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giovedì 23 maggio 2024

l'oppio é la religione dei popoli"

 "Marx diceva che la religione era l'oppio dei popoli. 

Io invece dico che ormai l'oppio é diventato la religione dei popoli".

*Don Oreste Benzi*

mercoledì 26 gennaio 2022

 «Un popolo che lascia indietro qualcuno non è un popolo, ma un’accozzaglia di gente. Nel 1968 a Rimini venne aperto un centro medico-psico-pedagogico per handicappati gravi e gravissimi e io andavo a fare catechismo. Capii che questi ragazzi erano la parte più preziosa della Chiesa e che non erano oggetti destinati alla nostra assistenza, ma persone creative di storia. Per cui dovevo rovesciare la mia vita: non fare del bene ma ricevere del bene. Con questi ragazzi ho capito la parola di Paolo: «Le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie». San Paolo dice poi che dobbiamo onorare queste membra per togliere lo strazio, la divisione che c'è nella Chiesa. Ho fatto tanta fatica a capire queste parole ma poi ho compreso, anche se non volevo: là dove siamo noi, lì anche loro. La Chiesa viene sostenuta dalla loro presenza. Stringi la mano a un povero almeno una volta alla settimana e almeno una volta all’anno accogli un barbone alla tua tavola. Quando arriva, lavagli i piedi, fagli fare il bagno, dagli i migliori profumi, dagli il vestito più bello, mangiate insieme, dagli il bacio della pace. Fa’ così e vedrai. Che cosa? Fallo e vedrai!»


don Oreste Benzi

domenica 16 novembre 2014

Elkana ed Anna: veramente sposi - don Oreste Benzi

Elkana ed Anna: veramente sposi - don Oreste Benzi

Nella Bibbia c'è la storia di Elkana e Anna. 
Anna era sterile e chiedeva a Dio con tutta la sua fede, un figlio. 
La sterilità era sentita come una grande umiliazione. Elkana consola Anna con parole che riversano su di lei un amore perfetto: «Anna perché piangi? Perché non mangi? Perché è triste il tuo cuore? Non sono forse io migliore di dieci figli?» (l Sam 1,8). 
Che cosa occorre per essere un buon papà? È necessario essere un buon marito. E per essere un buon marito che cosa occorre? 
Avere nel proprio cuore solo la propria moglie. Neanche una scappatella? Neanche una! Elkana è proprio uno di questi mariti. 
E per essere una buona mamma che cosa occorre? Bisogna essere una buona moglie. E per essere una buona moglie è necessario curare il proprio marito! 
I figli non hanno bisogno dell'amore del papà verso di loro, non hanno bisogno dell'amore della mamma verso di loro, ma hanno bisogno dell'amore del papà verso la mamma e della mamma verso il papà! 
L'amore tra papà e mamma è la miglior medicina che previene ogni male psichico e cura anche i mali fisici dei figli.
Elkana e Anna avevano una fede semplice e profonda in Dio! 
Per Anna, Dio era un Padre, con il quale si sfogava in tutti i modi, ed era un rapporto basato sulla certezza assoluta che Dio li amava. 
La preghiera fatta insieme tra marito e moglie ha sempre un effetto equilibrante nello sviluppo dei figli. 
Ai vostri figli date il senso ultimo, definitivo della vita, non cresceteli in maniera atea!


- don Oreste Benzi -

venerdì 14 febbraio 2014

Via al processo di beatificazione per don Benzi, il prete che «giudicava tutto abbracciando tutti»

Via al processo di beatificazione per don Benzi, il prete che «giudicava tutto abbracciando tutti» 

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novembre 11, 2013 Benedetta Frigerio

Il successore, Giovanni Ramonda, ricorda: «Vestito con la talare entrava nelle discoteche per conoscere i giovani e andava per le strade a raccogliere prostitute e barboni. Dormiva con le scarpe ai piedi»


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La congregazione per le cause dei Santi ha concesso il via libera alla causa di beatificazione di don Oreste Benzi.
«Mia mamma faceva spesso il ricamo ed io, curioso, la osservavo. Chiedevo: “Mamma cosa fai?”. “Adesso non puoi capire, aspetta e vedrai che cosa bella viene fuori”. Poi mi mostrava il lavoro compiuto: “Visto che avevo ragione?”. Da adulto ho rielaborato queste impressioni e mi hanno aiutato a capire che Dio ha un disegno su ognuno di noi, un progetto preciso che però non ci rivela tutto in una volta. Ce lo rivela un passo dopo l’altro. Come faceva mia mamma: un punto qui, un punto là e alla fine emergeva il disegno completo. Lei però il disegno l’aveva già tutto in mente fin dall’inizio. E se io mi fido del grande disegno d’amore, allora entro da protagonista in quella storia preparata da Dio che è padre» (don Oreste Benzi, Con questa tonaca lisa, Guaraldi).
È con questi occhi che don Oreste Benzi guardava ogni prostituta, tossico, barbone, orfano, anziano, handicappato. «Era lui ad andare cercarli, cambiando migliaia di cuori, offrendo a ciascuno una famiglia ma soprattutto un senso, questo il significato della nostra comunità di accoglienza». Giovanni Ramonda, oggi alla guida della Comunità Papa Giovanni XXIII, sposato con 12 figli, di cui 3 naturali e 9 accolti, incontrò il sacerdote romagnolo più di trent’anni fa. Fu un colpo di fulmine: decise di lasciare ogni progetto per seguirlo.
All’indomani della notizia dell’avvio del processo di beatificazione per il sacerdote romagnolo scomparso il 2 novembre 2007, il suo successore accetta di raccontare a tempi.it quelle virtù eroiche che la Chiesa gli ha riconosciuto. «Abbiamo chiesto l’apertura dell’iter a cinque anni dalla morte, come previsto dal diritto canonico. Vogliamo scoprire ancora di più chi era don Benzi e farlo sapere al mondo. Crediamo che possa emergere tutta la straordinarietà di un uomo che ha dato ogni attimo della sua esistenza a Cristo attraverso i bisognosi. Saranno i fatti giudicati dalla Chiesa a rivelarne la santità».

don-benzi-mario-rebeschiniDon Benzi diceva: «Quando io incontro il povero in me si rifà presente quel momento in cui ebbi quell’impressione profonda di mio papà che riteneva di non valere niente». E sosteneva che per rendere protagoniste le persone bisogna offrire loro il senso: «Bisogna offrire Cristo». Cosa significa concretamente?
 
Ripeteva che occorre proporre un incontro con Cristo «simpatetico», non discorsivo. Era gioioso e anche scherzoso se serviva. Era un prete fedele al Magistero, che vestito con la talare entrava nelle discoteche per conoscere i giovani e andava per le strade a raccogliere prostitute e barboni. Così affascinava e attraeva i ragazzi, i senza tetto, i drogati. Ma anche i personaggi famosi, i vip, i cantanti. E così conquistò anche me. Era un veicolo potente della tenerezza di Dio che viene a prendersi cura di ogni uomo. Ricco o povero, sapeva far emergere in ognuno anche l’unica risorsa rimasta, anche se nascosta lui riusciva ancora a vederla.

Come continuate senza di lui?
Era la sua vicinanza al Signore che gli permetteva di essere così. Don Benzi non ha mai attirato nessuno di noi a sé, ci indicava la strada per arrivare a Cristo, attraverso la regola della comunità: fatta di preghiera, messa quotidiana, adorazione eucaristica, vita totalmente condivisa in cui ogni cosa è decisa insieme. Siamo consapevoli che obbedendo al Suo corpo si obbedisce a Cristo. La formazione in comunità è poi legata allo studio del catechismo e agli incontri culturali. Perché, come diceva don Benzi, per stare in piedi davanti al mondo bisogna stare in ginocchio davanti a Dio: questo ci permette di continuare a costruire sulla roccia.

don benzi1 mario rebeschiniBenzi ha fondato case di spiritualità e di educazione per i giovani, case famiglia, comunità terapeutiche in tutta Italia e in tutto il mondo. Intanto stava con gli ultimi e trovava il tempo anche per lottare per i loro diritti. Come riusciva a rispondere a tutto?
Lo faceva e basta. Ricordo che alla fine ogni giornata, passata per le strade di tutta Italia a raccogliere gente, fare conferenze per sensibilizzare le persone o per cercare di far comprendere alle istituzioni l’importanza della sua lotta, arrivava a casa sfinito e fuori dalla porta c’era sempre qualcuno che lo aspettava. E lui non rifiutava nessuno, non bisognava permettere che qualcuno soffrisse da solo. Per questo dormiva appena qualche ora, seduto su una poltrona con le scarpe ai piedi. Prendendoci uno a uno in 40 anni ha costruito un’opera di migliaia di persone. È così che ha cambiato un pezzo di mondo.


E non ha mai rinunciato nemmeno alla lotta politica, tuonando pubblicamente contro le ingiustizie.
Non gli bastava mettere il braccio sotto le spalle di chi portava la croce: quel braccio bisognava anche toglierlo dalle spalle di chi le croci le produce. Se davvero tieni a una persona fai di tutto! Per questo i cristiani non possono stare in sagrestia, per questo don Benzi faceva pressione sulle istituzioni, sul Parlamento e ha voluto che la comunità si accreditasse all’Onu. Non smetteva di prendere posizione contro le leggi disumane e su ogni fatto che accadeva legato all’aborto, alla prostituzione, ai diritti dei poveri e dei malati. Così continuiamo a fare noi, giudicando e abbracciando ogni particolare del mondo.

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Benzi diceva che vivere veramente con i poveri è possibile solo per chi sta del tutto con il Signore. Che cosa aveva da offrire agli ultimi?
 
Da quello che diceva e faceva si capiva che la sua non era una risposta sociologica alla povertà. Sapeva che gli ultimi avevano bisogno prima di tutto di quello di cui aveva bisogno lui: l’amore di Cristo. Infatti spendere tutta la vita per chi necessita di ogni cosa, non parlare genericamente della povertà o fare un po’ di volontariato, richiede la capacità di vedere Dio nel povero. Così quanti vengono accolti dalla comunità spesso vogliono conoscere il Signore, capiscono che ciò che attendevano prima di incontrarci era innanzitutto Lui.


Siete laici che lavorano nel mondo eppure vivete un’esistenza che sembra impossibile oggi: conciliate lavoro, ospitalità e impegno pubblico. È una vita possibile per tutti?
È una vita impossibile per chi sta da solo. Noi invece possiamo abbracciare tutto senza rinunciare a nulla perché siamo insieme. Vivere così, nella semplicità, pregando e lavorando, ci rende felici. Lo dico dopo trent’anni. E molti vedendoci lo capiscono.


Avete 253 case famiglia solo in Italia, 20 comunità di recupero, diverse case di spiritualità, dimore per i senzatetto. Se si contano quelle all’estero si oltrepassano le 500 strutture con 41 mila persone riunite ogni giorno intorno alle vostre tavole. Come si è potuta espandere un’opera simile in così pochi anni?
Fa impressione anche a noi vedere come in quarant’anni questa esperienza abbia contagiato tanta gente che ha scelto di vivere in comunità. Significa che don Benzi aveva ragione: tutti aspettano di incontrare il senso della vita e di darla interamente per questo.

domenica 4 novembre 2012

Da tossico a missionario

CINQUE ANNI DALLA MORTE DI DON BENZI
Da tossico a missionario
***
«Don Benzi mi disse: fidati»
​ «Forse è meglio che io ti spieghi chi ero prima...». E per prima intende «prima della notte di capodanno del 1990, quando nella sala d’aspetto della stazione di Rimini poco dopo la mezzanotte ho visto entrare quel cappottone nero, il suo colbacco, le bottiglie di spumante sottobraccio. Non lo avevo mai sentito nominare. Seppi poi che ogni capodanno faceva il giro delle stazioni per brindare con barboni, drogati, i cosiddetti scarti di umanità».

E così inizia con un flashback il racconto di Oscar Baffoni – 50 anni, una moglie incontrata in India e due figli di 10 e 12 anni – il responsabile delle missioni in Asia per la Comunità Papa Giovanni XXIII. Ha tutto meno che l’aspetto del missionario, capelli lunghi stretti in una coda e grandi occhi azzurri spesso percorsi da un lampo di ironia, eppure ha fondato missioni in molte regioni dell’Asia («ora stiamo aprendo anche in Nepal, vicino ai gesuiti, perché lì ci sono 18mila cattolici»). E d’altra parte nei suoi primi trent’anni ha fatto tutt’altro, ribelle per natura al punto di non accettare mai regole o limitazioni. «Avevo un’ansia di libertà dentro che mi faceva stare bene, ma per colpa della quale sono arrivato a una vita in cui ho sperimentato tutto, tutte le sostanze stupefacenti io le ho prese, e ho imparato bene a rimediare soldi, tanti soldi. Spendevo decine di milioni tra casinò, donne, feste». Era uno brillante, Oscar, campione di motocross, pittore di grande talento, destinato al successo ogni volta che provava un mestiere. «Arrivavo sempre in cima, poi però mi lanciavo in volo e pensavo di trovare le risposte a tutto, un qualcosa di valido per cui valesse la pena vivere. Ma più andavo avanti e più ero deluso, non è vero che soldi e potere servono a qualcosa. Alla fine più che la disperazione dei miei genitori sono diventato il loro dolore... Rifarei tutto meno questo, far soffrire le persone che ti amano. A quel punto la feci finita».

Ma nemmeno la morte si prese Oscar, l’overdose non bastò a porre fine a una vita del genere,
anche se sotto la cenere covava sempre quel fuoco generoso imparato da piccolo, «la vocazione che secondo don Oreste io avevo sempre avuto».
Qualche giorno dopo, l’incontro casuale con un’amica persa di vista da anni, il cui fidanzato era morto di droga. Lei che gli dà appuntamento in stazione, dove potranno aspettare l’ultimo dell’anno. Ma lì Oscar arriva solo a mezzanotte, lei se n’è già andata, stanca di aspettarlo. «Mi sono seduto e contro il muro ho visto scorrere il film della mia vita, i sogni di bambino, le cose belle e perdute... È lì che è entrato quel cappottone nero col colbacco e le bottiglie. "Mi posso presentare?", mi ha chiesto don Benzi. Siamo rimasti a parlare due ore. Quello che mi ha colpito di lui è stato l’interesse, addirittura l’amore per me che nemmeno conosceva. Mi ha proposto "lascia tutto, insieme dobbiamo fare tante cose". Mi sono licenziato, ho giurato ai miei che questa volta sarei cambiato davvero e mi sono ricoverato per disintossicarmi».

Parte così la seconda vita di Oscar Baffoni, missionario in Africa, poi in Bolivia, Cile, Perù, infine in Bangladesh, India, Sri Lanka... sempre trovando da solo i soldi per finanziare autonomamente tutte le missioni.
Nel 2005, i medici lo danno per spacciato a causa di un tumore maligno sul cuore, sotto lo sterno. «Ho chiamato don Oreste e gli ho detto che avevo pochi mesi di vita, ma lui "non ti preoccupare, prego la Madonna". Era in Perù, percorse la Via Crucis che porta a un santuario mariano sul lago Titicaca e tornò con una bottiglia di acqua benedetta, con cui mi bagnò. Con otto ore di operazione mi hanno rimosso il tumore, mentre le metastasi rilevate dalla Tac non c’erano più, vai a capire...», sorride.
Sono troppi i ricordi che Oscar conserva del prete con cui, forse come nessun altro, ha condiviso giorni e notti. Ma sulla sua più grande dote non ha dubbi: «Ti faceva innamorare di Gesù. Lui stesso ha vissuto la Sua vita, passando dentro le impronte di Cristo». Eppure nemmeno lui era al riparo dal male che colpisce i santi, il tradimento: «Oscar – lo ammoniva spesso –, più cresce l’amore, più cresce chi lo combatte», ma non desisteva e portava la croce di Cristo in modo gioioso. «Viveva un sacrificio spropositato – continua l’amico –, era come vedere... sì, penso che assomigliava molto a Cristo, ha cercato di imitarlo in tutti i modi».

L’ultima sera volle eccezionalmente, lui che non si concedeva un lusso, cenare al ristorante con gli amici più cari della Papa Giovanni. «Il mattino dopo sarebbe entrato in ospedale per un’angioplastica alle coronarie, così gli raccomandavo di stare a digiuno, ma lui mi fece un mezzo sorriso: "Oscar, domani siamo in marcia". Dopo poche ore mi hanno telefonato, nella notte del 2 novembre don Oreste era morto». L’ultima sua profezia sono le parole che proprio sulla pagina del 2 novembre aveva scritto mesi prima: “Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra, la gente che sarà vicino dirà: è morto. In realtà è una bugia. Sono morto per chi mi vede, per chi sta lì, ma la morte non esiste, perché appena chiudo gli occhi a questa terra mi apro all’infinito di Dio”.​

Lucia Bellaspiga 

Da tossico a missionario «Don Benzi mi disse: fidati ... - Avvenire


Cantiamo un Canto Nuovo

    C'è un canto che non si ode con le orecchie,
   ma si ode con il cuore,
   che cerca e ricerca le risposte di un'anima inquieta.
   Questo canto mi fa sentire vivo e attento a riconoscere la via
   per me disegnata,

   nulla confonde i canti soavi della nostra ricerca
   essa ci dona le meraviglie del cuore,
   essa ci mostra le nostalgie dell'assoluto invisibile,
   il desiderio di una risposta a questa vita,
   rendendola visibile e attenta a questa sinfonia
   che spalanca le porte del cielo, alla luce divina.
   Dall'uomo viene un canto nuovo,
   quando esso si lascia attraversare dal mistero Divino.

                                Oscar Baffoni

La santità nella stanzetta di don Benzi

La santità nella stanzetta di don Benzi

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24 ottobre 2012
A cinque anni dalla morte, partirà a giorni il processo di beatificazione di un grande sacerdote, don Oreste Benzi, il prete delle lucciole. Ecco un mio articolo-ricordo sul Carlino di mercoledì 24 ottobre.

NEL 2008, un anno dopo la morte, andai a Rimini, a casa di don Benzi. Dovevo raccontare per il Carlino ciò che restava di un grande sacerdote. Quando entrai nella sua camera, rimasi a bocca aperta: stupito, sbalordito, commosso. Attaccai il pezzo così: «Siamo entrati in quella che fu la camera da letto di un santo. La Chiesa ha i suoi tempi, ci vorranno degli anni, ma vedrete che prima o poi questa misera stanzetta diverrà un luogo di culto e pellegrinaggio. Un giorno sarà fatto santo un uomo che per la gente di qua è già santo». Oggi che arriva la notizia della partenza del processo di beatificazione per don Oreste, sorrido e mi torna in mente quella misera stanzetta dove dormiva un uomo che dava speranza a barboni o prostitute e, se serviva, sfidava Papi e capi di stato. Una cameretta di neanche 3 metri per 2 e mezzo. Un lavandino, un comodino, una finestra, un armadio, un mappamondo, quattro quadretti, un paio di libri, il vangelo, un breviario dei santi, un mucchio di rosari. E poi un letto a una piazza, piccolissimo. Quel giorno, quattro anni fa, sentii, per la prima volta in vita mia, il profumo della santità.

Massimo Pandolfi

martedì 7 febbraio 2012

Don Benzi

Don Oreste,
piccola antologia scelta***
 
 
Don Oreste Benzi ha parlato soprattutto con le sue opere. Ma queste nascevano da un giudizio sulla realtà che il sacerdote ha più volte espresso con i suoi scritti. Proponiamo una breve antologia perché la sua testimonianza e le sue parole continuino a ferire il cuore di chi cerca la verità. Per molti sarà la sorpresa di scoprire un don Benzi mai conosciuto.


Chi seguo
I membri della comunità non seguono la virtù della povertà, ma Cristo povero, cioè totalmente figlio del Padre, tanto da non riporre la fiducia nelle cose o in se stessi. Inoltre noi seguiamo Cristo servo che non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte di croce. E seguiamo Cristo sofferente che espia su di sé il peccato del mondo e condivide la vita degli uomini a partire dagli ultimi.

Il disegno
Tutta la nostra azione è fondata sulla precarietà ed è un modo di fare in contrasto con la mentalità del mondo. Ci accusano di essere degli sciagurati, a me rimproverano di non tenere i piedi per terra. Ma quale terra, rispondo io, quella di Dio o quella degli uomini? Seguendo Cristo servo e Cristo povero noi capiamo che solo il Signore ha il progetto di crescita della Chiesa. A noi è concesso di fare piccoli passi e solo dopo molto tempo comprendiamo il disegno verso il quale quei passi erano ordinati. Nel 1958 ero negli Stati Uniti e il vescovo della diocesi di Hartford, dove ero andato per raccogliere fondi, mi impedì di fare la colletta. Sembrava che tutto andasse a rovescio. Nella meditazione dicevo al Signore: sono venuto per Te, perché va tutto a rovescio? Mi è venuta in mente la facciata di San Petronio a Bologna, coi suoi mattoni ad angolo. Ho pensato: i muratori avranno ritenuto pazzo l’architetto che li costringeva a posare i mattoni in quel modo. Ma loro non potevano capire perché mancavamo del disegno generale, che unicamente l’architetto possedeva. Solo alla fine hanno capito l’armonia del progetto.

Io peccatore
Rimango sempre sbalordito dall’amore di chi, nelle case famiglia, deve alzarsi anche tre o quattro volte per notte per muovere nel letto il ragazzo miodistrofico, o portano nel bagno e puliscono, sempre con il sorriso sulle labbra, persone che non sono autonome. Rimango impressionato dall’amore di chi lascia un buon lavoro e va in pensione prima del tempo per potersi dedicare ai nomadi. E anche da chi va tutte le sere in stazione per offrire un letto chi non ce l’ha e, nonostante sia stato pestato proprio da coloro che voleva aiutare, continua ad andarci sempre.
Quando penso ai miei fratelli della comunità dai quali prendo lezioni di vita così forti, dico sempre al Signore “Allontanati da me perché sono un peccatore”.

La preghiera

Ripeto sempre ai membri della comunità che per stare in piedi bisogna stare in ginocchio e che sa stare con il povero chi sta tutto con il Signore. Chi non prega non solo non capisce, ma nemmeno capisce di non capire.

Il senso religioso
Un ragazzo è salvo solo se incontra Qualcuno e in questa relazione sviluppa la pienezza di sé, scopre di avere un senso nel mondo, acquisisce un futuro.
Si afferma che l’uomo è un essere razionale. Io dico che non sempre è vero, tante volte l’uomo è un essere irrazionale. L’uomo è un essere religioso, questo invece è sicuro. L’uomo è rapporto con l’Altro e nessun rapporto particolare può essere sopportato se l’uomo prima non trova il rapporto grazie al quale acquista senso ogni altra relazione.

L’epoca gramsciana
Gramsci notò che in Italia la Chiesa era forte sul piano culturale, quindi individuò il primo obiettivo nella distruzione della cultura cattolica. Non occorreva combatterla direttamente, era più opportuno togliere alla Chiesa l’opportunità di fare cultura. In questa prospettiva alla Chiesa viene lasciato l’esercizio della carità, intesa in senso peggiorativo e limitativo. Lo Stato lascia che i preti facciano l’elemosina, riservando a sé il potere di fare cultura. I passaggi per arrivarci sono: l’attività cattolica deve rientrare nel sistema dei servizi pubblici; lo Stato deve potere somministrare metadone ed eroina, in modo da svuotare e spegnere le comunità di recupero che hanno come punto di riferimento la visione cristiana dell’esistenza; alla scuola cattolica non viene concessa una parità autentica ma solo di facciata. Quest’azione è accompagnata da un’opera da “gas soporifero”, in modo che la Chiesa sia neutralizzata e non riesca più ad avvicinarsi al mondo dei giovani. Siamo cioè arrivati agli obiettivi indicati da Gramsci, uno dei comunisti più acuti e intelligenti che la storia registri.

La Chiesa
Lo scopo è che la Chiesa diventi prossima ad ogni persona attraverso comunità missionarie che, salvate da Cristo, diventano contagiose per gli altri, riescono a far innamorare di Cristo. In gran parte oggi il cammino pastorale viene indicato dall’alto. I preti e i laici sono la cinghia di trasmissione e tutti insieme si dovrebbe camminare sulla linea tracciata, che però molte volte non risponde alla vita reale. Prima di fare le strade è bene guardare dove passa la gente, altrimenti le strade nuove rimarranno deserte e i sentieri percorsi saranno lasciati senza cura. Il metodo dovrebbe essere esattamente il rovescio: promuovere la comunione, ringraziare e accogliere le comunità suscitate dallo Spirito, fare in modo che questa vita si dilati, si sviluppi e arrivi a rendere responsabili tutti i cristiani
.

La politica

I cattolici devono impegnarsi al massimo in politica, devono costruire la città terrena, però la devono costruire con il coraggio della verità di cui sono portatori. Capisco che i programmi di governo debbano essere mediati con forze politiche che non sono cristiane. È però importante che il politico cristiano non abbia dentro di sé compromessi o secondi fini e che, oltre alla purezza delle intenzioni, compia i fatti; sono gli atti concreti che modificano la vita e la storia. Il politico cristiano non deve essere prigioniero di altri criteri che non siano quelli della fede e del Corpo mistico di Cristo. Se i cattolici sono impegnati in diversi partiti, devono però ritrovarsi uniti intorno ai valori della loro concezione di vita. Ma l’impegno deve essere a tradurre nei fatti questi valori, a trasformarli in legge. A questo proposito sono un po’ pessimista. Mi sembra che spesso i cattolici obbediscano più alle logiche del partito in cui militano e si dimentichino dei valori che dovrebbero promuovere.

I santi della carità
Questa società non ha obiezioni contro i santi della carità, in fondo la aiutano a coprire le sue contraddizioni. (…) Voglio dire che
la carità del singolo non basta: solo un popolo che vive la giustizia può cambiare la storia.

Postato da: giacabi a 22:33 | link | commenti
santi, gramsci, don benzi

sabato, 03 novembre 2007
Grazie Don Benzi!

Un mendicante d'anime sui viali della riviera romagnola

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L'editoriale (03 novembre 2007)

di Marina Corradi
«Se chiama qualcuno dalla strada e vuole venirne via, dare subito il numero di cellulare di don Oreste». La scritta in caratteri grossi, neri, dietro la scrivania in una stanza di via Grotta Rossa a Rimini, era imperiosa. L’ordine della casa, cui nessuno poteva contravvenire. Nel caso di un barlume di ripensamento, magari nello sfinimento di un’alba livida su un viale di periferia, don Benzi – 58 anni di sacerdozio – sapeva che bisognava esserci, subito: prima che la rassegnazione seppellisse il principio di una sparuta speranza.
Il vecchio prete morto nel suo letto, nel sonno, tra la notte dei Santi e quella dei Morti, aveva sotto la tonaca lisa qualcosa di una statura epica. A seguirlo nel fondo delle notti riminesi, nei giri in cui raccattava prostitute e drogati per convincerli a cambiare vita, si aveva inizialmente l’impressione di uno straordinario don Chisciotte. Le ragazze dei viali guardavano come un folle gentile quel prete coi capelli bianchi che prometteva una vita diversa. Pareva, ad accompagnarlo in quelle bolge notturne, surreale il dialogo fra un sacerdote ottantenne e rumene o nigeriane diciottenni. Credevi che quelle ragazze sarebbero scoppiate a ridere. Invece no: lo ascoltavano, infastidite prima, poi meravigliate. Guarda, diceva il vecchio nella luce rossastra dei falò, che tu non sei nata per vivere così, guarda che puoi ricominciare tutto da capo. E sotto il trucco pesante, da marciapiede, due occhi lo guardavano, stupiti, dopo tanto tempo, nel sentirsi guardare come qualcosa di prezioso.
Cinquecento donne hanno cambiato vita incontrando una notte quel prete. Un cacciatore d’anime sui viali della riviera romagnola; o, più che cacciatore, un mendicante. Gentile, ostinato, allungava tenacemente la mano. Non si arrendeva mai.
Un combattente, anche. Uno che si alzava alle 5 del mattino e diceva le Lodi e il rosario in macchina, in viaggio verso uno dei 33 centri della Comunità Giovanni XXIII. Tuttavia, il mare di cose che riusciva a fare, a stargli accanto solo per qualche ora, pareva quasi un secondo lavoro rispetto al vero centro delle sue giornate: la preghiera, ora esplicita, ora interiore. Baricentro costante e silenzioso. Era strano vedere un sacerdote in tonaca nera fra la folla vociante e sguaiata delle notti di Rimini. E arrancandogli accanto – a 80 anni, alle due di notte don Oreste non era stanco – domandavi se non si sentiva a disagio, in quel caos. «A disagio? Qui sto benissimo. Faccio contemplazione. Cerco Cristo nella faccia di tutti quelli che incontro».
È stata la profezia di don Benzi: per trovare Dio non occorre chiamarsi fuori dal mondo, o frequentare buone compagnie. In mezzo agli uomini invece, nelle loro notti avide o smarrite, a riconoscere cosa c’è davvero dietro quell’ansia di vivere – che cosa attendono e non trovano, nell’ebbrezza del buio e dell’estate, in fondo a nessun gioco o bicchiere. In mezzo agli uomini, tra di loro e anzi tra quelli che crediamo peggiori. A testa alta, sicuro – eppure sempre con quella mano aperta e tesa.
Ci resterà, di don Benzi, il ricordo di un colloquio nel suo studio con una giovane prostituta africana appena sfuggita ai suoi protettori. Guardavamo in basso, e così abbiamo notato i piedi. Quelli della ragazza, neri, agili come di una gazzella inseguita, e irrequieti di paura. Quelli di don Oreste, le scarpe grosse con le suole consunte da prete di marciapiede. Immobili, piazzati a terra come colonne. Come di chi ha radici di una fede profonda, e non oscilla, e non ha paura di nessuno.
***
 Il commento al brano biblico di Giobbe (19,1.23-27) scritto da don Benzi per venerdì 2 novembre, Commemorazione di tutti i fedeli defunti, e giorno in cui lui è tornato al Padre

Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra, la gente che sarà vicino dirà: è morto. In realtà è una bugia.
Sono morto per chi mi vede, per chi sta lì. Le mie mani saranno fredde, il mio occhio non potrà più vedere, ma in realtà la morte non esiste perché appena chiudo gli occhi a questa terra mi apro all'infinito di Dio.
Noi lo vedremo, come ci dice Paolo, faccia a faccia, così come Egli è (1Cor 13,12). E si attuerà quella parola che la Sapienza dice al capitolo 3: Dio ha creato l'uomo immortale, per l'immortalità, secondo la sua natura l'ha creato.
Dentro di noi, quindi, c'è già l'immortalità, per cui la morte non è altro che lo sbocciare per sempre della mia identità, del mio essere con Dio. La morte è il momento dell'abbraccio col Padre, atteso intensamente nel cuore di ogni uomo, nel cuore di ogni creatura.
(da Pane Quotidiano novembre-dicembre 2007)


Postato da: giacabi a 15:04 | link | commenti
santi, testimonianza, don benzi

 GRAZIE DON BENZI !
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n. 260 del 2007-11-03
 È morto Don Benzi il prete di strada che aiutava i disperati
di Andrea Tornielli
Stroncato a 82 anni da un infarto, ha speso una vita dalla parte dei giovani, gli emarginati e le prostitute. La testimonianza di Alina, 23 anni: "Don Oreste mi ha strappato dalla schiavitù"
da Milano
Le ultime parole le aveva preparate per la liturgia di ieri, per commemorazione dei defunti: «La morte non esiste, perché appena chiudo gli occhi a questa terra, mi apro all’infinito di Dio». Don Oreste Benzi, il prete fondatore dell’Associazione Comunità Giovanni XXIII che ha speso la sua vita per aiutare poveri, abbandonati, bambini senza famiglia e disadattati, prostitute schiavizzate, non poteva immaginare, mentre vergava quelle parole, che il momento di chiudere per sempre gli occhi in questo mondo sarebbe arrivato così presto.
Il sacerdote si è spento l’altra notte presso la parrocchia della Resurrezione di Rimini dove abitava, stroncato da un infarto. Due sere prima era a parlare ai giovani all’entrata di una discoteca di Cattolica, mentre poche ore prima di morire aveva espresso il suo dolore per la morte di Giovanna Reggiani, la donna assalita e massacrata da un giovane romeno a Roma. Ma aveva anche ricordato le parole dei funzionari della polizia di Bucarest: «Noi collaboriamo con loro per far rimpatriare le ragazze che salviamo dalla strada. E ci dicono: “Siete voi italiani che foraggiate e mantenete i criminali romeni, sfruttando 30mila ragazze del nostro Paese che vengono portate sui vostri marciapiedi ancora bambine!”».
Mancherà soprattutto a loro, alle ragazze salvate dalla prostituzione, ai bambini senza famiglia che grazie a lui e alla sua associazione sono tornati a sorridere. Nato il 7 settembre 1925 a San Clemente, un piccolo paese dell’entroterra romagnolo, settimo di nove figli in una famiglia di operai, Oreste era entrato in seminario all’età di dodici anni grazie al lavoro straordinario che la madre si era sobbarcata per mantenerlo. Ordinato prete nel 1949, l’anno successivo è chiamato nel seminario di Rimini come insegnante e quindi diventa vice-assistente della Gioventù Cattolica. Inizia allora a maturare in lui la convinzione dell’importanza di aiutare gli adolescenti e di realizzare attività che favoriscano «un incontro simpatico con Cristo».
Don Benzi fa per molti anni il professore nelle scuole pubbliche di Rimini e nel ’68 fonda l’associazione Giovanni XXIII. Si batte per trovare una famiglia ai bambini gravemente handicappati che vengono abbandonati, poi si concentra sui tossicodipendenti, apre case di accoglienza nella sua parrocchia di Grottarossa, una frazione del comune di Rimini. È un prete tutto d’un pezzo, che non si toglie mai la tonaca e il colletto romano di plastica. In tonaca don Oreste va per le strade di notte, accompagnato dai suoi volontari, per cercare di convincere le prostitute a cambiare vita, offrendo loro un rifugio e una possibilità concreta di riscatto. Quella tonaca diventa sempre più lisa e rattoppata. Con addosso quell’abito nel 2003 Benzi ha accompagnato al cospetto di un commosso Papa Wojtyla un’ex prostituta nigeriana ammalata di Aids.
Un’altra delle sue battaglie e quella contro l’aborto. Anche la sera prima di morire aveva organizzato veglie di preghiera davanti ai cimiteri per i «bambini mai nati», richiamando l’attenzione su questo fenomeno e sulla necessità di permettere la presenza di operatori volontari nei consultori per cercare di convincere le donne a non abortire. Don Oreste Benzi, il vecchio sacerdote romagnolo con la tonaca lisa, lascia duecento case famiglia in Italia, sei case preghiera, sette case di fraternità, quindici cooperative sociali per inserire persone svantaggiate, sei centri diurni per valorizzare persone con handicap gravi, trentadue comunità terapeutiche. La sua associazione, riconosciuta dalla Santa Sede, è presente in Albania, Australia, Bangladesh, Bolivia, Brasile, Cile, Cina, Croazia, India, Kenya, Romania, Russia, Tanzania, Venezuela e Zambia. 

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sabato 4 febbraio 2012

benzi

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Per stare in piedi occorre saper stare in ginocchio
(Don Oreste Benzi)  

Postato da: giacabi a 17:28 | link | commenti
benzi

domenica, 30 agosto 2009
Quando ci si dimentica di Cristo
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«Dopo gli studi, molti entravano nelle stanze del comando e, ottenuto il primo buon stipendio, da incendiari diventavano tutti pompieri. Il loro dorso diventava 'flessibile' di fronte ai vari caporali e comandanti, nei posti dove si poteva fare carriera s’inchinavano fino a leccare la terra. Perché? Perché la loro rivoluzione era 'contro', non 'per'. Quanti anche oggi amano i primi posti, ma Cristo non lo nominano neanche più!».
Don Oreste Benzi