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mercoledì 27 settembre 2023

Napoleone non si convertì in punto di morte

 

Il sugo della storia

Napoleone non si convertì in punto di morte

Il 5 maggio 2021 saranno trascorsi duecento anni dalla morte di Napoleone, un personaggio che ha segnato la storia tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, decenni che possono essere designati come età napoleonica.

Quando nel luglio del 1821 giunse la notizia della sua morte, Manzoni si trovava nella villa di Brusuglio. La «Gazzetta di Milano» del 16 del mese riportò il necrologio. Com’erano differenti i tempi delle comunicazioni due secoli fa! Dall’isola di Sant’Elena a Milano la notizia impiegò decine e decine di giorni ad arrivare.

L’isola di Sant’Elena si trova nell’emisfero australe, a metà strada tra Africa e Sud America, alla stessa latitudine di Angola, Zambia e Mozambico. Un’isola di centoventi chilometri quadrati, fino a pochi anni fa raggiungibile soltanto con un cargo postale in transito ogni quattro settimane e solo dal 2017 sede di un aeroporto. Scoperta nel 1502 dal navigatore galiziano Joao da Nova, l’isola divenne nel 1673 possedimento dell’Inghilterra che la scelse come sede dell’esilio di Napoleone.

Manzoni ammirava il condottiero, ma non lo amava; non aveva mai elevato odi al grande comandante quando questi era al colmo della sua gloria, né tanto meno lo aveva denigrato quando era caduto nella polvere, al contrario di tanti artisti contemporanei, tra i quali il pittore Jacques Louis David, il musicista Beethoven (che gli aveva dedicato la sinfonia n. 3, la cosiddetta Eroica), lo scrittore Foscolo, che gli avevano dedicato opere.

Alla notizia della morte, in soli tre giorni, Manzoni scrisse l’ode Il 5 maggio perché fu colpito dalla scomparsa di un personaggio così grande, che aveva posto ordine tra due secoli, Settecento e Ottocento, tra due età, Illuminismo e Romanticismo, che aveva conquistato gran parte dell’Europa, dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno in un movimento direzionale nord/sud e poi ovest/est che sembra tracciare una croce, forse alludendo al fatto che le sue truppe e le sue vittorie fulminee producevano morti sul campo e stermini.

Ancor più che dalla morte, Manzoni fu, però, colpito dalla notizia che Napoleone, che aveva sempre assunto un atteggiamento fortemente anticlericale e anticattolico, si fosse convertito prima di morire: mai più superba altezza si era inchinata al disonore del Golgota.

In realtà, esiste un documento storico che attesta che Napoleone non si convertì negli ultimi giorni, ma era già prima credente e cattolico. Il testo in questione è Sentiment de Napoléon sur le cristianisme, Conversations religieuses dato alle stampe nel 1840 da Robert-Antoine de Beauterne che si era procurato documenti e testimonianze privilegiate degli anni di esilio (come quelle dei generali de Montholon, Bertrand e Goucard, dei due medici O’ Meara e Antonmarchi) e aveva fatto riferimento al celebre Memoriale di Sant’Elena scritto da Las Cases nel 1823.

Perché si tratta di un’opera dal comprovato valore storico?

L’autenticità dei documenti è attestata dal recupero e dal controllo delle affermazioni del curatore dell’opera oltre che dal fatto che tutti i testimoni erano ancora in vita quando fu pubblicato il libro e avrebbero, quindi, potuto smentire affermazioni false. Inoltre, molti dei testimoni erano atei e materialisti, non certo cristiani, e si mostravano in disaccordo con Napoleone.

L’immagine tradizionale del grande imperatore e comandante francese appare assai diversa da quella della vulgata tradizionale. Napoleone si è sempre considerato cristiano cattolico. Al medico personale O’Meara che vede Napoleone leggere il Nuovo Testamento e gli fa notare che «correva voce che fosse miscredente» il generale replica: «Non è vero, non sono mai stato ateo. Quando ero a capo del governo, appena ho potuto, ho tentato di ristabilire la religione, che è una grande consolazione per il credente, soprattutto negli ultimi istanti della sua vita». E nel 1817, quando il medico informa Napoleone che si è diffusa la voce che lui sia un cattolico romano, il generale replica: «È vero, io credo ciò che crede la chiesa».

Il dottor Antonmarchi ricorda nelle sue Memorie che Napoleone gli ha detto: «Io non sono né medico, né filosofo; io credo in Dio; sono un cristiano, cattolico, romano». Al contempo, Napoleone si rivolge rivolto all’abate Vignali con queste parole: «Sono nato nella religione cattolica, voglio adempiere ai doveri che me ne derivano, e ricevere i conforti che essa fornisce ai suoi figli. Lei celebrerà tutti i giorni la santa Messa nella stanza accanto, ed esporrà il Santissimo Sacramento durante le quarantore. Dopo la mia morte, lei porrà l’altare dalla parte della mia testa, nella camera ardente, continuando a celebrare la Messa e tutte le cerimonie del rito cattolico, che lei terminerà solo quando sarò sepolto».

Al generale Bertrand che gli chiede se abbia mai visto Dio, Napoleone replica che anche il genio umano non si vede direttamente, ma si vede l’effetto «e da questo si risale alla causa, e si crede che questa causa esista, insomma che essa sia reale». Come quando nel folto della battaglia la situazione si volge al peggio e il generale Bertrand cerca consiglio nello sguardo dell’Imperatore per capire come agire, allo stesso modo tutto grida nel petto dell’uomo, c’è un istinto, una fede, una certezza, un grido che esce dal cuore. Napoleone arriva ad esclamare: «Io credo in Dio, a causa di ciò che vedo, e di ciò che sento».

E ancora Napoleone chiede al generale Bertrand da dove vengano il genio, la creatività, l’intuito che tanto ammiriamo negli uomini: «Se ci sono tante differenze tra gli uomini, Qualcuno ha creato queste differenze, e questo Qualcuno non è né lei, né io […]. C’è un Essere Infinito in confronto al quale lei non è che un atomo; in confronto al quale anch’io Napoleone, con tutto il mio genio, sono niente […]. Io lo sento, questo Dio, … ne ho bisogno… credo in Lui». La concezione che l’uomo ha di Dio nasconde la visione che si ha dell’uomo stesso: «Cosa vuole che io abbia in comune con un uomo che non crede all’esistenza dell’anima, e che crede che l’uomo sia un mucchio di fango?».

Bellissime sono le conversazioni di Napoleone sull’evidenza e sulla realtà della divinità del Cristo. Il generale Bertrand non riesce a credere che un uomo come Napoleone possa davvero essere convinto della divinità del Cristo. Questi poteva forse essere il cuore più nobile, il legislatore più attento, ma non un Dio che si è fatto carne.

Allora Napoleone confida al generale Bertrand: «Io conosco gli uomini e le dico che Gesù non era un uomo. Gli spiriti superficiali vedono una somiglianza tra il Cristo e i fondatori di imperi, i conquistatori e le divinità delle altre religioni. Questa somiglianza non c’è: tra il cristianesimo e qualsivoglia altra religione c’è la distanza dell’infinito […]. Lei, generale Bertrand, parla di Confucio, Zoroastro, Giove e Maometto. Ebbene, la differenza tra loro e Cristo è che tutto ciò che riguarda Cristo denuncia la natura divina, mentre tutto ciò che riguarda tutti gli altri denuncia la natura terrena […]. Cristo affida tutto il proprio messaggio alla propria morte: come può essere ciò l’invenzione di un uomo? Infatti, non lo è, ma è bensì un segno strano, una fiducia sovrumana, una realtà misteriosa. […] Ma l’impero di Cesare quanti anni è durato? Per quanto tempo Alessandro si è sostenuto sull’entusiasmo dei propri soldati? […] I popoli passano, i troni crollano ma la Chiesa resta. Allora, qual è la forza che tiene in piedi questa Chiesa assalita dall’oceano furioso della collera e del disprezzo del mondo? […] Il mio esercito ha già dimenticato me, mentre sono ancora in vita (…). Ecco qual è il potere di noi grandi uomini! Una sola sconfitta ci disintegra e le avversità si portano via tutti i nostri amici».

Il cristianesimo, ricorda Napoleone, si è diffuso in maniera differente dalle altre religioni: non si è diffuso con la forza delle armi e dello sterminio; dopo san Pietro i primi trentadue vescovi di Roma furono tutti martirizzati, senza alcuna eccezione. Diventare vescovo di Roma non significava assumere un potere particolare, ma testimoniare fino alla morte (martire) la buona novella

giovedì 5 maggio 2022

Napoleone su Gesù

 IL CINQUE MAGGIO: LA BELLA IMMORTAL BENEFICA FEDE CATTOLICA DI NAPOLEONE. Quello che i manuali scolastici non dicono (e che io ripeto a distanza di un anno per i nuovi amici di questa pagina).

Napoleone è morto giusto 201 anni fa, il CINQUE MAGGIO 1821: "Ei fu. Siccome immobile / dato il mortal sospiro / stette la spoglia immemore..." con quel che segue, fino a quegli ultimi sorprendenti versi di Manzoni, che sono un vero e proprio inno alla "bella immortal benefica fede". Tu, Fede cristiana, sei abituata a perdere tante battaglie, ma infine - da grande stratega - a vincere la guerra. Però questa è una vittoria davvero clamorosa: non era mai accaduto in 1800 anni di storia cristiana che un uomo così grande ("più superba altezza"), uno che aveva fama di mangiapreti, e che aveva usato il Papa come chierichetto quando si era autoincoronato imperatore, alla fine della vita si piegasse ai piedi del Crocifisso, "il disonor del Golgota".

Personalmente non avevo mai approfondito la cosa, finché un giorno - mi ricordo come se fosse accaduto un attimo fa - di fronte ad una porta di Gerusalemme Ettore Soranzo mi parlò di questo librettino:

Napoleone Bonaparte, Conversazioni sul cristianesimo, prefazione di Giacomo Biffi, ESD, pp. 90.

Conversazioni fedelmente trascritte dai suoi generali che erano con lui in esilio nell'isola di Sant'Elena. Due generali, uno agnostico e uno ateo, in seguito si convertirono grazie alla testimonianza del loro imperatore, il quale fra l'altro aveva chiesto e ottenuto dagli Inglesi che venisse celebrata la messa domenicale nell'isola di Sant'Elena.


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Ecco qualche frase di Napoleone:

«Sono cattolico romano, e credo ciò che crede la Chiesa»

«Il più grande miracolo di Cristo è stato fondare il regno della carità: solo lui si è spinto ad elevare il cuore umano fino alle vette dell’inimmaginabile, all’annullamento del tempo; lui solo creando questa immolazione, ha stabilito un legame tra il cielo e la terra. Tutti coloro che credono in lui, avvertono questo amore straordinario, superiore, soprannaturale; fenomeno inspiegabile e impossibile alla ragione».

«“Tutto di Gesù mi sorprende. Il suo spirito mi supera e la sua volontà mi confonde. Tra lui e qualsiasi altra persona al mondo non c’è possibilità di paragone. E’ veramente un essere a parte. Le sue idee, i suoi sentimenti, la verità che egli annuncia, la sua maniera di convincere, non si riescono a spiegare nè con le istituzioni umane nè con la natura delle cose. La sua nascita e la storia della sua vita, la profondità della sua dottrina che raggiunge davvero la vetta delle difficoltà e ne è la soluzione più ammirevole, il suo Vangelo, il suo cammino attraverso i secoli, tutto rappresenta per me un prodigio. E’ un mistero insondabile. Qui non vedo niente di umano, più guardo da vicino e più mi accorgo che tutto è al di sopra di me, tutto appare più grande. Tra il cristianesimo e qualsiasi altra religione c’è la distanza dell’infinito. Io di uomini me ne intendo e Gesù Cristo non era solamente un uomo. In Licurgo, in Numa, in Maometto, non vedo che dei legislatori i quali, poiché occupavano il primo posto nello Stato, hanno cercato la migliore soluzione al problema sociale. Non ci trovo nulla che nasconda la divinità ed essi stessi, del resto, non hanno mai alzato le loro pretese così in alto. Cerco invano nella storia qualcuno simile a Gesù Cristo o qualcuno che comunque si avvicini al Vangelo. Anche gli empi non hanno mai osato negare la sublimità del Vangelo che ispira loro una specie di venerazione obbligata! Che gioia procura questo libro! Dal primo giorno fino all’ultimo, egli è lo stesso, sempre lo stesso, maestoso e semplice, infinitamente severo e infinitamente dolce. Che parli o che agisca, Gesù è luminoso, immutabile, impassibile. Gesù si è impadronito del genere umano. Mentre tutto ciò che egli ha fatto è divino, negli altri, Zoroastro, Numa, Maometto, non c’è nulla, al contrario, che non sia umano. L’azione di questi mortali si limita alla loro vita. Cristo si tratta forse di una invenzione dell’uomo? No, al contrario è una realtà inspiegabile. Gesù è il solo che abbia osato tanto. E’ il solo che abbia detto chiaramente e affermato senza esitazione egli stesso di sé: io sono Dio. Voi parlate di Cesare e di Alessandro, delle loro conquiste e dell’entusiasmo che seppero suscitare nel cuore dei soldati, ma quanti anni è durato l’impero di Cesare? Per quanto tempo si è mantenuto l’entusiasmo dei soldati di Alessandro? Invece per Cristo è stata una guerra, un lungo combattimento durato trecento anni, cominciato dagli apostoli e proseguito dai loro successori e dall’onda delle generazioni cristiane. E che dura tuttora. Dopo san Pietro i trentadue vescovi di Roma che gli sono succeduti sulla cattedra hanno, come lui, subito il martirio. Durante i tre secoli successivi, la cattedra romana fu un patibolo che procurava sicuramente la morte a chi vi veniva chiamato. In questa guerra tutti i re e tutte le forze della terra si trovano da una parte, mentre dall’altra non vedo nessun esercito, ma una misteriosa energia, alcuni uomini sparpagliati qua e là nelle varie parti del globo e che non avevano altro segno di fratellanza che una fede comune nel mistero della Croce. Potete concepire un morto che fa delle conquiste con un esercito fedele e del tutto devoto alla sua memoria? Potete concepire un fantasma che ha soldati senza paga, senza speranza per questo mondo e che ispira loro la perseveranza e la sopportazione di ogni genere di privazione? Questa è la storia dell’invasione e della conquista del mondo da parte del cristianesimo. [...] Con un prodigio che supera ogni prodigio. Egli vuole l’amore degli uomini, vuole, cioè, la cosa al mondo più difficile da ottenere. Ciò che un saggio domanda inutilmente a qualche amico, ciò che un padre chiede ai suoi figli, la sposa al suo sposo, un fratello al fratello, in una parola il cuore, questo e ciò che egli vuole per sè. Lo esige in forma assoluta e immediatamente lo ottiene. Così egli conferma ai miei   la sua natura divina. Alessandro, Cesare, Annibale, Luigi XIV, con tutto il loro genio hanno fallito su questo punto. Hanno conquistato il mondo e non sono riusciti ad avere un amico. [...]L’esistenza del Cristo è da un capo all’altro un tessuto misterioso, lo ammetto. Ma questo mistero risponde a delle difficoltà che si ritrovano in tutte le esistenze. Rifiutatele e il mondo diventa un enigma. Accettatele e avrete una soluzione ammirevole della storia umana. [...]Il Vangelo possiede una virtù segreta, un "non so che" che affascina il cuore. Nel meditarlo si prova la stesso sentimento che a contemplare il cielo. Il Vangelo non è un libro, è un essere vivente, con una capacità di azione, con una potenza che invade tutto quello che si oppone alla sua espansione. Eccolo su questo tavolo, questo che è il libro per eccellenza (e qui l’Imperatore lo sfiora con rispetto). Non mi stanco mai di leggerlo, ogni giorno e sempre con lo stesso piacere. Il Cristo non muta. Non esita mai nel suo insegnamento e la sua più piccola affermazione ha un’impronta di semplicità e di profondità che cattura l’ignorante e il sapiente, per poco che vi prestino la loro attenzione. Da nessuna parte si ritrova questa serie di belle idee, di belle massime morali, che sfilano come battaglioni della milizia celeste e producono nel nostro animo lo stesso sentimento che si prova considerando la distesa infinita del cielo quando, in una bella notte d’estate, risplende di tutta la luce degli astri. Non soltanto il nostro spirito è occupato, ma è dominato da questa lettura e l’anima con questo libro non corre mai il rischio di smarrirsi. [...]Ciò che strappa la convinzione sono tutti i vantaggi e la felicità che derivano da una simile credenza. L’uomo che crede è felice!»

Il libro è di 90 pagine. A questo link si possono trovare le prime 27: http://www.napoleonbonaparte.eu/.../Conversazioni-sul...

martedì 4 febbraio 2014

Lezioni di catechismo, un Napoleone inusuale

Lezioni di catechismo, un Napoleone inusuale

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Napoleone? Chi sono io per giudicarlo? E’ uscito, per le Edizioni Studio Domenicano, un interessante libro che raccoglie passi significativi delle “Conversazioni sul cristianesimo” che il Bonaparte ebbe nel suo esilio di Sant’Elena. Quello che vien fuori è un Napoleone apologeta cristiano, anzi cattolico. A condire il tutto la prefazione del Card. Giacomo Biffi che, dicono i ben informati, dopo questa “scoperta” desidera essere chiamato “Sua Altezza Imperiale”.
Il cardinale emerito di Bologna, a cui di certo non manca il gusto dell’ironia, scrive che si è trovato “singolarmente consonante” con alcune affermazioni di quello che molti considerano il capo degli anticlericali di ieri e di oggi; in particolare si è ritrovato quando l’Imperatore confida ai suoi compagni di esilio che “tra il cristianesimo e qualsivoglia altra religione c’è la distanza dell’infinito”. In questo modo – scrive Biffi – ha colto “la sostanziale alterità tra l’evento cristiano e le dottrine religiose.”
Certo, siamo a Sant’Elena, e Napoleone ormai aveva dietro le spalle i trionfi e davanti la sua fine, da Imperatore forse la sua adesione al cristianesimo era più formale che non sostanziale, probabilmente niente più che un utile consuetudine in cui era cresciuto. Disposto anche a sacrificarla pur di raggiungere i suoi obiettivi. Ma queste conversazioni dall’esilio ci mostrano una consapevolezza che stupisce, una capacità di riflettere sulla fede che farebbe comodo a molti catechisti di oggi, forse anche a qualche pastore che sul pulpito appare un po’ insipido.
“Qui [a Sant'Elena NdA] voglio un prete, voglio seguire la Messa e professare la mia fede!”, dice Napoleone al generale de Montholon. Una conversione? Paura della morte? A leggere queste conversazioni sembra piuttosto di assistere ad una forma di pentimento, visto che l’Imperatore “materialista e saccheggiatore di chiese” dimostra di avere profonda consapevolezza del suo credo. Così profonda che c’è da andare a lezione di catechismo da Napoleone. Chi l’avrebbe mai detto?
Oggi che alle prove razionali dell’esistenza di Dio non crede quasi più nessuno, a volte nemmeno nei seminari, il Bonaparte oppone una netta convinzione: “Si vede l’effetto e da questo si risale alla causa e si crede che questa causa esista”. Anche sulle legge morale naturale, oggi profondamente attaccata, Napoleone mostra di avere un’idea precisa: c’è una verità originaria che risale alla preistoria dell’uomo, e questa è la legge naturale che troviamo presso tutti gli uomini, legge che è stata scritta da Dio stesso nei nostri cuori. Dalla legge naturale derivano: il dovere, la giustizia, l’esistenza di Dio, la nozione che l’uomo è costituito di anima e di corpo.”
Insospettabile la sua difesa della Chiesa perchè – dice – “chi sostiene di non riconoscere alcun dogma, né alcuna dottrina può smentire o rifiutare domani ciò in cui dice di credere oggi. (…) L’individuo lasciato a sé stesso, si abbandona allo scetticismo.” L’Imperatore a Sant’Elena riconosce l’importanza dell’autorità per confermare nella fede, senza la Chiesa cattolica, apostolica e romana non c’è che confusione. “I popoli passano, i troni crollano, ma la Chiesa resta. Allora – si chiede Bonaparte – qual’è la forza che tiene in piedi questa Chiesa assalita dall’oceano furioso della collera e del disprezzo del mondo? Come potrebbe una fede resistere sullo stelo fragile dell’errore?”
La risposta a queste domande è contenuta in un lungo discorso che verte sulla divinità di Gesù Cristo, quella divinità che lo porta ad affermare: “Sono cattolico romano e credo ciò che crede la Chiesa”. Parola di Napoleone Bonaparte, il quale dà una definizione del credo cattolico che sarà meglio appuntarsi perchè non si sente troppo spesso, specialmente oggi che, proprio dopo la rivoluzione francese e tutte le sue variazioni sul tema, viviamo un’epoca dove la fede è diluita nel fai da te.
Il cattolicesimo non è la religione del tale o del tal altro, ma la verità del dogma che risale ai concili, ai papi, fino a Gesù Cristo stesso; ha le caratteristiche di un fatto storico e di uno divino; si pone al di sopra delle passioni e dei vizi; è un sole che illumina misteriosamente e maestosamente la nostra anima; è infinitamente superiore al nostro spirito, e al contempo appropriato alle persone semplici; la sua virtù agisce nell’intimo dei cuori, come la linfa all’interno degli alberi.” (La Voce di Romagna, 3/11/2013)

domenica 10 novembre 2013

Ei fu papista e antigiacobino. Il Napoleone cattolico che non vi hanno mai raccontato

Ei fu papista e antigiacobino. Il Napoleone cattolico che non vi hanno mai raccontato 

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novembre 10, 2013 Francesco Amicone
Crudele, anticlericale, superstizioso. Così è stato raccontato Bonaparte. Ora il cardinal Biffi presenta il memoriale dell’Imperatore, dove emerge un uomo “nuovo”, affascinato dalla fede come «adesione, non a una teoria, ma a una persona viva, Gesù»
napoleone-bonaparte«Mai in un uomo si è veduta una simile combinazione di crudeltà, tirannia, petulanza, dissolutezza, lusso, ed avarizia, come in Napoleone». Bonaparte aveva la rogna, piangeva come una fanciulla, soffriva di continui svenimenti, cacciava a pestoni le amanti dal letto, esiliava gli amici di infanzia, esultava per aver ricevuto una lettera dello Zar. Era faceto, senza religione ma «estremamente superstizioso», «insolente e offensivo nelle conversazioni private». Con queste parole, Lewis Goldsmith, in The Secret History of the Cabinet of Bonaparte (1811) inaugurò la campagna di delegittimazione pubblica contro l’imperatore dei francesi.
Se la missione propagandistica fu un fallimento quasi completo, lo si deve al fascino esercitato dalle sue vittorie e anche ai molti memoriali che uscirono a distanza di pochi anni dalla sua morte. Uno dei più interessanti fu pubblicato a Parigi nel 1840 ed è stato recentemente tradotto in italiano. Si tratta di Sentiment de Napoléon sur le christianisme, Conversations religieuses. Le Conversazioni sul Cristianesimo, pubblicato dall’editrice Esd, contiene un estratto del memoriale, le testimonianze degli uomini esiliati con lui, che confermano l’adesione al cattolicesimo di Napoleone, già poeticamente rivelata da Alessandro Manzoni, nella poesia Il Cinque Maggio.
«Quello che esce da queste pagine», scrive il cardinale Giacomo Biffi, che ne ha promosso la pubblicazione, è un cristiano devoto. Per Napoleone «la fede e la religione erano l’adesione convinta, non a una teoria o a un’ideologia, ma a una persona viva, Gesù Cristo, che ha affidato l’efficacia perenne della sua missione di salvezza a “un segno strano”, alla sua morte sulla croce».

Le testimonianze raccolte dagli uomini della corte riunita sull’isola di Sant’Elena, che condivisero con lui gli ultimi 6 anni di vita, svelano dell’Imperatore l’intimità religiosa. Le conversazioni sono riportate dalle annotazioni dei due medici che l’ebbero in cura e dalle parole del suo esecutore testamentario Charles Tristan De Montholon. All’approssimarsi della morte, il generale corso si faceva trovare in camera con il Vangelo sul tavolino, e parlava tranquillamente del cristianesimo e di Dio. Non lo aveva mai fatto. «Io lo sento, questo Dio, lo vedo, ne ho bisogno, credo in lui», confida a De Montholon.
Bonaparte si dice affascinato da Gesù, dalla sua persuasione, che esercita «con un richiamo al cuore, e non con uno spiegamento sontuoso di logica». «Il suo spirito mi supera, e la sua volontà mi stupisce; tra lui e qualsivoglia altro nel mondo non può esserci un possibile termine di paragone», afferma. Napoleone, nel Vangelo, vede la nascita di Gesù, la storia della sua vita, la profondità del suo dogma come un «mistero insondabile». «Questo mistero – dice – è perennemente sotto i miei occhi, e io non posso né negarlo, né tanto meno spiegarlo. In tutto ciò non c’è niente di umano. Più tento di avvicinarmi, di esaminarlo da vicino, più il mistero mi trascende, e rimane di una grandezza soverchiante; e più medito, più il mistero diventa inafferrabile».

napoleone-conversazioni-cristianesimo-biffiIl suono delle campane
Nel fare sarcastico e paternalistico di Napoleone, anche il bonapartista Antoine Claire Thibaudeau riscontrò una inclinazione al misticismo. Lo rileva nelle sue memorie sul Consolato, in un incontro nella residenza di Malmaison, nei pressi di Parigi, a margine del concordato con cui, nel 1801, Napoleone ristabilì il culto cattolico in Francia. Thibaudeau riporta il colloquio che avvenne tra l’imperatore e un membro del Consiglio di Stato.
Giustificando il Concordato con la Chiesa, e il ripudio delle dottrine sull’Essere Supremo, figlie del giacobinismo, Napoleone dice: «Domenica scorsa ero qui, in questo giardino, in questa solitudine, in questo silenzio della natura. Poco lontano la campana di Rueil risuonò alle mie orecchie: fui commosso; tanto è forte la potenza delle prime abitudini e dell’educazione. Allora dissi a me stesso: che impressione deve fare questo su uomini semplici e creduli! I vostri filosofi, i vostri ideologi rispondano a questo! Abbiamo bisogno di una religione per il popolo».

Grazie a quel Concordato, Napoleone ricevette la consacrazione del Papa Pio VII alla Repubblica e la conferma della vendita dei beni ecclesiastici, sottratti durante gli anni rivoluzionari. In compenso, «onori militari, in favore di Gesù, furono inseriti nel bollettino delle leggi».Nelle conversazioni a Sant’Elena, l’imperatore si sofferma anche su quegli anni e sullo strano rapporto che intrattenne con Pio VII, che fece “rapire” nel 1811 e che liberò soltanto in prossimità della sua fine politica. «Quando il Papa era in Francia», racconta Napoleone a De Montholon, «gli assegnai un palazzo magnifico a Fontainebleau, e 100.000 corone al mese; avevo messo a sua disposizione 15 vetture per lui e per i cardinali, anche se non uscì mai. Il papa era esausto per le calunnie in base alle quali si pretendeva che io lo avessi maltrattato, calunnie che il papa smentì pubblicamente».
Non sono battute ironiche. A confermarne la veridicità ci sono gli scritti del Cardinal Bartolomeo Pacca (che Napoleone fece imprigionare), il quale ricorda la contentezza di Pio VII, dopo le visite con il suo persecutore corso. Il vecchio Papa lo chiamava «caro figliolo», «figliolo caparbio». Lo stesso Napoleone confessa ai compagni di Sant’Elena di provare per Pio VII dell’affetto. Lo ritiene un uomo «buono, dolce e bravo», che non ha mai rinunciato alla speranza che si confessasse con lui: «e me lo ha anche più volte ripetuto, con innocente dolcezza, mentre discorrevamo da buoni amici: “Prima o poi, lei lo farà, con me o con qualche altro, e vedrà quale gioia e felicità ne avrà lei stesso”». Napoleone a quella richiesta sempre si sottrasse: «Santità – gli diceva – ora sono troppo occupato; lo farò quando sarò vecchio».
L’educazione religiosa
Bonaparte non fu mai ateo. A Sant’Elena lo ribadisce: era un corso, aveva ricevuto un’educazione religiosa. Aveva vissuto a Parigi negli anni atei rivoluzionari, senza abbracciare alcuna filosofia. Era un guerriero e vedeva nella religione del popolo, la sua religione, tanto da difendere la necessità dell’esistenza di un clero, come riferisce ancora Thibaudeau: «Ci saranno sempre i preti, finché ci sarà senso religioso nel popolo»; a chi gli chiede di abolire la casta, spiega: «Sono andati i tempi buoni», «non c’è più nulla da prendere al clero».

Napoleone, in seguito, cercando di sottrarre Roma al papato subì la scomunica. E da quel momento, la fortuna si rovesciò. In pochi anni, arrivarono sconfitta ed esilio; l’umiliazione e la paura del viaggio che lo portò all’Elba, mentre il popolo lo inseguiva per metterlo a morte, accusandolo di essere il peggiore dei tiranni. Quando giunse in Italia, Bonaparte era spossato e senza speranza. Ma si commosse dell’accoglienza degli isolani. E, al Te Deum, nella chiesa di Porto Ferraio, qualcuno lo vide piangere. Nemmeno quando tornò al potere durante i “cento giorni”, le spie straniere riuscirono a risolvere il mistero di quel comportamento amletico, «commediante», che l’imperatore aveva tenuto durante quei giorni all’Elba.
Sull’isola aveva mangiato la zuppa con i pescatori di Porto Ferraio, giocato a carte con le signorine dell’isola e si era fatto beffe dei cortigiani, infilando pesci nelle tasche. Si era dato alla zappa e alla costruzione della sua nuova “reggia”, immaginando camere, e saloni. Nei momenti di sconforto aveva infilzato il terreno con il bastone. Si era mosso per il suo nuovo piccolo regno a cavallo, intrattenendo conversazioni con i suoi nuovi “sudditi”.

«Sia fatta la volontà di Dio»
Il secondo esilio, a Sant’Elena, definitivo, ormai chiude la sua epoca. Napoleone è consapevole che non rivedrà più la patria e gli onori. Non ha più nulla da nascondere, quando inizia la lunga malattia che lo porterà alla morte, e al Generale Bertrand, che sull’Elba era stato vittima delle sue burle, dice, lasciandolo di stucco: «Se lei non capisce che Gesù Cristo è Dio, ebbene ho sbagliato io a nominarla generale!». Ai cortigiani, almeno inizialmente stupiti di quella devozione, Bonaparte spiega che la causa della conversione è da rintracciarsi nelle opere della madre e del vescovo di Nantes, i quali lo hanno «aiutato a raggiungere la piena adesione al cattolicesimo».
Fra una lamentazione e l’altra (sostiene di aver avuto «più traditori di Augusto»), intrattiene discorsi teologici e ordina di costruire un altare per dire Messa. Gli mancano il suono delle campane, la moglie, il figlio. Gli mancano persino i preti, e di tanto in tanto, pensa di crearne uno: «E se io, Imperatore consacrato, vescovo io stesso – dice a De Montholon – ne consacrassi uno qui? Clodoveo e i suoi successori non erano stati consacrati con la formula di Rex Christique sacerdos? Non era quella la vera carica di vescovo?». Alla fine si decide a chiedere allo zio vescovo un prete colto che abbia meno di quarant’anni.

«Avrei desiderato rivedere mia moglie e mio figlio; ma sia fatta la volontà di Dio», con questo sentimento Bonaparte si avvicina alla morte. Stando alle cronache, chiede all’abate Vignali di confessarlo, dà disposizioni sulla camera ardente e si fa somministrare il santo viatico. Muore, il 5 maggio del 1821, secondo testamento, nella religione Cattolica romana e apostolica.

lunedì 12 agosto 2013

I banchieri e non i capi dello Stato che dirigono le cose

 
I banchieri e non i capi dello Stato che dirigono le cose 
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"Quando uno Stato dipende per il denaro dai banchieri, sono questi stessi e non i capi dello Stato che dirigono le cose. La mano che dà sta sopra a quella che prende. I finanzieri sono senza patriottismo e senza decoro". 
 Napoleone Bonaparte

lunedì 27 agosto 2012

L’errore più grande

L’errore più grande
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l'ha capito lui... lo capiranno loro?
Ormai prossimo alla sua fine, nell’isola di Sant’Elena, Napoleone fu intervistato da un giornalista francese. Alla domanda: «Se tornasse indietro, quale errore non rifarebbe», il grande persecutore della Chiesa rispose: «L’errore più grande che ho fatto è qualcosa a cui nessuno pensa. E cioè la pretesa di distruggere la Chiesa cattolica. Io credevo che la Chiesa fosse come una sorta di serpente, per cui, schiacciata la testa, sarebbe morta. E invece, più schiacciavo questa testa (l’allusione all’esilio di Pio VI e Pio VII è chiara), e più mi accorgevo che la Chiesa mi rinasceva tra le mani. Ho combattuto contro potentissimi eserciti, eppure non ho mai dubitato di combattere contro realtà limitate; ma combattendo contro la Chiesa, mi sono accorto di combattere non solo contro degli uomini!».
Prima di morire, Napoleone si riconciliò con la Chiesa, si confessò e riprese la pratica della Comunione.
Da Il timone, 2005

sabato 18 febbraio 2012

napoleone


Nerone è ancora tra noi ***
Di Antonio Socci
Libero – 03/02/2009
Che spettacolo. Ogni giorno valanghe di fango, da quei cannoni che sono i mass media e i potenti di questo mondo, contro la Chiesa. Ogni giorno oltraggi, calunnie, dileggi. E lei, bella, dolce, inerme, indifesa che subisce cercando – come una madre premurosa – di proteggere i suoi figli più piccoli dallo scandalo continuo. Come si fa a non amare questa Chiesa, così vulnerabile, indifesa, così umanamente povera da rendere evidentissimo che è sorretta dalla presenza formidabile di un Altro. Altrimenti mai avrebbe potuto arrivare al XX secolo e abbracciare il mondo intero e continuare a far innamorare tanti cuori di quel volto. Del Salvatore.
Lei, la Chiesa di Cristo, la Santa Chiesa, che ha subito fin dalla sua nascita le più feroci persecuzioni e che nel XX secolo ha dovuto sopportare il più oceanico macello della sua storia (45 milioni di credenti che hanno perduto la vita, in modo diretto o indiretto a causa della loro fede: dati provenienti da Oxford non dal Vaticano), lei che è stata perseguitata a tutte le latitudini, sotto tutti i regimi (da quello della Cina dei Boxers di inizio secolo, a quello massonico messicano, da quelli comunisti a quelli nazisti e fascisti fino a quelli pagani e a quelli islamici), lei che ha subìto il primo genocidio del Novecento, quello degli armeni. Ma non interessano a nessuno i morti cristiani, le suore rapite, i missionari uccisi i cristiani cacciati da tanti Paesi. E’ forse interessato a qualcuno il lungo genocidio consumatosi a Timor Est o quello ventennale del Sudan ad opera del regime jihadista contro i cristiani del Sud, con due milioni di morti, quattro milioni di profughi e centinaia di migliaia di donne e bambini catturati e venduti come schiavi al Nord? A nessuno. Se ne accorse il New York Times nel 1998.
Ma Gesù lo aveva detto: “Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”, “hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”, “diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”, vi trascineranno davanti ai loro tribunali, vi tortureranno, vi metteranno a morte. Infatti non ci si è accontentati di macellare i cristiani: li si vuole anche infangati, disonorati. Anche quando loro – vittime di tutte le ideologie totalitarie – si sono presi cura, pressoché da soli, di altre vittime come i loro fratelli ebrei, anche quando il Papa Pio XII con migliaia di preti e suore, a rischio della loro stessa vita (vedi padre Kolbe), minacciati loro stessi di morte, hanno salvato centinaia di migliaia di poveri ebrei braccati da quell’ideologia pagana che già faceva strage di cattolici polacchi, anche dopo questa immensa e commovente impresa – che dopo la guerra fece sgorgare i più sinceri ringraziamenti dei maggiori esponenti del mondo ebraico e dei tanti salvati (anche esponenti politici avversi alla Chiesa) – anche dopo un evento del genere in cui la Chiesa pressoché da sola (come scrisse Albert Einstein) si oppose al Satana pagano hitleriano, anche dopo ciò alla Chiesa tocca l’onta dell’accusa di razzismo, ideologia biologista che è l’esatto opposto del cattolicesimo e che è nata proprio in odio al cristianesimo…
Ma questa sembra essere la sua sorte: la stessa di Gesù. L’odio del mondo. La mano assassina non è arrivata a colpire perfino il Papa stesso in piazza San Pietro? E già sul suo predecessore, Pio XII, non gravava un progetto di deportazione da parte dei nazisti? E un altro predecessore non era stato già deportato, 150 anni prima, da Napoleone?
Del resto perfino nella democrazie – se proprio non vogliamo ricordare il bagno di sangue cristiano che fu la Rivoluzione francese o le feroci persecuzioni della conquista piemontese (più di 60 vescovi italiani arrestati 
o esiliati, migliaia di frati e suore cacciati dai loro conventi e la Chiesa espropriata di tutto) – perfino nelle democrazie, dicevo, la Chiesa è odiata, perseguitata.
C’è qualcuno che ricordi come nella Inghilterra madre della democrazia (quella che proprio dalla Chiesa aveva imparato da democrazia con la Magna Charta) oggi, a 500 anni dalla svolta anglicana (imposta da un re tiranno) è ancora proibito a un cattolico diventare cancelliere? Blair ha dovuto aspettare, a dare la notizia della sua conversione, di aver perduto la carica. Pensate se vigesse un’analoga proibizione – che so – per gli atei o gli ebrei, o gli islamici…
E perfino negli Usa si è dovuto aspettare duecento anni perché un cattolico, nel 1960, diventasse presidente americano. E quante rassicurazioni dovette dare Kennedy, attaccato proprio in quanto cattolico che – come tale – non doveva andare alla Casa Bianca (in ogni caso fece subito una brutta fine e nessun cattolico più ci è tornato).
Ma, si sa, è proibito guardare la storia per quello che è. Sempre e solo sul banco degli accusati devono stare i cattolici. Ciononostante la Chiesa non fa mai vittimismo, non polemizza, non si perde in discussioni e controversie. Addirittura per volere di quel grandissimo Papa che è stato Giovanni Paolo II, che pure aveva provato sulla sua pelle sia la persecuzione nazista, che quella comunista e infine le pallottole di Ali Agca, arrivò quel gesto inaudito, stupendo che fu il grande “mea culpa” dell’Anno Santo: dalla Chiesa di Roma, che avrebbe avuto tutti i titoli, alla fine del Novecento, per puntare il dito su tutti i poteri e le ideologie del mondo che l’avevano straziata, venne questo struggente atto di umiltà, perché il mondo sapesse, capisse, che ai cristiani non interessa rivendicare meriti, né interessa aver ragione, ma – riconoscendosi peccatori, ultimi fra gli uomini e veramente indegni del dono che hanno avuto da Dio – a loro interessa solo indicare quel volto bellissimo che ci salva, in cui Dio si è fatto carne ed è venuto a salvarci.
Con il cui amore (cantato attraverso duemila anni di bellezza dagli artisti cristiani) hanno insegnato all’umanità a prendersi cura dei sofferenti, dei derelitti, coprendo il mondo di opere di carità e di ospedali. E ancora oggi, come sempre, la Chiesa quasi da sola, sentendo tutti gli uomini come suoi figli (anche coloro che la odiano), premurosamente fa sentire la sua voce contro l’immane massacro delle vite più indifese e innocenti (un miliardo in 40 anni), contro le risorgenti ideologie della morte, contro l’orrore della fame, dell’industria della guerra, contro l’odio che dilania i cuori e il mondo, contro tutte le violenze.
Ma ancora una volta la Chiesa è per questo vilipesa, oltraggiata, infangata, derisa (ora accusata falsamente di tacere, ora accusata dagli stessi di parlare: sempre in ogni caso odiata). Che spettacolo! Come si fa a non accorgersi che è veramente una cosa dell’altro mondo in questo mondo. E’ divina. Così la considerò uno dei suoi persecutori, arrivato alla fine della vita, nell’esilio di Sant’Elena, Napoleone Bonaparte: “Tra il cristianesimo e qualsiasi altra religione c’è la distanza dell’infinito. Conosco gli uomini e vi dico che Gesù non è (solo) un uomo…”.
I pensieri del Bonaparte, riportati in “Conversazioni religiose” (Editori riuniti), sono di questo tenore: “Tutto di Gesù mi sorprende. Il suo spirito mi supera e la sua volontà mi confonde. Tra lui e qualsiasi altra persona al mondo non c’è possibilità di paragone. E’ veramente un essere a parte... E’ un mistero insondabile… Cerco invano nella storia qualcuno simile a Gesù Cristo o qualcuno che comunque si avvicini al Vangelo… Nel suo caso tutto è straordinario…. Anche gli empi non hanno mai osato negare la sublimità del Vangelo che ispira loro una specie di venerazione obbligata! Che gioia procura questo libro!”. “Dal primo giorno fino all’ultimo, egli è lo stesso, sempre lo stesso, maestoso e semplice, infinitamente severo e infinitamente dolce… Che parli o che agisca, Gesù è luminoso, immutabile, impassibile…”. “Gesù è il solo che abbia osato tanto. E’ il solo che abbia detto chiaramente e affermato senza esitazione egli stesso di sé: io sono Dio…”. 

Napoleone constata il suo potere divino nei fatti storici: “Voi parlate di Cesare e di Alessandro, delle loro conquiste e dell’entusiasmo che seppero suscitare nel cuore dei soldati” osservava Napoleone “ma quanti anni è durato l’impero di Cesare? Per quanto tempo si è mantenuto l’entusiasmo dei soldati di Alessandro?”.
Invece per Cristo “è stata una guerra, un lungo combattimento durato trecento anni, cominciato dagli apostoli e proseguito dai loro successori e dall’onda delle generazioni cristiane. Dopo san Pietro i trentadue vescovi di Roma di Roma che gli sono succeduti sulla cattedra hanno, come lui, subito il martirio. Durante i tre secoli successivi, la cattedra romana fu un patibolo che procurava sicuramente la morte a chi vi veniva chiamato… In questa guerra tutti i re e tutte le forze della terra si trovano da una parte, mentre dall’altra non vedo nessun esercito, ma una misteriosa energia, alcuni uomini sparpagliati qua e là nelle varie parti del globo e che non avevano altro segno di fratellanza che una fede comune nel mistero della Croce… Potete concepire un morto che fa delle conquiste con un esercito fedele e del tutto devoto alla sua memoria? Potete concepire un fantasma che ha soldati senza paga, senza speranza per questo mondo e che ispira loro la perseveranza e la sopportazione di ogni genere di privazione?... Questa è la storia dell’invasione e della conquista del mondo da parte del cristianesimo… I popoli passano, i troni crollano e la chiesa rimane! Quale è, dunque, la forza che mantiene in piedi questa chiesa, assalita dall’oceano furioso della collera e dell’odio del mondo? Qual è il braccio, dopo diciotto secoli, che l’ha difesa dalle tante tempeste che hanno minacciato di inghiottirla?” 


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chiesa, socci, napoleone

lunedì, 10 novembre 2008

Gesù Cristo
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« Come mai, quindi, un ebreo, la cui esistenza storica è testimoniata con piu sicurezza di tutte quelle del tempo in cui visse, lui solo, figlio di un falegname, si presenti subito come Dio stesso, come l'essere per eccellenza, come il creatore degli esseri. Egli si arroga ogni forma di adorazione. Costruisce il suo culto con le sue mani, non con le pietre ma con gli uomini. Ci si esalta davanti alle conquiste di Alessandro! Ebbene, ecco un conquistatore che confisca a proprio vantaggio, che unisce, che aggrega a sé non una nazione ma la specie umana. Che miracolo! L'anima umana con tutte le sue facoltà diventa un'appendice dell'esistenza di Cristo.
E in che modo accade questo? Con un prodigio che supera ogni prodigio. Egli vuole l'amore degli uomini, vuole, cioè, la cosa al mondo piu difficile da ottenere. Ciò che un saggio domanda inutilmente a qualche amico, ciò che un padre chiede ai suoi figli, la sposa al suo sposo, un fratello al fratello, in una parola il cuore, questo e ciò che egli vuole per sè. Lo esige m forma assoluta e immediatamente lo ottiene. Così egli conferma ai miei occhi la sua natura divina. Alessandro, Cesare, Annibale, Luigi XIV, con tutto il loro genio hanno fallito su questo punto. Hanno conquistato il mondo e non sono riusciti ad avere un amico»
Napoleone,Conversazioni religiose  Editori Riuniti

Postato da: giacabi a 21:00 | link | commenti
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sabato, 08 novembre 2008

  Maometto
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Senza dubbio Maometto proclama l’unità di Dio. Questa verità è l’essenza e il dogma principale della sua religione. Lo riconosco, ma tutti sanno che egli lo afferma a partire da Mosè e dalla tradizione ebraica. Lo spirito di Maometto, o piuttosto la sua immaginazione, ha pagato il prezzo di tutti gli altri dogmi del Corano, libro pieno di confusione e di oscurità, di un riformatore appassionato che si tormenta per risolvere con il genio delle questioni che sono piu alte del genio e che non arriva ad altro che a degli errori grossolani, tanto è vero che non è dato a nessuno, neppure a un grand'uomo, di poter dire niente di soddisfacente su Dio, sul paradiso e sulla vita futura, se Dio stesso non lo istruisce preventivamente!
Maometto, quindi, è vero soltanto quando si appoggia sulla Bibbia e sul sentimento innato della fede in Dio. .
Per tutto il resto il Corano non è davvero altro che un sistema ardito di dominio e di invasione politica.Ovunque in Maometto si scopre l'uomo ambizioso, il vile adulatore di tutte le passioni piu care al cuore degli uomini! Come carezza la carne, che spazio riserva alla sensualità!
Vuole portare l'Arabo verso la verità di Dio, oppure verso la seduzione di tutte le gioie permesse in que- sta vita e promesse come speranza e ricompensa nell'altro?
Bisognava conquistare un popolo. l'appello alle passioni era, dunque, necessario. Ebbene, vi è riuscito! Ma la causa del suo trionfo sarà la causa della sua rovina. Presto o tardi la mezzaluna sparirà dalla scena del mondo e la Croce vi rimarrà!
La sensualità in ultima analisi uccide le nazioni, cosi come uccide gli individui che sono cosi folli da farne il fondamento della loro esistenza!Questo falso profeta, inoltre, si rivolge a una sola nazione, e ha sentito il bisogno, di giocare due ruoli, il ruolo politico e quello religioso. Egli ha effettivamente conquistato e posseduto tuttà' la potenza del primo. Quanto al secondo, se ne ha avuto il prestigio non ne ha avuto la sostanza. Non ha mai fornito prove della divinità della sua missione. Una o due volte vuole misurarsi con un miracolo e fallisce miseramente. Nessuno crede ai suoi miracoli, perché Maometto stesso non ci credeva e questo prova che non è poi cosi facile come si immagina di imporsi in questo modo.
Se a Maometto si addice bene il titolo di impostore, esso ripugna talmente a quello di Cristo che credo che nessun nemico del cristianesimo abbia mai osato attribuirglielo!
E tuttavia non c'è una via di mezzo: Cristo o è un impostore o è Dio.
 Napoleone,Conversazioni religiose  Editori Riuniti


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islam, napoleone

giovedì, 06 novembre 2008

 Gesù Cristo
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«Conosco gli uomini e vi dico
che Gesù non è un uomo. Gli spiriti superficiali scorgono una somiglianza tra il Cristo e i fondatori di Imperi, i conquistatori e le divinità di altre religioni. Questa somiglianza non esiste. Tra il cristianesimo e qualsiasi altra religione c'è la distanza dell'infinito.»
Napoleone,Conversazioni religiose  Editori Riuniti


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cristianesimo, gesù, napoleone

martedì, 04 novembre 2008

Il Creatore
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“Si, esiste una causa divina, una ragione sovrana, un essere infinito. Questa causa è la causa delle cause; questa ragione è la ragione creatrice dell'intelligenza. Esiste un essere infinito, a paragone del quale, generale Bertrand, non siete che un atomo; a paragone del quale io, Napoleone, con tutto il mio genio, sono un vero niente, un puro nulla, mi capite? Lo sento questo Dio... lo vedo... ne. ho bisogno, credo in lui... Se voi non lo sentite, se non voi non ci credete, ebbene, tanto peggio per voi.”
 Napoleone,Conversazioni religiose  Editori Riuniti

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dio, napoleone

lunedì, 03 novembre 2008

Il cristianesimo soddisfa completamente la ragione
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“Fondata sulla Bibbia, questa dottrina spiega meglio di ogni altra le tradizioni del mondo. Le chiarisce e gli altri dogmi vi si raccordano strettamente come gli anelli ben fermati della stessa catena. L'esistenza del Cristo è da un capo all'altro un tessuto misterioso, lo ammetto. Ma questo mistero risponde a delle difficoltà che si ritrovano in tutte le esistenze. Rifiutatele e il mondo diventa un enigma. Accettatele e avrete una soluzione ammirevole della storia umana.
Il cristianesimo ha un vantaggio su tutti i filosofi e su tutte le religioni. I cristiani non si fanno illusioni sulla natura delle cose. Ad essi non si può rimproverare né la sottigliezza, né la ciarlataneria degli ideologi, che hanno creduto di risolvere il grande enigma delle questioni teologiche con delle inutili dissertazioni su questi grandi argomenti. Insensati, la cui follia rassomiglia a quella di un bambino che vuole toccare il cielo con la mano o che chiede la luna come giocattolo e curiosità! Il cristianesimo dice con semplicità: "Nessun uomo ha visto Dio, se non è egli stesso Dio. Dio ha rivelato ciò che egli è: la sua Rivelazione è un mistero che né la ragione né lo spirito possono concepire. Ma poiché Dio ha parlato, bisogna credere". Questo è di grande buon senso.
Il Vangelo possiede una virtù segreta, un non so che affascina il cuore. Nel meditarlo si prova la stesso sentimento che a contemplare il cielo. Il Vangelo non è un libro, è un essere vivente, con una capacità di azione, con una potenza che invade tutto quello che si oppone alla sua espansione. Eccolo su questo tavolo, questo che è il libro per eccellenza (e qui l'Imperatore lo sfiora con rispetto). Non mi stanco mai di leggerlo, ogni giorno e sempre con lo stesso piacere.
Il Cristo non muta. Non esita mai nel suo insegnamento e la sua più piccola affermazione ha un'impronta di semplicità e di profondità che cattura l'ignorante e il sapiente, per poco che vi prestino la loro attenzione. Da nessuna parte si ritrova questa serie di belle idee, di belle massime morali, che sfilano come battaglioni della milizia celeste e producono nel nostro animo lo stesso sentimento che si prova considerando la .distesa infinita del cielo quando, in una bella notte d'estate, risplende di tutta la luce degli astri.  Non soltanto il nostro spirito è occupato, ma è dominato da questa lettura e l'anima con questo libro non corre mai il rischio di smarrirsi. Una volta diventato padrone del nostro spirito, il fedele Vangelo ci ama. Dio stesso è nostro amico, nostro padre e veramente nostro Dio. Una madre non ha maggior cura per il bambino che allatta. L'anima, sedotta dalla bellezza del Vangelo, non si appartiene piu, Dio se ne impadronisce d'un tratto, ne dirige i pensieri e tutte le facoltà. Essa gli appartiene interamente.
Quale prova della divinità di Cristo! Con un dominio cosi assoluto non ha avuto che un unico scopo, il miglioramento spirituale degli individui, la purezza della coscienza, l'unione a ciò che è vero, la santità dell'anima, Ecco una vera religione e vi riconosco un pontefice.
Ciò che strappa la convinzione sono tutti i vantaggi e la felicità che derivano da una simile credenza. L'uomo che crede è felice! Voi ignorate che cosa vuol dire "' credere! Credere è vedere Dio perché si hanno gli occhi fissi su di lui! Felice chi crede! Non tutti credono, Questo è il cristianesimo, che soddisfa completamente la ragione che ne posseggono il principio originario, che spiega se stesso con una rivelazione dall'alto e che spiega poi mille difficoltà che non hanno altra soluzione possibile se non grazie alla fede.”
Napoleone,Conversazioni religiose  Editori Riuniti