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martedì 10 dicembre 2024

Ogni uomo è avvoltoio verso l'altro, rapinatore dell'altro

 Nel criterio della verità è il fondamento della nostra libertà:

<<Se non si afferma la verità del nostro cuore, siamo preda degli avvoltoi che dominano il mondo. Ogni uomo è avvoltoio verso l'altro, rapinatore dell'altro; non solo i potenti, ma anche il compagno può essere il rapinatore della tua anima, sfruttatore di te, può tentare di strumentalizzarti. Non possiamo impedire questo, possiamo fare una sola cosa: essere noi stessi, essere il nostro cuore» (L. Giussani)

sabato 24 febbraio 2024

IL NOSTRO NEMICO

 IL  NOSTRO  NEMICO


""Il nostro nemico è una mediocrità cordiale che impera tra di noi nella misura in cui la nostra compagnia non diventa luogo della memoria di Colui per cui si vive.


Il buonista è per sua definizione un connivente, un complice, perché chiunque voglia dialogare con il mondo – e questo riguarda qualsiasi uomo di buona volontà - deve preoccuparsi anzitutto di impostare la questione sul piano della concezione, dei fondamenti della società. 


E invece questo è severamente bandito, non si deve parlare di queste cose, disturbano. 


Forse che Gesù Cristo ha avuto il problema di non urtare l’unità della società giudaica, che era obiettivamente in decomposizione, divisa tra le urla dello zelotismo che voleva distruggere il predominio romano e la connivenza delle caste sacerdotali che erano anche caste economiche?""


Don Giussani, nel 1994,  agli studenti universitari


La letizia è la condizione per la

generazione, la gioia è la condizione per la fecondità. Essere lieti è la condizione indispensabile per generare un mondo diverso, una umanità diversa.”

Luigi Giussani


giovedì 22 febbraio 2024

Il vero

 22 febbraio 2005 - 22 febbraio 2024. Anniversario della nascita al Cielo di don Luigi Giussani. 


«Nuovo non è ciò che non si è mai sentito o udito, ma ciò che è vero. Il vero, tutte le volte che lo si ripete, ogni volta che lo si ripete, è sempre più nuovo, perché rivela sempre di più se stesso. Il vero, infatti, il nuovo, come abbiamo detto altrove, è il compimento di un’origine, di un antico, di un prima, che si impone nonostante la stanchezza. E la stanchezza ci può essere. Se non ci fosse la stanchezza, saremmo angeli, e noi preferiamo essere uomini stanchi che angeli non stanchi».

(L. Giussani, Un evento reale nella vita dell’uomo: (1990-1991), Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 2013, p. 86).

sabato 6 gennaio 2024

il motivo della strada, è stato l’avvenimento iniziale

 "Chissà quante volte sarà loro venuto in mente: «Torniamo indietro!», chissà quante volte avranno detto: «Qui abbiamo perso la strada!». 

Chissà quante volte avranno detto: «Ma non ci interessa più niente!». 

La strada era, non determinata dal loro stato d’animo, che avevano quel giorno, non dal parere che potevano dare quel giorno, non da quello che vedevano e sentivano in quel giorno, ma da quello che era successo. La ragione della strada, il motivo della strada, ciò che ha determinato la strada è stato l’avvenimento iniziale, quello che li ha fatti partire, e per questo era una strada fedele, una strada in cui non potevano tornare indietro perché - come dicevano gli Scolastici - factum infectum fieri nequit, non si può far sì che una cosa che è accaduta non sia accaduta”.

(L. Giussani)

lunedì 1 gennaio 2024

questa compagnia

 Una volta questa compagnia, o questa strada, aveva un perimetro imponente, imponente dal punto di vista della robustezza delle mura e dal punto di vista del suo slancio estetico.


Nulla di più bello e di più affascinante, nelle lontane epoche, più del monastero. Le mura erano difesa dai nemici anche fisici, la bellezza della sua architettura aveva un solo rivale: la bellezza del canto e della preghiera che in quelle mura e sotto quelle volte si faceva.


Ora la cosa è diventata più spirituale, ora la cosa è diventata più sottile, sembra più inconsistente; non ci sono quelle mura di un metro e più di profondità, non ci sono quelle volute architettoniche, quegli spazi che da soli attiravano l'anima, non c'è più quel suggerimento affascinante del canto e della preghiera regolare.


C'è una compagnia, quella tra di noi, la nostra amicizia, una compagnia in cui tutto quanto dipende dalla buona volontà, dipende dalla volontà dei componenti.


Questa compagnia deve sostituire quelle mura, deve rintracciare l'eco di quei canti, di quelle preghiere, deve sapere ispirare uno sguardo che faccia percepire almeno in qualche modo l'attrattiva fisica di Dio nella sua realtà dentro il mondo, l'attrattiva del segno di Cristo, quell'attrattiva che è segno di Cristo.


don Luigi Giussani

(Tracce 4/2006)

mercoledì 27 dicembre 2023

SANTO NATALE 2023

 SANTO NATALE 2023


La fede, non solo guarda a Gesù, ma guarda dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vedere. La vita di Cristo apre uno spazio nuovo all’esperienza umana e noi vi possiamo entrare. Per permetterci di conoscerlo, accoglierlo e seguirlo, il Figlio di Dio ha assunto la nostra carne. La fede nel Figlio di Dio fatto uomo in Gesù di Nazaret non ci separa dalla realtà, ma ci permette di cogliere il suo significato più profondo, si apre un nuovo modo di vedere. Il vedere diventa sequela di Cristo, e la fede appare come un cammino dello sguardo, in cui gli occhi si abituano a vedere in profondità.

Papa Francesco


Qual è la cosa più importante nella mia vita? È quest’uomo nato dalle viscere di una giovane donna, che è cresciuto come tutti gli altri, ed è morto, ha deciso di morire per salvare gli uomini verso cui tante volte espresse il suo sentimento di pietà: «Ed ebbe pietà di loro perché erano come un gregge senza pastore». Se Dio si è fatto uomo, questo uomo è l’oggetto supremo dell’amore. Non c’è niente di più concreto di questo, perché cambia l’oggi, cambia lo sguardo mio a te.

Luigi Giussani


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sabato 29 luglio 2023

arriva uno che conosce la condizione di quella macchina. È questo, Cristo.

 "Ragazzi, questo è il movimento: una volontà di umanità, una battaglia per l’umano, una vita per l’umano, intelligenti della condizione che occorre. È come se tutta la gente fosse lì a far andare questa macchina che non va: tira di qui, tira di là, svita di qui, svita di là, “pum” di qui, “pum” di là, fanno un salto indietro, tre salti avanti, schiacciano un pulsante di dietro, ne schiacciano tre avanti; insomma, non si sa; d’altra parte, è l’unica cosa che si ha, è la vita. La vita è l’unica cosa che si ha. E arriva uno che conosce la condizione di quella macchina. È questo, Cristo. Ma è tutto il concetto dell’antica teologia. San Tommaso paragonava l’uomo a uno che è disteso per terra e a un certo punto deve alzarsi; fa per alzarsi, punta il gomito, ma ricade, fin quando va lì uno, lo prende sotto le ascelle, lo tira su, e lui, appoggiato a quello lì, comincia ad andare. Questa è la compagnia di Cristo, senza della quale uno non è se stesso. È una cosa dell’altro mondo: non esiste niente che corrisponda al meccanismo quotidiano normale, naturale, della vita dell’uomo, come questo. Il significato del rapporto col padre, la madre, l’amico, la donna, l’uomo è in questo rapporto. È il chiarirsi della condizione originale: vale a dire, la consistenza dell’uomo è rapporto con un Altro (la creazione). Perciò è proprio la legge della dinamica essenziale, costitutiva dell’uomo. Noi ce ne meravigliamo: ne godiamo, nella vita di tutti i giorni, poco o tanto, e ci meravigliamo di questo intervento che compie la questione!"


(L. Giussani, Dall'utopia alla presenza: 1975-1978, BUR, 2006 pag. 345)


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domenica 23 luglio 2023

“La letizia

  “La letizia è la condizione per la generazione, la gioia è la condizione per la fecondità. Essere lieti è la condizione indispensabile per generare un mondo diverso, una umanità diversa.”

Luigi Giussani

martedì 18 luglio 2023

Tu” ( o dell’amicizia

Sull’amicizia 


L'amicizia è quel luogo dove l'attaccamento al vero, l'aiuto agli altri che vivono il vero, ma soprattutto la purità totale per cui ti interessi agli altri (il vero ti fa interessare agli altri), li trovi proclamati, riproclamati contro tutte le obiezioni, sostenuti. L'amicizia non trae la sua consistenza dal fatto che tutti riconoscano la verità, dal fatto che tutti nella compagnia desiderino che gli uomini - tutti gli altri - riconoscano anche loro questa verità, ma è fatta dall'amore al destino dell'altro, dall'amore al destino degli uomini. Quindi l'amicizia è il luogo dove l'amore al destino dell'altro è costitutivo del vivere insieme. «Perché siete insieme?» «Perché desideriamo che ognuno dei compagni raggiunga il destino.» Questo realizza una purità di umanità che vibra già nel contenuto nuovo di avviso, di instancabilità, di generosità, di bellezza e di fascino che è nella compagnia cristiana o, meglio, nella compagnia dei voluti da Dio.


La volta scorsa dicevi che questa compagnia non ha tanto lo scopo di conoscere il vero; quasi si elimina questo primo aspetto, quasi vien meno...


Non: «vien meno», ma: «dato questo». È soltanto il vero, quando è dato, che può permettere l'altro passo e poi l'altro passo ancora. Perciò, innanzitutto, l'amicizia è la ricerca del vero; se non è ricerca del vero, diventa falso anche tutto il resto, è ambiguo e naturalistico il secondo passo, e il terzo.


LUIGI GIUSSANI “Tu” ( o dell’amicizia)


Ciò che è decisivo è un attaccamento a un altro. La legge ultima della natura non è il fare, l'essere coerente col vero, coincidente col giusto, corrispondente col bello, ma è l'amare, cioè affermare l'altro. Tu continuamente fai l'alternativa tra l'io vero che è amicizia ( infatti di uno che ha degli amici ti puoi fidare, gli dai dei soldi da trafficare) e l'uomo solitario che è l'uomo perduto.  

 

Io vorrei capire di più perché dici che l'amicizia è necessaria.

 

L'amicizia è necessaria, innanzitutto perché è dell'essenza dell'amore: se l'amore è passione per il destino dell'altro, questa gratuità - come ho detto agli universitari - è possibile esclusivamente quando si dice sì a una presenza senza limite. Quando due diventano amici perché vogliono il bene ultimo uno dell'altro - che è visivamente, fisiologicamente separabile; si tocca che è separabile da altro tipo di passione di qualsiasi genere; è un'altra cosa ( non si sa dire, perché non corrisponde a niente di preciso nella nostra esperienza; si presènte, ma non si può definire) -, quando l'amicizia c'è tra due ( cioè uno vuole il bene dell'altro e il secondo vuole il bene del primo), è un dato di fatto originale, appartiene alla struttura dell'impeto originale, il volere che tutto il mondo ci fosse lì, che tutta la gente conoscesse, tant'è vero che uno può fare addirittura il sacrificio di non veder più la persona che, amata, ha destato il tutto. Una persona amata che ha il desiderio del destino dell'altro: questo semplice movimento implica la passione - fino alla voglia di morire: nessuno ama gli amici come chi dà la vita - perché tutti entrino in questa amicizia. Perciò dal punto di vista sociale non esiste nessun fattore di pace paragonabile a questo. Non mi son spiegato? Però, parlatene tra voi. Quel che diciamo non son parole e richiami che possono essere accusati di alternativa all'esperienza quotidiana dell'uomo, alla pura esperienza umana; anzi, la mettono così in mostra che mandano fuori a calci gli equivoci che vi si annidavano! Io vorrei che questa fosse la definizione della nostra compagnia, perché in questi giorni pensavo che se ami il destino della persona che hai davanti, questo Altro incontrato inerente alla persona, allora vuol dire che tu abbracci la persona che hai davanti; invece, a volte è come se uno si staccasse... Si va sul tram ed è tutta gente che ci appartiene, e loro non lo sanno. Il grave non è che loro non lo sappiano, il grave è che noi non ci accorgiamo di questo. Tant'è vero che questo può accadere perfino di una casa del Gruppo Adulto. La stessa cosa vale per l'amicizia tra un uomo e una donna che formeranno una famiglia e vale per l'amicizia tra gente chiamata alla verginità. E bisogna accorgersi di questo, perché allora uno s'accorge di quanto gli manchi, ma non come prima cosa - « Oddio, quanto mi manca! » -: se fosse una conseguenza in primo piano sconforterebbe, distoglierebbe dallo scopo. Invece, non è in primo piano, è in secondo piano. Rimane in primo piano una volontà indomabile, un desiderio indomabile di realizzare questo. Allora di fronte a questo desiderio indomabile, centomila errori non contano più: tutto questo non è mai esistito, Egli solo è.

LUIGI GIUSSANI, “Tu” ( o dell’amicizia)

venerdì 23 settembre 2022

Preghiera Giussani

 Al mattino 


"Cercare di vivere, alzandomi tutte le mattine,

vincendo con la mia risposta la paura dell'essere,

la paura del vivere;

cercando di fare tutte le cose bene,

nel miglior modo possibile,

come se Lui fosse lì a guardarmi;

correggere e lasciarmi correggere e quando sono stato cattivo,

provare dolore, un dolore acuto che tende a diventare lieto, chissà come:

tutto questo si chiama, in termini monastici che ripetono San Paolo,

"Fare tutto per la gloria di Cristo, perché Cristo sia conosciuto nel mondo".

Tutto è, tutto io farò, tutto io cercherò di fare, "per la gloria di Cristo".


Ti chiedo, o Dio, di rendermi capace di risponderti in tutti i momenti della mia vita,

perché quel che faccio, misteriosamente, serva alla gloria di Cristo,

perché Gesù sia riconosciuto per quello che è, perché Tu, o Dio diventato uomo,

sia riconosciuto, così che "pur vivendo nella carne

- come ognuno di noi -

io vivo nella fede del Figlio di Dio,

il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me".


Luigi Giussani


Avvenimento di Libertà, Marietti 2002, p. 158

sabato 26 marzo 2022

Figliolanza

 Figliolanza


«Quando l'allievo non fa che ripetere non la stessa risonanza ma un miserabile ricalco del pensiero del maestro; quando l'allievo non è che un allievo, fosse pure il più grande degli allievi, non genererà mai nulla. Un allievo non comincia a creare che quando introduce egli stesso una risonanza nuova (cioè nella misura in cui non è un allievo). Non che non si debba avere un maestro, ma uno deve discendere dall'altro per le vie naturali della figliazione, non per le vie scolastiche della discepolanza».

Questo è il bisogno della nostra compagnia, perché essa sia sorgente di missione in tutto il mondo: non discepolanza, non ripetitività, ma figliolanza. L'introduzione di un'eco e di una risonanza nuova è propria del figlio che ha la natura del padre. Ha la stessa natura, ma è una realtà nuova. Tant'è vero che il figlio può far meglio del padre e il padre può guardare tutto felice il figlio che è diventato più grande di lui. Ma quello che il figlio fa è più grande proprio e solo in quanto realizza di più quello che il padre ha sentito. Perciò, per l'organicità vivente della nostra compagnia, non esiste niente di più contraddittorio che, da un lato, l'affermazione della propria opinione, della propria misura, del proprio modo di sentire e, dall'altro, la ripetitività. È la figliazione che genera: il sangue dell'uno - del padre - passa nel cuore dell'altro - del figlio - e genera una capacità di realizzazione diversa. Così si moltiplica e si dilata il grande mistero della Sua presenza, affinché tutti lo vedano dando gloria a Dio.


L'avvenimento cristiano, pag. 49

mercoledì 17 giugno 2020

LA COSCIENZA DEL PROPRIO PECCATO


LA COSCIENZA DEL PROPRIO PECCATO
***
DA "UN AVVENIMENTO NELLA VITA DELL'UOMO"
PG 49:
Sorprendere la debolezza mortale e riconoscere il peccato in noi ,questa è la prima saggezza,e,insieme ,sorprendere la debolezza mortale e riconoscere peccato degli altri.
Esiste una caratteristica fondamentale che fa capire se riconosciamo il peccato negli altri oppure se prendiamo pretesti da quello che crediamo o vediamo essere errore negli altri per sfogare la nostra ira o sopravvantarci su di loro,per schiavizzarli ,per usarli,come si fa adesso:
noi sorprendiamo la debolezza mortale degli altri se lo facciamo con dolore.
Non si può riconoscere il male nell'altro se non con dolore.
Riconoscere errore dell'altro ,senza dolore SI CHIAMA FARISEISMO.,LA PAROLA CHE OPPRIME L'UMANITÀ OGGI,QUELLA CHE SI DICE PIÙ CIVILE.
Pensiamo alla parabola del pubblicano e del fariseo.
Pensiamo a Zaccheo,alla Maddalena,
all'adultera,a Giuda .
Gesù non fece discorsi contro costoro
FECE DISCORSI CONTRO I FARISEI.
NON FECE DISCORSI MORALISTICI,
FECE DISCORSI CONTRO CHI NEGAVA ,RINNEGAVA LA MORALITÀ NELLA SUA RADICE PIÙ PROFONDA:
LA COSCIENZA DEL PROPRIO PECCATO,
DELLA PROPRIA DEBOLEZZA MORTALE.,
nella quale sentire conniventi ,compagni dello stesso cammino ,gli altri,
con dolore ,CON DOLORE PER LORO TANTO È PESANTE PER NOI..
Chi può avere tanta severità,il fariseo uscì condannato.
Chi può avere tanta compassione..
da chiamare amico Giuda?
Chi può avere tanta verità ,tanta severità,
tanta compassione verso l'universale peccato ?
PER AVERLE ,QUESTE COSE,BISOGNEREBBE ESSERE GRANDI DI CUORE E DI SGUARDO ,COME DIO,
CI VUOLE DIO .
ED ANCHE UN NOSTRO GRIDO A LUI PER ESSERE SALVATI,UN MISERERE.
Basta questa fessura grande o piccola di domanda ,mendicanza ad un Altro,
accogliendo i nostri desideri di un bene più vero del nostro,di una felicità più reale della nostra,di una bellezza, più grande e di un amore,una giustizia
PIÙ GRANDI DELLE NOSTRE MISURE,
CHE NON CI FANNO RESPIRARE ,
CI RENDONO IN BALIA DELLA NOSTRA REATTIVITÀ,DELLE NOSTRE OPINIONI,CHE VOGLIAMO IMPORRE AGLI ALTRI.
BASTA UN GRIDO A CRISTO,NELLA COSCIENZA DELLA NOSTRA POCHEZZA,PER FARE CON LUI UN CAMMINO PER ESSERE NUOVA CREATURA,PER PREGUSTARE IL CENTUPLO QUAGGIU...E LA VITA ETERNA LASSÙ

mercoledì 11 marzo 2020

Perdonare

Perdonare
***
Perdonare vuol dire ridare la possibilità di vivere, ridare il destino, ridare la verità del rapporto. E perciò quel che è accaduto di male (e il ricordo di quel che è accaduto) non è più una ferita, una obiezione, ma un motivo in più per amare.
Nel perdono accade un miracolo: il male diventa bene, perché mi chiede di amare di più e io accetto la sfida. Così il male è divenuto causa di maggior amore. Nel perdono ognuno fa con l’altro ciò che Cristo fa continuamente con lui».
(L. GIUSSANI in A. Sicari, Breve catechesi sul matrimonio, Jaca Book, p. 107)

mercoledì 26 febbraio 2020

predicare i valori morali non partendo dal fatto di Cristo è fuorviante

predicare i valori morali non partendo dal fatto di Cristo è fuorviante
***
"...predicare i valori morali non partendo dal fatto di Cristo è fuorviante: si provoca l’uomo a una cosa di cui non è capace, perché non è capace d’applicare tutti questi valori, anzi, non è capace neanche d’applicarne uno solo, perché sono tutti collegati. È il famoso paragone che facevo del ragazzo che è un disgraziato, un delinquente, cioè un poco di buono, e tutte le ragazze del paese sono sue, e tutte le mamme dicono alle ragazze: «State attente a quello lì! State attente a quello lì!», e tutte lo rifuggono. A un certo punto, invece, si innamora di una persona, ma si innamora veramente. Questa qui tutte le volte che lui l’accosta scappa, perché sa che tipo è, ma lui le dice: «Ma no, ma questa volta è diverso, questa volta è diverso: ti voglio bene veramente». E quella, prima, non ci crede... Supponiamo che ci mettano sei mesi: per sei mesi questa qui scappa e lui dietro. In quei sei mesi lì, cambia. Alla fine di quei sei mesi, sua madre incontra la madre della ragazza e dice: «Mio figlio è cambiato, è irriconoscibile!». Seguendo la ragazza e quello che lei voleva, lui è cambiato: ha imparato tutto e non ha studiato a memoria il catechismo dei valori! Il cristianesimo entra nel mondo così."

Don Luigi Giussani
-Il cristianesimo entra nel mondo così-

Appunti da una conversazione di Luigi Giussani con i “Memores Domini”1993

lunedì 26 febbraio 2018

predicare i valori morali non partendo dal fatto di Cristo è fuorviante

predicare i valori morali non partendo dal fatto di Cristo è fuorviante
***

"...predicare i valori morali non partendo dal fatto di Cristo è fuorviante: si provoca l’uomo a una cosa di cui non è capace, perché non è capace d’applicare tutti questi valori, anzi, non è capace neanche d’applicarne uno solo, perché sono tutti collegati. È il famoso paragone che facevo del ragazzo che è un disgraziato, un delinquente, cioè un poco di buono, e tutte le ragazze del paese sono sue, e tutte le mamme dicono alle ragazze: «State attente a quello lì! State attente a quello lì!», e tutte lo rifuggono. A un certo punto, invece, si innamora di una persona, ma si innamora veramente. Questa qui tutte le volte che lui l’accosta scappa, perché sa che tipo è, ma lui le dice: «Ma no, ma questa volta è diverso, questa volta è diverso: ti voglio bene veramente». E quella, prima, non ci crede... Supponiamo che ci mettano sei mesi: per sei mesi questa qui scappa e lui dietro. In quei sei mesi lì, cambia. Alla fine di quei sei mesi, sua madre incontra la madre della ragazza e dice: «Mio figlio è cambiato, è irriconoscibile!». Seguendo la ragazza e quello che lei voleva, lui è cambiato: ha imparato tutto e non ha studiato a memoria il catechismo dei valori! Il cristianesimo entra nel mondo così."

Don Luigi Giussani
-Il cristianesimo entra nel mondo così-

Appunti da una conversazione di Luigi Giussani con i “Memores Domini”1993

martedì 26 dicembre 2017

UN BAMBINO NELLA STORIA UMANA

UN BAMBINO NELLA STORIA UMANA

Al Natale è dedicato l’ultimo intervento pubblico di don Giussani, quando le sue parole giunsero a noi dalla voce di uno speaker nell’edizione serale del tg2 a portarci il suo sguardo e Il suo cuore che ancora vibravano di giovinezza davanti al Dio Bambino. Era il 24 dicembre 2004.

Perché Gesù viene? Come può l’uomo di oggi stare davanti a questa notizia? E il Natale, che cos’è?
Natale è l’amore di Cristo all’uomo. L’essere nuovo entra nel mondo. L’Essere nuovo come prima non c’era, nella novità del suo comunicarsi agli uomini.
Un essere nuovo entra nel mondo, il mondo del Dio vero. Un essere nuovo in tutto il profilo del mondo, in quel luogo, fiori’.
Tutto viene da lui, ma qui la novità di una vita predomina. Una nuova creazione vince l’antica. L’antica creazione alla nuova si oppone, ma col Natale il calore ritorna nel mondo, e tutto riecheggia all’appello divino, al Mistero che c’è.
L’impossibilità, cioè il Mistero, è immeritato dall’uomo. Eppure qui avviene un fuoco, una affezione che avvolge, un calore che predomina nell’immenso atrio del mondo, nello spazio eterno.
Qui il presentimento di una cosa nuova che infervora, e tutto tende a far diventare concreto. E proprio per questo suscita una grande devozione.

Come grazia divina, in tempi stabiliti, il Figlio di Dio è diventato un bambino nella storia umana. Si è appropriato di carne e formula di un’esistenza.
Nel ricordo e nella memoria di quel Fatto la testimonianza del Figlio di Dio emerge sempre più forte e l’impotenza del male diventa la figura dominante di tutta la storia e il popolo di Jahve’ sorge a investire il mondo.
Così ogni giorno di vita nelle mani del popolo cristiano resta la scommessa del potere di Dio nel tempo e la preghiera alla Madonna che si realizzi in ogni circostanza”.
(L. Giussani)

https://www.youtube.com/watch?v=O3krFoBzk5c&feature=share

venerdì 8 settembre 2017

Quando sei al massimo dell'esasperazione nel disprezzo di te

Quando sei al massimo dell'esasperazione nel disprezzo di te
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Quando sei al massimo dell'esasperazione nel disprezzo di te e nel rifiuto della vita, dici, accusandoti: "io sono un verme strisciante"; e chi ci trovi al tuo livello, al tuo basso livello? Ci trovi Dio, Gesù Cristo, volontariamente disceso con te al tuo livello, al tuo basso livello. I piedi arrivano fino a terra, fino alla superficie della terra, e lì c'è Dio, curvo a lavarteli e a baciarli. [...] Ogni volta che il quotidiano ti scandalizza, che il normale, il dolore o la gioia, le cose, la materialità della tua situazione ti scandalizza, segna quel momento come un comparire  di Dio che ti fa l'occhiolino, di questo Amico che ti fa segno: "guardami, sono qui, dove è che stai col naso? sei un pò strabico? Riconoscimi, sono qui". E' qui, nelle cose; è qui, nei fatti.    
 Luigi Giussani)

domenica 16 aprile 2017

La certezza della gnosi e quella della fede bambina

La certezza della gnosi e quella della fede bambina
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È una catechesi di don Giacomo Tantardini. Una delle tante, che hanno commosso il cuore delle persone che hanno avuto la fortuna di ascoltarlo o di leggerne le stesure successive. E però questa era particolarmente cara al suo cuore. Perché l’ha tenuta a lungo sulla sua scrivania di 30giorni, in particolare negli ultimi mesi della sua vita. Come di cosa sulla quale tornare a posare gli occhi, di tanto in tanto, a cercare spunti di sviluppo nuovi e diversi. Ci è venuta in mente rileggendo il Notes che abbiamo pubblicato il 4 marzo, perché molte delle cose lì accennate (in particolare l’articolo di 30giorni cui si rimanda), sono qui ripetute in maniera diversa e commovente: cenni di giudizio e di conforto particolarmente attuali. La pubblichiamo quasi integralmente.





Roma, 16 febbraio 2011

Scuola di comunità su Il Senso Religioso
Angelus
Oggi volevo iniziare la prima premessa de Il Senso Religioso [L. Giussani, Il Senso Religioso, Jaca Book, Milano 1986]. Qui la cosa importante è la parola che viene usata: realismo. Prima premessa: realismo (pp.11-21). E qui c’è la frase di Alexis Carrel che tante volte chi ha letto questo libro, chi ha fatto incontri su questo libro, avrà ascoltato: «Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità» (p.11). L’osservazione permette di riconoscere la realtà che viene incontro. La prima evidenza è la realtà di cui l’uomo, innanzitutto con i suoi sensi, con l’osservazione, prende nota, si accorge. E ancora: «La nostra è un’epoca di ideologie, nella quale cioè invece che imparare dalla realtà in tutti i suoi dati […] si cerca di manipolare la realtà secondo le coerenze di uno schema fabbricato dall’intelletto» (p.11). All’inizio della seconda pagina, Giussani parla di «osservazione intera, appassionata, insistente del fatto, dell’avvenimento reale» (p.12). Il realismo consiste in questa «osservazione» della realtà «intera, appassionata, insistente».
Per aiutare a percepire cosa sia realismo (che è una parola che anche sui giornali si usa) mi è venuto in mente di raccontare… e lo spunto mi è stato dato soprattutto dalla catechesi di papa Benedetto su santa Giovanna d’Arco. Così che poi tenterò di rileggere alcuni brani di Péguy da Il mistero della carità di Giovanna d’Arco [Ch. Péguy, I Misteri, Jaca Book, Milano 1978]. Il Papa, parlando di Giovanna d’Arco cita Péguy: «Il mistero della carità di Giovanna d’Arco, che aveva tanto affascinato il poeta Charles Péguy, è questo totale amore di Gesù, e del prossimo in Gesù e per Gesù».
Ma, prendendo spunto da quello che il Papa ha detto su santa Giovanna d’Arco, vorrei iniziare raccontando quella che, secondo me, potremmo indicare come una “svolta”, una “conversione”… Papa Benedetto, a Pavia, parlando di sant’Agostino, ha detto che nella vita di sant’Agostino ci sono come tre conversioni. E l’episodio di Giussani che adesso racconto mi sembra che si possa intendere come una svolta, come una conversione nella vita di Giussani. Si tratta, se non sbaglio, dell’ultimo incontro privato di Giussani con Giovanni Paolo II, quando il Papa diceva a Giussani che il pericolo per la fede era l’agnosticismo. Tante volte Giussani aveva definito l’agnosticismo: «Dio, se c’è, non c’entra». Questo è l’agnosticismo: anche se Dio ci fosse, non c’entra con la vita. Papa Giovanni Paolo II diceva che questo agnosticismo era il pericolo per la fede. Un Dio che non c’entra con la vita. E Giussani, nella libertà dei figli di Dio che della fede è una delle espressioni umanamente più affascinanti, ha risposto al Papa: «No, Santità. Non l’agnosticismo, ma lo gnosticismo è il pericolo per la fede cristiana». Eravamo nel ’91-’92. E, secondo me, questa intuizione ha come comportato per Giussani quella che, usando la parola di papa Benedetto per sant’Agostino, si può anche chiamare una conversione. E, usando un’altra parola, si può chiamare una svolta.
Tutto quello che Giussani ha comunicato è racchiuso nell’esperienza che lui stesso chiamava «il mio seminario». Tutta l’esperienza di fede che ha tentato nella semplicità di comunicare era già tutta racchiusa nella fede che la mamma e il papà (anche se non praticante) gli avevano trasmesso e che le vicende della sua giovinezza avevano per grazia così fatto fiorire. Quindi quando parlo di “conversione” non si tratta certamente di una aggiunta dall’esterno.
D’altra parte però l’interlocutore della critica di Giussani all’inizio è stato l’agnosticismo. Il senso religioso ha come interlocutore critico il Dio astratto dell’illuminismo. Ha come interlocutore della critica di Giussani l’agnosticismo e il laicismo. Negli ultimi quindici anni della sua vita è evidente che l’interlocutore è lo gnosticismo. Non l’agnosticismo, ma lo gnosticismo. E l’intervista dell’aprile ’92 sulla «persecuzione cruenta» nei confronti di «coloro che si muovono nella semplicità della Tradizione» può essere considerata il segno della svolta [L. Giussani, Un avvenimento di vita, cioè una storia (introduzione del cardinale Joseph Ratzinger) Edit – Il Sabato, Roma 1993]. Ripeto, questo non ha aggiunto nulla all’esperienza della fede, che era tutta raccolta in quello che Giussani chiama «il mio seminario». «L’esperienza della fede del mio seminario». Ma chiaramente è come se fosse stata una svolta sull’interlocutore che contesta questa fede, sull’interlocutore che questa fede ha di fronte.
Con la parola agnosticismo, citando la frase di Cornelio Fabro, Giussani indicava la separazione tra la fede e la vita… Negli anni Ottanta Giussani ha fatto diverse conferenze nelle università per indicare come pericolo sia l’agnosticismo sia, all’interno della Chiesa, la riduzione protestante dell’avvenimento cristiano a parola [L. Giussani, La coscienza religiosa dell’uomo moderno, Jaca Book, Milano 1985]. E con la parola agnosticismo indicava, ripeto, «Dio, se c’è, non c’entra» e se non c’entra con la vita è come se non ci fosse…
Per suggerire che cosa vuol dire la parola gnosticismo (o gnosi, anzi, meglio, falsa gnosi) vi leggo il salmo delle Lodi di questa mattina. Perché vorrei suggerire cosa significa gnosticismo in maniera esistenziale, così che possa essere di conforto e utile a tutti. È il salmo 76. Ne leggo solo alcuni versetti: «Nel giorno dell’angoscia io cerco il Signore, tutta la notte la mia mano è tesa e non si stanca; io rifiuto ogni conforto. Ripenso ai giorni passati, ricordo gli anni lontani. Forse Dio ci respingerà per sempre, non sarà più benevolo con noi? È forse cessato per sempre il suo amore, è finita la sua promessa per sempre? Può Dio aver dimenticato la misericordia, aver chiuso nell’ira il suo cuore? E ho detto “questo è il mio tormento: è mutata la destra dell’Altissimo”». Lo gnosticismo è il tentativo di fuggire da questo tormento. Il tentativo di fuggire dall’insicurezza in cui la vita cristiana vive. Il tentativo di fuggire da questo tormento e da questa insicurezza. Il famoso libro di Voegelin [Il mito del mondo nuovo. Saggi sui movimenti rivoluzionari del nostro tempo, Rusconi, Milano 1990] dice che la nascita dei movimenti gnostici è il tentativo di fuggire da questa insicurezza «fabbricando» una «certezza vana e non pia»: sono le stesse parole di Giussani: «…si cerca di manipolare la realtà secondo le coerenze di uno schema fabbricato dall’intelletto» (p.11), ed è l’immagine che suggerisce il Concilio di Trento quando condanna il costruire in se stessi una certezza vana e non pia.
Questa certezza non pia si può esprimere con queste parole: la presenza c’è sempre. C’è un modo di affermare che la presenza c’è sempre, che la presenza c’è qui e ora, che è espressione di una certezza non pia. Per sfuggire al tormento di cui parla il salmo, per sfuggire a questa insicurezza… «Ricordo le gesta del Signore, ricordo le tue meraviglie di un tempo. Mi vado ripetendo le tue opere, considero tutte le tue gesta…» ma «questo è il mio tormento: “è mutata la destra dell’Altissimo”». Un tempo il Signore ha agito, ma adesso non si vede il Suo agire, adesso non si manifesta la Sua onnipotenza. Per sfuggire a questa mancanza (Péguy la chiama «indigenza di grazia») si costruisce un’idea. Si tenta di rendere idea la Sua presenza. Idea eterna la Sua presenza. Per sfuggire all’insicurezza del Suo storico manifestarsi si costruisce da noi una certezza non pia, stabilendo, decidendo in noi stessi, da noi stessi (… apud semetipsos statuere…) che la presenza c’è sempre. Per cui il poeta Giorgio Caproni, in una sua poesia, davanti a un prete che continuava a gridare: «Cristo è qui! È qui! / LUI! Qui fra noi! Adesso! / Anche se non si vede! / Anche se non si sente!”», commenta: «La voce era repellente». La gnosi, lo gnosticismo è il tentativo di rendere idea perenne, presente qui e ora, la presenza libera del Signore, il Suo libero manifestarsi.
Non so se sono riuscito a suggerire quello che avevo in cuore di suggerire. In termini, per così dire, positivi: la gnosi è il tentativo di costruire una certezza non pia che toglie, che evita l’unica posizione pia dell’uomo di fronte al Mistero che si rivela, e cioè l’abbandono del bambino che domanda, attende, riconosce. La gnosi è il tentativo di rendere la Sua presenza un’idea, in modo tale che la preghiera non sia l’unica posizione in cui la fede vive. E, ripeto, questo per evitare l’insicurezza, per evitare il tormento della domanda: in passato ha compiuto miracoli, ma oggi dove compie i miracoli? Per evitare questo tormento, ripeto la parola del salmo, per evitare questa insicurezza si afferma che c’è. Ma è l’uomo che stabilisce che c’è, che c’è sempre ed è l’uomo che deve convincersi che c’è, che c’è sempre. La certezza vana e non pia è una costruzione dell’uomo. Invece la certezza pia è l’abbandono del bambino. Perché il bambino è certissimo che la mamma c’è, quando piange perché la mamma non è vicina. Non piangerebbe, se non fosse certo che la mamma c’è. Ma è un’altra certezza, data, donata, non decisa da noi. E proprio perché sicuro che la mamma c’è, piange perché non è vicina. Invece una certezza costruita è letteralmente il contrario della certezza del bambino.
La certezza della fede è l’abbandono del bambino. Non piangerebbe se, senza possedere niente, senza costruire niente, non fosse sicuro che la mamma c’è. E non la chiamerebbe e non l’aspetterebbe. La preghiera come domanda che venga vicino e si manifesti, la preghiera come attesa che venga e si manifesti, la preghiera è il segno della certezza della fede. Come per il bambino che piange sicurissimo che la mamma c’è. Ma non la certezza costruita dall’uomo per evitare l’insicurezza del pianto e della domanda.
Da questo punto di vista leggo questo brano del Papa: «La verginità dell’anima è lo stato di grazia, valore supremo, per Giovanna più prezioso della vita: è un dono di Dio che va ricevuto e custodito con umiltà e fiducia. Uno dei testi più conosciuti del primo Processo riguarda proprio questo: “Interrogata se sappia d’essere nella grazia di Dio, risponde: Se non vi sono, Dio mi voglia mettere; se vi sono, Dio mi voglia custodire in essa”». Questa è la certezza del bambino. Non dice che è in grazia di Dio. Nessuno è certo della salvezza eterna, come certezza costruita da sé. Certezza non pia. Una certezza non pia (per usare l’espressione bellissima del Papa, una settimana fa, parlando dell’unità dei cristiani) è una certezza che non abita nella preghiera. Una certezza non pia è una certezza che non abita nella preghiera. Invece Giovanna d’Arco risponde «se non vi sono, Dio mi voglia mettere, e se vi sono, Dio mi voglia custodire in essa». Così Giovanna d’Arco, quando viene interrogata nel processo. Processo di cui il Papa dice cose bellissime: agli ecclesiastici che l’hanno interrogata «mancava la carità e l’umiltà di vedere in questa ragazza l’azione di Dio». «Vengono alla mente le parole di Gesù secondo le quali i misteri di Dio sono rivelati a chi ha il cuore dei piccoli, mentre rimangono nascosti ai dotti e ai sapienti che non hanno l’umiltà. Così, i giudici di Giovanna sono radicalmente incapaci di comprenderla, di vedere la bellezza della sua anima». Comunque Giovanna, prima di essere interrogata, prega così, ed è una preghiera bellissima: «Dolcissimo Dio [qui si rivolge a Gesù], in onore alla vostra santa Passione, vi chiedo, se voi mi amate [che cosa stupenda è questo «vi chiedo se voi mi amate …»] di rivelarmi come devo rispondere a questi uomini di Chiesa». «Vi chiedo se voi mi amate …»: la fede cristiana è un rapporto tra la libertà, la povera libertà dell’uomo, del bambino e la libertà del Signore. Se voi mi amate. «Da questo saprò che Tu mi ami, se non trionfa su di me il mio nemico» (Salmo 40). Non è la certezza a priori che mi ama. «Da questo», dice il salmo, «saprò che Tu mi ami, se non trionfa su di me il mio nemico». Non dice «se il mio nemico non mi fa cadere».«Quando cade, non è lasciato a terra, perché il Signore lo tiene per mano» (Sal 36).  E lo solleva. Ma dice «se non trionfa su di me il mio nemico». «Da questo saprò che tu mi ami» dice il salmo.
E il Papa continua, ed è questa la cosa che più mi ha colpito, dicendo che Gesù è visto da Giovanna «come il Re del Cielo e della Terra». Tanto è vero che nello stendardo di quando ha combattuto a Orléans, in quei mesi in cui ha guidato l’esercito francese, «Giovanna fece dipingere l’immagine di “Nostro Signore che tiene [in mano] il mondo». La gnosi è come svuotare il Padre Nostro della domanda che il Suo nome, che il Suo regno, che la Sua volontà sia fatta «come in cielo così in terra». Che il Suo nome, il Suo regno, la Sua volontà avvenga come in cielo, cioè nel cuore degli eletti, «così in terra». Non solo in cielo, non solo nell’eternità, ma anche «così in terra». «Così in terra» è un manifestarsi storico. «Così in terra» non si può costruire. «Così in terra» non si può possedere. «Così in terra», per usare le ultime parole pubbliche di Giussani, prima della morte, la vigilia di Natale del 2004 «è una scommessa affidata alla preghiera». Il «così in terra» non può essere costruito, è «una scommessa affidata alla preghiera». Per evitare la scommessa del «potere di Dio nel tempo» affidata alla preghiera si proclama gridando che Egli è qui ora. «La voce era repellente».
Anche il Curato d’Ars, indicando il tabernacolo, diceva «Egli è là», ma lo diceva piangendo. La differenza è tutta qui. Lo diceva piangendo di commozione. «Lacrimae confessionis/ Lacrime di riconoscimento», dice Agostino. La gnosi dice le parole cristiane, tutte le parole cristiane, ma non le dice da bambino. Non le dice da piccolo. Il bambino le dice tutto sospeso al rivelarsi di quella presenza. Anche il santo Curato d’Ars diceva «Egli è là» indicando il tabernacolo. E quando diceva «Egli è là», indicando il tabernacolo e piangendo di commozione, era evidente a tutti che non costruiva nulla. Non costruiva una certezza per evitare l’insicurezza della vita. Era evidente a tutti che riconosceva semplicemente. E domandava certissimo. Certissimo! Altrimenti non avrebbe domandato. Che domandava certissimo: «Se mi vuoi bene». «Dolcissimo Dio, in onore della vostra santa Passione, vi chiedo, se voi mi amate…». La gnosi è il tentativo di rendere il mistero della Sua presenza un’idea per poterla possedere. Un’idea che è sempre e non accade mai, come sono tutte le idee religiose, che sono sempre e non accadono mai.
Péguy nel Mistero della carità di Giovanna d’Arco credo sia l’autore cristiano, il fedele cristiano, che più ha intuito e descritto la tentazione gnostica, la grande eresia che fin dai tempi degli apostoli tenta di snaturare dall’interno la fede della Chiesa. Da questo punto di vista, credo che la cosa più bella che von Balthasar ha fatto è che ha iniziato la sua storia della teologia da Ireneo, il padre della Chiesa antignostico – che in qualche modo non paga un debito al platonismo e alla gnosi neoplatonica – e fa concludere tutto il cammino della teologia cattolica con Pèguy.
Adesso vi leggo alcuni versetti de Il mistero della carità di Giovanna d’Arco. Tutto Il mistero della carità di Giovanna d’Arco è un dialogo tra Giovanna d’Arco e la sua amica Hauviette, che è una fanciulla piccolina che non vive il tormento di Giovanna perché è così piccola che non vive la tristezza di Giovanna per il non manifestarsi della Sua grazia e della Sua presenza; perché è così piccola che le basta dire bene le preghiere del mattino e della sera, che le basta la semplicità della tradizione in cui è custodita. E un dialogo tra Giovanna d’Arco e Gervaise, la monaca anziana, che tentando di confortare e anche di correggere Giovanna, evidenzia ancora di più quello che per gratuita predilezione Giovanna aveva nel cuore.
Così prega santa Giovanna d’Arco: «O mio Dio, se solo si vedesse l’inizio del tuo regno. Se solo si vedesse sorgere il sole del tuo regno. Ma nulla, mai nulla. Ci hai mandato tuo Figlio, che amavi tanto, è venuto tuo Figlio, che ha tanto sofferto, ed è morto, e nulla, mai nulla. Se solo si vedesse spuntare il giorno del tuo regno.
[…]
E i malvagi soccombono alle tentazioni del male, di fare del male; di fare del male agli altri; e perdonami, mio Dio, di fare del male a te; ma i buoni, quelli che erano buoni, soccombono a una tentazione infinitamente peggiore: alla tentazione di credere di essere abbandonati da te. […] Se non ci sono ancora stati abbastanza santi e sante, mandacene altri, mandacene quanti ce ne vorrà; mandacene finché il nemico sia stanco. […] Faremo tutto quello che vorrai. Faremo tutto quello che vorranno. […] Siamo buoni cristiani, tu sai che siamo buoni cristiani. Allora come può essere che tanti buoni cristiani non facciano una buona cristianità. Bisogna che ci sia qualcosa che non va. […] Forse ci vorrebbe altro, mio Dio, tu sai tutto. Sai quello che ci manca. Ci vorrebbe forse qualcosa di nuovo, qualcosa di mai visto prima. Qualcosa che non fosse ancora mai stato fatto. Ma chi oserebbe dire, mio Dio, che ci possa essere ancora del nuovo dopo quattordici secoli di cristianità, dopo tante sante e tanti santi, dopo tutti i tuoi martiri, dopo la passione e la morte di tuo figlio».
[E qui si introduce la cosa che è il cuore di questo Mistero]: «Insomma quello che ci vorrebbe, mio Dio, ci vorrebbe che tu ci mandassi una santa … che riuscisse». E così finisce la vita terrena Giussani, parlando della scommessa del potere di Dio nel tempo affidata alla preghiera. Che riuscisse! Il riuscire di Dio nel tempo è scommessa affidata alla preghiera. «Ci vorrebbe che tu ci mandassi una santa … che riuscisse».
È chiaro che vivendo così non ci si sottrae alla tristezza. «È vero che la mia anima è nella tristezza. Ancora poco fa…». Accenna alla guerra. Accenna a due bambini che hanno perso i genitori durante la guerra, che piangono perché hanno fame.
«È vero che la mia anima è nella tristezza. Ancora poco fa…
Allora perché far finta, perché voler somigliare a tutti gli altri.
[…] Poco fa ho visto passare due bambini, due ragazzetti, due piccini che discendevano da soli quel sentiero laggiù. Dietro le betulle, dietro la siepe. Il più grande che tirava l’altro. Piangevano, gridavano: Ho fame, ho fame, ho fame … Li sentivo da qui. Li ho chiamati. Non volevo lasciare le pecore. Non mi avevano vista.
[…]
Ho dato loro il mio pane: che bel vantaggio! Avranno fame stasera; avranno fame domani.
[…]
È sempre la salvezza che perde, è sempre la perdizione che vince. Tutto non è altro che ingratitudine, tutto non è altro che disperazione e perdizione
[…]
Sarà, mio Dio, che il sangue di tuo Figlio sia scorso invano; che sia scorso invano una volta, e tante volte.
Una volta, quella volta; e da allora tante volte.
Sarà, mio Dio, che il corpo di tuo Figlio sia stato sacrificato invano; che sia stato offerto invano una volta, e tante volte.
Una volta, quella volta; e da allora tante volte
Sarà detto che abbandonerai, che avrai abbandonato la cristianità dei tuoi figli.
[…] Sei tu che ci occorreresti e che si veda passare sulla terra l’impronta della tua mano.
L’hai fatto un tempo. L’hai fatto per altri popoli. Non lo farai per questo popolo di Francia.
Per altri popoli hai mandato dei santi. Hai mandato perfino dei guerrieri.
Noi siamo peccatori, ma siamo cristiani lo stesso. Siamo del popolo cristiano.
[…]
È una cosa spaventosa che ci sia qualcuno che ha su di sé la maledizione di Gesù e che se ne va come un vincitore su tutte le vie del mondo.
[…]
Ecco che da quasi cinquant’anni, Hauviette, i buoni agricoltori pregano il buon Dio per il bene delle messi; ecco che da più di otto anni io fin da piccola lo prego con tutte le mie forze per il bene delle messi. Madama Gervaise è in convento: lei deve sapere perché il buon Dio non esaudisce le buone preghiere». Hauviette le dice, ed è bellissimo anche questo, che non spetta a noi chiedere la ragione.
«Ma voi, giudei, foste i suoi fratelli nella sua famiglia stessa [anche qui è bellissimo! È Péguy che ha difeso l’ebreo Dreyfus]. Fratelli della sua razza e della medesima stirpe [una delle cose che la gnosi deve svuotare è la storicità dell’Antico Testamento. Basta leggere i salmi. Basta leggere il salmo delle Lodi di questa mattina. Deve svuotare la storicità di Israele. Israele ha creduto in Dio perché Dio li ha liberati, non perché hanno affermato da se stessi che c’era Dio. Hanno creduto in Dio perché li ha liberati. In quel Dio hanno creduto. Per questo]. Su voi stessi egli versò delle lacrime uniche. […] Voi [giudei] avete visto il colore dei suoi occhi; avete udito il suono delle sue parole. Della medesima stirpe in eterno […]. Voi avete udito il suono stesso della sua voce. [Qui è bellissimo!] Come dei fratelli minori vi siete rifugiati nel calore, nel tepore del suo sguardo. […] Gesù, Gesù, ci sarai mai così presente. Se tu fossi qui, Dio, non andrebbe così, tuttavia. Le cose non sarebbero mai andate così».
Allora Madama Gervaise in visione risponde: «Egli è qui. È qui come il primo giorno…».
Ripeto che c’è un modo di dire che Egli è qui che, se non abita nella preghiera, se è una costruzione nostra, diventa una bestemmia diabolica. Continua Madame Gervaise: «Lo so, io, che tutto questo non basta. Ho pensato che tu fossi infelice, anche tu, ed è per questo che sono venuta subito. […] Ci sono passata anch’io. I santi e le sante, tutte le sante e tutti i santi ci sono passati. È la condizione stessa, è la dura condizione, è la dura legge, è il duro tirocinio della santità. Ci sono passata, anch’io, io indegna come sono. Tu ci passi a tua volta. A ognuno la sua volta. A ognuno la sua ora. […] Non sei la prima. Non sarai l’ultima.
[…]
Mio Dio, i tuoi santi dovrebbero vivere sempre. Se ne vanno troppo presto, sempre troppo presto. Li richiami sempre troppo presto. E ne hai pure abbastanza per te. Nei hai ben abbastanza nella tua casa [in paradiso]. E noi ne manchiamo. Noialtri ne manchiamo. Ne sentiamo la mancanza. Ne sentiamo tanto la mancanza. Ne manchiamo sempre. Loro riuscivano. E noi siamo delle povere donne che non riescono».
Madama Gervaise dice a Giovanna di non essere orgogliosa. È chiaro che, vivendo in questa domanda e in questa attesa del «così in terra», vivendo sospesi al miracolo, si può essere accusati di essere orgogliosi. Nella seconda parte di questo Mistero Madama Gervaise dice a Giovanna d’Arco di guardarsi dalla tentazione di essere orgogliosa.
Voglio finire con una frase di Giussani, che mi sembra riassuma tutto quello che volevo dire: «È una cosa nuova e noi non ne siamo capaci [è una cosa nuova. È sempre un nuovo inizio la Sua presenza]. La coscienza dell’avvenimento si identifica per me col pregare. Per dire “è avvenuto” [per dire: “Egli è qui”] mi metto in ginocchio a recitare: Salve Regina, Ave Regina coelorum, Ave Domina Angelorum, Iesu dulcis memoria. Non è una cosa sentimentale! L’essenziale della creatura di fronte al Creatore è la preghiera». Per dire «Egli è qui», per dire «è avvenuto» dice Giussani «mi metto in ginocchio a recitare Salve Regina…». Péguy diceva che la Salve Regina vale più di tutta la Summa teologica di san Tommaso e san Tommaso sarebbe stato più che d’accordo, tanto è vero che voleva bruciare tutti i suoi scritti come paglia di fronte all’iniziale esperienza del rivelarsi del Signore.
La Salve Regina è la preghiera in cui è più evidente questo domandare che si manifesti. «Orsù, dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi».
Così Iesu dulcis memoria, dove sono così evidenti le distinzioni per esempio tra il dolce ricordare e il Suo farsi presente, il Suo farsi vicino nel presente.
E così finisco citando questa frase di sant’Ambrogio. «Spero nella tua parola / hoc est in adventum tuum/ cioè nel tuo venire./ Ut venias / Così che tu venga / et suscipias peccatores / e prenda in braccio noi peccatori». Non si può essere presi in braccio da un’idea. Si può essere presi in braccio solo da una presenza quando viene, quando si fa vicina.
Ma l’unica cosa che volevo dire è che lo gnosticismo è evitare che la fede e la vita abitino nella preghiera. È evitare l’unica condizione per entrare nel regno dei cieli, quella del bambino, del piccolo, che è così sicuro della presenza della mamma, che quando non la vede si mette a piangere. E così sicuro della presenza della mamma, che quando non la vede si mette a piangere, che quando non la vede domanda che venga vicino e lo prenda in braccio. È proprio il contrario di quello che taluni rimproverano. È proprio la domanda, le lacrime che domandano di essere presi in braccio, il segno della certezza della fede.  È la certezza del bambino, che è così sicuro della mamma, che può piangere quando la mamma non è vicina e non lo prende in braccio.

martedì 23 agosto 2016

Giussani, i due delitti del cristiano : l'incarnazione e l'evangelizzazione .







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Adesso la cultura razionalistica moderna,  assunta come fondamento filosofico,  come visione filosofica da parte di tutta la massoneria mondiale che l'ha portata al potere economico e politico,  questo razionalismo questa cultura moderna giunta alle sue conclusioni estreme ha la sicurezza di dominare uniformemente tutto E il più grande accusatore di questo,  più grande perché acuto,  e cosciente e drammatico è stato Pasolini quando parlava dell'omologazione  Questa cultura aborrisce , segnala questi come i due supremi delitti contro l'uomo . Il primo delitto è contro la ragione : che l'Eterno si identifichi con un momento del tempo , il Verbo si faccia carne.  E peggio:  Cristo è ancora tollerabile perché è riducibile dall'interpretazione ma la Chiesa non è più tollerabile perché è irriducibile ed è irriducibile nella nostra compagnia  …


Allora il delitto contro la ragione è proclamare l'incarnazione che continua nella storia come Chiesa, corpo misterioso di Cristo . Il secondo delitto è contro la convivenza,  la socialità e perciò la pace tra gli uomini , contro la solidarietà e la pace tra gli uomini . Qual è?  È l'evangelizzazione ciò per cui invece noi siamo nati L'ultima frase del vangelo di san Matteo: " Andate in tutto il mondo predicate il vangelo a ogni creatura" . Per questi due delitti il cristiano non è tollerabile in una società civile (come diceva La Malfa che parlava di società civile e diceva che la Democrazia Cristiana era invece l'espressione di una società barbarica).  Questi sono i due punti d'accusa fondamentali . Di fronte a questi due punti fondamentali della cultura di oggi la conseguenza per il cristiano è quella di un gran respiro di sollievo,  perché capisce bene dov'è il nemico e l'irrazionalità del nemico l'ingiustizia del nemico . Perché il primo va contro l'idea di ragione che essi stessi danno,  la categoria della possibilità , e il secondo va contro il principio della libertà che portano avanti . Sono contraddittori a se stessi?  No!  Perciò mai il cristiano è così in pace e così pieno di voglia di chiarezza e di affetto a ciò che ha incontrato e all'umanità come in questo caso .Quali sono le due possibilità di errore per il cristiano vale a dire quali sono le due sorgenti dello scandalo da cui il cristiano può essere preso Prima di tutto la paura che nasce dal non capire che Cristo ha già vinto.
Dal temperamento alo metodo pp.50- 51

domenica 12 giugno 2016

DISCERNIMENTO

DISCERNIMENTO
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"Vagliate ogni cosa e trattenete il valore" ma "non assumete gli schemi del mondo".


Perciò, realisticamente considerando tutto, nulla è emarginato o dimenticato; tutto però è paragonato con quello che appare il valore e viene trattenuto nella sua corrispondenza al valore: trattenete ciò che è bello, ciò che corrisponde al bello ciò che corrisponde all'ideale di bontà, di bellezza e di vero, che è Cristo: ciò che corrisponde a Cristo.

Perché il resto sì che non c'è: ciò che non corrisponde a Cristo non esiste, è menzogna. 
"Non esiste" in senso cattivo: è un nulla cattivo. Gli schemi mondani generano il cattivo, generano la violenza.
La cultura cristiana porta la pace.

Allora la cultura cristiana che cosa rifiuta della falsa cultura cristiana di oggi (che è dentro tutti i documenti, superiori o inferiori)? Un'affermazione ecumenica che prescinda dal paragone con l'ideale dell'esistenza, dall'ideale con cui paragonare tutto; e che prescinda dall'energia della libertà che, di fronte allo schema mondano, ha il coraggio di affermare ciò che le appare di bello e di buono in tutte le cose rispetto a Cristo.

È la valorizzazione di tutte le cose ma in quanto partecipano delle bellezza di Cristo.>

( L. Giussani, Dal temperamento un metodo)