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lunedì 22 agosto 2016

Fratel Ettore sarà beato. Storia del “folle di Dio” che sapeva che «amare significa non nascondere»

Fratel Ettore sarà beato.

 Storia del “folle di Dio” che sapeva che

 «amare significa non nascondere»


da: www.tempi.it

Febbraio 19, 2013 Emanuele Boffi
La vicenda del camilliano raccontato dalla sua discepola suor Teresa Martino. «La carità non è assistenzialismo. La carità è educazione. Bisogna togliere il povero dall’immondizia per farlo sedere tra i capi del regno»
La Conferenza episcopale lombarda ha dato il via libera all’avvio dell’iter per la causa di beatificazione di fratel Ettore Boschini (1928-2004), il religioso camilliano che per decenni si è preso cura dei senza fissa dimora alla Stazione Centrale di Milano. Tempi ha spesso parlato di questo singolare e vulcanico religioso (l’ultima volta al Meeting di Rimini), la cui opera è oggi portata avanti da Teresa Martino. Per conoscere meglio la figura di fratel Ettore, ripubblichiamo un nostro vecchio articolo uscito nel 2005.
Fratel EttoreTeresa Martino, la discepola di Fratel Ettore racconta il “folle di Dio” che girava i bassifondi delle città alla ricerca dei senza tetto. «Amare significa non nascondere, perché non c’è nulla che non possa essere redento»
di Emanuele Boffi
Come tutti i santi, Fratel Ettore era matto da legare. Ma come tutti i “folli di Dio” sapeva che «amare significa non nascondere». Non celare l’imperfezione, fosse pure quella di una ragazza malata che fu splendida a vent’anni, fosse pure uno sbaglio, un errore, una maleodorante sgrammaticatura della natura. Non nascondeva in nome di un qualche insano vizio da scopofilo o per esibizione o per buoni sentimenti. Non nascondeva perché, semplicemente, non c’è nulla che non possa essere redento, nemmeno l’immondo, nemmeno l’inguardabile, nemmeno il cadaverico disperato che girovaga con la sua inutile chincaglieria per la città.
Racconta suor Teresa: «Venne una troupe televisiva e alla fine chiesero di poter riprendere qualcuno degli ospiti del rifugio, “ma di spalle”. Fratel Ettore sentenziò che quella era la maggior offesa che si potesse mai fare a uno di loro. Questa finta premura, questa finta discrezione. Perché censurarli? Cosa c’è di più splendente di un derelitto, lavato, profumato, rimesso a nuovo?».
Il 25 gennaio suor Teresa Martino, sua prima discepola e oggi alla guida della comunità, ha annunciato che «a cinque mesi esatti dalla morte, avvenuta il 20 agosto 2004, il prossimo mese di agosto verrà aperto il processo di beatificazione di Fratel Ettore Boschini». Contemporaneamente, è stato presentato uno Statuto al cardinale di Milano per diventare un’associazione privata di fedeli, con un assistente spirituale e la personalità giuridica della Chiesa.
«E anche questa è stata una sua idea», narra la religiosa. Capitò anni fa, alle quattro di notte. Suor Teresa era da dieci giorni a casa Betania a Seveso (Mi), aveva deciso di seguire quello strano camilliano dalle mani gonfie che percorreva Milano vestito solo di una lunga talare nera marchiata da un’enorme croce rossa. Quella notte, Fratel Ettore la svegliò, la portò davanti alla finestra del secondo piano della palazzina e, spiegando il braccio, le disse: «Vedi? Un giorno tu dovrai portare avanti tutto questo».
Sotto quella finestra, ricorda oggi suor Teresa, «non c’era nulla. Solo uno spiazzo polveroso. Fu la prima volta che litigammo. Gli urlai che me ne sarei andata, che era matto. Lui, per tutta risposta, mi rispose che avrei dovuto fondare un ordine religioso». Fratel Ettore era fatto così. «Non era un teologo, uno che aveva studiato. Ma era un mistico, aveva un’immediata comprensione della realtà che gli veniva da una fede rocciosa, senza incertezze, genuina e spavalda. Era questo che mi affascinava di lui. Io avevo solo la vita a posto, lui aveva tutto». Emanava un amore contagioso come una pestilenza. «Anche oggi è così, anche oggi posso dire che ne vale la pena».
Ettore Boschini nacque il 25 marzo 1928 a Roverbella (Mn) da una famiglia di agricoltori. A causa del duro lavoro giovanile soffrì per tutta la vita di violenti mal di schiena tanto che, sul letto di morte, confidò di «non ricordare, sulle due mani, giorni pieni di salute piena». Gioventù da scavezzacollo, ricca di ragazze e bestemmie, tanto che gli amici avevano inventato un gioco per lui: trenta bestemmie, trenta centesimi di premio. Poi la conversione, l’ordine dei camilliani e vent’anni di servizio presso la Casa degli Alberoni al Lido di Venezia, dove, ancora oggi, si ricorda quel curioso personaggio, «quello che portava i bambini distrofici al cinema».
Usa le mie scarpe, se non hai schifo
Fratel Ettore giunse a Milano e qui divenne “il prete dei barboni”, come lo ricordano ancora sotto il Duomo. Il primo gli fu segnalato da uno spazzino, era da giorni riverso sul marciapiede e, né le forze dell’ordine né i volontari, erano riusciti a far sollevare quel corpo pesante come un sacco di farina. Giunse Fratel Ettore ed ebbe l’impressione di trovarsi di fronte a una «statua della desolazione umana». Dove tutti avevano fallito, il camilliano riuscì. Il barbone si alzò e lo seguì, «lasciando orme di escrementi sulla strada».
Non nascondere l’amore può far male. Fisicamente. Spiega suor Teresa che spesso ci si trova di fronte a persone la cui vita è piena di crepe. «Lavarli, pulirli, significa spesso far loro del male. L’urina fa attaccare i pantaloni alla pelle. Svestendoli, gli si strappa anche quella, inevitabilmente. Peggio ancora avviene a Bogotà, dove abbiamo un altro rifugio. Lì ci sono gli ultimi degli ultimi, persone la cui umanità è al livello elementare. Spesso si presentano con dei lacci legati intorno alle caviglie, perché temono di perdere i lembi di carne incancrenita. Occorre stare attenti: verrebbe voglia di togliere loro quelle stringhe, ma così li si mutilerebbe. Bisogna invece pulire e disinfettare con pazienza e poi chiamare un medico o un infermiere».
Suor Teresa e Fratel Ettore hanno lavato, ripulito, mondato migliaia di disperati in questi trent’anni. Fratel Ettore si decise a dedicare loro la vita la notte di Natale del 1977, quando si recò al dormitorio pubblico in viale Ortles a Milano con bottiglie di spumante e panettoni per festeggiare le feste con i diseredati dallo sguardo sconvolto e le gengive callose. Solo uno se ne stava in disparte. Si avvicinò e vide che aveva i piedi congelati per le scarpe marce e rotte. Non aveva nemmeno le calze. Si sfilò le proprie e le offrì a quel derelitto da bassifondi: «Mettile tu, se non hai schifo». Quella notte se ne tornò a casa con le scarpe luride del barbone, ma dal giorno dopo fu tutto per loro. Fratel Ettore ottenne due saloni sotto i binari della ferrovia. Uno era senza finestre. Vi costruì il primo dei suoi rifugi in cui dava un pasto, lavava e medicava centinaia di quei corpi in aspettativa che, ogni giorno, si rivolgevano a lui. Fece benedire i locali, su un lato pose un altare e, naturalmente, una statua della Madonna. Oggi esistono rifugi in Brianza, ad Affori, a Colle Spaccato di Bucchianico (Ch), a Grottaferrata (Roma) e a Bogotà, in Colombia.
«La carità non è assistenzialismo», dice suor Teresa. 
«La carità è educazione. Bisogna mettersi al livello dell’altro, non sopra, ma di fianco. E insegnare ad avere loro, per primi, rispetto per se stessi. Perché, come diceva sempre Ettore, bisogna togliere il povero dall’immondizia per farlo sedere tra i capi del regno». Non è sempre facile, a Fratel Ettore è capitato spesso di dover lottare coi suoi poveri. “Lottare”, non in senso metaforico. In molti, vedendolo con qualche occhio tumefatto, capivano subito cosa era accaduto. Ma lui non s’arrendeva, «voleva vivere in modo superlativo, voleva sempre il massimo». Per questo suo slancio è arrivato prima di tanti altri a rendersi conto di molti problemi: la prostituzione delle ragazze dell’Est, l’Aids, i clandestini, gli anziani abbandonati prima di divenire “emergenze sociali” sono stati ospiti di Fratel Ettore.
Ha dovuto combattere spesso contro i pregiudizi, spesso con le resistenze dei suoi stessi collaboratori che, a volte, faticavano a capire come potesse solo immaginare che le sue speranze si realizzassero, come solo potesse pensare che l’asse su cui gira il mondo fosse diverso da quello precostituito. «Aveva una fede incrollabile nella provvidenza e nella Madonna». Si racconta che volle fare un regalo a un camilliano in partenza per l’America del Sud. Fece costruire una statua della Vergine in marmo bianco. Era alta due metri. Tra costo di lavorazione e spedizione, spese dieci milioni di lire. Un’enormità, che non aveva, e che mandò su tutte le furie l’economo di casa: «Ma come, abbiamo un debito di cento milioni e tu ne spendi altri dieci per una statua?». Ma, racconta suor Teresa, «Fratel Ettore rispose solo che “era giusto che quei fratelli avessero una bella immagine di Maria”. Quella sera una donna sconosciuta gli regalò cento milioni». In Colombia, aveva firmato un assegno di cento milioni, che non possedeva, per far costruire il rifugio. Mentre girovagava per la città trovò un povero che teneva uno straccio sul viso. Quando lo tolse, vide che metà del volto era stato mangiato dal cancro. Tentò di farlo ricoverare in qualche ospedale. Invano. «A che serve curarlo? Ha poco da vivere». Lo pulì, gli disinfettò la pelle marcia, lo baciò. Quella sera dall’Italia lo avvisarono di aver ricevuto una donazione pari al costo del rifugio colombiano.
Suor Teresa precisa che «Fratel Ettore non mi ha influenzata, mi ha trasformata. E così ha fatto con tantissimi, tra i primi Sabatino Jefuniello, un fattorino, e Enrica Plebani, una tossicodipendente leoncavallina, divenuti i suoi primi assistenti, entrambi morti giovanissimi, entrambi in causa di beatificazione». Era difficile da non notare, Fratel Ettore. Girava per la città con la sua Uno bianca su cui aveva fatto porre una statua della Madonna di Fatima attorniata da fiori («Senza l’aiuto di Maria, – ripeteva – non avrei potuto combinare nulla») e un megafono da cui gracchiava infiniti rosari. Tanti li recitava presentandosi alle manifestazioni abortiste, o al Gay Pride («convertitevi!», urlava loro), o sul sagrato del Duomo durante la guerra dei Balcani. Una corona di rosario – semplice, di plastica bianca – era sempre presente nelle sue tasche, e spesso finiva nelle tasche altrui, a chiunque esse appartenessero. «Certe volte – racconta suor Teresa – fermava una discussione e diceva: “Preghiamo”. Si inginocchiava e incominciava a sgranare il rosario. E tu che facevi? Pregavi, che alternativa avevi?». Lo faceva anche coi tanti immigrati musulmani che incontrava. «Pregate come sapete», diceva loro. E poi intonava a squarciagola il Salve regina.
Le cambiali della Madonna
Non esistono ostacoli per una fede certa. Ai coristi della Scala in partenza per l’Urss fece recapitare delle Bibbie da portare di nascosto oltre il confine (una anche per il «fratello Michele Gorbaciov»). Una volta irruppe in una galante cena di solidarietà della borghesia milanese con un centinaio di derelitte dell’Est: «Se volete fare qualcosa di buono, assumetele come badanti. Adesso!». Il sindaco di Seveso negli anni Settanta, Francesco Rocca, si ricorda ancora di quella sera in cui il sacerdote si presentò con una pila di cambiali da firmare. «Voglio ampliare il rifugio. Ho bisogno di un garante con le banche – pausa – non vorrai forse dare un dispiacere alla Madonna?». Quello firmò, anche se aveva un mutuo da pagare, anche se erano gli anni della nube tossica dell’Icmesa, anche se pensò di essere rovinato. «Una settimana dopo, Fratel Ettore si presentò con una valigia piena di contanti». I suoi collaboratori ancora oggi si ricordano che ai barboni chiedeva digiuni nei periodi quaresimali, o di seguirlo fino a Pescopagano, in Irpinia, per aiutare i terremotati, o qualche offerta che poi inviava a Giovanni Paolo II accompagnandola con questo biglietto: «Dai poveri per i più poveri del Papa».
Oggi, guardando i “fratelli” del rifugio, suor Teresa si chiede se, dopo i noti fatti di cronaca, non verrà loro il dubbio «di essere un peso. C’è quello con la sclerosi multipla, l’altro immobilizzato. Che penseranno? Eppure finché ci sarà il rifugio ci sarà speranza». Finché ci sarà qualcuno che dirà, come Fratel Ettore, che «tutto quello che ho fatto, ho sempre cercato di farlo sulla scia del mio fondatore: per gli ultimi. Per i tordi».

giovedì 21 febbraio 2013

Fratel Ettore sarà beato. Storia del “folle di Dio”

Fratel Ettore sarà beato. Storia del “folle di Dio” che sapeva che «amare significa non nascondere»

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La Conferenza episcopale lombarda ha dato il via libera all’avvio dell’iter per la causa di beatificazione di fratel Ettore Boschini (1928-2004), il religioso camilliano che per decenni si è preso cura dei senza fissa dimora alla Stazione Centrale di Milano. Tempi ha spesso parlato di questo singolare e vulcanico religioso (l’ultima volta al Meeting di Rimini), la cui opera è oggi portata avanti da Teresa Martino. Per conoscere meglio la figura di fratel Ettore, ripubblichiamo un nostro vecchio articolo uscito nel 2005.
Fratel Ettore
Teresa Martino, la discepola di Fratel Ettore racconta il “folle di Dio” che girava i bassifondi delle città alla ricerca dei senza tetto. «Amare significa non nascondere, perché non c’è nulla che non possa essere redento»

di Emanuele Boffi
Come tutti i santi, Fratel Ettore era matto da legare. Ma come tutti i “folli di Dio” sapeva che «amare significa non nascondere». Non celare l’imperfezione, fosse pure quella di una ragazza malata che fu splendida a vent’anni, fosse pure uno sbaglio, un errore, una maleodorante sgrammaticatura della natura. Non nascondeva in nome di un qualche insano vizio da scopofilo o per esibizione o per buoni sentimenti. Non nascondeva perché, semplicemente, non c’è nulla che non possa essere redento, nemmeno l’immondo, nemmeno l’inguardabile, nemmeno il cadaverico disperato che girovaga con la sua inutile chincaglieria per la città.

Racconta suor Teresa: «Venne una troupe televisiva e alla fine chiesero di poter riprendere qualcuno degli ospiti del rifugio, “ma di spalle”. Fratel Ettore sentenziò che quella era la maggior offesa che si potesse mai fare a uno di loro. Questa finta premura, questa finta discrezione. Perché censurarli? Cosa c’è di più splendente di un derelitto, lavato, profumato, rimesso a nuovo?».
Il 25 gennaio suor Teresa Martino, sua prima discepola e oggi alla guida della comunità, ha annunciato che «a cinque mesi esatti dalla morte, avvenuta il 20 agosto 2004, il prossimo mese di agosto verrà aperto il processo di beatificazione di Fratel Ettore Boschini». Contemporaneamente, è stato presentato uno Statuto al cardinale di Milano per diventare un’associazione privata di fedeli, con un assistente spirituale e la personalità giuridica della Chiesa.

«E anche questa è stata una sua idea», narra la religiosa. Capitò anni fa, alle quattro di notte. Suor Teresa era da dieci giorni a casa Betania a Seveso (Mi), aveva deciso di seguire quello strano camilliano dalle mani gonfie che percorreva Milano vestito solo di una lunga talare nera marchiata da un’enorme croce rossa. Quella notte, Fratel Ettore la svegliò, la portò davanti alla finestra del secondo piano della palazzina e, spiegando il braccio, le disse: «Vedi? Un giorno tu dovrai portare avanti tutto questo».
Sotto quella finestra, ricorda oggi suor Teresa, «non c’era nulla. Solo uno spiazzo polveroso. Fu la prima volta che litigammo. Gli urlai che me ne sarei andata, che era matto. Lui, per tutta risposta, mi rispose che avrei dovuto fondare un ordine religioso». Fratel Ettore era fatto così. «Non era un teologo, uno che aveva studiato. Ma era un mistico, aveva un’immediata comprensione della realtà che gli veniva da una fede rocciosa, senza incertezze, genuina e spavalda. Era questo che mi affascinava di lui. Io avevo solo la vita a posto, lui aveva tutto». Emanava un amore contagioso come una pestilenza. «Anche oggi è così, anche oggi posso dire che ne vale la pena».
Ettore Boschini nacque il 25 marzo 1928 a Roverbella (Mn) da una famiglia di agricoltori. A causa del duro lavoro giovanile soffrì per tutta la vita di violenti mal di schiena tanto che, sul letto di morte, confidò di «non ricordare, sulle due mani, giorni pieni di salute piena». Gioventù da scavezzacollo, ricca di ragazze e bestemmie, tanto che gli amici avevano inventato un gioco per lui: trenta bestemmie, trenta centesimi di premio. Poi la conversione, l’ordine dei camilliani e vent’anni di servizio presso la Casa degli Alberoni al Lido di Venezia, dove, ancora oggi, si ricorda quel curioso personaggio, «quello che portava i bambini distrofici al cinema».

Usa le mie scarpe, se non hai schifo
Fratel Ettore giunse a Milano e qui divenne “il prete dei barboni”, come lo ricordano ancora sotto il Duomo. Il primo gli fu segnalato da uno spazzino, era da giorni riverso sul marciapiede e, né le forze dell’ordine né i volontari, erano riusciti a far sollevare quel corpo pesante come un sacco di farina. Giunse Fratel Ettore ed ebbe l’impressione di trovarsi di fronte a una «statua della desolazione umana». Dove tutti avevano fallito, il camilliano riuscì. Il barbone si alzò e lo seguì, «lasciando orme di escrementi sulla strada».
Non nascondere l’amore può far male. Fisicamente. Spiega suor Teresa che spesso ci si trova di fronte a persone la cui vita è piena di crepe. «Lavarli, pulirli, significa spesso far loro del male. L’urina fa attaccare i pantaloni alla pelle. Svestendoli, gli si strappa anche quella, inevitabilmente. Peggio ancora avviene a Bogotà, dove abbiamo un altro rifugio. Lì ci sono gli ultimi degli ultimi, persone la cui umanità è al livello elementare. Spesso si presentano con dei lacci legati intorno alle caviglie, perché temono di perdere i lembi di carne incancrenita. Occorre stare attenti: verrebbe voglia di togliere loro quelle stringhe, ma così li si mutilerebbe. Bisogna invece pulire e disinfettare con pazienza e poi chiamare un medico o un infermiere».

Suor Teresa e Fratel Ettore hanno lavato, ripulito, mondato migliaia di disperati in questi trent’anni. Fratel Ettore si decise a dedicare loro la vita la notte di Natale del 1977, quando si recò al dormitorio pubblico in viale Ortles a Milano con bottiglie di spumante e panettoni per festeggiare le feste con i diseredati dallo sguardo sconvolto e le gengive callose. Solo uno se ne stava in disparte. Si avvicinò e vide che aveva i piedi congelati per le scarpe marce e rotte. Non aveva nemmeno le calze. Si sfilò le proprie e le offrì a quel derelitto da bassifondi: «Mettile tu, se non hai schifo». Quella notte se ne tornò a casa con le scarpe luride del barbone, ma dal giorno dopo fu tutto per loro. Fratel Ettore ottenne due saloni sotto i binari della ferrovia. Uno era senza finestre. Vi costruì il primo dei suoi rifugi in cui dava un pasto, lavava e medicava centinaia di quei corpi in aspettativa che, ogni giorno, si rivolgevano a lui. Fece benedire i locali, su un lato pose un altare e, naturalmente, una statua della Madonna. Oggi esistono rifugi in Brianza, ad Affori, a Colle Spaccato di Bucchianico (Ch), a Grottaferrata (Roma) e a Bogotà, in Colombia.
«La carità non è assistenzialismo», dice suor Teresa. «La carità è educazione. Bisogna mettersi al livello dell’altro, non sopra, ma di fianco. E insegnare ad avere loro, per primi, rispetto per se stessi. Perché, come diceva sempre Ettore, bisogna togliere il povero dall’immondizia per farlo sedere tra i capi del regno». Non è sempre facile, a Fratel Ettore è capitato spesso di dover lottare coi suoi poveri. “Lottare”, non in senso metaforico. In molti, vedendolo con qualche occhio tumefatto, capivano subito cosa era accaduto. Ma lui non s’arrendeva, «voleva vivere in modo superlativo, voleva sempre il massimo». Per questo suo slancio è arrivato prima di tanti altri a rendersi conto di molti problemi: la prostituzione delle ragazze dell’Est, l’Aids, i clandestini, gli anziani abbandonati prima di divenire “emergenze sociali” sono stati ospiti di Fratel Ettore.
Ha dovuto combattere spesso contro i pregiudizi, spesso con le resistenze dei suoi stessi collaboratori che, a volte, faticavano a capire come potesse solo immaginare che le sue speranze si realizzassero, come solo potesse pensare che l’asse su cui gira il mondo fosse diverso da quello precostituito. «Aveva una fede incrollabile nella provvidenza e nella Madonna». Si racconta che volle fare un regalo a un camilliano in partenza per l’America del Sud. Fece costruire una statua della Vergine in marmo bianco. Era alta due metri. Tra costo di lavorazione e spedizione, spese dieci milioni di lire. Un’enormità, che non aveva, e che mandò su tutte le furie l’economo di casa: «Ma come, abbiamo un debito di cento milioni e tu ne spendi altri dieci per una statua?». Ma, racconta suor Teresa, «Fratel Ettore rispose solo che “era giusto che quei fratelli avessero una bella immagine di Maria”. Quella sera una donna sconosciuta gli regalò cento milioni». In Colombia, aveva firmato un assegno di cento milioni, che non possedeva, per far costruire il rifugio. Mentre girovagava per la città trovò un povero che teneva uno straccio sul viso. Quando lo tolse, vide che metà del volto era stato mangiato dal cancro. Tentò di farlo ricoverare in qualche ospedale. Invano. «A che serve curarlo? Ha poco da vivere». Lo pulì, gli disinfettò la pelle marcia, lo baciò. Quella sera dall’Italia lo avvisarono di aver ricevuto una donazione pari al costo del rifugio colombiano.
Suor Teresa precisa che «Fratel Ettore non mi ha influenzata, mi ha trasformata. E così ha fatto con tantissimi, tra i primi Sabatino Jefuniello, un fattorino, e Enrica Plebani, una tossicodipendente leoncavallina, divenuti i suoi primi assistenti, entrambi morti giovanissimi, entrambi in causa di beatificazione». Era difficile da non notare, Fratel Ettore. Girava per la città con la sua Uno bianca su cui aveva fatto porre una statua della Madonna di Fatima attorniata da fiori («Senza l’aiuto di Maria, – ripeteva – non avrei potuto combinare nulla») e un megafono da cui gracchiava infiniti rosari. Tanti li recitava presentandosi alle manifestazioni abortiste, o al Gay Pride («convertitevi!», urlava loro), o sul sagrato del Duomo durante la guerra dei Balcani. Una corona di rosario – semplice, di plastica bianca – era sempre presente nelle sue tasche, e spesso finiva nelle tasche altrui, a chiunque esse appartenessero. «Certe volte – racconta suor Teresa – fermava una discussione e diceva: “Preghiamo”. Si inginocchiava e incominciava a sgranare il rosario. E tu che facevi? Pregavi, che alternativa avevi?». Lo faceva anche coi tanti immigrati musulmani che incontrava. «Pregate come sapete», diceva loro. E poi intonava a squarciagola il Salve regina.

Le cambiali della Madonna
Non esistono ostacoli per una fede certa. Ai coristi della Scala in partenza per l’Urss fece recapitare delle Bibbie da portare di nascosto oltre il confine (una anche per il «fratello Michele Gorbaciov»). Una volta irruppe in una galante cena di solidarietà della borghesia milanese con un centinaio di derelitte dell’Est: «Se volete fare qualcosa di buono, assumetele come badanti. Adesso!». Il sindaco di Seveso negli anni Settanta, Francesco Rocca, si ricorda ancora di quella sera in cui il sacerdote si presentò con una pila di cambiali da firmare. «Voglio ampliare il rifugio. Ho bisogno di un garante con le banche – pausa – non vorrai forse dare un dispiacere alla Madonna?». Quello firmò, anche se aveva un mutuo da pagare, anche se erano gli anni della nube tossica dell’Icmesa, anche se pensò di essere rovinato. «Una settimana dopo, Fratel Ettore si presentò con una valigia piena di contanti». I suoi collaboratori ancora oggi si ricordano che ai barboni chiedeva digiuni nei periodi quaresimali, o di seguirlo fino a Pescopagano, in Irpinia, per aiutare i terremotati, o qualche offerta che poi inviava a Giovanni Paolo II accompagnandola con questo biglietto: «Dai poveri per i più poveri del Papa».

Oggi, guardando i “fratelli” del rifugio, suor Teresa si chiede se, dopo i noti fatti di cronaca, non verrà loro il dubbio «di essere un peso. C’è quello con la sclerosi multipla, l’altro immobilizzato. Che penseranno? Eppure finché ci sarà il rifugio ci sarà speranza». Finché ci sarà qualcuno che dirà, come Fratel Ettore, che «tutto quello che ho fatto, ho sempre cercato di farlo sulla scia del mio fondatore: per gli ultimi. Per i tordi».

domenica 12 febbraio 2012

Fratel Ettore


TESTIMONI DI CRISTO
FRATEL ETTORE
                    http://www.fratelettore.it/frame_fratel.htm          
 
UN “FOLLE” DI DIO SULLA FRONTIERA DELLA CARITA’
Di Teresa Martino
Per capire il carisma e comprendere l’origine dell’esperienza di Fratel Ettore Boschini a servizio dei poveri bisogna riascoltare le parole da lui pronunciate nel corso di un’intervista.

Parla del suo arrivo a Milano dove intuisce che nella sua vita c’è un passo in più da compiere, e lo racconta così: “La mia è semplicemente una storia d’amore, un percorso scelto per me da Dio. Una mattina bussa da me un uomo, era malato, stanco, sporco. Chiedeva aiuto.


Ho spogliato delicatamente il suo corpo coperto di piaghe, l’ho lavato e medicato. Quel giorno di tanti anni fa la mia scelta è diventata definitiva, non avrei aspettato che gli ultimi della terra arrivassero moribondi alla mia porta: sarei andato io a cercarli sui marciapiedi, nelle stazioni e nei sottoscala della città”. Fratel Ettore, senza tregua, ha offerto tutto se stesso alla causa degli emarginati.
Difficile contare le sue notti insonni, trascorse alla guida di un pulmino traballante, lungo le vie meno frequentate di Milano. Andava alla ricerca dei suoi poveri, di chi non aveva né tetto né cibo. “Hai fame? Hai bisogno di un vestito? Vuoi venire con me?”.

Quando c’era da soccorrere, intervenire, dare sollievo alle sofferenze, non si fermava davanti a nulla. Senza clamori, in anni di rinunce e sofferenze, ha saputo provvedere tempestivamente ad alcune tra le urgenze più drammatiche di Milano. Per primo ha accolto i barboni che languivano sui binari della Stazione centrale. Per primo ha deciso, già alla fine degli anni settanta, di aprire le porte dei suoi Rifugi agli immigrati, offrendo conforto materiale e parole di speranza. Ha istituito uno dei primi centri privati per accogliere gli ammalati di Aids, alla fine degli anni Ottanta, mentre l’assistenza pubblica sembrava disarmata di fronte all’incalzare della tragedia. Il suo centro in uno dei padiglioni del “Paolo Pini” ad Affori, è stato a lungo l’unica alternativa alle poche strutture pubbliche esistenti. Con lo stesso slancio inesausto ha pensato ai tossicodipendenti, ai malati mentali, agli anziani lungo degenti e senza assistenza. Ecco perchè Milano è grata a questo uomo di Dio che ha fatto proprio, rinnovandolo e adeguandolo alle nuove emergenze, il carisma del fondatore dell’ordine a cui apparteneva, San Camillo De Lellis, l’apostolo dei malati. Con la forza della sua misericordia Fratel Ettore ha sferzato la fraternità tascabile, gli animi tiepidi, la solidarietà minimalista. Ha mostrato che lo scandalo dell’amore evangelico, totale e senza condizioni, è il filo tenace che lega gli uomini al mistero. Il primo miracolo di Fratel Ettore è il Rifugio di via Sammartini: eccolo in un ricordo del sindaco Albertini: “I milanesi seppero che il frate camilliano voleva aprire un rifugio per gli emarginati sotto il cavalcavia ferroviario della Stazione Centrale in via Ferrante Aporti, e pensarono che posto più squallido non poteva trovarlo, ma proprio la campata sotterranea del ponte è diventata la cattedrale di Fratel Ettore. Proprio lì, nel 1987 partecipai in incognito alla Messa celebrata davanti a credenti e non credenti di tutte le razze accomunati dalla miseria e dalla disperazione. L’altare era il tavolo della mensa e le panche i cartoni sistemati per terra. Come pulpito Fratel Ettore salì su una sedia e rivolto a quella platea di fedeli disse loro di pregare tutti assieme per le intenzioni di una persona che in quel momento era in mezzo a loro, anonima come loro, ma che ricopriva alte responsabilità è per la città di Milano. Fu un momento di forte intensità spirituale il cui ricordo ancora oggi mi pervade lasciandomi intuire il misticismo di questo religioso”.

Al Rifugio di via Sammartini offriva a tutti un pasto e un letto. Poi prima di spegnere la luce, prendeva la corona del Rosario, si inginocchiava e cominciava a pregare: “Ringraziamo Maria che anche oggi è stata generosa con noi. Chi vuole ripeta le mie parole”. Nessuno si rifiutava. Anche chi da tempo aveva smarrito la fede, anche chi non era cristiano. Fratel Ettore con il sorriso dolce e gli occhi luccicanti, non conosceva le sottigliezze teologiche del dialogo interreligioso. Ai musulmani, che sempre più numerosi affollavano i suoi centri in questi ultimi anni, diceva: “Pregate come siete capaci, Dio sa leggere nei cuori”. E lui intonava il Salve Regina, senza iattanze né obiettivi di proselitismo, ma perchè convinto che il manto materno della Vergine fosse per tutti un aiuto formidabile. Fratel Ettore era ciò che nel monachesimo viene indicato come guida, che è molto più di un maestro, come spiega bene André Louf, abate di Mont-des-Cats in un suo libro. L’intera vita di Fratel Ettore era ciò che sapeva o poteva dire, ma in forza di ciò che era. Solo dall’amore scaturisce la vita perchè l’amore è interamente immagine di Dio e del figlio suo, di cui la guida tende ad essere l’icona.

Il messaggio di vita s’irradiava da lui in qualità del suo essere e quasi inconsapevolmente. Sul volto di questo uomo santo e attraverso il suo modo di agire abbiamo percepito l’amore di Dio nelle sue sfaccettature di tenerezza e di fermezza. Era molto forte in Ettore la paternità. Quando è morto sulla sua bara una mano sapiente e è perspicace ha voluto scrivere: “Padre dei poveri e il cardinale Tettamanzi, nella sua omelia, riprenderà quell’appellativo spiegando che la Bibbia lo riferisce solo a Dio, il Pater Pauperum per eccellenza. Ma, continua il Cardinale, Fratel Ettore è stato, con tutta la sua carica di umanità e per un dono grande di Dio e del suo amore, una trasparenza particolarmente luminosa, credibile ed efficace di questa paternità. Padre Fausto Beretta, missionario comboniano in Brasile, racconta in una testimonianza: “Il primo ricordo con Fratel Ettore risale al 1947, quando nell’Auditorium del “Cenacolo di Milano”, era di autunno, ci comunicò la sua scelta di viver con gli ultimi alla Stazione Centrale. Era una sfida a seguirlo, ad andare con lui. L’abbiamo accettata, ma quante volte di sabato pomeriggio andando a Milano ci chiedevamo: ma perchè ci andiamo? Per vedere chi? Se poi, probabilmente, Fratel Ettore sarà tutto indaffarato e non ci darà attenzione o ci farà fare cose assurde? Sì, perchè davvero diceva e faceva cose che nessuno di noi aveva il coraggio di fare, ma la sua testimonianza ci ha sedotto e dato coraggio. Ricordo i rosari al “Rifugio”, prima e dopo cena, i digiuni e le penitenze imposte ai poveri barboni che avevano abusato nel bere, o quelle minestre troppo saporite, annacquate all’ultima ora a mortificare la gola. Fratel Ettore si spingeva sempre avanti, oltre il buon senso, con la forza e la chiarezza dei profeti. Erano proposte sempre nuove e quasi assurde, ma che venivano dal suo cuore, dal suo amore per Maria e per chi viveva al margine della società: per il barbone, l’alcolizzato, la prostituta, la vecchia abbandonata, il terzomondiale, il fallito nella vita. Il Rifugio di via Sammartini divenne per molti la scuola del Vangelo, il luogo di verifica della nostra preghiera, il luogo della scoperta del volto di Gesù di Nazareth nel povero e la fonte di molte vocazioni missionarie, e non solo. Là, in via Sammartini, molti giovani, ragazzi e ragazze, hanno deciso di lasciare tutto per seguire il Signore, scegliendo la vita religiosa contemplativa o attiva”.

Devotissimo a Maria, angosciato quando rubarono la statua davanti al dormitorio di via Sammartini, si mise a girare per Milano su una scassatissima automobile con la sacra immagine legata sul tettuccio, mentre da un megafono usciva la sua voce che recitava il rosario. Come quell’altra volta, ricorda il sindaco di Seveso, Tino Galbiati, che Fratel Ettore, arrabbiato perchè non gli venivano concessi i permessi per ampliare il centro, girò per due giorni le strade del paese con l’auto con sopra la Madonna, finchè i permessi non giunsero. Allo scoppio della guerra nei Balcani portò la sua Mamma Celeste in piazza Duomo, la pose sui gradini, si inginocchiò e cominciò a sgranare la corona, fra lo stupore della folla, per chiedere la fine della guerra.

Al Gay Pride si mescolò alle lesbiche e agli omosessuali chiedendo a Maria di intercedere per loro e, dopo aver pregato brandendo la statua della Vergine e ponendosi di fronte al corteo, come il ragazzo di Tienan-Men davanti al carro armato, gridava “Convertitevi!”. Ai più queste scene apparivano patetiche. Perchè Fratel Ettore era sorretto dalla fede ma soprattutto da una ingenuità beata e testarda, tipica dei santi. Lo dimostrò anche nell’ottobre del 1989 quando il Coro della Scala partì per una tournee in Unione Sovietica. Ai coristi diede centinaia di Bibbie, perchè le nascondessero nelle valigie e le distribuissero a Mosca e Leningrado. A uno di loro, il Frate che credeva nella Provvidenza, consegnò un regalo per Gorbaciov, un’icona di San Michele, con la raccomandazione:”Portalo al fratello Michele per il suo onomastico e digli che prego per lui”. Il corista obbedì. Il vice ministro che prese in consegna il donò ringraziò...a solo due settimane dal crollo del Muro di Berlino e dal disfacimento dell’Unione Sovietica. Non c’era ricorrenza significativa che non lo vedesse raggiungere piazza Duomo con i suoi mezzi alternativi ed il suo seguito di umanità sofferente, megafono alla mano per il rosario e due volontari a distribuire immaginette della Vergine Maria. Era, la sua, un’autentica evangelizzazione di strada, tanto più dirompente e scandalosa perchè giungeva a sorprendere la fretta un poco indifferente della metropoli. Ben presto Fratel Ettore stesso, diventa meta di pellegrinaggi altrui, da madre Teresa All’Abbé Pierre. Lui non si ferma, va in visita al Papa, torna in stazione, va fra i terremotati; durante la guerra nell’ex-Iugoslavia, a metà anni Novanta, aiuterà con più di duecento viaggi di Tir carichi di aiuti umanitari e i Savoia si terranno obbligati a fargli visita per ringraziarlo. Controcorrente sempre, capace di sorprendere e di disorientare con quella forza segreta che gli veniva da lunghe ore trascorse immerso in preghiera. Quando un sacerdote camillliano in partenza per l’America Latina gli chiese una statuetta della Madonna da portare in missione, Fratel Ettore andò ad acquistarne una da un amico scultore, alta quasi due metri, pesantissima, in marmo bianco, magnificamente scolpita. Costo, cinque milioni di vecchie lire. E quasi altrettanto occorreva spendere per imballarla e spedirla oltre Oceano.

Quando l’economo di Casa Betania a Seveso -il quartiere generale delle sue opere di misericordia- fu informato della spesa, assalì Fratel Ettore con parole di fuoco: “Ma come, dobbiamo pagare un conto di cento milioni, tra pochi giorni per i lavori qui alla casa e tu vai a spenderne altri dieci per una statua”. Ma lui non si fece intimorire:”E’ una missione che sta muovendo i primi passi. Hanno il diritto di avere una bella immagine di Maria”. Quella sera stessa una signora mai vista prima bussò alla porta e consegnò un assegno di alcune centinaia di milioni, sufficiente per la statua, per pagare i lavori e per altre spese ancora. La casa di Bogotà, la sua missione in Colombia, l’ha pagata Luis Gabriel. Naturalmente quella casa Fratel Ettore l’aveva fermata con il conto in banca sotto zero. Un giorno andando a messa con i suoi poveri, incontra per strada un uomo appoggiato al muro che tiene sul viso uno straccio, (quell’uomo si chiamava Luis-Gabriel, ha fatto una morte santa). Pensandolo ubriaco lo invita a bere un tinto, così si chiama il caffè a Bogotà. Quando il povero si stacca dal muro per seguirlo e toglie lo straccio dal viso, Fratel Ettore non trattiene un urlo...Luis ha solo mezza faccia, il resto gliel’ha mangiata il cancro. Lo convince a seguirlo in un ospedale da dove viene cacciato insieme al povero:”E’ uno di strada, non lo vogliamo. E poi che serve curarlo? Ha poco da vivere”. Come una mamma se lo porta a casa e sembra non sentire il fetore che emana quel povero viso devastato. Lo netta del pus, stacca brandelli di pelle marcia, lo fascia con amore e gli dà un bacio. Il giorno dopo dall’Italia gli comunicano che un benefattore ha donato 90 milioni. Il costo della casa.

Non era uno che “chiedeva” Fratel Ettore. Soldi meno che mai. La Provvidenza (scrivi “Provvidenza” sempre con la maiuscola, diceva, perchè significa Dio!), ci pensava da sola: si chiama “Rotary” o con qualunque altro nome. No, era lui, Fratel Ettore, ad andare incontro alle altrui necessità. Era lui a fare offerte al Papa, accompagnandole con un bigliettino pieno di candore: “Dai poveri per i più poveri del Papa”; oppure offerte per le missioni del suo Ordine Camilliano; o aiuti di tutti i generi ad altre Comunità religiose.

Se vi erano richieste, le sue erano di tutt’altra natura. Come quando fece irruzione ad un convegno sulla solidarietà milanese, pieno di nomi importanti, portandosi dietro un centinaio di ucraine: “Se volete  davvero fare qualcosa di utile – gridò – ciascuno di voi ne assuma una come colf. Adesso!”.

Era un grand’uomo che ha stupito Milano con la sua semplicità, umiltà e determinazione. Era uno che apriva strade impensabili ad altri e le percorreva tutte, fino in fondo, con passione, Aveva una fiducia cieca nella Provvidenza.

“L’altro giorno” ha raccontato una volta “eravamo senza pane. Stavo uscendo per andarlo a cercare quando ne è arrivato un camion pieno”.

“E chi te lo ha mandato?”

“Non lo so. Secondo me Maria Vergine”.
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