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giovedì 3 luglio 2025

Miracolo Nostra Signora del Pilar

 

Un miracolo unico e inutilizzato

 

Vittorio Messori, il più grande scrittore cattolico vivente, tra le tante indagini storico religiose che ha fatto, ce ne è una che ha del clamoroso, si tratta del miracolo (il Gran Miraglo) che avvenne a Calanda, villaggio della Bassa Aragona in Spagna.

La sera del 29 marzo 1640, per intercessione di Nostra Signora del Pilar, veneratissima a Saragozza, a ungiovane contadino (Miguel Juan Pellicer) fu restituita di colpo la gamba destra, amputata più di due anni prima e sepolta nel cimitero dell’ospedale. Messori racconta questa storia con rigorosa documentazione in uno studio pubblicato da Rizzoli nel lontano 1998, testo riedito dalle edizioni Ares nel 2023. Io ho letto il testo pubblicato da Rizzoli,

Il Miracolo. Spagna 1640: Indagine sul più sconvolgente prodigio mariano”. Messori ci ha abituati a queste particolari indagini, come quella ben documentata su Bernadette Soubirous, una indagine storica sulla verità di Lourdes. Non sto qui ad elencare i numerosi e importanti studi che hanno caratterizzato la vita dello scrittore cattolico. Il miracolo di Calanda ebbe un certo riscontro quando avvenne, dopo è calato un sospettoso silenzio, scrive Messori, rotto proprio dal suo libro, il primo italiano che si è occupato dell’evento prodigioso. Lo studio è frutto di indagini negli archivi, interrogazioni di studiosi aragonesi e soprattutto di viaggi che l’autore ha fatto nei luoghi dove avvenne il miracolo.

Col rigore storico e la capacità divulgativa di sempre Messori è riuscito a raccontare uno dei misteri più sconvolgenti e, al contempo, più saldamente provati della storia. Il testo di 254 pagine, si compone di cinque Parti. Nella Prima (La Sfida) lo scrittore racconta la sua avventura del viaggio verso la Spagna, nella regione dell’Aragona, teatro di sanguinosi conflitti, uno per tutti, la Guerra Civil del 1936-39. Quando los Rojos (anarco-comunisti), i repubblicani che per odio nei confronti della Religione cattolica hanno devastato chiese e ucciso sacerdoti e suore. Affrontando l’evento de “El Milagro de los milagros”, il miracolo dei miracoli, usa l’evento di Calanda per fare delle importanti riflessioni spesso sottili provocazioni nei confronti dei tanti increduli, scettici, atei, agnostici come Emile ZolaErnest Renan, David Hume & compagni.

Il noto razionalista Felix Michaud affermava: “Nessun credente avrebbe l’ingenuità di sollecitare l’intervento divino perché rispunti una gamba tagliata. Un miracolo del genere, che pur sarebbe decisivo, non è mai stato constatato. E possiamo prevederlo, non lo sarà mai”. Questi cosiddetti liberi pensatori hanno cercato di sminuire, di diffamare gli eventi miracolosi in genere e in particolare i 65 casi di guarigioni a Lourdes. Quello di Calanda è stato volutamente ignorato. In questa parte Messori spiega la questione delle apparizioni della Madonna e dei vari miracoli che ancora oggi accompagnano la vita dei credenti e soprattutto il comportamento della Chiesa.

Si tratta semplicemente di aiuti che l’Altissimo offre all’umanità intera perché si converta e creda al Vangelo. I prodigi, i miracoli, sono segni straordinari, imprevedibili, segni “gratuiti”, – scrive Messori – concessi, ad enigmatica discrezione divina, per rinsaldare fedi vacillanti; per riaffermare la presenza del Creatore, Signore del mondo; per confermare la Sua onnipotenza e bontà”.

Intanto, l’autore, chiarisce che la Chiesa, intesa come Gerarchia, non cerca affatto questo tipo di “prodigi”. Spesso si mostra estremamente prudente e ipercritica, prima di confermare un avvenuto miracolo: In ogni caso, per il cattoliconon sono obblighi, da accettare sempre e comunque: sono semmai, doni, da accogliere con riconoscenza […]” Per la fede sono “conferme, magari appoggi; non fondamenta”.

Più avanti Messori sottolinea che nessun miracolo è indispensabile per il cristiano, tranne che quello della Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, qui la fede sta o cade. Tuttavia, a detta del maggiore storico attuale del “fatto di Calanda”, don Tomas Domingo Perez, la Chiesa, “anche quando, dopo una verifica meticolosa, l’autorità ecclesiastica dichiara autentico un fatto prodigioso, non intende affatto forzare l’assenso dei suoi figli”. Il Nostro è un Dio che ama la libertà, scrive ad un certo punto Messori.

È un Dio che si propone e non impone. E prima di concludere la prima parte Messori si interroga sul perché si conosce poco di Calanda, perché nessuno neanche la Utet, si prende cura di “uno strano processo del XVII secolo presso il tribunale vescovile di Saragozza e che avrebbe avuto per oggetto – nientemeno – che la storia di una gamba ricresciuta a un contadino analfabeta, un mendicante di un villaggio della Bassa Aragona?”. Se da parte “laica” il silenzio è comprensibile, non dovrebbe essere così da parte dei religiosi.

Addirittura, Messori lamenta che il miracolo più inaudito della storia non ha avuto l’eco universale che meritava, neanche da parte dei più accaniti battaglieri apologeti della fede. È uno strano oblio, interrotto da qualche studioso come l’abbè francese André Deroo, che studiava e divulgava i fatti di Lourdes, ed era spesso interrotto nelle sue conferenze e dibattiti, da qualche voce che esclamava: “Tutte queste storie di guarigioni miracolose sono molto belle ed edificanti…Però, caro Padre, non si è mai vista rispuntare una gamba tagliata!”. Per questo motivo, l’abbè ha fatto come Messori, ha indagato di persona sul posto per divulgare la memoria del prodigio iberico.

Nella seconda Parte (L’Evento) Messori racconta l’evento in sé stesso. Prima di giungere alla sera del 29 marzo del 1640, la notte del miracolo della gamba riattaccata al povero Miguel. Messori descrive l’incidente. Il giovane contadino finito sotto la pesante ruota di un carro ha avuto la gamba destra spezzata, alla fine di ottobre del 1637, in ospedale hanno deciso di tagliarla perché si era incancrenita. Pertanto, il giovane contadino non potendo più lavorare gli fu concesso di elemosinare davanti al santuario della Madonna del Pilar a Saragozza.

Dopo tre anni, superando la vergogna della sua mutilazione, è ritornato faticosamente a casa dai genitori a Calanda con due stampelle e una gamba di legno. Qui nella notte del 29 marzo 1640 si risvegliò con la sua gamba riattaccata, quella che sotterrata nel cimitero tre anni prima. Messori racconta con documenti alla mano, tutte le varie tappe del prodigio. A cominciare del grande spavento dei genitori di Miguel, con la stanza dove si percepiva “profumo di Paradiso”.

E poi l’accorrere dei vicini di casa e i parroci con il vescovo di Saragozza monsignor Pedro Apaolaza Ramirez che dopo un anno di processi e verifiche, con un rigore disciplinare e morale, ha emesso la sentenza con la quale si dichiarava miracolosa, ottenuta per l’intercessione di Nostra Signora del Pilar, la restituzione a Miguel Juan Pellicer di Calanda, la gamba destra amputata e sepolta da due anni e cinque mesi. Questo è il titolo della Sentenza pubblicata nell’ultima parte del libro. Dove troviamo anche l’Atto pubblico steso in Calanda, Bassa Aragona il 2 aprile 1640 dal Notaio Reale di Mazaleon, dottor Miguel Andreu.

Messori ritorna spesso sulla questione che il miracolo di Calanda ha avuto l’imprimatur delle autorità civili aragonesi. Un atto pubblico addirittura garantito da un documento (steso da un notaio abilitato dallo Stato) secondo ogni regola del diritto e confermato da dieci testimoni oculari, scelti tra i più attendibili e informati sui moltissimi disponibili. Tra l’altro persone non nativi della borgata del giovane Pellicer. Paradossalmente scrive Messori, dopo le carte, qui, “anche le pietre parlano”, rifacendosi a un’immagine evangelica. Un intero villaggio non si può ingannare, osserva un sacerdote. Anche se Calanda, forse a causa del suo isolamento geografico, non è mai divenuto un luogo primario di pellegrinaggio come Lourdes.

Infatti, sottolinea Messori, poteva testimoniare tutto un popolo che aveva conosciuto il giovane contadino. Praticamente, “siamo di fronte a un intervento divino certificato da un Atto pubblico”. Un atto, addirittura dopo una settantina di ore dopo l’evento e sul luogo stesso di quei fatti sui quali viene steso e autentica il rogito. Un Atto che si è salvato da mille pericoli, soprattutto dalla furia iconoclasta dei nuovi giacobini comunisti e che troviamo nell’ufficio del sindaco nel municipio di Saragozza. Non a torto lo storico Leandro Aina Naval può osservare: “Con un simile documento ci avviciniamo a quella garanzia ideale reclamata dai razionalisti e dagli increduli di ogni tempo […]”.

Il Mistero, insomma, garantito dai sigilli del Dottor Andreu, quello che in pratica pretendeva l’antiCristo di un Voltaire: “un miracolo constatato da un certo numero di persone sensate e che non fossero interessate alla cosa”. Voltaire, voleva l’intervento di un notaio e un suo rogito in piena regola come quando si acquista una casa o si contrae un matrimonio, o un testamento. A proposito dell’atto notarile Messori fa una interessante considerazione, “nessuno storico, per quanto scrupoloso potrebbe esigere di più. La stragrande maggioranza dei fatti del passato (anche fra i maggiori) è attestata con assai minori certezze documentarie e garanzie ufficiali. È una constatazione oggettiva, non una rassicurazione apologetica”.

Interessante la riflessione di Messori sulla attendibilità del miracolo, non c’erano solo i parroci, le autorità civili, ma c’era anche la “Suprema”, l’Inquisizione che vegliava senza essere intervenuta sul caso Calanda. Istituzione che aveva in Spagna l’appoggio popolare pieno e convinto di ogni classe sociale, al contrario di quello che vogliono farci credere gli estensori della “leggenda nera”. Abbastanza interessante descrivere un altro “siparietto” alla corte del Re Filippo IV che volle conoscere il giovane suddito analfabeta favorito dalla più straordinaria delle grazie della Vergine del Pilar.

Il sovrano di fronte al Pellicer non ha esitato ad inginocchiarsi e baciare la gamba miracolata. Messori accenna anche alla storia del santuario dedicato alla Vergine Maria, servirebbe uno studio approfondito, comunque non si tratta della solita apparizione della Madonna come è accaduto in altri luoghi, ma di una venuta della Madonna proprio a Saragozza nel 40 d.C. dove c’era l’apostolo Giacomo il Maggiore e altri che stavano evangelizzando il popolo iberico.

La Vergine Maria è venuta in carne e ossa su un pilastro, invitando Giacomo, quello di Compostela, che sarà poi il primo apostolo a subire il martirio, a costruire un tempio in suo onore. Questo pilastro, di alabastro, è ancora conservato nella cappella della basilica ed è oggetto di grande venerazione. È un luogo unico, quella del santuario del Pilar a Saragozza. Dio non ha fatto una cosa simile per alcun popolo. C’è una sorta di misterioso parallelismo tra Saragozza e Calanda, sorge spontanea la domanda: “Perché proprio qui e non altrove?”.

Zaragoza diventa la prima “sede” mariana del mondo. Qui, sulla riva destra dell’Ebro, appena fuori le mura della romana Caesarea Augusta, nella notte del 2 gennaio dell’anno 40 è venuta la Vergine quando era ancora in vita, prima di “addormentarsi” e di essere assunta in Cielo. Trasportata dagli angeli, sarebbe venuta da Gerusalemme “in carne mortale”, come cantano da secoli a squarciagola i fedeli, e come più volte al giorno ripetono sulla piazza del Pilar gli altoparlanti.

Messori racconta altri aneddoti inerenti al Gran Milagro, come quelli che riguardano  Luis Bunuel, il famoso regista, ateo, ma devoto alla vergine del Pilar e al miracolo di Calanda. Per il regista spagnolo Lourdes è un luogo mediocre.

Nella terza Parte (La Lezione) di Calanda. Il significato sociale più che personale del miracolo. Un beneficio per la comunità intera non solo aragonese, ma di tutta la Spagna, per tutti noi che abbiamo appreso lo straordinario evento. Ma questo vale per qualsiasi altro evento miracoloso. Per quanto riguarda il dopo guarigione di Miguel Juan Pellicer si sa poco, ignoriamo quando sia morto, abbiamo poche certezze della sua vita dopo il miracolo. La quarta Parte è dedicata alle immagini, che per un libro sono tante.

Ultima parte i Documenti.

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martedì 11 marzo 2014

«Io, scienziata atea, credo nei miracoli. La Chiesa non mette da parte la scienza»

«Io, scienziata atea, credo nei miracoli. La Chiesa non mette da parte la scienza» 

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marzo 11, 2014 Jacalyn Duffin
La scienziata canadese ha scritto un articolo per la Bbc in cui racconta il suo ruolo nella canonizzazione di Marie-Marguerite d’Youville: «Quella prima paziente è ancora viva 30 anni dopo essere stata toccata dalla leucemia»
Jacalyn-Duffin-atea-scienza-miracoliRiportiamo di seguito la nostra traduzione di ampi stralci dell’articolo della dottoressa Jacalyn Duffin, pubblicato dalla Bbc. Duffin è una prestigiosa ematologa e storica della medicina canadese atea, chiamata a sua insaputa dal Vaticano nel 1986 ad analizzare un campione di sangue di una donna che affermava di essere stata miracolata da Marie-Marguerite d’Youville, oggi prima santa canadese. Duffin, tutt’oggi atea convinta, ha contribuito da “testimone cieca” in modo fondamentale alla santificazione e oggi scrive di «credere nei miracoli».
Scrutando nel mio microscopio, ho visto una cellula leucemica mortale e ho deciso che la paziente di cui stavo esaminando il sangue doveva essere morta. Era il 1986 e stavo esaminando una grande pila di campioni “ciechi” di midollo osseo senza che mi avessero detto perché.
Data la diagnosi maligna, ho immaginato che fosse per una causa legale. Forse una famiglia in lutto stava facendo causa al dottore per una morte per la quale davvero non si poteva fare niente. Il midollo osseo raccontava una storia: la paziente ha fatto la chemioterapia, il cancro è andato in remissione, poi ha avuto una ricaduta, ha fatto un altro trattamento ed il cancro è andato in remissione per la seconda volta.
Maria_Marguerite_YouvilleIn seguito ho saputo che lei era ancora viva sette anni dopo le sue traversie. Il caso non era per un processo, ma è stato tenuto in considerazione dal Vaticano come un miracolo nel dossier per la canonizzazione di Marie-Marguerite d’Youville (immagine a fianco, ndr). Nessun santo era ancora mai nato in Canada. Ma il Vaticano aveva già rigettato il caso come miracolo. I suoi esperti affermavano che lei non aveva avuto una prima remissione e una ricaduta; invece, sostenevano che il secondo trattamento avesse portato alla prima remissione. Questa sottile distinzione era cruciale: noi pensiamo infatti che sia possibile guarire in prima remissione, ma non dopo una ricaduta. Gli esperti di Roma hanno accettato di riconsiderare la loro decisione solo se un testimone “cieco” avesse di nuovo esaminato il campione e scoperto quello che io ho visto. Il mio rapporto è stato inviato a Roma.
Non avevo mai sentito parlare di un processo di canonizzazione e non potevo immaginare che la decisione richiedesse così tante considerazioni scientifiche. (…) Dopo un po’ di tempo sono stata invitata a testimoniare al tribunale ecclesiastico. Preoccupata per quello che avrebbero potuto chiedermi, ho portato con me alcuni articoli della letteratura medica sulla possibilità di sopravvivere alla leucemia, evidenziando in rosa i passaggi principali. (…) Anche La paziente e i medici hanno testimoniato in tribunale e la paziente ha spiegato come si fosse rivolta a d’Youville durante la ricaduta.
Passato ancora altro tempo, abbiamo saputo l’eccitante notizia che d’Youville sarebbe stata santificata da Giovanni Paolo II il 9 dicembre 1990. Le suore che avevano aperto la causa di santificazione mi invitarono a partecipare alla cerimonia. All’inizio, ho esitato non volendo offenderle: io sono atea e mio marito ebreo. Ma loro erano felici di includerci nella cerimonia e non potevamo passare sopra al privilegio di assistere di persona al riconoscimento del primo santo del nostro paese.
La cerimonia fu a San Pietro: c’erano le suore, il medico e la paziente. Subito dopo, abbiamo incontrato il Papa: un momento indimenticabile. A Roma, i postulanti canadesi mi hanno fatto un regalo, un libro che ha cambiato radicalmente la mia vita. Era una copia del Positio, la testimonianza intera del miracolo di Ottawa. Conteneva i dati dell’ospedale, le trascrizione delle testimonianze. Conteneva anche il mio rapporto. (…) All’improvviso, ho realizzato con stupore che il mio lavoro medico era stato riposto negli archivi vaticani. La storica che è in me ha subito pensato: ci saranno anche tutti i miracoli per le passate canonizzazioni? Anche tutte le guarigioni e le malattie curate? La scienza medica era stata considerata in passato, così come oggi? Che cosa avevano visto e detto i medici allora?
Dopo vent’anni e numerosi viaggi agli archivi vaticani ho pubblicato due libri sulla medicina e la religione. (…) La ricerca metteva in luce storie eclatanti di guarigioni e coraggio. Rivelava alcuni paralleli sconvolgenti tra la medicina e la religione in termini di ragionamento e obiettivi, e mostrava che la Chiesa non metteva da parte la scienza per pronunciarsi su ciò che è miracoloso.
Anche se sono ancora atea, io credo nei miracoli, fatti sorprendenti che accadono e per i quali non riusciamo a trovare alcuna spiegazione scientifica. Quella prima paziente è ancora viva 30 anni dopo essere stata toccata dalla leucemia mieloide acuta e io non sono in grado di spiegare perché. Lei invece sì.

mercoledì 20 febbraio 2013

La Spada nella Roccia di San Galgano

La Spada nella Roccia di San Galgano 

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La spada nella Roccia infissa nel 1180 da Galgano Guidotti sull'Eremo di Montesiepi.
Questo fu l’unico miracolo in vita di San Galgano, ma a distanza di oltre ottocento anni è ancora visibile.
  
Una straordinaria quanto sconosciuta reliquia del XII secolo, una spada nella roccia italiana.
Si tratta del corrispondente italiano della leggenda della spada nella roccia di re Artù, ma con note differenti: mentre la spada nella roccia venne estratta dal giovane Artù, questa spada venne conficcata nella roccia da San Galgano.
Si parla di uno dei luoghi più suggestivi della Toscana, a trenta chilometri da Massa Marittima, in provincia di Siena si trova la Rotonda di Montesiepi, così è chiamato il complesso dell’Eremo con la sua spada nella roccia, comprende anche le rovine di un’antichissima Abbazia Cistercense purtroppo in pessime condizioni, eretta nel 1182 nel posto dove San Galgano visse l’ultimo anno e lì dove infisse la sua spada nella roccia. L’Abbazia Cistercense fu eretta successivamente, attorno al 1218.
Purtroppo però dopo un paio di secoli cadde in rovina e, addirittura, il Commendatario Girolamo Vitelli, nel 1550, ne vendette il tetto in piombo.
Ci furono poi vari tentativi di ripristinare il convento ma, nel 1789, l’Abbazia venne sconsacrata e decadde definitivamente. Oggi le sue suggestive rovine infondono profonde emozioni, oramai si può mirare soltanto la sua struttura, oggi il suo soffitto sono le stelle ed il suo pavimento è un soffice prato verde.
 

La storia di San Galgano

E’ davvero interessante e ricca di significati profondi.
Galgano era un giovane di nobili origini, ma di ancor più nobili virtù.
Suo padre, Guidotto, lo lasciò orfano a giovane età, ma Galgano viveva con la sua madre Deonigia. Quando Galgano si convertì, la madre sognò San Michele Arcangelo che dolcemente le chiedeva di vestire a Cavaliere suo figlio, il quale sarebbe divenuto Cavaliere di Dio. Deonigia così fece e Galgano fu lieto ed onorato di seguire i comandi di San Michele, al quale era particolarmente devoto.
A distanza di tempo, quando era Cavaliere già valoroso, Galgano ebbe un sogno profetico.
Sognò San Michele, il quale gli disse: “seguitemi”.
Galgano ne fu lieto e prese a seguirlo sperando che fosse arrivato il momento in cui sarebbe divenuto Cavaliere di Dio, come disse il Santo nella visione della madre Deonigia.
Galgano seguiva il Santo giungendo fino ad un fiume. Arrivò davanti all’imbocco di un lungo ponte, il quale non si poteva superare se non a gran fatica. Sotto il ponte Galgano notò un mulino che girava spinto dalla corrente del fiume. Il mulino che gira sta a rappresentare gli eventi terreni che sono in continuo tumulto e agitazione, senza stabilità e del tutto transitorie.
Passando il ponte giunse ad uno stupendo prato fiorito e profumato, da lì continuò e gli parve di entrare nel sottosuolo. Quel luogo era Montesiepi e lì scorse una casupola circolare dove entrò. Al suo interno vi erano i Dodici Apostoli e, vicino a loro, un libro aperto; Galgano si avvicinò per leggerlo e vide queste parole: “Quoniam non cognovi licteraturam, introibo in potentias Domini, Domine memorabur iustitiae tuae solius”.
Alzando gli occhi, vide una visione meravigliosa ed estasiante.
Galgano chiese ai Dodici cosa fosse quella visione, Essi risposero che era Iddio e Uomo.
Udito che ebbe queste parole e meravigliato dalla visione, Galgano si svegliò.
Immediatamente corse, piangendo dalla gioia, a raccontare questa visione alla madre, supplicandola di partire insieme a lui alla volta di quel luogo della visione chiamato Montesiepi, assieme a maestri della lavorazione della pietra e del legname al fine di costruire quell’edificio mostratogli dall’Arcangelo e di dedicarlo alla Maestà Divina ed ai Dodici Apostoli.
Ma la madre non volle andare, erano in pieno inverno, il gelo e la scarsità di cibo la fece tentennare non poco, così Galgano prese il suo cavallo e partì da solo.
Il cammino era lungo ed arduo. Con grande stupore di Galgano, in un luogo non definito sulla via per il castello di Civitella, il suo cavallo s’arrestò e non volle muoversi per nessuna ragione; vani furono i tentativi del Santo di farlo avanzare, persino pungendolo con entrambi gli speroni.
Si stava facendo sera e Galgano dovette tornare indietro verso il castello della Pive di Luriano per alloggiarvi e passarvi la notte.
Il mattino seguente il Cavaliere riprese il viaggio ripercorrendo la strada per il castello di Civitella, ma allo stesso luogo del giorno precedente, il cavallo si fermò di nuovo e non volle continuare il cammino.
Allora Galgano scese da cavallo e, secondo la tradizione tramandataci dai frati di Montesiepi e giunta sino a noi, pronunciò la seguente preghiera:
“Creatore altissimo, principio di tutti e' principii, e che facesti lo mondo di quattro elementi, et che lo mondo, per li peccati degli uomini corrotto, per diluvio sì sanasti e purificasti, e che passare facesti lo tuo popolo e seme d'Abramo lo Mare Rosso a ppiedi secchi, e che, nel tempo de la plenitudine de la gratia, del seno del tuo Padre nel ventre de la Vergine Maria descendesti vestito de la nostra humanitade, e lo patibolo de la croce, li chiovi, e sputi, e fragellato e humiliato per ricomprarci sostenesti, e lo terzo dì resuscitando da morte a coloro che tti credettero apparisti, e che lo quadragesimo dì in cielo salisti, per cui comandamento e volontà tutte le cose procedono; drizzami ne le tue semite e ne la tua vita e nell'opere de' tuoi comandamenti, acciò che, al tuo servigio devotissimamente stando, lo promesso habito di cavaliere meriti d'acquistare, lo quale ne la visione mi mostrasti; e menami, Signor mio, ne la via de la pace e de la salute, siccome menasti lo tuo servo e profeta nel lago de' leoni, lo quale portasse lo cibo da mangiare a Daniello”.
Finito che ebbe di recitare la preghiera, il cavallo riprese a muoversi senza neanche l’ordine del padrone, così Galgano riuscì infine a giungere in quel luogo mostratogli dall’Arcangelo Michele: Montesiepi.
Con grande gioia, il Santo Cavaliere scese da cavallo ed ammirò e riconobbe il luogo. Non avendo una Croce e non potendo lavorare il legname per farsene una, estrasse la sua spada dalla guaina e la conficcò nella nuda roccia a mò di Croce. Poi si tolse il mantello, lo bucò al centro e lo indossò come abito monacale.
Dunque iniziò a progettare, in animo suo,  di tornare a casa e di devolvere il suo patrimonio tutto a favore dei poveri, ma per ben tre volte fece per tornare e per altrettante volte udì una voce proveniente dal cielo che gli disse: “Galgano, Galgano, sta' fermo, perciò che in questo luogo gli tuoi dì finirai. Non si vuole al principio corrare colui che combatte, ma a la fine”.
Fu lì dunque che Galgano si stabilì, e siccome era una zona selvatica, era costretto per mangiare a scendere a valle e cibarsi delle erbe selvatiche chiamate “crescioni”.
Una notte, mentre Galgano si trovava in un luogo tra due valli, udì il demonio avvicinarsi, il quale si ingegna ad ingannare ogni uomo che voglia servire Dio.
Galgano, determinato alla lotta fece per attaccarlo e il Maligno, sorpreso da tale reazione, se ne andò.
Di lì a pochi giorni, Galgano si propose in cuor suo di andar a far visita alla Basilica degli Apostoli a Roma, per la visione che ebbe di loro.
Fu così che mentre Galgano dimorava a Roma per qualche giorno, tre uomini presi dall’invidia per la sua spada nella roccia, andarono a Montesiepi muniti di attrezzi di ferro con l’intento di estrarla dalla pietra.
Per quanta fatica ci mettessero, non riuscirono a cacciarla, neanche con gli attrezzi, e, come ultimo gesto di stizza, la ruppero e se ne andarono lasciandola a terra spezzata.
I tre allora fecero per tornare alle loro case, ma la punizione di Dio li colse sulla strada del ritorno.
Il primo di essi cadde in un fiumiciattolo e vi annegò; il secondo venne folgorato da un fulmine mentre camminava e il terzo venne attaccato da un lupo che gli si avventò contro e gli si attaccò ad un braccio; l’uomo, pentitosi di ciò che avevano fatto, chiese perdono raccomandandosi al Beato Galgano e Dio lo risparmiò facendo fuggire il lupo.
Galgano, tornando da Roma e trovando la spada rotta, provò grandissimo dolore e pensò che fosse la punizione Divina per aver lasciato il luogo mostratogli dall’Arcangelo.
Sicchè, volendo Iddio consolare la sua tristezza, gli apparve tre volte in visione e gli disse di porre la spada rotta sul pezzo che era rimasto fisso nella roccia e che la spada si sarebbe riunita più saldamente di prima.
Così fece il Cavaliere di Dio, pose la parte rotta sulla roccia e la spada si rinsaldò ed ancora oggi è lì, anche se ha dovuto passare nel corso dei secoli parecchie peripezie.
Successivamente Galgano si costruì una cella a mò di romito, nella quale di giorno e di notte vagava in digiuni, meditazioni, orazioni e contemplazioni.
La cella era in legno e a pianta circolare, come quella della visione e sorgeva esattamente dove oggi c’è quella circolare ma in pietra.
Galgano contemplava in questa cella, spogliatosi di ogni atto e cogito terreno.
I suoi pensieri erano rivolti al cielo e con tristezza guardava alla vita materiale, così breve, così orgogliosa, così fragile come l’uomo.
Viveva cibandosi di erbe, altro non richiedeva il suo corpo.
Fino a quando nostro Signore decise di porre fine alla sua vita sacrificata e lo accolse nel Regno Eterno dei Santi ancora in giovane età.
Ecco cosa scrissero successivamente i suoi frati:
“Visse el beato Galgano in questa heremitica vita et conversione uno anno meno due dì; et fu sepolto con grande honore e reverentia ne la detta sua cella, ove poi si fece una chiesa ritonda come l'angelo gli aveva mostrato in visione, ne la quale continuamente gli miracoli sono multiplicati. A laude e gloria del nostro Signore Gesù Cristo, lo quale regna col suo Padre in secula seculorum. Amen”.
 
 

La Spada, ricostruzione storica

Garlaschelli ha passato in rassegna varie fonti nelle quali, nel corso dei secoli, la spada è descritta o raffigurata, comprovando un costante culto fin dalle origini. Le fonti storiche medievali e le raffigurazioni corrispondono perfettamente alla Spada che è ancora oggi visibile.
La Spada sembra corrispondere esattamente, per quanto concerne lo stile, a una vera spada del XII secolo, e più esattamente del tipo X.a della classificazione ormai universalmente accettata di Ewart Oakeshott. Si tratta di uno dei massimi esperti di spade medievali, consulente alle Royal Armouries di Leeds.
Sono stati ripercorsi gli avvenimenti che hanno interessato la spada dal 1915 in poi, anche grazie a testimoni oculari ancora in vita.
La Spada fino al 1924 circa era conficcata in una fessura della roccia e poteva essere estratta al contrario di quanto riportano le più antiche testimonianze tutte, di sicuro dev’essere accaduto qualcosa alla Spada tra il 1750 ed il 1915.
La roccia era coperta da una sorta di grata metallica.
L’allora parroco don Ciompi bloccò la lama versando del piombo fuso nella fessura. La grata fu eliminata.
La spada fu però spezzata negli anni 60 durante un atto vandalico. Il moncone fu fissato sopra la parte di lama ancora nella roccia applicando del cemento. Il cemento fu poi sostituito con altro di colore adeguato.
La spada fu spezzata di nuovo nel 1991 da un secondo vandalo, e ancora sistemata con cemento. Fu poi applicata l’attuale cupola protettiva di plexiglas.
 

Le analisi scientifiche

Gli esami scientifici svolti sulla roccia sono stati eseguiti dal Prof Luigi Garlaschelli, ricercatore del Dipartimento di Chimica dell’Università di Pavia; per il coordinamento, e l’indagine agiografica Maurizio Calì, sotto concessione di Don Vito Albergo, il responsabile della Cappella e di S.E. l’Arcivescovo di Siena.
Dal 17 gennaio 2001 ha preso il via un vasto programma di analisi sulla spada di San Galgano e sulla rotonda di Montesiepi di Chiusino (SI).
Varie ricerche sono già state effettuate da varie facoltà ed ultimamente anche da parte di “Focus”, celebre rivista scientifica.
Sono stati adoperati i migliori mezzi attualmente a disposizione, a cominciare dal geo-radar (un radar capace di penetrare in grande profondità) al fine di esplorare il terreno vicino alla pietra alla ricerca di grotte, cavità nel sottosuolo, antiche mura etc. Il responsabile radar è il Prof. Finzi dell’Università di Padova.
Sono stati effettuati rigorosi test in questo senso per accertarsi che la roccia non fosse cava lì dove fu infissa la spada facilitandone quindi l’entrata, gli scettici teorizzavano anche che la spada in realtà fosse senza lama e che quindi si avrebbe solo l’illusione ottica di una spada piantata così in profondità in una roccia.
I risultati dei test sono ancora una volta sbalorditivi, non solo la roccia non presenta alcuna cavità, ma la lama è all’interno di essa e sembra aver passato la pietra come fosse burro caldo.
Il giorno 18 maggio 2001 si è proceduto a un’ispezione del manufatto. Il tentativo eseguito era di praticare un piccolo foro nella roccia sperando di raggiungere la cavità in cui si troverebbe la lama, e il blocco di piombo che la tiene.
E’ stato infatti praticato un foro di circa 11 mm di diametro, corrente verticalmente e parallelamente a poca distanza dalla posizione presunta della lama cementata.
Il Dott. Remo Vernillo (Facoltà di Medicina dell’Università di Siena) ha spiegato come l’interno del foro sia stato ispezionato con un endoscopio a fibre ottiche, e sulle difficoltà tecniche dell’operazione. Non si è però incontrato altro che roccia.
Una piccola parte del cemento è stato allora asportato dalla base della spada emergente, che è stata liberata e tolta. La parte di lama sottostante era ancora invisibile.
Un secondo foro è stato praticato in direzione obliqua rispetto al primo, incontrando dopo pochi centimetri una superficie metallica visibile all’endoscopio.
Altro cemento è stato allora asportato, mettendo a nudo alcuni centimetri della lama sottostante.
E’ stato verificato che gli orli della frattura dei due pezzi combaciano, e si può quindi legittimamente ritenere che la parte spezzata sia effettivamente parte della spada originale.
I due monconi sono successivamente stati accostati e tenuti in posizione per motivi estetici, tramite un piccolo morsetto metallico facilmente asportabile e che non danneggia in alcun modo il manufatto in attesa di possibili ulteriori interventi.
Nel corso delle operazioni erano state raccolte con un magnete alcune piccole scagliette, già staccate dalla parte di lama cementata. Esse sono state inviate per un’analisi al microscopio elettronico a scansione al Dipartimento Innovazione Meccanica e Gestionale, Università di Padova, (Prof. Ramous) nella speranza di ottenere indicazioni circa la struttura del metallo, i trattamenti subiti (tempera, ricottura, ecc) e con l’intento di verificare, tra l’altro, se vi fossero elementi in contrasto con la supposta origine medievale del manufatto stesso.
Purtroppo i frammenti non contenevano metallo, ma erano costituiti da semplici ossidi di ferro e quindi non utilizzabili ai fini della prevista analisi.
Uno di questi frammenti è stato comunque analizzato per Spettroscopia di Assorbimento atomico presso il Dipartimento di Chimica Generale dell’Università di Pavia (Prof. Gallorini e Rizzio), evidenziando la presenza di cadmio, rame, nichel e piombo in tracce, in concentrazioni tali da rientrare nella norma per un metallo medievale e da non indicare utilizzo di leghe o acciai moderni.
Tra le indagini future, Garlaschelli ha citato la possibilità di eseguire analisi per attivazione neutronica, spettrometria di massa, confronto con minerali ferrosi toscani, analisi metallografiche classiche e radiografie alla ricerca di iscrizioni nascoste, nonchè l’asportazione della vernice protettiva applicata anni fa, in un’opera di restauro generale.
 
Chiunque volesse partecipare a vario titolo a questa ricerca può visitare il sito: Enigma Galgano (http://web.infinito.it/utenti/e/enigmagalgano/).
  
Ecco una frase tratta dal sito ufficiale della ricerca scientifica sul mistero di San Galgano:
“Mentre la Rotonda di Montesiepi ci riporta, con la sua Spada nella Roccia, alla saga di Re Artu, la grande Abbazia ci riserva, con la sua Geometria Sacra, altre sorprese sia "musicali" e sia "egizie".
Forse i bravi monaci Cistercensi di San Roberto di Molesme e di San Bernardo di Chiaravalle sapevano di più di quanto hanno lasciato scritto”. 

da: Misteri e Leggende

sabato 18 febbraio 2012

miracolo





IL MIRACOLO EUCARISTICO DI LANCIANO
***

 

Un rompicapo fra Fede, Ragione e Scienza. Reliquie sconcertanti.



di P. C.

[Dipinto raffigurante il Miracolo Eucaristico di Lanciano - 29K .jpg] [L’Ostia-Carne - 49K .jpg] [Microfotografie A, B, C e D del preparato istologico di un campione dell’Ostia-Carne - 32K .jpg] [Microfotografie E, F, G e H del preparato istologico di un campione dell’Ostia-Carne - 35K .jpg]


Tra tutti i miracoli eucaristici 
(1), quello di Lanciano, avvenuto nell’VIII secolo dopo Cristo, è probabilmente il più antico e documentato, sicuramente l’unico, nel suo genere, ad essere stato autenticato senza riserve, a seguito di rigorose ed accurate analisi di laboratorio, dalla comunità scientifica internazionale.
Il prodigio in questione accadde nella piccola Chiesa dei Santi Legonziano 
(2) e Domiziano, a Lanciano, una cittadina dell’Abruzzo ubicata poco a sud di Chieti ed ebbe come protagonista un monaco basiliano (3). Costui, mentre stava celebrando la Santa Messa secondo il rito latino, subito dopo la transustanziazione (4), dubitò che le specie eucaristiche si fossero realmente trasformate nella carne e nel sangue di Cristo, quando, improvvisamente, sotto gli occhi dell’attonito frate e dell’intera assemblea dei fedeli, l’Ostia Magna ed il vino si mutarono, rispettivamente, in un pezzo di carne ed in sangue; quest’ultimo, in breve tempo, andò incontro ad un processo di coagulazione da cui risultarono cinque sassolini di forma e dimensioni differenti, caratterizzati da una colorazione giallo-marrone interrotta solo da qualche punteggiatura biancastra.
Di questo straordinario evento venne fatto un accurato resoconto in una pergamena che, nella prima metà del XV secolo, venne sottratta ai francescani da due monaci basiliani; ai giorni nostri sono arrivati dei documenti del XVI e del XVII secolo che riportano questo accadimento miracoloso.
Quattro secoli dopo, nel XII secolo, i monaci basiliani, che fino a quel momento avevano celebrato le funzioni religiose nella Chiesa di San Legonziano, lasciarono Lanciano e la chiesa venne affidata, prima, alla gestione dei frati benedettini e successivamente, nel 1253, a quella dei francescani conventuali, i quali, nel 1258, ricostruirono la chiesa e la dedicarono a San Francesco d’Assisi (Assisi 1181 o 1182 - 1226).
Nel 1809, quando l’imperatore Napoleone Bonaparte (Aiaccio 1769 - Sant’Elena 1821) soppresse tutti gli ordini religiosi, anche i francescani lasciarono Lanciano, facendovi ritorno solo nel 1953.
Le specie eucaristiche miracolose furono collocate in un reliquiario d’avorio ed inizialmente custodite nella Chiesa di San Legonziano, dopodiché, vennero trasferite nella Chiesa di San Francesco.
Il 1 Agosto 1566 un frate minore, di nome Giovanni Antonio di Mastro Renzo, temendo che i turchi potessero rubare o peggio ancora, distruggere, durante una delle loro incursioni in Abruzzo, le preziose reliquie, decise di trasferirle in un luogo più sicuro, tuttavia, dopo aver camminato tutta la notte, si ritrovò, la mattina dopo, ancora di fronte alle porte di Lanciano, quasi come se una potente forza invisibile avesse voluto impedire al frate di portare via le reliquie dalla cittadina.
Il religioso ed i suoi compagni, quindi, compresero che dovevano rimanere a Lanciano per custodirvi le reliquie; esse, perciò, vennero collocate all’interno di un vaso di cristallo che, a sua volta, fu posto in un armadio di legno provvisto di quattro serrature.
Nel 1920 le reliquie furono trasferite dietro il nuovo altare maggiore e dal 1923 la carne miracolosa viene conservata tra due vetri nella raggiera di un ostensorio rotondeggiante posto all’estremità superiore di un reliquiario in argento, realizzato nel 1713 ed alto 63 cm e largo 44 cm mentre i cinque coaguli sono custoditi all’interno di un calice di vetro provvisto di coperchio, anch’esso di vetro e situato ai piedi del reliquiario, tra due angeli oranti.
Le due reliquie furono sommariamente esaminate nel 1574, nel 1637, nel 1770 e nel 1886; il 17 Febbraio 1574 l’arcivescovo Rodriguez avrebbe stabilito il peso totale dei cinque coaguli che sarebbe risultato essere equivalente a quello di ciascuno di essi, tuttavia, questo inesplicabile fenomeno non si ripeté nei successivi controlli.
Durante la ricognizione del 26 Ottobre 1886, venne nuovamente accertato il peso totale dei cinque "sassolini", risultato essere pari a 16,505 grammi e quello di ciascun grumo, in grammi, rispettivamente, 8, 2,45, 2,85, 2,05 e 1,15, a cui furono aggiunti 5 milligrammi di polvere di sangue di colore marrone scuro, depositatasi sul fondo del calice.
Vi sono alcuni documenti storici che attestano che le reliquie vennero fatte oggetto di venerazione a partire dal XVI secolo, periodo in cui vennero anche portate più volte in processione.
Nel 1953, poco tempo dopo il rientro ufficiale dei Frati Minori Conventuali nel Santuario Eucaristico, vi fu chi iniziò a manifestare l’intenzione di sottoporre le reliquie del Miracolo Eucaristico di Lanciano ad una rigorosa indagine scientifica e grazie all’autorizzazione rilasciata dall’arcivescovo della cittadina abruzzese, Mons. Pacifico Perantoni e dal Ministro Provinciale d’Abruzzo dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali, nel 1970, la comunità religiosa di Lanciano si rivolse ad un esperto di fama internazionale, il Prof. Odoardo Linoli, libero docente in Anatomia e Istologia Patologica ed in Chimica e Microscopia Clinica, nonché Primario Direttore del Laboratorio di Analisi Cliniche e di Anatomia Patologica dell’Ospedale di "S. Maria sopra i Ponti" di Arezzo, al quale venne affidato l’incarico di eseguire tutte le analisi necessarie al fine di verificare che le reliquie di Lanciano fossero realmente di natura organica.
Il giorno 18 Novembre 1970, il Prof. Linoli, coadiuvato dal Prof. Ruggero Bertelli dell’Università degli Studi di Siena, prelevò, dalla periferia dell’Ostia-Carne, due campioni di ridotte dimensioni che risultarono avere un peso di 20 milligrammi; prima di prelevare dei campioni anche dal sangue miracoloso, al Prof. Linoli venne chiesto di verificare il peso dei singoli coaguli, quello totale e se quest’ultimo fosse effettivamente equivalente al peso di ognuno dei "sassolini".
Poiché i ricercatori in quell’occasione non erano provvisti di bilancino, ne venne chiesto in prestito uno alla vicina farmacia e con esso venne appurato che il peso totale del sangue di Lanciano, esclusa la polvere di sangue, era pari a 15.85 grammi, valore, quindi, differente da quello del peso di ogni singolo globulo.
Subito dopo questa doverosa verifica, il Prof. Linoli prelevò, da un coagulo di sangue, alcuni frammenti del peso complessivo di 318 milligrammi. Una volta terminata la fase del prelievo dei campioni, le reliquie furono ricollocate all’interno dell’ostensorio, il quale, a sua volta, venne posto nell’attuale tabernacolo-custodia.
Il 4 Marzo 1971 i Proff. Linoli e Bertelli resero pubblici i risultati delle analisi con una dettagliata relazione.
I due campioni prelevati dall’Ostia-Carne vennero reidratati, dopodiché, mediante l’impiego di un microtomo 
(5), vennero ottenute delle sottilissime sezioni che vennero colorate e sottoposte ad un’attenta osservazione microscopica per l’analisi istologica. Il tessuto risultò essere costituito da fibre muscolari striate (particolare A) unite per le estremità e raccolte in fasci di diverso spessore e orientati in varie direzioni.
Il fatto che tali fibre non decorressero affiancate, come si verifica, ad esempio, con le fibre muscolari scheletriche, che dalle loro estremità si dipartissero diramazioni nastriformi e che fosse presente il lobulo di tessuto adiposo 
(6) (particolare B), nel quale normalmente penetrano le fibre muscolari striate, consentì di accertare che quello che la tradizione popolare e religiosa aveva da sempre ritenuto un pezzo di "carne" era effettivamente tale e costituito da tessuto muscolare striato (7) del miocardio (8).
I campioni prelevati dal coagulo di sangue, invece, risultarono essere costituiti da un materiale filamentoso riconducibile a fibrina 
(9), nelle cui maglie vennero rivelati una sostanza granulare di colore gialloverdastro, derivata dall’emoglobina (10) ed alcuni corpi estranei.
Questi campioni vennero sottoposti al "Test di Teichmann" modificato da Bertrand, al "Test di Takayama" ed a quello di Stone e Burke, al fine di rilevare, rispettivamente, l’eventuale presenza di cristalli di ematina cloridrato 
(11), dell’emocromogeno e delle ossidasi (12) ematiche. Non venne riscontrata alcuna traccia dei suddetti cristalli e dell’emocromogeno, a differenza dei campioni di sangue umano normale essiccato ed impiegato come controllo positivo, tuttavia, tale assenza non costituisce un’anomalia in quanto il sangue può perdere la proprietà di produrre queste due sostanze, qualora venga esposto alla luce diretta del sole, a temperature elevate o ad agenti ambientali ossidanti.
La positività dei campioni al Test di Stone e Burke confermò, invece, la presenza delle caratteristiche ossidasi di natura ematica e al fine di dissipare ogni dubbio su tale natura, venne eseguita anche un’analisi cromatografica 
(13) in strato sottile, grazie alla quale venne identificata l’emoglobina ed appurato, quindi, che i cinque globuli erano effettivamente costituiti da sangue coagulato.
Con il test immunoistochimico 
(14) della Reazione di Precipitazione Zonale di Uhlenhuth, comunemente impiegato in medicina legale ed in immunologia al fine di stabilire la specie di appartenenza di un tessuto, i ricercatori dimostrarono che il frammento di miocardio ed il sangue appartenevano alla specie umana mentre con il test immunoematologico (15) della reazione detta di "assorbimento-eluizione" venne stabilito che sia il tessuto miocardico che il sangue appartenevano al gruppo sanguigno AB (16), lo stesso emogruppo al quale appartiene anche il sangue riscontrato nelle formazioni, che la tradizione popolare e religiosa ha sempre ritenuto fossero macchie e colature ematiche, visibili sulle impronte anatomiche anteriore e posteriore del corpo dell’uomo della Sindone!
L’appartenenza di ambedue le reliquie allo stesso gruppo sanguigno suggerisce che provengano dal medesimo individuo, tuttavia, non può essere esclusa la possibilità che esse abbiano origine da due differenti individui aventi lo stesso emogruppo.
Sui campioni di sangue miracoloso, inoltre, venne eseguita un’analisi elettroforetica 
(17) su acetato di cellulosa al fine di verificare se in essi fossero presenti le tipiche proteine sieriche. L’analisi ebbe un esito positivo ed il tracciato elettroforetico risultante fu comparabile con quello ottenuto da sangue umano normale. I ricercatori, infine, polverizzarono e reidratarono 100 milligrammi di sangue miracoloso e stabilirono che gli elementi in esso presenti - cloruri, fosforo, magnesio, potassio e sodio - erano in quantità ridotta rispetto alla norma mentre il calcio era presente in quantità maggiore.
Tale riduzione può essere ricondotta sia a processi di invecchiamento e di depauperamento occorsi nel corso dei secoli che a "scambi" avvenuti con le pareti interne del contenitore di vetro nel quale le reliquie furono conservate. L’arricchimento in calcio, invece, è probabilmente da imputare ad un apporto esogeno dovuto alla caduta nel calice della polvere muraria, ricca di sali di calcio, staccatasi dalle pareti dell’edificio.
Le analisi istologica 
(18) e chimico-fisica dei campioni prelevati dalle reliquie non hanno rilevato la presenza di sali e composti conservanti comunemente impiegati nell’antichità per il processo di mummificazione (19), comunque, l’identificazione di proteine integre nella carne e nel sangue miracolosi di Lanciano, dopo dodici secoli, non costituisce un evento eccezionale, difatti, proteine strutturalmente integre sono state rilevate anche in mummie egiziane risalenti a 4000 - 5000 anni fa.
È doveroso fare presente, tuttavia, che vi sono delle notevoli differenze tra lo stato di conservazione di un corpo o di un pezzo anatomico che siano stati sottoposti a trattamenti specifici per la mummificazione e le reliquie di Lanciano; queste ultime, difatti, quantunque siano state esposte per 1200 anni a forti escursioni termiche, all’umidità e soprattutto, agli attacchi di parassiti e di microrganismi saprofiti, non sono inesplicabilmente andate incontro a decomposizione ed è incomprensibile anche come le proteine di cui sono costituite tali reliquie si siano mantenute integre.
Al termine delle analisi di laboratorio, il Prof. Linoli escluse la possibilità che le reliquie di Lanciano fossero un falso medievale in quanto ciò avrebbe presupposto che qualcuno fosse in possesso di nozioni di anatomia umana molto più avanzate di quelle diffuse tra i medici del tempo, nozioni che avrebbero consentito di rimuovere il cuore di un cadavere e di dissezionarlo al fine di ottenere un frammento di tessuto miocardico omogeneo e continuo. Inoltre, qualora il sangue fosse stato prelevato da un cadavere, nel volgere di un brevissimo arco di tempo, esso avrebbe subito una grave alterazione per deliquescenza 
(20) o putrefazione.
I risultati delle analisi condotte dai Proff. Linoli e Bertelli furono pubblicati in una relazione dal titolo "Ricerche istologiche, immunologiche e biologiche sulla Carne e sul Sangue del Miracolo Eucaristico di Lanciano (VIII sec.)", suscitando un grande interesse nella comunità scientifica internazionale, a tal punto da attirare l’attenzione persino del Consiglio Superiore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità O.M.S. 
(21), il quale, nel 1973, istituì una commissione scientifica con il compito di convalidare i risultati delle analisi eseguite dai ricercatori italiani e di confermare le conclusioni a cui erano giunti.
Dopo 15 mesi e qualcosa come 500 esami, tra cui gli stessi eseguiti dai ricercatori italiani, la commissione dell’O.M.S. confermò, senza riserve, quanto era stato dichiarato e pubblicato da questi ultimi.
I membri della commissione scientifica istituita dall’O.M.S. esclusero con fermezza la possibilità che il tessuto miocardico fosse mummificato e fecero presente che la perfetta conservazione di reperti organici, conservati per dodici secoli all’interno di reliquiari di vetro, in totale assenza di sostanze conservanti, antisettiche, antifermentative e mummificanti, contravviene a tutte le leggi conosciute della biologia. La commissione, inoltre, pose l’accento sul fatto che gli elementi cellulari costituenti il frammento di tessuto miocardico avevano mantenuto inalterata la propria integrità strutturale e funzionale.
Nel 1981 i Frati Minori Conventuali di Lanciano chiesero al Prof. Linoli di eseguire una seconda indagine scientifica sull’Ostia-Carne, allo scopo di studiarne più a fondo sia la struttura macroscopica che quella microscopica.
Nella relazione dal titolo "Studio anatomo-istologico sul Cuore del Miracolo Eucaristico di Lanciano (VIII sec.)", che il Prof. Linoli redasse al termine di tale indagine, si legge che la reliquia presenta una morfologia tondeggiante, un diametro compreso tra 55 e 66 mm, una colorazione giallo-bruno-marrone ed un’ampia apertura irregolare al centro, dove sono visibili anche 14 forellini, presumibilmente determinati dall’infissione di altrettanti piccoli chiodi al fine di mantenere distesa l’Ostia-Carne su una tavoletta di legno.
L’analisi istologica evidenziò due esili rami del nervo vago 
(22) (particolari C e D), la caratteristica lamina fibro-elastica che riveste tutte le cavità cardiache, l’endocardio (23) (particolari E, F e G) - la cui superficie appare sollevata nelle "trabecole carnee", morfo-strutturalmente analoghe a quelle del cuore umano - alcuni lobuli di tessuto adiposo, numerose strutture vascolari arteriose e venose di differente calibro (particolari F, G e H) ed il vestigio del ventricolo destro e sinistro, le cui dimensioni appaiono ridotte a seguito della disidratazione tissutale a cui l’Ostia-Carne è andata incontro nel corso dei secoli nell’ambito del naturale processo di mummificazione.

Note:
1. Miracolo eucaristico: evento prodigioso ed inesplicabile consistente nell’effettiva trasformazione delle specie eucaristiche, l’Ostia Magna ed il vino, rispettivamente, in tessuto vivente e sangue umani.
2. San Legonziano: certa tradizione popolare e religiosa identifica San Legonziano con San Longino, il soldato romano che, secondo quanto riportato dalle narrazioni evangeliche, trafisse con una lancia il costato di Gesù crocifisso (vedi: "
La Lancia di Longino: tra storia e leggenda
").
3. Ordine Basiliano: ordine di monaci orientali, seguaci delle regole di S. Basilio di Cesarea, detto il Grande (Cesarea, Cappadocia, 330 c. - ivi 379).
4. Transustanziazione (o transubstanziazione): nella terminologia tecnica della teologia cattolica si intende il passaggio della sostanza del pane e del vino in quella del Corpo e del Sangue di Cristo, durante la celebrazione eucaristica, sebbene le caratteristiche organolettiche di ambedue le specie eucaristiche rimangano immutate.
Il termine fu coniato da Rolando Bandinelli, meglio conosciuto come Papa Alessandro III (Siena inizi XII secolo - Civita Castellana 1181). Martino Lutero (Eisleben, Turingia, 1483 - 1545) e tutti coloro che professano il cristianesimo protestante rifiutano questo termine, attribuendo alla celebrazione eucaristica un diverso significato.
5. Microtomo: apparecchio laboratoristico impiegato per ottenere, a partire da un frammento tissutale o di organo, fissato e incluso in paraffina o in resine di vario tipo, sezioni sottili, di spessore compreso tra 3 e 10 millimetri, da sottoporre ad analisi microscopica.
Il microtomo combina un movimento trasversale rispetto al filo di una lama, generalmente di acciaio, con uno di avanzamento nei confronti della stessa; l’entità di tale avanzamento determina lo spessore della sezione. Vi sono due principali tipi di microtomo: a slitta e rotativo. Negli ultimi anni sono stati introdotti microtomi automatizzati e sempre più frequente, è l’uso di lame di vetro.
6. Tessuto adiposo: nei Vertebrati, tipologia di tessuto connettivo (peculiare tessuto che svolge funzioni di sostegno, trofico e meccanico e di connessione tra i vari organi e tra le loro parti. È costituito da una sostanza amorfa extracellulare di natura mucopolisaccaridica, detta matrice, da fibre extracellulari di natura proteica, prevalentemente rappresentate dal collagene e da cellule con caratteristiche morfo-strutturali e funzionali diverse a seconda dei vari tipi di tessuto connettivo. Quest’ultimo può essere classificato in alcune categorie in base alla struttura e alle funzioni) nel quale prevalgono, tra gli elementi cellulari, gli adipociti. Nell’uomo è presente nel sottocutaneo (lo strato di tessuto connettivo sottostante al derma, uno dei due strati, quest’ultimo - l’altro è rappresentato dall’epidermide - che costituisce la cute o pelle.
Il sottocutaneo poggia sui muscoli superficiali ed è solitamente costituito da tessuto connettivo lasso), nella loggia renale, nel mediastino (spazio anatomico compreso tra il sacco pleurale destro e quello sinistro. Si estende dall’estremità superiore della cavità toracica al diaframma e dallo sterno alle vertebre toraciche; inoltre contiene il cuore, il pericardio, vasi di grosso calibro e altri visceri toracici) ed in altre regioni del corpo. La distribuzione del tessuto adiposo nel sottocutaneo costituisce uno dei principali fattori del dimorfismo sessuale (complesso di difformità morfologiche, endocrinologiche e comportamentali tra individui di sesso opposto appartenenti alla stessa specie) nella nostra specie e contribuisce a modellare il corpo maschile in modo differente rispetto a quello femminile. Vi sono due tipologie di tessuto adiposo che si differenziano per morfologia e funzione: il tessuto adiposo bianco e quello bruno.
7. Tessuto muscolare striato: tessuto prevalentemente costituito da cellule di grandi dimensioni, allungate e fusiformi, dette fibre muscolari, plurinucleate, ossia contenenti due o più nuclei, nella varietà scheletrica o mononucleate, contenenti, cioè, un singolo nucleo, nel miocardio. Il citoplasma (eccettuato il nucleo, porzione della cellula caratterizzata da una struttura estremamente complessa, delimitata dalla membrana cellulare e contenente diversi tipi di organuli sub-cellulari, oltre ad un reticolo di microtubuli e microfilamenti avente funzione di sostegno statico e/o dinamico), detto sarcoplasma, è caratterizzato dalla presenza di numerose striature trasversali, visibili al microscopio ottico, rispetto all’asse maggiore della cellula. Le fibre muscolari sono associate le une con le altre a formare unità contrattili più complesse. I muscoli striati scheletrici sono in grado di contrarsi molto rapidamente e sono implicati nei meccanismi della postura e della locomozione. Il miocardio presenta peculiari caratteristiche funzionali che garantiscono il ritmo di contrazione durevole tipico del muscolo cardiaco.
8. Miocardio: la componente muscolare del cuore.
9. Fibrina: polimero (macromolecola costituita dalla ripetizione di unità molecolari elementari, dette monomeri, eguali o di tipo diverso e tra loro unite da legami) di natura proteica derivato dal fibrinogeno (proteina contenuta nel plasma) per l’azione proteolitica (idrolisi enzimatica di una proteina) della trombina (enzima derivante dalla protrombina per azione della tromboplastina in presenza di ioni calcio) durante il processo di coagulazione del sangue.
10. Emoglobina: complessa macromolecola proteica di morfologia globulare contenuta negli eritrociti (globuli rossi) dei Vertebrati ed in grado di combinarsi reversibilmente con l’ossigeno molecolare, trasportandolo a tutti i tessuti dell’organismo. È costituita da 4 catene polipeptidiche (polipeptide: molecola costituita da un numero elevato, generalmente più di 10-20, amminoacidi. I polipeptidi con peso molecolare superiore a 10000 dalton sono detti comunemente proteine. I peptidi contenenti meno di dieci amminoacidi vengono detti, invece, oligopeptidi) a due a due eguali, dette globine.
11. Ematina cloridrato (o emina): cloruro di ferriprotoporfirina. Si presenta in caratteristici cristalli prismatici bruni a stella, detti cristalli di Teichmann, la cui identificazione è di grande importanza in medicina legale per il riconoscimento delle macchie ematiche.
12. Ossidasi: qualsiasi enzima appartenente alla classe delle ossidoreduttasi. Quest’ultime catalizzano l’ossidazione di un substrato mediante la rimozione di elettroni o atomi di idrogeno, che vengono poi trasportati direttamente sull’ossigeno molecolare con produzione di anione superossido (un radicale libero o intermedio reattivo dell’ossigeno), acqua o perossido di idrogeno, meglio conosciuto come acqua ossigenata.
13. Cromatografia: tecnica di separazione dei componenti di una miscela mediante l’applicazione di quest’ultima su un supporto inerte, adsorbente o ionizzato (fase fissa); attraverso tale supporto viene fatto scorrere un flusso costante di un solvente, di un tampone o di un gas inerte (fase mobile). La separazione, a seconda del tipo di cromatografia impiegato, avviene in base a principi chimico-fisici differenti: per adsorbimento differenziato dei componenti della miscela sul supporto (cromatografia di adsorbimento), per legame selettivo tra i componenti della miscela ed un legante presente sulla fase fissa (cromatografia di affinità), in base alle differenze di peso molecolare (gel-filtrazione), in base alle differenze nel coefficiente di ripartizione fra due fasi non miscibili tra loro (cromatografia di ripartizione) ed in base alle differenze tra le costanti di dissociazione dei gruppi acidi o basici presenti sulle molecole da separare (cromatografia a scambio ionico).
14. Immunoistochimica: complesso di tecniche biochimiche e istochimiche che fanno uso di anticorpi come reagenti specifici per la rivelazione o il dosaggio di molecole biologiche.
15. Immunoematologia: branca dell’immunologia e dell’ematologia che si occupa dello studio dei meccanismi immunitari umorali e cellulari implicati nella patogenesi, diagnosi o trattamento delle malattie del sangue e dei tessuti emopoietici (tessuto emopoietico: qualsiasi tessuto in cui siano prodotte le cellule presenti nel sangue; in particolare, il midollo osseo o tessuto mieloide, in quanto sede primaria della emopoiesi a partire dal secondo periodo della vita fetale. Prima di tale periodo anche il fegato e la milza partecipano all’emopoiesi).
16. Gruppo sanguigno (o emogruppo): fenotipo (l’insieme delle caratteristiche morfologiche e funzionali di un organismo considerate come espressione dell’attività del suo genotipo, ossia del complesso dell’informazione genetica presente nell’organismo) definito in base alla presenza o meno di peculiari antigeni (antigene: qualsiasi sostanza che, qualora venga introdotta in un organismo, è in grado di indurre una risposta immunitaria e di combinarsi con anticorpi e recettori cellulari specifici) polisaccaridici (polisaccaride: molecola complessa costituita dall’unione di un elevato numero di molecole semplici di zucchero), detti alloantigeni o agglutinogeni, in quanto evidenziabili con reazioni di agglutinazione, sulla superficie esterna della membrana cellulare dei globuli rossi. Nell’uomo sono stati fino ad ora identificati circa 300 diversi determinanti antigenici eritrocitari, in parte riuniti in gruppi o sistemi ematici, ciascuno comprendente numerosi antigeni. La loro importanza è legata alla possibilità di incompatibilità nelle trasfusioni ematiche, di rigetto dei trapianti d’organo, di incompatibilità materno-fetale, ecc. I gruppi sanguigni sono utilizzati anche in medicina legale (esclusione di paternità, ecc.) e negli studi antropologici e genetici.
17. Elettroforesi: migrazione, promossa da un campo elettrico applicato, di molecole cariche presenti in soluzione.
È una tecnica utilizzata nei laboratori di biochimica, biologia molecolare e cellulare, per la separazione di miscele di sostanze ionizzate o ionizzabili mediante la loro deposizione su un supporto inerte (carta da filtro, acetato di cellulosa, gel d’agar, gel di poliacrilamide, ecc.) e l’applicazione ai due elettrodi, collegati col supporto, di una differenza di potenziale elettrico continuo prodotta da un apposito alimentatore. La separazione avviene in base al peso molecolare delle singole specie cariche che migrano verso l’elettrodo di segno opposto.
18. Istologia: branca delle discipline morfo-strutturali il cui oggetto di studio è rappresentato dalla struttura e dall’ultrastruttura dei tessuti. Si avvale delle tipiche tecniche di microscopia ottica ed elettronica, quest’ultima sia in trasmissione che in scansione.
19. Mummificazione: trattamento per essiccare i tessuti morti al fine di impedirne la putrefazione.
20. Deliquescenza: proprietà che alcune sostanze solide possiedono di assorbire vapore acqueo fino a trasformarsi in soluzioni acquose.
21. O.M.S.: agenzia dell’O.N.U. (Organizzazione delle Nazioni Unite) che si occupa della salute nel mondo.
22. Nervo vago: in tutti i Vertebrati, il decimo dei nervi encefalici. Il vago è un nervo misto, costituito, cioè, da una componente sensoriale e da una componente, più modesta, motoria, la quale innerva vari organi, tra cui anche il cuore.
23. Endocardio: sottile membrana di natura endoteliale che riveste la superficie interna delle cavità cardiache e si continua con l’endotelio (endotelio: sottile rivestimento di cellule appiattite, talvolta fenestrato, che delimita internamente il lume dei vasi sanguigni e linfatici dei Vertebrati o che, nel caso dei capillari, ne costituisce l’intera parete) dei vasi che arrivano al cuore o che da esso si dipartono. L’endocardio, inoltre, prende parte alla formazione delle valvole cardiache.

BIBLIOGRAFIA
- "Ricerche Istologiche, Immulogiche e Biochimiche sulla Carne e sul Sangue del Miracolo Eucaristico di Lanciano (VIII secolo)" - di Odoardo Linoli. Quaderni Sclavo di Diagnostica 1971, 7, 661-674.
- "Studio anatomo-istologico sul cuore del Miracolo Eucaristico di Lanciano (VIII sec.)" - di Odoardo Linoli. L’Osservatore Romano, 23 Aprile 1982.
- "Il miracolo eucaristico di Lanciano" - di B. Sammaciccia. Libreria del Santuario del Miracolo Eucaristico di Lanciano, 1973.
- "Dizionario Enciclopedico Multimediale di Medicina e Biologia" - Le Scienze.
- "Nuova Enciclopedia Universale Curcio delle lettere, delle scienze, delle arti", - Armando Curcio Editore, 1968.

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miracolo, lanciano

mercoledì, 14 luglio 2010

Il grande chirurgo
Stefano Zurlo                         da: www.tracce.it 04/2000
Un microchirurgo rilegge gli atti del miracolo di Calanda del 1640.
Tutti i sintomi del decorso postoperatorio dopo il reimpianto di un arto
descritti con un occhio clinico allora inimmaginabile

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Quante strade ci sono per arrivare a credere in un miracolo? C'è via classica della fede, ma c'è anche quella, sorprendente, della microchirurgia. Calanda, Aragona, 29 marzo 1640: Miguel Pellicer, un giovane contadino, "recupera", per intercessione della Virgen del Pilar, la gamba che gli era stata amputata due anni e mezzo prima, dopo un grave incidente. Per gli spagnoli quello di Calanda è el milagro de los milagros, il prodigio per eccel olenza. Verona, Policlinico universitario, estate del 1999: Landino Cugola, primario dell'Unità operativa di chirurgia della mano e dell'arto superiore, legge le testimonianze oculari raccolte 359 anni prima dall'Inquisizione. E resta sbalordito: quelle narrazioni, così antiche, sono straordinariamente moderne e descrivono con occhio clinico quel che allora era semplicemente inimmaginabile: tutti i sintomi che accompagnano il decorso postoperatorio dopo il reimpianto di un arto. Il gonfiore della caviglia, le macchie bluastre sulla pelle, le dita del piede chiuse a pugno.
Era scettico, lo specialista, ora ci crede: i verbali delle 24 persone che sfilarono davanti al tribunale dell'Inquisizione di Saragozza sembrano presi di peso da un odierno trattato di letteratura medica. Ma nel Seicento gli ortopedici non si sognavano nemmeno un'operazione del genere, il primo tentativo riuscito di riattaccare un braccio nel 1962. Cugola legge e rilegge quelle carte, poi si arrende all'evidenza: "è impossibile che tutte quelle persone abbiano bluffato, non potevano simulare una cosa che allora non era nemmeno pensabile". Così il professore, che ha sessant'anni e per mestiere riattacca braccia e piedi (in Italia non sono più dieci i centri in grado di fare operazioni del genere) è diventato, quasi involontariamente, il miglior testimonial del libro che sull'argomento ha scritto Vittorio Messori:
Il miracolo; sottotitolo: Spagna, 1640: indagine sul più sconvolgente prodigio mariano.

Lettore di eccezione
Merito di Messori se quell'evento, dimenticato o sconosciuto ai più è tornato d'attualità?La Rizzoli ha appena sfornato la decima edizione, le copie vendute in meno di due anni sono già cinquantamila, la Rai e la tv svizzera sono andate in Aragona a girare un film. Ora però arriva questo lettore d'eccezione a rendere ancora più intrigante la storia e a benedire il più politicamente scorretto dei matrimoni: quello fra la scienza più avanzata e il milagro più barocco, consegnatoci direttamente dalla Spagna del Seicento. "Un giorno - spiega Messori - sono andato a presentare il libro in una parrocchia dell'hinterland veronese. A un certo punto un signore ha alzato la mano e si è presentato. Era Cugola. Aveva letto il libro per scrupolo professionale, ma ne era rimasto impressionato". Racconta il professore: "Conoscevo giàl prodigio di Calanda: a casa ho una raccolta di foto e diapositive che spiegano tutti i miracoli presenti nell'iconografia tradizionale che in qualche modo mi possono interessare. Letto il testo, ho chiesto a Messori la documentazione del processo tenuto a Saragozza per ordine dell'Inquisizione e lui mi ha inviato le fotocopie: circa settanta pagine in spagnolo".
Cugola si è sobbarcato questa fatica supplementare e riga per riga si è lasciato conquistare da quelle narrazioni: "è tutto vero, troppo vero per essere falso". Più che nell'Aragona del Seicento gli è parso di essere fra la camera operatoria e il centro di riabilitazione del suo ospedale.

La storia
Che cosa successe a Calanda? Apparentemente la storia descritta dal giornalista e scrittore è così strepitosa da far sorridere. La sera del 29 marzo 1640 Miguel Pellicer, un giovane contadino, va a dormire. Due anni e mezzo prima finito sotto un carro e ha perso la gamba sinistra: gliel'ha dovuta amputare, quattro dita sotto il ginocchio, il chirurgo di Saragozza. Quella notte a Calanda ci sono i soldati e il ragazzo deve accontentarsi di un giaciglio di fortuna, per lui particolarmente scomodo: saranno le ultime ore di sofferenza. Quando si sveglia non crede ai propri occhi: al posto del moncone c'è la sua gamba, sepolta due anni e mezzo prima nel cimitero dell'ospedale di Saragozza. Non ci sono dubbi; è proprio quella che gli avevano tolta: ci sono perfino i segni del morso che un cane gli aveva dato quando era bambino.
Sembra fiction, ma a confermare lo strabiliante episodio ci sono i testimoni. Numerosi, numerosissimi: i genitori, gli amici, gli abitanti di Calanda, i canonici del Pilar, il chirurgo, i soldati accampati quella notte in casa Pellicer. È credibile che si siano accordati imbastendo una gigantesca truffa? Oppure, sono stati, essi stessi, "truffati" da un'abile messinscena? Per Messori, che è andato a Calanda e poi a Saragozza, dove ha frugato fra le carte dell'archivio del Pilar e ha allineato le diverse testimonianze, è impossibile. Il giornalista si ferma qui.
Particolari convincenti
Cugola va oltre. E si sofferma sulle ore immediatamente successive al risveglio: "Pellicer aveva recuperato l'arto, ma ci volle del tempo perché riprendesse a camminare correttamente. I testimoni dicono che la gamba era mortecina, smorta. Esattamente come capita oggi. Tanto per cominciare il sangue ristagnava e la caviglia si era gonfiata". Dettaglio notato dai calandini. Non solo: la folla dei curiosi coglie altri sintomi che sembrano presi di peso dalle riviste scientifiche degli ultimi trent'anni: la gamba è più corta e il giovane zoppica, sulla pelle ci sono macchie di colore scuro, marbrures, le dita del piede sono poco sensibili, il polpaccio piccolo. Tutti particolari che rafforzano i convincimenti di Cugola: "Durante l'intervento avvenuto a Saragozza l'equivalente di quattro dita di lunghezza ando perduto per lo spapolamento della frattura. Così almeno inizialmente, Miguel si ritrovò con la sua gamba, ma più corta. Succede anche a noi nel 95% dei casi. E anche noi, nella fase di riabilitazione, provochiamo l'allungamento dell'osso con uno strumento detto fissatore esterno". E gli altri particolari? "Non mi sorprendono. Il polpaccio si era ristretto perché il muscolo si era mummificato. Con il ritorno del sangue si è innervato e ha riassunto la grandezza naturale. Le chiazze invece sono facilmente spiegabili perché nelle prime ore dopo il reimpianto, il sangue ha ripreso gradualmente a circolare, ma in modo non uniforme. In certe zone è arrivato prima, in altre dopo. E anche le terminazioni nervose ci hanno messo del tempo, come da copione, a riattivarsi".
C'è di più. Ai calandini non sfugge nemmeno la posizione innaturale, a pugno, in cui teneva le dita del piede: corbadas hacia bajo, ricurve verso il basso. "è un classico", risponde tranquillamente Cugola, "le dita erano flesse perché dopo il reimpianto i tendini flessori prevalgono su quelli estensori. Un fatto normalissimo". Insomma, tutto trova se non una spiegazione esauriente almeno una giustificazione in linea con la logica e la conoscenza. Resta il quesito di fondo. Come era possibile ricreare una gamba perduta due anni e mezzo prima? "Secondo me - spiega il primario - la gamba non andò distrutta come si potrebbe ritenere. Si verificò invece un processo di mummificazione, frequente anche oggi. Per intenderci, dopo la caduta e la lesione, non ci fu un blocco repentino della circolazione, i tessuti non andarono in necrosi umida o gangrena, ma la gamba si mummificò lentamente. Questo spiega fra l'altro perché  Pellicer non sia morto di setticemia in quei giorni. La gamba assunse un color ambra, un po' come le reliquie che veneriamo nelle nostre chiese".


Oltre la ragione
Cugola sorride e previene l'obiezione, scontata: "Con questo non voglio sminuire il miracolo, noi oggi riattacchiamo una gamba solo se ce la portano entro un tempo brevissimo, 8-10 ore al massimo. Un intervento su un pezzo di arto dimenticato da due anni e mezzo va ben al di là delle nostre capacità. Ma in un certo senso – è la conclusione di Cugola - non le contraddice. La nostra razionalità almeno la mia, non viene mortificata dal chirurgo divino. Il miracolo va oltre la mia ragione, ma non la ridicolizza. Tutti i tasselli del mosaico che ho pazientemente ricostruito vanno al loro posto e i miei colleghi che sghignazzano dovrebbero studiare più attentamente la vicenda prima di emettere giudizi frettolosi".
Un milagro oltre, ma non contro la scienza, da sempre in prima linea nella guerra contro il Gesù caramelloso e assorto di certi santini, è soddisfatto: "La liturgia approvata da Roma per la festa del 29 marzo recita cos?"Non fecit taliter omni natione", Dio non ha fatto nulla di simile per nessun'altra nazione, né prima né dopo". El milagro de los milagros. "Un fatto di carne e di sangue per ricordarci che il cristianesimo non è un'ideologia, ma un avvenimento. Tener presente questo oggi può essere molto utile: il grande nemico del cristianesimo non è il materialismo, ma lo spiritualismo".
Il dialogo Messori-Cugola è già stato inserito nell'edizione spagnola del Milagro. La Rizzoli lo metterà in  coda al testo italiano nei prossimi mesi, quando Il miracolo verrà riproposto nei tascabili della Bur.

di Stefano Zurlo


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miracolo, messori

domenica, 09 novembre 2008

Il miracolo della vita
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"Un uomo qualsiasi, con tutto il bagaglio di conoscenze oggi a nostra disposizione, potrebbe affermare solo che l'origine della vita sembra allo stato presente appartenere all'ordine del miracolo, tante sono le condizioni che dovrebbero trovarsi riunite per poterla realizzare."
Francis Crick premio Nobel per la biologia per la scoperta del DNA,  


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vita, miracolo

sabato, 07 giugno 2008

Latteso
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 "Colui che aspettiamo non è colui che  arriva, perché colui che aspettiamo appartiene all'immaginario e al linguaggio,colui che arriva appartiene all'evento, al reale"
Wittgenstein Ricerche filosofiche Einaudi

(Antonio Socci - Uno strano cristiano - pag.54)

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miracolo, wittgenstein

martedì, 03 giugno 2008

La nostra esistenza: una catena di miracoli
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 «E' proprio di ogni nuovo inizio di irrompere nel mondo come “un'infinita improbabilità”; pure, questo infinitamente improbabile costituisce di fatto il tessuto di tutto quanto si chiama reale. In fondo, “tutta la nostra "esistenza si direbbe fondata su una catena di miracoli: prima la formazione della terra e poi, su questa, la nascita della vita organica, e infine l'evolversi dell'uomo dalle specie animali. Se consideriamo i processi che si svolgono nell'universo e nella natura (favoriti da probabilità schiaccianti dal punto di vista statistico), il formarsi della terra (nel corso dei processi cosmici), la vita organica (che si forma partendo da processi inorganici) e infine la nascita dell'uomo (dai processi della vita organica), ci appariranno tutti come “infinite improbabilità”: ossia, nel linguaggio quotidiano, “miracoli”. Proprio a causa dell'elemento “miracoloso”, presente in ogni realtà, gli eventi, per quanto possono essere anticipati da timori o speranze, quando si verificano ci sorprendono e ci scuotono. La stessa forza d'urto di un evento non potrà mai essere spiegata fino in fondo: in linea di principio, il"fatto" supera ogni previsione.
L'esperienza che ci fa vedere un miracolo in ogni evento non è né arbitraria né artificiosa, anzi è naturalissima, nella vita di tutti i giorni.
Non è per nulla superstizioso, anzi è realistico cercare quel che non si può prevedere»
     Hannah Arendt, Il pensiero secondo, Rizzoli


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miracolo, arendt

domenica, 02 marzo 2008

Pio XII scrisse: «Ho visto il sole roteare come a Fatima»    
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Retroscena di un miracolo
Pio XII scrisse: «Ho visto il sole roteare come a Fatima»

di Andrea Tornielli
su il Giornale, 28 febbraio 2008
Ritrovato nell'archivio di famiglia un appunto manoscritto, inedito, nel quale Papa Pacelli descrive con stile asciutto e notarile il "miracolo del sole". Un episodio del quale fino ad oggi si era parlato solo attraverso testimonianze indirette.

«Ho visto» il miracolo del sole, «questa è la pura verità». Nel 1950, poco prima di proclamare il dogma dell’Assunta, Pio XII mentre passeggiava nei giardini vaticani assistette più volte allo stesso fenomeno verificatosi nel 1917 al termine delle apparizioni di Fatima e lo considerò una conferma celeste di quanto stava per compiere. Una circostanza fino ad oggi nota solo grazie alla testimonianza indiretta del cardinale Federico Tedeschini che ne parlò durante un’omelia. Ora dall’Archivio privato Pacelli, conservato dalla famiglia del Pontefice, riemerge un documento eccezionale e inedito su quella visione: un appunto manoscritto dello stesso Pio XII, vergato a matita sul retro di un foglio nell’ultimo periodo della sua vita, nel quale in prima persona il Papa racconta ciò che gli è accaduto. L’appunto sarà esposto il prossimo novembre nella mostra vaticana dedicata a Papa Pacelli nel cinquantesimo della morte. Il resoconto è asciutto, quasi notarile, senza alcun cedimento al sensazionalismo.

«Era il 30 ottobre 1950», antivigilia del giorno della solenne definizione dell’assunzione, spiega Pio XII. Il Papa stava dunque per proclamare dogma di fede l’assunzione corporea in cielo della Madonna al momento della morte, e lo faceva dopo aver consultato l’episcopato mondiale, unanimemente concorde: soltanto sei risposte su 1.181 manifestavano qualche riserva. Verso le quattro di quel pomeriggio faceva «la consueta passeggiata nei giardini vaticani, leggendo e studiando». Pacelli ricorda che, mentre saliva dal piazzale della Madonna di Lourdes «verso la sommità della collina, nel viale di destra che costeggia il muraglione di cinta», sollevò gli occhi dai fogli. «
Fui colpito da un fenomeno, mai fino allora da me veduto. Il sole, che era ancora abbastanza alto, appariva come un globo opaco giallognolo, circondato tutto intorno da un cerchio luminoso», che però non impediva in alcun modo di fissare lo sguardo «senza riceverne la minima molestia. Una leggerissima nuvoletta trovavasi davanti». «Il globo opaco - continua Pio XII nell’appunto inedito - si muoveva all’esterno leggermente, sia girando, sia spostandosi da sinistra a destra e viceversa. Ma nell'interno del globo si vedevano con tutta chiarezza e senza interruzione fortissimi movimenti». Il Papa attesta di aver assistito allo stesso fenomeno il giorno seguente, 31 ottobre, e il 1° novembre, giorno della definizione del dogma dell’Assunta, quindi di nuovo l’8 novembre. Poi non più». Ricorda pure di aver cercato «varie volte» negli altri giorni, alla stessa ora e in condizioni atmosferiche simili, «di guardare il sole per vedere se appariva il medesimo fenomeno, ma invano; non potei fissare nemmeno per un istante, rimaneva subito la vista abbagliata».

Nei giorni seguenti Pio XII riferisce il fatto «a pochi intimi e a un piccolo gruppo di Cardinali (forse quattro o cinque), fra i quali era il Cardinal Tedeschini». Quest’ultimo, nell’ottobre dell’anno seguente, 1951, si deve recare a Fatima per chiudere le celebrazioni dell’Anno Santo. Prima di partire viene ricevuto in udienza e chiede al Papa di poter citare la visione nell’omelia. «Gli risposi: "Lascia stare, non è il caso". Ma egli insistette - continua Pio XII nel manoscritto - sostenendo l’opportunità di tale annuncio, ed io allora gli spiegai alcuni particolari dell’avvenimento». «Questa è, in brevi e semplici termini - conclude Papa Pacelli - la pura verità». «Pio XII era persuasissimo della realtà del fenomeno straordinario, cui aveva assistito ben quattro volte», ha dichiarato suor Pascalina Lehnert, la religiosa governante dell’appartamento papale.

Il cosiddetto «miracolo del sole» si era già verificato il 13 ottobre 1917 a Fatima, al termine delle apparizioni ai tre pastorelli. Così lo raccontò nella sua cronaca M. Avelino di Almeida, giornalista laico e non credente, inviato del quotidiano O Seculo e testimone oculare: «E si assiste allora ad uno spettacolo unico ed incredibile allo stesso tempo per chi non ne è stato testimone... Si vede l’immensa folla voltarsi verso il sole sgombro di nuvole, in pieno giorno. Il sole ricorda un disco d’argento sbiadito ed è possibile guardarlo in faccia senza subire il minimo disagio. Non scotta, non acceca. Si direbbe un’eclisse». Pio XII era molto legato a Fatima: la prima apparizione ai tre pastorelli era infatti avvenuta il 13 maggio 1917, lo stesso giorno in cui Pacelli veniva consacrato arcivescovo nella cappella Sistina. È attestato che Pio XII e l’unica sopravvissuta dei tre veggenti, suor Lucia Dos Santos, rimarranno sempre in contatto, e il Pontefice, nell’ultimo anno della sua vita, conserverà il testo del Terzo segreto di Fatima nel suo appartamento. «Varie volte - ha dichiarato la marchesa Olga Nicolis di Robilant Alves Pereira de Melo testimoniando al processo di beatificazione di Pacelli, «trasmisi messaggi del Santo Padre per Suor Lucia e di questa per lui, ma siccome promisi di mai rivelare nulla a chicchessia, non mi sento autorizzata a farlo adesso».

Il testo integrale dell'appunto (riprodotto a p. 21 de il Giornale di oggi, 28 febbraio 2008, scritto a matita su un foglio riutilizzato, in calce del quale il Papa aveva cominciato a scrivere a macchina le parole Maria ... Maria)

«Era il 30 ottobre 1950, antivigilia del giorno, da tutto il mondo cattolico atteso con tanta ansia, della solenne definizione dell’assunzione in cielo di Maria Santissima. Verso le ore 4 pom. facevo la consueta passeggiata nei giardini vaticani, leggendo e studiando, come di solito, varie carte di ufficio. Salivo dal piazzale della Madonna di Lourdes verso la sommità della collina, nel viale di destra che costeggia il muraglione di cinta. A un certo momento, avendo sollevato gli occhi dai fogli che avevo in mano, fui colpito da un fenomeno, ma fino allora da me veduto. Il sole, che era ancora abbastanza alto, appariva come un globo opaco giallognolo, circondato tutto intorno da un cerchio luminoso, che però non impediva in alcun modo di fissare attentamente il sole, senza riceverne la minima molestia. Una leggerissima nuvoletta trovavasi davanti. Il globo opaco si muoveva all’esterno leggermente, sia girando, sia spostandosi da sinistra a destra e viceversa. Ma nell’interno del globo si vedevano con tutta chiarezza e senza interruzione fortissimi movimenti.

Lo stesso fenomeno si ripeté il giorno seguente, 31 ottobre, e il 1° novembre, giorno della definizione; e poi di nuovo l’8 novembre, ottava della stessa solennità. Quindi non più. Varie volte cercai negli altri giorni, alla stessa ora e in condizioni atmosferiche uguali o assai simili, si guardare il sole per vedere se appariva il medesimo fenomeno, ma invano; non potei fissare nemmeno per un istante, rimaneva subito la vista abbagliata.

Nei giorni seguenti manifestai il fatto a pochi intimi e a un piccolo gruppo di Cardinali (forse quattro o cinque), fra i quali era il Cardinal Tedeschini. Quando questi, prima della sua partenza per la sua missione di Fatima, venne a visitarmi, mi espresse il suo proposito di parlarne nella sua Omelia. Gli risposi: "Lascia stare, non è il caso". Ma egli insistette sostenendo l’opportunità, di tale annuncio, ed io allora gli spiegai alcuni particolari dell’avvenimento. Questa è, in brevi e semplici termini, la pura verità».


Nella foto: il miracolo del sole, il 13 ottobre 1917 a Fatima (a sinistra) e papa Pio XII (a destra).

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miracolo, maria

domenica, 30 settembre 2007

Realista
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Chi non crede nei miracoli non è realista.

 David Ben-Gurion


 

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miracolo, reale

domenica, 16 settembre 2007

Il miracolo
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Guardare tutta la realtà credendo nel miracolo, il miracolo può esserci, oggi si crede impossibile il miracolo perché si ha paura.
Miracolo è anche semplicemente dire "ti amo" a chi si ha vicino, a tutto.
Ammettere il miracolo è ammettere la mia debolezza, perché il miracolo annienta la mia illusione di onnipotenza.

Miracolo è dire "ti amo", comunque dirlo.
All'uomo d'oggi mancano "nidi caldi" intesi come legami affettivi in cui fare esperienza di piccoli miracoli quotidiani.
Piesiewicz, Lugano 1997

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miracolo

lunedì, 29 gennaio 2007

La gamba di Miguel Juan
 di Enrico Salomi

La prova provata che Dio esiste. Un miracolo che solo Lui può compiere. Grazie all’intercessione di Maria. Una rigorosissima indagine di Vittorio Messori.

[Da "Il Timone" n. 1, Maggio/Giugno 1999]

Quanta fatica per dimostrare che Dio esiste. Quanti ragionamenti, quante contese, quanti dibattiti sulle prove che un Essere onnipotente, creatore e ordinatore dell’universo esiste e ci governa tutti.

Certo, in filosofia le prove che Dio esiste ci sono, eccome. E il Papa, nella Fides et ratio, ribadisce con fermezza che la ragione dell’uomo può giungere alla certezza che Dio c’è.

Ma le contestazioni restano, non tutti concordano, molti dubitano e il pensiero debole (nulla di sicuro possiamo dire su Dio) trova ancora molti seguaci. Tuttavia, se si viene a sapere di un fatto certo e documentato, incontestabile e inoppugnabile, come quello che ha narrato Vittorio Messori nella sua ultima fatica (”Il miracolo”, ed. Rizzoli), beh! non e più possibile negare Dio; o meglio, per farlo la ragione deve essere messa a riposo e in campo devono scendere pregiudizio, ignoranza, malafede.

Raccontato sinteticamente – il lettore è invitato a leggere lo studio di Messori – quanto è accaduto ha dello stupefacente.

Nel 1617, a Calanda, nell’Aragona spagnola, nasce un certo Miguel ]uan Pellicer, figlio di contadini e contadino lui stesso, analfabeta, dotato di una fede solida ed essenziale, devoto alla Vergine del Pilar di Saragozza.

Lasciata la famiglia per non pesare sul magro bilancio dei genitori, verso la fine di luglio del 1637, mentre lavora tra i campi, un carro di frumento gli transita su una gamba, proprio sotto il ginocchio, procurandogli la frattura della tibia nella parte centrale.

Tra dolori inenarrabili, vuole andare a Saragozza per mettersi sotto la protezione della Vergine del Pilar. Cinquanta giorni di viaggio e trecento chilometri sotto la canicola estiva, raccattando passaggi qua e là. Quando arriva in città, praticamente moribondo, si trascina sui gomiti fin nel santuario e qui si affida alla Vergine: ”pensaci Tu perché sto per morire”.

Con sega e scalpello – gli strumenti del tempo – gli viene amputata la gamba, unica soluzione per salvargli la vita. Passa un anno prima di uscire dall’ospedale con una gamba di legno, due stampelle e una specie di patentino che gli dava la possibilità i3i esercitare la ”professione” del mendicante.

Tutti i giorni, per due anni e mezzo, davanti alla porta del santuario del Pilar, l’intera Saragozza gli passa accanto, lo vede, si commuove, qualcuno lo aiuta; alla sera, quando il santuario chiude, Miguel Juan si cosparge il moncone della gamba con un po’ di olio consumato dalle lampade del santuario, nonostante che i medici, da cui è visitato periodicamente, lo ammoniscano inutilmente.

Quando lo riconoscono alcuni compaesani che sono n Saragozza per un pellegrinaggio, non potendo più tenere nascosta la sua situazione, Miguel Juan decide di tornare dai genitori a Calanda, circa 100 chilometri a sud di Saragozza. E qui, altro non può fare che riprendere a mendicare.

Il momento fatidico giunge alla sera del 29 marzo del 1640. E` giovedì. Siamo tra le dieci e le undici di sera. Miguel Juan cena con i genitori, due vicini di casa e un soldato di cavalleria dell’Esercito Reale, che è di passaggio e a cui era stata data ospitalità.

Miguel Juan, dopo la povera cena, si congeda dalla compagnia e decide di andare a coricarsi. Ripone la protesi di legno e le stampelle, va a dormire nella camera da letto di mamma e papà, perché aveva lasciato il suo giaciglio abituale al soldato.

Qualche tempo dopo, la madre entra nella camera e, sentendo un profumo intenso ”come di Paradiso”, si accorge che da quel mantello troppo corto che ricopre il figlio addormentato spuntano due piedi
. Giunge il padre, richiamato dalla donna. In principio pensano che si tratti del soldato che ha sbagliato stanza, ma, sollevando la coperta e guardando meglio, scoprono che quella persona è proprio il loro figlio.

Miguel Juan, il mutilato, dorme profondamente, ma ha riattaccata quella gamba che, due anni e cinque mesi prima, gli era stata amputata. E non si tratta di una gamba qualsiasi, ma proprio della sua, con tutte le caratteristiche e le cicatrici del suo arto e con un circolino rosso nel punto in cui era avvenuta l’amputazione. Svegliano il figlio. Stava sognando – dirà Miguel Juan – di essere a Saragozza nella cappello della Vergine del Pilar e che si ungeva la gamba segata con 1’olio di una lampada, come era uso fare quando era in quel santuario.

Un miracolo straordinario, quello di un arto amputato improvvisamente riattaccato, che solo Dio, l’autore e il padrone delle leggi della natura può compiere. Se il fatto e vera, allora la conclusione si impone: Dio esiste. Ma ci vogliono le prove.

Le prove ci sono, eccome. E sono tante, tutte concordi, ben fondate, ottimamente documentate, al punto che Messori si spinge a dire: ”dovrebbe dubitare di tutta quanta la storia umana, compresi i fatti più certi perché più attestati, chi rifiutasse la verità di quanta successo a Calanda quella sera di marzo della settimana di Passione del 1640.

Vediamole in sintesi.

II miracolo viene attestato solo sessanta ore dopo da tutte le autorità locali: il vicario parrocchiale don ]usepe Herrero, il justicia (il giudice e insieme il responsabile dell’ordine pubblico) Martin Corellano, il sindaco Miguel Escobedo, il suo vice Martin Galindo e, soprattutto, il notaio reale Lazaro Macario Gomez
.

In pochissimi giorni viene istituito un processa pubblico in cui sfilano decine e decine di testimoni oculari, nel frattempo, viene visitato il luogo dove era stata sepolta dai medici la gamba amputata, ma viene trovato vuoto (come riportato da un Aviso Historico, un giornale del tempo).

Dopo quasi undici mesi di lavoro e con quattordici sedute pubbliche e plenarie, si pronuncia la sentenza del processo di Saragozza in data 27 aprile 1641: ”Perciò affermiamo e dichiariamo che a Miguel Juan Pellicer, contadino di Calanda, fu restituita la gamba che gli era stata amputata due anni e cinque mesi prima; e che non fu un fatto di natura, ma opera mirabile e miracolosa, ottenuta per intercessione della Vergine del Pilar”.

I ventiquattro. testimoni oculari, scelti dal tribunale di Saragozza tra innumerevoli possibili, possono essere suddivisi m cinque gruppi.

Cinque sono medici ed infermieri, e tra loro il chirurgo che amputo la gamba e i due sanitari di Calanda che procedettero alla visita immediatamente dopo l’evento. Cinque tra familiari e i vicini di casa. Quattro sono autorità locali di Calanda, sopra ricordate. Quattro sono ecclesiastici, sia di Saragozza che di Calanda. Sei ”vari”, tra cui l’uste, nella cui bettola vicino al Pilar Miguel Juan, storpio, passava la notte quando rimediava quattro soldi di elemosina e un altro oste, di Samper, dal quale aveva alloggiato sulla strada del ritorno a casa. I testimoni sono scelti per dar conto, sotto giuramento, delle differenti tappe della storia di Miguel Juan Pellicer: la frattura, l’amputazione, la mendicità al Pilar, il ritorno al paese natale, l’evento miracoloso del 29 marzo e i fatti dei giorni successivi.

É così straordinario quanto è accaduto a Calanda, che il giovane contadino Miguel Juan venne ricevuto addirittura dal re Filippo IV, il più orgoglioso sovrano del mondo, il monarca dell’impero dove ”non tramontava mai il sole”. Il sovrano, dopo aver sentito la sua testimonianza e 1’inequivocabile sequenza di eventi da parte delle più importanti autorità spagnole, si inginocchia davanti al contadino, gli bacia con devozione la cicatrice, rimasta là dove 1’arto era stato amputato e poi riattaccato.

DIO ESISTE

Che cosa dire di questa storia, così minuziosamente investigata da Vittorio Messori? Forse le parole migliori sono quelle che 1’autore adopera, da storico e da giornalista, per concludere la sua opera indagatrice.

”In quelle ”notti oscure” di cui parlano proprio i mistici spagnoli, in quei momenti (inevitabili, fisiologici nella strutture della fede) in cui il dubbio sembra rodere, malgrado ogni accumulo di ”ragioni per credere”; ebbene proprio allora soccorre il ricordo di un campanile che si leva, vigoroso, sul Desierto de Calanda, nella Bassa Aragona. Una torre che ha 1’aspetto di un punto esclamativo: segnala, infatti, almeno un luogo nel mondo dove ”la scommessa sul Vangelo” si scioglie in quella certezza che solo un fatto oggettivo, constatabile, sicuro può garantire. Lì la cronaca, la storia, sembrano davvero spalancare, all’improvviso, una finestra verso l’Eterno.”

Sì, Dio esiste e a Calanda ha dimostrato che nulla Gli è impossibile. Lì ha deciso intervenire nella ”carnalità” dell’esistenza del giovane contadino Miguel Juan Pellicer, di annullare ciò che era avvenuto per mezzo dell’uomo, di sospendere tutte le leggi della natura, di riparare ciò che era irreparabile.

A Calanda, Dio, attraverso l’intercessione di Maria Vergine, ha voluto lasciare un segno concreto, tangibile, indubitabile. Per usare le parole dell’arcivescovo di Saragozza ”com’e stato dimostrato con certezza nel processo, il detto Miguel Juan fu visto prima senza una gamba e poi con questa. Quindi non si vede come si possa dubitare di ciò”.

Nessun dubbio, dunque: questa gamba riattaccata può essere un grimaldello per fare breccia nello scetticismo dell’uomo postmoderno.

Ma Calanda dice molto anche a certi cattolici, soprattutto a quella intellighenzia la cui fede si vuole adulta e che bolla i miracoli e altre forme di religiosità popolare come favolette superstiziose, adatte per vecchiette e per bigotti.

No, il miracolo di Calanda e la prova provata di un intervento del Dio cattolico nella storia dell’uomo, di un intervento divino propiziato da quella Vergine che il popolo semplice venera e prega, di una presenza che, passando lungo i secoli e sopravvivendo alle ideologie, è tuttora viva e operante tra di noi.

Resta una domanda, che apre una riflessione: alla luce di ciò che indiscutibilmente è accaduto a Calanda, si hanno più ragioni di credere o di dubitare?

© Il Timone

Postato da: giacabi a 19:21 | link | commenti
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