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mercoledì 23 luglio 2014

Ho vissuto più di un addio

Ho vissuto più di un addio

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di MARIA DI LORENZO
Cosa significa avere trent’anni e un tumore al cervello che ti lascia poco tempo da vivere. Avere una vita, una carriera davanti, che all’improvviso si spezza di fronte al muro invalicabile della malattia. E tu invece quel muro lo vuoi valicare, anzi lo vuoi abbattere, con la cocciutaggine del tuo essere forte e volitivo, e strappare ancora giorni, forse anni, alla morte che ti incalza. E ci riesci, lottando come un soldato che va in guerra ogni giorno senza stancarsi, e gli anni ritornano, fioriscono di progetti e di gioie, di figli e di libri, e si ammucchiano e diventano quasi venti. Venti anni da vivere strappati alla malasorte. Venti anni che un giorno racchiudi in un libro e quel libro è il tuo testamento e si intitola On peut se dire au revoir plusieurs fois. E non è una storia inventata, un romanzo, ma una storia, una vita vera, la vita di David Servan-Schreiber.
Una vita, con il suo testamento finale, splendido e struggente, che tutti ora potete leggere, e conoscere, attraverso questo volume, Ho vissuto più di un addio, uscito nei mesi scorsi in Italia con le edizioni Sperling & Kupfer.
Medico e ricercatore di fama internazionale, David era nato a Neuilly-sur-Seine il 21 aprile 1961. Figlio del notissimo giornalista (fondatore de L’Express), scrittore e uomo politico Jean-Jacques Servan-Schreiber, aveva studiato medicina all’ospedale Necker di Parigi, dove nel 1980 aveva aperto un laboratorio di microinformatica con i primi computer Apple II. Quindi, aveva proseguito la sua formazione medica in Quebec, dapprima alla Laval University e poi alla McGill University, dove si era specializzato in psichiatria. Nel 1991 aveva conseguito un Ph.D. in intelligenza artificiale presso la Carnegie Mellon University, utilizzando le reti neurali per studiare i meccanismi neuronali alla base di patologie psichiatriche come la depressione e la schizofrenia.
Nel 1992, all’età di 31 anni, scoprì di avere un cancro al cervello e riuscì a guarire grazie a numerose cure (chirurgia, radioterapia e chemioterapia). Ebbe poi una recidiva da cui guarì nel 2000. Dopo aver lavorato a lungo negli Stati Uniti, come condirettore del laboratorio clinico di Neuroscienze Cognitive presso l’Università di Pittsburgh, fece ritorno in Francia.
Nel 2010 purtroppo la malattia si ripresenta, e in una forma molto più aggressiva, un glioblastoma di IV grado che lo conduce in poco tempo alla morte, il 24 luglio 2011, all’età di cinquant’anni.
“Presto o tardi, sarebbe tornato – diceva  lui – potevo ritardare la scadenza, guadagnare degli anni, ma conoscevo la prognosi. Questa ricaduta mi ha spinto a pormi le domande più serie, forse le più importanti, di tutta la mia vita.”
Nel perenne interrogarsi umano – che senso ha la vita, che senso ha la morte – si cela da sempre l’angoscia degli esseri viventi, quella domanda ultima che ci ronza continuamente nella testa come un insetto dentro un bicchiere rovesciato. Perché tutta la vita è una continua domanda di senso, che pochi però preferiscono affrontare a viso aperto, ed oggi noi viviamo talmente intossicati dalle parole e dai finti sentimenti che quando incontriamo una voce profonda e sincera ne restiamo sconcertati, prima, e poi catturati per sempre.
Ecco perché i libri di David Servan-Schreiber, i suoi due libri precedenti, “Guarire” e “Anticancro”, sono stati letti e tradotti in oltre un milione di copie in tutto il mondo, amatissimi dai suoi tanti ed appassionati lettori. Perché David aveva il pregio di porsi sempre con grande trasparenza davanti agli altri, di non nascondersi mai dietro inutili giri di parole. Aveva una penna molto felice, David Servan-Schreiber, sapeva scrivere, raccontare, e soprattutto sapeva trasmettere non solo sapere, conoscenze scientifiche, ma riusciva anche ad esprimere – con tono sempre profondo e appassionatamente sincero – la propria interiorità.
E così questo libro, Ho vissuto più di un addio, che è arrivato da poco nelle librerie italiane, è il suo testamento. Ma non c’è nulla di triste o disperato in quello che lui scrive, solo parole d’amore. Un grande amore per la vita. Non c’è sconfitta, né rassegnazione in ciò che dice, ma pensiero dopo pensiero è come se la notte scesa a tradimento in fondo al cuore si aprisse a poco a poco lasciando entrare il chiarore delle stelle.
Scoprirmi fragile, mortale, sofferente, spaventato – confessa David – mi ha aperto gli occhi sullo smisurato tesoro della vita e dell’amore. Tutte le mie priorità sono cambiate, modificando la tonalità emotiva della mia esistenza. Mi sono sentito, paradossalmente, molto più felice di prima”.
Perché di fronte al pensiero della fine ogni cosa appare inevitabilmente sotto una luce diversa. E, riflessione dopo riflessione, David Servan-Schreiber ci mostra come persino la prova estrema della morte possa dare più ricchezza alla vita. E come ogni cosa che facciamo, e tutto ciò che doniamo, ci farà restare per sempre nel cuore di chi ci ama ed amiamo.
E’ un libro che, paradossalmente, pur parlando della malattia e della morte, ci trasmette un grande amore per la vita, una lieta e appassionata speranza. Una scrittura palpitante, sincera, attraverso cui ci sembra quasi di poter sentire la voce stessa di David che dice, con la fiducia incrollabile che era propria del suo carattere generoso e solare: “Qualsiasi cosa succeda, ho la ferma speranza che questo addio non sarà l’ultimo…”
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sabato 28 giugno 2014

Luigi Pirandello: c’è un oltre in tutto

Luigi Pirandello: c’è un oltre in tutto

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Pirandello
di MARIA DI LORENZO
“Sono caduto, non so di dove nè come nè perchè, caduto una notte di giugno in un’arida campagna di secolari olivi saraceni, di mandorli e di viti affacciata sotto l’ondata azzurra del cielo, sul nero mare africano”. Questa notte così poeticamente evocata era quella del 28 giugno 1867 ed il luogo era il “Caos”, una contrada a 4 km da Agrigento dove nacque il grande drammaturgo Luigi Pirandello, l’autore che forse più di ogni altro ha impresso un segno forte, agli albori del Novecento, alla letteratura non solo italiana ma europea, con le sue innovazioni stilistiche, il suo ricco immaginario, i suoi romanzi e soprattutto le sue commedie, ancora oggi rappresentate in tutto il mondo.
“Tre scrittori hanno attraversato questo secolo dando nome – il loro nome – alle nostre inquietudini, ai nostri smarrimenti, alle nostre paure e al tempo stesso, per quella catarsi o misura di contemplazione che è nelle rivelazioni dell’arte, permettendoci di viverle con temperata ansietà e disperazione. Sono, questi tre scrittori, Pirandello, Kafka, Borges.” Lo sosteneva Leonardo Sciascia, profondo conoscitore della letteratura, e in modo particolare dell’opera del suo più illustre conterraneo.
Luigi Pirandello, secondo di sei figli, era nato il 28 giugno 1867 ad Agrigento (l’antica colonia greca di Akragas che si chiamerà Girgenti fino al 1927) da Stefano Pirandello e da Caterina Ricci-Gramitto, in una casa colonica che si trovava nella tenuta paterna denominata “Caos”, qualche chilometro fuori dalla città, sulla strada che conduce verso Porto Empedocle, in una contrada suggestiva che dall’alto di un costone da un lato guarda verso il mare e dall’altro è delimitata da una ripido e piccolo valloncello che porta direttamente alla spiaggia.
Assai precoce nella scrittura, pubblica la sua prima raccolta di poesie, “Mal giocondo”, nel 1889. Il 1892, invece, è l’anno delle sue prime novelle, appena conseguita la laurea in Germania, e in cui incomincia pure a comporre quello che sarà il suo primo romanzo, “L’esclusa”. Due anni più tardi, nel 1894, il definitivo trasferimento a Roma a seguito del matrimonio con Antonietta Portulano, figlia di un socio in affari del padre, da cui avrà tre figli: Stefano, Fausto e Lietta.
Nel 1903 l’allagamento di una miniera di zolfo causa alla famiglia Pirandello un grave dissesto economico: il padre Stefano perde insieme al proprio capitale anche la dote della nuora. In seguito alla notizia dell’improvviso disastro finanziario, Antonietta, già sofferente di nervi, cade in una gravissima crisi che durerà per tutta la vita sotto la forma di una grave paranoia. Vani saranno i tentativi di Pirandello di dimostrare che la realtà non è come invece pare alla moglie. Abbandonata la tentazione del suicidio, che sublimerà nel romanzo “Il fu Mattia Pascal”, lo scrittore cerca di fronteggiare la disperata situazione, assistendo la moglie Antonietta (che verrà internata in una casa di cura soltanto vari anni dopo, nel 1919) e per arrotondare il magro stipendio di professore, impartisce lezioni private ed intensifica la sua collaborazione a riviste e a giornali.
Sono anni molto difficili, che mettono a dura prova il suo spirito e durante i quali elabora quella sua personale poetica letteraria che riverserà in poesie, saggi, romanzi e novelle, ma soprattutto nelle opere teatrali, affermandosi come massimo drammaturgo negli anni successivi alla prima guerra mondiale. “Liolà”, “La giara”, “Il berretto a sonagli”, “Pensaci, Giacomino!”, “Così è (se vi pare)”, “Il piacere dell’onestà” sono i lavori più significativi del periodo 1915-20, mentre è del 1921 la prima rappresentazione dei “Sei personaggi in cerca d’autore” con cui la fama del drammaturgo siciliano varca i confini dell’Italia, acquisendo il consenso unanime di pubblico e di critica.
Un’arcana voce profonda
“Batte nel cuor di tutti una campana;
 / ma della vita nel vario frastuono / 
il dolce suono / nessuno ascolta. /
 Pure, talvolta, d’un tratto giunge come un’arcana /
 voce profonda, non udita mai. /
 È la lontana / 
 chiesetta antica dell’abbandonata /
 nostra città… / 
“Ave Maria… Ave Maria…” 
– Che fai, / anima sconsolata? /
 Lagrime amare ha chi pregar non sa”.
Sono versi limpidi e accorati di una sua poesia intitolata “Che fai?”. Versi che esprimono quella interrogazione metafisica che permea tutta l’opera pirandelliana. La dialettica dell’Oltre è infatti al cuore della sua potente espressione artistica. Pirandello non è un nichilista, perché conosce la pietà, è un autore ma prima ancora un uomo che dalla constatazione dell’assurdo del vivere trae motivo di dolorosa fraternità con l’uomo.
Il problema religioso allora è il problema centrale della sua opera perché tutta la sua opera è un’interrogazione metafisica, è una domanda di senso sull’esistenza che fuori da una fede si percepisce solo come assurda. Personaggi che si dibattono nel carcere della loro solitudine, con l’angoscia di non poter sapere perché si debba amare, perché si debba morire, con la sofferenza di non poter comunicare e di non poter dare il proprio amore perché non c’è nessuno pronto a riceverlo e a capirlo. Sono i temi, a ben vedere universali, della sua scrittura.
Il contrasto tra apparenza e realtà, lo sfaccettarsi della verità (tante verità quanti sono coloro che presumono di possederla), l’assurdità della condizione dell’uomo, fissato – pur nella molteplicità del suo sentire e del suo agire – nel letto di Procuste della catalogazione (adultero, innocente, ladro ecc.) in una forma che impastoia e soffoca la vita, come nota il critico letterario S. Guglielmino, sono i cardini dell’espressione letteraria pirandelliana, coniugata drammaticamente in una ricerca continua di senso, che viene sempre delusa o illusa, in un tormento che genera una sete inestinguibile che poi, scavando ogni giorno negli abissi di solitudine degli uomini, altro non è se non sete, sete ardente, seppur misconosciuta, di Dio.
Ne “I quaderni di Serafino Gubbio operatore”, Pirandello scrive: “C’è un oltre in tutto. Voi non volete o non sapete vederlo”.
C’è un oltre in tutto. Lo comprende anche il protagonista di “Dono della Vergine Maria”, e il dolce colloquio di Nuccio con la Madonna è fra i suoi testi più belli e più toccanti: “Tanto ho penato, tante ne ho viste, e ancora non ho finito… Vergine Santa, e sempre V’ho lodata! Morire io prima, no, Voi non avete voluto: sia fatta la Vostra santa volontà! Comandatemi, e sempre, fino all’ultimo, V’ubbidirò! Ecco io stesso, con le mie mani sono venuto a offrire l’ultima mia figlia, l’ultimo sangue mio: prendetevela presto, Madre degli afflitti; non me la fate penare più. Lo so, né soli né abbandonati: abbiamo l’aiuto Vostro prezioso, e a codeste mani pietose e benedette ci raccomandiamo. O sante mani, o dolci mani, mani che sanano ogni piaga: beato il capo su cui si posano in cielo!”
Il testamento
La fama del drammaturgo siciliano si consolida sempre di più e negli ultimi anni Pirandello gira per il mondo, al seguito delle sue opere che vengono rappresentate con grande successo nei più importanti teatri. Nel 1934 riceve il premio Nobel per la letteratura. Due anni dopo, nel dicembre del 1936 si ammala di polmonite e muore nella sua casa romana: non ha ancora compiuto settant’anni.
Il regime fascista avrebbe voluto per lui le esequie di Stato. Invece vennero rispettate le sue volontà così come le aveva espresse nel suo testamento: essere avvolto nudo in un lenzuolo e messo in una cassa sul carro dei poveri. Lui, un premio Nobel, uno scrittore di fama internazionale, morire alla stregua dei più derelitti della terra. Ma questo era il suo sentire, ciò che esprimeva il suo stare religiosamente dentro la vita del mondo, la sua incessante ansia di assoluto, che finalmente adesso trovava un approdo.
(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved / articolo pubblicato sul mensile Madre di Dio di luglio 2014 – tutti i diritti riservati.

domenica 1 giugno 2014

Una pura trasparenza di Dio

di MARIA DI LORENZO
Una pura trasparenza di Dio
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Sacerdote, fondatore, poeta, insigne mistico e maestro spirituale, don Divo Barsotti si spegneva il 15 febbraio 2006. Ha lasciato molti scritti, una comunità monastica sparsa per il mondo e un testamento spirituale contrassegnato da una profonda devozione mariana.
  

Allo scorso Meeting di Rimini organizzato, come ogni anno, nel mese di agosto da Comunione e liberazione c’era, fra le molte cose proposte, una mostra insolita, dedicata a una personalità cristiana non particolarmente nota, almeno finché era in vita, eppure spiritualmente grandissima: Divo Barsotti.
Qualcuno l’ha chiamato «l’ultimo mistico del Novecento», circola già la voce nel tam tam cattolico che non è tanto lontana l’apertura del suo processo di beatificazione e di giorno in giorno cresce sensibilmente l’interesse per la sua figura.
Proprio in febbraio, precisamente il 15, cade il secondo anniversario della sua morte e vogliamo per questo presentare agli amici lettori questa splendida figura di monaco e di poeta, fondatore di una comunità religiosa con un suo originale carisma e, soprattutto, grande innamorato di Maria. Don Barsotti era un mistico mariano. Nel suo testamento spirituale egli si dice sicuro che la Madre di Dio lo accoglierà con suo Figlio al termine della vita: «Mi verrà incontro», scriveva, «avrà già ottenuto per me il perdono di tutti i miei peccati e delle mie innumerevoli infedeltà…».
Don Divo Barsotti (1914-2006).
Don Divo Barsotti (1914-2006)
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Sacerdote e mistico
Divo Barsotti era nato a Palaia, in provincia di Pisa, nel 1914. Dopo l’ordinazione sacerdotale si era trasferito a Firenze, per interessamento di Giorgio La Pira, e vi aveva iniziato una lunga attività di predicatore e di scrittore. Assai vicino alla sensibilità del cristianesimo orientale, don Divo ha avuto il merito di far conoscere in Italia le figure dei santi russi Sergio, Serafino, Silvano. Nel 1972 fu anche chiamato a predicare gli esercizi spirituali al Papa in Vaticano. Ma è indubbiamente assai noto per aver fondato la Comunità dei figli di Dio, una famiglia religiosa di monaci formata da laici consacrati che vivono nel mondo e da religiosi che vivono in case di vita comune.
Tutto cominciò un giorno lontano, alla metà degli anni Cinquanta, a Settignano, sulle colline di Firenze. Dopo aver vissuto per qualche anno presso un istituto di suore di Firenze, don Barsotti sentì chiaramente dentro di sé che doveva iniziare un’esperienza più forte, da solo o con dei compagni. Lasciate le suore, alloggiò per qualche mese presso un dormitorio a Monte Senario, con un giovanissimo discepolo.
Non potendo restare sempre lì, a un certo punto si mise a cercare attorno a Firenze qualcosa che potesse fare al caso suo. Lo trovò a Settignano, alle pendici dei colli fiorentini: là c’era una casa disabitata da molti anni, in un posto veramente incantevole fra gli ulivi, e la comprò. La Casa fu dedicata a san Sergio di Radonež, padre del monachesimo russo e patrono della stessa Russia. Nessuno a quei tempi conosceva il monachesimo degli staretz: don Divo l’aveva studiato sui rarissimi testi che all’epoca si riuscivano a reperire appassionandosi a questo tipo di monachesimo, più semplice rispetto a quello occidentale.
Da allora, e per tutta la sua vita, il Padre ha sempre vissuto a Casa San Sergio, che è diventata la Casa madre della sua Comunità. Qui egli si è spento serenamente il 15 febbraio 2006, all’età di 92 anni, in una celletta del piccolo eremo scoperto ben cinquant’anni prima.
Il carisma dei Figli di Dio
«Non serve a Dio l’orgoglioso che crede di poter fare senza di lui, non serve a Dio la persona che si piega solo verso di sé, non serve a Dio l’uomo che ha il potere umano e la ricchezza dei soldi, della fama. Servono gli umili, gli uomini che sul piano umano sembra che abbiano fallito e invece sono quelli che vincono il mondo». È l’assunto di don Divo Barsotti che spiega l’essenza stessa della vita di ogni cristiano autentico e che rivela anche la missione, al tempo stesso semplice ed esigente, dei membri della sua Comunità.
Figli di Dio. Che cosa significa? Sono certamente figli di Dio tutti i cristiani, ma con questo nome la Comunità intende vivere in modo più diretto e profondo la filiazione divina, con una consacrazione che impegna a riscoprire il battesimo in modo consapevole e responsabile. Il significato di questo nome sta allora nell’impegno a vivere il mistero dell’adozione filiale nella carità, che è l’essenza del cristianesimo; a obbedire non più alla natura umana, ma soltanto all’azione di Dio che vive in ognuno.
Don Divo Barsotti con il cardinale Biffi nel 1998.
Don Divo Barsotti con il cardinale Biffi nel 1998.
E poiché il processo della santificazione implica sempre più un’identificazione, un’unione sempre più intima con Cristo, vivere da figli di Dio impone l’ascolto della Parola per accogliere il Verbo, così che il Verbo faccia di ognuno il suo corpo: si è figli di Dio quando si è profeti che incarnano il Vangelo, testimoni di Cristo, che si incarna e vive nell’uomo e attraverso l’uomo si rivela al mondo.
Quella dei Figli di Dio è una comunità che vuole vivere, nel mondo, l’esperienza monastico-contemplativa, vale a dire il cosiddetto "monachesimo interiorizzato". Nei suoi quattro rami, che sono distinti fra loro ma complementari: i fratelli e le sorelle che vivono la consacrazione da soli, in famiglia o da sposati; quelli che vivono la consacrazione nel matrimonio con i voti di povertà, castità coniugale e obbedienza; quelli che vivono la consacrazione con i voti di povertà, castità perfetta e obbedienza (celibi e nubili), e infine il quarto ramo, con quelli che vivono la consacrazione con i voti di povertà, castità perfetta e obbedienza nelle case di vita comune.
La Comunità dei Figli di Dio non vuole essere un’élite in seno alla Chiesa, ma vuol far vivere veramente, nella Chiesa, la sua cattolicità. E vuole vivere nel mondo il mistero dell’adozione filiale basandosi su quelli che da sempre sono nella Chiesa i fondamenti della spiritualità monastica: preghiera, ascolto della parola di Dio, contemplazione, vita liturgica e sacramentale. Attualmente sono più di duemila i suoi membri, presenti anche fuori dell’Italia, in Colombia, Benin, Sri Lanka e Australia. Dal settembre 1995 è suo superiore don Serafino Tognetti.
Maria guida i suoi figli
Sacerdote, teologo, fondatore e insigne mistico, poeta dalla vena profonda e grande maestro spirituale, don Divo Barsotti nella vita si è trovato spesso solo e incompreso. «Se è l’amore che dà un prezzo alle cose», scriveva, «il mio prezzo è l’amore di Dio». Con lui infatti era al sicuro pure nei giorni di burrasca, anche quando la navicella della sua vita imbarcava acqua, perché sapeva che al timone c’era la mano materna e consolatrice di Maria.
Maria sarebbe stata la bussola per tutti i suoi figli: ai piedi della Madre, infatti, la preghiera dei figli di Dio sarebbe diventata un’accorata intercessione per il mondo intero, per quel mondo che cerca sempre una roccia come appiglio per trovare sicurezza e stabilità e che anela – anche se non sempre se ne rende conto – al Vangelo, l’unica guida perché l’uomo ritrovi pienamente se stesso in Dio.
Don Divo Barsotti.
Don Divo Barsotti
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La Comunità fondata da Don Barsotti non ha opere particolari: in qualunque stato sociale e dovunque si trovino i suoi membri, la loro vita vuole essere una testimonianza di Cristo, pura trasparenza di Dio. Così la vita di ogni consacrato diventa veramente una vita in Cristo e, come tale, si apre al mistero della Chiesa, convocazione universale di tutti i figli che si ritrovano ad ascoltare e pregare il Signore, senza barriere di classe o di razza.
Di questa Chiesa, Maria è Madre e Maestra per tutti quanti, è il segno vivo, l’immagine tenerissima che nel suo continuo riconsegnare il Vangelo del Figlio e nel suo richiamare familiarmente al mistero del suo primo incontro con la parola di Dio nell’Annunciazione, schiude i portali di una gioia perfetta, destinata ad ardere come un fuoco acceso per tutta l’eternità.
Maria Di Lorenzo
  

  
Il testamento spirituale di Don Barsotti «Abbiate fiducia. La morte non mi fa paura, già ho vissuto un anticipo di comunione con lui attraverso coloro che ho amato. Abbiate fiducia. Dio non mancherà. Non vi preoccupate per il numero; importante è che stiate uniti. Ricordatevi che la vita religiosa è un impegno di fede in Dio che è presente, ed è l’Amore infinito. Ma proprio per questo egli non può darcene la prova finché viviamo nel corpo. È un fatto assai relativo che la parete del corpo ci impedisca di vivere insieme. L’unione con lui non è nell’esperienza sensibile, ma nel Cristo che ci ha uniti a sé e ci ha voluti un solo corpo con lui. Io vi lascio apparentemente. Realmente, sono con voi più di prima. Lasciando questa vita, mi sento debitore di innumerevoli anime che con il loro esempio e con il loro amore mi hanno aiutato. Hanno illuminato la mia via, mi hanno sorretto con i loro consigli, hanno avuto pazienza con me. Insieme a Colui che ho cercato di amare al di sopra di tutti, Gesù benedetto, chiedo che vorrà accogliermi come suo figlio la Vergine; mi verrà incontro, avrà già ottenuto per me il perdono di tutti i miei peccati e delle mie innumerevoli infedeltà. Ma con Gesù e la Vergine, io spero che si faranno incontro a me le innumerevoli altre anime alle quali nel tempo il Signore ha voluto legarmi in un rapporto di paternità e a volte anche di dipendenza filiale. Rivedrò i miei fratelli di sangue, il babbo, la mamma; ma certo l’unità più vera, più grande nell’amore, nella mia unione con Cristo, sarà con tutti i miei figli. So di avere mancato tanto verso di loro, ma so ugualmente che tutto mi è stato perdonato. Non ho ricevuto che amore».

Giacomo Leopardi. Nella lontananza infinita di Dio

Giacomo Leopardi. Nella lontananza infinita di Dio

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di MARIA DI LORENZO
Neopagano, nichilista, mistico senza Dio. Lo hanno definito in molti modi, ma di certo non è possibile racchiudere la sfaccettata personalità umana e letteraria del maggior poeta italiano dell’Ottocento in una rigida nonché univoca gabbia interpretativa.
Tutto in Giacomo Leopardi agisce e si muove secondo la logica degli opposti (vita-morte, Dio-nulla, immaginazione-‘arido vero’) così da non poter assolutamente essere rappresentato dalla parzialità delle riduzioni ideologiche, che si sono via via sovrapposte nel corso di quasi due secoli. Come scrisse il De Sanctis, Leopardi è quell’autore che “odia la vita e però te la fa amare”.
Ma c’è di più. Se accade chein Dante il cristianesimo è la forma di una civiltà, in Manzoni la visione di un mondo guidato dalla Provvidenza. In Leopardi il mondo – tutto: la storia, la società, il progresso – è scomparso. Non rimane che l’uomo, ma la solitudine dell’uomo è come il segno di una presenza”. Lo scrive assai efficacemente don Divo Barsotti nel suo studio sul poeta recanatese (“La religione di Giacomo Leopardi”, San Paolo, nuova ed. 2008) stabilendo il nesso inequivocabile tra il pessimismo del poeta e la ricerca del trascendente che in questo irriducibile pessimismo si annida.
E’ lecito allora parlare di religione nell’opera di Giacomo Leopardi?
Il poeta è stato sovente dipinto dalla critica ufficiale come l’assertore del nulla e della “infinita vanità del tutto”. Ma il sentimento religioso della vita, lo sappiamo bene, è qualcosa di più della pura e semplice appartenenza a una fede. E in tal senso, seppure Leopardi non fu mai cristiano – giacchè non conobbe mai il vero volto del cristianesimo, ridotto a un vuoto formulario di regole dall’educazione formalistica ricevuta in famiglia – non si può certo ignorare la potente interrogazione metafisica che pervade l’intero corpus delle sue opere.
Nato a Recanati il 29 giugno 1798, Giacomo Leopardi aveva trascorso l’infanzia e la prima giovinezza studiando nella ricca biblioteca del padre, il conte Monaldo, che era un bibliofilo, e in quelli che lui stesso ebbe a definire “sette anni di studio matto e disperatissimo” (dal 1809 al 1816) si era impadronito grandemente della cultura classica, elaborando (tra il 1816 e il 1819) il primo passaggio dall’erudizione al bello, e dal bello al vero, mentre si acuivano i problemi di salute e la sua crescente insofferenza verso l’asfittico luogo natio.
Nel 1819 si ammala agli occhi, malattia che condurrà il suo fisico già debole a soffrire per il resto della vita, e c’è un primo tentativo di fuggire da Recanati, divenutagli insopportabile, tentativo andato a vuoto giacchè il padre scopre e blocca la sua fuga.
Nel 1822 compie un viaggio a Roma, che carica di aspettative presto deluse: la vita in casa di uno zio materno riproduce lo stesso ambiente asfittico da cui era fuggito. Torna allora a Recanati, per poi lasciarla e trasferirsi a Milano, quindi a Bologna, Firenze e Pisa. Nel 1828 torna nuovamente a Recanati, per poi abbandonarla definitivamente nel 1830. Gli ultimi anni della sua vita il poeta li trascorre tra Firenze e Napoli, dove morirà nel 1837, a soli 39 anni di età.
“Giacomo Leopardi mi aveva fatto giurare di chiamargli il prete, se lo vedessi in pericolo; e così ho fatto, ed ebbe il prete, e il Viatico e tutti i sacramenti”. Così avrebbe testimoniato l’amico che a Napoli lo ospitò nell’ultimo scorcio della sua vita, Antonio Ranieri, avvalorando la tesi di una sua dipartita “da cristiano”. Ma, credente oppure no, que­llo che è chiaro è che nell’opera leopardiana c’è una domanda continua che risuona, il senso ineludibile di un’inquietudine me­tafisica.
Uno dei componimenti più significativi della sua produzione poetica è il Canto notturno di un pastore errante per l’Asia: “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi che fai, / Silenziosa luna?/ Sorgi la sera, e vai, / Contemplando i deserti; indi ti posi. / Ancor non sei tu paga / Di riandare i sempiterni calli? / [...] Dimmi [...] a che vale /… la [...] vita mortale? / … ove tende / Questo vagar mio breve / [...] Se la vita è sventura, / Perché da noi si dura? / …Forse in qual forma, in quale / Stato che sia, / dentro covile o cuna, / È funesto a chi nasce il dì natale”.
In esso, come vediamo, si fondono tutte le domande fondamentali dell’esistenza, in una interrogazione cosmica che non trova risposta. Per questo il poeta è stato anche definito un “ateo religioso”, per tale suo costante interrogarsi sulla vita destinato a non avere mai altra risposta che il silenzio.
“Nella lontananza infinita di Dio”, scrive don Barsotti, “il poeta sentì che la sua parola si perdeva soltanto nel silenzio”. E fu così che la sua religione divenne rivolta. Nel pensare leopardiano nessuno prende il posto di Dio, nessun mito di progresso umano, nessuna illusione sulle magnifiche sorti e progressive dell’umanità, nessuna filosofia. Il mondo è vuoto. E in questo vuoto il poeta lancia il suo grido, quasi una bestemmia verso il cielo, ed è il grido di chi non accetta le facili consolazioni del mondo, le sue “illusioni”.
Così il senso religioso si rivela proprio là dove sembrerebbe che sia negato. Leopardi, sostiene il critico P. Ferdinando Castelli, mostra ”l’aspirazione a una realtà trascendente; ciò che la vista provoca, il silenzio indica e il ricordo suscita è l’esistenza di un altro mondo che attrae tutta l’anima a sè e già in qualche modo misteriosamente si fa presente nel cuore”. Di qui il carattere “eminentemente religioso, più che filosofico” del pensiero leopardiano, secondo P. Castelli. Dio resterebbe il soggetto della poesia e del pensiero di Leopardi “perchè tutto in lui rimanda a quello che è oggetto e fine del desiderio, tanto più presente e vivo, dolorosamente, quanto meno è creduto, quanto è più negato”.
Tra il novembre e il dicembre del 1816, Giacomo Leopardi scrive un componimento intitolato L’appressamento della morte, composto in terzine dantesche. Il richiamo a Dante è non solo nell’uso della forma metrica. In maniera sorprendente, infatti, il testo si conclude come la Commedia dantesca con un’invocazione alla Madonna
Scrive: “O Vergin Diva, se prosteso mai/ Caddi in membrarti, a questo mondo basso, / Se mai ti dissi Madre e se t’amai,/ Deh tu soccorri lo spirito lasso/ Quando de l’ore udrà l’ultimo suono, / Deh tu m’aita ne l’orrendo passo”.
Leopardi invoca la Madonna perché possa soccorrerlo nell’ora della morte, e questa invocazione fa il paio con quella contenuta negli abbozzi degli Inni cristiani, progettati e mai attuati da Leopardi nell’estate del 1819. Il critico Giovanni Getto la commenta così: “Sono poche righe, ma di una pienezza e di una sincerità tali da farne una preghiera unica, quale non è dato di trovare facilmente nella letteratura di devozione. Una preghiera che invita a pregare, come non invitano evidentemente, per la loro elaborata natura artistica, le celebri invocazioni di Dante, di Petrarca, Manzoni”.
La Madonna, invocata sotto il titolo di Consolatrice degli afflitti, era venerata nella cappella gentilizia dei conti Leopardi, in un dipinto eseguito nel 1737 a Vienna e portato a Recanati dal cappuccino P. Giovanni Biscia. Era questa l’immagine davanti a cui aveva pregato tante volte Giacomo bambino. A lei, dunque, il poeta poteva rivolgersi con fiducioso abbandono:
 A Maria. 
 È vero che siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo, siamo tanto infelici. 
È vero che questa vita e questi mali sono brevi e nulli, ma noi pure siam piccoli e ci riescono lunghissimi e insopportabili.
 Tu che sei già grande e sicura, abbi pietà di tante miserie.”
(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

Condividere il cibo è un atto d’amore

Condividere il cibo è un atto d’amore

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Il pranzo di Babette 2Un paesino sul Mare del Nord. Una piccola comunità puritana, governata da due anziane sorelle. Una cuoca francese e comunarda, fuggita alle repressioni. Sono gli ingredienti de Il pranzo di Babette, uno dei racconti più belli della scrittrice danese Karen Blixen, divenuto poi un  celebre e premiatissimo film, che è anche il preferito di papa Francesco, come lui stesso ha rivelato. Nel racconto di Karen Blixen, scritto nel 1950, in un villaggio danese arriva Babette, cuoca francese in fuga dalla Parigi della Comune. Babette si integra nella vita tranquilla e frugale di Martine e Philippa, due anziane sorelle figlie di un pastore protestante. Anni dopo Babette riceverà da Parigi la vincita di diecimila franchi. Non li terrà per sè ma li userà per offrire alla piccola comunità in cui vive un pranzo memorabile. E la vita di tutti ne uscirà trasformata.
Nel 1987 il regista danese Gabriel Axel ne ha tratto un film, premiato con l’Oscar e molto amato da Jorge Bergoglio. “Vi si vede – ha detto papa Francesco – un caso tipico di esagerazione di limiti e proibizioni. I protagonisti sono persone che vivono in un calvinismo puritano esagerato, a tal punto che la redenzione di Cristo si vive come una negazione delle cose di questo mondo. Quando arriva la freschezza della libertà, lo spreco per una cena, tutti finiscono trasformati. In verità questa comunità non sapeva che cosa fosse la felicità. Viveva schiacciata dal dolore, aveva paura dell’amore”.
Questo pranzo così sontuosamente preparato, alla stregua di un rito, è un momento di felicità pura per queste persone che non hanno mai saputo o potuto permetterselo. La felicità e il benessere infatti nascono da un atto di condivisione, non dall’egoismo. E questo deve farci riflettere.
Nessuno può essere felice da solo. Non esiste al mondo un benessere individuale. Avete mai gustato quella gioia così segreta, così intima, che si prova nel fare felici gli altri? Preparare il cibo, almeno per me, è una di queste gioie rarefatte e molto profonde che la vita ci elargisce se sappiamo aprire bene il nostro cuore. Una gioia a specchio, che ci viene restituita centuplicata osservando gli occhi felici di chi ci è di fronte. Un po’ come succede a teatro, per gli attori. Qualche volta capita anche allo scrittore, incontrando i suoi lettori e parlando con loro, assaporando la loro soddisfazione. A chi sta dietro ai fornelli ciò accade molto più spesso, e ognuno sa che lo stare bene è il frutto delicato e tenero della condivisione.
Condividere il cibo è, molto semplicemente, un atto d’amore.

sabato 4 agosto 2012

Gertrud von Le Fort: scrittura e trascendenza

Gertrud von Le Fort: scrittura e trascendenza

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di MARIA DI LORENZO

Quando Edith Stein decise di lasciare il mondo per entrare nel Carmelo di Colonia furono in molti a stupirsi di quella scelta: lei che era stata una filosofa, un’intellettuale, con il suo grande bagaglio culturale e un passato di brillante studiosa, abbandonava ogni cosa per inabissarsi in una vita totalmente povera, oscura, senza privilegi. Una vita nascosta, fatta di immolazione e di sacrificio. Tante persone allora le scrivevano e cominciarono a farle visita, secondo le possibilità e gli orari del Carmelo, e tra queste la scrittrice tedesca Gertrud von Le Fort, una aristocratica protestante che a Roma si era convertita al cattolicesimo, autrice di romanzi assai famosi, fra cui L’ultima al patibolo. Un giorno Gertrud andò a trovare la Stein al convento per vedere con i propri occhi se Edith fosse davvero felice al Carmelo: davanti a sé trovò una creatura radiosa, trasfigurata dalla gioia.
Gertrud von Le Fort, la “più grande poetessa trascendentale contemporanea“, ed Edith Stein, “la più grande donna nel cielo dei filosofi tedeschi” del Novecento, come le definirono i loro contemporanei, divennero amiche. Erano due convertite: l’una dal protestantesimo, l’altra dall’ebraismo. Fu il padre gesuita Erich Przywara il mediatore, per così dire, di questa singolare amicizia umana ed intellettuale. La scrittrice tedesca ebbe a dire: “Nella mia vita ho visto solo due volte un volto umano che mi travolgesse: suor Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, e Papa Pio X”.
Gertrud von Le Fort nacque nel 1876 in Westfalia. Il padre era un ufficiale prussiano, e lei potè studiare privatamente fino all’età di 14 anni in casa per poi intraprendere alcuni viaggi. Studiò Teologia evangelica, filosofia e storia, ma senza immatricolarsi perché priva del titolo statale per accedere all’Università. Nel 1914 frequentò ad Heidelberg un seminario del giovane C. Jaspers dedicato a Kierkegaard e la definì “la tappa più importante e decisiva della mia vita”.
Allieva prediletta del celebre filosofo delle religioni Ernst Troeltsch, del quale nel 1925 curò la pubblicazione del libro Dottrina della fede (Glaubenslehre), la coltissima baronessa tedesca di confessione protestante abbracciò la fede cattolica durante un viaggio a Roma quando era alla soglia dei cinquant’anni. Evento misterioso e segreto, come ogni conversione che si rispetti, ma di cui abbiamo una lieve traccia in uno dei suoi testi: “Quel vecchio, rigido crocefisso a metà cancellato, quel crocefisso della più cadente basilica di Roma, vuota di preghiere improvvisamente mi aperse le braccia e mi costrinse a inginocchiarmi. Mi sembrò che qualcuno alzasse una tenda sul fondo della mia anima, in cui riconobbi, simile a stigmata d’amore, la stessa immagine dinanzi alla quale mi trovavo inginocchiata: ricevuta, rinnegata, dimenticata eppure intatta, perché quell’amore si era conservato per me”.
E ancora lei scrive: “Sapevo che né in cielo né in terra né fino alla fine dei tempi né nell’eternità, mai vi potrebbe essere cosa alcuna capace di eguagliare quell’amore in forza e dolcezza. Avviluppata ad esso, strappata a me stessa, e già quasi immersa nella sua immensità, credetti di morire. Ma lo stesso infinito mi teneva in vita con un comando dolce e commovente: amami ancora“.
Soltanto un anno prima della sua conversione, e forse non a caso, Gertrud von Le Fort aveva pubblicato gli Inni alla Chiesa (Hymnen an die Kirche), versi solenni come Salmi, che della Chiesa cantavano nascita e natura, missione e santità, amore e destino. Esaltandone l’eterna, universale e soprannaturale potenza ordinatrice, l’autrice intendeva riconoscere alla Chiesa il fatto di aver raccolto e purificato in sé ogni pensiero e fermento religioso della storia millenaria del mondo. Pagano o profano, ateo o agnostico fosse stato il passato contesto dell’intera umana avventura, da Cristo in poi tutto è stato posto sotto il segno della Redenzione del mondo.
“Poetessa della trascendenza”, l’ha definita il critico P. Ferdinando Castelli SJ. Per la forte tensione metafisica che pervade tutta la sua opera, per il rigore della ricostruzione storica che molto spesso le fa da sfondo, per il vigore dell’ideale cristiano cui questa si ispira nonché dei personaggi in cui si incarna, oltre che per la profondità dell’analisi psicologica, la Von Le Fort è senza dubbio una delle figure più interessanti della cultura cattolica tedesca del secolo scorso. La sua opera narrativa forse più importante, L’ultima al patibolo (1931), su una vicenda di suore ghigliottinate durante la rivoluzione francese, da cui successivamente lo scrittore francese Georges Bernanos trasse ispirazione per I dialoghi delle carmelitane, la rese celebre in tutto il mondo.
Le sue pagine vengono accostate senza esitazioni a quelle di Claudel, Bernanos, Mauriac, Dostoevskij, Péguy. Prolifica e raffinata, Gertrud von Le Fort fu autrice di oltre venti libri, raccolte di poesie, romanzi e racconti che, tra l’altro, sembra abbiano contato molto anche nella formazione culturale di Joseph Ratzinger. Nel 1949 Hermann Hesse, insieme con Martin Buber, la propose per il premio Nobel. Prima della conversione aveva scritto gli Inni alla Chiesa. Dopo scriverà molti romanzi, fra i quali: La fontana di Roma (in due riprese: Il lino della Veronica, 1928 e La corona degli angeli, 1946), Il Papa del Ghetto (1930), Le nozze di Magdeburgo (1938), La donna eterna (1934), L’estasi di suor von Barby (1940), La Consolata (1947), La figlia di Farinata (1950).
Il fascino delle opere della scrittrice è quello di seminare elementi biografici nei suoi scritti, ma di non lasciare traccia autobiografica, tanto che i critici hanno a lungo cercato ed indagato, e chiesto a contemporanei che la conobbero di persona, e perlustrato archivi ed articoli alla ricerca di elementi biografici. Rimane a nostro avviso una lettera assai significativa, vergata di pugno della stessa Gertrud, e datata 27 dicembre 1947, in cui rivolgendosi ad una studentessa laureanda sulle sue opere, la scrittrice spiega che “di autobiografico esiste poco, perché io credo che l’autore sia responsabile di fronte al pubblico con la sua opera e non con la sua persona… Del resto – lei dice – questo mio modo di comportarmi è in stretta relazione con il mio libro “La donna eterna” e cioè non si può esigere che caratteristica della missione della donna sia il velo senza che essa lo porti”.
La scrittrice pensava alla donna come al canale dei grandi misteri del cristianesimo nel mondo: la nascita di Cristo, l’annuncio della Pasqua, la discesa dello Spirito Santo che “mostra l’uomo nell’atteggiamento femminile di chi riceve”, e che è la “cellula primogenita della Chiesa”. Il femminile che innerva tutta la creazione, come viene bene espresso in “La donna eterna”.
E a buon ragione allora Bonaventura Tecchi potè parlare di un “velo” che si stende su tutta l’opera dell’autrice tedesca: caratteristica e compito della donna è di conservare cioè un velo, qualcosa di misterioso, non solo nel suo corpo ma anche nella sua anima, nell’abbandono e nella dedizione, nell’amore totale, come accadde a Maria quando pronunciò il suo Fiat. Maria, la Donna per eccellenza, da Gertrud tanto amata e che aveva celebrato nei suoi splendidi versi: “Rallegrati, vergine Maria,/ figlia della mia terra,/ sorella dell’anima mia,/ rallegrati, gioia della mia gioia./ Sono come un vagabondo nella notte,/ ma tu sei un tetto sotto il firmamento./ Sono una coppa assetata,/ ma tu sei il mare aperto del Signore./ Rallegrati Vergine Maria,/ ala della mia terra,/ corona dell’anima mia;/ rallegrati, gioia della mia gioia:/ felici coloro che ti proclamano felice!”.
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Quella sera di Natale del 1886

Quella sera di Natale del 1886

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di MARIA DI LORENZO
C’è una cosa, Dio supre­mo, che Tu non puoi fare. / Ed è di impedire che io Ti ami”. L’amore radicale, oseremmo dire bruciante, che il poeta nutre nei confronti di Dio è espresso da due versi fulminanti in cui la supplica si fa assoluta. Paul Claudel nella primavera del 1900, all’età di 32 anni, si era presentato all’abbazia benedettina di Solesmes, e qualche mese più tardi a quella di Ligugé per un ritiro. Ma aveva compreso di non essere fatto per la vita monastica. “Fu un momento molto crudele nella mia vita”, scrive a Louis Massignon nove anni dopo. “Benché non sia piaciuto a Dio di farmi uno dei suoi preti, amo profondamente le anime”, dirà ad André Gide con cui, insieme a Jacques Rivière, fonderà La Nouvelle Revue française (1909).
Da questo momento Claudel decide di praticare la letteratura come una sorta di sacerdozio. Sente che è questa la sua missione. E per guadagnare le anime a Dio mette in scena le questioni morali e spirituali proprie del cattolicesimo testimoniando i piani divini attraverso le realtà terrestri. A tutt’oggi è riconosciuto come uno dei massimi autori francesi del Novecento e le sue opere teatrali sono ancora rappresentate con successo in tutto il mondo.
Era nato a Villeneuve-sur-Fère il 6 agosto 1868 – giorno della Trasfigurazione, come lui stesso noterà anni più tardi -, e alla nascita viene consacrato alla S. Vergine, come primo maschio. A Villeneuve resta solo due anni, poiché il padre, che era conservatore delle ipoteche, è costretto dal suo lavoro a continui trasferimenti, finché nel 1882, a 13 anni, si trasferisce a Parigi con la madre e le sorelle. Al liceo ‘Louis Le Grand’ è un allievo molto brillante: legge Baudelaire, scopre con passione Goethe, ma è verso il poeta Arthur Rimbaud che sente di avere una sorta di “filiazione spirituale”, forse perché percepisce nel precoce genio letterario, sotto le apparenze di una vita da maudit, la sua stessa sete bruciante di assoluto.
Anche Paul è un ribelle. Tutto gli dà noia. Tutto in quei primi anni giovanili, imbevuto di idee positiviste, gli risulta intollerabile, la morte come la vita, la solitudine e la compagnia. Comincia a cercare delle risposte che sazino la sua fame esistenziale. Simpatizza con il movimento anarchico del suo tempo e inizia a frequentare i “martedì letterari” di Mallarmé. Dai quattordici ai vent’anni vive il tempo difficile della crisi adolescenziale. Chi sono io?”, si chiede il giovanissimo Paul, e non sa trovare risposta. In questo periodo, abbandonate le pratiche religiose dell’infanzia, non ha punti fermi nella sua vita. E’ introverso e solitario. Nessuno, in famiglia come nella cerchia di amici, sospetta la crisi profonda in cui è immerso.
Legge molto, ma confusamente: i romanzi di Hugo, di Zola, “La vie de Jésus” di Renan. Al liceo ‘Louis Le Grand’ imperversa la moda del positivismo materialista di Taine e di Renan che invece di placare acuisce la sua inquietudine interiore. Del mondo ha una visione tanto cupa e disperata che non ha il coraggio di comunicare ad anima viva. La prima luce gli viene dalla lettura dei versi di Rimbaud, poi accadrà quello che sarà l’evento decisivo della sua vita. A diciotto anni, la sera di Natale del 1886, Paul va ad ascoltare i Vespri a Notre-Dame e lì avviene il “giro di boa”, una conversione così potente, che imprimerà un segno fortissimo non solo alla sua anima ma finirà per avvolgere e racchiudere tutta la sua esperienza letteraria. Colpito dal canto del Magnificat durante la funzione dei Vespri, egli avverte il sentimento vivo della presenza di Dio. “In un istante – scrive – il mio cuore fu toccato e io credetti”. Claudel in quell’istante si è sentito chiamato inequivocabilmente alla scrittura. Si può dire che solo ora comincia la sua attività letteraria, che non sarà mai disgiunta dal suo percorso di fede ma costituirà un tutt’uno con esso, divenendone per questo strumento di conoscenza e di espressione artistica.
Tre anni dopo pubblica l’opera teatrale “Testa d’oro”. “Certamente – gli dirà Mallarmé – il teatro è in lei”. Ma Paul in quegli anni decide di impegnarsi soprattutto nel diritto e nelle scienze politiche; superato un concorso comincia a lavorare presso il ministero degli affari esteri. Viene nominato viceconsole e mandato a New York, successivamente a Boston (1893). Lì stabilisce quella che sarà la sua regola di vita: sveglia ogni mattina alle 6 per pregare o recarsi a Messa; lavori personali fino alle 10, il resto del tempo dedicato alla diplomazia. Scrive due nuove pièces, “La città” e “Lo scambio”, in cui esprime la sua scoperta della città e della società del profitto. Sente di aver trovato nel poema e soprattutto nel teatro la sua personale forma espressiva. Il suo stile è impetuoso, passionale, quasi violento, a tratti impenetrabile. Pensiamo per esempio al primo abbozzo del dramma “La giovane Violaine” che nasce da una antitesi potente, e irrisolta, tra cielo e terra, tra l’attaccamento profondo alle cose del mondo e il desiderio ineludibile di Dio, che nessuna brama terrena, appagata o no, può mai riuscire a saziare.
A 27 anni s’imbarca per la Cina. Su consiglio del suo confessore, porta con sé le due “summe” di Tommaso d’Aquino, che leggerà per cinque anni. Qui scrive la prima parte di “Conoscenza dell’Est”, la sua prima opera in prosa, che i contemporanei definiscono come il massimo traguardo raggiunto dalla lingua francese.
Nel 1909 lascia la Cina per andare a Praga: qui termina “L’Annonce faite à Marie”, una delle più belle pièce teatrali di tutti i tempi, che sarà rappresentato per la prima volta al Théátre de l’Oeuvre di Parigi nel 1912, ricevendo un’accoglienza trionfale da un pubblico costituito soprattutto di giovani. La pièce s’incentra su un tema particolarmente caro a Claudel: ogni essere umano vive nel mondo per volontà di Dio che ha affidato a ciascuno una missione specifica sulla terra. E’ un compito unico che ciascuno ha per sé, diverso da tutti gli altri, ma che concorre alla fine all’armonia di tutto il creato. Lo stesso titolo dell’opera ne spiega la portata: l’annuncio dell’angelo a Maria Vergine fu il segno concreto della volontà divina che chiamava la giovane ad una missione nel mondo che avrebbe non solo sconvolto la sua vita ma cambiato radicalmente le sorti dell’intera umanità. E’ stato il manifestarsi, limpido e concreto, di una vocazione. L’Annuncio di Claudel parte da questo dato per porre in luce l’errore che può compiere l’essere umano di fronte a questo, ritenendo che la propria vocazione dipenda in ultima analisi esclusivamente da se stessi.
Dopo la cessazione dall’attività diplomatica avvenuta nel 1935, Claudel si ritira nel suo castello di Brangues per dedicarsi intensamente all’esplorazione dei segreti e dei misteri di quella che per lui è la fonte di ogni poesia e di ogni grazia, la Bibbia, scrivendo numerosi commenti alla Sacra Scrittura: “L’Introduction au Livre de Ruth” (1937), “Un poète regarde la Croix” (1938), “Le Cantique des Cantiques” (1948-1954), “L’Apocalypse” (1952), solo per citare i più noti.
Per il teatro realizza altre pièces, come “La crisi meridiana”, “La scarpina di raso” e l’oratorio drammatico “Il libro di Cristoforo Colombo”. Ma rimane “L’Annuncio a Maria” l’opera che Claudel amava di più. Quando, nel 1955, venne rappresentata alla Comédie-Française, si organizzò la replica nel suo appartamento. La prima ebbe luogo il 17 febbraio, di fronte al presidente della Repubblica. Ma solo cinque giorni più tardi il cuore di Paul Claudel cedette. Morì infatti il 23 febbraio 1955, poco dopo aver ricevuto la comunione. Le ultime parole che il figlio maggiore intese dalla sua bocca furono: “Non ho paura”.
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Alda Merini «Tu mi hai presa»

«Tu mi hai presa»
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"La mia poesia è alacre come il fuoco, trascorre tra le mie dita come un rosario…".
«Quando il cielo baciò la terra nacque Maria. /
 Che vuol dire la semplice, 
 la buona, la colma di grazia. 
Maria è il respiro dell'anima, 
 è l'ultimo soffio dell'uomo. 
 Maria discende in noi, 
 è come l'acqua che si diffonde
 in tutte le membra e le anima,
 e da carne inerte che siamo noi
 diventiamo viva potenza». Versi potenti, e al tempo stesso semplici, di una grande poetessa italiana, Alda Merini, che alla Madonna dedicò molte pagine della sua ricca produzione e, in particolare, uno splendido libro uscito nel 2002 per l'editore Frassinelli: Magnificat. Un incontro con Maria. «Sei la povertà e la ricchezza – scrive rivolgendosi alla Madre di Dio – il sogno e la contraddizione, / la volontà di Dio e la volontà dell'uomo, / che tu educhi alla contemplazione. / Il dolore è la tua casa, è la casa del mondo, / eppure tu sei la regina degli angeli, / la regina nostra, la regina di tutti i tempi».
Un primo piano della poetessa Alda Merini.
Un primo piano della poetessa Alda Merini.
Una grande voce del Novecento. Alda Merini era nata a Milano il 21 marzo 1931 («Sono nata il ventuno a primavera / ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle / potesse scatenar tempesta...»). Aveva iniziato a comporre le prime liriche a quindici anni e non ne aveva ancora venti quando, nel 1950, Giacinto Spagnoletti aveva pubblicato nell'antologia Poesia italiana contemporanea 1909-1949 le liriche Il gobbo e Luce. L'anno successivo, queste liriche insieme ad altri due componimenti verranno incluse da Vanni Scheiwiller nel volume Poetesse del Novecento, su consiglio di Eugenio Montale e Maria Luisa Spaziani. Già da questi primi versi si intuiscono i motivi ricorrenti della sua poesia: l'intreccio di temi mistici e sensuali, di luce e di ombra, il tutto però amalgamato da una concentrazione stilistica notevole, che nell'arco degli anni lascerà spazio a una poesia più immediata, intuitiva. Nel '53 sposa Ettore Carniti (da cui avrà quattro figlie: Emanuela, Flavia, Simona, Barbara) e lo stesso anno esce la prima raccolta poetica La presenza di Orfeo, seguita nel '55 da Paura di Dio e Nozze romane. Dopo la silloge Tu sei Pietro, edita nel '61 da Scheiwiller, segue un silenzio durato circa vent'anni, durante i quali la Merini viene ricoverata per disturbi mentali nell'ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano («Per me è stato un miracolo di Dio essere uscita viva da lì. Ho visto morire tanti ragazzi. Mi ha salvata mio marito che veniva a trovarmi, perché chi non aveva nessuno scompariva all'improvviso nel nulla»). Nel '79 il lungo silenzio editoriale è rotto e la Merini inizia a lavorare su quello che è considerato il suo capolavoro: La Terra Santa, vincitrice del premio Montale nel '93. La Terra Santa segna l'inizio di una poetica diversa, impregnata della devastante esperienza manicomiale («Il manicomio è il monte Sinai, / maledetto, su cui tu ricevi / le tavole di una legge / agli uomini sconosciuta»). Si tratta di liriche di un'intensità potente, dove la realtà lascia il posto all'idea stessa del reale, sublimata e deformata dal delirio della follia. La prima proposta di stampa dell'opera fu accolta da una totale indifferenza da parte degli editori. Solo Paola Mauri accetta di pubblicare trenta liriche, scelte su un dattiloscritto di oltre un centinaio di testi composti dalla Merini durante l'internamento, sul n. 4 della rivista Il cavallo di Troia, nel 1982. Due anni dopo Schweiller riprende le trenta liriche e, con l'aggiunta di altre dieci, dà alle stampe la prima edizione de La Terra Santa, decretando la fine dell'ostracismo dell'artista.
Maria discende in noi
«Maria discende in noi, /
è come l'acqua che si diffonde /
in tutte le membra e le anima...».
Intanto, dopo la morte del marito, Alda Merini conosce il poeta Michele Pierri che sposa nell'83 trasferendosi a Taranto; qui però si riaffacciano i problemi mentali e nell'86 la Merini torna definitivamente a vivere a Milano, sulle rive dell'amato Naviglio, in una casa piena di libri, quadri e fotografie, in Ripa di Porta Ticinese 47. Lì ricomincia a scrivere con continuità, alternando versi e prosa. Sono anni assai fecondi, dove si contano sempre maggiori pubblicazioni ed interventi pubblici e in cui le vengono assegnati diversi premi letterari e una laurea honoris causa dall'Università di Messina. Nell'89 esce Delirio amoroso e nel '92 Ipotenusa d'amore, cui l'anno dopo fa seguito il volume in prosa La pazza della porta accanto. Nel '95 viene data alle stampe la raccolta Ballate non pagate e nel '96 le viene aggiudicato il premio Viareggio per la poesia. Nello stesso anno Alda Merini viene proposta per il Nobel per la letteratura dall'Academie française. Del '97 è la raccolta La volpe e il sipario, la più alta dimostrazione dello stile poetico dell'artista: una poesia che nasce dall'emozione, improvvisa e violenta, mai ritoccata, riletta. Una scrittura nata di getto, sull'onda del pensiero che si fa man mano sempre più astratto e simbolico. E nel 2002 esce per Frassinelli Magnificat. Un incontro con Maria, dove la Merini evoca la Vergine Madre indagandone soprattutto l'aspetto umano e femminile, opera che, nel settembre dello stesso anno, le vale il premio Dessì per la poesia. «Se Tu sei la mia mano, / il mio dito, / la mia voce, / se Tu sei il vento / che mi scompiglia i capelli, / se Tu sei la mia adolescenza / io ho il diritto di servirti / e il dovere, / perché l'adolescenza / non ha mai chiesto nulla / alle sue stagioni. / Tu mi hai presa / perché io non ero una donna / ma solo una bambina. / E le bambine si accolgono / e si avvolgono di mistero. / Tu mi hai resa donna, Signore, / e la donna è soltanto / un pugno di dolore. / Ma questo pugno / io non lo batterò / verso il mio petto, / lo allargherò verso di Te / come una mano / che chiede misericordia…».
Un destino mai tradito. I testi di Alda Merini sono tra le maggiori espressioni liriche del Novecento. La colpa e la grazia, l'inferno e la gloria, la tenebra e la luce sono stati i poli della sua ricerca poetica («Le più belle poesie / si scrivono sopra le pietre / coi ginocchi piagati / e le menti aguzzate dal mistero. / Le più belle poesie si scrivono / davanti a un altare vuoto, / accerchiati da agenti / della divina follia»). Un destino di poesia, il suo, «mai tradito», come scrive Maria Corti nella prefazione a Fiore di Poesia (Einaudi 1998), ma anche il destino di una donna capace di rinascere mille volte dalle proprie ceneri. Alda Merini si è spenta il 1° novembre 2009 all'ospedale San Paolo di Milano, in seguito ad un tumore. Aveva detto: «Ho la sensazione di durare troppo, di non riuscire a spegnermi: come tutti i vecchi le mie radici stentano a mollare la terra. Ma del resto dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita». Aveva 78 anni la «piccola ape furibonda » che, con la sua vita difficile e la sua opera sofferta, ha segnato la storia culturale italiana. La donna che per dodici anni era stata rinchiusa in manicomio, cui avevano allontanato le figlie, il cui cervello avevano folgorato con 37 elettrochoc. Nata il primo giorno di primavera e morta il giorno di tutti i Santi. Un'artista che ha saputo fondere vita e arte in un'unica, inscindibile forma. E che ha lasciato scritto, quasi un testamento: «Io la vita l'ho goduta tutta, a dispetto di quello che vanno dicendo sul manicomio. Io la vita l'ho goduta perché mi piace anche l'inferno della vita e la vita è spesso un inferno… Per me la vita è stata bella perché l'ho pagata cara».
Invito all'approfondimento: S.M.A. Dipace, Il multiforme universo di Alda Merini. Temi e figure, tesi di laurea 2001-2002 (Università di Bari), Prospettiva editrice 2008, senza indicazione pagine, sip.
Maria Di Lorenzo

Peguy un poeta preso dal fascino di Maria



UN POETA preso dal fascino di Maria
La Madre di Dio che un giorno è diventata anche madre nostra («perché il Figlio ha preso tutti i peccati /ma la Madre ha preso tutti i dolori») ci riceve fra le sue braccia accoglienti e ci guida nel porto della volontà di Dio, se solo abbiamo «l’audacia», come scriveva il grande poeta francese, di affidare a lei le nostre vite.
di MARIA DI LORENZO
«Quando avremo recitato la nostra ultima parte,/ quando avremo deposto cappa e mantello, /quando avremo gettato maschera e coltello, /ricorda il nostro lungo peregrinare./ Quando ci caleranno nella fossa /e ci avranno offerto assoluzione e messa, /ricorda, o Regina di ogni promessa, /il nostro lungo cammino, il nostro peregrinare…».
La voce del poeta Charles Péguy attraversa tutto il XX secolo e porta in eredità a quello che si affaccia sulla scena del terzo millennio un seme di libertà. La libertà dei figli di Dio. Di Dio e di Maria. «Mistero, pericolo, gioia, disgrazia, grazia di Dio, scelta unica, responsabilità spaventosa, miseria, grandezza della nostra vita». Sono parole sue, estrapolate da un’opera che è un vero inno a Maria, Il portico del mistero della seconda virtù, data alle stampe il 22 ottobre 1911.
«Ascolta, bimba mia, – dice il poeta – ora ti spiegherò, ascoltami bene, /ora ti spiegherò perché, /come, in che/ la Santa Vergine è una creatura unica, rara./ Di una rarità infinita, fra tutte precellente, /unica fra tutte le creature. / Seguimi bene…».
E comincia, in sordina prima e poi con accenti sempre più appassionati, il suo canto d’amore alla Vergine:
«A colei che è infinitamente grande /perché è anche infinitamente piccola…/A colei che è infinitamente ricca/ perché è anche infinitamente povera…/A colei che è infinitamente alta/ perché è anche infinitamente discendente…/A colei che è infinitamente salva /perché a sua volta salva infinitamente…/ A colei che è tutta Grandezza e tutta Fede / perché è anche tutta Carità…/ A colei che è la più imponente / perché è anche la più materna…/ A colei che è infinitamente celeste /perché è anche infinitamente terrestre…/ A colei che è infinitamente gioiosa / perché è anche infinitamente dolorosa…/ A colei che è con noi / perché il Signore è con lei…/ Colei che è infinitamente regina /perché è la più umile delle creature…».

Il poeta Charles Péguy in una foto giovanile.
Il poeta Charles Péguy in una foto giovanile.
«Ho ritrovato la fede!»
Grandezza e mistero di Maria. Un canto affascinante, il suo, che ha quasi l’andamento e il sapore di antiche litanie. Ma da dove nasceva questo elogio della Santa Vergine? Dobbiamo gettare un rapido sguardo sulla vita – vita in verità assai breve, appena 41 anni, e altrettanto tumultuosa – di questo grande poeta francese.
Charles Péguy, bisogna dirlo subito, appartiene alla schiera dei convertiti. E del convertito la sua dimensione di scrittore avrà sempre l’impronta, negli aspetti di assoluto rigore come nelle fulminanti accensioni liriche.
Nato a Orléans il 7 gennaio 1873, ancora in fasce perse il padre, sicché sua madre per sopravvivere dovette imparare il mestiere di impagliatrice di sedie. Charles potrà studiare grazie alle borse di studio.
A vent’anni si trasferisce a Parigi, a quel tempo ha già abbandonato ogni pratica religiosa. È un giovane colto, intelligente, che diventerà discepolo di Bergson. Sensibile alle questioni sociali, è acceso da un ideale che nell’ultimo scorcio dell’Ottocento ha i contorni rivoluzionari del socialismo.
Péguy aderisce al credo socialista con l’intensità della gioventù e tutto l’ardore del suo cuore appassionato, ma ne resterà presto deluso. Da tale disillusione prenderà corpo la crisi, salutare e risolutiva.
L'attrice francese Sandrine Bonnaire nei panni di Giovanna D'Arco in uno dei molti film dedicati alla santa guerriera.
L'attrice francese Sandrine Bonnaire nei panni di Giovanna D'Arco
in uno dei molti film dedicati alla santa guerriera. Per lei il poeta Péguy
compose nel 1910 una delle sue opere più importanti,
Il mistero della carità di Giovanna D'Arco.
È l’irruzione nella sua vita della Grazia. Evento misterioso, come ogni conversione, ma evento indubbiamente segnato da Maria. La storia di tanti convertiti sta lì a dimostrarlo: dietro ogni «caduta da cavallo», dietro ogni ritorno alla fede, c’è sempre lo «zampino» di Lei, della Madonna.
È Maria che riconduce a Dio, per sentieri segreti e imprevedibili che solo Lei conosce. Persino il peccatore più incallito, e con un piede già nell’abisso, ci rammenta S. Massimiliano Kolbe e con lui S. Luigi Grignion de Montfort (cfr. Trattato della vera devozione a Maria, n. 100), si converte ed è salvo per intercessione della Vergine, che sa come sciogliere i cuori più induriti.
Come nel caso del colto e indifferente scrittore di Orléans. A un certo punto, infatti, Péguy scrive all’amico Joseph Lotte, della sua cerchia parigina di intellettuali socialisti, e gli confessa: «Ho ritrovato la fede…Sono cattolico…».
È il settembre del 1908. Ha 35 anni. Da questo momento fino al giorno della sua morte – che avverrà nell’estate del 1914, in guerra, durante la battaglia della Marna – Charles Péguy si dedicherà a diffondere la fede ritrovata, in scritti di forte ispirazione religiosa.
E’ un cattolicesimo, il suo, vissuto in forma mistica e rivoluzionaria. Un cattolicesimo che ha il suo centro di luce in Maria, icona della speranza. I suoi versi, spesso ieratici, a volte ridondanti, conservano tracce di echi biblici molto forti, tra l’epico e il profetico. Il suo stile, personalissimo e incisivo, è impossibile da imitare. E difatti egli è rimasto una voce pressoché unica nel panorama della letteratura europea del Novecento.
Orléans, la città natale di Charles Peguy, con in primo piano un manifesto della Pulzella Giovanna D'Arco.
Orléans, la città natale di Charles Peguy, con in primo piano
un manifesto della Pulzella Giovanna D'Arco.
Maria icona della speranza
Il portico del mistero della seconda virtù rappresenta la seconda parte di un trittico in versi che il poeta volle dedicare alle virtù teologali: fede, speranza e carità, comprendente Il mistero della carità di Giovanna d’Arco (1910) e Il mistero dei Santi Innocenti (1912).
Delle virtù teologali, secondo il poeta, è la speranza la più gradita a Dio, forse perché è anche la più difficile: «La Fede è una sposa fedele. / La Carità è una Madre / la Speranza è una bambina da nulla», scrive Péguy, «eppure è questa bambina che traverserà i mondi...».
La speranza, «singolare mistero, il più misterioso», precede quindi la fede e la carità, e corrisponde alla «infanzia del cuore». E’ qualcosa di «più dolce del sottile germoglio d’aprile», dice il poeta; essa «vede quello che non è ancora e che sarà, / ama quello che non è ancora e che sarà», ed è per l’appunto la «seconda virtù» a cui si fa cenno nel titolo. Una virtù che discende da Maria, la quale «ha preso a carico e in tutela / e in commenda per l’eternità / la giovane virtù Speranza».
Che cosa significa? Significa che la Madre di Dio un giorno è diventata anche madre nostra («perché il Figlio ha preso tutti i peccati /ma la Madre ha preso tutti i dolori») e, tra le sue braccia accoglienti, ci riceve e ci guida al porto sicuro della volontà di Dio, se appena abbiamo l’ardire («l’audacia», egli scrive) di affidarle le nostre vite.
«E lei, che li aveva presi, – continua – aveva / tanti figli sulle braccia. /Tutti i figli degli uomini. / Da quel primo piccino che aveva portato in braccio / Quel piccolo uomo che rideva come un tesoro / e che dopo le aveva causato tanto tormento /perché era morto per la salvezza del mondo…».
Maria è l’immagine della tenerezza di Dio verso tutti noi, suoi figli, «noi che non siamo nulla, noi che entriamo nella vita e subito ne usciamo, / come dei girovaghi entrano in una fattoria per un pasto soltanto, / per una pagnotta e per un bicchiere di vino». Creature effimere che durano un giorno, infelici, a contatto col dolore e la morte, anelanti a una difficile se non impossibile innocenza del cuore.
Eppure, dice Péguy, proprio all’uomo, a questo «pozzo d’inquietudine», Dio ha fatto dono di sé («spaventoso amore, spaventosa carità»). È questo il suo mistero, il mistero della seconda virtù: che «il Creatore ha bisogno della sua creatura…/ Colui che è tutto ha bisogno di ciò che non è nulla…».
Il poeta Charles Péguy ritratto nel suo studio.
Il poeta Charles Péguy ritratto nel suo studio.
Maternità universale
E’ il mistero di Dio, l’essenza per noi inspiegabile della sua gratuità, che poi fa tutt’uno col mistero di Maria, il suo essere compresenza e armonia degli opposti: purezza e al tempo stesso coscienza della miseria umana, senso di finitudine e salvezza donata a piene mani.
«A tutte le creature – scrive il poeta – manca qualche cosa, e non soltanto di non essere Creatore. / A quelle che sono carnali, lo sappiamo, manca di essere pure. / Ma a quelle che sono pure, bisogna saperlo, manca di essere carnali./ Una sola è pura essendo carnale. / Una sola è carnale essendo pura. / E’ per questo che la Santa Vergine non è solo la più grande benedizione che sia caduta sulla terra / ma la più grande benedizione discesa in tutta la creazione…».
Anche gli angeli, è vero, sono puri, dice Péguy, però non conoscono la materia, non hanno corpo, questo nostro corpo impastato di fango e di cenere che sempre ci inchioda alla terra. Maria, al contrario, pur essendo immacolata, «pura come Eva prima del primo peccato», ha sperimentato la realtà della carne, ed è in grado di capire quella pesantezza tutta umana del vivere. «E finché ci sarà un riparo, /cioè un ovile, / Essa è la madre del pastore eterno».
Maria, madre del Buon Pastore, è per l’uomo garanzia perenne di soccorso, e proprio in virtù della sua maternità, che è di carattere soprannaturale e, perciò, universale. A Lei, quindi, ci si può affidare infallibilmente, con la certezza di arrivare a Dio; a Lei si ricorre, infine, nell’ora estrema per trarne speranza di salvezza. «Quando avremo lasciato sacco e corda, / quando avremo tremato gli ultimi tremiti, / quando avremo rantolato gli ultimi dolori, / ricorda la tua misericordia. / Nulla ti chiediamo, o Rifugio dei peccatori, / solo l’ultimo posto nel tuo purgatorio, / per piangere a lungo la nostra tragica storia, / e contemplare da lontano il tuo splendore…».

Maria Di Lorenzo