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domenica 31 agosto 2025

Sant’Agostino

Sant’Agostino: “Ama e fa’ ciò che vuoi”.

 

 Nato a Tagaste (nell’attuale Algeria) nel 354, sant’Agostino ebbe un’educazione cristiana grazie alla madre Monica.

Il padre, pagano, decise di inviarlo a Cartagine per favorire la sua preparazione forense e corroborare la sua capacità retorica che già brillava fin dall’adolescenza.

Nell’importante città africana Agostino giunse nel 370, ormai già allontanatosi dall’educazione materna, preso e catturato dalle lusinghe del piacere, entusiasta del successo che iniziava a riscuotere. Ivi, Agostino conobbe una ragazza, da cui ebbe un figlio (Adeodato) e con cui convisse per 15 anni.

A Cartagine Agostino iniziò a cogliere i limiti di una preparazione retorica slegata dalla verità, rimase affascinato dalla filosofia e avvinto dall’Hortensius di Cicerone, che lo spronava a ricercare la saggezza.

Nel 373 conobbe il manicheismo, dottrina che risaliva a Mani di Babilonia, che sosteneva la lotta continua tra i due princìpi del bene e del male e negava, al contempo, la libertà dell’uomo attribuendo la responsabilità delle azioni cattive alla forza del male.

Agostino promosse questa dottrina con la forza persuasiva delle sue parole e dei suoi scritti, ma rimase sempre solo al livello di uditore, poiché non venne mai iniziato alla setta. Il suo inesausto anelito alla verità non trovava, infatti, conforto nelle parole di Mani.

Agostino fu deluso, poi, quando incontrò Fausto, vescovo dei manichei: allora comprese la grande distanza tra la verità e la vuota e saccente retorica di quell’uomo.

A 29 anni Agostino si recò in Italia, prima a Roma e poi a Milano, dove venne inviato grazie all’appoggio del praefectus urbi Simmaco che voleva contrastare la fama sempre più crescente del vescovo Ambrogio.

Agostino conobbe così il vescovo di Milano, iniziò ad ascoltare le sue prediche per coglierne i difetti e le aporie, ma nel tempo fu catturato da quell’uomo e dalle sue prediche. Fu la stessa Provvidenza, a detta di Agostino, a indirizzarlo verso Ambrogio, come leggiamo nel V libro delle Confessioni:

 

“La tua mano (di Dio) mi conduceva a lui (Ambrogio) senza che io lo sapessi, per essere condotto, cosciente, da lui a Te. Egli, l’uomo di Dio, mi accolse con bontà paterna: da buon maestro accolse il pellegrino. Presi subito ad amarlo, sulle prime, purtroppo, non come un maestro di quella verità che io non speravo affatto di trovare nella tua Chiesa, ma per la sua bontà verso di me.

Ero assiduo ascoltatore delle spiegazioni che teneva al popolo, non con lo scopo con cui avrei dovuto, ma quasi per giudicarne l’eloquenza, se conforme alla fama, […] e pendevo dalle sue labbra, attratto dalle sue parole, ma non interessato, anzi alquanto infastidito dall’argomento. «Lontano dai peccatori è la salvezza», e io ero di quelli. Però andavo avvicinandomi a essa, a poco a poco, senza saperlo”.

 

L’incontro con il vescovo Ambrogio fu l’inizio del cambiamento di un uomo che cercava da anni la verità e che comprese che la verità non è un pensiero, ma una persona: Gesù Cristo. La madre Monica aveva, nel frattempo, raggiunto il figlio a Milano e continuava a pregare per la sua conversione e per la sua felicità.

La circostanza della metànoia (radicale cambiamento e conversione) è da Agostino raccontata nelle Confessioni:

 

“Così parlavo e piangevo nell’amarezza sconfinata del mio cuore affranto. A un tratto dalla casa vicina mi giunge una voce, come di fanciullo o fanciulla, non so, che diceva cantando e ripetendo più volte: «Prendi e leggi, prendi e leggi».

Mutai d’aspetto all’istante e cominciai a riflettere con la massima cura se fosse una cantilena usata in qualche gioco di ragazzi, ma non ricordavo affatto di averla udita da nessuna parte.

Arginata la piena delle lacrime, mi alzai. L’unica interpretazione possibile era per me che si trattasse di un comando divino ad aprire il libro e a leggere il primo verso che vi avrei trovato.

Avevo sentito dire di Antonio [sant’Antonio abate, ndr] che ricevette un monito dal Vangelo, sopraggiungendo per caso mentre si leggeva: «Va’, vendi tutte le cose che hai, dalle ai poveri e avrai un tesoro nei cieli, e vieni, seguimi». Egli lo interpretò come un oracolo indirizzato a se stesso e immediatamente si rivolse a Te.

Così tornai concitato al luogo dove stava seduto Alipio e dove avevo lasciato il libro dell’Apostolo all’atto di alzarmi. Lo afferrai, lo aprii e lessi tacito il primo versetto su cui mi caddero gli occhi.

Diceva: «Non nelle crapule e nelle ebbrezze, non negli amplessi e nelle impudicizie, non nelle contese e nelle invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo né assecondate la carne nelle sue concupiscenze».

Non volli leggere oltre, né mi occorreva. Appena terminata infatti la lettura di questa frase, una luce, quasi, di certezza penetrò nel mio cuore e tutte le tenebre del dubbio si dissiparono” (Sant’Agostino, Confessiones VII).

 

L’episodio risale al 386. Agostino aveva trentadue anni. La voce di un bimbo lo aveva esortato ad aprire la Bibbia e a leggere. Il passo su cui era caduto lo sguardo era di san Paolo di Tarso, grande peccatore che divenne poi l’Apostolo delle genti.

Agostino venne battezzato da Ambrogio il Sabato Santo del 387. Nel suo animo rimase la consapevolezza che la verità che lui aveva sempre cercato gli era stata a fianco nella sua vita già dal primo momento:

 

Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Tu eri dentro di me ed io ero fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Tu eri con me, ma io non ero con Te. Mi tenevano lontano da Te le tue creature, inesistenti se non esistessero in Te.

Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di Te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace” (Confessioni X, 27,38).

 

Agostino aveva ben compreso che un uomo è ciò che ama. Se ama la terra, allora sarà terra. Se ama Dio, allora sarà Dio. Nell’incontro con Ambrogio Agostino comprende che Deus caritas est (Dio è carità), caritas in veritate (carità nella verità) e che l’amore è alla radice di ogni bene:

 

“Ama, e fa’ ciò che vuoi. Se tu taci, taci per amore: se tu parli, parla per amore; se tu correggi, correggi per amore; se tu perdoni, perdona per amore. Sia in te la radice dell’amore; e da questa radice non può derivare se non il bene” (Agostino d’Ippona, In litteram Ioannis ad Parthos, discorso VII).

 

L’anno successivo (388), mentre Agostino era in procinto di imbarcarsi ad Ostia per tornare in Africa, la madre Monica, che tanto aveva pregato per la conversione del figlio, morì. Sarebbe stata più tardi canonizzata: la sua memoria liturgica ricorre il 27 agosto, mentre quella di Agostino il 28 agosto. Per questo Alessandro Manzoni, dopo la conversione, si confessò per la prima volta proprio nel giorno di sant’Agostino.

Tornato a Tagaste, Agostino venne ordinato sacerdote nel 391 e più tardi, nel 395, associato come coadiutore del vescovo di Ippona (Valerio). Fu vescovo di quella città fino alla morte, avvenuta nel 430 a Ippona, assediata dai Vandali di Genserico

giovedì 14 agosto 2025

Amicizie Sant’Agostino

Con gli amici si cresce nella fede, la lezione di Agostino e le parole di Leone

Per tutta la vita il vescovo di Ippona ha vissuto il bisogno dell'amicizia insieme al desiderio della sapienza. Amava confrontarsi, dialogare, crescere con gli altri nella carità. Questo tratto conviviale, che contraddistingue i religiosi dell'Ordine di Sant'Agostino, emerge anche in Leone XIV che ritiene l'amicizia uno strumento per procedere sulla via della verità, ma quella vera è "sempre in Gesù Cristo con fiducia, amore e rispetto" come ha detto ai giovani a Tor Vergata
Tiziana Campisi - Città del Vaticano
«In tutte le cose umane nulla è caro all'uomo senza un amico», scriveva Sant’Agostino in una Lettera (130,2,4) a Proba, nobildonna romana dell’illustre famiglia degli Anicii che gli aveva chiesto come pregare e cosa domandare a Dio. Nella missiva, il vescovo di Ippona tra i veri beni che gli uomini devono ricercare annovera l’amicizia. Ed esorta a non contenerla «in limiti angusti», poiché «abbraccia tutti quelli a cui sono dovuti affetto e amore, quantunque si rivolga con più propensione verso alcuni e con più esitazione verso altri», e «si estende sino ai nemici, per i quali siamo tenuti anche a pregare. Così - prosegue - non c'è alcuno nel genere umano a cui non si debba amore, basato, se non sulla vicendevole affezione, almeno sulla partecipazione alla comune natura umana». È racchiusa in queste parole quella che il grande padre della Chiesa ritiene l’essenza dell’amicizia. Agostino per tutta la vita, ne ha vissuto il bisogno, insieme al desiderio della sapienza; l’amicizia e la ricerca della Verità sono inscindibili nella sua persona. Alto è il valore che attribuisce alle relazioni umane, gli amici sono una presenza costante in tutta la sua esistenza.



12/07/2025
"L'interiorità", l'insegnamento di Agostino e il magistero di Leone
Cuore, Parola di Dio, azione, sono le parole chiave di omelie, messaggi, catechesi e discorsi pronunciati in questi due mesi dal Pontefice, tratti dall'insegnamento e ...
La comune ricerca di Dio 
Il senso dell’amicizia è stato così forte nel santo nordafricano da essere diventato un aspetto fondamentale della spiritualità agostiniana, perché è con gli amici che Agostino condivide la ricerca di Dio, suo desiderio era convivere con le persone a lui «care», «affinché possiamo indagare in concorde collaborazione sulla nostra anima e su Dio. Così colui che per primo avrà risolto il problema, indurrà senza fatica al medesimo risultato anche gli altri» (Soliloqui I,12,20). Ed è questa ricerca comune il cuore della sua Regola, così si legge, infatti, nel capitolo 1,1: «Il motivo essenziale per cui vi siete insieme riuniti è che viviate unanimi nella casa e abbiate unità di mente e di cuore protesi verso Dio». Dio è il bene comune che spinge a vivere in comunità, è l’amore da scoprire e da vivere, che si fa carità in relazione all’altro e porta alla concordia.



Agostino in un affresco di Benozzo Gozzoli, foto da Opera Omnia di Sant'Agostino, Iconografia agostiniana, Il Quattrocento Primo Tomo
Il Papa e la convivialità agostiniana
Proprio l’amicizia emerge tra le cose più care a Leone XIV, che in alcune occasioni ha mostrato il tratto conviviale che contraddistingue la famiglia religiosa alla quale appartiene, l’Ordine di Sant’Agostino. Per il Papa, come per il presule numida, le amicizie facilitano il cammino verso la verità. «Unendoci in amicizia, costruendo comunità - dice il Pontefice alle nuove generazioni (Videomessaggio ai giovani di Chicago e del mondo intero, 14 giugno) - possiamo trovare il vero significato della nostra vita», ritrovandosi «come amici, come fratelli e sorelle, in una comunità, in una parrocchia, in un’esperienza di vita vissuta insieme nella fede», si può scoprire che «la grazia del Signore, l’amore di Dio, può veramente guarirci, può darci la forza di cui abbiamo bisogno, può essere la fonte di quella speranza» di cui tutti necessitiamo. Unirsi, per «promuovere un messaggio di speranza», questo l’incoraggiamento di Leone, che ritiene, inoltre, l’amicizia uno strumento per crescere nel proprio cammino di fede.



Agostino insegna retorica e filosofia a Roma - Benozzo Gozzoli, affresco chiesa di Sant'Agostino (San Gimignano)
Agostino e Alipio, due amici inseparabili
Svariate e innumerevoli sono state le amicizie di Sant’Agostino, coltivate con amore, nutrite dalla condivisione, curate, ricercate, approfondite, presenti nelle amenità, nelle gioie, nei quotidiani affanni, nei momenti più bui, nell’imperversare delle crisi interiori, nelle conquiste della ragione, lungo i sentieri della fede, nelle elevazioni a Dio. Come non ricordare Alipio, il «fratello del mio cuore», lo chiamava Agostino (Confessioni IX,4,7), l’amico che ha conosciuto le sue inquietudini, con il quale ha condiviso riflessioni, interrogativi, incertezze, angosce e desideri, anche lui appassionato ricercatore della verità. Due conversioni parallele quelle dei due amici, entrambi nativi di Tagaste, l’odierna Souk Aharas, in Algeria. Quel medesimo travaglio interiore che agitava le loro anime si risolverà nello stesso momento. Alipio è, infatti, testimone del «Tolle lege» (Confessioni VIII,12, 28-29), l’attimo in cui l’amico retore - che diciannovenne aveva cominciato a infervorarsi «nella ricerca della sapienza, progettando di abbandonare, appena» l’avesse «scoperta, tutte le speranze fatue e i fallaci furori delle vane passioni» per votarvisi totalmente (VI,11,18) - conclude la sua conversione. Ormai trentenne, vicino a quella verità tanto agognata, Agostino non riesce ad abbandonarvisi, ma un giorno, l’animo in tumulto e scosso da «un’ingente pioggia di lacrime», mentre l’amico Alipio è al suo fianco, ode una voce «come di fanciullo o fanciulla, non so, che diceva cantando e ripetendo più volte: ‘Prendi e leggi’». Sottomano ha «il libro dell’Apostolo», le lettere di San Paolo, e legge “tacito il primo versetto su cui” gli “caddero gli occhi”, con l’invito ad abbandonare «ebbrezze» e piaceri della carne e a rivestirsi «del Signore Gesù Cristo» (Rm 13, 13-14). «Una luce, quasi, di certezza» penetra nel suo «cuore e tutte le tenebre del dubbio si dissiparono». Agostino rivela l’accaduto ad Alipio che «chiese di vedere il testo» e «portò gli occhi anche oltre il punto» in cui si era arrestato l’amico. «Il seguito diceva: "E accogliete chi è debole nella fede". Lo riferì a sé stesso, e me lo disse», racconta il vescovo di Ippona, aggiungendo che «senza turbamento o esitazione» Alipio «si unì» a lui nel proposito di consacrarsi totalmente a Dio.



Conversione di Sant'Agostino, Guariento, Padova, Chiesa degli Eremitani, da Opera Omnia di Sant'Agostino, Iconografia agostiniana, Dalle origini al XIV secolo
Un affetto oltre le distanze 
Tra i tanti amici dell’ipponate va menzionato anche Nebridio, investigatore appassionato della felicità umana, scrutatore acutissimo dei più difficili problemi» (Confessioni VI,10,17), che desiderava avanzare nella «ricerca ardentissima della verità e della sapienza» nella vita comune. Motivi familiari gli impediranno di unirsi alla comunità fondata a Tagaste da Agostino appena tornato dall’Italia. I due resteranno sempre lontani, ma legati da reciproco affetto e colmeranno l’impossibilità di dissertare insieme mantenendo una regolare corrispondenza.



29/07/2025
Annunciare Gesù al mondo, la priorità “agostiniana” di Leone XIV
Mettere al centro Cristo, essere uniti in Lui, tornare al fondamento della fede è l’“urgenza” evidenziata più volte dal Pontefice che, ispirandosi al vescovo di Ippona, esorta ad ...
"El padre Roberto" e la gente del Perù
E quante le amicizie instaurate in Perù dal giovane Robert Prevost. Nei dodici anni di missione a Chulucanas e a Trujillo - dove ancora oggi tutti lo chiamano «el padre Roberto» - e poi nei circa nove anni tra la gente di Chiclayo, diocesi di cui è stato vescovo, e di Callao, affidata nel 2020 alla sua amministrazione apostolica, quelle innumerevoli relazioni umane allacciate, coltivate e curate, lo hanno portato a fare ancora più spazio nel cuore, aprendolo a chiunque. A provare ciò è, ad esempio, il discorso ai rappresentanti di varie Chiese, comunità ecclesiali e altre religioni (19 maggio) che promuove alla fratellanza: «Il nostro cammino comune può e deve essere inteso anche in un senso largo, che coinvolge tutti, nello spirito di fraternità umana». E poi quello rivolto ai rappresentanti pontifici (10 giugno), spronati a «costruire relazioni lì dove si fa più fatica» ma conservando l’«umiltà».



L'allora padre Prevost con i confratelli agostiniani a Trujillo
Il vincolo d'amore diffuso dallo Spirito Santo
Nella maturità la sintesi che Agostino offre delle esperienze amicali è cristallizzata ne La città di Dio - dedicata tra l’altro a un amico, Marcellino, funzionario imperiale inviato a Cartagine nel 411 per porre fine al conflitto tra donatisti e cattolici - nella quale afferma: «In questa umana convivenza assai colma di errori e di sofferenze ci confortano soltanto la fede non simulata e la solidarietà di veri e buoni amici» (19,8). Aveva già riconosciuto nelle Confessioni che «l'amicizia fra gli uomini» è «deliziosa per l'amabile nodo con cui unifica molte anime» (X,5,10) e ne aveva descritte le sfumature rievocando l’angoscia e il dolore per la perdita di un carissimo amico. «Massimo ristoro e sollievo mi veniva dai conforti degli altri amici, con i quali avevo in comune l’amore di ciò che amavo», confida, specificando che ad avvincere il suo animo erano anche «i colloqui, le risa in compagnia, lo scambio di cortesie affettuose, le comuni letture di libri ameni, i comuni passatempi ora frivoli ora decorosi, i dissensi occasionali, senza rancore, come di ogni uomo con se stesso, e i più frequenti consensi, insaporiti dai medesimi, rarissimi dissensi; l'essere ognuno dell'altro ora maestro, ora discepolo, la nostalgia impaziente di chi è lontano, le accoglienze festose di chi ritorna. Questi e altri simili segni di cuori innamorati l'uno dell'altro, espressi dalla bocca, dalla lingua, dagli occhi e da mille gesti gradevolissimi, sono l'esca, direi, della fiamma che fonde insieme le anime e di molte ne fa una sola. Tutto ciò si ama negli amici» (IV,8,13-9,14). Ogni cosa, però, per Agostino converge in Dio, per questo, ancora nelle Confessioni, precisa: «Non c’è vera amicizia, se non quando l'annodi Tu fra persone a te strette col vincolo dell'amore diffuso nei nostri cuori ad opera dello Spirito Santo che ci fu dato» (IV,4,7).



02/08/2025
Il Papa: Gesù è la verità che non illude, troviamo la felicità donandoci
Alla veglia con i giovani a Tor Vergata un milione di persone con il Pontefice che risponde alle domande di tre ragazzi sull’amicizia, sulla capacità di fare scelte importanti e su ...
L'amicizia in Cristo
Quest’amicizia fondata in Dio il Papa la sollecita proponendo ai sacerdoti «uno slancio nella fraternità presbiterale», che deve avere le sue basi «in una solida vita spirituale, nell’incontro con il Signore e nell’ascolto della sua Parola», perché solo con «questa linfa» si riescono a vivere «relazioni di amicizia» (Discorso al clero della diocesi di Roma, 12 giugno). Per quanti si preparano al sacerdozio l’indicazione di Leone è a «coltivare sempre la comunione» in seminario; per i formatori a «essere buoni compagni di strada dei seminaristi» loro affidati (Discorso ai seminaristi delle diocesi del Triveneto, 25 giugno); per i vescovi a dare «esempio di amore fraterno nei confronti» dei propri coadiutori o ausiliari, di vescovi emeriti «e dei vescovi delle diocesi vicine», dei «collaboratori più stretti come dei preti in difficoltà o ammalati» (Discorso ai vescovi in occasione del loro Giubileo, 25 giugno). Ma il Papa chiede anche di curare e coltivare l’amicizia con Cristo. «Occorre vivere in prima persona l’esperienza dell’intimità con il Maestro, l’essere stati guardati, amati e scelti da Lui senza merito e per pura grazia», perché, ad esempio, è la «personale esperienza di amicizia con Cristo» che ogni sacerdote trasmette. «Diventare amici di Cristo significa essere formati nella relazione, non solo nelle competenze», evidenzia Leone (Discorso ai partecipanti all’incontro internazionale Sacerdoti felici, 26 giugno), perché «solo chi vive in amicizia con Cristo ed è permeato del suo Spirito può annunciare con autenticità, consolare con compassione e guidare con sapienza», e vuol dire, pure, «vivere da fratelli tra sacerdoti e tra vescovi, non come concorrenti o da individualisti», perciò sono «sacerdoti amici di Cristo» coloro che sono «capaci di amare, ascoltare, pregare e servire insieme». Per il Pontefice, inoltre, deve esserci amicizia nelle comunità ecclesiali, dove deve brillare «lo stile della fraternità» (Messaggio ai sacerdoti in occasione della giornata della santificazione sacerdotale, 27 giugno).



Papa Leone XIV abbraccia il priore generale degli agostiniani, padre Alejandro Moral   (©Osafund - Fondazione Agostiniani nel Mondo)
Una strada verso la pace
Agostino condivideva il concetto di amicizia formulato da Cicerone. L’illustre oratore e filosofo la definiva vincolo sociale nella comunità universale, valore di cui non si può fare a meno e, concordia di sentimenti religiosi, civili e politici. «Afferma egli, e lo afferma molto giustamente» - scrive di Cicerone il vescovo di Ippona all’amico Marziano (Lettera 258) – che l’amicizia «è il perfetto accordo su tutte le cose divine e umane, accompagnato da benevolo affetto». Ma il grande padre della Chiesa arricchisce tale definizione alla luce della fede cristiana, sottolineando, poi, che la vera amicizia è «in Cristo Gesù nostro Signore, nostra autentica e genuina pace». E ancora nell’opera Contro le due lettere dei pelagiani (I,1,1)  chiarisce: «Cos'altro è appunto l'amicizia, che non trae il nome se non dall'amore e non è fedele se non nel Cristo, nel quale soltanto può essere anche eterna e felice?». Proprio quest’ultima citazione è stata scelta da Leone XIV alla veglia di preghiera del Giubileo dei giovani, il 2 agosto scorso, per rispondere alla domanda rivoltagli da una ventitreenne messicana su come trovare amicizie sincere. Rammentano proprio Agostino, le parole del Papa alla veglia dei giovani sulla spianata di Tor Vergata: «Le relazioni umane, le nostre relazioni con altre persone sono indispensabili per ciascuno di noi, a cominciare dal fatto che tutti gli uomini e le donne del mondo nascono figli di qualcuno. La nostra vita inizia grazie a un legame ed è attraverso legami che noi cresciamo». Ai ragazzi di tutto il mondo il Pontefice ha accennato della «giovinezza burrascosa» del vescovo di Ippona che «cercava la verità, la verità che non illude, la bellezza che non passa» e «ha trovato un’amicizia sincera, un amore capace di dare speranza», «incontrando Gesù Cristo», e «ha costruito il suo futuro» seguendolo. «La vera amicizia è sempre in Gesù Cristo con fiducia, amore e rispetto», ha spiegato, quindi, il Papa, ricorrendo ancora a Sant’Agostino per rimarcare che «Ama veramente il suo amico colui che nel suo amico ama Dio» (Discorso 336). Ma Leone ha offerto ulteriori insegnamenti: anzitutto che «l’amicizia con Cristo» è «alla base della fede», e «non è solo un aiuto tra tanti altri per costruire il futuro: è la nostra stella polare», per questo «quando le nostre amicizie riflettono questo intenso legame con Gesù, diventano certamente sincere, generose e vere». E allora se ci si vuole bene in Cristo, se si è capaci di «vedere Gesù negli altri», «l’amicizia può veramente cambiare il mondo» perché «è una strada verso la pace

venerdì 13 giugno 2025

L'amore è tutto

 

L'amore è tutto.

Se tacete, tacete per amore.

Se parlate, parlate per amore.

Se correggete, correggete per amore.

Se perdonate, perdonate per amore.

Sia sempre in voi la radice dell'amore, perché solo da questa radice può scaturire l'amore.

Amate, e fate ciò che volete.

L'amore nelle avversità sopporta,

nelle prosperità si modera,

nelle sofferenze è forte,

nelle opere buone è ilare,

nelle tentazioni è sicuro,

nell'ospitalità generoso,

tra i veri fratelli lieto,

tra i falsi paziente.

L'amore è tutto.
(Sant'Agostino)

mercoledì 14 maggio 2025

Se senti vacillare la fede

 "Se senti vacillare la fede per la violenza della tempesta, calmati:Dio ti guarda.

Se ogni cosa che passa cade nel nulla, senza più ritornare, calmati: Dio rimane.

Se il tuo cuore è agitato e in preda alla tristezza, calmati: Dio perdona.

Se la morte ti spaventa, e temi il mistero e l'ombra del sonno notturno, calmati: Dio risveglia.

Dio ci ascolta, quando nulla ci risponde; è con noi, quando ci crediamo soli; ci ama, anche quando sembra che ci abbandoni".

Sant'Agostino ♥️


mercoledì 1 gennaio 2025

Com’è nato il “Te Deum”

 Com’è nato il “Te Deum”. Risponde Jacopo da Varagine nella “Legenda Aurea”: «Il giorno di Pasqua Agostino ricevette il battesimo insieme all'amico Alipio che era stato convertito dalle prediche di S. Ambrogio, e ad Adeodato, figlio dello stesso Agostino, natogli mentre era ancora filosofo pagano. Allora S. Ambrogio gridò: “Te Deum laudamus”. S. Agostino seguitò: “Te Dominum confitemur”.

E in tal modo rispondendosi composero quest'inno». 


Anche se la redazione finale del “Te Deum” fu del vescovo Niceta, è bello ricordarne questa genesi comunionale: l’antichissimo inno fiorì come dialogo sulle labbra di Ambrogio e Agostino, i due Padri della Chiesa.

È nella relazione, è nel rapporto io-tu che sorge il grande inno di lode a Te o Dio che mi fai (creazione) e mi “ri-fai”, letteralmente “ri-comprandomi” (Red-entore significa esattamente questo: ricomprare uno schiavo per farne un “liberto).

Viene un gran senso di gratitudine agli amici più cari: le spine nella carne permangono, ma in loro compagnia non vince il lamento bensì l’inno di lode.

mercoledì 13 luglio 2022

La vita

 Quattro anni prima di morire, Agostino volle nominare il successore. Per questo, il 26 settembre 426, radunò il popolo nella Basilica della Pace, ad Ippona, per presentare ai fedeli colui che aveva designato per tale compito. Disse: "In questa vita siamo tutti mortali, ma l’ultimo giorno di questa vita è per ogni individuo sempre incerto. Tuttavia nell’infanzia si spera di giungere all’adolescenza; nell’adolescenza alla giovinezza; nella giovinezza all’età adulta; nell’età adulta all’età matura; nell’età matura alla vecchiaia. Non si è sicuri di giungervi, ma si spera. La vecchiaia, al contrario, non ha davanti a sé alcun altro periodo da poter sperare; la sua stessa durata è incerta… Io per volontà di Dio giunsi in questa città nel vigore della mia vita; ma ora la mia giovinezza è passata e io sono ormai vecchio" (Ep 213,1)...


Anche se vecchio e stanco, Agostino restò tuttavia sulla breccia, confortando se stesso e gli altri con la preghiera e con la meditazione sui misteriosi disegni della Provvidenza. Parlava, al riguardo, della "vecchiaia del mondo" – e davvero era vecchio questo mondo romano –, parlava di questa vecchiaia come già aveva fatto anni prima per consolare i profughi provenienti dall’Italia, quando nel 410 i Goti di Alarico avevano invaso la città di Roma. Nella vecchiaia, diceva, i malanni abbondano: tosse, catarro, cisposità, ansietà, sfinimento. Ma se il mondo invecchia, Cristo è perpetuamente giovane. E allora l’invito: "Non rifiutare di ringiovanire unito a Cristo, anche nel mondo vecchio. Egli ti dice: Non temere, la tua gioventù si rinnoverà come quella dell’aquila" (cfr Serm. 81,8). Il cristiano quindi non deve abbattersi anche in situazioni difficili, ma adoperarsi per aiutare chi è nel bisogno. È quanto il grande Dottore suggerisce rispondendo al Vescovo di Tiabe, Onorato, che gli aveva chiesto se, sotto l’incalzare delle invasioni barbariche, un Vescovo o un prete o un qualsiasi uomo di Chiesa potesse fuggire per salvare la vita: "Quando il pericolo è comune per tutti, cioè per vescovi, chierici e laici, quelli che hanno bisogno degli altri non siano abbandonati da quelli di cui hanno bisogno. In questo caso si trasferiscano pure tutti in luoghi sicuri; ma se alcuni hanno bisogno di rimanere, non siano abbandonati da quelli che hanno il dovere di assisterli col sacro ministero, di modo che o si salvino insieme o insieme sopportino le calamità che il Padre di famiglia vorrà che soffrano" (Ep 228, 2). E concludeva: "Questa è la prova suprema della carità" (ibid., 3)...


Quando leggo gli scritti di sant’Agostino non ho l’impressione che sia un uomo morto più o meno milleseicento anni fa, ma lo sento come un uomo di oggi: un amico, un contemporaneo che parla a me, parla a noi con la sua fede fresca e attuale. In sant’Agostino che parla a noi, parla a me nei suoi scritti, vediamo l’attualità permanente della sua fede; della fede che viene da Cristo, Verbo Eterno Incarnato, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo. E possiamo vedere che questa fede non è di ieri, anche se predicata ieri; è sempre di oggi, perché realmente Cristo è ieri oggi e per sempre. Egli è la Via, la Verità e la Vita. Così sant’Agostino ci incoraggia ad affidarci a questo Cristo sempre vivo e a trovare in tal modo la strada della vita vera.


(Papa Benedetto XVI - dall'Udienza Generale del 16 gennaio 2008)

venerdì 11 febbraio 2022

Dio guarisce tutte le tue infermità

 «GESÙ PORTANDOLO IN DISPARTE LONTANO DALLA FOLLA, GLI POSE LE DITA NEGLI ORECCHI»


“Dio guarisce tutte le tue infermità” (Sal 103,3). Non temere dunque: tutte le tue infermità saranno guarite. E se dici che esse sono grandi, sappi che più grande è il medico che le cura. Per un medico dalla potenza infinita non esiste nessun male inguaribile. Tu devi solo permettere che egli ti curi e non devi respingere le sue mani, ché egli sa bene quel che c’è da fare. E non devi solo compiacerti quando lenisce le piaghe, ma saper sopportare anche quando le incide: sopporta il dolore della medicina, pensando alla guarigione futura.

Osservate, o miei fratelli, quali e quanti dolori sopportano gli uomini nelle loro infermità fisiche, per vivere ancora pochi giorni (…). La sofferenza, da te sopportata, non conosce invece incertezza, perché non può ingannarsi colui che ti ha promesso la guarigione. Il medico talvolta si inganna, promettendo di ottenere la guarigione da un corpo umano; e perché s’inganna? Perché non cura una cosa che è stata fatta da lui. Dio ha fatto il tuo corpo, ha fatto la tua anima, e quindi conosce il modo di ricreare quel che ha creato e di riformare quel che ha formato. Basta soltanto che ti affidi alle mani di questo medico. (…) Rimettiti dunque alle sue mani, o anima che lo benedici e non dimentichi i suoi benefici: egli infatti “guarisce tutte le tue infermità” (Sal 103,2-3).

Non ti guarirà dunque colui che ti aveva fatto per non essere mai malato, solo che avessi voluto rispettare i suoi comandamenti? Non ti guarirà colui che ha fatto gli Angeli e che intende eguagliarti agli Angeli, quando ti avrà ricreato? Non ti guarirà, se sei fatto a sua immagine, colui che ha fatto il cielo e la terra (Gen 1,26)? Ti guarirà certamente, ma è pur necessario che tu voglia essere guarito. Dio guarisce senz’altro qualsiasi infermo, ma non chi rifiuta la guarigione. (…) La tua salute è Cristo.


Sant’Agostino (354-430)

Vescovo d'Ippona e Dottore della Chiesa

Discorsi sui Salmi, Sal 102,5-6; PL 37, 1319

lunedì 15 febbraio 2021

Ama la tua donna ...

 Ama la tua donna ... 

***

Giovane amico, se ami 

questo è il miracolo della vita...


Ama la tua donna ... 

Ma ricordati che più ti amerà 

e meno te lo saprà dire. 

Guardala negli occhi affinché le dita 

si vincolino con il disperato desiderio 

di unirsi ancora; 

e le mani e gli occhi dicano 

le sicure promesse del vostro domani. 

Ma ricorda ancora, che se i corpi

 si riflettono negli occhi, 

le anime si vedono nelle sventure.


Non sentirti umiliato nel riconoscere 

una sua qualità che non possiedi.


Non crederti superiore poiché solo la vita dirà la vostra diversa sventura.

Non imporre la tua volontà a parole, 

ma soltanto con l’ esempio.

Questa sposa, tua compagna 

di quell’ ignoto cammino che è la vita, amala e difendila,

 poiché domani ti potrà essere di rifugio.

E sii sincero giovane amico, 

se l’ amore sarà forte ogni destino 

vi farà sorridere.

Amala come il sole che invochi al mattino.

Rispettala come un fiore che aspetta la luce dell’ amore.

Sii questo per lei, e poiché questo deve essere lei per te, ringraziate insieme Dio, che vi ha concesso la grazia più luminosa della vita!

 

(S. Agostino)

lunedì 17 settembre 2018

PREGHIERA

PREGHIERA
***
Se senti vacillare la tua fede per la violenza della tempesta,
calmati, Dio ti guarda.
Se ogni ora che passa cade nel nulla senza più ritornare,
calmati, Dio rimane.
Se il tuo cuore è agitato e in preda alla tristezza,
calmati, Dio perdona.
Se la morte ti spaventa e temi il mistero e la notte,
calmati, Dio risveglia.
Lui ascolta quando nulla ci risponde,
è con noi quando ci crediamo soli.

*Sant'Agostino*

lunedì 7 marzo 2016

Agostino: un grande amore per una donna misteriosa



Agostino: un grande amore per una donna misteriosa

***

Uno studioso rivela alcuni aspetti inediti della sua vita
di Renzo Allegri

ROMA, martedì, 26 gennaio 2010 (ZENIT.org).- La vita di Sant’Agostino in tv, in due puntate. Una produzione della Lux Vide, con Alessandro Preziosi, Monica Guerritore, Franco Nero, Andrea Giordana, Serena Rossi, diretti dal regista canadese Christiane Duguay.
La fiction è piaciuta molto a Benedetto XVI, che l’ha vista in anteprima il 2 settembre scorso. “E’ un viaggio spirituale per scoprire che la Verità è più forte di ogni sconvolgimento umano”, ha detto il Papa.
Nato a Tagaste, nell’attuale Algeria, nel 354 e morto a Ippona nel 430, Sant’Agostino è uno dei più grandi personaggi della storia del Cristianesimo. Da tutti gli studiosi, anche dai non credenti, è ritenuto filosofo, teologo, mistico, scrittore, oratore e polemista sommo, il cui pensiero ha superato le barriere del tempo e conserva una incredibile e straordinaria attualità.
La “fiction”, che già nel nome racchiude il significato di un “racconto libero”, non strettamente storico, aiuta molto a capire chi fosse questo straordinario personaggio. Ma per avere dettagli sicuri su di lui,e approfondirne la conoscenza vera, abbiamo parlato con uno dei massimi esperti dell’opera e della vita di Sant’Agostino, padre Vittorino Grossi, religioso agostiniano, appartenente quindi all’ordine fondato da Sant’Agostino.
Teologo e scrittore, direttore della rivista di studi patristici “Augustinianum”, membro del Pontificio comitato di Scienze storiche, professore di Patrologia e Patristica alla Pontificia Università Lateranense e all’Istituto Patristico Augustinianum, Vittorino Grossi ha praticamente dedicato la vita al Santo di Ippona e in questa intervista rivela alcuni particolari storici dell’esistenza di Agostino, che si possono definire inediti perché difficilmente presenti nelle biografie ufficiali.
“Nel filmato – dice padre Vittorino -, si racconta che Agostino, quando era giovane, ebbe un figlio da una schiava etiope che per un certo periodo fu la sua concubina e che poi egli abbandonò per la carriera ecclesiastica. Questa storia, così riferita da quasi tutti i biografi, non corrisponde al vero. Agostino ebbe, in gioventù, un figlio ma non da una schiava. La ragazza di cui si innamorò era ‘molto speciale’. Per suo amore Agostino cambiò profondamente la propria condotta. Purtroppo, quel grande amore non potè mai sfociare in un matrimonio regolare”.
Perché?
Ecco il giallo, il mistero, l’arcano che i biografi non sono mai riusciti a chiarire. Comunque, facendo ricerche meticolose, utilizzando tutti gli accenni che Agostino fa, nei suoi scritti, su questa sua vicenda personale, si arriva a ricostruire una storia che è molto affascinante: romantica, bella, anche se con un finale, da un punto di vista umano, un po’ triste.
Ce la può raccontare?
Agostino ebbe una giovinezza traviata. Lui stesso riferisce, nel suo libro autobiografico “le Confessioni”, che per un certo periodo fu un libertino scatenato: amava le feste, i piaceri, la bella vita, le donne, il sesso, le prostitute, il gioco, le compagnie dissolute. E questo suo comportamento era una specie di ribellione dovuta anche al fatto che non poteva realizzare i propri sogni.
Apparteneva a una famiglia di modeste condizioni economiche. Suo padre, Patrizio, consigliere municipale, era addetto alla riscossione delle tasse, ma Tagaste era un piccolo centro e quel lavoro rendeva poco. La madre, Monica, cristiana e donna molto pia, infatti, dopo la morte, fu proclamata santa, diede al figlio piccolo una educazione religiosa, che Agostino, nell’adolescenza, dimenticò completamente.
Primogenito di tre fratelli, era un ragazzo intelligentissimo. A scuola era sempre tra i migliori. Amava soprattutto la letteratura, in particolare i poeti. Conosceva a memoria Virgilio e recitando brani dell’Eneide si commuoveva fino alle lacrime. Sognava di poter andare a Cartagine, per continuare gli studi e diventare un famoso retore, cioè un letterato. Ma la famiglia non aveva i mezzi economici necessari. Così, finite le scuole locali, il ragazzo si sentiva frustrato. Si dice che, ogni giorno, salisse su una collinetta e stesse ore a guardare nella direzione di Cartagine sognando. E fu in quel periodo che, per tristezza e disperazione, si abbandonò a tutti i vizi: era ribelle, litigioso, giocava d’azzardo, rubava, molestava le ragazze, perfino le amiche di sua madre. Era lo scandalo di Tagaste e sua madre piangeva addolorata.
Un amico di famiglia, Romaniano, un uomo molto ricco, stimava Agostino e cercò di toglierlo da quello stato, offrendogli di fare da precettore ai propri figli. “Accetto ma solo se mi paghi un anno di lavoro in anticipo”, disse Agostino. Romaniano accettò. Agostino intascò i soldi e sparì. Fuggì di casa, se ne andò a Cartagine e con i soldi di Romaniano si iscrisse a quella che era l’Università del tempo.
Cambiò vita?
Non subito. Cartagine era una città corrotta, piena di divertimenti di ogni genere. Agostino si sentiva a proprio agio. Era estroverso, bello, affascinante, colto, scriveva poesie, divenne subito il “re” delle feste e l’idolo delle donne. Ma poi incontrò quella misteriosa ragazza e tutto cambiò.
Cosa si sa di quella ragazza?
Poco. Non si conosce neppure il nome, ma non era una schiava. Come Agostino stesso racconta, la incontrò in una comunità cristiana, e questo dettaglio è molto importante per capire chi fosse. Alle riunioni delle comunità cristiane di allora, le donne partecipavano solo accompagnate dei genitori o dai mariti e nessuno poteva intrattenersi con loro. Vi erano però anche tre “ordini” femminili tenuti in grande considerazione nella struttura sociale e liturgica della chiesa primitiva: le “Vedove”, le “Diaconesse” e le “Vergini consacrate”. Le Vedove e le Diaconesse erano in genere donne di una certa età. Le “Vergini consacrate”, invece, potevano essere anche molto giovani e sceglievano di dedicare la loro vita a Cristo attraverso una cerimonia di consacrazione. Erano le migliori ragazze delle comunità, ricche di qualità umane e intellettuali.
Tutto fa pensare che Agostino si sia innamorato di una di quelle fanciulle e che con il suo irresistibile fascino l’abbia sedotta. La ragazza rimase incinta e andò a convivere con l’innamorato, creando un grave scandalo. Ma quel loro amore, che era profondo e grande, provocò un cambiamento drastico nella vita di Agostino. Fu, per lui, la salvezza, l’inizio di quella che poi divenne la sua conversione. Ma, come ho già detto, non potè essere legalizzato con il matrimonio. C’erano allora delle leggi ecclesiastiche che, dopo l’editto di Costantino del 312 e sotto Giustiniano, erano state recepite anche nel Codice civile. Una di quelle leggi riguardava le “Vergini consacrate”. Queste non potevano mai abbandonare il loro stato e quindi non avrebbero mai potuto sposarsi legalmente.
Come vissero Agostino e la sua compagna?
Da concubini. Il “concubinato” era uno stato civilmente “tollerato” in quel tempo. Finiti gli studi, Agostino tornò a Tagaste, con la compagna e il figlio, al quale aveva dato il nome di Adeodato, che significa “dono di Dio”. A Tegaste voleva aprire una scuola ma non aveva mezzi. La famiglia non gli diede alcun aiuto. La madre considerava Agostino un “sacrilego” perchè conviveva con una “vergine consacrata” e non volle neppure ospitarlo in casa. Fu ancora Romaniano a venirgli in aiuto. Gli fece un generoso prestito e con quei soldi Agostino aprì una sua scuola. Ma a Tagaste non si trovò bene. Gli allievi non lo pagavano.
Tornò, quindi, a Cartagine, e aprì una nuova scuola. Ma anche a Cartagine non ebbe fortuna. Emigrò a Roma. Nel frattempo continuava a studiare. Era assetato di verità. Per cercarla, aderì via via a tutte le varie ideologie e correnti filosofico-religiose del tempo: dal materialismo passò allo stoicismo, al movimento dei platonici, al pelagianesimo e infine al manicheismo. Furono i manichei a capire quanto intelligente e bravo fosse quel giovane. Erano molto influenti nella politica e decisero di valorizzarlo. Attraverso Simmaco, prefetto di Roma, sostennero la candidatura di Agostino alla cattedra di Retorica di Milano, posto di grande prestigio perché Milano era diventata la sede ufficiale dell’Impero, e la candidatura fu accettata. Nel 384, quando aveva solo 30 anni, Agostino fu nominato “Retore imperiale”, e si trasferì a Milano con la famiglia.
Vescovo di Milano era Sant’Ambrogio. Agostino lo stimava molto e cominciò ad andare alle sue prediche per “ragioni estetiche”, come scrisse lui stesso, cioè perché Ambrogio era uomo colto e raffinato. Ma in quelle prediche trovò la Verità che inseguiva da anni. Dio si rivelò a lui e il cuore di Agostino ne fu infiammato. Si iscrisse nell’elenco dei catecumeni e si preparò al battesimo che avrebbe ricevuto la notte del Sabato santo del 387, impartito da Sant’Ambrogio, ma sorse subito un grave impedimento.
La Chiesa imponeva ai catecumeni di mettere ordine nella loro vita prima di ricevere il battesimo. Chi aveva l’amante, doveva lasciarla. Chi conviveva, doveva sposarsi. Agostino, quindi, avrebbe dovuto sposarsi, ma non lo fece. Alcuni biografi affermano che egli, quando decise di ricevere il battesimo, mandò via la sua compagna, tenendo invece con sé il figlio Adeodato, che aveva 15 anni. E’ una versione non documentata, e che io ritengo non vera. Agostino, era molto innamorato della sua compagna. Per lei aveva cambiato vita. Nelle “Confessioni” racconta che in quindici anni non l’aveva mai tradita e questo dimostra il suo grande amore e quindi non l’avrebbe mai abbandonata in quel modo. Allora, al tempo del battesimo, Agostino non pensava assolutamente di intraprendere la carriera ecclesiastica, e non c’erano ragioni plausibili perché non dovesse sposare la mamma di suo figlio.
Io penso che Agostino non sposò la propria compagna perché “non poteva farlo”. E non poteva farlo perché la legge non gli permetteva di sposare una “Vergine consacrata”. Avrebbe dovuto mandarla via. Ma si sentiva morire per il dolore al solo pensiero. E fu lei, la donna a risolvere la questione, sacrificando se stessa. Se ne tornò a Roma, lasciando ad Agostino anche il figlio. Una separazione dolorosissima, come dimostra il fatto che Agostino non dimenticò mai quella sua compagna. Sua madre, Monica, cercò invano di consolarlo, presentandogli varie donne, con ottima posizione, perché potesse rifarsi una vita. Ma rifiutò sempre. Egli era una grande autorità a Milano e le migliori famiglie desideravano imparentarsi con lui. Ma Agostino era sempre innamorato della madre di suo figlio e rifiutò tutte le proposte.
Cosa fece dopo il Battesimo?
Rinunciò all’incarico di Retore imperiale perché non si trovava bene in quell’ambiente. Decise di tornare a Tagaste e dedicarsi allo studio, alla preghiera, insieme a sua madre e ai suoi amici. Lasciò Milano e raggiunse Civitavecchia per imbarcarsi verso l’Africa. Ma a Civitavecchia Monica prese la malaria e morì. Agostino allora si trasferì a Roma, dove si fermò per otto mesi. Era attratto dalle comunità monacali che si stavano diffondendo. A Roma ce n’erano diverse e volle conoscerle. Erano comunità di persone che desideravano vivere come i primi cristiani.
Nel 388 tornò a Tagaste, vendette i pochi beni che aveva, distribuì il ricavato ai poveri e si ritirò con pochi amici alla periferia del paese. Il suo nuovo ideale di vita era quello del nascondimento, della preghiera e dello studio insieme agli amici che condividevano le sue idee. Ma Agostino era molto noto a Tagaste. Tutti ammiravano la sua gentilezza, la sua bontà, la sua sapienza e ogni giorno c’erano persone che andavano a trovarlo per chiedergli consigli, favori, aiuti e lui non riusciva a dire di no a nessuno.
In questo modo la sua vita di studio e di preghiera veniva continuamente disturbata e allora decise di lasciare Tagaste. Trasferì la sua dimora in una cittadina vicina al mar Mediterraneo, Ippona, nei pressi dell’attuale Annaba. Ma la fama lo aveva preceduto. Un giorno entrò nella chiesa di Ippona mentre era in corso una riunione. Il vescovo, Valerio, ormai anziano, stava esponendo ai fedeli la necessità di avere un sacerdote che lo aiutasse. I fedeli, vedendo Agostino, cominciarono a fare con entusiasmo il suo nome, egli si scherniva, perché mai aveva pensato di diventare sacerdote. Ma, allora, la voce del popolo era voce di Dio, “vox populi vox Dei”, e il vescovo lo chiamò e gli disse che quella era la volontà di Dio e non poteva rifiutarla. Così Agostino venne ordinato sacerdote.
Che la scelta fosse stata ottima, lo si capì subito. Agostino organizzò una tale attività religiosa che a Ippona e nelle zone circostanti ci fu un rifiorire straordinario di fede, di opere, di studi. Tutti accorrevano alle prediche di Agostino. I sacerdoti e anche i vescovi andavo per avere consigli. Ippona, grazie ad Agostino, divenne un punto di riferimento per tutte le chiese d’Africa. Il vescovo Valerio, temendo che Agostino fosse inviato ad altre sede, lo consacrò vescovo nominandolo suo successore. La consacrazione avvenne intorno al 396 e Agostino così non si mosse più da Ippona.
Agostino morì nel 430, il suo episcopato quindi durò molto.
Durò 34 anni. Un tempo lungo e intensissimo di attività. Agostino si dedicò a questa sua nuova missione anima e corpo. Fu un pastore premuroso, attento alle necessità dei suoi fedeli, in particolare i poveri, gli umili, gli ammalati. Curò molto la predicazione, anche se gli costava sacrifici grandi perché aveva problemi di polmoni e parlare era un tormento. Spesso andava a predicare anche in altre località e fu pure a Cartagine. Insieme alla predicazione curò molto lo scrivere. Dove non poteva arrivare con la parola, voleva arrivare con i suoi scritti. A Ippona aveva realizzato uno straordinario Laboratorio. Con lui lavoravano diverse persone che prendevano nota di tutto quello che usciva dalla bocca di Agostino: conversazioni, dispute, dialoghi, prediche e poi lo ordinavano in una forma compiuta. Agostino rielaborava il tutto preparando libri e trattati. Altri scrivani facevano copie che venivano inviate alle chiese, ai vescovi, e anche a persone che chiedevano aiuti e consigli. Agostino contribuiva alla produzione di libri, con elaborati che scriveva direttamente. Soffriva di insonnia, ma non si lamentava perché in quel modo poteva trascorrere gran parte delle notti a scrivere. La produzione letteraria lasciata da Agostino è semplicemente immensa e ancora oggi è fonte straordinaria di “sapienza” teologica, mistica, filosofica per studiosi di ogni genere, compresi i Papi.
Quando morì?
Nella notte tra il 28 e il 29 agosto del 430. Aveva 76 anni. Fu colpito da febbri e, dopo breve malattia, se ne andò in Cielo. Il suo corpo fu sepolto a Ippona. In seguito, venne trasferito in Sardegna e poi a Pavia, dove ancora si trova nella Chiesa di San Pietro in Ciel d’oro.
Dalla lettura dei suoi libri e dalle testimonianze di chi lo conobbe, si riesce ad avere una descrizione di com’era fisicamente Sant’Agostino?
Si, ci sono cenni e dati che ci permettono di farcene un’immagine abbastanza attendibile. Non doveva essere molto alto. Un episodio riferito dallo stesso Agostino, induce a questa conclusione. Tutti i romani erano di statura medio-bassa. Quando nelle catacombe si trova qualche scheletro di persona alta, significa che non era romano. Una signora romana aveva un figlio che doveva essere consacrato diacono e per quella circostanza gli aveva comperato un bel vestito nuovo. Ma il giovane morì e la signora regalò il vestito ad Agostino, che la ringraziò del dono, ma le disse che “non poteva metterlo perché era troppo grande per lui”. Da questo dettaglio si ricava che Agostino doveva essere più piccolo di un normale romano del tempo. Sarà stato alto un metro e 60 centimetri circa. Apparteneva alla popolazione della costa mediterranea e aveva quindi i caratteri somatici degli attuali algerini: carnagione scura, capelli neri.
E da un punto di vista del temperamento, come era?
Era un tipo affabile, gentile, cordiale, bisognoso di affetto. Desiderava essere sempre attorniato da amici, anche da anziano, e soffriva dovendo allontanarsi da loro. Lui stesso dice di sé: “Io sono di animo gentile”. Risultava simpatico, e tutti volevano stare con lui. Possedeva una nobiltà d’animo innata. Da giovane, quando frequentava compagnie poco raccomandabili, non scese mai a comportamenti volgari, rozzi, violenti. Voleva essere sempre “elegante e fine”. Era un parlatore raffinato. Incantava con i suoi discorsi.
Agostino è vissuto 1600 anni fa, ma sembra un uomo del nostro tempo. Conobbe tutte le difficoltà che assillano le persone di oggi. Prima di incontrare Dio e vivere per Lui, fu vittima di passioni sfrenate. Cercava la verità, ma attraverso strade che erano lontane da quella fede cristiana che da bambino aveva appreso dalla madre. E ad un certo momento divenne addirittura un nemico della religione cristiana che giudicava falsa. Poi si convertì diventando per il resto della sua vita un innamoratissimo seguace di Gesù e un appassionato divulgatore del Vangelo.

giovedì 20 agosto 2015

La malattia piú diffusa é la falsità

La malattia piú diffusa é la falsità
***
In un mondo dove apparire è più comodo di essere, non rimane poi così difficile stilare una diagnosi sullo stato di salute della società in cui viviamo: il mondo è affetto da falsità. Questa malattia è detestabile: guasta le amicizie, rovina i rapporti rendendoli impossibili perché basati sull'ipocrisia che soppianta la lealtà e la trasparenza... e fa soffrire.

La falsità è un mostro con più teste: talvolta si agisce per compiacere gli altri per secondi fini, talaltra si dicono cose che non si pensano per cinico opportunismo, oppure ci si finge amici salvo poi dare libero sfogo alle critiche rivolte a chi non si lascia condizionare, per appagare un incomprensibile risentimento.

Sicché, si crede di essere furbi e persino intelligenti seguendo l'arte del “far buon viso a cattivo gioco”, si pensa di dar prova di maturità celando i propri pensieri, magari si ha persino la pretesa di essere dei buoni cattolici predicando bene ma razzolando male (dissimulare sentimenti malevoli sotto una veste di devozione religiosa: un modo di essere quanto mai attuale)... della coerenza, del resto, chi ne sente più parlare?

Tuttavia non si considera che nel frattempo il sorriso perde la spontaneità, il finto atteggiamento viene tradito da un'espressione del viso tesa, i comportamenti divengono forzati e imbarazzati... E quando la falsità si insinua nel modo d'agire ecco che finisce per dominare le parole giungendo sempre al medesimo risultato: le critiche, fatte alle spalle, divengono sempre più maligne, ci si abbandona ai pettegolezzi, e l'invidia fa la sua comparsa. La cattiveria ha preso il sopravvento nonostante si voglia passare per persone buone e virtuose.

Ma tutto rimane nascosto agli occhi degli altri e come sempre accade, si cerca di mischiare le carte, alterando la verità, condizionando il giudizio dei sempliciotti o dei propri simili con una maestria da far invidia ai disonorevoli politici navigati del Belpaese: la vita si è trasformata in un grande palcoscenico dove non si finisce mai di recitare... Ma le cose stanno in realtà in ben altro modo.

Seneca scriveva: «Il cattivo che s'infinge buono, dimostra di essere pessimo (Prov.)»

E S. Bernardo ammoniva: «Gli ipocriti sono pecore nel portamento, volpi nell'astuzia, lupi nelle opere e nella ferocia. Il loro primo pensiero è di non essere buoni: ma di parere tali; di essere cattivi, ma di non sembrarlo (Serm. LXVI, in Cant.)». Lo stesso santo diceva: «Il desiderare dall'umiltà la lode dell'umiltà, non è virtù, ma pervertimento. Vi è cosa più indegna e più perversa che quella di voler comparire migliore appunto in quello in cui si è peggiore? Costoro non praticano la virtù, ma nascondono il vizio sotto il mantello della virtù (Serm. XVIII, in Cant.)». Di loro dice il Signore: «Questa genia mi venera con le parole, ma in verità il loro cuore è lontano da me» (ISAI. XXIX, 13).

«La speranza dell'impostore andrà, delusa» - leggiamo in Giobbe (VIII, 13), il quale afferma che l'ipocrita non potrà sostenere lo sguardo di Dio (IOB. XIII, 16). Gesù Cristo poi li ha così spesso maledetti che per ben otto volte in un sol capo di S. Matteo (XXIII) troviamo ripetuta quella minaccia: «Guai a voi, o ipocriti!» - E la Sacra Scrittura è piena di tali minacce e maledizioni.

Gesù chiama gli impostori sepolcri imbiancati. «Un sepolcro - spiegava S. Cirillo - può ben essere dipinto a foglie e fiori, ma dentro non vi è mai altro che putridume, vermi e polvere (Comment.)». Perciò S. Giovanni diceva di un tale: «Hai nome di vivere, ma in realtà sei morto» (Apoc. III, 1).

Credo che un po' tutti abbiano avuto la malcapitata sorte di incontrare persone subdole e ancor più credo che tutti si siano trovati davanti ad un bivio: imparare la falsità per non subirla o combattere la falsità per non commetterla.  
Nel primo caso si potrà credere di vivere in discesa, apparendo per quello che non si è, e con l'astuzia (intelligenza, la chiamano) si finisce persino per essere apprezzati e stimati; 

nel secondo caso si fatica in salita, rischiando anche le amicizie, se non sincere, e per di più si è criticati perché non accomodanti, accusati di essere chissà cosa. Il mondo va proprio alla rovescia!

Ma non importa, così recita il proverbio: meglio soli che mal accompagnati. In altre parole, meglio soli, piuttosto che avere l'ambiguità come compagna di viaggio ed essere attorniati da individui e amici mediocri. Ai quali non farebbe male una breve ma intensa lettura di sant'Agostino: chissà mai che a chi continua a definirsi cattolico giunga il miracolo di comprendere che servono i fatti e non le belle (e false) parole!

Padre Elia Schafer



Esortazione di Sant'Agostino ai battezzati

Rivolgo la mia parola a tutti quelli che la nostra sollecitudine pastorale abbraccia, invitandoli all'ascolto e all'attenzione, ma in particolare ora mi rivolgo a voi la cui recente infanzia della vita dello Spirito è stata contrassegnata dalla culla dei Sacramenti. Infatti soprattutto a voi è diretto l'invito della parola di Dio attraverso l'apostolo Pietro: Allontanate da voi ogni forma di male: basta con gli imbrogli e le ipocrisie, con l'invidia e la maldicenza. Come bambini appena nati desiderate il latte puro e spirituale per crescere verso la salvezza, se voi davvero avete gustato quanto è buono il Signore (1 Pt 2, 1-3).

E che lo avete davvero gustato sono testimone io che, facendomi vostra nutrice, vi ho fatto attingere questa dolcezza. Dunque agite in modo conforme alla vostra santa infanzia secondo l'ammonimento ascoltato, allontanando da voi malizia inganni, ipocrisie, invidie, maldicenze, e mantenete fedelmente questa vostra innocenza così da non perderla nel crescere.

E` malizia cercare il male altrui; è inganno agire fingendo; è ipocrisia adulare con lodi false; è invidia provare risentimento della felicità altrui; è maldicenza criticare per gusto di mordere più che per sincerità. E ancora: la malizia prova piacere del male altrui; l'invidia si tormenta del bene dell'altro; l'inganno rende doppio il cuore, l'ipocrisia rende doppia la parola; la maldicenza ferisce la fama.

Invece l'innocenza della vostra infanzia santa, in quanto figlia della carità, non gode della ingiustizia, la verità è la sua gioia (1 Cor 13, 6): è semplice come colomba, astuta come serpente (Mt 10, 16), non per desiderio di nuocere, ma per guardarsi da chi può nuocerle.

A mantenere questa purezza di vita io vi esorto: Il regno dei cieli appartiene a quelli che sono come loro (Mt 19, 14), che sono cioè umili, spiritualmente piccoli. Non abbiate per loro disprezzo o avversione: è segno di vera grandezza l'esser piccolo, mentre la superbia è fallace grandezza di chi è debole. E quando la superbia si sia impadronita di un animo, sollevandolo in alto lo fa precipitare, gonfiandolo lo svuota, riempiendolo lo spezza. Mentre la persona umile non può fare del male, il superbo non può non farne: intendo riferirmi all'umiltà di chi non aspira a eccellere per transitori successi mondani, ma è volto sinceramente a un bene eterno che sa di poter raggiungere, non con le proprie forze ma con l'aiuto che riceve. Chi ha questa umiltà non può desiderare il male di nessuno perché nessun male potrebbe accrescere il suo bene. La superbia invece produce subito invidia, e chi prova invidia non può che desiderare il male di colui il cui bene lo tormenta. Anche l'invidia quindi porta subito a volere il male, e di qui derivano imbrogli, ipocrisie, maldicenze e tutto quel male che non si vorrebbe mai ricevere da un altro.

Se conservate quindi intatta la pia umiltà, che secondo le Scritture è il segno distintivo della santa infanzia, godrete sicuramente della immortalità dei beati: A costoro appartiene il regno dei cieli.

domenica 18 gennaio 2015

Più si ama

L'amore
***
Più si ama, meno si osserva dall’alto;
 più si ama, meno si giudica; 
più si ama, più si perdona;
 più si ama, più si ascolta e meno si parla; 
più si ama, più si diventa roccia, appoggio, sicurezza per l’altro;
 più si ama, più si è veri! 
Più ami, meno ci tieni ad affermarti;
 più ami, più diventi e sei te stesso; 
più ami e più diventi luce;
 più ami, meno hai paura;
 più ami e più cerchi la bellezza, la Verità, l’unità, la semplicità, la trasparenza, l’eterno; 
più ami e più pregusti la gloria futura; 
più ami, più diffondi il paradiso e lo anticipi… già qui un po'! (Sant'Agostino)