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martedì 26 novembre 2024

SE VENISSE CRISTO

 TOLSTOJ: SE VENISSE CRISTO E DESSE ALLE STAMPE IL VANGELO, LE SIGNORE GLI CHIEDEREBBERO L’AUTOGRAFO, E NIENTE PIÙ.

“25 novembre 1888. / Sono stato poco bene. Ho dormito male. E’ venuta la Hapgood. / La Hapgood: ‘Perché non scrivete?’ / Io: ‘E’ un inutile passatempo’. / La Hapgood: ‘Perché?’ / Io: ‘Ci sono troppi libri, e ora qualsiasi libro scrivi, il mondo va avanti sulla stessa strada. Se venisse Cristo e desse alle stampe il Vangelo, le signore gli chiederebbero l’autografo, e niente più”. 

(Lev Tolstoi, dal Diario)

... dalla bacheca di Franca Negri

sabato 13 aprile 2024

Le persone si dimenticano della morte

 [Le persone si dimenticano della morte; dimenticano che essi in questo mondo non vivono, ma passano. In questo inganno si trovano i bambini, ma molto spesso anche gli adulti, perfino in vecchiaia, non pensano alla morte; vivono così come se la morte non ci fosse, come se fossero certi di vivere eternamente.

Queste persone solo al momento della morte capiscono la loro vera condizione e con terrore, ma ormai troppo tardi, scorgono l’orrore irrimediabile di tutta la loro vita. Pertanto, se io fossi chiamato a dare un unico consiglio agli esseri umani, io non direi loro che una cosa: fermatevi per un istante, smettete di lavorare, guardatevi intorno, pensate a ciò che siete, pensate a ciò che vorreste essere, mirate ad un ideale. Date valore ai vostri giorni, colmate le vostre vite di un senso, di uno scopo, di “ricchezza”, di amore.]


Lev Tolstoj

venerdì 3 giugno 2022

L’amore? Cos’è l’amore?

L’amore? Cos’è l’amore?

 "L’amore? Cos’è l’amore? L'amore impedisce la morte. L'amore è vita. Tutto, tutto ciò che io capisco, lo capisco solamente perché amo. È solo questo che tiene insieme tutto quanto. L'amore è Dio, e il morire significa che io, una particella dell'amore, ritorno alla sorgente eterna e universale." 


Da Guerra e pace,  Lev Tolstoj // Élisabeth Vigée Le Brun

venerdì 6 maggio 2022

LA BELLEZZA DEL MONDO DI DIO

 "Allegre erano le piante, e gli uccelli, e gli insetti, e i bambini. Ma gli uomini - i grandi, gli adulti - non la smettevano di ingannare e tormentare se stessi e gli altri. Gli uomini ritenevano che sacro e importante non fosse quella mattino di primavera, non quella bellezza del mondo di Dio, data per il bene di tutte le creature, la bellezza che dispone alla pace, alla concordia e all'amore, ma sacro e importante fosse quello che loro stessi avevano inventato per dominarsi l'un l'altro." 


Da: "Resurrezione" di Lev Tolstoj  //

domenica 13 marzo 2022

 Prima di dirvi addio (e alla mia età ogni incontro è un addio) vorrei dirvi in breve come, secondo me, gli uomini dovrebbero organizzare la loro esistenza, affinché essa cessi di essere miserabile e sventurata, come è oggi per i più, e divenga invece quale dovrebbe essere, quale Dio la desidera e tutti noi la desideriamo e cioè buona e lieta.


Tutto dipende da come uno concepisce la propria esistenza. Se uno pensa: tutta la vita è nel mio corpo, cioè il corpo di Ivan, Pietro, Maria e lo scopo della vita consiste nel procurare la maggior quantità di piaceri e soddisfazioni a questo mio io, cioè a Ivan, Pietro, Maria, allora la vita sarà sempre e per tutti infelice e amara.

Essa sarà infelice e amara, perché tutto quello che ciascuno vuole per sé, lo vogliono anche tutti gli altri per loro. Se ciascuno vuole ogni genere di beni materiali per sé e nella maggior quantità possibile, siccome questi beni sono limitati, essi non saranno mai sufficienti per tutti. E perciò quando gli uomini vivono, pensando ciascuno solo a se stesso, non possono fare a meno di portarsi via l’un l’altro questi beni, di lottare ed essere nemici tra loro: per questo la loro vita diviene infelice. La vita ci è stata data perché sia per noi un bene e noi questo ci attendiamo da lei. Ma perché sia così, dobbiamo capire che la vera vita non è nel corpo, ma in quello spirito che abita dentro il nostro corpo, dobbiamo capire che il nostro bene non consiste nei piaceri del corpo e nel fare ciò che chiede il corpo, ma nel fare ciò che esige quell’unico spirito, che abita in tutti noi
Questo spirito vuole il suo proprio bene, cioè il bene dello spirito, e poiché questo spirito è il medesimo in tutti, esso vuole il bene di tutti gli uomini. Desiderare il bene degli altri, significa amarli. E nulla può impedirci di amare e più si ama, più la vita diviene libera e felice.

Di conseguenza gli uomini, per quanto facciano, non sono mai in grado di soddisfare i loro desideri materiali, perché ciò che serve al corpo non sempre è possibile procurarselo e per procurarselo bisogna lottare contro gli altri; al contrario, l’anima, che ha bisogno solo d’amore, può essere soddisfatta facilmente: per amare non dobbiamo lottare contro nessuno, anzi più amiamo, più andiamo d’accordo con gli altri.


Nulla poi ostacola l’amore e più uno ama, più diventa felice e allegro, non solo, ma rende felici e allegri anche gli altri. Ecco, cari fratelli, quello che volevo dirvi, prima di lasciare questa terra.

Al giorno d’oggi si sente dire da ogni parte che la nostra vita è amara e infelice perché mal organizzata, dobbiamo trasformare le strutture sociali e la nostra vita diverrà felice. Non credete assolutamente a ciò, cari fratelli !

Non illudetevi che l’una o l’altra struttura sociale migliorerà la nostra vita. Intanto, tutte queste persone, che si stanno impegnando per migliorare l’organizzazione della società, non sono d’accordo fra loro. Gli uni propongono un progetto come il più adatto, gli altri affermano che quello è pessimo e che solo il loro va bene, i terzi bocciano anche questo e ne propongono uno ancora migliore.

Poi, anche ammettendo che si trovasse l’organizzazione sociale ideale, come farla accettare da tutti, e come realizzarla, se la gente è piena di vizi ?

Per costruire una vita migliore, devono divenire migliori i singoli individui.

Lev Tolstoj – ‘Amatevi gli uni gli altri’ – scritto nel 1907, tre anni prima della morte.

Non si può asciugare l'acqua con l'acqua, non si può spegnere il fuoco con il fuoco, quindi non si può combattere il male con il male.

(Lev Tolstoj)

lunedì 7 febbraio 2022

Tolstoj e la religione

Tolstoj e la religione

***

«Nonostante il fatto che io fossi assolutamente convinto dell’impossibilità di dimostrare l’esistenza di Dio (Kant mi aveva dimostrato – e io l’avevo perfettamente capito – che dimostrarla era impossibile), nondimeno io cercavo Dio, speravo di trovarlo e, secondo l’antica abitudine, mi rivolgevo con la preghiera a colui che cercavo e non trovavo… Con la disperazione nel cuore, perché Dio non c’era, dicevo: “Signore, abbi pietà, salvami! Signore, illuminami, Dio mio!”. Ma nessuno aveva pietà di me e io sentivo che la mia vita si arrestava. Ma sempre di nuovo, da diverse parti arrivavo a quella stessa conclusione, che non potevo essere venuto al mondo senza un motivo, una causa, un senso qualsiasi, che non potevo essere come un uccellino caduto dal nido, quale appunto sentivo di essere. Ammettiamo che io, uccellino caduto dal nido, me ne stia disteso sul dorso e pigoli nell’erba alta, ma io pigolo perché so che una madre mi ha portato dentro di sé, mi ha covato, riscaldato, nutrito, amato. Dov’è questa madre? Se sono stato abbandonato, chi è che mi ha abbandonato? Non posso nascondermi che qualcuno mi ha generato con amore. Chi è dunque questo qualcuno? Ancora una volta, Dio». Lev Tolstoj, Confessione, 1882


 «“Signore, aiutami, abbi pietà di me!” mormorò. Svetlogub non credeva in Dio, anzi spesso aveva riso di quelli che ci credevano. Non credeva in Dio neanche in quel momento, non ci credeva perché non solo non sarebbe riuscito a esprimere il concetto di Dio con le parole, ma neppure a contenerlo entro il proprio pensiero. Ma ciò che egli intendeva ora pensando a colui al quale si rivolgeva – egli lo sapeva bene – era qualcosa di più reale di tutto quel che egli sapeva. Sapeva anche che era necessario e importante rivolgersi a lui. Lo sapeva perché quell’invocazione gli aveva dato subito calma e forza».

 Lev Tolstoj, Il divino e l’umano, 1903-1905

«Tutti i concetti con l’aiuto dei quali si eguaglia il finito all’infinito e si ottiene il senso della vita, i concetti di Dio, di libertà, di bene, noi li sottoponiamo a un’indagine logica. E questi concetti non reggono alla critica della ragione. Se non fosse così terribile, sarebbe ridicolo; con quanta superbia e presunzione noi, come bambini, smontiamo l’orologio, ne togliamo la molla, ne facciamo un giocattolo e poi ci meravigliamo che l’orologio non cammina più» 

(Confessione). 

 «“L’anima dell’uomo è la lucerna di Dio”, afferma un saggio detto ebraico. L’uomo è un animale debole e infelice finché nella sua anima non arde la luce di Dio; ma appena questa luce s’accende (e può ardere unicamente nell’anima religiosa), l’uomo diventa l’essere più possente del mondo. E non può essere altrimenti, perché allora in lui agisce non più la sua forza ma la forza di Dio. Ecco che cos’è la religione e in che cosa consiste la sua essenza» 

(Che cos’è la religione e in che cosa consiste la sua essenza, 1902).

giovedì 9 dicembre 2021

Michail Novosëlov, fucilato settant’anni fa e la risposta deludente di Tolstoj

 

Michail Novosëlov, fucilato settant’anni fa e la risposta deludente di Tolstoj
di Adriano Dell'Asta

Ripresentiamo sul nostro sito l’articolo pubblicato dall’Osservatore Romano del 13 settembre 2008 con il titolo originale “La risposta deludente di Tolstoj. Settant'anni fa veniva fucilato Michail Novosëlov perseguitato nella Russia sovietica e canonizzato nel 2000”. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (14/9/2008)


Nella notte tra l'11 e il 12 luglio del 1922 un gruppo di agenti della Gpu si presenta a casa di Michail Novosëlov per eseguire un mandato di arresto a suo carico; l'accusa è quella di aver contribuito alla diffusione di un appello con il quale la Chiesa ortodossa russa mette in guardia i propri fedeli dal movimento collaborazionista della cosiddetta "Chiesa viva", un strumento sostenuto dal regime per distruggere la Chiesa. Gli agenti non trovano il ricercato che, da quel momento, per circa sei anni, riesce a mantenersi in clandestinità: un fenomeno non unico ma comunque eccezionale per l'Unione Sovietica di quegli anni, dove basta evocare il nome della polizia politica per destare il terrore e dove i credenti sono uno dei bersagli preferiti del nuovo regime.

Nel 1928 arriva l'arresto e, nel 1929, una prima condanna a tre anni di reclusione sotto l'accusa di attività antisovietica; come elemento particolarmente pericoloso, Michail Novosëlov li passa non in un lager ma in un carcere di isolamento. Allo scadere della pena, invece della liberazione arrivano altre due condanne, a otto e poi ancora a tre anni; il detenuto non le sconterà sino in fondo perché il 17 gennaio 1938 verrà condannato alla fucilazione. Le sue tracce, a questo punto, si perdono nel nulla, per diventare poi una luce inestinguibile con la canonizzazione, avvenuta nel 2000.

Quello che abbiamo appena riassunto è un pezzo della biografia di un credente russo, una biografia come ce ne sono tante nella storia del xx secolo: con lo stesso accanimento del potere, con la stessa resistenza dei credenti - che al regime sanno opporre, come normale, un coraggio e una solidarietà che hanno dell'incredibile - con la stessa incertezza non sulla fine, che è di regola il martirio, ma sui luoghi e sui tempi della fine stessa.

Anche se il suo destino fu per molti versi assai comune, Novosëlov non era un personaggio comune. Nel 1902 aveva iniziato la pubblicazione della cosiddetta "Biblioteca filosofico-religiosa", una collana di libri che, secondo le sue intenzioni, doveva contribuire a rispondere "dal punto di vista cristiano alle domande sollevate dalla vita": in una quindicina d'anni, all'alba della rivoluzione, era riuscito a pubblicare una cinquantina di volumi e due periodici. Per questa attività, e per l'animazione di diversi gruppi ecclesiali, nel 1912 era diventato membro ad honorem dell'Accademia teologica di Mosca e nel 1918 era stato invitato a partecipare al Concilio della Chiesa ortodossa russa.

Ma che Novosëlov non fosse un personaggio comune è cosa che risulta ancor più evidente se si considera che, prima di questa attività e di questi riconoscimenti ufficiali, non era stato affatto un comune e ubbidiente fedele della Chiesa ortodossa.

Nato nel 1864 in una famiglia con solide radici ecclesiali e un ottimo livello culturale, dopo aver ricevuto una brillante formazione umanistica ed essersi laureato in storia e filosofia all'università di Mosca, Novosëlov si era avvicinato alle idee di Tolstoj, sino a condividere non solo la sua generosa pratica di vita - con il trasferimento in campagna fra i contadini - ma anche le inaccettabili trasformazioni che il grande scrittore voleva imporre alla dottrina e all'esperienza cristiana. Questa infatuazione, tipica di molti giovani intellettuali russi alla fine del xix secolo, lo aveva portato ad avere qualche guaio con il regime zarista - un breve arresto tra il dicembre del 1887 e il febbraio del 1888 - ma soprattutto gli aveva fatto assumere tutto l'armamentario dell'ideologia tolstojana che, negando tra l'altro la realtà della resurrezione di Cristo, aveva indotto il giovane Novosëlov a negare la stessa immortalità personale.

Fortunatamente Novosëlov non era rimasto a lungo prigioniero di questa infatuazione; a liberarlo da essa aveva contribuito proprio ciò che ne costituiva l'essenza, il suo moralismo razionalista e astratto, rifiutato dai contadini (che respinsero i giovani tolstojani, come qualche anno prima avevano respinto i giovani populisti) e incapace di rispondere veramente alle domande della persona concreta e di accettarne davvero il mistero. Del resto, era stato proprio sulla questione della persona che Novosëlov non era mai riuscito ad accettare sino in fondo l'ideologia di Tolstoj.

Come racconterà diversi anni più tardi un altro protagonista di quell'esperienza: "Una volta - negli anni Ottanta, quando Novosëlov era ancora tolstojano - si conversava in gruppo con Tolstoj, e si passavano in rassegna i fondatori delle grandi religioni, come avveniva spesso nei circoli tolstojani: Budda, Confucio, Lao-tze, Socrate e così via. Qualcuno disse che sarebbe stato bello poterli conoscere da vivi, e chiese a Tolstoj chi avrebbe desiderato incontrare vivente. Tolstoj fece dei nomi ma, con grande meraviglia di Novosëlov, non menzionò Cristo. Lui allora gli chiese: "E non vorrebbe vedere Cristo, Lev Nikolaeviè?". Tolstoj gli rispose bruscamente, deciso: "No, assolutamente. Debbo confessare che non avrei nessuna voglia di incontrarlo. Era un tipo tutt'altro che piacevole". Queste parole suonarono così inattese e aspre, che tutti rimasero in silenzio, imbarazzati. Novosëlov non le dimenticò mai, perché lo avevano colpito mortalmente, nel profondo del cuore".

Conseguenza di questa negazione era infatti lo spalancarsi di fronte al giovane Novosëlov di un abisso di freddezza impersonale, con dottrine apparentemente ben costruite e di alta spiritualità, ma incapaci di lasciare spazio alla complessità della vita e alla sua sete di un senso e di una felicità che fossero veramente alla portata di tutti, senza per questo dover attendere la futura rivoluzione e senza pretendere dall'uomo virtù sovrumane accessibili solo a pochi eletti.

Fu sull'orlo di questo abisso che Novosëlov trovò nuovi maestri; come ricorderà lui stesso sarà qui decisivo, tra gli altri, l'incontro con Solov'ëv che "alla mia domanda: "Qual è la cosa più importante e necessaria per un uomo?", rispose: "Essere il più possibile assieme al Signore. E se possibile, essere sempre con Lui"".

Era l'incontro con un cristianesimo che, per non essere ridotto a istituzione burocratica - questa era la critica di Tolstoj alla Chiesa, che Novosëlov non avrebbe mai dimenticato - non era però nemmeno trasformato in un progetto morale e intellettualistico, ma sapeva tornare al suo cuore, a quella persona di Cristo - incontrabile nella Chiesa e la cui vita è comunicata attraverso i sacramenti - che invece Tolstoj non era mai stato capace di accogliere per la propria pretesa di produrre qualcosa di meglio.

Era da questa accoglienza che dipendeva la possibilità di restare fedeli o meno al cuore del cristianesimo, alla sua essenza e al suo metodo: "Come storicamente Cristo per adempiere la sua missione ha avuto bisogno di un corpo, così anche adesso per continuare la sua missione Egli ha bisogno di un corpo visibile e tangibile. Oggi il Corpo di Cristo è la sua Chiesa"; così avrebbe detto più tardi Novosëlov nelle sue Lettere agli amici, una raccolta di venti epistole scritte mentre era alla macchia, tra il 1922 e il 1927, per confortare gli amici e per comunicare a tutti quale fosse l'essenza della vita cristiana e su cosa si fondasse la possibilità di sopravvivere anche nelle condizioni tremende dei primi anni del potere sovietico, quando la persecuzione non conosceva tregua e quando neppure i più alti valori umani tradizionali bastavano più a sostenere l'esistenza.

In queste lettere - di cui la Fondazione Russia cristiana ha curato una antologia per la serie de "I libri dello spirito cristiano" della Bur (Michail Novosëlov, Lettere agli amici, Rizzoli, Milano 1996) - Novosëlov riscopriva la Chiesa, come organismo in cui ogni membro riceve la propria vita da una forza non fatta da mano umana; e grazie a questa riscoperta invitava quindi a superare la tentazione di ridurre la Chiesa stessa a un'organizzazione la cui forza e il cui funzionamento dipendono dalle virtù e dalle capacità dei suoi membri. "Nella concezione di razionalisti e mistici la comunità cristiana è un'organizzazione e nient'altro. I membri di questa organizzazione sono legati fra loro come i membri di qualunque organizzazione: dalla comunanza dello scopo, da convinzioni e certezze. L'annuncio cristiano invece ci indica una comunità di ben altro tipo, la comunità come organismo, la comunità come persona vivente di Cristo".

Il non aver capito l'essenza della Chiesa e la centralità della Persona di Cristo era stato l'errore comune dei progressisti (razionalisti tolstojani o altro) e dei conservatori (i mistici) prima della rivoluzione;
e questo sarebbe stato il rischio dei credenti dopo la rivoluzione, quando, di fronte alla potenza del regime e di fronte a tanti tradimenti e debolezze, proprio questa incomprensione avrebbe impedito a molta gente di capire che in realtà "il cristiano non è salvato né dalla pietà né dalla moralità come tali, ma dalla grazia ricevuta per fede, che a sua volta genera in lui i frutti della pietà e della moralità".

Quello che aveva ridato speranza a Novosëlov, dopo le ubriacature del razionalismo tolstojano, e quello che lui voleva comunicare ai cristiani perseguitati, come estrema ragionevolezza della vita, era che il cristianesimo, "la concezione del mondo più ragionevole tra quelle che conosco", non è essenzialmente una dottrina e non dipende dalla condivisione di alcune idee, ma dal vivere tutti la stessa realtà: "Quando il razionalista dice: "io vivo", intende dire che si è legato a Cristo. Quando l'uomo di Chiesa dice: "io vivo", in questo modo vuol dire e dice: "io vivo, ma non sono più io che vivo, Cristo vive in me" (Lettera ai Galati, 2, 20)".

Ed è una comunione di vita così reale che, come ha mostrato il martirio di Novosëlov, il cristiano rivive nella propria carne la croce del suo Cristo, fino a riviverne anche la resurrezione e a trasmetterne l'esperienza a tutto il mondo.

sabato 15 novembre 2014

Vedevo davanti a me soltanto la perdizione,

   Vedevo davanti a me soltanto la perdizione
***

"Era come se mi fosse successo questo: un giorno, non so quando, mi avevano messo in una barca e poi mi avevano allontanato da una riva qualsiasi a me sconosciuta e mi avevano indicato la direzione verso un'altra riva, avevano messo i remi nelle mie mani inesperte e mi avevano lasciato solo. Remavo come potevo e navigavo, ma, quanto più andavo verso il centro del fiume, tanto più rapida si faceva la corrente che mi portava lontano dalla meta e sempre più spesso incontravo dei rematori che, come me, erano trasportati dalla corrente. Vi erano rematori solitari che continuavano a remare; vi erano rematori che avevano gettato via i remi; vi erano grandi barche, bastimenti enormi pieni di gente; alcuni lottavano con la corrente; altri vi si abbandonavano, e quanto più avanzavo, tanto più, guardando in giù, in direzione di tutta la fiumana dei naviganti, io dimenticavo la direzione che mi era stata indicata. Proprio in mezzo alla fiumana, nel fitto delle barche e dei bastimenti che scendevano lungo la corrente, finii col perdere del tutto la direzione e gettai i remi. Da tutte le parti, con allegria e con giubilo intorno a me, con le vele o con i remi i navigatori venivano giù veloci seguendo la corrente, assicurando a me, e assicurandosi tra di loro, a vicenda, che non vi poteva essere un'altra direzione. Ed io credetti loro e navigai per un po' insieme con loro. E fui portato lontano, così lontano che sentii il rumore delle cateratte contro le quali dovevo andare a infrangermi e vidi le barche che vi si infrangevano ed io tornai in me. A lungo non riuscii a capire che cosa mi era successo. Vedevo davanti a me soltanto la perdizione, verso la quale correvo e di cui avevo paura, da nessuna parte vedevo scampo e non sapevo che fare. Ma avendo gettato uno sguardo indietro, vidi innumerevoli barche che senza interruzione, ostinatamente, fendevano la corrente, mi ricordai della riva, dei remi e della direzione, e cominciai a remare indietro per risalire la corrente verso la riva".
L. Tostoj - Confessione

lunedì 27 ottobre 2014

il senso della vita

Marc Chagall, Abramo e i tre angeli

"Perché un uomo possa vivere, egli deve o non vedere l'infinito oppure avere una spiegazione del senso della vita tale per cui il finito venga eguagliato all'infinito"
 L. Tolstoj, da Confessione

domenica 12 ottobre 2014

Memorie di un cristiano



Memorie di un cristiano”. 
***


So che per questo titolo mi condanneranno. Alcuni – i più – diranno: sarebbe ora che la smettesse con queste sciocchezze. Al giorno d’oggi lo capiscono tutti che la fede cristiana è una delle tante religioni. E tutte le religioni sono superstizioni, sono cioè quel materiale che più di ogni altra cosa intralcia l’evoluzione dell’umanità. Altri diranno: come, di un cristiano? Chi può dire di sé: io sono un cristiano? Il vero cristiano è innanzitutto umile e non osa definir sé stesso cristiano né tantomeno dichiararsi tale sulla carta stampata. Mi condannino pure, ma io metterò questo titolo. Non mi fa paura che mi si accusi di essere retrogrado perché non soltanto non ritengo che la religione sia una superstizione, ma, al contrario, ritengo che la verità religiosa sia l’unica verità accessibile all’uomo, e la dottrina cristiana io la ritengo una verità che – lo vogliano riconoscere gli uomini o no – si trova a fondamento di tutto il sapere umano, e non mi fa paura nemmeno mi si condanni perché ho l’orgoglio di chiamarmi cristiano, dato che le parole: io sono un cristiano, le intendo diversamente da come le si intende di solito.
 
(Lev Nikolaevič Tolstoj).

martedì 9 settembre 2014

LEV TOLSTOJ: 186 ANNIVERSARIO DELLA NASCITA

LEV TOLSTOJ: 186 ANNIVERSARIO DELLA NASCITA
***
 - Lev Tolstoj viene spesso considerato come uno dei più grandi scrittori russi di ogni tempo. Giusto tributo, ma perfino “riduttivo”, se si pensa a quel Lev Tolstoj che va oltre la produzione letteraria. Un uomo che si è confrontato criticamente, in modo intellettualmente anche “violento” con la tradizione sociale e religiosa del suo tempo. Insomma, per capire chi è Lev Tolstoj è necessario seguire il suo percorso personale, molto più che artistico, di cui la produzione letteraria è stato un imponente e luminoso riverbero come visione sociale, religiosa e umana. Una vita anche fortemente drammatica quella di Tolstoj che lo portò a morire «sulla strada» il 20 novembre 1910, in una stazione ferroviaria, dopo una fuga rocambolesca da casa, dopo essere rimasto per due giorni sulla soglia di un monastero senza risolversi ad entrare, e senza che i monaci si risolvessero a fare il primo passo; senza riconciliarsi, dunque (almeno visibilmente), con la Chiesa. Il cristianesimo è stata infatti la più grande ossessione intellettuale e l’amore più incomprensibile della vita di Lev Tolstoj. E questo amore drammatico ha segnato, come accennato, il pensiero di tantissimi intellettuali del suo tempo e posteriori, come appassionato e diviso l’opinione e le coscienze di milioni di suoi concittadini russi. Cos’è la vita? Che senso ha? C’è una responsabilità individuale nel vivere una “buona” vita, che la renda più umana? E cosa la rende umana? Tutte domande fondamentali per Tolstoj che da intellettuale dell’Europa moderna mette in crisi i capisaldi dell’illuminismo e del razionalismo, in ultimo considerati incoerenti in se stessi, ma che - forse per una eccessiva solitudine intellettuale e umana - non lo hanno mai portato a una semplice adesione alla Chiesa, anzi criticata aspramente e fino ad assumere toni blasfemi che gli valsero la scomunica. Eppure il dramma di Tolstoj diventa il simbolo del dramma di un’intera nazione, di un’intera Chiesa. Ma è anche alla radice della sua catarsi. Perché, dal confronto con la sua esperienza e i suoi interrogativi nascono, in seno alla Chiesa russa, dapprima l’intuizione di Solov’ev e in seguito un’intera generazione – ricordiamo fra tutti Pavel Florenskij – di martiri e confessori della fede. Lev Tolstoj è stata quindi una figura talmente significativa nel percorso di fede intellettuale e popolare cristiana che anche nell’ambito della kermesse organizzata da Comunione e Liberazione, il Meeting di Rimini, ha avuto spazio con una mostra dal titolo “Tolstoj, il grido e le risposte”.
 Il Sussidiario.net

domenica 31 agosto 2014

Tolstoj


Tolstoj
***
Perché un uomo possa vivere, 
egli deve, o non vedere l’infinito, 
oppure avere una spiegazione del senso della vita tale 
per cui il finito venga eguagliato all’infinito»Tolstoj.

«Cinque anni or sono cominciarono a prendermi dei momenti di perplessità, che si esprimevano sempre nelle medesime domande: perché? Be’ e poi? Dapprima mi sembrava che fossero questioni oziose e fuori luogo... Ma le domande sempre più spesso cominciarono a ripetersi e ad esigere sempre più insistentemente delle risposte. Per occuparmi dei miei possedimenti, dell’educazione di mio figlio, per scrivere un libro, devo sapere perché lo faccio... Oppure, pensando alla gloria che mi avrebbero procurato le mie opere, mi dicevo: “E va bene, sarai più famoso di Gogol’, di Puškin, di Shakespeare, di Molière, di tutti gli scrittori del mondo, be’ e poi?”. E nulla, nulla potevo rispondere».
 Così Tolstoj scrive, all’apice della maturità e del successo, nella sua Confessione

  La moglie di Dostoevskij riporta nelle sue memorie queste parole, dettele da Tolstoj poco dopo la morte del marito: 
 «Mi è sempre rincresciuto di non essermi mai incontrato con vostro marito… Come mi dispiace! Dostoevskij era la persona a me più cara, e forse l’unico a cui avrei potuto chiedere tante cose, l’unico che avrebbe potuto rispondermi…».

da:Il fascino di Tolstoj - Meeting Rimini

meetingrimini.org/news/

venerdì 8 novembre 2013

"Il Natale di Martin" di Tolstoj


"Il Natale di Martin" di Tolstoj 




                                     ***                         



PROPONIAMO LA LETTURA DI UN BELLISSIMO RACCONTO DI TOLSTOJ PER RIFLETTERE IN QUESTI GIORNI SULLA NASCITA DI GESU' E SULLA SUA PRESENZA COSTANTE NELLA NOSTRA VITA QUOTIDIANA

In una certa città viveva un ciabattino, di nome Martin Avdeic. Lavorava in una stanzetta in un seminterrato, con una finestra che guardava sulla strada. Da questa poteva vedere soltanto i piedi delle persone che passavano, ma ne riconosceva molte dalle scarpe, che aveva riparato lui stesso. Aveva sempre molto da fare, perché lavorava bene, usava materiali di buona qualità e per di più non si faceva pagare troppo.
Anni prima, gli erano morti la moglie e i figli e Martin si era disperato al punto di rimproverare Dio. Poi un giorno, un vecchio del suo villaggio natale, che era diventato un pellegrino e aveva fama di santo, andò a trovarlo. E Martin gli aprì il suo cuore. - Non ho più desiderio di vivere - gli confessò. - Non ho più speranza.
Il vegliardo rispose: « La tua disperazione è dovuta al fatto che vuoi vivere solo per la tua felicità. Leggi il Vangelo e saprai come il Signore vorrebbe che tu vivessi. Martin si comprò una Bibbia. In un primo tempo aveva deciso di leggerla soltanto nei giorni di festa ma, una volta cominciata la lettura, se ne sentì talmente rincuorato che la lesse ogni giorno. E cosi accadde che una sera, nel Vangelo di Luca, Martin arrivò al brano in cui un ricco fariseo invitò il Signore in casa sua. Una donna, che pure era una peccatrice, venne a ungere i piedi del Signore e a lavarli con le sue lacrime. Il Signore disse al fariseo: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e non mi hai dato acqua per i piedi. Questa invece con le lacrime ha lavato i miei piedi e con i suoi capelli li ha asciugati... Non hai unto con olio il mio capo, questa invece, con unguento profumato ha unto i miei piedi. Martin rifletté. Doveva essere come me quel fariseo. Se il Signore venisse da me, dovrei comportarmi cosi? Poi posò il capo sulle braccia e si addormentò.


All'improvviso udì una voce e si svegliò di soprassalto. Non c'era nessuno. Ma senti distintamente queste parole: - Martin! Guarda fuori in strada domani, perché io verrò. L'indomani mattina Martin si alzò prima dell'alba, accese il fuoco e preparò la zuppa di cavoli e la farinata di avena. Poi si mise il grembiule e si sedette a lavorare accanto alla finestra. Ma ripensava alla voce udita la notte precedente e così, più che lavorare, continuava a guardare in strada. Ogni volta che vedeva passare qualcuno con scarpe che non conosceva, sollevava lo sguardo per vedergli il viso. Passò un facchino, poi un acquaiolo. E poi un vecchio di nome Stepanic, che lavorava per un commerciante del quartiere, cominciò a spalare la neve davanti alla finestra di Martin che lo vide e continuò il suo lavoro.
Dopo aver dato una dozzina di punti, guardò fuori di nuovo. Stepanic aveva appoggiato la pala al muro e stava o riposando o tentando di riscaldarsi. Martin usci sulla soglia e gli fece un cenno. - Entra· disse - vieni a scaldarti. Devi avere un gran freddo. - Che Dio ti benedica!-  rispose Stepanic. Entrò, scuotendosi di dosso la neve e si strofinò ben bene le scarpe al punto che barcollò e per poco non cadde.
- Non è niente - gli disse Martin. - Siediti e prendi un po' di tè. Riempi due boccali e ne porse uno all'ospite. Stepanic bevve d'un fiato. Era chiaro che ne avrebbe gradito un altro po'. Martin gli riempi di nuovo il bicchiere. Mentre bevevano, Martin continuava a guardar fuori della finestra.
- Stai aspettando qualcuno? - gli chiese il visitatore. - Ieri sera-  rispose Martin - stavo leggendo di quando Cristo andò in casa di un fariseo che non lo accolse coi dovuti onori. Supponi che mi succeda qualcosa di simile. Cosa non farei per accoglierlo! Poi, mentre sonnecchiavo, ho udito qualcuno mormorare: "Guarda in strada domani, perché io verrò". Mentre Stepanic ascoltava, le lacrime gli rigavano le guance. - Grazie, Martin Avdeic. Mi hai dato conforto per l'anima e per il corpo. Stepanic se ne andò e Martin si sedette a cucire uno stivale. Mentre guardava fuori della finestra, una donna con scarpe da contadina passò di lì e si fermò accanto al muro. Martin vide che era vestita miseramente e aveva un bambino fra le braccia. Volgendo la schiena al vento, tentava di riparare il piccolo coi propri indumenti, pur avendo indosso solo una logora veste estiva. Martin uscì e la invitò a entrare. Una volta in casa, le offrì un po' di pane e della zuppa. - Mangia, mia cara, e riscaldati -  le disse. Mangiando, la donna gli disse chi era: -  Sono la moglie di un soldato. Hanno mandato mio marito lontano otto mesi fa e non ne ho saputo più nulla. Non sono riuscita a trovare lavoro e ho dovuto vendere tutto quel che avevo per mangiare. Ieri ho portato al monte dei pegni il mio ultimo scialle. Martin andò a prendere un vecchio mantello. - Ecco - disse. -  È un po' liso ma basterà per avvolgere il piccolo. La donna, prendendolo, scoppiò in lacrime. - Che il Signore ti benedica.
-  Prendi - disse Martin porgendole del denaro per disimpegnare lo scialle. Poi l’accompagnò alla porta.
Martin tornò a sedersi e a lavorare. Ogni volta che un'ombra cadeva sulla finestra, sollevava lo sguardo per vedere chi passava. Dopo un po', vide una donna che vendeva mete da un paniere. Sulla schiena portava un sacco pesante che voleva spostare da una spalla all'altra. Mentre posava il paniere su un paracarro, un ragazzo con un berretto sdrucito passò di corsa, prese una mela e cercò di svignarsela. Ma la vecchia lo afferrò per i capelli. Il ragazzo si mise a strillare e la donna a sgridarlo aspramente.
Martin corse fuori. La donna minacciava di portare il ragazzo alla polizia. - Lascialo andare, nonnina - disse Martin. - Perdonalo, per amor di Cristo. La vecchia lasciò il ragazzo. - Chiedi perdono alla nonnina - gli ingiunse allora Martin. Il ragazzo si mise a piangere e a scusarsi. Martin prese una mela dal paniere e la diede al ragazzo dicendo: - Te la pagherò io, nonnina.
- Questo mascalzoncello meriterebbe di essere frustato - disse la vecchia.
- Oh, nonnina - fece Martin - se lui dovesse essere frustato per aver rubato una mela, cosa si dovrebbe fare a noi per tutti i nostri peccati? Dio ci comanda di perdonare, altrimenti non saremo perdonati. E dobbiamo perdonare soprattutto a un giovane sconsiderato. - Sarà anche vero - disse la vecchia - ma stanno diventando terribilmente viziati.
Mentre stava per rimettersi il sacco sulla schiena, il ragazzo sì fece avanti. - Lascia che te lo porti io, nonna. Faccio la tua stessa strada. La donna allora mise il sacco sulle spalle del ragazzo e si allontanarono insieme.
Martin tornò a lavorare. Ma si era fatto buio e non riusciva più a infilare l'ago nei buchi del cuoio. Raccolse i suoi arnesi, spazzò via i ritagli di pelle dal pavimento e posò una lampada sul tavolo. Poi prese la Bibbia dallo scaffale. Voleva aprire il libro alla pagina che aveva segnato, ma si apri invece in un altro punto. Poi, udendo dei passi, Martin si voltò. Una voce gli sussurrò all'orecchio: - Martin, non mi riconosci?
- Chi sei? - chiese Martin. - Sono io - disse la voce. E da un angolo buio della stanza uscì Stepanic, che sorrise e poi svanì come una nuvola. - Sono io - disse di nuovo la voce. E apparve la donna col bambino in braccio. Sorrise. Anche il piccolo rise. Poi scomparvero. - Sono io - ancora una volta la voce. La vecchia e il ragazzo con la mela apparvero a loro volta, sorrisero e poi svanirono.
Martin si sentiva leggero e felice. Prese a leggere il Vangelo là dove si era aperto il libro. In cima alla pagina lesse: Ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi dissetaste, fui forestiero e mi accoglieste. In fondo alla pagina lesse: Quanto avete fatto a uno dei più piccoli dei miei fratelli, l’avete fatto a me.
Così Martin comprese che il Salvatore era davvero venuto da lui quel giorno e che lui aveva saputo accoglierlo.

sabato 25 febbraio 2012

tolstoj


Viaggiatori e vagabondi

***
 
Autore: De Ponti, Claudio  Curatore: Leonardi, Enrico
Fonte: CulturaCattolica.it
"Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione,
ma la mia vita.
Perché l'amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l'ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell'inquietudine e del vano desiderio –
è una barca che anela al mare eppure lo teme"
E. L. Masters - "George Gray", in Antologia di Spoon River

Nel rimpianto di George Gray per una vita che non ha saputo slanciarsi nella grande avventura della ricerca del significato è presente la consapevolezza che dare un senso alla propria esistenza è inevitabile per l'uomo e, nel caso ciò non avvenga, per paura o per pigrizia, l'umanità del vivere viene ridotta.

"La nave è in mano ormai al cuoco di bordo
e le parole che trasmette il megafono del comandante
non riguardano più la rotta
ma che cosa si mangerà domani"
S. Kierkegaard

Gli educatori devono deporre il grembiule e il cappello da cuoco per insegnare non solo a guardare ma anche a contemplare, non solo a vedere ma anche a capire, non solo a sentire ma anche ad ascoltare il segreto delle cose e della vita

"Se vuoi costruire un'imbarcazione,
non preoccuparti tanto di distribuire il lavoro tra gli uomini,
[…] vedi piuttosto di risvegliare in loro la voglia del mare".
A. De Saint-Exupéry

"Io mi concepisco come un uomo che ha cozzato in molti scogli,
ha evitato a malapena il naufragio passando in una secca,
ma conserva ancora la temerarietà di mettersi in mare
con lo stesso battello sconquassato,
mantenendo intatta l'ambizione di tentare il giro del mondo
nonostante queste disastrose circostanze".
D. Hume

Da una parte c'è tutta la grandezza del fulgore e del coraggio, una virtù necessaria per neutralizzare la tentazione dell'inerzia e della viltà. Spesso, infatti, bisogna avere la capacità di osare, sfidando quelle difficoltà che a prima vista sembrano insormontabili. D'altro lato, però, c'è anche l'incoscienza che viene scambiata per ardimento mentre è semplicemente temerarietà e può trascinarti in imprese assurde, scaraventando quel battello sugli scogli per un naufragio definitivo (cfr. l'ambiguità del film "L'attimo fuggente").

"Chi di voi, infatti, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolar la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che lo vedono comincino a deriderlo, dicendo: Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato in grado di finire il lavoro. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, quando l'altro è ancora lontano, gli manda un'ambasceria per la pace".
Lc (14, 28-32)

"Era come se mi fosse successo questo: un giorno, non so quando, mi avevano messo in una barca e poi mi avevano allontanato da una riva qualsiasi a me sconosciuta e mi avevano indicato la direzione verso un'altra riva, avevano messo i remi nelle mie mani inesperte e mi avevano lasciato solo. Remavo come potevo e navigavo, ma, quanto più andavo verso il centro del fiume, tanto più rapida si faceva la corrente che mi portava lontano dalla meta e sempre più spesso incontravo dei rematori che, come me, erano trasportati dalla corrente. Vi erano rematori solitari che continuavano a remare; vi erano rematori che avevano gettato via i remi; vi erano grandi barche, bastimenti enormi pieni di gente; alcuni lottavano con la corrente; altri vi si abbandonavano, e quanto più avanzavo, tanto più, guardando in giù, in direzione di tutta la fiumana dei naviganti, io dimenticavo la direzione che mi era stata indicata. Proprio in mezzo alla fiumana, nel fitto delle barche e dei bastimenti che scendevano lungo la corrente, finii col perdere del tutto la direzione e gettai i remi. Da tutte le parti, con allegria e con giubilo intorno a me, con le vele o con i remi i navigatori venivano giù veloci seguendo la corrente, assicurando a me, e assicurandosi tra di loro, a vicenda, che non vi poteva essere un'altra direzione. Ed io credetti loro e navigai per un po' insieme con loro. E fui portato lontano, così lontano che sentii il rumore delle cateratte contro le quali dovevo andare a infrangermi e vidi le barche che vi si infrangevano ed io tornai in me. A lungo non riuscii a capire che cosa mi era successo. Vedevo davanti a me soltanto la perdizione, verso la quale correvo e di cui avevo paura, da nessuna parte vedevo scampo e non sapevo che fare. Ma avendo gettato uno sguardo indietro, vidi innumerevoli barche che senza interruzione, ostinatamente, fendevano la corrente, mi ricordai della riva, dei remi e della direzione, e cominciai a remare indietro per risalire la corrente verso la riva".
L. Tostoj - Confessione

"È dolce stare in mare, quando son gli altri a far la direzione"
Jovanotti - "La linea d'ombra" (cfr. J. Conrad)

La linea d'ombra è quella che separa l'adolescenza dal cammino della maturità: tale passaggio è visto come un viaggio in mare dove, per la prima volta, si prende il comando della nave, si avverte il peso delle responsabilità e si è tentati di abbandonarsi a una condizione di non scelta, di accidia statica, di vuota attesa. Invece, allorché si matura e si supera la calma piatta e spettrale della linea d'ombra che ne bloccava la rotta paralizzando il viaggio, la vita si rimette in moto in virtù di una meta, di un ideale. Solo così, vivendo cioè con la coscienza di uno scopo, si doppia il capo della giovinezza diventando uomini, superando il demone dell'inerzia e del nulla
La minaccia più pericolosa per lo spirito umano infatti non è la tempesta che lo sconvolge, ma la bonaccia che lo addormenta spegnendone ogni speranza.

"El barco se hace pequeňo cuando se aleja en el mar…
cuando se aleja en el mar y quando si va perdiendo
qué grande es la soledad
No te vayas todavia, no te vayas, por favor…
que asta la guitarra mia llora quando dice adiòs
Ese vacio che deja el amigo que se va
es como un pozo sin fondo que se no puede llenar…"


"La barca si va facendo piccola quando si allontana sul mare
quando si allontana sul mare e quando si va perdendo,
che grande è la solitudine
Non andartene ancora, non andartene per favore
perché anche la mia chitarra piange quando dice addio
Questo vuoto che lascia l'amico che se ne va
è come un pozzo senza fondo che non si può riempire".
Canto popolare spagnolo - Sevillanas del adios

"La barca che si allontana e che porta l'amico diventa un punto sempre più piccolo, un punto lontanissimo all'orizzonte. Finché scompare. Ma quel punto va verso il suo destino, va verso la sua felicità. Noi siamo sulla riva, e non riusciamo a contenere lo struggimento che ci gonfia il cuore per l'amico che se ne va e che non potremo più stringere a noi. Ma lui va verso l'infinito. E questo è l'unico nostro conforto. Io non so dirti come questo accada, ma capisco che, qualche volta, non siamo noi che possiamo decidere il bene dell'amato. Dobbiamo essere sereni, pur nel dolore dello strappo, quando sappiamo che la persona che amiamo è felice. Laura cara, un altro ha preso il tuo ragazzo. Ma lui non ti ha tradito e non l'hai perso, se sai che la sua vita e affidata a chi può renderlo felice".
Mina - in Liberal, n. 6, 9 aprile 1998

Per il cristiano quella linea d'orizzonte è come il mistero […] è una terra ignota, da cui deve arrivare a lui uno che porta una ricchezza inimmaginabile. Eppure il cuore, che non riesce a immaginare questa ricchezza, questa giustizia, questo amore, questa verità, questa felicità, il cuore che non riesce a immaginarla, ne ha però struggente bisogno. È da quell'orizzonte che deve venire. E, infatti, a un certo momento, appare un punto all'orizzonte, sulla linea dell'orizzonte: è questa barca. Questo barquiňo, che è un punto, diventa sempre più grande, sempre più grande […] finché si vede un uomo, il barcaiolo, seduto dentro. La barca si avvicina alla riva, attracca, e l'uomo che stava aspettando abbraccia l'uomo che arriva. Il cristianesimo nasce così, come l'uomo che aspetta, che abbraccia l'uomo che arriva dall'altrimenti enigmatico e prima ignoto orizzonte".
L. Giussani - Realtà e giovinezza. La sfida


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tolstoj, giussani

venerdì, 12 febbraio 2010

La dottrina cristiana
***
Non mi fa paura che mi si accusi di essere retrogrado perché non soltanto non ritengo che la religione sia una superstizione, ma, al contrario, ritengo che la verità religiosa sia l'unica verità accessibile all'uomo, e la dottrina cristiana io la ritengo una verità che – lo vogliano riconoscere gli uomini o no – si trova a fondamento di tutto il sapere umano, e non mi fa paura nemmeno mi si condanni perché ho l'orgoglio di chiamarmi cristiano".
(Tolstoj, Le memorie di un cristiano, 1884)

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tolstoj, cristianesimo

mercoledì, 30 luglio 2008

La malinconia

(cioè la nostalgia di Dio) 

***

"Un desiderio di desideri:
la malinconia"
(Lev Tolstoi)

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malinconia, tolstoj

lunedì, 26 maggio 2008

La libertà dell’uomo di riconoscere Dio
***
L’ateo dice: “Io non conosco Dio,non ho bisogno di questa nozione”. E’ come se un uomo che naviga in una barca sul mare dicesse che non conosce il mare e che non ha bisogno di averne la nozione. Quell’Infinito che ti circonda e su cui ti muovi,le leggi di questo Infinito ti parlano di Dio. Dire che non lo vedi è fare come lo struzzo.
L. Tolstoj

Postato da: giacabi a 14:41 | link | commenti
tolstoj, senso religioso

domenica, 04 novembre 2007

Vivere
 ***
“Per vivere con onore bisogna struggersi, battersi,
sbagliare e ricominciare da capo e buttare via tutto,
e di nuovo ricominciare e lottare e perdere eternamente.

La calma è la vigliaccheria dell’anima
.
(L. N. Tolstoj)

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vita, tolstoj

martedì, 14 agosto 2007

La giusta direzione
***
"Era come se mi fosse successo questo: un giorno, non so quando, mi avevano messo in una barca e poi mi avevano allontanato da una riva qualsiasi a me sconosciuta e mi avevano indicato la direzione verso un'altra riva, avevano messo i remi nelle mie mani inesperte e mi avevano lasciato solo. Remavo come potevo e navigavo, ma, quanto più andavo verso il centro del fiume, tanto più rapida si faceva la corrente che mi portava lontano dalla meta e sempre più spesso incontravo dei rematori che, come me, erano trasportati dalla corrente. Vi erano rematori solitari che continuavano a remare; vi erano rematori che avevano gettato via i remi; vi erano grandi barche, bastimenti enormi pieni di gente; alcuni lottavano con la corrente; altri vi si abbandonavano, e quanto più avanzavo, tanto più, guardando in giù, in direzione di tutta la fiumana dei naviganti, io dimenticavo la direzione che mi era stata indicata. Proprio in mezzo alla fiumana, nel fitto delle barche e dei bastimenti che scendevano lungo la corrente, finii col perdere del tutto la direzione e gettai i remi. Da tutte le parti, con allegria e con giubilo intorno a me, con le vele o con i remi i navigatori venivano giù veloci seguendo la corrente, assicurando a me, e assicurandosi tra di loro, a vicenda, che non vi poteva essere un'altra direzione. Ed io credetti loro e navigai per un po' insieme con loro. E fui portato lontano, così lontano che sentii il rumore delle cateratte contro le quali dovevo andare a infrangermi e vidi le barche che vi si infrangevano ed io tornai in me. A lungo non riuscii a capire che cosa mi era successo. Vedevo davanti a me soltanto la perdizione, verso la quale correvo e di cui avevo paura, da nessuna parte vedevo scampo e non sapevo che fare. Ma avendo gettato uno sguardo indietro, vidi innumerevoli barche che senza interruzione, ostinatamente, fendevano la corrente, mi ricordai della riva, dei remi e della direzione, e cominciai a remare indietro per risalire la corrente verso la riva".
L. Tostoj - Confessione
 
 

Postato da: giacabi a 10:57 | link | commenti
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