CONSULTA L'INDICE PUOI TROVARE OLTRE 4000 ARTICOLI

su santi,filosofi,poeti,scrittori,scienziati etc. che ti aiutano a comprendere la bellezza e la ragionevolezza del cristianesimo


Visualizzazione post con etichetta asia bibi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta asia bibi. Mostra tutti i post

sabato 7 giugno 2014

RIFLESSIONI DI R.L. STEVENSON SU MOLOKAI

 RIFLESSIONI DI R.L. STEVENSON SU MOLOKAI
«Sono a casa dopo un viaggio di 12 giorni a Molokai, sette dei quali nella colonia dei lebbrosi, di cui posso dire soltanto che la vista di tanto coraggio, allegria e devozione ha amplificato la compassione e il disgusto di quella vista... Ho visto cose che non si possono dire, e ascoltato storie che non possono essere ripetute, non ho mai ammirato la mia povera razza così tanto e nemmeno (per quanto strano possa sembrare) amato la vita più che in quel lebbrosario... E questo benché tutto fosse in gran parte cattolico e io non abbia mai provato troppa simpatia verso le virtù cattoliche. Una delle suore chiama quel posto "la biglietteria per il paradiso"». 
"Vedendo l'infinita pietà di questo posto,
le membra martoriate, i volti devastati,
l'innocente che soffre sorridendo tra le piaghe,
lo sciocco viene tentato di negare Dio.
Vede e si tira indietro.
Ma se cerca ancora
allora la bellezza sboccia dal seno del dolore!
Egli nota le sorelle sul doloroso lido
e persino lo sciocco tace ed ammira."


Robert Louis Stevenson  

«Voi non avete mai visitato il luogo in cui Damiano De Veuster visse e morì. Se così fosse stato, e se ve ne foste ricordato, guardando alle vostre sfarzose stanze la vostra penna si sarebbe fermata... Dove noi abbiamo fallito qualcun altro è riuscito; quando noi abbiamo esitato, un altro ha agito; quando siamo rimasti seduti nell’ozio delle nostre ricche stanze, un uomo rude ha intrapreso la sua lotta, sotto lo sguardo di Dio, e ha soccorso gli afflitti, consolato i morenti, afflitto egli stesso, per poi morire sul campo con onore. Quando due gentiluomini competono per ottenere il favore di una signora e uno ha successo mentre l’altro viene rifiutato, e (come a volte succede) all’orecchio del perdente giungono voci che screditano colui che è uscito vincitore, è buona regola in suddette circostanze che egli taccia.
La vostra Chiesa e quella di Damiano alle Hawaii erano rivali nell’operare il bene, nella missione di edificare e dare esempi divini. Voi avete clamorosamente fallito mentre Damiano ha avuto successo e mi meraviglio che non abbiate pensato fosse meglio chiudervi nel silenzio; e che una volta persa la battaglia, seduto ingloriosamente tra i vostri agi, nella vostra comoda dimora (mentre Damiano, incoronato di glorie e orrori, arrancava e marciva in quel porcile sotto gli scogli di Kalawao) - voi, l’eletto che non avrebbe voluto, non abbiate pensato che eravate l’ultimo uomo della terra ad avere il diritto di raccogliere e far circolare pettegolezzi sul volontario che volle e fece. Se vi foste trovato là, avreste trovato che un viso su quattro era una macchia confusa nel paesaggio; se aveste visitato l’ospedale e visto tronchi di esseri umani giacere là quasi irriconoscibili, ma ancora con il respiro, con il pensiero e la memoria; avreste allora compreso che la vita nel lazzaretto mette a dura prova i nervi di un uomo, come quando l’occhio umano rifugge i raggi splendenti del sole; avreste capito che, ancora oggi, quello è un luogo che suscita commozione nel visitatore ma è un inferno per colui che ci vive.
(Stevenson, In difesa di Padre Damiano

giovedì 20 giugno 2013

Asia Bibi: «L’unico dono dell’isolamento: ho imparato a leggere. E ho la Bibbia»

Asia Bibi: «L’unico dono dell’isolamento: ho imparato a leggere. E ho la Bibbia»
***
«Sono in prigione dal 16 giugno del 2009. Gesù mi ha sempre concesso una buona salute. Ma dal punto di vista psicologico a volte sto male: succede quando mi sento sola. Mi manca la mia famiglia. Allora mi indebolisco». Asia Bibi non parla quasi con nessuno. Nel carcere di Sheikhupura – dove è rimasta per tutto questo tempo, prima del trasferimento a Multan – ha sempre avuto contatti limitatissimi, anche se una delle guardie femminili le ha fatto un “dono”: le ha insegnato a leggere. Da un po’ di tempo riesce a sfogliare e comprendere da sola la Bibbia.

Fra le poche persone che l’hanno visitata costantemente a Sheikhupura – oltre ai familiari – ci sono anche i rappresentanti di una piccola Ong di ispirazione cristiana, la “Renaissance Education Foundation”, dedicata al campo dell’istruzione: sono loro ad averci riferito le parole di Asia Bibi raccolte durante uno degli incontri, poco tempo fa. La voce di questa donna – madre di cinque figli — è la tenace testimonianza di fede di una minoranza coraggiosa, minacciata dall’intolleranza e dalla rabbia di chi ha abbracciato il fanatismo.
In cella di isolamento da anni, la donna ripensava i suoi cari, lamentando una dolorosa lontananza: «Possono venire a farmi visita una volta al mese. Io qui ho una loro fotografia».

Le condizioni della vita in carcere sono dure. Molto dure. L’isolamento venne imposto per motivi di sicurezza, così come la telecamera che la osservava giorno e notte e la particolare attenzione relativa al cibo: «Mi cucino da sola». Alla detenuta, infatti, le autorità penitenziarie hanno sempre fornito gli ingredienti crudi, per evitare qualsiasi rischio di avvelenamento. «Non ho paura della morte», dice. Ma il timore riguarda l’incolumità dei suoi cari, della sua famiglia.

La solitudine pesa gravemente sul suo stato d’animo, nonostante la forza che ha dimostrato in questi ultimi anni: una forza inversamente proporzionale alla sua piccola e apparentemente fragile figura femminile. Le giornate a Sheikhupura sono sempre state tutte uguali: «Mi sveglio presto la mattina, dico le mie preghiere, leggo la Bibbia e poi mi preparo la colazione».

«La maggior parte del tempo – ha aggiunto – lo trascorro pregando. Mi rende più forte». Un’attesa infinita. Dell’iter giudiziario del suo caso non sa praticamente nulla: «La prima udienza del primo processo è stata il 16 giugno 2009 e io sono stata condannata a morte. Ora, grazie alle pressioni internazionali sul caso, sono viva. Altrimenti potrei già essere stata impiccata». Ma dell’appello non ha notizie. Del resto – ha sempre ripetuto – la difesa legale è costosa e i mezzi sono scarsi.

La colonna su cui Asia Bibi si appoggia è la sua fede. «Sono una donna innocente», ha ribadito ai membri della Ong: lo ha sottolineato più volte, vuole ricordarcelo. «Ho sacrificato la mia vita per la mia religione, per seguire Gesù Cristo. Mi hanno detto che sono diventata una sorta di simbolo di fede per le giovani generazioni», ha detto alla “Renaissance Education Foundation”.

«Credo in Dio e nel suo grande amore e sono orgogliosa di sacrificarmi». Asia Bibi dice di essere disposta a «passare la sua vita in prigione, come cristiana» piuttosto che «convertirsi a un’altra religione in cambio della libertà«. È la stessa ferrea risposta che offrì al giudice che tempo fa le propose la scarcerazione, se avesse abbracciato l’islam. Lo raccontò lei stessa in una lettera che pubblicò <+corsivo>Avvenire<+tondo> lo scorso dicembre: «Sono stata condannata perché cristiana – gli ho detto –. Credo in Dio e nel suo grande amore. Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui», disse allora.

La forza di Asia Bibi non si limita alla resistenza. Va oltre. Nei confronti di coloro che l’hanno gettata nel pozzo carcerario, in questa angosciante storia di ingiustizia, non ha parole di astio. «Gesù Cristo nostro Signore ci ha dato molti esempi di perdono», ha detto, dunque «secondo l’insegnamento cristiano io li ho perdonati».

Michela Coricelli

domenica 9 dicembre 2012

LETTERA DI ASIA BIBI

Se mi convertissi sarei libera, preferisco morire cristiana
Scrivo da una cella senza finestre
***



Mi chiamo Asia Noreen Bibi. Scrivo agli uomini e alle donne di buo­na volontà dalla mia cella senza finestre, nel modulo di isolamen­to della prigione di Sheikhupura, in Pakistan, e non so se leggerete mai questa lettera. Sono rinchiusa qui dal giugno del 2009. Sono stata con­dannata a morte mediante impiccagione per blasfemia contro il profe­ta Maometto.

Dio sa che è una sentenza ingiusta e che il mio unico de­­litto, in questo mio grande Paese che amo tanto, è di essere cattolica. Non so se queste parole usciranno da questa prigione. Se il Signore miseri­cordioso vuole che ciò avvenga, chiedo agli spagnoli (il 15 dicembre, il marito di Asia ritirerà a Madrid il premio dell’associazione HazteOir, n­dr ) di pregare per me e intercedere presso il presidente del mio bellissi­mo Paese affinché io possa recuperare la libertà e tornare dalla mia fa­miglia che mi manca tanto. Sono sposata con un uomo buono che si chiama Ashiq Masih. Abbia­mo cinque figli, benedizione del cielo: un maschio, Imran, e quattro ra­gazze, Nasima, Isha, Sidra e la piccola Isham. Voglio soltanto tornare da loro, vedere il loro sorriso e riportare la serenità. Stanno soffrendo a cau­sa mia, perché sanno che sono in prigione senza giustizia. E temono per la mia vita. Un giudice, l’onorevole Naveed Iqbal, un giorno è entrato nel­la mia cella e, dopo avermi condannata a una morte orribile, mi ha of­ferto la revoca della sentenza se mi fossi convertita all’islam. Io l’ho rin­graziato di cuore per la sua proposta, ma gli ho risposto con tutta one­stà che preferisco morire da cristiana che uscire dal carcere da musul­mana. «Sono stata condannata perché cristiana – gli ho detto –. Credo in Dio e nel suo grande amore. Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui». 

Due uomini giusti sono stati assassinati per aver chiesto per me giusti­zia e libertà. Il loro destino mi tormenta il cuore. Salman Taseer, gover­natore della mia regione, il Punjab, venne assassinato il 4 gennaio 2011 da un membro della sua scorta, semplicemente perché aveva chiesto al governo che fossi rilasciata e perché si era opposto alla legge sulla bla­sfemia in vigore in Pakistan. Due mesi dopo un ministro del governo na­zionale, Shahbaz Bhatti, cristiano come me, fu ucciso per lo stesso mo­tivo. Circondarono la sua auto e gli spararono con ferocia.


Mi chiedo quante altre persone debbano morire a causa della giustizia. Prego in ogni momento perché Dio misericordioso illumini il giudizio delle nostre autorità e le leggi ristabiliscano l’antica armonia che ha sempre regnato fra persone di differenti religioni nel mio grande Pae­se. Gesù, nostro Signore e Salvatore, ci ama come esseri liberi e credo che la libertà di coscienza sia uno dei tesori più preziosi che il nostro Creatore ci ha dato, un tesoro che dobbiamo proteggere. Ho provato u­na grande emozione quando ho saputo che il Santo Padre Benedetto XVI era intervenuto a mio favore. Dio mi permetta di vivere abbastan­za per andare in pellegrinaggio fino a Roma e, se possibile, ringraziarlo personalmente.

Penso alla mia famiglia, lo faccio in ogni momento. Vivo con il ricordo di mio marito e dei miei figli e chiedo a Dio misericordioso che mi per­metta di tornare da loro. Amico o amica a cui scrivo, non so se questa lettera ti giungerà mai. Ma se accadrà, ricordati che ci sono persone nel mondo che sono perseguitate a causa della loro fede e – se puoi – prega il Signore per noi e scrivi al presidente del Pakistan per chiedergli che mi faccia ritornare dai miei familiari. Se leggi questa lettera, è perché Dio lo avrà reso possibile. Lui, che è buono e giusto, ti colmi con la sua Grazia.


Asia Noreeen Bibi - Prigione di Sheikhupura, Pakistan​

LIBERATE ASIA BIBI

IMPICCANO UNA MADRE DI CINQUE FIGLI PERCHE’ CRISTIANA (chi vuol fare qualcosa per lei veda sotto questo articolo)

***


9 dicembre 2012 / In News
Asia Bibi, una madre di cinque figli, è in carcere da tre anni ed è stata condannata a morte per impiccagione perché cristiana a 1700 anni esatti dall’Editto di Costantino.
La libertà di coscienza, cioè il riconoscimento pubblico della dignità umana, cominciò proprio quel giorno di febbraio del 313.
Il primo seme (ancora tanta strada c’era da fare) fu proprio quell’Editto di Milano, firmato da Costantino, a cui è dedicata la grande mostra che si è appena aperta a Palazzo Reale del capoluogo lombardo.
L’editto concedeva “anche ai cristiani, come a tutti, la libertà di seguire la religione preferita” e decretò quindi “che non si debba vietare a nessuno la libera facoltà di aderire, vuoi alla fede dei cristiani, vuoi a quella religione che ciascuno reputi più adatta a se stesso”.
Da lì, pian piano, sarebbero nate tutte le libertà (infatti con quella dichiarazione di fatto iniziava a nascere anche la laicità dello Stato, perché il potere non poteva più essere divinizzato).
Eppure oggi, a 1700 anni da quella storica svolta, i cristiani nel mondo continuano ad essere perseguitati e massacrati per la loro fede in Gesù Cristo. Anzi, lo sono oggi più ancora che nell’antica Roma.
Il caso simbolo è appunto quello di Asia Bibi, una madre di cinque figli. Dal giugno 2009 è rinchiusa in una cella senza finestre nel carcere di Sheikhupura in Pakistan. Ha subito atrocità e umiliazioni ed è stata condannata a morte per la sola “colpa” di essere cristiana.
In questo paese a stragrande maggioranza musulmana infatti il regime fondamentalista da anni ha varato la terrificante “legge sulla blasfemia” che è come un spada di Damocle sui cristiani, la cui vita, i cui figli, i cui beni sono così alla mercé di chiunque li denunci di aver offeso Maometto.
Ieri “Avvenire” ha pubblicato una lettera di Asia Bibi dove fra l’altro si legge: “Un giudice, l’onorevole Naveed Iqbal, un giorno è entrato nella mia cella e, dopo avermi condannata a un morte orribile, mi ha offerto la revoca della sentenza se mi fossi convertita all’islam”.
Questa mamma coraggio gli ha risposto: “preferisco morire da cristiana, che uscire dal carcere da musulmana. ‘Sono stata condannata perché cristiana – gli ho detto -. Credo in Dio e nel suo grande amore. Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui’ ”.
Sono parole impressionanti, pronunciate da una povera donna inerme, alla mercé dei suoi aguzzini, con cinque figli piccoli che l’aspettano in una povera casa.
Parole che sembrano davvero tratte dagli “Atti dei martiri” dei primi secoli cristiani.
Là in Pakistan del resto perfino uno dei pochi cristiani importanti come Shahbaz Bhatti e un saggio governatore musulmano (di idee liberali) come Salman Taseer sono stati ferocemente assassinati per aver chiesto pubblicamente l’abolizione dell’assurda “legge sulla blasfemia” e la liberazione di Asia Bibi.
C’è qualcuno in Occidente, dove tutti strologhiamo, stando comodi al caldo (e ci piace pure fare i “martiri” per la minima controversia), che sa commuoversi per questo vero e drammatico atto di eroismo?
C’è un municipio che esporrà l’immagine di Asia Bibi o – trattandosi di una cristiana – non interessa a nessuno?
Noi cristiani, semplici fedeli, sacerdoti, religiosi, vescovi e alti prelati ci sentiamo davvero toccati da una testimonianza così?
E se fosse chiesto a noi di rischiare – non dico la vita, ma – qualcosa per la nostra fede, saremmo pronti a dire di sì o rinnegheremmo Gesù Cristo?
E i nostri giornali e i nostri intellettuali, sempre pronti a firmare appelli per tutte le cause “politically correct”, anche meritevoli come quelle di Salman Rushdie o di Sakineh, emetteranno almeno un vagito per Asia Bibi?
Dove sono tutti quei seguaci di Voltaire i quali amano ripetere quella frase (che Voltaire non ha mai pronunciato) secondo cui – pur non condividendo le idee dell’avversario – bisogna essere disposti a dare la vita per permettergli di professarle?
Non ne ho mai visti di eroi simili dalle nostre parti. Dove, del resto, non è chiesto così tanto, ma basterebbe una innocua presa di posizione.
Perché il Pakistan non è proprio un paesello sperduto, ma una potenza nucleare di 180 milioni di abitanti – il sesto più popoloso del mondo – con un peso geopolitico molto forte.
Per inciso, la potenza ad esso avversa è l’India e anche lì i cristiani non se la passano per niente bene: basti ricordare le atrocità commesse contro di loro da fondamentalisti indù in Orissa.
D’altra parte quello di Asia Bibi è solo uno dei tantissimi casi di cristiani perseguitati. La voce di Benedetto XVI è l’unica ad alzarsi in loro difesa (e in difesa di tutti i perseguitati). Ma sembra del tutto inascoltata. I cristiani sono tornati ad essere “la spazzatura del mondo”.
Il 5 novembre scorso Angela Merkel ha sottolineato che “il cristianesimo è la religione più perseguitata del mondo”. Ebbene, è stata subissata da critiche, anche da associazioni che si occupano di diritti umani. Perché non è “politically correct” affermare una cosa simile.
Eppure la benemerita associazione “Aiuto alla Chiesa che soffre”, nel suo “Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo”, ha rilevato che tre casi di discriminazione su quattro (cioè il 75 per cento) riguardano i cristiani.
D’altra parte il Novecento è stato per i cristiani un’immane macelleria. Certo, è stato un secolo di genocidi per tanti altri gruppi umani – a cominciare dal caso più satanico, la Shoah – ma fortunatamente si tratta di orrori universalmente riconosciuti, denunciati e aborriti come tali da tutti noi.
Solo i cristiani pare non abbiano diritto a essere annoverati fra le vittime e i perseguitati. Loro e la Chiesa devono stare sempre e solo sul banco degli accusati o degli irrisi. E senza lamentarsi.
Eppure i cristiani nel Novecento sono stati massacrati a tutte le latitudini e sotto tutti i regimi. E i dati sono impressionanti e sconosciuti.
Quando, dieci anni fa, scrissi un libro su queste persecuzioni (“I nuovi perseguitati”, Piemme), cercai dei dati statistici ufficiali, di fonte neutra.
Dunque consultai la ricerca sociologica più autorevole, appena uscita presso Oxford University Press, ovvero la “World Christian Encyclopedia” di David B. Barrett, George T. Kurian e Todd M. Johnson.
Da cui appresi che, nei duemila anni di storia cristiana, si potevano quantificare in circa 70 milioni coloro che erano stati ammazzati, per via diretta o indiretta, a causa della loro fede in Gesù. Ma 45 milioni e mezzo erano martiri del XX secolo.
E tuttora ogni anno le vittime si contano in migliaia. Erano (e sono) dati sconvolgenti, però ignorati dai media.
A 1700 anni dall’Editto di Costantino che introdusse nel mondo la libertà di coscienza, una donna cristiana, condannata a morte solo per la sua fede, dal buio del suo carcere, scrive adesso parole che dovrebbero emozionare tutti.
Parole che sembrano arrivare dai primi secoli cristiani e che mostrano ancora oggi che il cristianesimo entrò nel mondo con un annuncio rivoluzionario: mentre le religioni pagane sacralizzavano il Potere, Gesù Cristo sacralizzava la dignità e la libertà di ogni singolo, piccolo essere umano.
“Gesù, nostro Signore e Salvatore” scrive Asia Bibi “ci ama come esseri liberi e credo che la libertà di coscienza sia uno dei tesori più preziosi che il nostro Creatore ci ha dato, un tesoro che dobbiamo proteggere”.
Ecco perché il caso di Asia Bibi riguarda chiunque abbia a cuore la propria libertà.

Antonio Socci
Da “Libero”, 9 dicembre 2012
PER CHI VUOL FARE QUALCOSA PER ASIA BIBI
Si può far avere la nostra protesta alle autorità pakistane. Riprendo, da “Avvenire” di oggi: “E’ possibile scrivere all’Ambasciata pachistana, via della Camilluccia 682, 00135 Roma, oppure inviare un fax al numero 06-36301936, o spedire una mail all’indirizzo pareprome@virgilio.it ”.

La grande testimonianza di Asia Bibi: «Se mi condannate perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificarmi»

La grande testimonianza di Asia Bibi: «Se mi condannate perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificarmi»

***

Invia per Email Stampa
dicembre 8, 2012 Redazione
Pubblichiamo la grande testimonianza di Asia Bibi, cattolica condannata a morte in Pakistan per false accuse di blasfemia, che attende da anni in prigione il processo di appello.
«Mi chiamo Asia Noreen Bibi. Scrivo agli uomini e alle donne di buo­na volontà dalla mia cella senza finestre, nel modulo di isolamen­to della prigione di Sheikhupura, in Pakistan, e non so se leggerete mai questa lettera. Sono rinchiusa qui dal giugno del 2009. Sono stata con­dannata a morte mediante impiccagione per blasfemia contro il profe­ta Maometto». Inizia così la lettera pubblicata da Avvenire e scritta da Asia Bibi, pakistana cattolica, madre di cinque figli, condannata per blasfemia per avere bevuto un bicchiere d’acqua raccolta da un pozzo di un musulmano e per questo accusata di avere “infettato” la fonte. Dopo avere rifiutato l’appellativo di infedele e l’imposizione di convertirsi da parte di altre donne, Asia Bibi è stata accusata di avere insultato il profeta Maometto. In prigione dal 2009, Asia aspetta ancora una data per il processo di appello che, si spera, ribalterà la sentenza riconoscendo la falsità di quanto le è stato imputato.
«ORGOGLIOSA DI SACRIFICARMI PER DIO». «Voglio soltanto tornare da[i miei figli], vedere il loro sorriso e riportare la serenità – prosegue Asia nella lettera – Stanno soffrendo a cau­sa mia, perché sanno che sono in prigione senza giustizia. E temono per la mia vita. Un giudice, l’onorevole Naveed Iqbal, un giorno è entrato nel­la mia cella e, dopo avermi condannata a una morte orribile, mi ha of­ferto la revoca della sentenza se mi fossi convertita all’islam. Io l’ho rin­graziato di cuore per la sua proposta, ma gli ho risposto con tutta one­stà che preferisco morire da cristiana che uscire dal carcere da musul­mana. “Sono stata condannata perché cristiana – gli ho detto –. Credo in Dio e nel suo grande amore. Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui”».
LA LEGGE NERA. Asia Bibi è vittima della legge sulla blasfemia, insieme di norme introdotte in Pakistan nel 1976 e che prevedono per chi insulta l’islam, Allah o il profeta Maometto pene che includono l’ergastolo e la condanna a morte. La legge, come è stato dimostrato per la prima volta dal caso di Rimsha Masih, viene usata in oltre il 95 per cento dei casi in modo strumentale per consumare vendette personali o per ottenere vantaggi economici dalla condanna dell’avversario.
TASEER E BHATTI. Asia Bibi dopo aver ricordato Salman Taseer (nella foto insieme a lei, ndr) e Shahbaz Bhatti, rispettivamente il governatore islamico del Punjab e il ministro per le Minoranze cattolico assassinati l’anno scorso per essersi schierati a sua difesa e contro la legge sulla blasfemia, si chiede «quante altre persone debbano morire a causa della giustizia. Prego in ogni momento perché Dio misericordioso illumini il giudizio delle nostre autorità e le leggi ristabiliscano l’antica armonia che ha sempre regnato fra persone di differenti religioni nel mio grande Pae­se. Gesù, nostro Signore e Salvatore, ci ama come esseri liberi e credo che la libertà di coscienza sia uno dei tesori più preziosi che il nostro Creatore ci ha dato, un tesoro che dobbiamo proteggere».
LA «PAURA» DEI FAMILIARI DI ASIA. Ad avere bisogno di protezione è anche la famiglia di Asia Bibi. Come dichiarato ad Avvenire dal marito Ashiq Masih, «abbiamo veramente paura. La nostra vita è affidata a nostro Signore, Gesù Cristo. Siamo sempre a rischio. Ad aprile il signor Joseph Nadeem ci ha portati in carcere per visitare mia moglie. Lungo la strada siamo stati attaccati nel nostro furgoncino da persone sconosciute, ma grazie a Dio non siamo stati feriti gravemente anche se il veicolo è stato danneggiato in modo serio. Joseph Nadeem ha perso molte cose a causa nostra: Dio lo benedica». Non solo. Anche la stessa Asia Bibi, se venisse rilasciata e prosciolta dalle accuse, sarebbe in pericolo. Continua il marito: «Crediamo in Gesù Cristo, che è sempre con lei. E speriamo che venga rilasciata per il prossimo Natale. Ma lei non sarebbe al sicuro se venisse scarcerata. Chiediamo aiuto a Ong e organizzazioni per darle protezione internazionale in un altro Paese, altrimenti temiamo che possa essere uccisa. Siamo ancora in attesa della data del processo d’appello, ma è necessario un sostegno internazionale per portarla via dal Pakistan, altrimenti è più sicura in prigione».
«PREGATE PER NOI». I precedenti non sono incoraggianti, visti i tanti casi di cristiani accusati di blasfemia e uccisi in Pakistan fuori dai tribunali prima ancora che venisse emessa una sentenza di colpevolezza o innocenza, ma Asia Bibi confida in Dio come scrive al termine della sua lettera: «Penso alla mia famiglia, lo faccio in ogni momento. Vivo con il ricordo di mio marito e dei miei figli e chiedo a Dio misericordioso che mi per­metta di tornare da loro. Amico o amica a cui scrivo, non so se questa lettera ti giungerà mai. Ma se accadrà, ricordati che ci sono persone nel mondo che sono perseguitate a causa della loro fede e – se puoi – prega il Signore per noi e scrivi al presidente del Pakistan per chiedergli che mi faccia ritornare dai miei familiari. Se leggi questa lettera, è perché Dio lo avrà reso possibile. Lui, che è buono e giusto, ti colmi con la sua Grazia».