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venerdì 28 gennaio 2022

Solo la Chiesa  rimase a sbarrare la strada a Hitler

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 «Essendo un amante della libertà, quando avvenne la rivoluzione [nazista] in Germania, guardai con fiducia alle università sapendo che queste si erano sempre vantate della loro devozione alla causa della verità. Ma le università vennero zittite. Allora guardai ai grandi editori dei quotidiani che in ardenti editoriali proclamavano il loro amore per la libertà. Ma anche loro, come le università vennero ridotti al silenzio, soffocati nell’arco di poche settimane. Solo la Chiesa rimase ferma in piedi a sbarrare la strada alle campagne di Hitler per sopprimere la verità. Io non ho mai provato nessun interesse particolare per la Chiesa prima, ma ora provo nei suoi confronti grande affetto e ammirazione, perché la Chiesa da sola ha avuto il coraggio e l’ostinazione per sostenere la verità intellettuale e la libertà morale. Devo confessare che ciò che io una volta disprezzavo, ora lodo incondizionatamente».


Albert Einstein 

(da “Time Magazine” del 23 dicembre 1940)

domenica 22 febbraio 2015

. Lettera del beato Franz Jägerstätter, cattolico austriaco, scritta pochi giorni prima della sua decapitazione in un carcere nei pressi di Berlino, il 9 agosto 1943

6. Lettera del beato Franz Jägerstätter, cattolico austriaco, scritta pochi giorni prima della sua decapitazione in un carcere nei pressi di Berlino, il 9 agosto 1943

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Testo del manoscritto custodito nella Basilica

"Io credo che si possa anche prestare cieca obbedienza, ma solo se così facendo non si danneggia nessuno"
Scriverò solo qualche parola, così come essa mi esce dal cuore. Scrivo con le mani legate, ma è meglio così che se fosse incatenata la volontà. Talvolta Dio ci mostra apertamente la sua forza, che Egli dona agli uomini che lo amano e non preferiscono la terra al cielo. Né il carcere, né le catene e neppure la morte possono separare un uomo dall’amore di Dio e rubargli la sua libera volontà. La potenza di Dio è invincibile.
Siate ubbidienti e sottomettetevi alle autorità: queste parole vi arrivano oggi da ogni parte, anche da persone che non credono quasi per nulla in Dio e alle Sacre scritture.
Se ci si dedicasse con la stessa assiduità con cui si è tentato di salvarmi dalla morte terrena a mettere in guardia ciascun uomo contro il peccato mortale, e perciò contro la morte eterna, ci sarebbe davvero già il paradiso in terra.

C’è sempre chi tenta di opprimerti la coscienza ricordandoti la sposa e i figli. Forse le azioni che si compiono diventano giuste solo perché si è sposati e si hanno figli? O forse l’azione è migliore o peggiore solo perché la compiono anche altre migliaia di cattolici?
Forse anche fumare è diventato una virtù perché lo fanno migliaia di cattolici? Si può allora anche mentire perché abbiamo moglie e figli e per di più giustificarsi attraverso un giuramento? Cristo stesso non ha forse detto: “Chi ama la moglie, la madre e i figli più di me non è degno di me”? Per quale motivo preghiamo Dio e i sette doni dello Spirito santo, se dobbiamo comunque prestare in ogni caso cieca obbedienza? A che pro Dio ha fornito agli uomini un intelletto e una libera volontà se non ci è neppure concesso, come alcuni dicono, di giudicare se questa guerra che la Germania sta conducendo sia giusta o ingiusta? A cosa serve allora saper distinguere tra bene e male?
Io credo che si possa anche prestare cieca obbedienza, ma solo se così facendo non si danneggia nessuno. Se al giorno d’oggi gli uomini fossero un po’ più sinceri ci dovrebbe essere, credo, anche qualche cattolico che dice: “Sì, mi rendo conto che quello che stiamo  compiendo non è bene, tuttavia non mi sento ancora pronto a morire”.

Se Dio non mi avesse dato la grazia e la forza di morire, se necessario, per difendere la mia fede, forse farei semplicemente ciò che fa la maggior parte della gente. Dio può infatti concedere la propria grazia a ciascuno come Egli vuole. Se altri avessero ricevuto le molte grazie che ho ricevuto io, forse avrebbero fatto cose molto migliori di me.
Forse molti pensano di essere tenuti a sopportare il martirio e a morire per la loro fede solo quando si pretenderà da loro di abbandonare la Chiesa. Io mi azzardo a dire molto apertamente che chi è pronto a soffrire e a morire, piuttosto che offendere Dio con il più piccolo peccato veniale, è anche disposto a morire per la propria fede. Questi avrà maggior merito di chi viene condannato pur di non abiurare pubblicamente la Chiesa, perché in questo caso si ha semplicemente il dovere, se non si vuol commettere peccato grave, di morire piuttosto che obbedire.
Un santo disse: “Anche se una sola menzogna detta per adeguarsi alle circostanze permettesse di spegnere tutto il fuoco dell’inferno, non bisognerebbe dirla perché mentendo, anche per necessità, si offende Dio”. Qualcuno potrà pensare che simili considerazioni nel XX secolo possono sembrare ridicole. Sì, è vero, noi uomini siamo cambiati in molte cose, ma Dio non ha tolto uno iota dai suoi comandamenti. Perché poi si vuole sempre cercare di rimandare la morte, come se non si sapesse che prima o poi dovrà arrivare? Forse i nostri santi si sono comportati così? Non credo proprio. O forse dubitiamo della misericordia di Dio, come se potesse davvero aspettarci l’inferno dopo la nostra morte. In realtà me lo sarei meritato, con i miei numerosi e gravi peccati, ma Cristo non è venuto nel mondo per i giusti, bensì per cercare ciò che era smarrito.

E affinché nessun peccatore debba avere dubbi, ce ne ha dato un esempio proprio in punto di morte, salvando il buon ladrone.
Non avremmo mai alcuna serenità su questa terra se sapessimo che Dio, il Signore, non ci perdona e perciò dopo la morte dovremo vagare per sempre nell’inferno. Se pensieri del genere non portano alla disperazione l’uomo, ciò significa che egli non crede più in una vita oltre la morte, o che si immagina l’inferno come un locale di divertimenti, dove c’è sempre allegria. Se un nostro buon amico ci proponesse un lungo viaggio di piacere, naturalmente gratis e con trattamento di prima classe, cercheremmo di rimandarlo continuamente o addirittura lo terremmo in serbo per la vecchiaia? Non credo proprio. E cos’è dunque la morte: non si tratta anche in questo caso di un lungo viaggio che dovremo fare, anche se da questo non ritorneremo? Ma può esservi un momento più gioioso di quello nel quale ci accorgeremo di essere felicemente approdati sulle rive del paradiso? Naturalmente non dobbiamo dimenticare che prima ci dovremo purificare nel purgatorio, ma esso non dura in eterno e chi in vita si è sforzato di aiutare con le proprie preghiere le povere anime dei morti ed è stato devoto alla Madre di Cristo può essere sicuro di non doverci stare a lungo. Si potrebbe quasi svenire nel pensare alle gioie eterne del cielo! Come ci rende subito felici una piccola gioia che proviamo in questo mondo! Eppure che cosa sono le brevi gioie terrene rispetto a quelle che Gesù ci ha promesso nel suo regno? Nessun occhio ha mai visto, nessun orecchio ha mai udito e nessun cuore d’uomo ha mai conosciuto ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano.

Quando sant’Agostino volle scrivere un libro sulle gioie celesti, san Gerolamo che, come si seppe più tardi, era morto in quello stesso giorno, gli apparve in sogno e disse: “Come non puoi contenere il mondo intero in una mano, così non potresti raccogliere le gioie del cielo in un libro prima di trovarti tu stesso in quel luogo nel quale ti sforzi di giungere”. Se dunque le gioie del Cielo sono così grandi, non dobbiamo disprezzare tutti i piaceri di questa terra?
Testo tratto dalle annotazioni stese in carcere nel periodo successivo alla condanna (6.7.1943)

  • Cenni BiograficiIl 9 agosto 1943, in un carcere vicino Berlino, mentre su gran parte dell'Europa gravava la notte oscura del domino nazista e della guerra mondiale, veniva decapitato un contadino austriaco di 36 anni, cattolico e padre di tre figli.
    La sua colpa: essere un oppositore del nazismo ed essersi rifiutato strenuamente, in nome della sua fede cristiana, di combattere agli ordini di Adolf Hitler. Quest'uomo si chiamava Franz Jägerstätter, e scelse di testimoniare con la sua vita la sua fedeltà al Vangelo ed il suo rifiuto di seguire l'ideologia e la prassi nazista.
    Franz Jägerstätter, vissuto in un piccolo villaggio a pochi chilometri dalla Baviera e dai luoghi in cui Joseph Ratzinger ha passato alcuni anni della sua infanzia, è stato proclamato beato da Benedetto XVI. La vicenda di Franz Jägerstätter è per molti versi impressionante. Nel pieno della guerra e del clima di isterica propaganda bellica creato dalle autorità naziste, questo giovane padre di tre figlie, nato e cresciuto a soli trenta chilometri dal villaggio natale di Hitler, ebbe molto chiara nella sua coscienza l'impossibilità per un cristiano di essere soldato in un esercito comandato da un potere iniquo e anticristiano.
    Tale chiarezza era per lui semplicemente un dono, una grazia, da accogliere con umiltà e riconoscenza. Affermava infatti: «Se Dio non mi avesse dato la grazia e la forza di morire se necessario per difendere la mia fede, forse farei semplicemente ciò che fa la maggior parte della gente». Si chiedeva poi con grande chiarezza: «Si può essere allo stesso tempo soldato di Cristo e soldato per il nazionalsocialismo, si può combattere per la vittoria di Cristo e della sua Chiesa e contemporaneamente combattere perché vinca il nazionalsocialismo?».
    Le sue lettere scritte in carcere, dopo la sentenza di morte, sono di una serenità che non può che stupire, considerate le condizioni nelle quali affrontava tale prova e le preoccupazioni evidenti che doveva serbare per la sua famiglia. Con estrema lucidità Jägerstätter considerava il dilemma morale nel quale si trovava, e di fronte al quale non era disposto a compromessi di alcun genere: «Per quale motivo preghiamo Dio e i sette doni dello Spirito Santo, se dobbiamo comunque prestare in ogni caso cieca obbedienza? A che pro Dio ha fornito agli uomini un intelletto ed una libera volontà se non ci e neppure concesso, come alcuni dicono, di giudicare se questa guerra che la Germania sta conducendo sia giusta o ingiusta?». Tali considerazioni sono contenute in una lettera scritta da Franz Jägerstätter alla fine di luglio 1943, mentre si trovava con le mani legate perché ormai vicino all’esecuzione della condanna.
    L'originale di questo prezioso documento è stato solennemente consegnato il 4 novembre 2005 dal Cardinale Schönborn, arcivescovo di Vienna e presidente della Conferenza episcopale austriaca, a don Angelo Romano, Rettore della Basilica di san Bartolomeo, per essere esposto nella cappella dedicata ai testimoni della fede vissuti sotto il regime nazista. 
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    ·Nella lettera indirizzata al cugino che diventerà suo figlioccio, Franz parla in modo esplicito dei dubbi di fede che lui stesso è riuscito a superare:
    “Se ti dovessero venire dei dubbi sulla fede, dai quali quasi nessuno viene risparmiato, se la nostra fede sia quella vera, allora pensa ai miracoli e ai nostri santi, che non esistono in nessun’altra religione tranne in quella cattolica. Dalla morte di Cristo ci sono state, quasi ogni secolo, persecuzioni contro i cristiani e ci sono sempre stati eroi e martiri che hanno sacrificato per Cristo e la fede la loro vita, spesso dopo un orribile martirio. Se vogliamo raggiungere il nostro traguardo, dobbiamo diventare anche noi eroi della fede, poiché se temiamo più gli uomini che Dio non avremo fortuna”.
    ·In una raccomandazione al figlioccio emerge l’importanza della lettura nella formazione religiosa e spirituale:
    “Un giovane deve leggere solo buoni libri e buoni scritti, in primo luogo perché l’uomo non necessita solo di nutrimento corporale ma anche spirituale. Non sempre abbiamo occasione di ascoltare delle prediche buone e belle, dal momento che non tutti i sacerdoti posseggono il talento di saper predicare bene.
    Si sente dire spesso che il leggere fa diventare l’uomo ancora più stupido di quanto non sia. Può anche essere, perché ci sono giovani che leggono molti libri ma principalmente romanzi d’amore o romanzi gialli, che sono belli ed emozionanti da leggere, ma per la formazione religiosa e spirituale non hanno alcun valore. I cattivi libri possono spesso creare più danni che giovamento. Perciò i giovani devono chiedere prima di tutto a sacerdoti o a buoni educatori che cosa devono leggere. Anche se non tutti hanno lo stesso entusiasmo per la lettura, possono leggere poco per volta, sfruttando ad esempio le lunghe sere d’inverno, poiché un uomo che non legge niente non si potrà reggere in piedi e sarà solo una marionetta nelle mani degli altri”.

sabato 8 febbraio 2014

ORIGINI E CARATTERISTICHE COMUNI DI NAZISMO E COMUNISMO


ORIGINI E CARATTERISTICHE COMUNI DI NAZISMO E COMUNISMO



lo stupendo film-documentario di cui si parla nell'articolo.
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Entrambe provenienti dal ceppo socialista, sono ideologie gemelle: un documentario ne svela la vera storia (guardalo su youtube)
di Roberto Marchesini
In Italia - e non solo - si utilizza la scorciatoia mentale di identificare come "di destra" i totalitarismi fascista e nazionalsocialista e come "di sinistra" quello comunista; in questo modo i due tipi di regime (quelli sconfitti dalla Seconda Guerra Mondiale e quello vincitore) sembrano essere in contrapposizione, fino a indurre molti a pensare che il comunismo, alleato con Stati Uniti ed Inghilterra, abbia liberato l'Europa dal totalitarismo.
Tutte le colpe sono addossate al totalitarismo "di destra" e a tutte le "destre" precedenti (anche se nulla avevano a che fare con la "destra" fascista e nazionalsocialista), mentre quello "di sinistra" assume (con tutte le "sinistre", anche quelle successive) una connotazione positiva, ed il merito particolare di aver affrontato e sconfitto il totalitarismo europeo.
Si è scritto parecchie volte che "chi vince scrive la storia", e va bene; ma ribaltarla è una faccenda completamente diversa. Accettare che Mussolini ed Hitler siano "di destra" significa accettare l'autoattribuzione di un patentino di superiorità morale ed ontologica da parte delle sinistre.
Ci si dimentica spesso, infatti, che Mussolini era stato socialista, direttore dell'Avanti, e che anche il fascismo si caratterizzò per una ipertrofia dello Stato in ogni campo della vita dei cittadini ("dalla culla alla bara"); che il termine "nazismo" è semplicemente la (fuorviante) centrazione del termine "nazional-socialismo", e che Hitler fu il fondatore del Partito Socialista Nazionale dei Lavoratori Tedeschi, ossia il partito socialista tedesco.
Sia il fascismo italiano che il nazionalsocialismo tedesco avevano fatto propria la dottrina secondo la quale lo Stato ha il compito di guidare la nazione verso un futuro radioso, anche attraverso il controllo dell'economia. Uno storico come Renzo De Felice (1929-1996) ha magistralmente spiegato come il fascismo sia stato un fenomeno rivoluzionario di sinistra: la tesi gli è costata l'odio e la persecuzione anche violenta nell'ultimo quarto del secolo scorso, ma ha aperto una strada storiografica importante, seguita da numerosi altri studiosi, che ha finalmente collocato il fascismo fra le ideologie rivoluzionarie del "secolo breve" (1914-1989).
La differenza tra il socialismo nazionalista e quello marxista sta nel fatto che l'ostacolo (da eliminare fisicamente) alla nascita dell'«uomo nuovo» era individuato dal primo nelle nazioni inferiori (polacchi, ebrei, zingari...), dal secondo nelle classi economiche inferiori (borghesi, intellettuali, contadini...). Ma le similitudini tra i due tipi di socialismo non riguardano solo l'ideologia propugnata.

UN DOCUMENTARIO: RICHIEDI IL DVD
Nel 2008 lo studioso di storia politica lettone Edvins Snore ha scritto e diretto un documentario intitolato The Soviet Story e finanziato dal gruppo UEN (Unione per l'Europa delle Nazioni) del Parlamento Europeo. Nel filmato compaiono, oltre a numerosi testimoni, lo storico Norman Davies e il dissidente Vladimir Bukovski.
Il documentario, trasmesso e proiettato in diversi paesi, è inedito in Italia, sebbene sia disponibile una versione nella nostra lingua. E, soprattutto, mette in evidenza una serie impressionante di collegamenti tra il nazionalsocialismo e il socialismo sovietico.
Viene mostrato, ad esempio, un articolo di giornale del New York Times nel quale si da il resoconto della fondazione del Partito Socialista Nazionale in Germania; in esso sono riportate le parole di Joseph Goebbels che afferma: «Lenin è stato l'uomo più grande, secondo solo ad Hitler; e le differenze tra il comunismo e le idee di Hitler sono molto sottili».
Viene ricordato il patto Ribbentrop-Molotov, dal nome dei due ministri degli esteri della Germania nazionalsocialista e dell'Urss che nel 1939, a Mosca, firmarono un patto di non aggressione fra le due potenze; viene ricordato come la Luftwaffe sia stata guidata, nei bombardamenti sulle città polacche, dalla radiotrasmittente sovietica a Minsk; si documenta come - mentre il popolo russo moriva letteralmente di fame - Stalin inviasse grano, ferro e materiale da costruzione all'esercito tedesco, sostenendolo nelle sue campagne; e come lo stesso Stalin avesse dichiarato che combattere l'ideologia nazista fosse da considerare alla stregua di un crimine, e avesse invitato i partiti comunisti europei a boicottare la resistenza antinazista.
Nel documentario si afferma che i nazionalsocialisti inviarono in Russia delle commissioni allo scopo di studiare il modello dei campi di sterminio sovietici per applicarlo ai lager; e che i lager nazisti liberati dai sovietici non vennero smantellati, ma divennero parte dell'«arcipelago Gulag» descritto da Solgenitsin.
All'inizio della persecuzione hitleriana contro gli ebrei, molti di loro fuggirono in Russia; Stalin li riconsegnò al Fuhrer in segno di amicizia. Secondo gli autori intervistati da Snore, la strategia di Stalin era quella di aiutare Hitler a devastare la società europea e a eliminare tutti gli oppositori al totalitarismo; in un secondo tempo avrebbe attaccato il Reich indebolito dalla guerra e, sconfittolo, avrebbe diffuso il socialismo sovietico a tutto il continente ormai ripulito da Hitler da ogni possibile resistenza, presentandosi all'opinione pubblica mondiale come il liberatore del mondo dal nazionalsocialismo.
Il documentario mostra anche una parata comune delle forze sovietiche e nazionalsocialiste nel paese di Brzesc, il luogo dove le due armate si incontrarono dopo aver occupato l'intero territorio polacco.

L'«UOMO NUOVO» CONTRO L'UMANO
Come afferma la storica Francoise Thom, docente di storia moderna alla Sorbona, intervistata nel documentario, «entrambe le ideologie hanno l'ambizione di creare l'uomo nuovo. I due sistemi non sono d'accordo con la natura umana per come essa è veramente. Sono in guerra con la natura e con la natura umana, e questo è la base del totalitarismo».
Nazionalsocialismo e socialismo sovietico sono in tal modo le due facce della stessa medaglia fin dalla loro origine, ossia la ribellione dell'orgoglio umano contro la natura umana. Entrambe queste ideologie sono state sconfitte, ma la tracotanza umana tenta ancora di creare l'uomo nuovo.


Nota di BastaBugie:
Se vuoi il dvd "Gli orrori di comunismo e nazismo" in HD, puoi richiedercelo cliccando qui
http://www.bastabugie.it/it/contatti.php?pagina=contatti&nome=intro

http://www.youtube.com/watch?v=_IiwgHUzDug


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Ecco inoltre un bellissimo film che porta alla luce verità storiche a lungo taciute su "Katyn". Parla dello sterminio di 22.000 ufficiali polacchi da parte dei sovietici. Per informazioni clicca qui sotto
http://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=19
 
Fonte: Il Timone, Gennaio 2010 (n.89)

mercoledì 29 gennaio 2014

Grossman e l’identità tra comunismo e nazismo

Grossman e l’identità tra comunismo e nazismo: «Tutto comincia con la sostituzione della realtà con l’ideologia»

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gennaio 29, 2014 Francesco Amicone
Per il grande scrittore russo emarginato dal regime sovietico dopo “Vita e destino” la dinamica totalitaria non è isolata nella storia del Novecento ma riguarda ogni uomo. Ne ha parlato Pietro Tosco, esperto della sua opera
medium_Grossman3«I totalitarismi sono due – comunismo e nazismo – e sono fratelli». Con queste parole il direttore esecutivo dello Study Center Vasilij Grossman, Pietro Tosco, ha spiegato cosa intendesse dire il grande autore russo nel suo capolavoro Vita e destino. «La tesi eretica, esplosiva di Grossman», contenuta nel libro che lo condannò all’emarginazione e alla povertà, ha spiegato Tosco durante una conferenza a Carate Brianza organizzata dall’Istituto Don Carlo Gnocchi, «è il pensiero che i due totalitarismi, nazismo e comunismo, sono l’uno lo specchio dell’altro», e che anzi sono «identici, perché identico è il loro principio ideologico».
COMUNISMO COME IL NAZISMO. La tesi appartiene a uno dei più grandi scrittori russi, nonché brillante corrispondente dal fronte del giornale dell’Armata rossa, e ha fatto indignare molti apologeti del comunismo sovietico. Grossman non aveva il problema di districarsi fra giustificazioni e distinzioni fra i due totalitarismi. Faceva parte dell’élite intellettuale del regime ed era uno dei giornalisti sovietici più celebri in tempo di guerra, il primo a mettere il piede in un campo di concentramento nazista, a Treblinka. Nonostante la sua posizione privilegiata, non si è tirato indietro davanti all’evidenza. Subito dopo la guerra «Grossman si rende conto che i due grandi totalitarismi, i due grandi eserciti che a Stalingrado si erano fronteggiati come due grandi nemici, in realtà hanno qualcosa in comune».
comunismo-guardian-jpg-crop_displayI TOTALITARISMI. Dell’uguaglianza fra i due totalitarismi, che ha origine nel mezzo dei combattimenti, «Grossman si accorge all’indomani della guerra mondiale», ha affermato Tosco. «La guerra è stata vinta da ciascun singolo soldato dell’Armata rossa ma viene impugnata dal partito sul banco dei vincitori per giustificare il passato». Per lo scrittore russo, Stalin, che con Hitler aveva sottoscritto il patto di non aggressione Molotov-Ribbentropp (con annessa spartizione della Polonia), «non è l’elemento negativo di un processo cominciato in positivo, ma la conseguenza necessaria che in Russia è cominciata con il padre della rivoluzione, Lenin». Dunque per Grossman, ha proseguito Tosco, «è il comunismo e non lo stalinismo a essere totalitario».
LO STATO DI PARTITO. «Per lo scrittore, russo i due totalitarismi non hanno un’analogia soltanto nella violenza», ha proseguito Tosco. Grossman può tracciare la simmetria dei due regimi sulla base di un principio di identità che viene ancora prima della violenza: lo «Stato di partito». Cioè, ha ha spiegato Tosco, «una realtà che dipende dalla volontà del partito, dove l’ideologia viene eretta a principio assoluto e sostituita alla realtà stessa». Questo terreno comune fra nazismo e comunismo, Grossman lo descrive narrativamente in Vita e destino nel dialogo notturno fra il gerarca nazista Liss e il rivoluzionario bolscevico Mostovskoj. Nella conversazione il nazista Liss pone il comunista Mostovskoj di fronte a una deduzione elementare: «Noi siamo le forme differenti di un unico essere, lo Stato partitico». Grossman non si ferma qui, e fa dire a Liss: «Quando ci guardiamo in faccia l’un l’altro, noi guardiamo uno specchio», per questo «non riesco a spiegarmi il motivo della nostra inimicizia».
Stalin_lg_zlx1KULAKI ED EBREI. Dove ha inizio l’ideologia? Nelle parole. Quando il loro significato viene sostituito e «la realtà diventa quello che di essa si debba dire». Secondo Tosco, lo aveva bene in mente Grossman, che in Tutto scorre, con una riflessione sui “kulaki”, gli agricoltori “benestanti” sterminati da Stalin, scrive: «Per ucciderli, si è dovuto spiegare che i kulaki non erano uomini. Sì, come quando i tedeschi dicevano: i giudei non sono uomini. Allo stesso modo Lenin e Stalin: i kulaki non sono uomini». «Dunque entrambi i regimi, per Grossman, introducono una barriera tra l’uomo e la realtà, la cui origine ha a che fare con la menzogna, con la parola», ha proseguito Tosco. «La violenza prima di essere fisica è linguistica». Così, ha affermato l’esperto dell’opera grossmaniana, «come nella Germania nazista non si parlava di sterminio di ebrei ma di “soluzione finale” così in Unione Sovietica non si diceva fucilazioni di massa ma “misura di profilassi sociale”». Come gli ebrei furono considerati nemici di fatto del nazismo e della razza ariana, «in Unione Sovietica si arrivò al principio assurdo del “nemico oggettivo”, che è tale perché esiste e non per quello che fa».
TUTTI POSSONO ESSERE IDEOLOGICI. «La forza di Grossman sta nell’individuare la dinamica ideologica non come isolata nella storia del Novecento, ma come una dinamica umana», ha continuato Tosco. «Ciascun uomo può essere ideologico» è un’affermazione che il narratore russo, ha puntualizzato l’esperto, «sosteneva sulla base della tradizione ebraica, che aveva riscoperto durante la guerra». Evidente in questo senso è «il richiamo dell’ideologia alla forza dinamica dell’idolo, di cui parlano i salmi». Come l’ideologia, l’idolo, ha spiegato Tosco, è ciò che «dice di essere qualcosa che non è, promettendo qualcosa che non può mantenere». «Alla gabbia dell’ideologia, Grossman contrapponeva non un’altra ideologia», ha concluso Tosco, «bensì ciò che nella tradizione ebraica è definito “cuore”, qualcosa che tutti gli esseri umani hanno in comune e che niente può ingabbiare, che la tradizione occidentale ha chiamato libertà».

lunedì 27 gennaio 2014

Hannah Arendt, l’ebrea che scandalizzò il mondo mostrando la “banalità” dello sterminio nazista

Hannah Arendt, l’ebrea che scandalizzò il mondo mostrando la “banalità” dello sterminio nazista 

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gennaio 27, 2014 Luigi Amicone

Nel film magistrale di Margarethe Von Trotta i quattro anni in cui la filosofa perse gli amici e la reputazione raccontando il processo Eichmann e la “burocrazia” della Shoah. Proiezione straordinaria per i lettori di Tempi



hannah-arendt-film-locandina

Non abbiamo capito nulla se pensiamo che il “Giorno della Memoria” sia un momento di esorcismo collettivo, utile a suscitare tutt’al più una 24 ore di emotività, compassione e simpatia per gli ebrei. Una volta, quando i palestinesi iniziarono a disonorare le loro bandiere lanciando ragazzi imbottiti di esplosivo contro altri ragazzi colpevoli soltanto di essere israeliani, aprendo così una nuova era di empietà totalitaria (a cui qualcuno ha offerto giustificazione e finanche ammirazione), Alain Finkielkraut scrisse che in Occidente il peggiore antisemitismo non si manifesta nei rozzi “naziskin”. Ma in quanti, soprattutto a sinistra, sono pronti a sciogliersi nella commiserazione per gli ebrei morti, ma non per gli ebrei vivi. D’altra parte, per fare vera “memoria” uno deve chiedersi: ma da che pianeta è venuta quella genìa di belve che pianificò ed eseguì materialmente l’Olocausto? Erano marziani? Mostri? O cos’altro erano? Diavoli? Niente di tutto ciò (e nemmeno naziskin), risponde l’ebrea Hannah Arendt raccontata nel film di Margarethe Von Trotta.
Gli spietati esecutori dello sterminio di sei milioni di ebrei appartenevano a questa terra. E non erano belve. Né mostri. Né diavoli. In effetti, ci rammentano i dialoghi e le immagini storiche e di repertorio del processo Eichmann visto con gli occhi di Hannah Arendt (che lo ha seguito in presa diretta a Gerusalemme nel biennio 1961-1962), i volenterosi carnefici degli ebrei erano dei «signor nessuno». «Perfette nullità». «Mediocrità». «Funzionari». «Burocrati». Erano l’omino inquadrato dalle telecamere di tutto il mondo e che riemerge da spezzoni di un documentario in bianco e nero, ripreso mentre sconcertato, incerto, tremolante, risponde alle domande del Procuratore generale «… ma la legge è legge… Ho solo eseguito ordini… Mi state rosolando come una bistecca sulla griglia».
«Avrei ucciso mio padre»
Ecco, per capire e tramandare una memoria veramente viva e veramente efficace della Shoah, sostiene la Arendt che ci viene magistralmente narrata da una grande regista e dalla strepitosa sceneggiatura di Pam Katz, bisogna ricordare e tenere sempre bene a mente questa terribile verità: per la prima volta nella storia, milioni e milioni di esseri umani inermi furono trucidati, gasati, arsi nei forni, resi polvere al vento, non per lo scatenamento di un odio irrefrenabile e apocalittico divenuto follia di massa. Ma per una grigia teoria che ha cominciato col marchiare un certo gruppo religioso e sociale, impedendogli di fare cose che fanno tutti (lavorare, salire su un autobus, scrivere, insegnare, educare secondo la propria coscienza, identità e cultura). A un certo punto, la teoria ha finito per tirare le conseguenze e ha spalancato le porte all’inferno come normalità impiegatizia. Le uccisioni di massa diventano un affare di normale procedura e organizzazione di Stato (nel caso, con tipica determinazione teutonica). Massimo impiego di poteri impersonali, straordinaria perizia logistica e immenso dispiegamento di mezzi e uomini.

adolf-eichmann-processoPossiamo immaginare cosa c’è dietro la possenza di una macchina statale impiegata nella deportazione, uccisione e cancellazione delle tracce di sei milioni di persone? Sì, se ascoltiamo Eichmann a Gersualemme: «Sì, avrei ucciso mio padre, l’avrei fatto se mi avessero dato l’ordine di farlo». In effetti, l’1 settembre 1939, Hitler ordina di ottemperare immediatamente al decreto legge che, nell’agosto dello stesso anno e con tutti i crismi medico-legali e pareri delle eminenti Corti tedesche deputate al caso, autorizzava gli organi dello Stato, medici e funzionari della sanità, a dare “la morte per grazia” ai malati mentali e incurabili. A quel punto si era trovata la “soluzione” anche per gli ebrei (in precedenza si era pensato di imbarcarli e spedirli in Madagascar).
Un’impresa “industriale”
I russi entrano a Treblinka nel luglio 1944. Verosimilmente, è la data degli ultimi “carichi”, ultimi “trasporti”, ultima fase dello sterminio di un popolo. Dunque, occorsero meno di cinque anni per trasportare, uccidere, incenerire, occultare sei milioni di persone. Facendo i conti a spanne, si è trattato di una colossale impresa “industriale” realizzata all’incredibile media di oltre un milione di uccisioni l’anno, centomila al mese, più di tremila al giorno, centocinquanta all’ora. Quasi tre persone uccise ogni minuto. Per cinque anni. E mentre caricavano treni e facevano sparire gli ebrei, i tedeschi dovevano affrontare la vita quotidiana, la guerra, l’offensiva su tutti i fronti delle potenze alleate; dovevano far sparire gli ebrei e nel contempo combattere al fronte, fare la spesa e caricare i treni, vestire i bambini e avere gli incubi per il bambino ebreo della porta accanto che loro stessi avevano denunciato alla Gestapo.

hannah-arendt-film-3Anche solo riandare alla situazione della Germania di fine anni Trenta del secolo scorso e alla tempistica dell’Olocausto fa rabbrividire. Eppure dice Eichmann: «Non ho torto un capello a un ebreo, smaltivo carichi in via amministrativa». Questo è il brand del male per il quale un’ebrea, filosofa e storica tedesca rifugiata in America, conia il termine “totalitarismo”. Qualcosa che non si era mai visto prima. Qualcosa che si sarebbe rivisto nel comunismo di Lenin, Pol Pot, Mao Tze Tung e oggi in Corea del Nord. Qualcosa – nazismo e comunismo – di cui ha scritto il romanzo definitivo Vasilij Grossman.
Non basta. C’è una seconda parte della storia della Shoah riletta da Hannah Arendt. Ed è, tutto sommato, la parte meno interessante, anche se nel film viene rappresentata in maniera drammaticamente e storicamente impeccabile. Certo, si capisce che anche l’intelligente socialista Margarethe Von Trotta è lì lì per commettere il grande e imperdonabile peccato della modernità. Il peccato degli uomini medi diffidenti e furbi, sorta di intellettuali e caricature di filosofi che dubitano e che per alimentare i loro dubbi, la loro pseudo ricerca, la loro pensosità stupida, hanno bramosia d’informazione come di zucchero (anche questa è un’idea messa nero su bianco al tempo in cui non esisteva ancora wikipedia dalla migliore amica di Hannah Arendt, quella Mary McCarthy splendidamente interpretata nel film da Janet McTeer). Però, siccome Von Trotta è veramente intelligente e, dunque, ha accettato il dialogo con Pam Katz («con lui siamo riuscite a scrivere la sceneggiatura grazie a una sorta di “ping-pong”, per cui discutevamo il lavoro per mail, al telefono e di persona, a New York, Parigi e in Germania»), ha capito che se voleva raccontare Hannah non poteva pensare né allo zucchero, né a wikileaks, né ergersi a tribunale e avvocato dei tedeschi. E magari avrà pure riflettuto sul fatto che, in fondo, la moderna retorica sulla “totale trasparenza” e sul “diritto all’informazione” come diritto a sapere tutto di tutti, si riduce a questo: vogliono farti sapere che qualcuno ti ha tradito e sentirti rispondere “sono indignato, li denuncio, in galera”.
hannah-arendt-film-2Tutto il mondo contro
Nel caso di Hannah la questione è più seria e complicata. Voleva capire. E in più, aveva anche un motivo molto personale per approfondire la comprensione di certi fatti. Forse a guidare la cocciutaggine di Hannah (o “arroganza”, come ripetono nella pellicola i suoi detrattori) fu il pensiero del doppiopesismo con cui da una parte venne unanimemente condannato il suo “re nascosto e segreto” (l’amato Martin Heidegger) per la sua adesione al nazismo. Dall’altra era scesa una spessa coltre di silenzio sulle responsabilità di certi capi dell’ebraismo nella collaborazione con gli aguzzini degli ebrei. Argomento che durante il processo a Gerusalemme, a parere di Hannah, venne «deliberatamente e inspiegabilmente evitato». Dopo di che, ebbe certamente le sue ragioni Kurt Blumenfeld, definitivamente perduto come amico: «Hannah, questa volta hai esagerato».

Ed eccoci dunque al secondo corno spinoso del film di Von Trotta: nelle sue corrispondenze da Gerusalemme e da altre ricerche che Arendt aveva svolto in Europa (poi rifluite nel libro La banalità del male), erano emersi fatti che dimostravano l’avvenuta collaborazione all’Olocausto di alcuni capi di agenzie e consigli ebraici. Oltre che nei dialoghi, nel film questa tragedia è evocata dall’immagine di repertorio in cui si vede uno spettatore al processo che interrompe con urla e invettive la deposizione di un rabbino ungherese.
L’amico e teologo Gershom Scholem scriverà in proposito ad Hannah: «Ho ammesso che il problema è abbastanza reale. Perché, allora, il tuo libro dovrebbe comunicare una sensazione di amarezza e di vergogna così forte che non riguarda il contenuto, bensì l’autore?». Ecco, prosegue Scholem le cui parole nel film vengono messe sulla bocca di Kurt, «nella tradizione ebraica c’è un concetto, difficile da definire e tuttavia abbastanza concreto, che conosciamo come Ahabath Israel: “L’amore per il popolo ebraico”. In te, cara Hannah, non ne trovo traccia».
hannah-arendt-film-1A quei tempi equivoci e strumentalizzazioni potevano annidarsi ovunque. I due anni della Arendt a Gerusalemme sono infatti anche gli anni più terribili della Guerra fredda. Tra il 1961 e il 1962 il mondo rischia di sprofondare nell’apocalisse per la “crisi di Cuba”. In quello stesso biennio di massima contrapposizione Usa-Urss, papa Giovanni XXIII indice il Concilio del “dialogo” e invita a Roma le autorità ortodosse di Mosca. Il 1961 è anche l’anno in cui la Repubblica Democratica Tedesca sovietizzata erige il Muro di Berlino e i comunisti preparano “la leggenda nera su Pio XII” (Paolo Mieli), la “calunnia sanguinosa” (David Jaeger) – a cui anche la Arendt sembrò prestare ascolto – della “complicità” di Pio XII nello sterminio degli ebrei. Tant’è, il solo dettaglio errato nella ricostruzione della Von Trotta è la supposta “copertura” offerta dal Vaticano alla fuga di Eichmann.
Comunque sia, questo è il clima che fa da cornice al viaggio di Hannah a Gerusalemme e alle sue corrispondenze e riflessioni sulla Shoah. In definitiva, è un vero peccato che la proiezione in Italia di questo film distribuito da Nexo Digital e Ripley’s Film sia prevista solo nei giorni 27 e 28 gennaio. Dovrebbero poterla ascoltare e vedere tutti la storia di una donna che ebbe contro il mondo perché il mondo pensava che lei, famosa e brillante ebrea in carriera, sarebbe andata a Gerusalemme per scrivere ciò che il mondo si aspettava che lei scrivesse. Spettacolo dell’orrore, indignazione per il mostro, compassione per gli ebrei. Hannah fece molto di più. Guardò in faccia gli autori del male e mostrò che non è difficile essere come loro.

sabato 18 febbraio 2012

nazismo


« Fucilateli tutti! »
***
La prima fase della Shoah raccontata dai testimoni
di:Patrick Desbois(sacerdote cattolico)
 
Father Patrick Desbois
Giornata della memoria Qui i nazisti non ricorsero alle camere a gas, ma a fucilazioni di massa nei boschi
Padre Desbois disseppellisce la «Shoah delle pallottole»
Un prete francese riscrive la storia dell' Olocausto in Ucraina I testimoni: «Sul bordo della fossa era stata sistemata una scala. Ad uno ad uno, completamente nudi, scendevano i gradini e si sdraiavano sui corpi di quelli che erano stati uccisi prima di loro»
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE PARIGI - Il viaggio nella memoria, Patrick Desbois, prete francese, l' ha cominciato nell' infanzia. «Da bambino, mio nonno raccontava gli anni della prigionia in Ucraina. Quando veniva portato fuori dalla cella, per le ore di lavoro forzato, assisteva tutti i giorni a esecuzioni sommarie di ebrei». Dopo un' esperienza di professore di matematica nell' Alto Volta, Patrick Desbois, oggi cinquantenne, decise di entrare in seminario. Ordinato sacerdote, ha speso gli ultimi dieci anni alla ricerca di tracce e testimonianze che confermassero il racconto del nonno. «Ho sempre sentito la Shoah come un dovere e una responsabilità». Il viaggio nella memoria si è trasformato in missione di giustizia ed eccezionale risultato storico, perché alza il velo su un capitolo dell' Olocausto quasi ignorato e mai documentato nelle sue spaventose dimensioni: la scomparsa di un milione e mezzo di ebrei dall' Ucraina occupata dai nazisti. E' uno sterminio sistematico e pianificato, ma il sistema è più rapido e tecnicamente meno complicato delle camere a gas: la fucilazione di massa. «Quando si parla di fucilazione, si è portati a immaginare azioni improvvise e condizionate dagli avvenimenti bellici. Invece - racconta padre Desbois - ho potuto accertare che i nazisti verificavano identità dei prigionieri e origini etniche della popolazione locale prima di passare all' azione. I carnefici erano le truppe speciali inviate a questo scopo da Himmler, ma una parte della popolazione locale fu costretta a collaborare allo sterminio. C' erano gli addetti al trasporto dei cadaveri o alla preparazione delle fosse e ragazzi incaricati di raccogliere i denti d' oro e gli abiti dei morti. I prigionieri ebrei venivano ammassati nei boschi o al centro dei villaggi. Per tenerli tranquilli, girava la voce che si stava preparando un grande trasferimento in Palestina. Fra i civili ucraini, chi non ubbidiva o addirittura nascondeva ebrei veniva condannato a morte. Ma ci sono state uccisioni di ebrei ancor prima che i nazisti occupassero l' Ucraina». Dopo diversi viaggi in Ucraina, con una piccola troupe di interpreti ed esperti balistici, dopo centinaia di interviste di ultimi sopravvissuti e analisi di documenti che, fino alla dissoluzione dell' Unione Sovietica, erano occultati o inaccessibili, padre Desbois ha localizzato 2.200 luoghi di sterminio - fosse comuni, canali, cimiteri, boschi - e condotto un' inchiesta dettagliata su 600. «Il lavoro continua. Ogni viaggio aggiunge pezzi di questo orrendo mosaico. Ho anche trovato un cimitero di prigionieri italiani fucilati - racconta -. All' inizio mi sembrava un' impresa impossibile. I sopravvissuti sono pochi e ancora meno quelli disposti a parlare. L' Ucraina ha subito anche le deportazioni staliniane e fino agli anni Ottanta ci sono stati processi e fucilazioni per collaborazione con il nazismo. La propaganda sovietica non metteva nel conto gli ebrei, ma parlava in generale di vittime civili. Mi hanno aiutato preti locali, sindaci di villaggi sperduti. Poi, a poco a poco, il velo si è squarciato, la gente ha cominciato a ricordare l' orrore: "Dovevamo preparare il pranzo per i soldati incaricati delle esecuzioni. Loro mangiavano sul bordo della fossa e sparavano. Alla fine del pranzo c' erano un migliaio di ebrei in meno", questo è ad esempio il racconto di una donna che lavorava alla mensa. Un altro mi ha raccontato che un ufficiale accompagnava la fucilazione con un' armonica. E' stato incredibile ritrovare quell' armonica dove c' era la fossa comune». Tutto è stato verificato, filmato in 700 ore di registrazione e repertoriato. La «Shoah delle pallottole» è stata presentata in una mostra a Parigi e raccontata da padre Desbois in un libro («Porteur de memoires», ed. Michel Lafon) in cui sono raccolte le testimonianze più significative. «Sul bordo della fossa era stata sistemata una scala. Gli ebrei del villaggio dovevano spogliarsi. Ad uno ad uno, famiglia dopo famiglia, completamente nudi, scendevano i gradini e si sdraiavano sui corpi di quelli che erano stati fucilati prima di loro. C' erano uomini, donne e bambini. Un poliziotto tedesco, di nome Humpel, marciava sui corpi e sparava un colpo alla nuca. Indossava un camice bianco, forse per proteggere la divisa dagli schizzi di sangue. Poi risaliva la scala, prendeva un sorso di grappa e ricominciava. Il massacro è durato una giornata intera. Humpel uccise tutti gli ebrei del villaggio. Da solo». Le imprese del soldato Humpel sono ricordate da due sorelle ucraine, Vira e Luba, anziane abitanti del villaggio di Senkivishvka. «I partigiani poi uccisero il soldato Humpel», ricordano. «Sono un prete cattolico, cresciuto nella Bresse. Come sono arrivato fin qui per ascoltare il racconto di poveri contadini su quanto accaduto nei loro villaggi? Come è stato possibile che il sentiero della mia infanzia s' intrecciasse con il racconto dei crimini nazisti? È ciò che provo a raccontarvi in queste pagine», scrive padre Desbois nella prefazione. «Balbettando», aggiunge.
Nava Massimo
Pagina 19
(27 gennaio 2008) - Corriere della Sera

Postato da: giacabi a 20:22 | link | commenti
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« Fucilateli tutti! »
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La prima fase della Shoah raccontata dai testimoni
di:Patrick Desbois(sacerdote cattolico)
«Fucilateli tutti!». La prima fase della Shoah raccontata dai testimoni 
«Fucilateli tutti!». La prima fase della Shoah raccontata dai testimoni un libro di Patrick Desbois Tra il 1941 e il 1944, circa un milione e mezzo di ebrei che vivevano in Ucraina, in seguito all'invasione tedesca dell'Unione sovietica, sono stati assassinati mediante fucilazione. Soltanto una minoranza di questi ebrei è stata deportata nei campi di sterminio nazisti. La quasi totalità è morta sotto il tiro delle pallottole degli Einsatzgruppen (unità mobili SS di massacro), delle Waffen-SS, della polizia nazista o dei suoi collaboratori dell'Est europeo. Il fenomeno della Shoah per fucilazione, conosciuto e raccontato dagli storici, nelle sue linee essenziali, ma noto anche alle truppe alleate, non è mai stato ricostruito in modo sistematico, ed è rimasto fino a oggi poco studiato. Padre Patrick Desbois nel giugno del 2002 comincia a ripercorrere le tracce e i luoghi di questo Olocausto per fucilazione, fino a quel momento ignorato. Villaggio dopo villaggio ritrova e intervista i testimoni di terrificanti massacri, riscopre le fosse comuni, nelle quali porta alla luce bossoli di fucili e di mitragliatrici, ossa di uomini, donne e bambini assassinati, così come molti oggetti personali non corrosi dal tempo. In questo modo, raccoglie le prove dell'assassinio selvaggio di centinaia di migliaia di ebrei. Indaga, al tempo stesso, sul fenomeno inquietante del collaborazionismo e fa riemergere dal buio e dal silenzio parole di testimonianza che restituiscono una giusta sepoltura a coloro che furono travolti dalla furia omicida del progetto