieri ed i sogni. La città mi ha insegnato infinite paure: una folla, una strada mi han fatto tremare, un pensiero talvolta, spiato su un viso. Sento ancora negli occhi la luce beffarda dei lampioni a migliaia sul gran scalpiccìo.

Mio cugino è tornato, finita la guerra, gigantesco, tra i pochi. E aveva denaro. I parenti dicevano piano: "Fra un anno, a dir molto, se li è mangiati tutti e torna in giro. I disperati muoiono cosi ". Mio cugino ha una faccia recisa. Comprò un pianterreno nel paese e ci fece riuscire un garage di cemento con dinanzi fiammante la pila per dar la benzina e sul ponte ben grossa alla curva una targa-réclame. Poi ci mise un meccanico dentro a ricevere i soldi e lui girò tutte le Langhe fumando. S'era intanto sposato, in paese. Pigliò una ragazza esile e bionda come le straniere che aveva certo un giorno incontrato nel mondo. Ma usci ancora da solo. Vestito di bianco, con le mani alla schiena e il volto abbronzato, al mattino batteva le fiere e con aria sorniona contrattava i cavalli. Spiegò poi a me, quando fallì il disegno, che il suo piano era stato di togliere tutte le bestie alla valle e obbligare la gente a comprargli i motori. "Ma la bestia"  diceva "più grossa di tutte, sono stato io a pensarlo. Dovevo sapere che qui buoi e persone son tutta una razza".

Camminiamo da più di mezz'ora. La vetta è vicina, sempre aumenta d'intorno il frusciare e il fischiare del vento. Mio cugino si ferma d'un tratto e si volge: "Quest'anno scrivo sul manifesto: - Santo Stefano è sempre stato il primo nelle feste della valle del Belbo - e che la dicano quei di Canelli ". Poi riprende l'erta. Un profumo di terra e di vento ci avvolge nel buio, qualche lume in distanza: cascine, automobili che si sentono appena; e io penso alla forza che mi ha reso quest'uomo, strappandolo al mare, alle terre lontane, al silenzio che dura. Mio cugino non parla dei viaggi compiuti. Dice asciutto che è stato in quel luogo e in quell'altro e pensa ai suoi motori.

Solo un sogno gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta, da fuochista su un legno olandese da pesca, il cetaceo, e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole, ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia. Me ne accenna talvolta.

Ma quando gli dico ch'egli è tra i fortunati che han visto l'aurora sulle isole più belle della terra, al ricordo sorride e risponde che il sole si levava che il giorno era vecchio per loro.
Comprensione complessiva
  1. Quali sono i contenuti principali della poesia?

Analisi di testo
  1. La poesia «I mari del Sud» assume talvolta i toni del racconto e della prosa. Argomenta questa affermazione con opportuni esempi al testo.
  2. Compaiono molti discorsi diretti. Qual è il significato della loro presenza all’interno del componimento?
  3. Quali espressioni
  4. Qual è la forma metrica della poesia?

Inquadramento generale e approfondimenti
  1. Lo scrittore parla di partenze e di ritorni in cui si scopre che niente è più uguale a prima. Pavese scrive nel 1930, vent’anni prima de La luna e i falò quando il tema dell’impossibile ritorno diventa centrale. Approfondisci queste affermazioni con opportuni riferimenti al romanzo di Pavese e riconosci eventuali differenze con «I mari del sud» dovute non solo alla distanza tra prosa e poesia, ma anche alla diversa età in cui lo scrittore ha composto i due testi.

(pubblicato su Tempi.it del 15-6-2013

sabato 26 aprile 2014

Quello che cerco l’ho nel cuore, come te


-                                Quello che cerco l’ho nel cuore, come te
                                                                              ***
“Calipso- Odisseo, non c’è nulla di molto diverso. Anche tu come me vuoi fermarti su un’isola. Io forse un giorno ti dirò quel che ho patito. Tutte e due siamo stanchi di un grosso destino. Perché continuare? Che ti importa che l’isola non sia quella che cercavi? Qui mai nulla succede. C’è un po’ di terra e un orizzonte. Qui puoi vivere sempre.

•Odisseo- Un vita immortale.

 Calipso –  Immortale è chi accetta l’istante. Chi non conosce più un domani. Se non deponi la smania e non accetti l’orizzonte, non uscirai da quel destino che conosci. Posare la testa e tacere”. (Cesare Pavese)

Parlando con gli studenti della letteratura di viaggio, siamo tornati lì, a Pavese, alla sua Isola, uno dei Dialoghi con Leucò. Nella terra perduta, dimenticata, Ogigia, Calipso cerca di convincere Ulisse-Odisseo a rassegnarsi: è inutile viaggiare, posa il capo, accetta l’istante che viene e che va, quello che cerchi, la felicità, non esiste. In un barlume di grande umanità, Ulisse, alla fine del dialogo, dice quello che Calipso ha scordato, su quell’isola della dimenticanza:

    Odisseo- Ti ho chiesto se sei felice. •

    Calipso- Non è questo. Accetto l’istante….

    •Odisseo- Non sono immortale. •
    Calipso- Lo sarai se mi ascolti. •Che cos’è vita eterna se non questo accettare l’istante che viene e l’istante che va? L’ebbrezza e il piacere, la morte non hanno altro scopo. Cosa è stato finora il tuo errare inquieto? •

    Odisseo- Se lo sapessi avrei già smesso. Ma tu dimentichi qualcosa.

    •Calipso- Dimmi

    •Odisseo- Quello che cerco l’ho nel cuore, come te
.

venerdì 25 aprile 2014

questi occhi di febbre che cercheranno cercheranno sempre

***

"Giungeremo alla fine 

che avremo ancora questi occhi di febbre

 che cercheranno cercheranno sempre". (Cesare Pavese)

venerdì 18 aprile 2014

Quello che cerco l'ho nel cuore, come te»

 Quello che cerco l'ho nel cuore, come te
*** 

«Calipso : L'ebbrezza, il piacere, la morte non hanno altro scopo. Cos'è stato finora il tuo errare inquieto?
Odisseo : Se lo sapessi avrei già smesso. Ma tu dimentichi qualcosa.
Calipso : Dimmi.
Odisseo : Quello che cerco l'ho nel cuore, come te».

Cesare Pavese, “Dialoghi con Leucò”

domenica 30 marzo 2014

PENSIERI DI PAVESE

PENSIERI DI PAVESE
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 La poesia nasce dagli istanti in cui leviamo il capo e scopriamo con stupore la vita. Anche la normalità diventa poesia quando si fa contemplazione, cioè cessa di essere normalità e diventa prodigio...”   “I miei racconti sono -  in quanto riescono - storie di un contemplatore che osserva accadere cose più grandi di lui”.
Dal diario “Il mestiere di vivere”

“Noi non andremo verso il popolo. Perché siamo già popolo. Andremo se mai verso l’uomo. Perché questo è l’ostacolo, la crosta da rompere : la solitudine dell’uomo, di noi e degli altri. Il nuovo stile sta tutto qui. E, con questo, la nostra felicità.
Sapevamo e sappiamo che dappertutto, dentro gli occhi più ignari e più torvi, cova una carità, un’innocenza che sta in noi condividere. (...) Parlare. Le parole sono il nostro mestiere. Sentiamo tutti di vivere in un tempo in cui bisogna riportare le parole alla solida e nuda nettezza di quando l’uomo le creava per servirsene. Il nostro compito è difficile ma vivo. E’ anche il solo che abbia un senso e una speranza. Sono uomini quelli che attendono le nostre parole, poveri uomini come noialtri quando scordiamo che la vita è comunione”.
 Dal primo numero del giornale “Unità”, 20 maggio 1945, dal suo articolo dal titolo “Ritorno all’uomo

mercoledì 30 ottobre 2013

LA TRADIZIONE

 LA TRADIZIONE
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«Quando un popolo non ha più senso vitale del suo passato si spegne. La vitalità creatrice è fatta di una riserva di passato. Si diventa creatori anche noi, quando si ha un passato. La giovinezza dei popoli è una ricca vecchiaia».
Cesare Pavese:

venerdì 14 giugno 2013

Pavese, la noia dell'estate, l'attesa di qualcuno


Pavese, la noia dell'estate, l'attesa di qualcuno
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Valerio Capasa
lunedì 25 giugno 2012
In questi giorni afosi, «nell’ora che tutti dormono, tra pranzo e merenda, quando il sole brucia», può capitare –

come capitò a Cesare Pavese – che qualcuno rimanga sveglio, e veda spalancarsi davanti a sé il vuoto sterminato

delle ore estive: «è nella noia che toccavo il fondo della giornata e dell’estate. Nulla accadeva, nemmeno una voce,

nei cortili e sulle coste, e questo vuoto m’incantava come se il tempo si fermasse nell’aria. Venivo al punto che

ogni cosa era possibile e vigeva; solamente, non capivo perché in tanto fervore ogni cosa tacesse» (Storia

segreta).

È un istante vertiginoso: sembra che «qualcosa d’inaudito è accaduto o accadrà su questo teatro» (La vigna), e

invece, «tolto il fastidio e la vergogna, niente accade» (La casa in collina). Anzi, «ogni giorno che spunta ti mette

davanti la stessa fatica e le stesse mancanze»; e poi «la fatica interminabile, lo sforzo per 
 star vivi d’ora in ora, la notizia del male degli altri, del male meschino, fastidioso come le mosche d’estate – quest’è il vivere che taglia le
gambe» (Le Muse).

Il fondo dell’estate si tocca nel fastidio e nella noia: che è propriamente – osservò Leopardi – «il desiderio puro

della felicità» (Dialogo di Torquato Tasso). Ossia il momento in cui si cerca qualsiasi cosa pur di «ammazzare il

tempo» (per dirla con Montale) oppure si fa spazio l’«attesa di un evento che né il ricordo né la fantasia

conoscono» (La vigna) e che riempia davvero il tempo, e travolga la noia.

Si può far tardi, l’estate: e «la notte, che il mare svanisce, si ascolta / il gran vuoto ch’è sotto le stelle». In quel

momento «l’uomo, stanco di attesa, / leva gli occhi alle stelle, che non odono nulla» (Paternità). Chi ha vissuto

quest’esperienza notturna, conosce il silenzio delle cose, quelle stelle che si mostrano impassibili all’attesa di cui

l’uomo si è ormai stancato. Tante volte, infatti, è un silenzio che finisce per spegnere l’attesa fin da quando «il

mattino ferisce»: «Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno / 
in cui nulla accadrà. Non c’è cosa più amara /

che l’inutilità. Pende stanca nel cielo / 
una stella verdognola, sorpresa dall’alba».
 Quando è così, nel corso della giornata «la lentezza dell’ora /
 è spietata, per chi non aspetta più nulla»
E un dubbio corrode l’esistenza: «Val lapena che il sole si levi dal mare /
 e la lunga giornata cominci?» (Lo steddazzu).

Cosa ci si può aspettare da giornate che così spietatamente si allungano e rallentano? Magari qualche «incontro

improvviso», che occupi, almeno per poco, il tempo. Anche se, ha ragione Pavese, «da chi non è pronto – non

dico a sacrificarti il suo sangue, che è cosa fulminea e facile – ma a legarsi con te per tutta la vita (rinnovare cioè

ad ogni giornata la dedizione) – non dovresti accettare neanche una sigaretta». Solo l’«attaccamento che costa

sacrificio», infatti, è umano (Il mestiere di vivere, 11 giugno 1938).

Cosa permette di «ricominciare» davvero? Possiamo lanciarci in nuove avventure, viaggi, esperienze: ma, anche

in questo caso, ci tocca ammettere che «c’è più abitudine nell’esperienza ad ogni costo (cfr. il brutto “viaggiare ad

ogni costo”), che nella normale rotaia accettata doverosamente e vissuta con trasporto e intelligenza». Non a

caso «il proprio dell’avventura è di serbare una riserva mentale di difesa; per cui non esistono buone avventure.

È buona quell’avventura cui ci si abbandona: il matrimonio, insomma, magari di quelli fatti in cielo. Chi non

sente il perenne ricominciare che vivifica un’esistenza normale e coniugata, è in fondo uno sciocco che,

quantunque dica, non sente nemmeno un vero ricominciare in ogni avventura». (Il mestiere di vivere, 23

novembre 1937).

Eppure il desiderio di «ricominciare» – di «cominciare, sempre, ad ogni istante» – permane sotto ogni strato di

noia, dentro ognuna di quelle avventure in cui ci si può riservare un’uscita di servizio. Non è mai del tutto vero

che un uomo «non aspetta più nulla». Paradossalmente, tutta la pesantezza della noia e della fatica non toglie il

guizzare imprevedibile di un’attesa: «Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?» 
(Il mestiere di vivere, 27 novembre 1945).

Lo ha colto Pavese in un breve ma clamoroso racconto: «in verità, siamo tutti in attesa». Si intitola Piscina feriale,

ma credo lo si possa immaginare senza equivocarlo anche fra le acque del mare: «La compagnia che ci facciamo

serve a distrarci dalla varia attesa, dal vuoto instabile che la tentazione di tacere crea dentro di noi»
Si può stare insieme soltanto per distrarsi: «C’è della gente che strilla e che ride: si direbbe che per loro
 l’attesa è finita». Ma basta rimanere per un attimo soli, e guardare il cielo, per accorgersi che
 «la nudità del cielo fa appello alla nostra.È difficile nascondere pensieri in questa insolita nudità. 
Ci si riscuote appena, ci si sente visibili come ciottoli in fondo all’acqua. 
La nostra solitudine è un vuoto, un’immobilità dei pensieri. A volte ce ne dimentichiamo, e

diciamo a voce alta cose improvvise che subito suonano superflue, già sapute dagli altri».
 Ma per quanto possiamo essere distratti e perderci in chiacchiere da spiaggia, lo sappiamo bene, 
in fondo: qualcosa deve accadere.

«Che cosa deve dunque accadere? Se ne parla, di tanto in tanto, quando il gruppo si va ricomponendo. È una

questione che ci appassiona; qualcuno non capisce subito quando il più vivace di noi la intavola, ma poi gli viene

spiegata e anche lui s’incuriosisce». Cos’è questa cosa, tanto evidente in ogni piega delle nostre azioni che non c’è

nemmeno bisogno di dirla? «Non era il pane né il piacere né la cara salute» (Gli dèi): infatti, con o senza queste

cose, «siamo tutti inquieti, chi seduto e chi disteso, qualcuno contorto,
 e dentro di noi c’è un vuoto, un’attesa, che ci fa trasalire la pelle nuda».

È possibile scendere a patti con questa inquietudine, accontentandosi di «accettare l’istante che viene e l’istante

che va» (L’isola)? Immaginiamo un uomo in una sera d’estate: «Sull’asfalto del viale la luna fa un lago /

silenzioso e l’amico ricorda altri tempi. / Gli bastava in quei tempi un incontro improvviso / e non era più solo».

C’è un tempo in cui «l’odore / della donna incontrata, della breve avventura / per le scale malcerte» può anche

bastare; «poi, sotto la luna, / a gran passi intontiti tornava, contento». Ma perché queste cose bastino, occorre

l’ingenuità di chi si fa bastare le briciole, e si rassegna a doversi intontire. Gli ultimi versi di questa poesia –

Abitudini – segnano una consapevolezza decisamente più vera: «è invecchiato l’amico e non basta più a sé. / I

passanti son sempre gli stessi; la pioggia / e anche il sole, gli stessi; e il mattino, un deserto. / Faticare non vale la

pena. E uscir fuori alla luna, / se nessuno l’aspetti, non vale la pena».

È qui, mi pare, il vero «fondo della giornata e dell’estate»: più che la noia di aspettare chissà cosa, la scoperta di

essere aspettati da qualcuno. Ciascuno può verificare se il ricatto della «lentezza dell’ora», il dogma del tempo che

si può perdere e la condanna alla distrazione (che alla lunga logorano l’attesa e insinuano il sospetto che non

valga la pena ricominciare) vengono vinti dall’esperienza di qualcuno per cui vale la pena sia faticare che uscire:

infatti «la vita ha valore solamente se si vive per qualcosa o per qualcuno» 
(La casa in collina).
 E allora puòaccadere di andarsene a dormire tranquilli, perché non si vede l’ora di ricominciare:
 «È notte, al solito. Provi la gioia che adesso andrai a letto, sparirai e in un attimo sarà domani, 
sarà mattino e ricomincerà l’inaudita scoperta, l’apertura alle cose» (Il mestiere di vivere, 5 marzo 1947).