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sabato 12 luglio 2014

amicizia



L'amicizia
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L'amicizia, infatti, «esprime in suprema forma la grandezza dell'uomo: l'imitazione di Dio, che è l'uomo, cui è chiamato l'uomo». Ora Dio, il mistero che fa tutte le cose, come ci viene rivelato attraverso il Figlio di Dio fatto uomo, è amore. «Se la natura dell'Essere è amore -incalzava don Giussani -,allora nell'uomo, che è la creatura fatta a Sua immagine e somiglianza, la virtù suprema sarà questa caritas, questo amore» La carità,- scriveva Tommaso d'Aquino -è la perfezione dell'amore, in quanto ciò che si ama «magni pretii aestimatur», come dice lo stesso nome .
Ma l'amicizia cosa apporta alla parola amore? In che senso è distinguibile dall'amore? E qui, rifacendosi ancora a Tommaso
d'Aquino, don Giussani rispondeva che
«l'amicizia è un amore reciproco; senza reciprocità non c'è amicizia». L'amicizia,infatti, secondo l'Aquinate, aggiunge all'amare un riamarsi scambievole. Pertanto non è possibile avere amicizia con qualcuno, «se non si crede e non si spera di avere con lui condivisione di vita e scambio famiIiare». Perché ci sia amicizia vera si richiede, dunque, «l'amore scambievole: poiché un amico è amico per l'amico{amicus est amico amicus ».
Ma allora l'amicizia è un calcolo?Don Giussanirisponde in modo sorprendente: non può essere un calcolo questa«abolizione della estraneità tra un uomo e l'altro uomo» perché essa è un miracolo, «il miracolo umanamente più affascinante e persuasivo del fatto cristiano». Essa implica, infatti, una «gratuità totale, assoluta, senza alcun calcolo: puro, nudo e crudo amore». Si ama l'altro «perché è», per il mistero che si affaccia in lui, appunto il per il suo destino, «come la prospettiva inesorabile di ogni cosa che si vede».
L'amicizia, dunque, implica questo saper stare di fronte all'altro con la gratuità e la stabilità che l'amore al suo destino richiede. «Non può esserci amicizia tra di noi, non possiamo dirci amici, se non amiamo il destino dell'altro sopra ogni cosa, al di là di qualsiasi tornaconto».
In queste parole, riecheggiano anche quelle di Tommaso d'Aquino, secondo cui quando si ama di un amore che è amicizia, si ama l'altro per se stesso, per il suo bene, e per la connaturalità o compiacenza che si stabilisce con l'altro, l'altro diviene in qualche modo il proprio bene e gli si vuol bene come a se stessi. L'amico diviene, dunque, per l'amico un alter ipse, o come diceva sant' Agostino, dimidium animae suae. Nell'amore di amicizia, per conseguenza, l'amante è in qualche modo nell'amato in quanto reputa il bene e il male dell'amico come propri, come se egli stesso nell'amico gioisse e soffrisse, e così viene fatto come una sola cosa con l'amato.
L'amicizia è un amore corrisposto, ma questo non è mai vero amore, né veramente corrisposto se «il destino dell' altro non mi domina, obbligandomi tante volte anche a dimenticare lo scopo contingente che ci ha messo insieme, perché è più importante quello di qualsiasi altra cosa». Qualsiasi altra ragione mutilerebbe la corrispondenza, perché mutila innanzitutto l'amore: non ci sarebbe né amore, né tanto meno corrispondenza. Giussani raggiungeva la radicalità ultima della parola amicizia quando la definiva«la parola più vicina alla parola Ti adoro». Infatti l'amicizia vera adora l'altro, non perché ha un bel muso, non perché è capace di cantare, ma perché è: perché è. E noi sappiamo cosa vuoI dire per un uomo, a livello umano essere: vuoI dire avere una sete di felicità, continuamente inappagata da qualsiasi cosa noi accostassimo.

don Ciccio Venturino

LA VERITA' E' IL DESTINO PER IL QUALE SIAMO STATI FATTI

LA VERITA' E' IL DESTINO PER IL QUALE SIAMO STATI FATTI

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Di seguito riportiamo il discorso di Don Francesco Ventorino durante l'incontro "La verità è il destino per il quale siamo stati fatti"
Ho un ricordo ancora vivo – sono passati quarant’anni – dell’urlo di mia madre di fronte al cadavere di mia sorella, morta improvvisamente perché aveva voluto portare avanti una gravidanza a rischio: «Dottore, perché è morta mia figlia?». Il medico non ha capito il significato della domanda e le ha spiegato come era morta: per un embolo. Ma mia madre, una donna del popolo e quasi analfabeta, poneva un’altra domanda: «Perché una donna muore a trenta anni, per dare la vita ad un figlio che vive sette giorni e poi muore a sua volta». Era la domanda sul destino della vita, della vita di sua figlia, di quella del figlio di sua figlia e di ogni uomo. Era una domanda che nasceva da quell’esigenza di cui è costituito il cuore di ogni uomo, «esigenza clamorosa, indistruttibile e sostanziale – l’avrei sentita definire poi da don Giussani – ad affermare il significato di tutto» .

1. Ma la vita ha un destino?
Negli ultimi anni alcuni intellettuali in Italia si sono affaticati nel dimostrare che questa, la domanda di mia madre, è una domanda senza senso.
L’uomo non sarebbe altro che un animale prodottosi nel corso di un’evoluzione che non risponde ad alcun disegno divino, né ad alcuna finalità prestabilita. Il ruolo della specie cui apparteniamo non sarebbe superiore a quello delle api o delle formiche o dei passeri, cioè produrre e riprodursi.
A questa domanda, dunque, non ci sarebbe risposta e quindi non avrebbe senso neanche porsela. E così sono stati liquidati in maniera semplicistica i più grandi pensatori e poeti di tutta l’umanità considerati come degli imbecilli che per tutta la vita si sono cimentati con una domanda che sarebbe addirittura contro la ragione.
Dietro questa ostinata negazione di un senso, di una verità e di un destino della vita c’è una paura – l’ha rivelata da tempo Gianni Vattimo –, è la paura che «se c’è una natura vera delle cose, c’è anche sempre un’autorità – il papa, il comitato centrale, lo scienziato oggettivo, ecc. – che la conosce meglio di me e che può impormela anche contro la mia volontà». Perché «a che altro serve insistere sulla oggettività e la “datità” del vero, se non a garantire qualche autorità a qualcuno?» .
Non ci sarebbe, dunque, altro fondamento delle leggi etiche e giuridiche se non il consenso sociale.
Oggi dietro la pretesa di equiparare le coppie di fatto, etero ed omo- sessuali, alla famiglia fondata sul matrimonio si nasconde la stessa paura: quella che si possa affermare la natura vera delle cose e la stessa diffidenza nei confronti di chiunque e di qualunque istituzione voglia difendere «l’oggettività e la “datità” del vero».
Don Carrón agli Esercizi della Fraternità di Comunione e Liberazione di quest’anno, come esempio di questa mentalità, citava Rorty, il quale afferma:
«Non vi è niente di profondo in noi se non quello che noi stessi vi abbiamo messo, nessun criterio che non sia stato creato da noi nel corso di una pratica, nessun canone di razionalità che non si richiami a un tale criterio, nessuna argomentazione rigorosa che non sia l’osservanza delle nostre stesse convenzioni» .
Niente “dato”, dunque, – concludeva don Carrón – tutto “convenzione”.
Il nichilismo, cioè la negazione che ci sia una verità e un destino della realtà, è l’orizzonte teorico in cui si colloca e si giustifica la nostra “civiltà dei consumi”, perché se la realtà non ha una sua verità e neanche l’uomo possiede un suo destino, il consumare, assecondando l’istinto del benessere, è l’unico rapporto che l’uomo può stabilire con il reale.
Da quest’atteggiamento, che vale per ogni rapporto, nasce quella concezione per la quale le cose, il denaro, il sesso, l’amore e perfino la vita propria e altrui diventano una proprietà gestita secondo il modello dell’“usa e getta”.
«Proporvi, o imporvi, delle verità – scrivevano quest’anno degli insegnanti di un liceo della mia città, Catania, a degli alunni che avevano chiesto delle certezze per vivere per morire – è integralismo, cioè barbarie, e pertanto questo atteggiamento non può avere luogo nella scuola pubblica, cioè democratica e laica» .
Questa rinuncia della scuola pubblica, laica e democratica, a proporre delle verità non è recente. Ricordo che quand’ero giovane insegnante di Religione nello stesso Liceo mi sono dovuto opporre, provocando uno scandalo generale, ad un Consiglio di classe, che si era trovato unanime nella decisione di punire in modo esemplare un ragazzo e una ragazza che erano stati sorpresi a baciarsi sullo scalone della scuola, adducendo questa motivazione che chiedevo fosse messa a verbale: «La scuola prima insegna che la morale non è altro che una convenzione sociale e poi vuole punire dei ragazzi che muoiono dalla voglia di baciarsi e che non avrebbero dovuto farlo solo per rispettare una convenzione che domani potrebbe cambiare [come di fatto è accaduto], magari quando loro non ne avranno più né la voglia, né la capacità».
Il Preside, intelligente, avendo intuito che io volevo rovesciare le parti e accusare loro di corruzione di minorenni, ha subito sospeso la seduta, comminando ai quei ragazzi solo la minima sanzione disciplinare.
Non ci si strappi le vesti poi, quando ci si trova – come accade spesso ai nostri giorni – di fronte alla violenza dei giovani contro se stessi e contro gli altri, né ci si affanni ipocritamente a cercare spiegazioni altrove e a trovare affannosamente dei rimedi efficaci.
L’unico rimedio serio sarebbe quello di impedire la corruzione morale derivante da un simile argomentare, che si ammanta arbitrariamente della dignità del pensiero “laico”. Ma il pensiero veramente laico ha tutt’altra profondità e grandezza, come vedremo.
Ci troviamo di fronte ad una dissoluzione dell’uomo caparbiamente perpetrata – come diceva don Giussani – pur di non riconoscere che la sua ragione è strutturalmente apertura al Mistero, grido e domanda di significato e di verità, pur essendo questo «un cammino di ricerca, umanamente interminabile»
2. La domanda sul destino della vita costituisce il cuore di ogni uomo
«Ma non ha ragione, non ha ragione il nichilista!», ha gridato una volta don Giussani qui a Rimini agli universitari di Comunione e Liberazione, perché è grande – Dio come è grande! – l’uomo, il giovane, il ragazzo quando guarda la sua ragazza, mentre lei non lo vede, perché sta andando via, la guarda e sente il meglio di sé venire a galla: gli viene [...] un’adorazione. Giusto! Perché quel volto è il simbolo di Colui che ci ha fatti per Sé, cioè per la felicità, che è la bellezza come ha capito Leopardi nell’inno Alla sua donna, che è la verità» .
Perché non ha ragione, dunque, il nichilista? Perché egli andrebbe contro quel meglio di sé che gli viene su dal suo cuore, cioè da quel complesso di evidenze e di esigenze, che lo costituiscono strutturalmente e che gli impediscono di dire che la sua ragazza è un niente; anzi lo spingono ad una adorazione di quella misteriosa promessa che nella bellezza di lei si rende presente.
Il cuore è ciò che Pirandello, un vero laico e mio conterraneo, in Uno, nessuno e centomila, chiama quel “punto vivo” che è dentro di noi e che scatta quando qualcuno o qualcosa lo provoca. Vitangelo Moscarda, che è un banchiere, provocato dal suo amico, che proditoriamente lo accusa di essere un usuraio, e dalla risata cinica con cui sua moglie commenta questa accusa, reagisce così:

«Ebbene, da quella risata mi sentii ferire all’improvviso come non mi sarei mai aspettato che potesse accadermi in quel momento…: ferire addentro in un punto vivo di me che non avrei saputo dire né che né dove fosse; […] un “punto vivo” in me s’era sentito ferire così addentro, che perdetti il lume degli occhi» .
E più avanti dice:
«Quel punto vivo che s’era sentito ferire in me… era Dio senza alcun dubbio: Dio che s’era sentito ferire in me, Dio che in me non poteva più tollerare che gli altri a Richieri mi tenessero in conto d’usurajo». .

Don Giussani ha insistito per tutta la vita sull’importanza del cuore, di questo criterio oggettivo che abbiamo in noi:
«la natura lancia l’uomo nell’universale paragone, dotandolo di quel nucleo di esigenze originali, di quella esperienza elementare di cui tutte le madri allo stesso modo dotano i loro figli» .
Questo è il criterio della verità ed il fondamento della nostra libertà:
«Se non si afferma la verità del nostro cuore, siamo preda degli avvoltoi che dominano il mondo. Ogni uomo è avvoltoio verso l’altro, rapinatore dell’altro; non solo i potenti, ma anche il compagno può essere il rapinatore della tua anima, sfruttatore di te, può tentare di strumentalizzarti. Non possiamo impedire questo, possiamo fare una sola cosa: essere noi stessi, essere il nostro cuore» .
Benedetto XVI, quando era il professore Joseph Ratzinger, in una conferenza pubblicata nel 1972, citava una dichiarazione di Hitler che proclamava il suo proposito di distruggere il cuore di ogni uomo:
«Io libero l’uomo dalla costrizione di uno spirito diventato scopo a se stesso; dalle sporche ed umilianti autoafflizioni di una chimera chiamata coscienza morale, e dalle pretese di una libertà a autodeterminazione personale, di cui ben pochi sono all’altezza» .
Così Ratzinger la commentava:
«La coscienza era per quest’uomo una chimera dalla quale l’uomo doveva essere liberato; la libertà che egli prometteva doveva essere una libertà dalla coscienza. […] La distruzione della coscienza è il vero presupposto di una soggezione e di una signoria totalitaria. Dove vige una coscienza, esiste anche una barriera al dominio dell’uomo sull’uomo e all’arbitrio umano, qualcosa di sacro che rimane inattaccabile e che è sempre sottratto all’arbitrio, sottraendosi ad ogni dispotismo proprio o estraneo. Solo l’assolutezza della coscienza è l’opposto assoluto nei riguardi della tirannide; solo il riconoscimento della sua inviolabilità protegge l’uomo nei confronti dell’uomo e nei confronti di se stesso; solo la sua signoria garantisce la libertà»
Il nichilismo dunque, come negazione di questo criterio del vero e del bene, di cui siamo dotati, sarebbe il principio di una vita disumana e della legittimazione di ogni violenza dell’uomo sull’uomo.
Don Giussani, leggendo Nietzsche, ne ha mostrato tutta la contraddizione:
«“Un giorno un viandante chiuse la porta dietro di sé e pianse. Poi disse: questo ardente desiderio del vero, del reale, del non apparente, del certo, come lo odio...”. Questa è la scelta che ha fatto l’uomo contemporaneo: chiudere la porta alla speranza, all’impeto ideale che gli alita alle spalle, acquattato in fondo al suo cuore, trasmessogli da sua madre e da tutto ciò che lo anticipa nella storia: questo evidente desiderio del vero, del reale, del certo.
L’uomo moderno se ne sente perseguitato come da un aguzzino “tetro e appassionato”, e ad un tempo ammette di essere costituito dal desiderio della verità, mentre si ribella alla natura del proprio cuore che è profezia di Dio» .
Dante ha stupendamente cantato nel Paradiso:
«Io veggio ben che già mai non si sazia
nostro intelletto, se ‘l ver non lo illustra,
di fuor dal qual nessun vero si spazia.
Posasi in esso come fera in lustra,
tosto che giunto l’ha; e giugner puollo:
se non, ciascun disio sarebbe frustra.
Nasce per quello, a guisa di rampollo,
a piè del vero il dubbio; ed è natura
ch’ al sommo pinge noi di collo in collo»
.

Descrive così stupendamente l’esperienza umanissima (“io veggio ben”) dell’esigenza costitutiva del nostro cuore della verità, cui tende in tutto ciò che conosce, con la speranza fondata che essa ci sia e che sia possibile trovarla (“e giugner puollo”), perché altrimenti il nostro desiderio sarebbe un desiderio vano (“se non, ciascun disio sarebbe frustra”). E l’uomo sarebbe – come è stato detto da Sartre – «una passione inutile» .

3. L’avvenimento della verità
L’uomo è dunque domanda di verità. A questa domanda la realtà stessa si incarica di rispondere: la verità si lascia incontrare, accade: essa è l’imporsi della realtà nella sua evidente presenza!
«La verità – diceva don Giussani – è come la faccia di una bella donna, non puoi non dire che è bella, non riesci! […] La verità è una cosa che si impone inevitabilmente. Uno ha una frazione di istante per cui il cuore si commuove»
Essa spalanca la coscienza e il cuore dell’uomo e gli fa ritrovare se stesso e la sua libertà. Essa semplicemente è.
Ancora Luigi Pirandello, questo autore che non finisce mai di sorprendermi per la sua apertura ad ogni aspetto dell’umano e per la sua capacità di raccontare l’umana esperienza, nella novella Ciaula scopre la luna narra di un garzone mezzo scemo, costretto a lavorare in una miniera di zolfo, che una notte, portando il suo carico sulle spalle all’esterno di essa, giunto allo stremo delle sue forze, perché «non aveva mai pensato Ciàula che si potesse aver pietà del suo corpo, e non ci pensava neppur ora», fece la “scoperta” della luna, della sua «chiaria», della sua bellezza e in quell’avvenimento ritrovò se stesso, la sua umanità.
«La scala era così erta, che Ciàula, con la testa protesa e schiacciata sotto il carico, pervenuto all’ultima svoltata, per quanto spingesse gli occhi a guardare in su, non poteva veder la buca che vaneggiava in alto. […]
Se ne accorse solo quando fu agli ultimi scalini. Dapprima, quantunque gli paresse strano, pensò che fossero gli estremi barlumi del giorno. Ma la chiaria cresceva, cresceva sempre più, come se il sole, che egli aveva pur visto tramontare, fosse rispuntato.
Possibile?
Restò – appena sbucato all’aperto – sbalordito. Il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia; aprì le mani nere in quella chiarità d’argento.
Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna.
Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna?
Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva.
Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna... C’era la Luna! la Luna!
E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore» .
È una documentazione suggestiva di quanto scrive don Giussani ne Il senso religioso:
«Lo stupore, la meraviglia di questa realtà che mi si impone, di questa presenza che mi investe, è all’origine dell’umana coscienza» .


4. L’avvenimento cristiano.
Ma la persona umana, diceva ancora don Giussani, ha il potere di «fare i capricci di fronte all’essere».
«Il capriccio […] dell’uomo di fronte all’essere è un odio a se stesso e al proprio destino. […] Solo qui si rivela la cattiveria dell’uomo» .
La bellezza del mondo e la grandezza del nostro desiderio non vengono sempre accolti come una testimonianza convincente di Dio.
«È questa carenza atroce – diceva don Giussani – che si nota in voi, come giovani di oggi, questa carenza tremenda di stupore di fronte alla bellezza, di capacità recettiva della bellezza. L’esito che invece vi colpisce è quello che provoca una pura reattività. L’esito con cui le cose vi raggiungono è quello di una reattività: vi provocano una reattività e vi bloccano in voi stessi, così che ogni cosa che vi viene davanti è da usare per voi stessi, strumentalizzare» .
Incapaci, dunque di stupore, resistiamo all’estasi, cui tende a portarci la realtà.
Solo nell’esperienza di un grande amore diviene possibile superare questo capriccio di fronte all’essere, questo blocco nella reattività, che alla fine diviene odio a se stessi perché è odio al proprio destino. È in un rapporto, nel quale ci sentiamo affermati più di quanto non riusciamo a fare da noi stessi che rinasce l’amore e la stima per la realtà, a partire da quella per la nostra persona, e la certezza di un destino buono per la nostra vita e per il tutto.
L’uomo ha bisogno di rapporti nei quali il male proprio e quello del mondo non riesce ad insinuare il sospetto di poter essere fregato, perchè in essi si rende manifesta tutta la bontà della realtà e la sua convenienza. È un’esperienza che noi abbiamo fatto e che tutti desidereremmo fare, anche se pensiamo che sia impossibile e perciò vi abbiamo rinunciato.
Tommaso d’Aquino ha scritto pagine mirabili su questo argomento, quando ha affermato che all’uomo, che tende a Dio come al proprio destino, fu necessario che Dio stesso si facesse uomo per indurlo ad amarlo. Infatti
«nulla ci conduce talmente ad amare qualcuno quanto l’esperienza del suo amore per noi. Così l’amore di Dio verso l’uomo non si sarebbe potuto dimostrare in modo più efficace che con il fatto che Egli abbia voluto unirsi all’uomo in persona: è, infatti, proprio dell’amore unire l’amante con l’amato fino a quanto è possibile» .
Quasi riprendendo queste parole, Benedetto XVI, rivolgendosi l’anno scorso a Verona a tutta la Chiesa italiana, ricordava come oggi è più che mai necessario che attraverso la testimonianza dei cristiani emerga «soprattutto quel grande “sì” che in Gesù Cristo Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza; come, pertanto, la fede nel Dio dal volto umano porti la gioia nel mondo».
Questa è la risposta della Chiesa allo scetticismo del mondo.
Cristo è vivo e presente nella sua Chiesa. In forza di questa sua contemporaneità egli si accompagna a noi ed è possibile incontrarlo anche oggi.

L’incontro con Lui dà alla vita l’orizzonte e la direzione decisiva perché Egli è la verità che l’uomo cerca: la verità è un uomo! E l’uomo, quando l’incontra, può riconoscerla – come diceva don Giussani – per l’esperienza di corrispondenza con il proprio cuore, cioè di «soddisfazione all’esigenza di totale comprensione della realtà per cui tutta l’umana coscienza vibra» .
Per descrivere efficacemente questa esperienza di corrispondenza e di soddisfazione don Giussani in Perché la Chiesa si è servito della finale della grande opera di René Grousset, Bilancio della storia, la cui lettura consigliava già ai primi giessini.
Questo autore, concludendo il suo bilancio sintetico della storia dell’umanità afferma: «Quanto alla storia umana, quale storico, giudicando dall’alto, oserà guardarla senza spavento?» E ci trasmette il suo inquietante interrogativo: «Ma se, al termine di tanta angoscia, non vi è effettivamente che la tomba?».
«È allora che l’ultimo uomo, nell’ultima sera dell’umanità, senza speranza – lui – di resurrezione, potrà emettere a sua volta il grido più tragico che abbia mai attraversato i secoli: “Elì, Elì, lemà sabactàni”? A questo grido noi cristiani sappiamo la risposta che, da tutta l’eternità, aveva dato l’Eterno. Sappiamo che il martirio dell’Uomo-Dio era solo per ricondurlo alla destra del Padre e, con lui, tutta l’umanità riscattata da lui. Sappiamo e abbiamo appena constato che al di fuori della soluzione cristiana […] ormai non ve n’è più altra, intendo soluzione accettabile per la ragione e per il cuore».

«Accettabile [commenta don Giussani] perché l’umanità intera è ricapitolata in Cristo, senza tagli arbitrari, senza censure e dimenticanze» .
Parlando nel 1983 ad una televisione svizzera, don Giussani era tornato su questo tema:
«Quello che persuade me come credente è soprattutto una sfida che il punto di vista della fede lancia a tutti gli uomini. Quale punto di vista, ma diciamo il termine scientifico, quale ipotesi di lavoro colloca in una posizione tale da abbracciare, senza dimenticare e rinnegare nulla, tutti i fattori che compongono, che tramano l’esperienza? Vale a dire, è un realismo ultimo quello che giustifica l’ipotesi della fede».
Dobbiamo riconoscere, infatti, che solo in Cristo si manifesta pienamente il destino dell’uomo e della storia in modo totalmente corrispondente, e quindi accettabile, alla ragione e al cuore. Egli solo è la parola definitiva sulla vita e sulla morte, sul significato del mondo e della storia, la risposta a quella esigenza profonda di verità e di giustizia che costituisce il cuore dell’uomo.
Solo nell’avvenimento dell’incontro con Lui – diceva ancora il Papa a Verona – può rinascere la «grande domanda» sull’origine e il destino dell’universo, sul Logos creatore e diventa «di nuovo possibile allargare gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene». Infatti, è solo di fronte alla risposta che si riapre e si chiarifica la domanda.

5. La bellezza cristiana è lo splendore della verità
«L’uomo riconosce la verità di sé attraverso l’esperienza della bellezza, attraverso l’esperienza di gusto, attraverso l’esperienza di corrispondenza, attraverso l’esperienza di attrattiva che essa suscita, una attrattiva e una corrispondenza totale» .
È della bellezza cristiana, dunque, dell’attrattiva e dello splendore che la verità assume nell’incontro cristiano, che l’uomo di oggi ha più che mai bisogno perché, come affermava il Papa stesso, quand’era ancora il cardinale Ratzinger, nel suo messaggio per la XXIII edizione di questo Meeting,
«la bellezza ferisce, ma proprio così essa richiama l’uomo al suo Destino ultimo».
Ma riconosceva:
«La paura che […] la menzogna, ciò che è brutto e volgare costituiscano la vera “realtà”, ha angosciato gli uomini del nostro tempo. Nel presente ha trovato espressione nell’affermazione secondo cui dopo Auschwitz non si sarebbe più potuto parlare di un Dio buono. Ci si domanda: dov’era finito Dio quando funzionavano i forni crematori?» .
È necessaria, dunque, una bellezza che regga di fronte all’urlo di mia madre che chiede perché possa accadere che sua figlia muoia a trent’anni per dare la vita ad un figlio che a sua volta muore dopo pochi giorni. È necessaria una bellezza che renda accettabile la vita e la morte, la gioia e il dolore, la realtà insomma, così come l’uomo ne fa esperienza.
Solo nel Volto del Crocifisso appare l’autentica e credibile bellezza, solo nel Crocifisso c’è, infatti, un destino o un Dio credibile anche da mia madre. A questa bellezza, infatti, dopo aver lottato una vita intera con il Mistero come Giacobbe con l’Angelo, essa, sorridente, si è affidata nell’atto della sua morte. A tutti quelli che venivano a visitarla, quando era già alla fine, chiedeva: «Tu verrai alla mia festa?». Alludeva al suo funerale.

Per questo nel suo messaggio Ratzinger poteva dire:
«Nella passione di Cristo […] l’esperienza del bello ha ricevuto una nuova profondità, un nuovo realismo [è la stessa parola che aveva usato don Giussani nell’83]. Colui che è la Bellezza stessa si è lasciato colpire in volto, sputare addosso, incoronare di spine – la Sacra Sindone di Torino può farci immaginare tutto questo in maniera toccante. Ma proprio in questo Volto così sfigurato appare l’autentica, estrema bellezza: la bellezza dell’amore che arriva “sino alla fine” e che, appunto in questo, si rivela più forte della menzogna e della violenza. Chi ha percepito questa bellezza sa che proprio la verità, e non la menzogna, è l’ultima istanza del mondo. Non la menzogna è “vera”, bensì proprio la verità. […] Tuttavia essa pone come condizione che noi ci lasciamo ferire insieme a lui e crediamo nell’Amore, che può rischiare di deporre la bellezza esteriore per annunciare, proprio in questo modo, la verità della bellezza» .
E ancora:
«Nulla ci può portare di più a contatto con la bellezza di Cristo stesso che il mondo bello creato dalla fede e la luce che risplende sul volto dei Santi, attraverso la quale diventa visibile la Sua propria luce» .
Della bellezza di Cristo si fa esperienza nella Chiesa, cioè nel mondo bello creato dalla fede e dalla luce che risplende sul volto dei Santi.
Noi ne sappiamo qualcosa: l’abbiamo vista nel volto di don Giussani.
lunedì 20 agosto 2007

sabato 23 novembre 2013

VIVERE LA FEDE

VIVERE LA FEDE

***

Incontro con i Seminaristi della Sicilia

27 ottobre 2013

Francesco Ventorino

  1. 1.    Cinismo o mendicanza
George Steiner un grande pensatore contemporaneo, un ebreo che si autodefinisce agnostico, parla di “un punto di non ritorno” cui l’uomo si è avvicinato, nei campi della morte che hanno contraddistinto il secolo scorso:
Morendo di sete, un prigioniero guarda il suo tormentatore versare lentamente per terra un bicchiere di acqua fresca: «Perché lo sta facendo?». Il boia rispose: «Non c’è “perché” qui», manifestando con una concisione e una lucidità provenienti dall’inferno, il divorzio fra umanità e linguaggio, fra ragione e sintassi, fra dialogo e speranza. Parlare e scrivere erano diventati, in quel baratro della storia, un’espressione dell’assurdo e del disastro. Non rimaneva niente, stricto sensu, da dire (G. Steiner, Grammatiche della creazione, Garzanti, Varese 2003, p. 258).
Questo processo che ha portato l’uomo moderno dalla luce della fede al buio della ragione, là dove è impossibile distinguere il bene dal male, è stato descritto mirabilmente nella enciclica Lumen fidei di papa Francesco:
2. Nell’epoca moderna si è pensato che una tale luce [quella della fede] potesse bastare per le società antiche, ma non servisse per i nuovi tempi, per l’uomo diventato adulto, fiero della sua ragione, desideroso di esplorare in modo nuovo il futuro. In questo senso, la fede appariva come una luce illusoria, che impediva all’uomo di coltivare l’audacia del sapere. Il giovane Nietzsche invitava la sorella Elisabeth a rischiare, percorrendo «nuove vie…, nell’incertezza del procedere autonomo». E aggiungeva: «A questo punto si separano le vie dell’umanità: se vuoi raggiungere la pace dell’anima e la felicità, abbi pur fede, ma se vuoi essere un discepolo della verità, allora indaga». Il credere si opporrebbe al cercare. A partire da qui, Nietzsche svilupperà la sua critica al cristianesimo per aver sminuito la portata dell’esistenza umana, togliendo alla vita novità e avventura. La fede sarebbe allora come un’illusione di luce che impedisce il nostro cammino di uomini liberi verso il domani.
3. In questo processo, la fede ha finito per essere associata al buio. Si è pensato di poterla conservare, di trovare per essa uno spazio perché convivesse con la luce della ragione. Lo spazio per la fede si apriva lì dove la ragione non poteva illuminare, lì dove l’uomo non poteva più avere certezze. La fede è stata intesa allora come un salto nel vuoto che compiamo per mancanza di luce, spinti da un sentimento cieco; o come una luce soggettiva, capace forse di riscaldare il cuore, di portare una consolazione privata, ma che non può proporsi agli altri come luce oggettiva e comune per rischiarare il cammino. Poco a poco, però, si è visto che la luce della ragione autonoma non riesce a illuminare abbastanza il futuro; alla fine, esso resta nella sua oscurità e lascia l’uomo nella paura dell’ignoto. E così l’uomo ha rinunciato alla ricerca di una luce grande, di una verità grande, per accontentarsi delle piccole luci che illuminano il breve istante, ma sono incapaci di aprire la strada. Quando manca la luce, tutto diventa confuso, è impossibile distinguere il bene dal male, la strada che porta alla mèta da quella che ci fa camminare in cerchi ripetitivi, senza direzione (Lumen fidei, nn. 2; 3).
Ma l’uomo moderno è definito nello stesso tempo da una struggente domanda di significato e di eterno. Anche nel nostro contesto culturale, infatti, tante persone sono alla ricerca del senso ultimo e della verità definitiva sulla loro esistenza e sul mondo, come ha scritto Benedetto XVI nella Porta fidei:
La stessa ragione dell’uomo, infatti, porta insita l’esigenza di “ciò che vale e permane sempre” Tale esigenza costituisce un invito permanente, inscritto indelebilmente nel cuore umano, a mettersi in cammino per trovare Colui che non cercheremmo se non ci fosse già venuto incontro (Porta Fidei, n. 10).
Questa posizione è efficacemente espressa in poemetto di Pascoli, Il cieco, un testo che si può considerare il più “definitivo” rispetto al pensiero del poeta. In esso si immagina un mendicante, un girovago cieco guidato dal cane. Ma il cane muore e allora l’uomo rimane nel buio assoluto di fronte a qualcuno la cui presenza però sente e ammette.
Ma forse uno m’ascolta; uno mi vede,
invisibile. Sé dentro sé cela.
Sogghigni? piangi? m’ami? odii? Siede
in faccia a me. Chi che tu sia, rivela
chi sei: dimmi se il cuor ti si compiace
o si compiange della mia querela!
Egli mi guarda immobilmente, e tace.
O forse una mi vede, una m’ascolta,
invisibile. È grande, orrida: il vento
le va fremendo tra la chioma folta.
Siede e mi guarda. O tu che ignoro e sento,
dimmi se guerra hai tu negli occhi o pace!
dimmi ove sono! Ed essa è là, col mento
sopra la palma, che mi guarda, e tace.
Chi che tu sia, che non vedo io, che vedi
me, parla dunque: dove sono? Io voglio
cansar l’abisso che mi sento ai piedi…
di fronte? a tergo? Parlami. Il gorgoglio
n’odo incessante; e d’ogni intorno pare
che venga; ed io qui sto, come uno scoglio,
tra un nero immenso fluttuar di mare».
Così piangeva: e l’aurea sera nelle
rughe gli ardea del viso; e la rugiada
sopra il suo capo piovvero le stelle.
Ed egli stava, irresoluto, a bada
del nullo abisso, e gli occhi intorno, pieni
d’oblìo, volgeva; fin ch’ – io so la strada –
una, la Morte, gli sussurrò – vieni! –[1]
«Ed egli stava, irresoluto, a bada / del nullo abisso», della realtà senza senso. «O tu che ignoro e sento, / dimmi se guerra hai tu negli occhi o pace!», «Chi che tu sia, [...] parla dunque».
Il Verbo si è fatto carne, Dio ha parlato e ha detto: «Misericordia, Pietà, Amore»; il grido profetico del genio ha avuto risposta: venne fra i suoi e i suoi non se ne sono accorti. Ma l’uomo senza quella risposta rimane nella vita ultimamente irresoluto, anche se febbrilmente pieno di iniziative, a guardia del nullo abisso. Perché, realmente, non c’è una terza possibilità fra ciò che è accaduto duemila anni fa e la tragica e magnifica immagine dell’uomo di questo bellissimo poemetto.
Il grido di Pascoli di fronte alla enigmaticità ultima del reale non può essere evitato se non nel caso che l’uomo incontri colui che ha parlato. Al di fuori dell’incontro con Cristo questo è l’unico atteggiamento interamente umano. In questo non si ravvisa una negazione religiosa; anzi si esprime la verità del cuore dell’uomo. La mendicanza è, dunque, la dinamica obbligatoria della natura umana quando prende coscienza di se stessa. Si tratta, infatti, di una fedeltà alla originalità della propria natura. In questa drammatica impossibilità coscientemente riconosciuta di risposte esaurienti che la ragione possa dare si ravvisa una inconsapevole profezia dell’imprevedibile avvenimento di Cristo.
  1. 2.    L’incontro cristiano svela la verità su Dio e sull’uomo
Benedetto XVI ha scritto nella sua prima Enciclica, Deus caritas est:
All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con un Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò una  direzione decisiva (Deus caritas est, n.1.).
La fede incomincia, dunque, con un fatto che ha la forma di un incontro, l’incontro con una persona che si riconosce come eccezionale, cioè corrispondente al proprio cuore come nessun altro, che stupisce e che porta a chiederci: “Chi è costui?”.
È l’eccezionalità e quindi la corrispondenza al cuore che si sperimenta nell’incontro con Cristo che porta a fidarsi di lui, anche a causa della grandezza inestimabile del suo messaggio o della dottrina divina che egli rivela.
Questa esperienza costituisce la verifica della sua affidabilità, verifica che dà fondamento ragionevole all’atto della libertà con la quale poi a lui ci si affida e si accoglie la verità che egli rivela. La libertà, infatti, è la capacità di volere il bene, cioè la pienezza della soddisfazione del desiderio del cuore, quella soddisfazione che si pregusta nello stare con lui.
Questa è l’esperienza che hanno fatto i primi che si sono incontrati con Gesù. Due persone, Giovanni e Andrea, che dopo essere stati un pomeriggio a casa sua, ne escono con la convinzione di avere incontrato il Messia (Gv 1, 35-51). E da lì una serie di inviti fra di loro e di incontri con Lui. “Persone che senza esserselo mai immaginato seguono per curiosità quell’uomo, stanno con lui fino a sera, dimenticando persino di andare a lavorare, rimangono così impressionate che riportano come vera un’affermazione fatta forse da lui stesso che rispondeva a tutte le attese del loro tempo” (L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana, Rizzoli, Milano 2001, p. 56): “Abbiamo trovato il Messia”.
Nel tempo e nella convivenza con quell’uomo l’intuizione di quella eccezionalità diventa una certezza profonda: “Nel Vangelo dunque viene documentato che il credere abbraccia la traiettoria della convinzione in un successivo ripetersi di riconoscimenti, cui occorre dare uno spazio e un tempo perché avvengano” (Ibid., p. 59). Il miracolo delle nozze di Cana si impone agli inizi di questa progressiva auto rivelazione di Gesù (Gv 2, 1-12).
Nel tempo e nella convivenza con Gesù i suoi discepoli hanno fatto la scoperta di un uomo senza paragone. “Le cose, il tempo e lo spazio gli obbediscono senza alcun apparato «magico». Egli ottiene ciò con una manipolazione della realtà del tutto «naturale», come di chi è padrone della realtà stessa. Il Vangelo nota che giungeva a sera «stanco di guarire», avendo cioè senza interruzione esercitato il suo potere sulla realtà fisica” (Ibid., p. 60). (Lc 5, 17-26).
La sua intelligenza, inoltre, sventava ogni tentativo di metterlo in fallo, come nel caso del tributo a Cesare o della donna colta in flagrante adulterio (Mt 22, 15-22; Gv 8, 1-11); ma il miracolo più grande, da cui i discepoli erano colpiti ogni giorno, “era uno sguardo rivelatore dell’umano cui non ci si poteva sottrarre. Non c’è nulla che convinca l’uomo come uno sguardo che riconosca ciò che esso è, che scopra l’uomo a se stesso” (Ibid., p. 62). Come nel caso della Samaritana o nell’incontro con Zaccheo. (Gv 4, 1-12; Lc 19, 1-10). “La capacità di cogliere il cuore dell’uomo è il miracolo più grande, il più persuasivo” (Ibid.,p. 63).
Ma in Gesù i suoi testimoni hanno potuto vedere non solo quello sguardo potente e intelligente, ma anche uno sguardo buono. “È difficile che una persona potente sia veramente buona” (Ibid., p. 63). È commovente il suo incontro con la vedova di Naim e quello con la peccatrice nella casa di un fariseo (Lc 7, 11-17; Lc 7, 36-50).
Tu non puoi dire: “Questo uomo è Dio”. Non puoi vedere tu se uno è Dio o no; ma dalla eccezionalità dell’esperienza di rapporto con questo uomo, tu trai la conseguenza che ti devi fidare di questo uomo: “Se non mi fido di questo uomo non mi fido più neanche dei miei occhi. È impossibile che questo uomo menta”.
La ragione, dunque, non può dimostrare la divinità di Cristo, perché la divinità in quanto personalmente presente in una realtà umana non è oggetto proprio della ragione. La ragione può soltanto arrivare a riconoscere che si trova di fronte a qualcosa di eccezionale. Non può arrivare a definire chi è Gesù Cristo; ma proprio l’eccezionalità di quella presenza è la ragione per la quale si può facilmente credere a lui quando parla della sua divinità.
Il cristianesimo è, dunque, la conoscenza attraverso un testimone umano di una cosa che umanamente non si può sapere, cioè la conoscenza del mistero di Cristo e attraverso di lui del mistero di Dio e del mistero dell’uomo, del senso e del destino della nostra esistenza.
La fede ‒ scriveva san Tommaso d’Aquino ‒ è in noi l’inizio della vita eterna, in quanto ci introduce alla conoscenza di Dio[2]. La fede cristiana è, infatti, quella grazia che soccorre l’indigenza costitutiva dell’uomo, per la quale egli non riesce da sé a soddisfare l’esigenza della propria ragione, cioè conoscere l’essenza misteriosa della causa ultima di sé e della realtà tutta. In questo senso, la fede è l’inizio gratuito della risposta a quel desiderio naturale di vedere Dio posto nel cuore dell’uomo quasi come una promessa del suo compimento.
Il cristianesimo si rivolge, dunque, a questa esigenza di verità che è nella natura del cuore dell’uomo: la verità sulla propria origine e sul proprio destino. La Chiesa ha da dire a tutti una parola definitiva sulla vita e sulla morte, sul significato del mondo e della storia. L’annuncio cristiano del Verbo fatto carne, morto e risorto, realizza quello che nella coscienza di ogni uomo emerge talora come presentimento o profezia. Cristo risorto conclama che tutto nella storia è redimibile, che non si perde nulla nel vortice degli eventi.
In una intervista rilasciata nel 1983 ad una televisione svizzera, il mio grande amico don Luigi Giussani lanciava questa provocazione:
Quello che persuade me come credente è soprattutto una sfida che il punto di vista della fede lancia a tutti gli uomini. Quale punto di vista, ma diciamo il termine scientifico, quale ipotesi di lavoro colloca in una posizione tale da abbracciare, senza dimenticare e rinnegare nulla, tutti i fattori che compongono, che tramano l’esperienza? Vale a dire, è un realismo ultimo quello che giustifica l’ipotesi della fede.
Bisogna riconoscere, infatti, che solo nel volto di Gesù crocifisso, morto e risorto si manifesta pienamente il destino dell’uomo e della storia in modo totalmente corrispondente, e quindi accettabile, alla ragione e al cuore. Egli solo è la parola definitiva sulla vita e sulla morte, sul significato del mondo e della storia, la risposta a quella esigenza profonda di verità e di giustizia che costituisce il cuore dell’uomo.
Cristo è vivo e presente nella sua Chiesa. In forza di questa sua contemporaneità, è possibile incontrarlo oggi. L’incontro con Lui dà alla vita l’orizzonte e la direzione decisiva, perché Egli è la verità che l’uomo cerca: la verità è un uomo! Quale forma ha preso per noi l’incontro cristiano? Come ne siamo stati illuminati e convinti? Sono domande che vengono prima di quelle che riguardano la nostra vocazione particolare se non vogliamo di rischiare di diventare dei preti senza fede.
Tommaso d’Aquino ha scritto che «al loro destino di felicità gli uomini sono ricondotti attraverso l’umanità di Cristo»[3] e per questo «la grazia prima ha colmato la sua umanità e da lì è derivata a noi»[4].
La scoperta di Cristo come centro del cosmo e della storia elimina la paura e fa sentire all’uomo una capacità di contatto dominatore su tutto: «Omnia vestra sunt, vos autem Christi, Christus autem Dei (Tutto è vostro, voi poi siete di Cristo e Cristo è di Dio)»[5].
  1. 3.    Il definitivo nel presente
Scusatemi se mi servo ancora di un testo di don Luigi Giussani:
Dice l’inizio del diciassettesimo capitolo del Vangelo di san Giovanni, che contiene l’ultima preghiera di Gesù prima di andare al Getsemani: «È venuta l’ora, glorifica il Figlio tuo come il Figlio tuo ha glorificato Te. Tu gli hai dato nelle mani il potere su ogni uomo [su tutti gli uomini], affinché dia la vita eterna a coloro che Tu gli hai dato nelle mani. E la vita eterna è questa: che conoscano Te solo vero Dio e Colui che hai mandato, Cristo». È venuta l’ora. E da allora questa frase indica ogni giornata della storia che passa, perché la definitività del tempo è incominciata con la glorificazione di Cristo che risorge. La morte e la risurrezione di Cristo iniziano l’era nuova che noi possiamo riconoscere e godere come una caparra – dice la liturgia – in attesa della manifestazione finale. Ma una caparra è della stessa natura della promessa intera. Per questo la vita del cristiano è come il grande realizzarsi dell’avvenimento di Cristo, ed è morte e risurrezione[6].
Ogni cristiano, ogni battezzato, porta in sé il destino cui sono destinati tutti, ma è stato scelto per incominciare a “comprendere” Cristo dentro il tempo e lo spazio. La consapevolezza di questa scelta genera gratitudine e affezione, e quindi una flessione della vita che ad essa si conforma.
Ogni cristiano, dunque, anticipa in sé l’“eschaton”, perché la fine della storia si avrà nel riconoscimento da parte di tutti proprio di questo, che Cristo è l’unico Signore del mondo. Il battezzato è colui che è chiamato ad anticipare nel tempo questo giudizio finale, questo riconoscimento finale. Ecco il significato del vivere “escatologicamente”, cioè del vivere nel presente l’“eschaton”, vivere nel presente il fine della storia. Questo riconoscimento di Cristo, ripeto, ha dentro di sé una gratitudine per essere stati scelti: “Perché io? Perché hai scelto me?”.
Da questa gratitudine e da questa affezione nasce la morale. La moralità è una tendenza della nostra vita a conformarsi, per gratitudine e per affetto, a Colui che ci ha scelti. È proprio dell’incontro con una presenza eccezionale il desiderio di una imitazione. L’eccezionale, infatti,  è ciò che corrisponde al cuore e pertanto, se lo vedo realizzato in qualcuno, desidero essere come lui.
Siamo chiamati ad anticipare il destino di tutti: è la grazia di poter vivere il definitivo nel presente, la grazia di non perdere tempo dietro ciò che non rimane, di poter consumare la vita per ciò che resta, per il vero Signore, Colui che è il  salvatore della mia umanità. Il cristiano, in definitiva, è colui che è chiamato a conoscere e a vivere già nel presente la realtà: Cristo è la realtà della storia e della vita; la realtà!
Ecco perché la fede non è un sentimento. La fede non è neanche uno stato d’animo. La fede è una intelligenza. Nel Battesimo è stata collocata dentro il nostro essere una potenzialità di intelligenza nuova. La fede è una luce.
È ciò che viene insistentemente affermato nella Lumen fidei di papa Francesco:
È urgente perciò recuperare il carattere di luce proprio della fede, perché quando la sua fiamma si spegne anche tutte le altre luci finiscono per perdere il loro vigore. La luce della fede possiede, infatti, un carattere singolare, essendo capace di illuminare tutta l’esistenza dell’uomo. Perché una luce sia così potente, non può procedere da noi stessi, deve venire da una fonte più originaria, deve venire, in definitiva, da Dio. La fede nasce nell’incontro con il Dio vivente, che ci chiama e ci svela il suo amore, un amore che ci precede e su cui possiamo poggiare per essere saldi e costruire la vita. Trasformati da questo amore riceviamo occhi nuovi, sperimentiamo che in esso c’è una grande promessa di pienezza e si apre a noi lo sguardo del futuro. La fede, che riceviamo da Dio come dono soprannaturale, appare come luce per la strada, luce che orienta il nostro cammino nel tempo. Da una parte, essa procede dal passato, è la luce di una memoria fondante, quella della vita di Gesù, dove si è manifestato il suo amore pienamente affidabile, capace di vincere la morte. Allo stesso tempo, però, poiché Cristo è risorto e ci attira oltre la morte, la fede è luce che viene dal futuro, che schiude davanti a noi orizzonti grandi, e ci porta al di là del nostro “io” isolato verso l’ampiezza della comunione. Comprendiamo allora che la fede non abita nel buio; che essa è una luce per le nostre tenebre. Dante, nella Divina Commedia, dopo aver confessato la sua fede davanti a san Pietro, la descrive come una “favilla, / che si dilata in fiamma poi vivace / e come stella in cielo in me scintilla”. Proprio di questa luce della fede vorrei parlare, perché cresca per illuminare il presente fino a diventare stella che mostra gli orizzonti del nostro cammino, in un tempo in cui l’uomo è particolarmente bisognoso di luce (Lumen fidei, n. 4).
Con la fede, dunque, inizia una nuova vita dentro la vita di prima, una nuova chiamata, una vocazione dentro ogni altra precedente, come ci mostra questo passo decisivo della prima lettera ai Corinti:
Per il resto, a ciascuno come il Signore ha dato in sorte, ciascuno come Dio ha chiamato, così cammini. Così dispongo in tutte le comunità. Uno è stato chiamato circonciso? Che non si tiri il prepuzio. Uno è stato chiamato col prepuzio? Che non si faccia circoncidere! La circoncisione è nulla e il prepuzio è nulla […]. Ciascuno rimanga nella chiamata in cui fu chiamato. Sei stato chiamato schiavo? Non preoccupartene. Ma se puoi diventare libero, piuttosto fa uso. Chi è stato chiamato schiavo nel Signore, è un libero nel Signore. Allo stesso modo, chi è stato chiamato libero, è schiavo del messia [7]
Giorgio Agamben ha fatto giustamente notare che il senso della Klesis (chiamata) paolina «indica la particolare trasformazione che ogni stato giuridico e ogni condizione mondana subiscono per il fatto di essere posti in relazione con l’evento messianico. Non di indifferenza escatologica si tratta, quindi, ma della mutazione, quasi dell’intimo spostamento di ogni singola condizione mondana in virtù del suo essere “chiamata”». Il suggerimento di rimanere nella propria condizione non esprime indifferenza, ma «il suo essere essenzialmente e innanzi tutto, una chiamata della chiamata. Per questo essa può aderire a qualunque condizione; ma per la stessa ragione, essa la revoca e mette radicalmente in questione nell’atto stesso in cui vi aderisce»[8].
Per far comprendere meglio questo concetto Agamben fa riferimento ad una altro passaggio della prima ai Corinti, dove Paolo dà «la definizione più rigorosa della vita messianica»:
Questo vi dico, fratelli: il tempo si è contratto; il resto è affinché gli aventi donna come non aventi siano e i piangenti come non piangenti e gli aventi gioia come non aventi gioia e i compranti come non possedenti e gli usanti il mondo come non abusanti. Passa infatti la figura di questo mondo. Voglio che siate senza cura[9].
E così lo commenta:
Hos me, «come non»: questa è la formula della vita messianica e il senso ultimo della klesis. La vocazione chiama a nulla e verso nessun luogo: per questo essa può coincidere con la condizione fattizia in cui ciascuno si trova chiamato; ma, proprio per questo, essa la revoca da cima a fondo. La vocazione messianica è la revocazione di ogni vocazione. In questo senso, essa definisce la sola vocazione che mi sembra accettabile. Che cos’è, infatti, una vocazione, se non  la revocazione di ogni concreta vocazione fattizia? Non si tratta, naturalmente di sostituire una vocazione più vera a una meno autentica: in nome di che cosa si deciderebbe per l’una piuttosto che per l’altra? No, la vocazione chiama la vocazione stessa, è come un’urgenza che la lavora e scava all’interno, la nullifica nel gesto stesso in cui si mantiene in essa, dimora in essa. Questo ‒ e nulla di meno che questo ‒ significa avere una vocazione, vivere nella klesis messianica[10].
La vocazione messianica, dunque,  è «la revocazione di ogni vocazione», non nel senso che si sostituisce alla altre, ma nel senso che la vocazione a seguire Cristo diventa il vero significato di ogni altra vocazione: «è come una urgenza che la lavora e scava dall’interno, la nullifica nel gesto stesso in cui si mantiene in essa, dimora in essa». Pensate alla vocazione al matrimonio: solo nella sequela di Cristo essa diviene vera nel dono reciproco fino al sacrificio supremo che è quello di morire per la salvezza dell’altro. E la sequela di Cristo la scava dentro, in profondità, e la libera da ogni incrostazione mondana nel concepire e nel vivere l’amore dei coniugi e con i figli.
Infatti, più avanti l’autore fa notare che l’hos me paolino si conclude con una frase: «passa infatti la figura, il modo di essere di questo mondo»[11], che così commenta: «tendendo ogni cosa verso se stessa nel come non, il messianico non la cancella semplicemente ma la fa passare, ne prepara la fine. Esso non è un’altra figura, un altro mondo: è il passaggio della figura di questo mondo»[12].
Vivere la vocazione messianica ‒ conclude Agamben ‒ significa fare uso di questo mondo senza mai farne oggetto di proprietà. La «nuova creatura» non è che l’uso della vecchia: «se uno è nel messia, nuova creatura: le cose vecchie sono passate accanto, ecco sono diventate nuove»[13].
Questo è il compito del cristiano nel mondo: la trasfigurazione di tutte le cose, usandole non come proprie, ma perché esse manifestino il potere che Cristo ha di sottomettere a sé tutto[14]. La vocazione cristiana è una chiamata ad anticipare in qualche modo la fine della storia, quando sarà chiaro chi è il vero signore del mondo secondo la profezia mirabile contenuta nella seconda lettera ai Tessalonicesi:
E allora sarà rivelato il senza legge (ànomos), che il Signore abolirà col soffio della sua bocca e renderà inoperante con l’apparizione della sua presenza . (parousìa)[15].
Dare testimonianza a Cristo: questo è il senso della vita cristiana, o della vocazione messianica, come la chiama Agamben. Nella Lumen fidei troviamo riaffermata questa urgenza per il nostro tempo:
La nostra cultura ha perso la percezione di questa presenza concreta di Dio, della sua azione nel mondo. Pensiamo che Dio si trovi solo al di là, in un altro livello di realtà, separato dai nostri rapporti concreti. Ma se fosse così, se Dio fosse incapace di agire nel mondo, il suo amore non sarebbe veramente potente, veramente reale, e non sarebbe quindi neanche vero amore, capace di compiere quella felicità che promette. Credere o non credere in Lui sarebbe allora del tutto indifferente. I cristiani, invece, confessano l’amore concreto e potente di Dio, che opera veramente nella storia e ne determina il destino finale, amore che si è fatto incontrabile, che si è rivelato in pienezza nella Passione, Morte e Risurrezione di Cristo[16]
Dare testimonianza a Cristo! Questo è possibile in qualunque condizione. Spesso l’amore alla forma che nella nostra vita deve prendere la gloria di Cristo ci fa dimenticare questo scopo. Spesso siamo più attaccati a questa forma che a Lui.
La forma vocazionale non la scegli tu. Questa è un’affermazione di importanza grandissima e, da qualunque parte vi venisse un altro suggerimento sarebbe un tradimento della vostra vita. La vocazione te la dà Cristo.
Diceva il Papa ai seminaristi, ai novizi e alle novizie, nel discorso che abbiamo già citato:
Diventare sacerdote, religioso, religiosa non è primariamente una scelta nostra. Io non mi fido di quel seminarista, di quella novizia, che dice: “Io ho scelto questa strada”. Non mi piace questo! Non va! Ma è la risposta ad una chiamata e ad una chiamata di amore. Sento qualcosa dentro, che mi inquieta, e io rispondo di sì. Nella preghiera il Signore ci fa sentire questo amore, ma anche attraverso tanti segni che possiamo leggere nella nostra vita, tante persone che mette sul cammino[17].
Se veramente volete vivere quello che Cristo vi chiede, dovete preoccuparvi solo di mantenere il cuore disponibile a quello che Lui vorrà da voi. Il vero atteggiamento di chi si prepara a ciò cui Cristo l’ha chiamato è la domanda che Lui gli faccia vedere e realizzare quello che ha pensato per la sua vita. La vocazione non si identifica con una forma immaginata da noi. La vocazione non è un’immagine che piace, ci può essere anche quella, ma non è determinante; essa è ciò che decide Cristo per noi.



[1] G. PASCOLI, Il cieco, in ID., Poesie, Garzanti, Milano 1994.
[2]  «Fides est habitus mentis, qua inchoatur vita aeterna in nobis» (TOMMASO D’AQUINO, Summa Theologica¸II-II, 4, 1, c.). Anche altrove la fede viene da lui definita come «praelibatio futurae visionis» (In III Sententiarum, 23, 2, 1, ad 4); o «inchoatio quaedam vitae aeternae» (De Veritate, I 14, 2, c).

[3] TOMMASO D’AQUINO, Summa theologiae, III, 9, 2, c.
[4] Ibid, I-II, 108, 1, c.
[5] I Cor 10, 31.
[6] L. GIUSSANI, “Fede ieri e oggi”, Tracce, febbraio 2008, p. 1.
[7] I Cor 7, 17-24.
[8] G. AGAMBEN, Il tempo che resta. Un commento alla Lettera ai Romani, Bollati Boringhieri, Torino 2008, p. 28.
[9] I Cor, 7, 29-32.
[10] G. AGAMBEN, op. cit., p. 29.
[11] I Cor 7, 31.
[12] G. AGAMBEN, op. cit. p. 30.
[13] 2  Cor 5, 17.
[14] Fil 3, 21.
[15] 2 Tess. 2, 8.
[16] FRANCESCO, Lumen fidei,  17.
[17] ID, Incontro con i seminaristi, i novizi e le novizie, Aula Paolo VI, 6 luglio 2013.

sabato 5 maggio 2012

«Non basta che il matrimonio sia per sempre.

«Non basta che il matrimonio sia per sempre. Per compierlo servono i santi» 

***

maggio 4, 2012 Benedetta Frigerio
Don Francesco Ventorino, teologo: «Il cuore dell’uomo è fatto per l’amore fino alla fine. Come quello di Gesù».
«Don Luigi Giussani è un prete che ha segnato positivamente la mia vita e il mio ministero sacerdotale. Lui diceva “L’affettività è il meglio di noi. Ma che cosa possiamo costruire di stabile sulla nostra capacità affettiva?”. È una domanda che travaglia o scoraggia chi vuole mettere su famiglia. Perché il meglio di noi è anche la cosa più fragile di noi». Sono le parole di don Francesco Ventorino, teologo e docente di Ontologia ed Etica presso lo Studio teologico S. Paolo di Catania, che ieri sera ha parlato davanti ai genitori del liceo Don Gnocchi e della cooperativa In-Presa di Carate Brianza. Il meglio di noi è la cosa più fragile di noi, «rovinata dalla nostra società che impone falsi modelli di realizzazione e compimento». Come recuperarla allora? Come soddisfarla? Ci si aspetta un consiglio, ma don Ventorino incalza: «Anche se la prendessimo sul serio ci troveremmo a dire che è moralmente passibile di compromessi. Perché il compimento dell’affettività è la gratuità assoluta: amare l’altro per se stesso, senza alcun ritorno». Una cosa umanamente impossibile, per questo sembra che gli uomini ci abbiano rinunciato. E infatti Ventorino cita Jean-Paul Sartre, che ci ricorda che la cosa che ci sta più a cuore è la più amara, perché quando non si realizza ci segna. Tanto che si può arrivare a odiarla per quanto la si ama. Come dice il poeta: «“Meno male che [mio padre] è morto presto”. “Ma questo”, scrive, “non è un fatto di cattiveria, è la norma. Non si accusino quindi gli uomini, bensì il legame di paternità. Fare figli? Non c’è cosa migliore. Averne? È la più iniqua”. Non che suo padre sia stato cattivo, ma la norma è che il padre dopo aver generato il figlio non è capace di trattarlo». A sentire Sartre, la delusione dell’aspettativa più grande che abbiamo pare una condizione ineluttabile. Una delusione ineluttabile. Ma «don Giussani – continua il teologo – scrisse alla Fraternità di Comunione e Liberazione prima di morire: “La prima caratteristica in cui l’Essere si comunica è la verginità. È il concetto di purità assoluta, la cui conseguenza di vorticosità assoluta è la maternità». Ventorino ricorda la reazione di una donna della Fraternità: «Reagì violentemente scrivendo a Tempi: “L’amore materno, lasciato alla sua istintività, è in realtà avido, vorace. Al di là di tante balle sulla dolcezza della mamma, e su come di mamma ce ne sia una sola – grazie a Dio, dico io. Le mani prima accarezzano, poi come il bambino cerca di andarsene brancolano un po’ smarrite. Spesso le dita si stringono, improvvisamente adunche, per fermarlo. Amatissimo bambino, però prima di tutto “mio” (…). La sola cosa di cui sono certa, è che questa pienezza non ce la si dà da sé. Poi, proprio non so. Il voler bene è una materia che mi è alquanto oscura».
Ma c’è un’altra posizione, quella espressa in un versetto di Shakespeare, «che mi fece scoprire una ragazza di seconda liceo classico. Lo tradusse come la poesia d’amore più bella. L’amato dice alla sua donna: “Quando sarò morto non piangere altrimenti il mondo riderà di noi”. È questa l’alternativa che si pone. L’alternativa fra il nulla e l’essere. Fra la realtà come tempio o come apparenza». Comprendere questo cambierebbe tutto secondo il teologo. Se l’altro è questo mistero eterno, se l’amato non è mai comprensibile, se è tempio del mistero da adorare. «Se si comprende questo allora l’unicità e il per sempre sono possibili». È possibile ciò per cui il cuore è fatto. Perché «il cuore dell’uomo è fatto per questo amore fino alla fine. Come quello di Gesù che “li amò fino alla fine”, dice il Vangelo». Ma cos’è questo fino alla fine? Per Ventorino si tratta dell’offerta totale di sé fino a che «ci è davvero possibile». Ma sopratutto che «niente e nessuno possono impedire, nemmeno il tradimento dell’altro. Tu poi essere fedele e questo compirà il matrimonio, porterà a termine quel per sempre per cui ti sei sposato. Anche se l’altro se ne va tu sarai fecondo,  sarai segno della possibilità dell’amore eterno. Segno per i figli e per il popolo».
Il matrimonio, infatti, è un’amicizia perfetta, ricorda il sacerdote, che non usa mezzi termini. «E chi non vive l’amore all’altro per se stesso, senza ritorno e non per una soddisfazione dei propri capricci, non è diverso da chi usa di una prostituta». Una prostituta, ripete: «Sì, perché l’amore vero non è un problema formale. No, non basta essere sposati affinché tutto sia lecito. No, se non tratti tua moglie come tempio di Dio, se non adori in lei il mistero che è, dando tutto te stesso per lei non ti unirai a tua moglie ma a una donna che stai rendendo prostituta». Se non c’è questa amicizia il matrimonio per Ventorino è inconsistente, anche se formalmente dura. Un’inconsistenza che si riflette sui figli: «Sono cresciuto a Catania fra la Prima e la Seconda guerra mondiale. Ogni notte da bimbo sentivo le bombe degli alleati. Passavo le notti con il terrore di morire. Da quel momento soffro di insonnia perché associo la notte alla possibilità di morire. Pensate a un ragazzo che, anche se i genitori non si separano, percepisce un’inconsistenza per cui se un coniuge non soddisfa più gli interessi di un altro, allora non è più interessante. Crescerà con il terrore che i suoi genitori si possono dividere. Questa instabilità dei giovani d’oggi da dove pensate che venga?». Ecco perché per educare è necessaria una dimora dove il rapporto coniugale sia un’amicizia perfetta, in cui si dà ai figli la certezza di rapporti eterni. «È solo in questo amore coniugale, infatti, che si possono amare veramente i figli. E che la famiglia diventa segno unico della inesauribile fedeltà e misericordia di Dio. Nell’unicità e nella fedeltà. Amati per se stessi a loro volta i figli prendono coscienza della propria grandezza che nessun limite può impedire».
Ma se amare così è impossibile all’uomo, se l’affettività anche presa sul serio è passibile di compromessi, come se ne esce? «Quando io riuscirò ad amare Cristo sino alla fine, allora sarò capace di dire all’altro come fare. Lo correggerò senza traccia di pretesa, lo farò solo per lui, senza ritorni. Questo si chiama verginità ed è un cammino che si fa stando nella Chiesa, chiedendo la compagnia dei santi viventi, dei testimoni dell’amore di Dio. È un cammino in un corpo dove io a poco a poco divento fecondo come il capo, come Cristo».

sabato 25 febbraio 2012

ventorino


Esperienza e presenza
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la parola esperienza indica l'avvenimento del processo che porta all'affermazione, alla realizzazione di sé, cioè alla maturità. Se il contenuto della nostra compagnia, intenzionale e pratico, non diventa esperienza, allora non viene assimilato, cioè non fertilizza e non rende frutto la nostra vita; perciò dopo cinque anni siamo come prima, soltanto bardati, se non soffocati, da un cumulo di schematiche espressioni e di pratiche acquisite8.
L'esperienza è il centuplo adesso, perché «il centuplo o è adesso o non sarà neanche domani, perché il centuplo è il di più di verità su quello che sto facendo [...] in base all'ideale che la compagnia mi dà, [...] cioè Cristo»9.
La presenza nell'ambiente non è dunque l'affanno per le iniziative o per l'organizzazione,
la presenza sorge come un'umanità cambiata: la presenza è qualcosa che perturba la situazione attraverso una perturbazione presente nella nostra vita. È perché qualcosa che mi perturba che io cambio, e questo mio cambiamento perturba la situazione in cui mi trovo. Presenza è il gusto con cui viviamo la nostra esperienza di fede. Ma la nostra esperienza di fede non si può vivere nella stratosfera: ecco perché la presenza è la conversione nel lavoro.10


don Ciccio Venturino
da:Luigi Giussani La virtù dell'amicizia ed.Marietti


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giovedì, 05 gennaio 2012

LA COMPAGNIA
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Egli ha concepito il suo Movimento come una vera amicizia, come una preziosa compagnia. È infatti, la compagnia,
l'argomento prezioso con cui Dio ci ha messo su una strada, e se noi la seguiamo con attenzione e con semplicità di cuore, con sincerità, ci fa crescere in questa percezione del destino dell' altro e della necessità di una nostra corrispondenza con i bisogni di tutti.
E qui citava la Regola definitiva dei Frati Minori, curata da Esser, dove si legge che Francesco suggeriva ai suoi frati, pellegrini per le vie del mondo, senza patria e senza fissa dimora, che dovunque essi si trovassero o si incontrassero dovevano comportarsi come«domestici invicem inter se», familiari fra di loro e ognuno familiare con gli altri. E con commozione faceva notare che Esser commenta: «Troveranno la loro casa nell'amore vicendevole». E così concludeva: «Anche se la vostra casa è ben solida, salda e grande, troverete la vostra casa nell'amore vicendevole -che è l'amicizia -, o nell'amore fraterno (un altro sinonimo
Rivelava in quella circostanza, ancora una volta, quella pre-mura affettuosa che fin dagli anni Settanta aveva generato in lui l'idea di Fraternità, quando, constatando che la gente che lo seguiva era divenuta adulta, aveva compreso che ciascuno, proprio per vivere la propria responsabilità personale, aveva bisogno di un luogo dove abitare, di una piccola comunità o di un gruppo di Fraternità:
il movimento ci ha abituato a percepire la metodologia cristiana in ogni avvenimento di impegno e di realizzazione della persona. Ora, il metodo cristiano di avvenimento della persona è quello della comunionalità: è solo se la persona si "traduce", traduce se stessa in una comunione vissuta e perciò in una comunità, che il suo sforzo può essere sostenuto
In seguito ha avuto modo di mettere in guardia la sua gente contro il rischio di vivere la compagnia del Movimento come un'utopia: «uno strumento cui affidare le proprie speranze», come se fosse essa quella «pienezza di vita raggiungibile» in questa terra. La compagnia cristiana -diceva -è tale, invece, perché essa «è una realtà creata dal cambiamento che la persona, incontrando Cristo, realizza in se stessa». È da quel cambiamento che nasce «un altro modo di vedere, di concepire e di giudicare tutto» e una dinamica nuova dei rapporti, «che si spalancano a una capacità di amare impensabile prima, in un
compito che ha un orizzonte infinito di bene».La compagnia cristiana si identifica innanzitutto «per un tipo di affezione
nuova che nasce tra le persone», nella quale «domina su qualunque altro sentimento la stima dell'altro, la disponibilità ad aiutare, un' amorosità disposta a soccorrere l'altro, a condivi- derne sempre il bisogno, nella percezione fisica del tempo e dello spazio come via al destino».
Don Giussani sapeva bene che nell'uomo c'è una debolezza affettiva come «facilità a dimenticare la domanda fondamentale» e poi una distrazione generata abitualmente da «impressioni che diventano più forti che neanche la forza ridestata dal cuore» e infine dal potere che cerca di impedire che l'incontro.fatto diventi storia, perché cerca di «determinare la vita con i suoi progetti, con i suoi paradigmi, per i suoi scopi», in una parola «tende a ridurre il desiderio». Affinché l'energia e l'intelligenza destata dall'incontro possano farsi storia, c'è bisogno di un alveo, che è la Chiesa come «corpo sociale incidente» o «come forza trainante della società». l'opposizione personale al mondo «è resa possibile solo se uno appartiene a questa unità [...]. Se non si fosse insieme non ci sarebbe la forza per uno: uno che ha la forza di opporsi al potere da solo è uno che crea comunità»
Nella compagnia cristiana si leggono in un modo vero i bisogni che si hanno e perciò si determina una «polis parallela». Essa diventa una «umanità parallela» e uno incomincia a capire «cosa voglia dire rapporto con la donna, cosa voglia dire rapporto di amicizia, cosa voglia dire il rapporto con l'uomo come tale, cosa voglia dire il rapporto col tempo, cosa voglia dire il passato, cosa voglia dire l'errore, lo sbaglio, il peccato, cosa voglia dire il perdono. Insomma, incomincia a capire, a capire che prima non capiva, che gli altri non capiscono, e gli viene una compassione per tutti» Si tratta dunque di una compagnia che si oppone a quella della società, di una compagnia che ti sorregge e che ti corregge, che ti libera dalla tua interpretazione soggettiva e mondana della vita.

 
Per questo non è sufficiente neanche lo studio del testo di Scuola di Comunità, perché il testo "non protesta", e neanche 1 il video "protesta". Puoi fargli dire ciò che vuoi tu. Solo una compagnia reale e vivente, non virtuale, è il luogo della vera conversione. Ciò non toglie affatto importanza al testo o al video, dai quali anzi viene un suggerimento necessario, un criterio di giudizio; ma solo in una serrata convivenza, quel suggerimento e quel criterio divengono realmente punto di orientamento della vita personale.
Può anche diventare equivoca, la compagnia cristiana, ma si rivela assolutamente necessaria. È per questo che la soluzione
non è mai abolirla perché la personalità cristiana si forma solo in essa e, se formata veramente, non può non crearla nella forma voluta dalla sua verità.
La forza del Movimento di don Giussani è scaturita dalla dimensione comunitaria della vita cristiana che egli seppe proporre fin dall'inizio: l'appartenenza a Cristo diviene reale nell'appartenenza ad una compagnia cristiana, sacramento della Sua presenza.
«Segno e mistero coincidono»
affermò poi negli anni della maturità. In forza di questo principio ci ha educati ad una passione per questo grande segno del mistero cristiano che è la nostra amicizia, la quale tende a coincidere con la passione a Cristo e con il senso della totalità dell'esistenza. Per la coscienza di questa coincidenza, l'amicizia che si stabilisce fra di noi, se è
vera, è carica di una tenerezza infinita, nonché di una esigenza assoluta e nello stesso tempo di un rispetto per la libertà di ciascuno, nella quale riconosciamo quella di Dio.
Il Movimento fondato da don Giussani è stato pensato come una "comunione" nella quale si genera una somiglianza che è figliolanza. Il padre è presente nel figlio, nel senso che ne caratterizza la fisionomia, come mentalità e come affezione, e lo
rende in qualche modo un altro se stesso. A questa figliolanza, accolta nella libertà, egli annetteva la partecipazione al suo carisma come volto definitivo di una personalità.
Alla fine degli Esercizi della Fraternità del 1999 ci ha lasciati con una commossa e indimenticabile esortazione:
lo auguro a tutti i capi, a tutti i responsabili delle vostre comunità, ma anche a ognuno di voi, perché ognuno deve essere padre degli amici che ha lì, deve essere madre della gente che ha lì; non dandosi un'aria di superiorità, ma con una carità effettiva. Nessuno, infatti, può essere così fortunato e felice come un uomo e una donna che si sentono fatti dal Signore padri e madri. Padri e madri di tutti coloro che incontrano.
Vi ricordate [...] quando Gesù, andando per i campi con i suoi Apostoli, vide vicino a un paese che si chiamava Nain una donna che piangeva e singhiozzava dietro la bara del figlio morto? E Lui andò là; non le disse: «Ti risuscito il figlio». Ma: «Donna, non piangere», con una tenerezza, affermando una tenerezza e un amore all'essere umano inconfondibili! E infatti, dopo, le diede anche il figlio vivo. Ma non è questo, perché di miracoli possono fame anche altri, ma questo, questa carità, questo amore all'uomo proprio di Cristo non ha nessun paragone in niente! Andiamo.
Don Giussani ha aborrito sempre la riduzione del metodo cristiano a qualcosa di astratto, a una sorta di "modello pastorale" o ad un "discorso". il metodo cristiano -diceva spesso- è quello di Dio, che si rende presente all'uomo attraverso l'uomo, attraverso l'umanità di Cristo e della Chiesa. La bellezza umana e la tenerezza dell'affezione umana sono il veicolo del mistero, perché -come aveva detto ancora Tommaso d'Aquino -nella nostra condizione umana solo «dalle cose visibili veniamo rapiti all'amore e alla conoscenza di quelle invisibili»

don Ciccio Venturino
da:Luigi Giussani La virtù dell'amicizia ed.Marietti


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martedì, 03 gennaio 2012

da:Luigi Giussani La virtù dell'amicizia ed.Marietti

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venerdì, 05 agosto 2011

DENTRO OGNI VERO AMORE
C'è UNA DOMANDA AL MISTERO
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Mostrami una amante – scriveva uno dei più grandi autori della letteratura europea – che sia pur bellissima, a che servirà la sua bellezza se non come un consiglio, ove io legga il nome di colei che di quella bellissima è più bella(Shakspeare).
Ecco perché dentro ogni vero amore c’è una certezza, quella di una presenza più grande che possa realmente compiere e confortare la nostra esigenza di bellezza, cioè di verità e di bene, e c’è pure una domanda, una preghiera. Per cui dentro ogni vero amore sgorga sempre un dialogo con il Mistero di Dio.
DON CICCIO VENTORINO

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mercoledì, 27 aprile 2011

Una nuova
intelligenza delle cose


di FRANCESCO VENTORINO
Nel motu proprio Ubicumque et semper, con il quale è stato istituito il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, il Papa mostra perché è necessario che le Chiese di antica formazione si presentino al mondo contemporaneo con un nuovo slancio missionario. E suggerisce preziose indicazioni di metodo.
Benedetto XVI, ricordando quanto ha scritto all'inizio della sua prima enciclica Deus caritas est - e cioè che "all'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva" (n. 1) - afferma nel motu proprio istitutivo del nuovo dicastero: "Similmente, alla radice di ogni evangelizzazione non vi è un progetto umano di espansione, bensì il desiderio di condividere l'inestimabile dono che Dio ha voluto farci, partecipandoci la sua stessa vita".
Il cristiano è un uomo graziato perché ha fatto un incontro grazie a cui gli si sono aperti gli occhi. Si è imbattuto in colui senza il quale tutto sarebbe privo di senso, privo di una ragione adeguata e di una vera e fondata speranza. Ha riconosciuto che la verità è Cristo, ha capito che fuori dal rapporto con lui non potrebbe più vivere e morire. Ebbene, un uomo raggiunto e cambiato da questo incontro, affronta con drammaticità tutto, dalle questioni personali a quelle dell'ambiente in cui studia o lavora, e più in generale a quelle della società in cui vive.
Don Luigi Giussani, il fondatore di Comunione e liberazione, diceva che questa drammaticità consiste nell'avvertire dovunque la mancanza di "qualcosa" di insostituibile: Cristo stesso, colui che non può essere sostituito da nessun altro. È il senso della sproporzione tra il modo in cui tutti affrontano la vita e il diverso approccio derivante dalla memoria dell'incontro con lui.
Non c'è niente di moralistico, insomma, nella evangelizzazione cristiana. Una vera consapevolezza di ciò che essa implichi ci libera anzi da ogni affanno e, per così dire, da noi stessi: l'evangelizzazione, infatti, non è altro che questo, lui che vive in me, la memoria di lui divenuta luce ai miei passi e gusto delle cose. Secondo il fondatore di Comunione e liberazione, la moralità consiste nel "non sottrarsi alla traccia dell'incontro", anzi, in modo più preciso e completo, "all'attrattiva dell'incontro": quel presentimento di verità che è esploso dentro di noi davanti a Gesù.
All'origine della missione del cristiano vi è dunque il passaggio dall'incontro a una intelligenza nuova delle cose. Questo passaggio, che dovrebbe essere naturalissimo, si imbatte spesso in una resistenza derivante dalla soggezione al potere. Il quale cerca di impedire che l'incontro fatto diventi storia, perché pretende di "determinare la vita con i suoi progetti, con i suoi paradigmi, per i suoi scopi": in una parola, "tende a ridurre il desiderio" (così scrive ancora don Giussani nel volume L'io rinasce in un incontro). Questa pressione si fa sempre più forte. Nel nostro tempo - leggiamo in Ubicumque et semper - anche presso società e culture che da secoli apparivano impregnate dal Vangelo, si sono verificate delle trasformazioni sociali che "hanno profondamente modificato la percezione del mondo (...) e la comune comprensione delle esperienze fondamentali dell'uomo quali il nascere, il morire, il vivere in una famiglia, il riferimento ad una legge morale naturale".
La verità intuita nell'incontro cristiano può divenire oggi mentalità personale solo attraverso un lavoro critico e un'ascesi continua, lavoro e ascesi impensabili al di fuori della Chiesa, corpo sociale in grado di incidere nella società, di divenirne forza trainante. L'opposizione personale al potere non si reggerebbe senza l'appartenenza a una unità più grande.
È per questo che Benedetto XVI ha istituito un nuovo consiglio pontificio che tenga desta la coscienza personale ed ecclesiale in questo tempo in cui - come scriveva Giovanni Paolo II nella Christifideles laici (n. 34) - "certamente urge dovunque rifare il tessuto cristiano della società umana". Ma la condizione perché questo accada "è che si rifaccia il tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali"; proprio quelle che vivono in Paesi tradizionalmente cristiani.

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giovedì, 14 aprile 2011

Cultura | Articolo modificato il 14/04/2011 alle 17.46

Da san Tommaso e don Giussani la più grande lezione sul cuore e la giustizia

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giovedì 14 aprile 2011

“Esiste un bene che saremmo lieti di possedere perché ci è caro per sé e non per i vantaggi che ne conseguono?”. La questione insorge in uno dei dialoghi di Platone, La Repubblica. Glaucone riflette sul bene e sul male, interroga il suo maestro Socrate. “Ho una grande voglia di sentire - soggiunge - cosa sia giusto e ingiusto e che potere hanno per sé sull’anima dell’uomo”. Perché sembra che gli uomini facciano le leggi dando “nome di legittimo e giusto a ciò che è stabilito dalla legge”. Sarebbe, dunque, questa “l’origine della giustizia e la sua essenza”?
Ecco come è posta fin dalle origini del pensiero occidentale la domanda sul fondamento della legge umana e sulla sua giustizia. Domanda, questa, quanto mai attuale. Pietro Barcellona, che si è dedicato molto a questo tema e con il quale ho condiviso le riflessioni confluite poi nel volume La lotta tra diritto e giustizia (Marietti 2008), aveva già da tempo messo il dito sulla piaga. “Mai come nella fase attuale, si è sentito da più parti il prepotente bisogno di affermare che ci sono diritti dell’uomo che gli Stati e i poteri costituiti non possono violare né sacrificare, e tuttavia niente consente più di attribuire forma e effettualità a questi diritti. […] La mancanza di ogni fondamento metafisico e di ogni legittimità trascendente rende l’ordine giuridico contingente e artificiale, privo di qualsiasi riferimento a un ordine naturale comunque riconducibile all’armonia del cosmo. Ogni comando è per sua natura arbitrario, senza giustificazione, né misura. Consumata definitivamente l’idea di fare affidamento su una qualche verità eterna e immutabile, su una qualche ragione universale, non resta che affidarsi alla labile contingenza degli accordi contrattuali e dei patti sociali, con i quali i singoli individui decidono di fissare un argine ai loro illimitati desideri” (Il declino dello Stato. Riflessioni di fine secolo sulla crisi del progetto moderno, Dedalo 1998).
Un siffatto atteggiamento mentale genera ogni sorta di menzogna, giacché il pensiero non aderisce più alla verità della realtà e le parole sono stravolte, puntellano un progetto sulla società il quale non ha altro punto di riferimento che il proprio potere.
“Una questione fondamentale che si pone per il sistema democratico - ha scritto Benedetto XVI quando era ancora il cardinale Ratzinger - è se la volontà di una maggioranza possa veramente e legittimamente tutto. Può essa rendere legittima qualsiasi cosa, vincolando poi tutti, oppure la ragione si trova al di sopra della maggioranza, così che non può mai diventare realmente un diritto ciò che è contro la ragione?” (Chiesa, ecumenismo e politica, Paoline 1987).
Nel famoso dialogo che ebbe a Monaco nel 2004 con Jürgen Habermas, lo stesso Ratzinger ha evidenziato l’urgenza di una nuova fondazione dell’etica e del diritto nella società contemporanea: “Il compito di porre il potere sotto il controllo del diritto rimanda, di conseguenza, all’ulteriore questione di come nasce il diritto e di come deve essere il diritto affinché sia strumento della giustizia e non del privilegio di coloro che detengono il potere di legiferare” (Ragione e Fede in dialogo, Marsilio 2005).
Come nasce dunque il diritto? Fra le risposte a questa domanda, non va sottovalutata quella di Tommaso d’Aquino. Nella sua Summa Teologica egli ha posto nella ragione dell’uomo la misura e il criterio della bontà del suo agire: “Il bene umano consiste nell’essere conforme alla ragione, e il male nell’essere contrario alla ragione” (I-II, q. 18, a. 5, c.).
Si può avere l’impressione che un asserto del genere preluda a quella autonomia della ragione che sta alla base della dottrina morale kantiana, ma si tratta, in realtà, di tutt’altra prospettiva. Ha ragione, Kant, quando afferma che il principio della moralità risiede nella ragione. Ma per l’Aquinate la ragione non va intesa come emancipata da ogni legame e quindi come istanza assoluta e indipendente, bensì come facoltà data all’uomo per conoscere ciò che è, e in quanto tale partecipe della luce intellettuale di Dio. È dunque in un senso molto particolare che la ragione umana fonda, in Tommaso, la moralità dell’agire dell’uomo: la fonda in quanto coglie con le proprie risorse naturali quella legge eterna che è l’ordine e la misura che la ragione divina dà a tutte le cose: “La ragione dell’uomo deve il fatto di essere la regola della volontà umana, e quindi la misura della sua bontà, alla legge eterna che è la ragione di Dio. Perciò sta scritto: «Molti dicono: Chi ci farà vedere il bene? Quale sigillo è impressa su noi la luce del tuo volto, o Signore». Come per dire: la luce della ragione che è in noi, in tanto può mostrarci il bene, e regolare la nostra volontà, in quanto è luce del tuo volto, cioè derivante dal tuo volto” (I-II, q.19, a.4, c.).
Tutto questo presuppone una fiducia nella ragione umana, come immagine di quella divina. La ragione è l’esigenza profonda e la capacità di verità e di felicità che c’è nel cuore dell’uomo e il criterio con cui misurare i mezzi necessari al suo compimento.
Le leggi umane possono dirsi giuste, dunque, “nella misura in cui si uniformano alla retta ragione” (I-II, q.93, a.3, c.). Quando esse se ne scostano, allora non hanno più la natura della legge, ma piuttosto quella della violenza.

Già Agostino, nel IV libro del De civitate Dei, aveva posto un interrogativo inquietante: “Una volta che si è rinunciato alla giustizia, che cosa sono gli Stati, se non una grossa accozzaglia di malfattori?” (Remota itaque iustitia, quid sunt regna nisi magna latrocinia?). Non è forse vero, del resto, che i malfattori stessi formano dei piccoli Stati? Uomini comandati da un capo e tenuti assieme da un patto comune, si spartiscono un bottino secondo una legge tacita. Se questo male si allarga a un numero più grande di scellerati, se dilaga in un’intera regione, conquista città e soggioga popoli, allora assume più apertamente il nome di regno: non certo per la rinuncia alla cupidigia, semmai per la tranquilla impunità. Questa la franca risposta che un pirata aveva dato ad Alessandro Magno. Gli sembrava giusto, aveva chiesto il Macedone, infestare i mari? Per quale motivo continuava a nuocere? E quello, con spregiudicata fierezza: «Per lo stesso motivo per cui tu infesti la terra; ma poiché io lo faccio con una barca insignificante, mi chiamano malfattore, e poiché tu lo fai con una potente flotta, ti chiamano imperatore»”.
La legge umana è pertanto opus rationis: merita di essere riconosciuta e osservata se esprime un’approssimazione progressiva della ragione del legislatore a quell’ordine naturale che ha il suo fondamento ultimo nella ragione divina. È questo cammino di approssimazione che spiega la diversità di opinioni fra gli uomini circa tutto ciò che non è “giusto” - cioè iuxta rationem - con immediata evidenza.
Don Luigi Giussani ha avuto l’arguzia di dirlo con parole esistenzialmente più comprensibili ed efficaci. Ne Il senso religioso (Rizzoli 1997) conduce il lettore attraverso un’appassionante analisi introspettiva, che egli chiama “esperienza originale” o “esperienza elementare”, a scoprire cos’è il “cuore”. Esso risulta come “un complesso di esigenze e di evidenze con cui l’uomo è proiettato dentro il confronto con tutto ciò che esiste”. Queste esigenze che emergono come evidenti alla coscienza dell’uomo, quando egli incomincia ad affrontare la realtà e conseguentemente a riflettere su se stesso, sono riconducibili alla ratio tomistica. Infatti la ragione per Tommaso d’Aquino - come abbiamo visto - è l’esigenza e la capacità di vero e di buono che c’è dentro il cuore di ogni uomo.
La modernità dell’approccio di Giussani, che affida tutto ad una evidenza interiore, mentre mira a trovare credito nel suo interlocutore, non gli impedisce di sottolineare che alla nostra esperienza elementare risulta altrettanto evidente che questo “criterio originale”, pur essendo “immanente a noi”, non ce lo diamo da noi, ma ci viene “dato” con la nostra natura: una madre eschimese, una madre della Terra del Fuoco, una madre giapponese, danno alla luce esseri umani che tutti sono riconoscibili come tali, sia come connotazioni esteriori che come “impronta interiore”. Questo criterio originale si rivela, dunque, squisitamente personale e nello stesso tempo universale.
La sistematica negazione di questo fondamento universale del vero e del giusto espone l’uomo al totalitarismo nelle sue varie forme giuridiche o politiche. Ha scritto Hannah Arendt: “il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più” (Le origini del totalitarismo, Einaudi 2004). Ma l’accettazione di un fondamento metagiuridico del diritto positivo è legata a quella capacità propria della ragione umana di cogliere il vero e il buono delle cose. Pochi, oggi, sembrano disposti a sottoscriverlo. Ancora una volta, è compito dei cristiani ricordare all’uomo la sua grandezza.


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stommaso, ventorino

sabato, 24 luglio 2010

LETTURE/

La domanda di senso,
un "discorso inutile" e perciò più vero



martedì 15 giugno 2010

Elogio del discorso inutile è l’opera che meglio delle altre caratterizza la svolta culturale e spirituale che ha segnato gli ultimi vent’anni della vita di Pietro Barcellona. Dalla militanza nel Partito comunista, dopo il crollo del muro di Berlino e la conseguente drammatica evidenza delle degenerazioni dei regimi comunisti strumentalmente legati alla lotta del proletariato, attraverso il travaglio di una revisione profonda della sua personalità, perviene come a una sorta di “resurrezione della consapevolezza di sé”, nella quale tutto è recuperato, soprattutto il suo passato, nei desideri più profondi che l’avevano contrassegnato. Importanti, direi decisivi, sono stati per lui gli incontri fatti.
«Non si può comprare a nessun prezzo la gioia di essere vivi dopo una notte di tempestosa trasvolata nel cielo. Il “senza prezzo” dell’eccedenza è il valore dei rapporti fra l’io e il mondo, fra sé e l’altro, che non si può ridurre a valore di scambio e che non è calcolabile con criteri di misura utilitaristici» (p. 16).
Ecco si potrebbe dire che la storia di sé che Barcellona vuole raccontare è un’esaltazione dell’incalcolabile, come senso e fondamento di speranza per l’esistenza umana, dell’“irruzione dell’impensato” e dell’“esperienza dell’eccedenza”, che possono essere descritti solo con il “linguaggio incommensurabile della gioia della vita” o, se vogliamo, del discorso inutile.
È una opposizione netta contro la pretesa di ricondurre tutto a ciò che è spiegabile e al linguaggio scientifico come onnicomprensivo, che nell’epoca attuale sembra la sola via per l’accesso a una qualche verità. La soggettività umana nella sua esigenza di comprendere e raccontare la realtà non si lascia costringere all’interno di una descrizione o spiegazione scientifica di essa. È necessario, dunque, dare spazio a discorsi “alternativi”. In primo luogo al discorso psicoanalitico.
«Ho maturato, nel corso della mia vita e delle mie esperienze, la profonda convinzione che il discorso psicoanalitico non risponda ai canoni della ragione calcolante e che non ci siano risultati pratici causalmente imputabili a una qualche modificazione fisiobiologica. […] Per questo credo che la psicoanalisi tenda a realizzare una comprensione del mondo e di se stessi, non già ad apprendere tecniche comportamentali utili ad agire in una determinata situazione» (p. 68).
Se la psicanalisi tende a realizzare “una comprensione del mondo e di se stessi”, essa apre inevitabilmente al discorso filosofico o alla ricerca dell’originario. Quel discorso - confessa Barcellona - che fin da ragazzo lo ha attratto, con una modalità quasi “socratica”, e che lo ha segnato poi per tutta la vita.
A questo punto l’autore si chiede perché la filosofia nel corso della storia abbia smesso di essere un discorso inutile, cioè “inteso a comprendere se stessi” e si sia tramutata in discorso strumentale, cioè atto “a spiegare il perché degli eventi che accadono lungo il cammino della nostra esistenza. Ed ecco la risposta:
«La tragica esperienza del fallimento del possesso della verità assoluta, senza ombre né misteri, ha spinto i filosofi a sostituirla con la “certezza” acquisita attraverso la sperimentazioni delle ipotesi, come risultato di un metodo “scientifico”, fondato su regole precise. Mentre il discorso filosofico finisce con il coincidere completamente con la filosofia della scienza, bisognerebbe invece ripartire dal rovesciamento del rapporto tra pensiero e vita effettiva e tornare a recuperare l’“inutile” elementarità della filosofia come “vita che si sa”, per comprendere che la “verità” sta nell’esperienza immediata che ciascuno fa del rapporto con sé, gli altri e il mondo» (p. 104).
Cosa c’è, dunque, dietro la riduzione della domanda sullo specifico umano a logica, epistemologia e teoria della conoscenza?
«È un’opera di rimozione del problema della finitezza degli “esseri mortali”».
È la negazione da parte dell’uomo dell’appartenenza originaria e costitutiva del suo essere che ci ha portato all’epoca della “morte di Dio” cui è seguita la “morte dell’uomo”.
«Come conseguenza estrema della volontà di uccidere dio, oggi, con le teorie post-umane, neuro scientiste e cognitiviste, siamo di fronte ad un tentativo di “uccidere l’uomo”, mettendo in crisi la dimensione della “soggettività spirituale” che ne ha accompagnato la vicenda storica» (p. 125).
Eppure nel cuore di ogni essere umano rimane “il senso profondo della dimensione religiosa” come “ricerca di una via di salvezza, che non è soltanto la speranza di un perdono per le proprie colpe, ma soprattutto il desiderio di conservare, oltre la soglia dell’oscuro silenzio, gli affetti e il senso della propria esistenza” (p. 131).
A questa esigenza viene incontro in modo impensato e impensabile il cristianesimo per la straordinaria innovazione che Cristo introduce nella storia della condizione umana.
«L’evento della nascita di Cristo è un sussulto dell’Universo che si ribella al proprio destino mortale; è un’energia che non rimanda a null’altro che alla propria manifestazione, che irrompe nella storia umana e ne sospende il flusso, perché la sua piena presenza non è pensabile se non come evento istantaneo, senza presupposti» (pp. 134-35).
Nella conclusione dell’opera l’autore confessa che il discorso religioso, che trova nell’annuncio dell’evento cristiano il suo culmine di significato per l’esistenza umana e la sua salvezza dal niente, è quel discorso inutile nel quale si compiono tutti gli altri discorsi, perché
«l’essere umano non può sapersi, nel suo essere fuori misura”, nel suo essere sottoposto alle leggi del tempo e della morte, se non incontra nella propria esistenza l’esplosione dell’Evento assoluto, in cui il figlio dell’uomo e il figlio di Dio si ricongiungono nell’amore» (p. 148).
Confessione che mi commuove perché mi riguarda personalmente. Barcellona, infatti, riconosce che questo incontro per lui è accaduto attraverso “un prete, di cui sono diventato amico in questi ultimi anni” (p. 147).


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barcellona, ventorino

lunedì, 13 ottobre 2008

Il nichilismo porta alla “civiltà dei consumi”  
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Il nichilismo, cioè l'assenza di una verità  e di un destino della realtà, è l’orizzonte teorico in cui si colloca la nostra “civiltà dei consumi” perché se la realtà non ha una sua verità e neanche l’uomo possiede un suo destino naturale, il consumare, assecondando  “il principio del piacere”, è l’unico rapporto che l’uomo può stabilire con il reale, non certamente quello che nasce dal “principio della realtà”.
Da questo atteggiamento nasce quella concezione per la quale le cose, il denaro, il sesso, l’amore e perfino la vita propria e altrui diventano proprietà gestita secondo il modello dell’«usa e getta».
Non ci si strappi le vesti poi quando ci si trova – come accade spesso ai nostri giorni – di fronte alla violenza dei giovani contro se stessi e contro gli altri, né ci si affanni ipocritamente a cercare spiegazioni e a trovare rimedi. L’unico rimedio serio sarebbe quello di impedire  la corruzione morale derivante da una simile argomentazione, che si ammanta arbitrariamente della dignità del pensiero “laico”.
Il pensiero “laico” è qualcosa di drammaticamente più serio. Per questo  siamo grati a Pietro Barcellona che ce lo testimonia.”
Francesco Ventorino, La Sicilia 22-04-07 

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nichilismo, ventorino

martedì, 25 marzo 2008

L’evento della resurrezione sfida la ragione
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La resurrezione di Cristo come avvenimento reale è la sfida più grande che la Chiesa lancia alla ragione dell’uomo moderno, a tal punto che molti teologi hanno pensato di ridurne lo scandalo interpretandola soltanto come una convinzione soggettiva, che si sarebbe formata inspiegabilmente nella coscienza dei primi discepoli.
Dietro questo scandalo c’è una concezione ridotta della ragione: essa dovrebbe accettare solo ciò che riesce a spiegare, anche a costo di negare ciò che è constatato direttamente o testimoniato in modo assolutamente affidabile. Invece un uomo interamente ragionevole, cioè aperto ad ogni possibilità, di fronte ad un fatto, come quello della resurrezione di Cristo, non si dovrebbe chiedere innanzitutto “come” questo sia potuto accadere, ma se “è” veramente accaduto. E se questo avvenimento risultasse testimoniato come realmente accaduto, dovrebbe mettersi a cercare le prove per le quali accettare o rifiutare in modo ragionevole questa testimonianza.
Se l’uomo del nostro tempo si mettesse in questo atteggiamento, sarebbe costretto a porsi una domanda che riguarda quel grande fenomeno storico che lo raggiunge nell’oggi e che è costituito dal movimento cristiano nella sua struttura organica: la Chiesa. Dovrebbe chiedersi se essa potrebbe spiegarsi soltanto come frutto di immense fatiche dottrinali e di nobili sforzi morali, che si sarebbero accumulati lungo il corso dei secoli e il susseguirsi di tante generazioni, o se invece questa non presenti tali caratteri di “eccezionalità” da eccedere totalmente ogni possibilità di realizzazione di spiegazione umana. Potrebbe la Chiesa esistere se non fosse stata generata – come afferma essa di se stessa – dall’avvenimento della resurrezione di Cristo, nel quale la vita stessa in tutta la sua potenza e in tutta la sua verità abbia avuto già una vittoria sul male e sulla morte?
Questa è la domanda con la quale la Chiesa sfida la ragione dell’uomo sulla verità del fatto della resurrezione.
L’ateismo moderno è caratterizzato da quella che il Papa nella Spe salvi chiama la “protesta contro Dio”. Essa è una protesta contro le ingiustizie del mondo e della storia universale: «Un mondo, nel quale esiste una tale misura di ingiustizia, di sofferenza degli innocenti e di cinismo del potere, non può essere l’opera di un Dio buono. Il Dio che avesse la responsabilità di un simile mondo, non sarebbe un Dio giusto e ancor meno un Dio buono. È in nome della morale che bisogna contestare questo Dio». Ma ecco la conseguenza che ne è stata tratta: «poiché non c’è un Dio che crea giustizia, sembra che l’uomo stesso ora sia chiamato a stabilire la giustizia». Da qui la pretesa che l’umanità possa e debba fare ciò che nessun Dio ha fatto, né è in grado di fare. «Che da tale premessa – continua il Papa – sono conseguite le più grandi crudeltà e violazioni della giustizia non è un caso, ma è fondato nella falsità intrinseca di questa pretesa. Un mondo che si deve creare da sé la sua giustizia è un mondo senza speranza. Nessuno e niente risponde per la sofferenza dei secoli. Nessuno e niente garantisce che il cinismo del potere – sotto qualunque accattivante rivestimento ideologico si presenti – non continui a spadroneggiare nel mondo» (42).
L’uomo di oggi, dunque, in forza della sua stessa ragionevolezza è più che mai chiamato a fare attenzione a quella grande giustizia annunciata dalla Chiesa e che si sarebbe realizzata proprio nella morte e nella resurrezione di Cristo. In Lui, Crocifisso, infatti, secondo la fede cristiana, «Dio rivela il suo Volto proprio nella figura del sofferente che condivide la condizione dell’uomo abbandonato da Dio, prendendola su di sé. Questo sofferente innocente è diventato speranza-certezza: Dio c’è, e Dio sa creare la giustizia in un modo che noi non siamo capaci di concepire e che, tuttavia, nella fede possiamo intuire. Sì, esiste la risurrezione della carne. Esiste una giustizia. Esiste la «revoca» della sofferenza passata, la riparazione che ristabilisce il diritto» (43).
Quel bisogno di appagamento del desiderio di giustizia che costituisce il nostro cuore e che ci impedisce di accettare che l’ingiustizia della storia sia l’ultima parola, non rende convincente almeno l’accogliere la grande sfida che pone l’annuncio della resurrezione? Non è “ragionevole” provarne la sua capacità di fare giustizia oggi?
In un mondo che ha visto il fallimento del tentativo di fare un “regno di Dio” senza Dio, che si è risolto in quella “fine perversa di tutte le cose” (già profetizzata da Kant come inevitabile, in Das Ende aller Dinge, qualora un giorno il cristianesimo fosse arrivato “a non essere più degno d’amore”), sarebbe più ragionevole dare spazio, anche nella vita pubblica, a quella realtà umana che afferma di essere nata dalla giustizia creata da Dio, per provarne la sua effettiva forza di redenzione e di salvezza per la vita dell’uomo.
 Don Francesco Ventorino


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gesù, ventorino

venerdì, 30 novembre 2007

L'amicizia coniugale
***
Tempi num.24 del 14/06/2007
Editoriali
Il don e l'Elefante.
L'amicizia coniugale spiegata da Ventorino e Ferrara contro le ninne nanne
relativiste
di Tempi
Un'ennesima consacrazione della famiglia come Dio, natura e ragione
comandano, viene da un volume in libreria la prossima settimana. Si intitola
L'amicizia coniugale (Marietti 1820). E' stato scritto dal teologo siciliano
don Francesco Ventorino e benedetto da una elegiaca postfazione del
direttore romano Giuliano Ferrara.
Il libro si colloca in quell'ambito di aperta e distesa battaglia culturale
che si sta agglutinando in Italia in controtendenza al conformismo
bacchettone che predica relativismo e indifferenza sessuale. Dimostra
Ventorino e applaude l'Elefantino, non è che risultasse soltanto a Tommaso
D'Aquino che «
è l'uso della facoltà sessuale contro o oltre l'ordine della
ragione a generare nell'uomo una inquietudine profonda
».
Ferrara irride il moderno culto delle relazioni vagabondeggianti
Il
libertinaggio è una ninna nanna in confronto all'ardore di desiderio di un'amicizia coniugale castigata, casta, leale e insieme estroversa, sicura della propria potenza di conversione e di conversazione
») ed esalta l'indissolubilità del matrimonio: «L'indissolubilità, che non è nelle carte e nelle formule, è tuttavia nelle cose dette e promesse nel nome di qualcosa di diverso dalla solidarietà umana e ad essa perfino superiore, in faccia a quell'essere della realtà con il quale si viene a patti finendola di fare i capricci».
A conferma di quel che scrive don Ventorino: «
Il matrimonio ha
un'interferenza positiva sulla vita del popolo, poiché questo legame diventa esempio di ogni altra compagnia».

Finitela di avere Grillini per la testa e smettetela di fare capricci.
Diventate grandi, non regalatevi pasticcini Bindi. Crescete e
moltiplicatevi. Insomma, avanti o popolo

Postato da: giacabi a 19:59 | link | commenti (1)
ferrara, ventorino

martedì, 21 agosto 2007

LA VERITA' E' IL DESTINO PER IL QUALE SIAMO STATI FATTI
***
 
discorso di Don Francesco Ventorino durante l'incontro "La verità è il destino per il quale siamo stati fatti"

Ho un ricordo ancora vivo – sono passati quarant’anni – dell’urlo di mia madre di fronte al cadavere di mia sorella, morta improvvisamente perché aveva voluto portare avanti una gravidanza a rischio: «Dottore, perché è morta mia figlia?». Il medico non ha capito il significato della domanda e le ha spiegato come era morta: per un embolo. Ma mia madre, una donna del popolo e quasi analfabeta, poneva un’altra domanda: «Perché una donna muore a trenta anni, per dare la vita ad un figlio che vive sette giorni e poi muore a sua volta». Era la domanda sul destino della vita, della vita di sua figlia, di quella del figlio di sua figlia e di ogni uomo. Era una domanda che nasceva da quell’esigenza di cui è costituito il cuore di ogni uomo, «esigenza clamorosa, indistruttibile e sostanziale – l’avrei sentita definire poi da don Giussani – ad affermare il significato di tutto» .

1. Ma la vita ha un destino?
Negli ultimi anni alcuni intellettuali in Italia si sono affaticati nel dimostrare che questa, la domanda di mia madre, è una domanda senza senso.
L’uomo non sarebbe altro che un animale prodottosi nel corso di un’evoluzione che non risponde ad alcun disegno divino, né ad alcuna finalità prestabilita. Il ruolo della specie cui apparteniamo non sarebbe superiore a quello delle api o delle formiche o dei passeri, cioè produrre e riprodursi.
A questa domanda, dunque, non ci sarebbe risposta e quindi non avrebbe senso neanche porsela. E così sono stati liquidati in maniera semplicistica i più grandi pensatori e poeti di tutta l’umanità considerati come degli imbecilli che per tutta la vita si sono cimentati con una domanda che sarebbe addirittura contro la ragione.
Dietro questa ostinata negazione di un senso, di una verità e di un destino della vita c’è una paura – l’ha rivelata da tempo Gianni Vattimo –, è la paura che «se c’è una natura vera delle cose, c’è anche sempre un’autorità – il papa, il comitato centrale, lo scienziato oggettivo, ecc. – che la conosce meglio di me e che può impormela anche contro la mia volontà». Perché «a che altro serve insistere sulla oggettività e la “datità” del vero, se non a garantire qualche autorità a qualcuno?» .
Non ci sarebbe, dunque, altro fondamento delle leggi etiche e giuridiche se non il consenso sociale.
Oggi dietro la pretesa di equiparare le coppie di fatto, etero ed omo- sessuali, alla famiglia fondata sul matrimonio si nasconde la stessa paura: quella che si possa affermare la natura vera delle cose e la stessa diffidenza nei confronti di chiunque e di qualunque istituzione voglia difendere «l’oggettività e la “datità” del vero».
Don Carrón agli Esercizi della Fraternità di Comunione e Liberazione di quest’anno, come esempio di questa mentalità, citava Rorty, il quale afferma:
«
Non vi è niente di profondo in noi se non quello che noi stessi vi abbiamo messo, nessun criterio che non sia stato creato da noi nel corso di una pratica, nessun canone di razionalità che non si richiami a un tale criterio, nessuna argomentazione rigorosa che non sia l’osservanza delle nostre stesse convenzioni» .
Niente “dato”, dunque, – concludeva don Carrón – tutto “convenzione”.
Il nichilismo, cioè la negazione che ci sia una verità e un destino della realtà, è l’orizzonte teorico in cui si colloca e si giustifica la nostra “civiltà dei consumi”, perché se la realtà non ha una sua verità e neanche l’uomo possiede un suo destino, il consumare, assecondando l’istinto del benessere, è l’unico rapporto che l’uomo può stabilire con il reale.
Da quest’atteggiamento, che vale per ogni rapporto, nasce quella concezione per la quale le cose, il denaro, il sesso, l’amore e perfino la vita propria e altrui diventano una proprietà gestita secondo il modello dell’“usa e getta”.
«Proporvi, o imporvi, delle verità – scrivevano quest’anno degli insegnanti di un liceo della mia città, Catania, a degli alunni che avevano chiesto delle certezze per vivere per morire – è integralismo, cioè barbarie, e pertanto questo atteggiamento non può avere luogo nella scuola pubblica, cioè democratica e laica» .
Questa rinuncia della scuola pubblica, laica e democratica, a proporre delle verità non è recente. Ricordo che quand’ero giovane insegnante di Religione nello stesso Liceo mi sono dovuto opporre, provocando uno scandalo generale, ad un Consiglio di classe, che si era trovato unanime nella decisione di punire in modo esemplare un ragazzo e una ragazza che erano stati sorpresi a baciarsi sullo scalone della scuola, adducendo questa motivazione che chiedevo fosse messa a verbale: «La scuola prima insegna che la morale non è altro che una convenzione sociale e poi vuole punire dei ragazzi che muoiono dalla voglia di baciarsi e che non avrebbero dovuto farlo solo per rispettare una convenzione che domani potrebbe cambiare [come di fatto è accaduto], magari quando loro non ne avranno più né la voglia, né la capacità».
Il Preside, intelligente, avendo intuito che io volevo rovesciare le parti e accusare loro di corruzione di minorenni, ha subito sospeso la seduta, comminando ai quei ragazzi solo la minima sanzione disciplinare.
Non ci si strappi le vesti poi, quando ci si trova – come accade spesso ai nostri giorni – di fronte alla violenza dei giovani contro se stessi e contro gli altri, né ci si affanni ipocritamente a cercare spiegazioni altrove e a trovare affannosamente dei rimedi efficaci.
L’unico rimedio serio sarebbe quello di impedire la corruzione morale derivante da un simile argomentare, che si ammanta arbitrariamente della dignità del pensiero “laico”. Ma il pensiero veramente laico ha tutt’altra profondità e grandezza, come vedremo.
Ci troviamo di fronte ad una dissoluzione dell’uomo caparbiamente perpetrata – come diceva don Giussani – pur di non riconoscere che la sua ragione è strutturalmente apertura al Mistero, grido e domanda di significato e di verità, pur essendo questo «un cammino di ricerca, umanamente interminabile»

2. La domanda sul destino della vita costituisce il cuore di ogni uomo
«Ma non ha ragione, non ha ragione il nichilista!», ha gridato una volta don Giussani qui a Rimini agli universitari di Comunione e Liberazione, perché è grande – Dio come è grande! – l’uomo, il giovane, il ragazzo quando guarda la sua ragazza, mentre lei non lo vede, perché sta andando via, la guarda e sente il meglio di sé venire a galla: gli viene [...] un’adorazione. Giusto! Perché quel volto è il simbolo di Colui che ci ha fatti per Sé, cioè per la felicità, che è la bellezza come ha capito Leopardi nell’inno Alla sua donna, che è la verità» .
Perché non ha ragione, dunque, il nichilista? Perché egli andrebbe contro quel meglio di sé che gli viene su dal suo cuore, cioè da quel complesso di evidenze e di esigenze, che lo costituiscono strutturalmente e che gli impediscono di dire che la sua ragazza è un niente; anzi lo spingono ad una adorazione di quella misteriosa promessa che nella bellezza di lei si rende presente.
Il cuore è ciò che Pirandello, un vero laico e mio conterraneo, in Uno, nessuno e centomila, chiama quel “punto vivo” che è dentro di noi e che scatta quando qualcuno o qualcosa lo provoca. Vitangelo Moscarda, che è un banchiere, provocato dal suo amico, che proditoriamente lo accusa di essere un usuraio, e dalla risata cinica con cui sua moglie commenta questa accusa, reagisce così:

«Ebbene, da quella risata mi sentii ferire all’improvviso come non mi sarei mai aspettato che potesse accadermi in quel momento…: ferire addentro in un punto vivo di me che non avrei saputo dire né che né dove fosse; […] un “punto vivo” in me s’era sentito ferire così addentro, che perdetti il lume degli occhi» .
E più avanti dice:
«Quel punto vivo che s’era sentito ferire in me… era Dio senza alcun dubbio: Dio che s’era sentito ferire in me, Dio che in me non poteva più tollerare che gli altri a Richieri mi tenessero in conto d’usurajo». .

Don Giussani ha insistito per tutta la vita sull’importanza del cuore, di questo criterio oggettivo che abbiamo in noi:
«
la natura lancia l’uomo nell’universale paragone, dotandolo di quel nucleo di esigenze originali, di quella esperienza elementare di cui tutte le madri allo stesso modo dotano i loro figli» .
Questo è il criterio della verità ed il fondamento della nostra libertà:
«Se non si afferma la verità del nostro cuore, siamo preda degli avvoltoi che dominano il mondo. Ogni uomo è avvoltoio verso l’altro, rapinatore dell’altro; non solo i potenti, ma anche il compagno può essere il rapinatore della tua anima, sfruttatore di te, può tentare di strumentalizzarti. Non possiamo impedire questo, possiamo fare una sola cosa: essere noi stessi, essere il nostro cuore» .

Benedetto XVI, quando era il professore Joseph Ratzinger, in una conferenza pubblicata nel 1972, citava una dichiarazione di Hitler che proclamava il suo proposito di distruggere il cuore di ogni uomo:
«Io libero l’uomo dalla costrizione di uno spirito diventato scopo a se stesso; dalle sporche ed umilianti autoafflizioni di una chimera chiamata coscienza morale, e dalle pretese di una libertà a autodeterminazione personale, di cui ben pochi sono all’altezza» .
Così Ratzinger la commentava:
«
La coscienza era per quest’uomo una chimera dalla quale l’uomo doveva essere liberato; la libertà che egli prometteva doveva essere una libertà dalla coscienza. […] La distruzione della coscienza è il vero presupposto di una soggezione e di una signoria totalitaria. Dove vige una coscienza, esiste anche una barriera al dominio dell’uomo sull’uomo e all’arbitrio umano, qualcosa di sacro che rimane inattaccabile e che è sempre sottratto all’arbitrio, sottraendosi ad ogni dispotismo proprio o estraneo. Solo l’assolutezza della coscienza è l’opposto assoluto nei riguardi della tirannide; solo il riconoscimento della sua inviolabilità protegge l’uomo nei confronti dell’uomo e nei confronti di se stesso; solo la sua signoria garantisce la libertà»
Il nichilismo dunque, come negazione di questo criterio del vero e del bene, di cui siamo dotati, sarebbe il principio di una vita disumana e della legittimazione di ogni violenza dell’uomo sull’uomo.
Don Giussani, leggendo Nietzsche, ne ha mostrato tutta la contraddizione:
«“Un giorno un viandante chiuse la porta dietro di sé e pianse. Poi disse: questo ardente desiderio del vero, del reale, del non apparente, del certo, come lo odio...”. Questa è la scelta che ha fatto l’uomo contemporaneo: chiudere la porta alla speranza, all’impeto ideale che gli alita alle spalle, acquattato in fondo al suo cuore, trasmessogli da sua madre e da tutto ciò che lo anticipa nella storia: questo evidente desiderio del vero, del reale, del certo.
L’uomo moderno se ne sente perseguitato come da un aguzzino “tetro e appassionato”, e ad un tempo ammette di essere costituito dal desiderio della verità, mentre si
ribella alla natura del proprio cuore che è profezia di Dio» .
Dante ha stupendamente cantato nel Paradiso:
«
Io veggio ben che già mai non si sazia
nostro intelletto, se ‘l ver non lo illustra,
di fuor dal qual nessun vero si spazia.
Posasi in esso come fera in lustra,
tosto che giunto l’ha; e giugner puollo:
se non, ciascun disio sarebbe frustra.
Nasce per quello, a guisa di rampollo,
a piè del vero il dubbio; ed è natura
ch’ al sommo pinge noi di collo in collo
» .
Descrive così stupendamente l’esperienza umanissima (“io veggio ben”) dell’esigenza costitutiva del nostro cuore della verità, cui tende in tutto ciò che conosce, con la speranza fondata che essa ci sia e che sia possibile trovarla (“e giugner puollo”), perché altrimenti il nostro desiderio sarebbe un desiderio vano (“se non, ciascun disio sarebbe frustra”).
E l’uomo sarebbe – come è stato detto da Sartre – «una passione inutile» .

3. L’avvenimento della verità
L’uomo è dunque domanda di verità. A questa domanda la realtà stessa si incarica di rispondere: la verità si lascia incontrare, accade: essa è l’imporsi della realtà nella sua evidente presenza!
«
La verità – diceva don Giussani – è come la faccia di una bella donna, non puoi non dire che è bella, non riesci! […] La verità è una cosa che si impone inevitabilmente. Uno ha una frazione di istante per cui il cuore si commuove»
Essa spalanca la coscienza e il cuore dell’uomo e gli fa ritrovare se stesso e la sua libertà. Essa semplicemente è.

Ancora Luigi Pirandello, questo autore che non finisce mai di sorprendermi per la sua apertura ad ogni aspetto dell’umano e per la sua capacità di raccontare l’umana esperienza, nella novella Ciaula scopre la luna narra di un garzone mezzo scemo, costretto a lavorare in una miniera di zolfo, che una notte, portando il suo carico sulle spalle all’esterno di essa, giunto allo stremo delle sue forze, perché «non aveva mai pensato Ciàula che si potesse aver pietà del suo corpo, e non ci pensava neppur ora», fece la “scoperta” della luna, della sua «chiaria», della sua bellezza e in quell’avvenimento ritrovò se stesso, la sua umanità.
«La scala era così erta, che Ciàula, con la testa protesa e schiacciata sotto il carico, pervenuto all’ultima svoltata, per quanto spingesse gli occhi a guardare in su, non poteva veder la buca che vaneggiava in alto. […]
Se ne accorse solo quando fu agli ultimi scalini. Dapprima, quantunque gli paresse strano, pensò che fossero gli estremi barlumi del giorno. Ma la chiaria cresceva, cresceva sempre più, come se il sole, che egli aveva pur visto tramontare, fosse rispuntato.
Possibile?
Restò – appena sbucato all’aperto – sbalordito. Il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia; aprì le mani nere in quella chiarità d’argento.
Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna.
Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna?
Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva.
Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna... C’era la Luna! la Luna!
E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore» .

È una documentazione suggestiva di quanto scrive don Giussani ne Il senso religioso:
«Lo stupore, la meraviglia di questa realtà che mi si impone, di questa presenza che mi investe, è all’origine dell’umana coscienza» .

4. L’avvenimento cristiano.
Ma la persona umana, diceva ancora don Giussani, ha il potere di «fare i capricci di fronte all’essere».
«Il capriccio […] dell’uomo di fronte all’essere è un odio a se stesso e al proprio destino. […] Solo qui si rivela la cattiveria dell’uomo» .
La bellezza del mondo e la grandezza del nostro desiderio non vengono sempre accolti come una testimonianza convincente di Dio.
«È questa carenza atroce – diceva don Giussani – che si nota in voi, come giovani di oggi, questa carenza tremenda di stupore di fronte alla bellezza, di capacità recettiva della bellezza. L’esito che invece vi colpisce è quello che provoca una pura reattività. L’esito con cui le cose vi raggiungono è quello di una reattività: vi provocano una reattività e vi bloccano in voi stessi, così che ogni cosa che vi viene davanti è da usare per voi stessi, strumentalizzare» .
Incapaci, dunque di stupore, resistiamo all’estasi, cui tende a portarci la realtà.
Solo nell’esperienza di un grande amore diviene possibile superare questo capriccio di fronte all’essere, questo blocco nella reattività, che alla fine diviene odio a se stessi perché è odio al proprio destino. È in un rapporto, nel quale ci sentiamo affermati più di quanto non riusciamo a fare da noi stessi che rinasce l’amore e la stima per la realtà, a partire da quella per la nostra persona, e la certezza di un destino buono per la nostra vita e per il tutto.

L’uomo ha bisogno di rapporti nei quali il male proprio e quello del mondo non riesce ad insinuare il sospetto di poter essere fregato, perchè in essi si rende manifesta tutta la bontà della realtà e la sua convenienza. È un’esperienza che noi abbiamo fatto e che tutti desidereremmo fare, anche se pensiamo che sia impossibile e perciò vi abbiamo rinunciato.
Tommaso d’Aquino ha scritto pagine mirabili su questo argomento, quando ha affermato
che all’uomo, che tende a Dio come al proprio destino, fu necessario che Dio stesso si facesse uomo per indurlo ad amarlo. Infatti
«nulla ci conduce talmente ad amare qualcuno quanto l’esperienza del suo amore per noi. Così l’amore di Dio verso l’uomo non si sarebbe potuto dimostrare in modo più efficace che con il fatto che Egli abbia voluto unirsi all’uomo in persona: è, infatti, proprio dell’amore unire l’amante con l’amato fino a quanto è possibile» .

Quasi riprendendo queste parole, Benedetto XVI, rivolgendosi l’anno scorso a Verona a tutta la Chiesa italiana, ricordava come oggi è più che mai necessario che attraverso la testimonianza dei cristiani emerga «soprattutto quel grande “sì” che in Gesù Cristo Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza; come, pertanto, la fede nel Dio dal volto umano porti la gioia nel mondo».
Questa è la risposta della Chiesa allo scetticismo del mondo.
Cristo è vivo e presente nella sua Chiesa. In forza di questa sua contemporaneità egli si accompagna a noi ed è possibile incontrarlo anche oggi.

L’incontro con Lui dà alla vita l’orizzonte e la direzione decisiva perché Egli è la verità che l’uomo cerca: la verità è un uomo! E l’uomo, quando l’incontra, può riconoscerla – come diceva don Giussani – per l’esperienza di corrispondenza con il proprio cuore, cioè di «soddisfazione all’esigenza di totale comprensione della realtà per cui tutta l’umana coscienza vibra
» .
Per descrivere efficacemente questa esperienza di corrispondenza e di soddisfazione don Giussani in Perché la Chiesa si è servito della finale della grande opera di René Grousset, Bilancio della storia, la cui lettura consigliava già ai primi giessini.
Questo autore, concludendo il suo bilancio sintetico della storia dell’umanità afferma: «
Quanto alla storia umana, quale storico, giudicando dall’alto, oserà guardarla senza spavento?» E ci trasmette il suo inquietante interrogativo: «Ma se, al termine di tanta angoscia, non vi è effettivamente che la tomba?».
«È allora che l’ultimo uomo, nell’ultima sera dell’umanità, senza speranza – lui – di resurrezione, potrà emettere a sua volta il grido più tragico che abbia mai attraversato i secoli: “Elì, Elì, lemà sabactàni”? A questo grido noi cristiani sappiamo la risposta che, da tutta l’eternità, aveva dato l’Eterno. Sappiamo che il martirio dell’Uomo-Dio era solo per ricondurlo alla destra del Padre e, con lui, tutta l’umanità riscattata da lui. Sappiamo e abbiamo appena constato che al di fuori della soluzione cristiana […] ormai non ve n’è più altra, intendo soluzione accettabile per la ragione e per il cuore».

«Accettabile [commenta don Giussani] perché l’umanità intera è ricapitolata in Cristo, senza tagli arbitrari, senza censure e dimenticanze» .
Parlando nel 1983 ad una televisione svizzera, don Giussani era tornato su questo tema:
«
Quello che persuade me come credente è soprattutto una sfida che il punto di vista della fede lancia a tutti gli uomini. Quale punto di vista, ma diciamo il termine scientifico, quale ipotesi di lavoro colloca in una posizione tale da abbracciare, senza dimenticare e rinnegare nulla, tutti i fattori che compongono, che tramano l’esperienza? Vale a dire, è un realismo ultimo quello che giustifica l’ipotesi della fede».
Dobbiamo riconoscere, infatti, che solo in Cristo si manifesta pienamente il destino dell’uomo e della storia in modo totalmente corrispondente, e quindi accettabile, alla ragione e al cuore. Egli solo è la parola definitiva sulla vita e sulla morte, sul significato del mondo e della storia, la risposta a quella esigenza profonda di verità e di giustizia che costituisce il cuore dell’uomo.
Solo nell’avvenimento dell’incontro con Lui – diceva ancora il Papa a Verona – può rinascere la «grande domanda» sull’origine e il destino dell’universo, sul Logos creatore e diventa «di nuovo possibile allargare gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene». Infatti, è solo di fronte alla risposta che si riapre e si chiarifica la domanda.

5. La bellezza cristiana è lo splendore della verità
«
L’uomo riconosce la verità di sé attraverso l’esperienza della bellezza, attraverso l’esperienza di gusto, attraverso l’esperienza di corrispondenza, attraverso l’esperienza di attrattiva che essa suscita, una attrattiva e una corrispondenza totale» .
È della bellezza cristiana, dunque, dell’attrattiva e dello splendore che la verità assume nell’incontro cristiano, che l’uomo di oggi ha più che mai bisogno perché, come affermava il Papa stesso, quand’era ancora il cardinale Ratzinger, nel suo messaggio per la XXIII edizione di questo Meeting,
«l
a bellezza ferisce, ma proprio così essa richiama l’uomo al suo Destino ultimo».
Ma riconosceva:
«La paura che […] la menzogna, ciò che è brutto e volgare costituiscano la vera “realtà”, ha angosciato gli uomini del nostro tempo. Nel presente ha trovato espressione nell’affermazione secondo cui dopo Auschwitz non si sarebbe più potuto parlare di un Dio buono. Ci si domanda: dov’era finito Dio quando funzionavano i forni crematori?» .
È necessaria, dunque, una bellezza che regga di fronte all’urlo di mia madre che chiede perché possa accadere che sua figlia muoia a trent’anni per dare la vita ad un figlio che a sua volta muore dopo pochi giorni. È necessaria una bellezza che renda accettabile la vita e la morte, la gioia e il dolore, la realtà insomma, così come l’uomo ne fa esperienza.
Solo nel Volto del Crocifisso appare l’autentica e credibile bellezza, solo nel Crocifisso c’è, infatti, un destino o un Dio credibile anche da mia madre. A questa bellezza, infatti, dopo aver lottato una vita intera con il Mistero come Giacobbe con l’Angelo, essa, sorridente, si è affidata nell’atto della sua morte. A tutti quelli che venivano a visitarla, quando era già alla fine, chiedeva: «Tu verrai alla mia festa?». Alludeva al suo funerale.


Per questo nel suo messaggio Ratzinger poteva dire:
«
Nella passione di Cristo […] l’esperienza del bello ha ricevuto una nuova profondità, un nuovo realismo [è la stessa parola che aveva usato don Giussani nell’83]. Colui che è la Bellezza stessa si è lasciato colpire in volto, sputare addosso, incoronare di spine – la Sacra Sindone di Torino può farci immaginare tutto questo in maniera toccante. Ma proprio in questo Volto così sfigurato appare l’autentica, estrema bellezza: la bellezza dell’amore che arriva “sino alla fine” e che, appunto in questo, si rivela più forte della menzogna e della violenza. Chi ha percepito questa bellezza sa che proprio la verità, e non la menzogna, è l’ultima istanza del mondo. Non la menzogna è “vera”, bensì proprio la verità. […] Tuttavia essa pone come condizione che noi ci lasciamo ferire insieme a lui e crediamo nell’Amore, che può rischiare di deporre la bellezza esteriore per annunciare, proprio in questo modo, la verità della bellezza» .
E ancora:
«
Nulla ci può portare di più a contatto con la bellezza di Cristo stesso che il mondo bello creato dalla fede e la luce che risplende sul volto dei Santi, attraverso la quale diventa visibile la Sua propria luce» .
Della bellezza di Cristo si fa esperienza nella Chiesa, cioè nel mondo bello creato dalla fede e dalla luce che risplende sul volto dei Santi.
Noi ne sappiamo qualcosa: l’abbiamo vista nel volto di don Giussani
.

lunedì 20 agosto 2007 

Postato da: giacabi a 15:39 | link | commenti
pirandello, verità, senso religioso, ventorino