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mercoledì 23 novembre 2022

L’alchimia chiusa dentro una pietra Il carbone e il diamante. O del segreto della bellezza

Da diciotto anni porto all’anulare l’anello di fidanzamento. Non amavo i gioielli:
sulle prime quel diamante mi colpì meno della promessa che rappresentava. Solo col tempo ho capito perché un diamante è bello. La prima scoperta è stata una sera in una sala d’attesa, mentre aspettavo una visita medica che mi preoccupava, e le lancette dell’orologio non avanzavano mai. Dunque in quella sera di inquietudine mi sono accorta che negli ambienti in penombra un diamante cattura l’unico raggio di luce. O forse è il raggio, che inesorabilmente attratto dal diamante lo attraversa, mentre quello lo scompone e lo seziona nei sette colori dell’iride. Così, seduta in una sala d’aspetto, ho cominciato a giocare: la banale luce di una lampada, afferrata dalla pietra, veniva come chimicamente divisa e ricondotta alle sette sue radici. Se inclinavi di un millimetro l’anello, ecco il raggio luccicare nello splendore ardente di un identico arcobaleno: dal rosso ardente fino al palpitare notturno di azzurro, indaco, viola.

 

Gioco ipnotizzante e fantastico, come un piccolo sole prigioniero fra le mani. E solo ora capivo perché gli uomini fanno pazzie per i diamanti: luce che si infiamma nell’ombra e si rivela nella sua verità. Nei viaggi notturni, nelle attese in stazioni e aeroporti, quante volte quello sfavillio mi ha incantato. E quando mia figlia aveva due anni, per tenermela buona a Messa, le mostravo il bagliore al mio dito (azzurro, indaco, viola…). E lei sedotta, lei che allungava la mano paffuta ad afferrare l’alchimia chiusa dentro una pietra. Mia figlia bambina affascinata dalla luce di un diamante, come re e regine e principi e sudditi e briganti, da millenni.

Allora ho cercato di studiare. Questo sasso, cos’è? È magia vecchia di milioni di
anni: fra tutte le materie, una delle più antiche. Carbonio puro, come la umile grafite
delle matite. E parente, incredibile, anche del povero opaco carbone. Gli stessi atomi, ma legati in una struttura diversa. Il carbone incenerisce nei camini, il diamante è “adamas”, in greco: l’invincibile. Eppure nemmeno il blasone primordiale mi spiegava del tutto l’incanto di quella luce. Ma l’altro giorno mi sono imbattuta in questa frase di Vladimir Solov’ëv: «Che cos’è la bellezza? Guardate il carbone e il diamante. Il carbone e il diamante chimicamente sono lo stesso. Perché il carbone è brutto e il diamante è bello? Perché il carbone fissa tutta l’attenzione a se stesso, mentre nel diamante si vede il sole e tutta la luce: attraverso di esso si vede qualche altra cosa, superiore alla pietra, che la fa bella». La più stupefacente bellezza dunque è quella che si lascia attraversare da un’altra bellezza, più grande. Totalmente, senza
opporre resistenza, né trattenere il raggio che non le appartiene. E in quel passaggio la luce si svela: dal rosso sangue al giallo del sole allo zenith, fino al tramonto indaco
e viola. La materia più dura, più invincibile, si fa interamente trapassare dalla luce. E in quell’istante di docilità, la rivela. «Luce incarnata», così Solov’ëv chiama il bagliore che mi incanta.
(Come se la luce avesse avuto bisogno della materia, per potersi svelare).

domenica 5 febbraio 2012

corradi marina


La dimensione in cui si compie la storia

Il nostro sguardo pagano che rende spaventoso il tempo

***

 

La dimensione in cui si compie la storia      da:www.ilsussidiario.net
di Marina Corradi
 
«Di tutte le cose, quella che mi fa più paura è il tempo», mi ha detto un figlio, quello di 15 anni. Anche a me. Il tempo mi ha sempre fatto paura. Fin da quando, bambina, nel fienile della casa di montagna in cui passavo l’estate perlustravo fra vecchie cose abbandonate. C’erano slitte con i pattini rugginosi, e un arcolaio che gemeva gentilmente, nello sfiorarne la ruota. E giornali ingialliti di giorni lontani, con storie di guerra e di armistizi che a me sembravano perdutamente remoti. Nella penombra che sapeva di fieno e di polvere mi incantavo, ipnotizzata dal tempo. Mi sbalordiva pensare che quella slitta tarlata avesse scivolato sulla neve fra grida di bambini che ora erano morti da un pezzo. E che fine avevano fatto le ragazze sorridenti nelle foto di quei giornali? Facendo i conti, dovevano essere ormai vecchie, le facce di fanciulle avvizzite di rughe.
Il tempo che corrode ogni cosa, già da bambina mi incuteva spavento. Benché allora le montagne, la città, le case attorno mi guardassero dall’alto – mi sembrava – con benevolenza: noi siamo vecchie e abbiamo visto ogni cosa, ma tu, piccola, sei vergine di questo nostro sguardo usurato.
Crescendo ho poi scoperto che misteriosamente quelle stesse cose, città e palazzi, nel tempo rimangono uguali e indifferenti; mentre noi uomini invecchiamo e passiamo. Le facciate delle case di via San Marco sono identiche a quando le sfioravo, al mattino presto, andando a scuola; e i tram in corso Sempione corrono con  l’identico fruscio d’acciaio sui binari di quando dalla finestra di casa mio padre li stava a guardare. Le cose sfrontatamente intatte, e noi che scompariamo.
Quindi capisco mio figlio che dice: mi fa paura, il tempo. Questa dimensione immateriale eppure granitica che procede uguale, imperterrita, sovrana. Mi accorgo però ora, a cinquant’anni, che il mio sguardo sul tempo è pagano. «Il tempo che passa è Dio che viene», ho letto anni fa sul portale di una chiesa, e quella frase mi si è impigliata in mente. Il tempo non è la dimensione in cui si compie la storia, quindi il disegno di Dio? Il tempo cristiano non è cieco, non annienta, ma costruisce per pieghe indecifrabili un destino buono. «Niente di ciò che abbiamo amato andrà perduto», ha scritto Benedetto XVI. Neanche dunque gli sguardi dei nostri figli, da piccoli, e le risate di antichi sconosciuti bambini in una mattina di neve sulle Dolomiti di cui più nessuno ha il ricordo.
In questa memoria vorrei guardare senza paura lo scatto metodico e implacabile delle lancette sugli orologi dei campanili;
e il calendario intonso dell’anno 2011, che ho comprato stamane e che sto a guardare pensierosa. Comunque, saranno giorni, e ore, e secondi dentro a un disegno; non tempo annichilito nel buio atterrito del caso.

Postato da: giacabi a 15:53 | link | commenti
corradi marina