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venerdì 27 giugno 2025

Più ci guardi dentro, più capisci che non ha a che fare col caso

 La natura è costruita in maniera tale che non c'è dubbio che non possa esser costruita così per un caso. Più uno studia i fenomeni della natura, più si convince profondamente di ciò. Esistono delle leggi naturali di una profondità e di una bellezza incredibili. Non si può pensare che tutto ciò si riduca ad un accumulo di molecole. [...] Più ci guardi dentro, più capisci che non ha a che fare col caso.


Carlo Rubbia

lunedì 16 settembre 2024

"La tentazione del credere

  "La tentazione del credere

“La natura è costruita in maniera tale che non c'è dubbio che non possa esser costruita così per un caso. Più uno studia i fenomeni della natura, più si convince profondamente di ciò. Esistono delle leggi naturali di una profondità e di una bellezza incredibili. Non si può pensare che tutto ciò si riduca ad un accumulo di molecole. (…)

Più ci guardi dentro, più capisci che non ha a che fare col caso.”

Carlo Rubbia (premio Nobel per la Fisica 1984, da "La tentazione del credere" 1987): 


venerdì 15 settembre 2023

La tentazione del credere

 “La natura è costruita in maniera tale che non c'è dubbio che non possa esser costruita così per un caso. Più uno studia i fenomeni della natura, più si convince profondamente di ciò. Esistono delle leggi naturali di una profondità e di una bellezza incredibili. Non si può pensare che tutto ciò si riduca ad un accumulo di molecole. (…)

Più ci guardi dentro, più capisci che non ha a che fare col caso.”


Carlo Rubbia (1934), premio Nobel per la Fisica 1984, La tentazione del credere, 1987

domenica 30 marzo 2014

UN'INTERVISTA A CARLO RUBBIA, NOBEL PER LA FISICA

UN'INTERVISTA A CARLO RUBBIA, NOBEL PER LA FISICA 
***
La più grande forma di libertà è quella di potersi domandare da dove veniamo o dove andiamo. La libertà ti permette di porgere a te stesso la domanda in modo onesto e chiaro, ma calmo e sereno, in quanto non si tratta di una domanda di emergenza. Non ha niente a che fare con quelle procedure d'urgenza che devi "sbrigare in caso di". È troppo bella e profonda, per essere turbata da interessi immediati. Il problema è iscritto nel nostro bagaglio intellettuale, che lo vogliamo o no. Non esiste forma di vita umana che non si sia posta questa domanda. E non c'è forma di società umana che non abbia cercato in qualche modo di darvi una risposta. Il mancare a questo appuntamento è una perdita, una disumanizzazione, un meccanismo interno di autopunizione. Quello che impressiona di più, della domanda, è la sua universalità. È comune a tutti. Metti in questa stanza dieci uomini che non si conoscono, di cultura, religione, età, storie diverse. Mettine cento in una piazza. Mille in un paese. Milioni in una città. Miliardi. Che cos'hanno, in comune, se non questa domanda? Tutti se la pongono, o se la porranno. Tutti cercano una risposta. E le risposte saranno dieci, saranno cento, saranno mille, o milioni: una diversa dall'altra. Ciò che conta, in fondo, è la domanda comune, più che la risposta. La risposta, conta poco. Anche perché sappiamo benissimo che, questa risposta, non la conosceremo mai. Se la risposta giusta non la sapremo mai, e proprio qui, in questo mistero, sta tutto il suo fascino, tante saranno le risposte degli uomini. «Tante quanti sono gli uomini sulla terra. Per ciascuno di noi, la risposta che diamo sarà quella giusta. Non vedo perché una risposta A sia meglio o peggio di una risposta B. Non riesco a discernere. Credo che tutto ciò faccia parte di un nostro bagaglio etico, e penso che quello che conta sia il rispetto del nostro umanesimo, del nostro essere uomini. E poiché tutti noi pensiamo che il nostro essere uomini sia qualcosa che ci mette al di sopra di tutti gli altri esseri viventi sulla terra, per forza dobbiamo anche pensare che siamo stati fatti a immagine di qualcosa di ancora più importante di noi. È difficile non crederci, quasi impossibile. È addirittura inevitabile. Talmente inevitabile che penso sia scritto dentro di noi. Non vedo come non si possa dire di sì all'esistenza di qualcosa di aggiuntivo. Io sono un ottimista, mi è facile credere a questo. Tra l'altro, non bisogna solo essere ottimisti, basta essere dei buoni osservatori. Come diceva anche Einstein, Dio è distribuito nella natura. È davvero così, ne sono più che certo. La natura è costruita in maniera tale che non c'è dubbio che non sia costruita così per un caso. Più uno studia i fenomeni della natura, più si convince profondamente di ciò. Esistono delle leggi naturali di una profondità e di una bellezza incredibili. Non si può pensare che tutto ciò si riduca a un accumulo di molecole. Lo scienziato in particolare, riconosce fondamentalmente l'esistenza di una legge che trascende, qualcosa che è al di fuori e che è immanente al meccanismo naturale. Riconosce che questo "qualcosa" ne è la causa, che tira le file del sistema. È un "qualcosa" che ci sfugge. Più ci guardi dentro, più capisci che non ha a che fare col caso. Io porto spesso l'esempio di quella sorta di misticismo che ti prende in una notte piena di stelle. Lo stesso meccanismo di meraviglia, direi quasi di religiosità, ti prende quando, anziché guardare le stelle da lontano, le osservi dall'interno. Quello stesso sentimento che provi guardando da lontano le stelle, si amplifica, si concretizza ancora di più. Il sentimento che prova un profano assistendo a un fenomeno naturale grandioso come un cielo pieno di stelle, un tramonto, l'immensità del mare, per uno scienziato è ancora più grande, in quanto respira qualcosa di veramente perfetto nella sua struttura. Questa perfezione esiste, è nella profondità delle cose. Non è un'ombra, non è un'apparenza. L'uomo di scienza osserva la natura nella sua forma più perfetta, e deve farlo con intelligenza, modestia, bontà. Deve farsi piccolo piccolo, come quando guardi un animale selvaggio muoversi libero e felice nella foresta. Io mi sento profondamente onorato di potervi assistere, di poter capire. Lo scienziato può osservare e apprezzare qualcosa di sublime. E non lo registra solo per sé. Ha il dovere di trasmetterlo a tutta la gente del mondo. Quindi, non esiste antitesi, fra natura e uomo. La natura con la sua perfezione, ti fa arrivare a pensare che non c'è "caso". Lo scienziato osserva le leggi fisiche, le leggi della natura, e trova che sono immutabili nello spazio e nel tempo. Il più lontano possibile da noi, nello spazio e nel tempo, tutto si svolge come ciò che si svolge sotto i nostri occhi. Non puoi pretendere che queste leggi siano uniche, immutabili, esatte, e perfette, e non pensare che dietro questo meccanismo di immutabilità e perfezione ci sia qualcosa che ne garantisce la stabilità. Ordine e stabilità nelle leggi naturali non possono essere arbitrarie. C'è qualcuno che fa sì che queste continuità siano assicurate. Se osservi tutto ciò, non puoi che concludere che, in qualche modo, ci deve essere un meccanismo, un qualcosa di superiore, di trascendente. (In EDGARDA FERRI, La tentazione di credere. Inchiesta sulla fede, Rizzoli, Milano 1987, pp. 205-207)

mercoledì 17 luglio 2013

L'universo non ha a che fare col caso



L'universo non ha a che fare col caso
***
     La più grande forma di libertà è quella di potersi domandare da dove veniamo o dove andiamo. La libertà ti permette di porgere a te stesso la domanda in modo onesto e chiaro, ma calmo e sereno, in quanto non si tratta di una domanda di emergenza. Non ha niente a che fare con quelle procedure d'urgenza che devi "sbrigare in caso di". È troppo bella e profonda, per essere turbata da interessi immediati.

     Il problema è iscritto nel nostro bagaglio intellettuale, che lo vogliamo o no. Non esiste forma di vita umana che non si sia posta questa domanda. E non c'è forma di società umana che non abbia cercato in qualche modo di darvi una risposta. Il mancare a questo appuntamento è una perdita, una disumanizzazione, un meccanismo interno di autopunizione.

     Quello che impressiona di più, della domanda, è la sua universalità. È comune a tutti. Metti in questa stanza dieci uomini che non si conoscono, di cultura, religione, età, storie diverse. Mettine cento in una piazza. Mille in un paese. Milioni in una città. Miliardi. Che cos'hanno, in comune, se non questa domanda? Tutti se la pongono, o se la porranno. Tutti cercano una risposta. E le risposte saranno dieci, saranno cento, saranno mille, o milioni: una diversa dall'altra. Ciò che conta, in fondo, è la domanda comune, più che la risposta. La risposta, conta poco. Anche perché sappiamo benissimo che, questa risposta, non la conosceremo mai».

     Se la risposta giusta non la sapremo mai, e proprio qui, in questo mistero, sta tutto il suo fascino, tante saranno le risposte degli uomini. «Tante quanti sono gli uomini sulla terra. Per ciascuno di noi, la risposta che diamo sarà quella giusta. Non vedo perché una risposta A sia meglio o peggio di una risposta B. Non riesco a discernere. Credo che tutto ciò faccia parte di un nostro bagaglio etico, e penso che quello che conta sia il rispetto del nostro umanesimo, del nostro essere uomini. E poiché tutti noi pensiamo che il nostro essere uomini sia qualcosa che ci mette al di sopra di tutti gli altri esseri viventi sulla terra, per forza dobbiamo anche pensare che siamo stati fatti a immagine di qualcosa di ancora più importante di noi. È difficile non crederci, quasi impossibile. È addirittura inevitabile. Talmente inevitabile che penso sia scritto dentro di noi.

     Non vedo come non si possa dire di sì all'esistenza di qualcosa di aggiuntivo. Io sono un ottimista, mi è facile credere a questo. Tra l'altro, non bisogna solo essere ottimisti, basta essere dei buoni osservatori. Come diceva anche Einstein, Dio è distribuito nella natura. È davvero così, ne sono più che certo. La natura è costruita in maniera tale che non c'è dubbio che sia costruita così per un caso. Più uno studia i fenomeni della natura, più si convince profondamente di ciò. Esistono delle leggi naturali di una profondità e di una bellezza incredibili. Non si può pensare che tutto ciò si riduca a un accumulo di molecole. Lo scienziato in particolare, riconosce fondamentalmente l'esistenza di una legge che trascende, qualcosa che è al di fuori e che è immanente al meccanismo naturale. Riconosce che questo "qualcosa" ne è la causa, che tira le file del sistema».

     «È un "qualcosa" che ci sfugge», continua Rubbia appassionato. «Più ci guardi dentro, più capisci che non ha a che fare col caso. Io porto spesso l'esempio di quella sorta di misticismo che ti prende in una notte piena di stelle. Lo stesso meccanismo di meraviglia, direi quasi di religiosità, ti prende quando, anziché guardare le stelle da lontano, le osservi dall'interno. Quello stesso sentimento che provi guardando da lontano le stelle, si amplifica, si concretizza ancora di più. Il sentimento che prova un profano assistendo a un fenomeno naturale grandioso come un cielo pieno di stelle, un tramonto, l'immensità del mare, per uno scienziato è ancora più grande, in quanto respira qualcosa di veramente perfetto nella sua struttura. Questa perfezione esiste, è nella profondità delle cose. Non è un'ombra, non è un'apparenza».

     È un momento di assoluta poesia. Rubbia non è uomo da facili commozioni, da intenerimenti banali. Eppure ogni sua parola, il lampo dei suoi occhi azzurri, la chiarità del suo viso, persino il movimento delle mani, tutto quanto di lui esprime incanto, stupore. « L'uomo di scienza osserva la natura nella sua forma più perfetta, e deve farlo con intelligenza, modestia, bontà. Deve farsi piccolo piccolo, come quando guardi un animale selvaggio muoversi libero e felice nella foresta. Io mi sento profondamente onorato di potervi assistere, di poter capire. Lo scienziato può osservare e apprezzare qualcosa di sublime. E non lo registra solo per sé. Ha il dovere di trasmetterlo a tutta la gente del mondo».

     Una pausa, soltanto un attimo per concludere: «Quindi, non esiste antitesi, fra natura e uomo. La natura con la sua perfezione, ti fa arrivare a pensare che non c'è "caso". Lo scienziato osserva le leggi fisiche, le leggi della natura, e trova che sono immutabili nello spazio e nel tempo. Il più lontano possibile da noi, nello spazio e nel tempo, tutto si svolge come ciò che si svolge sotto i nostri occhi. Non puoi pretendere che queste leggi siano uniche, immutabili, esatte, e perfette, e non pensare che dietro questo meccanismo di immutabilità e perfezione ci sia qualcosa che ne garantisce la stabilità. Ordine e stabilità nelle leggi naturali non possono essere arbitrarie. C'è qualcuno che fa sì che queste continuità siano assicurate. Se osservi tutto ciò, non puoi che concludere che, in qualche modo, ci deve essere un meccanismo, un qualcosa di superiore, di trascendente».


(In EDGARDA FERRI, La tentazione di credere. Inchiesta sulla fede, Rizzoli, Milano 1987, pp. 205-207)

mercoledì 29 agosto 2012

«l’unicità della vita umana proviene da un atto creativo»

Il Nobel Carlo Rubbia: 

«l’unicità della vita umana proviene da un atto creativo»

Il fisico Carlo Rubbia è il penultimo italiano ad aver vinto il Premio Nobel (1984), scienziato dotato di grande prestigio a livello internazionale, già direttore del CERN, dell’ENEA di Frascati, socio onorario dell’Accademia Nazionale dei Lincei, della National Academy of Sciences americana, della Royal Society, della Pontificia Accademia delle Scienze e di tante altre accademie.
Rubbia, assieme a Bombieri, è anche uno degli scienziati più disprezzati da Piergiorgio Odifreddi. Il motivo è semplice: «Carlo Rubbia mi pare che sia cattolico, Enrico Bombieri, medaglia Fields, è cattolico e va a messa», scrive a pag. 122 di “Perché Dio non esiste” (Aliberti 2010). Il Nobel italiano è in realtà uno dei grandi esempi di come un’altissima conoscenza scientifica possa contribuire ad una riflessione esistenziale molto profonda. Ha detto in passato, ad esempio: «Parlare di origine del mondo porta inevitabilmente a pensare alla creazione e, guardando la natura, si scopre che esiste un ordine troppo preciso che non può essere il risultato di un “caso”, di scontri tra “forze” come noi fisici continuiamo a sostenere. Ma credo che sia più evidente in noi che in altri l’esistenza di un ordine prestabilito nelle cose. Noi arriviamo a Dio percorrendo la strada della ragione, altri seguono la strada dell’irrazionale» (citato in C. Fiore, “Scienza e fede”, elledici, Leumann (TO) 1986, p. 23).
Poco prima di Natale ha partecipato ad un convegno organizzato dalla Pontificia Accademia delle Scienze, guidata da un altro Premio Nobel, il biologo Werner Arber. Rubbia ha proposto una bellissima relazione intitolata dal quotidiano Liberal così: La vita sulla Terra ha un solo Padre. Citiamo alcuni passaggi: «Con alta precisione, oggi vediamo che il cosmo è straordinariamente unico, caratterizzato dal valore ½° =1. La natura dell’universo non è dunque casuale, essa è il risultato di un evento unico e straordinario, possibile solamente per questo valore [...]. Grazie a potentissimi anelli di collisione tra fasci di altissima energia, è possibile ripetere le fasi iniziali dell’evoluzione della materia cosmica, con la creazione nel laboratorio di tutta una serie di straordinari fenomeni che ci permettono di esplorare le condizioni dell’Universo fino a qualche miliardesimo di secondo dopo il big-bang. Anche a questi incredibili istanti, la creazione iniziale era già un fatto compiuto. L’uomo di scienza non può non sentirsi umile, commosso ed affascinato di fronte a questo immenso atto creativo, così perfetto e così immenso e generato nella sua integralità a tempi così brevi dall’inizio dello spazio e del tempo. Vanno ricordate le fasi successive di questa immensa trasformazione a partire dalla creazione fino al giorno d’oggi. L’universo si è evoluto in maniera unitaria e coerente, come se fosse un unico tutto. Ricordiamo a questo proposito le parole della Genesi, dove si dice: “Dio pose le costellazioni nel firmamento del cielo per illuminare la terra e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona”».
Rubbia passa poi a tratteggiare «un altro successivo immenso evento», ovvero «la creazione della vita [...] Una delle più importanti conquiste della scienza moderna è quella che le leggi della fisica e conseguentemente il comportamento della materia sono invarianti nello spazio e nel tempo. Esse sono dimostrabilmente le stesse a miliardi di anni luce da noi e miliardi di anni fa. Ciò è facilmente comprensibile se si pensa che oggi sappiamo che le leggi fondamentali della fisica sono state per così dire inscritte nelle proprietà “geometriche” dello spazio, ancorché vuoto e quindi prescindono dalla materia fisica in esso eventualmente contenuta. La materia che costituisce l’Universo quindi esprime per così dire il suo “libero arbitrio”, all’interno di strette regole definite apriori, che preesistono alla sua creazione e successiva evoluzione». Il Premio Nobel intende anche sfatare «un’impressione, e cioè il fatto che essendo senza dubbio la Terra solamente un pianeta su tanti possibili in cui condizioni idonee per la vita si sono realizzate, la probabilità di un tale evento sia necessariamente elevata: in realtà questo ragionamento non è valido. Anche se questo fosse un fenomeno unico nell’universo, per definizione esso è avvenuto sulla nostra terra». Tuttavia «è perfettamente concepibile che si costruisca pian piano, come del resto comprovato per gli elementi più semplici, da qualche parte nelle immensità dell’Universo anche la struttura chimica della prima cellula vivente. Va ricordato che nelle sue forme più elementari, tuttavia capaci di riprodursi, la vita abbisogna di un numero relativamente limitato, da alcune decine ad alcune centinaia di migliaia di atomi. Va inoltre ricordato che grazie alla presenza della forte affinità chimica, questo non è puramente una roulette, in quanto elementi più complessi (proteine) sono costruibili a partire da componenti, da “mattoni” più semplici, già pre-costituiti».
Il celebre fisico parla anche dell’evoluzione della vita, «fortemente influenzata dalle condizioni specifiche al nostro pianeta. Ad esempio le transizioni tra grandi periodi geologici, caratterizzati da forme profondamente diverse di vita, come ad esempio il Giurassico, il Cambiano ecc. sembrano essere state determinate da eventi catastrofici e dalle immense estinzioni delle specie prodotte. La fine dei dinosauri e il passaggio ai mammiferi fu un passo evolutivo importante, per cui fu determinante il cambiamento climatico, probabilmente conseguente all’impatto di una meteorite sulla penisola dello Yucatan e del conseguente temporaneo periodo di oscurità e di freddo durato alcuni anni con conseguente estinzione delle specie meno preparate a subire questo straordinario shock climatico, che apparentemente eliminò tutte le specie di dimensioni più grandi di alcuni centimetri e specialmente quelle al momento più evolute e quindi più fragili. È quindi evidente che su di un altro ipotetico pianeta, pur assumendo una simile “partenza” probabilistica, è completamente improbabile che la forma di vita risultante sia, per così dire, la copia-carbone di quella su terra. Tutto ciò depone a favore a due fatti importanti: che l’evoluzione della vita segue una linea precisa a partire molto probabilmente da un unico e singolo fatto iniziale, il primo DNA da cui è conseguita tutta l’evoluzione, motivata da tutta una serie di eventi esterni fa sì che essa abbia una grandissima specificità che rende probabilmente unica la vita su terra, come noi la intendiamo. Oggi sappiamo che l’uomo rappresenta uno degli ultimi anelli della vita. Ciononostante la struttura dettagliata del DNA umano è solo leggermente diversa da quella degli altri esseri viventi. È questa una differenza morfologicamente piccola in sé, ma enormemente diversa per quanto riguarda le sue conseguenze. L’uomo è quindi strutturalmente fondamentalmente diverso dalle altre specie animali conosciute. Ha caratteristiche che lo contraddistinguono profondamente e in maniera unica».
Il fisico conclude il suo intervento augurandosi che la scienza scopra l’esistenza di altra vita nell’immenso universo. «Ma la scoperta di una eventuale vita extra-terrestre, con tutte le somiglianze e diversità rispetto alla nostra», continua, «arricchiranno ancora di più l’unicità dell’uomo in tutti i suoi aspetti e ci aiuteranno a meglio percepire e apprezzare gli immensi patrimoni di umanità e di saggezza che abbiamo ricevuto e di cui dobbiamo fare il più prezioso utilizzo, così ben ricordato in quella meravigliosa immagine dell’uomo con il dito puntato verso il Creatore nel fantastico affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina».

venerdì 6 luglio 2012

"Dio disse: E Sia la luce. E la luce fu"


"Dio disse: E Sia la luce. E la luce fu"


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«Uno dei risultati più importanti della conoscenza scientifica è l'evidenza dell'esistenza di un inizio dello spazio e del tempo. Né spazio né tempo avevano un significato precedente a questo momento avvenuto circa 13,4 miliardi di anni fa. Nulla esisteva prima di esso. La creazione dell'Universo tutto intero e nella sua integrità avvenne in un brevissimo istante, in un tempo incredibilmente breve. A partire da una struttura inizialmente informe, materia ed energia crearono successivamente complesse,  ed immense strutture, galassie, stelle, pianeti, e molti altri oggetti i straordinari, in una progressiva evoluzione alfine di arrivare alla vita ed a tutta la straordinaria ricchezza dèll'universo di oggi. La scienza moderna non può quindi non riconoscere la straordinariamente precisa ed obiettiva osservazione sperimentale di una  creazione inziale dell'universo. L'uomo di scienza non può non associare queste osservazioni alla lettura dei primi versi della Genesi, delle origini del mondo e dell'umanità, in cui si dice, ancor- ché con spirito poetico, ma incredibilmente preciso, "Dio disse: E Sia la luce. E la luce fu". L'uomo di scienza non può non sentirsi!
umile, commosso ed affascinato di fronte a questo immenso atto creativo, così perfetto e così immenso e generato nella sua integralità, a tempi così brevi dall'inizio dello spazio e del tempo.
Vanno ricordate le fasi successive di questa immensa trasformazione, a partire dalla creazione fino al giorno d'oggi. L'universo si è evoluto in maniera unitaria e coerente, come se fosse un unico tutto. Ricordiamo a questo proposito le parole della Genesi, dove si dice: "Dio pose le costellazioni nel firmamento del cielo per illuminare la terra e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona"»
Carlo Rubbia premio Nobel per la Fisica (1984), discorso pronunciato presso l'Accademia Pontificia delle Scienze,