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lunedì 6 aprile 2026

La Pasqua è l’annuncio della resurrezione da morte di Gesù

 La Pasqua è l’annuncio della resurrezione da morte di Gesù di Nazareth, il grido che Egli vuole far risentire nell’animo di ognuno di noi: affermazione della positività dell’essere delle cose, di quella ragionevolezza ultima per cui ciò che nasce non viene al mondo per essere distrutto… Diventato uomo e avendo partecipato alla nostra morte, Dio ha reso possibile il cambiamento tanto invocato quanto sentito come impossibile a realizzarsi da parte di un uomo: «Mandaci, o padre Zeus, il miracolo di un cambiamento», gridavano gli antichi. Dal giorno in cui Pietro e Giovanni corsero al sepolcro vuoto e poi Lo videro risorto e vivo in mezzo a loro, tutto si può cambiare. Da allora e per sempre un uomo può cambiare, può vivere, può rivivere. D’altra parte, se la vita non è resurrezione, è uno scivolare triste verso la morte.


(Don Giussani, lettera a La Repubblica, 30 marzo 1997)

giovedì 27 novembre 2025

Caritativa che rompe gli schemi

Caritativa che rompe gli schemi_                                                                                                Don Giussani                                                         

 Guardate, per favore, ho detto l’accusa fin quando deve essere tenuta, perché la nostra comunità è piena di queste rotture di strutture, di questa novità di strutture, di questa novità di rapporti.

Siete voi che non le vedete, perché i vostri occhi sono ciechi, hanno sopra le fette di salame,

perché voi non siete così impegnati. Lo pensavo alcuni giorni fa, quando qualcuno mi citava una

ragazza tra noi che tutte le domeniche va da una certa persona, che vive sola. Perché non lo facciamo tutti? Perché è una rottura di “strutture”, per non dire un’altra parola, e lo è realmente,

perché a uno la domenica piace andare dove vuole. «Be’, adesso sono giudicato perché io, che vado a fare il week-end, non faccio così alla domenica?» Non c'entra, è chiaro che non c’entra,

perché io, se potessi, farei il week-end. Questa ragazza certamente non fa il mille per mille, farà dieci su mille, ma ha rotto qualche cosa, rompe qualche cosa. Quando un nostro amico è venuto

a dirci che ad Arese ci sono dei ragazzi disadattati e che l’unico modo perché si riscattino, come vita, è un ambito affettivo che è loro mancato —normalmente questo è il motivo della loro delinquenza —e perciò lanciava un invito che, per esempio, una famiglia, una persona che volesse, che lo potesse, che lo giudicasse possibile, si prendesse uno di loro, non a casa sempre,ma come amico permanente, perché altrimenti non si costruisce, ecco, questa è la novità del mondo.

Quando uno facesse veramente così, gli nasce una sensibilità anche ai fatti sociali e politici delmondo diversa e all’occasione sa di più come agire e come intervenire. Nessuno di noi l’ha fatto. 

Non giudico, ma può essere un sintomo. È questo che manca, è la struttura da rompere, è la vita come missione. Certo, lo capisco molto bene, perché questa è una vita laboriosa, è una concezione laboriosa, sì, di lavoro, è la vita come lavoro. Il resto è sfogo, affermazione di sé, sfogo, ira e violenza, questo invece è lavoro.

Luigi Giussani, *Una rivoluzione di sé*

La vita come comunione

(1968- 1970)

pp. 188-189

venerdì 1 agosto 2025

La tristezza. Luigi Giussani

 La tristezza.  Luigi Giussani


"La tristezza è una nota inevitabile e significativa della vita, perché nella vita, in ogni suo momento tu hai la percezione di qualcosa che ancora ti manca; la tristezza è un’assenza sofferta.

Che cosa rende buona la tristezza? Riconoscerla come strumento significativo del disegno di Dio. Il disegno di Dio implica questo: che la vita sia sempre, in qualsiasi caso… soggetta alla percezione di qualcosa che manca. Ed è provvidenziale questo… Che la vita sia triste è l’argomento più affascinante per farci capire che il nostro destino è qualcosa di più grande, è il mistero più grande. E quando questo mistero ci viene incontro diventando un uomo, allora questo fascino diventa cento volte più grande. Non ti toglie la tristezza, perché il modo con cui Dio diventa uomo è tale che l’hai senza averlo, l’hai già e non l’hai ancora… Non lo vediamo – io non vedo Lui come vedo te – , so che Lui è qui perché ci sei tu, perché ci siamo noi…

La tristezza è la condizione che Dio ha collocato nel cuore dell’esistenza umana, perché l’uomo non si illuda mai tranquillamente che quello che ha gli può bastare.

La tristezza è parte integrante, non della natura del destino dell’uomo, ma dell’esistenza dell’uomo, cioè del cammino al destino, ed è presente ad ogni passo. Quanto più questo passo è bello per te, quanto più è incantevole per te, quanto più è tuo, tanto più capisci che ti manca quello che più aspetti."  

  (Si può vivere così?, p. 338)

martedì 10 giugno 2025

Comunione, comunità, amicizia

 DIALOGO FRA ENZO PICCININI E DON GIUSSANI 


Comunione, comunità, amicizia


Racconta Piccinini: «A Forlì salgo in macchina con don Giussani, dovevo andare a fare un’assemblea per il movimento a Bologna e lui mi dice: “Allora come va a Bologna? Cosa devo venire a fare, a dire?”. Beh, a Bologna va bene, stiamo pure crescendo, siamo sempre di più, però… “Però cosa?”. Però sono pochi quelli veramente amici.» Allora Giussani continuando a leggere il giornale dice: «Cos’è che hai detto?!» e Piccinini risponde: «Ho detto che mi preoccupa che il nostro problema a Bologna è che sono pochi quelli veramente amici!».
Giussani incalza: «E che problema è?» e Piccinini, un po’ incredulo, ribatte: «Come che problema è? Non dobbiamo diventare tutti amici nel movimento?! Tu hai sempre detto che dobbiamo diventare tutti amici!». 

Giussani allora risponde: «Tu non hai capito niente! Veramente tu sei un ex brigatista che vuole imporre d’autorità anche l’amicizia, ma sei matto?!
Io ho sempre detto tre cose: che tra noi
 la comunione è un dono di Cristo che ci mette assieme e ci lega con la fede e col sacramento.
 La comunità o la compagnia è un compito che dobbiamo costruire noi dando la vita.  
L’amicizia, infine, è una grazia molto rara in una comunità cristiana. 

Capita ogni tanto a qualcuno, e se la godono pure! Le amicizie di una comunità, le amicizie belle, piacevoli, le simpatie, le preferenze ecco, le preferenze, sono molto rare in una comunità, sono quasi impossibili. Enzo, pensaci,  
come si diventa amici?» e Piccinini risponde: «Per una preferenza» 
e Giussani: «Appunto! Come per la moglie, c’è quella che preferisci! Hai un po’ di amici perché tu preferisci loro e loro preferiscono te. Quando finisce la preferenza te vai via. Tu perché stai nella comunità a Bologna, li preferisci?». «No, no! Non li sopporto! E loro mi odiano, mi ammazzerebbero!!». «E allora perché state insieme?». «Il Signore mi ha chiamato qui, lavoro all’ospedale Sant’Orsola, mi sono stati dati!». «Ma tu li preferisci?». «No». «E chi li preferisce?». «Ah, è Cristo che li preferisce, è Lui che me li dà!». 

«Appunto! In una comunità non ci si entra per una preferenza, ma si entra per una preferenza di Cristo, che tocca il cuore a te, lo tocca a lei e ti mette con gente che tu non hai scelto! Che tu non preferisci! E quindi che ti stanno fondamentalmente antipatici. La loro stessa presenza ti ferisce perché tu non li hai scelti e loro non hanno scelto te, quindi è impossibile che siate amici. Siete in comunione perché c’è Cristo risorto presente. Alla comunità dovete dare la vita, è il compito dare la vita, il compito è fare il movimento. Che poi su mille persone, cinque o sei diventino pure amici è una grazia che Dio fa a loro, che se la godono a servizio di tutti. Ma guai a te se pretendi che tutti siano amici in comunità!». 

Enzo rimane interdetto per circa mezzo minuto e Giussani entra a gamba tesa e gli dice: «E poi ti aggiungo un’altra cosa: che la pedagogia di CL è un’autentica pedagogia cristiana, non favorisce le amicizie. Io non ho come scopo che la gente della comunità vada d’accordo, ho come scopo che ognuno vada d’accordo con se stesso, col proprio cuore e con Cristo, non con gli altri»

Io non dirò mai: «Carletto cerca di essere un bravo ciellino, un bravo prete, o peggio un bravo prete di CL. Sii te stesso! Stacci col tuo carattere! Facci vedere che cosa Dio ti ha messo dentro quando s’è inventato uno scomposto come te! Facci vedere chi sei tu, perché Dio t’ha fatto diverso da tutti gli altri. Io tiro su delle personalità molto caratterizzate, che hanno il gusto di dire “Io son fatto così, m’ha fatto Dio e che ci posso fare? Non ho bisogno di cambiare per stara qua!”». 

"Voglio dei luoghi in cui ognuno possa dire: «Io son fatto così e son contento di come Dio m’ha fatto!»  Ti tiro su personalità spigolose, tendenzialmente conflittuali con gli altri, che costringono tutti i giorni a dire: «Ma chi me l’ha fatto fare?! Ma perché io  sto con te?» E quando ci dicono che noi ciellini litighiamo con tutti, dico: «Benissimo, anche tra di noi!» Perché io non ho come scopo che siate amici, ma che ognuno sia se stesso. Preferisco un alto tasso di conflittualità, ma che si respiri aria pura. Quindi la moglie spigolosa è una fortuna!"

domenica 1 giugno 2025

La carità

 La carità

"La carità implica lassenza

di tornaconto, di calcolo.,

di proporzionalità di attese.

La carità abolisce

totalmente ogni ritorno"

LUIGI GIUSSANI 

giovedì 5 dicembre 2024

Eugenio Borgna

 

Eugenio Borgna. Le parole viventi, l’ascolto dell’anima

I giovani assistenti che facevano parte di CL. Poi gli incontri con Giussani, presenza indelebile che «mi ha accompagnato nel cammino della vita». Il contributo del grande psichiatra (da Tracce di febbraio)

Eugenio Borgna
Eugenio Borgna (Foto: Marina Lorusso)
Eugenio Borgna (Foto: Marina Lorusso)
Dalla mia memoria interiore, così la definisce sant’Agostino nel suo splendido libro Le confessioni, che tutti dovremmo leggere e rileggere, rinascono luminosi i miei ricordi di don Luigi Giussani, che hanno dato un senso alla mia vita. A Novara, sono stato il direttore di un ospedale psichiatrico, e poi, dal 1978, l’anno della sua chiusura, il direttore di un reparto di Psichiatria, collocato all’interno dell’ospedale civile della città. Questo mi ha consentito di avere, come assistenti, alcuni giovani medici, che si specializzavano in Psichiatria alla Università di Milano, e venivano a lavorare da noi a Novara. La vita è imprevedibile nei suoi svolgimenti: alcuni di questi giovani assistenti facevano parte di Comunione e Liberazione, e mi hanno fatto incontrare don Giussani. Ne ho un ricordo vivo, e nitidissimo: le sue parole, il suo sorriso, la sua attenzione e la sua tenerezza, la sua testimonianza di un ascolto dell’anima e di una luminosa speranza contro ogni speranza, come la definisce san Paolo, continuano a vivere nella mia memoria e nel mio cuore.
Il primo incontro è stato questo, ne sono seguiti altri, e in particolare quello che ho avuto a Corvara in Badia qualche tempo dopo. Nulla ho dimenticato di quella lontanissima radiosa giornata: la musica, la Quinta Sinfonia di Beethoven, apriva e accompagnava lo snodarsi dell’incontro in una sala immensa, ricolma di giovani, e non più giovani, affascinati e commossi dalle parole di indicibile bellezza spirituale di Giussani. Ci sono stati altri incontri, nutriti della sua straordinaria ricchezza umana e cristiana, che ogni volta lasciavano nel mio cuore scie indelebili di emozioni, e di commozioni.
La cultura, le parole, che la animavano, la luce della fede e della speranza, si associavano alla sua intelligenza e alla sua gentilezza, alla sua generosità e alla sua fierezza, alla sua carità e alla sua testimonianza di preghiera e di verità. Sono qualità umane, trasfigurate dalla luce della Grazia, che le rendeva ancora più splendenti, immergendomi negli sconfinati orizzonti della interiorità – della sua e della mia interiorità –, là dove, come dice ancora sant’Agostino, abita la verità.
La sua capacità di ascolto era straordinaria, animata dalle parole e dai gesti, dal sorriso e dalla accoglienza, che sapeva donare alle espressioni della gioia e della sofferenza: a quelle degli altri, e alla sua. Ma, anche quando la malattia è scesa sulla sua vita, nulla è cambiato nel suo modo di ascoltare, di partecipare al dolore degli altri, dimenticando il suo dolore, e testimoniando senza fine di un modo solo suo di essere nella preghiera, nella luce dello sguardo e nel silenzio presago del cuore, nella accoglienza mistica della sofferenza. La sua vita si confrontava con la sofferenza sulla scia di una luminosa e indicibile testimonianza di fede e di speranza, di carità e di donazione di sé, che davano un senso al vivere, e al morire.
La sua presenza radiosa e indelebile mi ha accompagnato nel cammino della vita, e continua a fare parte della mia memoria, e della mia preghiera. Non potrei non dire ancora come ogni nostro incontro si svolgeva in un clima di ascolto e di attenzione, della attenzione che Simone Weil diceva essere preghiera, allargando il mio cuore alla speranza. Da ogni incontro, potrei ricordarne il tempo e i luoghi, si usciva interiormente rianimati, e più sereni, così da vivere con più coraggio, e con più fiducia, anche le notti oscure dell’anima, come le chiamava san Giovanni della Croce.
A queste mie esperienze di vita interiore non potrei non aggiungere l’importanza della lettura dei libri di Giussani, nei quali le sue straordinarie doti umane e cristiane si intrecciano alle sue conoscenze teologiche e filosofiche, letterarie e psicologiche, ridestando nell’anima arcane meditazioni, che continuano nel silenzio, e nella preghiera, a dare un senso a ogni sua parola ascoltata, o letta.
Le parole sono creature viventi, e in Comunione e Liberazione ci sono i germi di ogni forma di vita, che voglia trascendere i confini del nostro io, estendendoli all’interiorità che è in noi, e liberandoci dalle prigioni dell’egoismo, e della chiusura in noi stessi. Solo così la nostra vita si realizza alla luce di quella che è stata la testimonianza profetica di don Giussani.

domenica 13 ottobre 2024

 Don Giussani nel suo stupendo libro Una rivoluzione di sé dice: “Noi siamo pronti a parlare con tutto il mondo, ad andare dovunque nel mondo, ma abbiamo bisogno di una casa, abbiamo bisogno di un luogo dove la parola sia parola, “espressione “ e dove il rapporto sia “cuore” , cordiale, dove la compagnia sia positiva, dove le parole abbiano un senso e gli intendimenti un senso, e il pane sia pane e l’acqua sia acqua.” Io ho bisogno di una casa, e il bello è che questa casa c’è, è quella che Gesù costruisce e in cui mi chiama ad abitare, una casa aperta al mondo! La casa c’è e ogni giorno più accogliente, sono io che devo decidere di abitarvi, Lui è ben presente, la tiene pulita e pronta per me, mi aspetta!

lunedì 19 agosto 2024

cosa significa studiare

 “Che cosa significa studiare? Quando un ragazzo pensa alla sua ragazza, oppure quando dagli spalti della scuola allunga il collo per vedere la sua ragazza che è entrata in scuola e così è un po’ distratto dal professore perché ogni tanto la guarda, questo si potrebbe indicare in latino con la parola “studere”, un termine potente che nella traduzione italiana è boicottato dalla superficialità con cui viviamo lo “studiare”. Studere è l’essere attirato dall’essere, come il giovane dalla giovane. Allora chi realmente cerca il vero, da tutto si fa aiutare per il vero. Noi studiamo per questo.” 


Luigi Giussani (1978, Equipe nazionale del CLU) #luigigiussani

sabato 27 luglio 2024

ricordare

 “Durante la giornata bisogna stare attenti, essere vigilanti; la parola più giusta è la parola ‘ricordare’. Ricordare qualunque cosa ti riferisca al fatto che hai incontrato, ricordare Gesù, dire: ‘Vieni, Signore’, ‘Veni Sancte Spiritus, veni per Mariam’; ricordare certi volti. Guardare. La compagnia ti dice ‘guarda’. Persone o momenti di persone, da guardare. Sei nella tempesta, irrompono le onde, ma vicino hai una voce che ti ricorda la ragione, che ti richiama a non lasciarti portar via dalle ondate, a non cedere. La compagnia ti dice: ‘Guarda che dopo splende il sole; sei dentro l’onda, ma poi sbuchi fuori e c’è il sole’. Perciò la compagnia è una grande sorgente di amicizia. L’amicizia è definita dal suo scopo: l’aiuto a camminare verso il Destino.”


Luigi Giussani, Vivendo nella carne

domenica 30 giugno 2024

Il Signore porta il bene

 “Quando il Signore viene nella nostra vita, Egli porta il bene, il bene puro ....quando il Signore viene nella nostra vita porta il bene e basta. Tanto è vero che si chiama Grazia. Porta il bene, cioè la gioia, perché il bene è gioia. Tutta la parola delle liturgia è questo invito intenso, ilare a che il vostro animo, la vostra volontà, il vostro cuore si apra completamente e dica di sì completamente. Completamente vuol dire semplicemente. Infatti, questa risposta della vostra libertà, che è richiesta, è la cosa più semplice, più adatta a noi che esista: è quell'atteggiamento che la natura mette nel bambino istintivamente e che noi dobbiamo avere coscientemente, ed è questa la bellezza di essere adulti: questo abbandono che, col tempo che si allunga, si chiama fedeltà; ma che è un abbandono, tutto pieno di fiducia e basta e non c'è da aggiungere altro. E tutti noi siamo oramai intorno a voi per sempre, perché oggi non divide ma unisce per sempre. Siate, perciò, tranquillamente e semplicemente fedeli alla Grazia che vi è fatta".

Luigi Giussani in occasione di una omelia durante un matrimonio 


Fonte pagina Facebook di @Peppino Zola

martedì 28 maggio 2024

non dobbiamo mai scoraggiarci di niente

 "[...] non dobbiamo mai aver paura,

non dobbiamo mai scoraggiarci di

niente.

= tempo e I'esito non è nostro e la

potenza di Dio è più grande di tutta

di tutta la nostra debolezza*

siamo, in qualsiasi caso, anche

quando sbagliamo, sereni, lieti.

Se uno, perché ha sbagliato, non è

lieto, sbaglia lì, perché si affidava a

se stesso.

Invece no, è a Gesù che ci si affida,

E il Signore, che è venuto per

salvarti, lo sa Lui come salvarti!

Perciò anche se sbagli oggi, sbagli

domani, dopodomani, tu sei sicura

che chi ti ha chiamato,,

<<chi ha iniziato in te quest'opera

buona la porterà fino alla fine>>

Ma - tempi non li misuri tu.' "

Luigi Giussani

(cit. in "L'attrattiva Gesù" pag.267

domenica 3 marzo 2024

IL PERDONO

 “LA PRIMA CONDIZIONE NON È L’ATTRATTIVA, MA IL PERDONO”


“Amici miei, di fronte a Cristo come ci viene annunciato nella storia del Suo corpo, che è la Chiesa, e che è il cuore del contenuto del nostro movimento, di fronte a questo non è possibile che non scatti un abbraccio comune, anche se rimangono tutte le diversità (ci sono tra marito e moglie, immaginiamoci se non ci possono essere tra altri!). Ma le diversità non debbono diventare decisive per il riconoscimento dei nostri rapporti, perché il perdono è l’accettazione delle diversità: il perdono è la prima caratteristica fondamentale del rapporto tra Dio e noi – si chiama misericordia –, perciò è la prima condizione per i rapporti tra uomo e uomo, tra uomo e donna, tra la gente. La prima condizione non è l’attrattiva, ma il perdono. Perché l’attrattiva – come dice il mio carissimo amico Leopardi – sta dietro la faccia, è qualcosa che sta dietro la faccia.

(L. Giussani, da “Una strana compagnia”, dai primi Esercizi della Fraternità di Cl “Il cuore della vita, 1982)



domenica 25 febbraio 2024

Sii te stesso

 Piccinini racconta questo episodio: 


A Forlì salgo in macchina con don Giussani, dovevo andare a fare un’assemblea per il movimento a Bologna e lui mi dice: “Allora come va a Bologna? Cosa devo venire a fare, a dire?”. 

"Beh, a Bologna va bene, stiamo pure crescendo, siamo sempre di più, però…" 

“Però cosa?”. 

"Però sono pochi quelli veramente amici.» 

Allora Giussani continuando a leggere il giornale dice: «Cos’è che hai detto?!» 

E Piccinini risponde: «Ho detto che mi preoccupa che il nostro problema a Bologna è che sono pochi quelli veramente amici!» 

E Giussani incalza: «E che problema è?» 

E Piccinini, un po’ incredulo, ribatte: «Come che problema è? Non dobbiamo diventare tutti amici nel movimento?! Tu hai sempre detto che dobbiamo diventare tutti amici!». Giussani allora risponde: «Tu non hai capito niente! Veramente tu sei un ex brigatista che vuole imporre d’autorità anche l’amicizia, ma sei matto?! Io ho sempre detto tre cose: che tra noi la comunione è un dono di Cristo che ci mette assieme e ci lega con la fede e col sacramento. La comunità o la compagnia è un compito che dobbiamo costruire noi dando la vita. L’amicizia, infine, è una grazia molto rara in una comunità cristiana. Capita ogni tanto a qualcuno, e se la godono pure! Le amicizie di una comunità, le amicizie belle, piacevoli, le simpatie, le preferenze ecco, le preferenze, sono molto rare in una comunità, sono quasi impossibili. Enzo, pensaci, come si diventa amici?» 

E Piccinini risponde: «Per una preferenza» 

E Giussani: «Appunto! Come per la moglie, c’è quella che preferisci! Hai un po’ di amici perché tu preferisci loro e loro preferiscono te. Quando finisce la preferenza te vai via. Tu perché stai nella comunità a Bologna, li preferisci?». 

«No, no! Non li sopporto! E loro mi odiano, mi ammazzerebbero!!» 

«E allora perché state insieme?» 

«Il Signore mi ha chiamato qui, lavoro all’ospedale Sant’Orsola, mi sono stati dati!» 

«Ma tu li preferisci?» 

«No» 

«E chi li preferisce?» 

«Ah, è Cristo che li preferisce, è Lui che me li dà!» 

«Appunto! In una comunità non ci si entra per una preferenza, ma si entra per una preferenza di Cristo, che tocca il cuore a te, lo tocca a lei e ti mette con gente che tu non hai scelto! Che tu non preferisci! E quindi che ti stanno fondamentalmente antipatici. La loro stessa presenza ti ferisce, perché tu non li hai scelti e loro non hanno scelto te, quindi è impossibile che siate amici. Siete in comunione perché c’è Cristo risorto presente. Alla comunità dovete dare la vita, è il compito dare la vita, il compito è fare il movimento. Che poi su mille persone, cinque o sei diventino pure amici è una grazia che Dio fa a loro, che se la godono a servizio di tutti. Ma guai a te se pretendi che tutti siano amici in comunità!». 

Enzo rimane interdetto per circa mezzo minuto e Giussani entra a gamba tesa e gli dice: «E poi ti aggiungo un’altra cosa: che la pedagogia di CL è un’autentica pedagogia cristiana, non favorisce le amicizie. Io non ho come scopo che la gente della comunità vada d’accordo, ho come scopo che ognuno vada d’accordo con se stesso, col proprio cuore e con Cristo, non con gli altri». Io non dirò mai: «Carletto cerca di essere un bravo ciellino, un bravo prete, o peggio un bravo prete di CL. Sii te stesso! Stacci col tuo carattere! Facci vedere che cosa Dio ti ha messo dentro, quando s’è inventato uno scomposto come te! Facci vedere chi sei tu, perché Dio t’ha fatto diverso da tutti gli altri. Io tiro su delle personalità molto caratterizzate, che hanno il gusto di dire: “Io son fatto così, m’ha fatto Dio e che ci posso fare? Non ho bisogno di cambiare per stare qua!”». Voglio dei luoghi in cui ognuno possa dire: «Io son fatto così e son contento di come Dio m’ha fatto!» Ti tiro su personalità spigolose, tendenzialmente conflittuali con gli altri, che costringono tutti i giorni a dire: «Ma chi me l’ha fatto fare? Ma perché io  sto con te?» E quando ci dicono che noi ciellini litighiamo con tutti, dico: «Benissimo, anche tra di noi!» Perché io non ho come scopo che siate amici, ma che ognuno sia se stesso. Preferisco un alto tasso di conflittualità, ma che si respiri aria pura. Quindi la moglie spigolosa è una fortuna!"

sabato 18 novembre 2023

La dinamica della fede

 La dinamica della fede 

In Si può vivere così?, e poi in Si può (veramente?!) vivere così?, parlando a giovani che hanno iniziato un cammino di dedizione totale a Cristo nella verginità, Giussani propone una descrizione della dinamica della fede cristiana, «di come la fede scatta», «nasce e si attesta umanamente, ragionevolmente». Per introdurci a essa, formula una lunga premessa sulla fede come metodo di conoscenza della ragione. La ragione ha, infatti, un metodo per conoscere «cose che non vede direttamente e che non può vedere direttamente»: essa «le può conoscere attraverso la testimonianza di altri». Si chiama «conoscenza indiretta per mediazione» o conoscenza per fede e non è meno certa di quella acquisita direttamente, a patto che si sia raggiunto, attraverso il metodo della certezza morale, un giudizio di affidabilità sul testimone: «Se [uno] raggiunge la certezza che una persona sa quel che dice e non lo vuole ingannare, allora logicamente deve fidarsi, perché se non si fida va contro se stesso». Così, posso non essere mai stato in America e affermare razionalmente, con certezza, tramite la testimonianza di altri, che essa esiste. Cultura, storia e convivenza umana si fondano su questo tipo di conoscenza. Premesso questo, rivolgendosi ai suoi interlocutori, Giussani osserva: «Cristo è l’oggetto totale della nostra fede. Come facciamo a conoscere Cristo in modo tale da potervi appoggiare tutto il sacrificio della vita?». Evidentemente, dei metodi «usati dalla ragione quello che qui si applicherà sarà la fede. Cristo non lo conosciamo direttamente, né per evidenza, né per analisi dell’esperienza».Lo conosciamo, appunto, per fede. Entriamo allora nella dinamica della fede cristiana. 

a) Per descriverla, Giussani torna all’origine, a come è sorto il problema nella storia, perciò a quella pagina del Vangelo di Giovanni in cui si narra l’incontro di Andrea e Giovanni con Gesù di Nazareth. È questo il primo fattore del percorso della fede cristiana. «La prima caratteristica della fede cristiana è che parte da un fatto, un fatto che ha la forma di un incontro». E questo, come ogni altro passo del cammino che richiameremo, vale identicamente per noi, oggi.

 b) Il secondo fattore è l’eccezionalità del fatto. L’uomo che avevano davanti era «una Presenza eccezionale». Come avrebbero potuto, altrimenti, dopo poche ore, fare proprie le parole che lui aveva detto di sé e ripeterle ad altri? «Abbiamo trovato il Messia». Ora, «eccezionale» significa per Giussani corrispondente alle esigenze originali del cuore umano. «Trovare un uomo eccezionale vuol dire trovare un uomo che realizza una corrispondenza con quel che desideri, con l’esigenza di giustizia, di verità, di felicità, di amore... che dovrebbe essere una cosa naturale, ma non capita mai, è impossibile, è inimmaginabile». In questo senso, sottolinea Giussani, «eccezionale equivale a divino: divino, perché la risposta al cuore è Dio. Qualcosa di veramente eccezionale è qualcosa di divino: c’è dentro qualcosa di divino».

19 c) Il terzo fattore è lo stupore: «Il fatto da cui parte la fede in Cristo, l’incontro da cui parte la fede di Giovanni e di Andrea […] ha destato in loro un grande stupore». In quei due e negli altri che formavano il primo gruppetto che accompagnava Gesù nei luoghi in cui andava, e poi in tutta la gente che lo incontrava, nasceva un irrefrenabile stupore: avevano davanti un uomo senza paragone, per quello che diceva («Nessuno ha mai parlato come quest’uomo»), per quello che faceva (i miracoli, il suo potere sulla realtà, la bontà, lo sguardo rivelatore dell’umano…). «Ma lo stupore è sempre una domanda, almeno segreta». Che a un certo punto esplode. 

d) Quarto: l’insorgere di una domanda paradossale: «Chi è costui?». È paradossale perché di Gesù «sapevano tutto, sapevano bene chi era, ma era così eccezionale il suo modo di fare, di comportarsi» che, anzitutto quelli «che erano i suoi amici, non hanno potuto non dire: “Ma da che parte viene Costui?”». Giussani osserva: «La fede incomincia esattamente con questa domanda: “Chi è costui?”».

 e) Quinto: la risposta sua.Quella appena richiamata è una domanda inesorabile, a cui però non si sa rispondere: chi Egli veramente sia non lo si può dire da soli, la sua identità (la sua divinità) sfugge alla presa della ragione. I Vangeli riportano un episodio occorso nei pressi di Cesarea di Filippo. Gesù si trovava lì insieme al gruppetto dei suoi. Colto da un pensiero improvviso, chiede: «La gente, chi dice che io sia?».Dopo le risposte, che conosciamo, rivolge a loro la domanda: «Ma voi, chi dite che io sia?». E Pietro, d’impulso: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».In più occasioni Giussani commenta: egli ripete «probabilmente, anche se non ne possedeva appieno il significato, qualcosa che aveva sentito dire da Gesù stesso».E viene lodato: «Beato sei tu, Simone figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli». È infatti una risposta che supera la capacità dell’umana ragione: «La ragione non può dimostrare la divinità di Cristo, perché la divinità in quanto personalmente presente in una realtà umana non è oggetto proprio della ragione. La ragione può arrivare al fatto che si trova di fronte a qualcosa di eccezionale, non può arrivare a definire chi è Gesù Cristo, in quanto divino che si comunica all’umano». Perciò Pietro può solo dire: «Sappiamo che sei Dio perché l’hai detto». La risposta alla domanda su chi Egli sia è sua, di Gesù. Pietro «crede» a quello che Gesù dice di sé. Come faceva a crederGli? Per Pietro e gli altri, giorno dopo giorno, a partire dal primo incontro, seguendoLo, stando con Lui, una cosa era diventata più di ogni altra evidente: «Che di Lui dovevano fidarsi: “Se non mi fido di questo uomo, non posso credere neanche ai miei occhi”».

 f) Sesto punto: la nostra responsabilità di fronte al fatto («il coraggio di dir di sì»29). «Di fronte alla domanda “Chi è Costui?” e di fronte alla risposta che Pietro dà, uno può dire sì o no: aderire a quello che dice Pietro oppure andar via come sono andati via tutti gli altri».Quella di Pietro è la risposta di fede: «La fede afferma una cosa perché l’ha detta Lui. Punto fermo». Ed è «ragionevole che uno accetti una cosa perché l’ha detta Lui, in quanto è storicamente afferrabile e affermabile una eccezionalità di comportamento, una eccezionalità di performance, che non è reperibile da nessun’altra parte». Anzi, sottolinea Giussani, «l’unica cosa razionale è il sì. Perché?». Perché Cristo «corrisponde alla natura del nostro cuore più di qualsiasi nostra immagine, corrisponde alla sete di felicità che noi abbiamo e che costituisceragione del vivere». Mentre «il no nasce sempre dal preconcetto, dal fatto che Gesù diventa scandalo, impedimento a quello che vorresti».Duemila anni dopo, ci troviamo esattamente nella stessa situazione. Come Pietro e gli altri avevano a che fare con l’uomo Gesù di Nazareth, con la sua eccezionalità, così noi abbiamo a che fare con la realtà umana dei suoi testimoni, con la Chiesa, attraverso cui Cristo diventa avvenimento nel presente. Imbattendoci in una certa persona, una certa comunità, un certo modo di vivere, anche in noi, per la sperimentata corrispondenza alle esigenze originali del cuore, nasce uno stupore che diventa domanda: «Come fanno a essere così?». E in virtù della fiducia nei testimoni, cresciuta in un cammino di convivenza che implica tutta la nostra ragione e libertà, matura l’apertura a riconoscere, ad aderire alla risposta che fu di Pietro, veicolata dalla realtà stessa della Chiesa, della compagnia cristiana incontrata. Come, dunque, il riconoscimento di Pietro diventa mio? Ora come allora, il contenuto divino del fenomeno umano in cui ci si imbatte non può essere conosciuto dalla ragione, poiché l’oggetto della fede (il divino presente nell’umano) è costitutivamente oltre l’oggetto normale e proprio della ragione: «Il riconoscimento della presenza di Cristo avviene perché Cristo “vince” l’individuo. Perché avvenga la fede nell’uomo e nel mondo deve cioè accadere prima qualcosa che è grazia, pura grazia: l’avvenimento di Cristo, dell’incontro con Cristo, in cui si fa esperienza di una eccezionalità che non può accadere da sola».La fede, sottolinea Giussani in Generare tracce nella storia del mondo, «è parte dell’avvenimento cristiano perché è parte della grazia che l’avvenimento rappresenta, di ciò che esso è. […] Come Cristo si dà a me in un avvenimento presente, così vivifica in me la capacità di afferrarlo e di riconoscerlo». Correlativamente, però, la nostra libertà è chiamata a domandare e ad accettare di riconoscerlo. Anche noi siamo in gioco. «La libertà dell’uomo si riassume nella domanda: “Accettando che tutto è grazia, Ti chiedo la grazia”: così si salva totalmente sia il fatto che tutto è grazia, sia il fatto che la grazia di Cristo dipende nella sua efficacia anche dalla mia libertà». Nessuno di noi può perciò arrivare alla certezza su Cristo, sulla divinità di Cristo, sulla sua identità di Figlio di Dio, soltanto – e sottolineo soltanto – in forza di qualcosa che gli accade adesso, della esperienza diretta che ne ha, fosse anche il miracolo più straordinario. Pensiamo, per ricapitolare quanto detto, all’episodio del cieco nato (come appare nell’immagine che abbiamo scelto per questa Giornata d’inizio) narrato nel Vangelo di Giovanni. L’esperienza che il cieco nato fa, quando Gesù gli spalma gli occhi col fango, è la guarigione dei suoi occhi. Ma che Gesù sia il Figlio di Dio, questo è un giudizio che neppure il cieco nato ha potuto formulare in forza della sua esperienza diretta. «Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: “Dà gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore”. Quello rispose: “Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: [prima] ero cieco e ora ci vedo”». Ecco, l’esperienza diretta gli fa dire questo. E poi, rispondendo alle obiezioni dei farisei, gli permette di aggiungere: «“Proprio questo stupisce, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla”». Anche questo giudizio, conseguenza della constatazione precedente, è interno all’esperienza stessa. Ma il percorso non finisce qui. «Gli replicarono: “Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?”. E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò gli disse: “Tu, credi nel Figlio dell’uomo?”». Questo – attenzione – è il passaggio chiave: fin qui il giovane coglie l’eccezionalità del fatto che gli è capitato e della persona che ha davanti, ma non può ancora dare il nome appropriato all’autore del fatto, a Colui che gli sta di fronte («Il Figlio dell’uomo»). «Egli rispose: “E chi è, Signore, perché io creda in lui?”. Gli disse Gesù: “Lo hai visto: è colui che parla con te”. Ed egli disse: “Credo, Signore!”. E si prostrò dinanzi a lui». Ecco la fede, resa possibile dall’iniziativa di Cristo stesso lì davanti a lui, a cui il cieco nato aderisce. Senza quest’ultimo passaggio del riconoscimento non è ancora la fede, almeno secondo il proprium del nostro carisma. Giussani ce lo ha ripetuto fino allo sfinimento: la fede è riconoscere una Presenza, la presenza di Cristo.

Davide Prosperi Giornata d’inizio  d'anno 2023

mercoledì 16 agosto 2023

LA FEDE: COSA CERCHIAMO?

 LA FEDE: COSA CERCHIAMO?


«È la fede che noi cerchiamo, è la fede in cui vogliamo penetrare, è la fede che vogliamo vivere. Attorno sembra che tutto collabori, che tutto sia connivente con una forza operosa che questa fede cerca di eliminare o di scardinare o di svuotare o di ricondurre a categorie puramente razionali, a categorie naturalistiche, fuori e dentro il mondo cristiano, dentro oltre che fuori, ora. È la fede autentica, o l’autenticità della fede, che noi cerchiamo. Non cerchiamo altro. Proprio per questo il discorso di questi giorni e il lavoro di questi giorni segna qualcosa in cui ognuno di noi rischia, rischia se stesso. Per questo abbiamo cercato di essere chiari nell’intendimento prima di venire qui. 


Noi siamo pronti a parlare con tutto il mondo, ad andare dovunque nel mondo, ma abbiamo bisogno di una casa, abbiamo bisogno di un luogo dove la parola sia parola, “espressione”, e dove il rapporto sia “cuore”, cordiale, dove la compagnia sia positiva, dove le parole abbiano un senso e gli intendimenti un senso, e il pane sia pane e l’acqua sia acqua». [L’Introduzione di Luigi Giussani agli Esercizi spirituali del Centro culturale C. Péguy (Varigotti, 1 novembre 1968)]


(FTR 2023, pag. 10,  Davide Prosperi)

giovedì 30 marzo 2023

Non possiamo guardarTi senza la nostra compagnia

 "Non possiamo guardarTi senza la nostra compagnia, se non attraverso la nostra compagnia. GuardarTi vuol dire creare la nostra compagnia. E qui veramente Tu dimostri chi sei, perché nella nostra compagnia è abolita l'estraneità e l'inimicizia fino al punto che, nonostante  le estraneità e le inimicizie cui si può dare spazio, c'è tra noi un amore più grande. Un amore più grande: l'amore a Te. Tra di noi, l'amore a Te."


Luigi Giussani #luigigiussani

lunedì 26 dicembre 2022

Santo Stefano Omelia di don Giussani

 26 dicembre: Santo Stefano protomartire


Santo Stefano ovvero dell'amicizia di Cristo

Omelia di Luigi Giussani per la festa di Santo Stefano

Desio, 26 dicembre 1944


Veni Sancte Spiritus.

Veni per Mariam.


Le sacre vesti che i ministri rivestono all’altare non han più il candore di ieri. Rosse sono: simbolo di sangue. Accanto alla dolcissima contemplazione di un Dio bambino riscaldato dall’amore della Madre, quale contrasto la visione di Stefano che muore fra il grandinare delle pietre, coperto di sangue! Con che raccapriccio il nostro pensiero passa dal canto degli angeli e dai volti affettuosi dei pastori alle figure urlanti e frementi d’odio dei lapidatori di Stefano!


Ma l’accostamento è denso di significato. Nel fulgore di luce che circonda la capanna di Betlem si delinea maestosa la figura della Croce.


S. Stefano fu il primo che per seguire il Maestro Divino sacrificò la propria vita. La festa del suo martirio unitamente a quella del S. Natale di cui completa il pensiero, ci danno una lezione di sacrificio. Il suo martirio ci indica un mezzo per aiutarci a vivere questa lezione di sacrificio; il suo martirio ce ne fa vedere i frutti preziosi.


Noi non comprenderemo nulla del vero significato del Natale, se non sentiamo vivamente che Dio si fece uomo per salvare noi: e per salvarci doveva sacrificarsi. Il Bambino, che contempliamo in questi giorni con tutto l’affetto e la riconoscenza di uomini credenti, porta impresso sulla sua fronte a programma di tutta la sua vita e monito alla nostra anima pensosa: «Io son nato a morire per te». Quando la nostra mamma da piccoli ci insegnava a compiere ogni giorno della novena del S. Natale un piccolo fioretto perché il Bambino Gesù ci stesse più comodamente sul fieno rigido e la paglia non lo facesse soffrire - Lui che sarebbe morto in Croce per nostro amore -, la nostra mamma senza saperlo coglieva in modo ingenuo, ma reale, il vero senso della nascita di Dio nel mondo, quello cioè di un profondo sacrificio.


Pensiamo: l’Infinito di Dio si è racchiuso in un minuscolo corpo di bambino. Egli, che ha creato tutto ciò che esiste, si è umiliato a nascere come un meschino figlio di uomo. Egli, l’Eterno, Bellissimo, Incorruttibile ha rivestito questa nostra carne, che ci pesa con tutte le sue esigenze, le sue infermità, la sua condanna a morire e a dissolversi. Egli, ai cui cenni tutte quante le creature si muovono come un canto immenso in Suo onore, ha vissuto in mezzo ai piccoli uomini, trattato colla stessa indifferenza con cui guardiamo le persone ignote che ci passano accanto. Egli, che costruì con meravigliosa sapienza tutte le leggi dell’universo e che conosce anche il più piccolo pensiero che s’alza dal nostro cuore nell’oscurità silenziosa della notte, fu trattato da pazzo. Egli, la giustizia vera, fu condannato ingiustamente. Egli, la vita stessa, in cui ogni vita affonda le radici di sua esistenza, morto sul patibolo degli schiavi. Egli, l’Amore, il cui sguardo trasformava una vita intera, la cui parola consolava una vita intera e di cui il tocco solo delle vesti risanava, giustiziato come un assassino.


La storia del Bambino di Nazareth è una storia di dolore ed è come una grande strada su cui tutti gli uomini, senza distinzione, devono camminare: ma vi è chi la percorre bestemmiando; vi è chi la percorre scuotendo la testa incredulo e senza persuasione; vi è chi la percorre come un lungo lamento, intontito, senza comprendere la meta divina; vi è infine chi la percorre con religiosa rassegnazione: vero martire, cioè testimone di Gesù Cristo - come Stefano -, è colui che si sforza almeno di percorrerla con amore. La vita dell’uomo è colma di fatiche, di rinunce, di dolore: ma l’uomo è attaccato alla sua vita terrena con un istinto formidabile; l’uomo su di essa fabbrica tutti i suoi sogni; in essa colloca tutte le sue speranze; per essa spende tutte le sue fatiche; per tenere la sua vita terrena l’uomo rinuncerebbe volentieri alla certezza di una vita felice nell’aldilà; il dolore e le pene che trova, si sforza bene di diminuirle: con un istinto profondo di egoismo, che cerca di scaricare su chi lo circonda la maggior quantità possibile di pesi, che cerca di asservirsi gli altri, che del bisogno e delle pene del prossimo si disinteressa con sollecitudine. In questa mentalità ogni malato è tenuto come un tollerato; ogni povero è un disgraziato; chi piange, un infelice; ogni essere debole e impotente, una cosa disprezzabile; ogni anima mite, un obbrobrio; ogni individuo poco quotato in società, un fallito. Così sorge l’abborrimento a ciò che costa, la nausea del dovere che impone fatica, l’odio al sacrificio.


A questo punto, per contrasto, mi pare quasi che S. Stefano sorga tra il cumulo dei sassi scagliati, a ricordarci una pagina di Vangelo. Un giorno Gesù si azzardò a dire chiaramente ai discepoli che Egli di lì a poco sarebbe dovuto essere crocifisso. Pietro, presolo per un braccio, si mise a rimproverarlo che così parlasse. Gesù, alzato lo sguardo severo ai discepoli, e con una voce che deve aver fatto rimanere assai male il povero Pietro: «Indietro, Satana - gli intimò -, tu ragioni non collo Spirito di Dio, ma collo spirito di questo mondo» (cfr. Mc 8,33). Indietro, Satana! La distinzione tra Cristo e l’anticristo, fra il cristiano e il non cristiano sta proprio in questa valutazione del sacrificio e della vita. Il sacrificio ha una funzione redentrice, perché è la strada che Cristo ha battuto per salvarci e che ognuno di noi deve seguire per giungere alla sua vera casa. Il sacrificio ha una funzione educatrice, perché ci impedisce di cullare l’illusione che la vita terrena debba durare indefinitamente; ci impedisce di scambiare la misera via del pellegrino colla luminosa eterna felicità della patria. Indietro, Satana! aveva risposto Cristo a Pietro; e levando poi la voce perché l’avesse a sentire anche la folla che gli s’andava accalcando intorno: «Chi mi vuol seguire, su, prenda la sua croce. Perché chi non vuole soffrire ora, soffrirà per sempre; ma chi si sacrificherà ora, godrà per sempre. Che importa a un uomo il divenir padrone dell’universo, se poi perde l’anima sua? Che cosa in cambio darà l’uomo per la sua anima?» (cfr. Mc 8,34-37). Come dovette sentire questo pensiero S. Stefano quando veniva spinto a viva forza fuori dalla Sinagoga e trascinato per le viuzze ingombre dalle baracche dei rigattieri fino al Palazzo del Sommo Sacerdote, per essere condannato alla morte.


Lezione di sacrificio quella di Natale e S. Stefano, ma quale il mezzo per poterla vivere? Ce lo indica S. Stefano colla sua appassionata dedizione al Signore Gesù. Si potrebbe esprimere così: «Non bisogna sentirsi da soli». Quando due sposi fedeli si sentono l’uno vicino all’altro; quando i genitori si sentono vicini ai loro figlioli e i figli accanto ai genitori, la loro forza davanti al sacrificio non è forse centuplicata? Quando degli amici veri si sentono solidali e compatti nel loro Ideale, la loro forza davanti ad ogni ostacolo non si ingigantisce a dismisura? Oh fratelli, e sposo e genitore e figlio e amici altro non sono che una espressione sensibile di Cristo benedetto, l’invisibile ma vero sposo e padre e madre e figlio ed amico, sempre desto accanto a noi con affetto infinitamente premuroso per sostenerci colla sua forza divina. Ma bisogna “credergli”. E credere non è appena prestar fede alle sue parole, ma aderire alla Sua Persona, sentire la Sua Persona sempre presente, dominatrice di ogni attività della vita, di ogni relazione sociale, perfino di ogni forma di pensiero e di sentimento interiore. Dobbiamo poter affermare che nella vita giudicheremmo o agiremmo in modo completamente diverso, se Nostro Signore Gesù Cristo non esistesse: perché Egli è ogni giorno il nostro Maestro personale. «Mi chiamate Maestro, e fate bene: perché lo sono» (cfr. Gv 13,13). È questa fede profonda nella presenza vivente di Nostro Signore Gesù Cristo che fece di Stefano il primo martire: eccolo, ritto, colle braccia elevate mentre la gragniuola di sassi gli cade addosso furibonda: e «lo lapidarono, mentre egli pregava dicendo: “Signore Gesù, accogli l’anima mia”» (cfr. At 7,59).


Un ultimo riflesso ci suggerisce la festa di oggi. «Noi abbiamo abbandonato tutto, Signore, per seguirti» (cfr. Mt 19,27), esclamò una volta Pietro a Gesù. E voleva quasi soggiungere: «Che ci darai?». Gesù rispose alla domanda sottintesa: «Il centuplo in questa vita e la vita eterna» (cfr. Mt 19,29). Il centuplo in questa vita. È una gloria anche terrena: dopo tanti secoli ancora oggi milioni di uomini in tutto il mondo rendono il loro canto di omaggio a S. Stefano e la sua apoteosi s’innalza come una magnifica cattedrale, fatta di ammirazione, di gloria, di amore, di entusiasmo, di venerazione. Ma soprattutto il frutto del sacrificio accolto sulla terra è la pace. Il bene dell’esilio è la pace, come il bene della patria è la felicità. Io parlo, fratelli, della pace interiore, senza di cui non si può godere completamente di nulla; della pace interiore, perché quella esterna in tanto è necessaria in quanto che senza di essa diviene molto più difficile il mantenere quella interiore dello spirito: noi oggi ne abbiamo l’esperienza. La pace vera, quella che importa e che è la sicurezza grande della coscienza che cerca di fare la volontà di Dio; la pace vera, quella che importa e che è la tranquillità profonda che ognuno di noi può sentire, ma che è quasi impossibile far capire a uno che non la prova; che ci lascia lo strazio e il dolore e l’ansia della fatica, ma che in fondo all’anima, appena ci ritorniamo, ci fa trovare una fedele rassegnazione, una silenziosa e certa speranza; la pace vera, quella che importa e che è una pazienza piena di bontà e di comprensione per gli altri, che son tutti nostri fratelli e miseri come noi. Ecco Stefano, colpito a morte, cade in ginocchio con un ultimo grido pieno di pace: «Signore, perdona loro questo peccato» (cfr. At 7,60).


Ci dia Gesù Bambino, per intercessione della Madonna, come la diede al Suo primo martire, la forza sovrumana di saperLo seguire sulla strada della Croce, che è la legge di ogni vita, che è la legge di ogni vero amore, che è - ora - soprattutto la legge della vera amicizia con Cristo. Questa forza Egli la darà ai suoi poveri fratelli uomini, i cui giorni disgraziati fanno toccare con mano come non siamo fatti per la terra.


A noi che dobbiamo soffrire e non vogliamo soffrire, noi che dobbiamo piangere e versiamo con amarezza impotente le nostre lacrime; noi che siamo spogliati e martoriati, e ci ribelliamo con istinto di belve ferite agli strappi rudi; noi che dobbiamo morire e vorremmo fuggire dalla morte con raccapriccio e con orrore. Ci dia di soffrire in pace; di piangere in pace; di sentirci martoriati in pace; di morire in pace.


Nella sua visione dell’Apocalisse S. Giovanni vide davanti al trono dell’Agnello, cioè di Cristo, una immensa moltitudine di persone biancovestita, con una palma tra le mani. Domandò chi fossero: «Essi sono coloro che vennero dalla tribolazione e hanno reso bianche le loro vesti nel sangue dell’Agnello [cioè nella croce e nel dolore]. Perciò ora sono davanti al trono di Dio. Essi non avranno più né fame né sete, né il sole mai tramonterà per essi. E l’Agnello li condurrà per sempre alla sorgente della vita, della felicità, e Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi» (cfr. Ap 7,14-17). Et absterget Deus omnem lacrimam ex oculis eorum. Che meravigliosa cosa! Ricordiamo, fratelli, nel nostro dolore, la visione di S. Giovanni, e confortiamoci al dolcissimo pensiero che «Dio asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi».


Don Giussani a Varigotti

Lapidazione di santo Stefano, arazzo su cartone di Raffaello Sanzio

sabato 3 dicembre 2022

il cerchio rosso dell’Icaro di Matisse


 Ciò che ci deve muovere è quel presentimento di felicità che è la letizia del vivere. Allora il cerchio rosso dell’Icaro di Matisse cosa significa e simboleggia? È per quel cuore che l’uomo, la figura dell’uomo si libra negli spazi e il tempo e lo spazio non sono solo tomba, ma anche spunto per uno slancio. Quel cuore simboleggia che la figura di Icaro è legata, aspira, cioè dipende da qualcosa d’altro, dipende. Dipende da qualcosa d’altro. Se non ci fosse qualcosa d’altro, anche evanescentissimo, quella figura cadrebbe su se stessa, cadrebbe giù, si spiaccicherebbe, come, infatti, è il destino di questa fiaba nella mentalità pagana. Nella mentalità pagana, cioè nella mentalità mondana, l’Icaro è destinato a distruggersi a terra, perché il cuore non tiene, cioè le ali non tengono. Invece quel cuore è il simbolo del rapporto con qualcosa.

Una foglia lontana dal proprio ramo non è più una foglia. Che sia ancora foglia è la sopravvivenza di un’apparenza, perché incomincia a marcire! Allora vuole dire che per essere foglia deve essere legata al ramo, come il ramo al tronco; vale a dire, bisogna che appartenga! Questo è l’Icaro di Matisse, esile fin quanto volete, ma ha la percezione di appartenere a qualcosa d’altro.

Ciò che definisce l’identità, la forza e la letizia di un soggetto – o di una realtà – è la sua appartenenza, è ciò cui appartiene.


Luigi Giussani, L’io rinasce in un incontro, Bur.

venerdì 18 novembre 2022

Sulla comunione

 Sulla comunione

. Dire: « C’è questa carenza di comunione, allora la voglia è quella di approfondire la comunionalità tra di noi » , porta a qualcosa di fittizio, come tale porterebbe a qualcosa di fittizio. È, invece, la voglia di approfondire la fede in me. È l’ultima domanda, che nessuno ha toccato. È l’ultima domanda: è l’approfondirsi della fede in me, è questo che mi coagula con voi in comunione. C’è un pericolo presente e molto diffuso nel movimento: quello di pensare che la riscossa è l’approfondire la propria appartenenza alla oggettività della comunione. Ma l’oggettività della comunione nasce dall’approfondirsi della fede personale, perché la fede è il rapporto con Cristo e Dio. È quanto più approfondisco la fede che mi unisco a te, perfino se tu resisti. Quando sarete sposati, quanto più un uomo approfondirà il senso del suo rapporto con Cristo dentro la funzione che gli è data, tanto più amerà sua moglie, anche se lei gli facesse le corna. È l’approfondirsi della fede nella persona che, come corollario, come conseguenza, matura la comunione. Non è volendo approfondire la comunione tra di noi che la nostra comunione matura: così emergono e si privilegiano, infatti, gli aspetti psicologici, sentimentali, ideologici. È questo il problema che da due anni il CLU cerca di fare venire a galla. Perciò, la presenza sarà una conseguenza di questo, una conseguenza, anche dal punto di vista dinamico, molto analoga: la presenza avviene quanto più è profonda la coscienza della fede che ho in me. Per questo io ho sottolineato certi termini: la presenza « riempie » , dà « gusto » , dà « pace » , perché sono tutti sintomi personali. A che cosa si oppone questa sottolineatura portata a galla, specialmente quest’anno, con l’idea di presenza? Si oppone all’idea di una presenza come « comunità » , come collettività, come gruppo. Non è che non ci debba essere, ma è la conseguenza. Altrimenti diventa ideologico, si sperpera più presto che tardi, ci si stanca. Per questo, lo volevo citare prima, quando è stato provocato dall’intervento di Parma – dico l’unico caso che io ho visto, de visu , con i miei occhi –, il modo con cui quelli della Cattolica hanno portato avanti, hanno gestito, l’azione dei Cattolici Popolari per far pagare meno la mensa e per le tasse all’Università Cattolica, è proprio stato per me il segno più grande di consolazione che il CLU era cambiato, non dico tutto, ma che il CLU stava cambiando, perché è realmente stata come una festa. Infatti hanno fatto anche una festa, con alcune migliaia di persone, davanti alla Cattolica, perché era stato proibito di farla dentro. Da allora, dalla sconfitta avuta quella volta, i capi dell’Università Cattolica hanno cambiato molto l’atteggiamento. Comunque, era una festa. Io ho visto queste persone ilari, cioè riempite, con gusto, in pace, a differenza di tutto quello che si era fatto in altri anni, come iniziative, in università. Cito questo per sottolineare che il problema è la persona, che tutto deriva dalla fede della persona. Per che cosa, amici miei, siamo qui? Che cosa ci riunisce? Fare CL? Ma fatevelo voi CL, se volete proprio giocare anche da grandi! È il problema della propria vita, della mia vita, del significato della mia vita, della verità della mia vita, della verità del mio rapporto col mondo e perciò della verità del mio rapporto col tempo, col destino! Questo è il problema: è la fede, che cosa realmente significhi che Cristo è il significato della mia vita. Il resto è tutto corollario, viene fuori, viene a galla, con i suoi strumenti mediativi, eccetera, ma è questo il punto. In questo senso, una gestione di CL ( si chiami CLE, si chiami CLU, si chiami insediamento), in cui prevalga  la « gestione » , cambia la faccia del significato della diaconia: o la diaconia è punto di gestione oppure è il primo luogo dove c’è gente che vive la fede. 


 Giussani Luigi, Dall'utopia alla presenza: (1975-1978),BUR

sabato 22 ottobre 2022

DISCEPOLANZA E FIGLIOLANZA

 DISCEPOLANZA E FIGLIOLANZA 


«Quando l’allievo non fa che ripetere non la stessa risonanza, ma un miserabile ricalco del pensiero del maestro; quando l’allievo non è che un allievo, fosse pure il più grande degli allievi, non genererà mai nulla. Un allievo non comincia a creare che quando introduce egli stesso una risonanza nuova (cioè nella misura in cui non è un allievo). Non che non si debba avere un maestro, ma uno deve discendere dall’altro per le vie naturali della filiazione, non per le vie scolastiche della discepolanza».(Ch. Péguy, Cahiers, VIII, XI 3.2.1907)


Nel 1989 Giussani commentava questo passaggio di Péguy con queste parole: 


«Questo è il bisogno della nostra compagnia, perché essa sia sorgente di missione in tutto il mondo: non discepolanza, non ripetitività, ma figliolanza. L’introduzione di un’eco e di una risonanza nuova è propria del figlio che ha la natura del padre. Ha la stessa natura, ma è una realtà nuova. Tant’è vero che il figlio può far meglio del padre e il padre può guardare tutto felice il figlio che è diventato più grande di lui. Ma quello che il figlio fa è più grande proprio e solo in quanto realizza di più quello che il padre ha sentito. Perciò, per l’organicità vivente della nostra compagnia, non esiste niente di più contraddittorio che, da un lato, l’affermazione della propria opinione, della propria misura, del proprio modo di sentire e, dall’altro, la ripetitività. È la figliazione che genera: il sangue dell’uno – del padre – passa nel cuore dell’altro – il figlio – e genera una capacità di realizzazione diversa. Così si moltiplica e si dilata il grande Mistero della Sua presenza, affinché tutti Lo vedano dando gloria a Dio».

(Cit. in: Cristo, vita della vita; Esercizi 2022; Prosperi; Assemblea; pag. 71)