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martedì 31 dicembre 2024

La felicità

 La felicità.

Giovanni Pascoli

(Myricae,Elegie


Quando, all'alba, dall'ombra 

s'affaccia,

discende le lucide scale

e vanisce; ecco dietro 

la traccia

d'un fievole sibilo d'ale,


io la inseguo per monti, 

per piani,

nel mare, nel cielo: 

già in cuore io la vedo, 

già tendo le mani,

già tengo la gloria 

e l'amore.


Ahi! ma solo al tramonto

 m'appare,

su l'orlo dell'ombra lontano,

e mi sembra in silenzio 

accennare

lontano, lontano, lontano.⁸


La via fatta, il trascorso dolore,

m'accenna col tacito dito:

improvvisa, con lieve stridore,

discende al silenzio infinito.

domenica 24 dicembre 2017

IN ORIENTE

IN ORIENTE

Si vegliava sui monti. Erano pochi
pastori che vegliavano sui monti
di Giuda. Quasi spenti erano i fuochi.


Altri alle tombe mute, altri alle fonti
garrule, presso. Il plenilunio bianco
battea dai cieli sopra le lor fronti.


Ognun guardava ai cieli, come stanco,
stanco nel cuore; ognuno avea vicino
il dolce uguale ruminar del branco.


Sostava sino all’alba del mattino
il cuor del gregge, sazio di mentastri;
ma il cuore de’ pastori era in cammino


sempre; ch’erano erranti come gli astri,
essi: avean la bisaccia irta di peli
al collo, e tra i ginocchi i lor vincastri,
[p. 200]
e cinti i lombi, e nella mano steli
d’issopo. E alcuno, come è lor costume,
cantava, fiso, come stanco, ai cieli.


E il canto, sotto i cieli arsi dal lume,
a piè dell’universo, era sommesso,
era non più che un pigolìo d’implume

caduto, sotto il suo grande cipresso.
ii




Maath cantava: — O tu che mai non poni
il tuo vincastro, e che pari nell’alto
le taciturne costellazïoni,


Dio! che la nostra vita cader d’alto
fai, come pietra, dalla tua gran fionda...
la pietra cade sopra il Mar d’asfalto.


Pietra ch’è nel Mar morto e non affonda,
la vita! Cosa grave che galleggia,
e va e va dove la porta l’onda!


O Dio, noi siamo come questa greggia
che va e va, nè posso dir che arrivi,
nemmen se giunga al pozzo della reggia! -


Addì cantava: - Tu, sola tu, vivi,
o greggia, che non mai dalle tue strade
vedi la Morte ferma là nei trivi.

Vedo qualche smarrito astro che cade:
muore anche l’astro. Ma tu, pago il cuore,
stai ruminando sotto le rugiade.


O greggia, solo chi non sa, non muore!
Tu non odi l’abisso che rimbomba
presso il tuo dente, e strappi lieta il fiore


del loto eterno ai sassi della tomba —
iii



E un canto invase allora i cieli: pace
sopra la terra! E i fuochi quasi spenti
arsero, e desta scintillò la brace,


come per improvvisa ala di venti
silenzïosi, e si sentì nei cieli
come il soffio di due grandi battenti.


Erano in alto nubi, pari a steli
di giglio, sopra Betlehem; già pronti
erano, in piedi, attoniti ed aneli,


i pastori guardando di sui monti,
e chi presso le tombe, onde una voce
uscìa di culla, e chi presso le fonti,


onde un tumulto scaturìa di foce:
e un angelo era, con le braccia stese,
tra loro, come un’alta esile croce,
bianca; e diceva: « Gioia con voi! Scese
Dio sulla terra ». Ed a ciascuno il cuore
sobbalzò verso il bianco angelo, e prese


via per vedere il Grande che non muore,
come l’agnello che pur va carponi;
il Dio che vive tutto in sè, pastore



di taciturne costellazïoni.
iv



Mossero: e Betlehem, sotto l’osanna
de’ cieli ed il fiorir dell’infinito,
dormiva. E videro, ecco, una capanna.


Ed ai pastori l’accennò col dito
un angelo: una stalla umile e nera,
donde gemeva un filo di vagito.


E d’un figlio dell’uomo era, ma era
quale d’agnello. Esso giacea nel fieno
del presepe, e sua madre, una straniera,


sopra la paglia. Era il suo primo, e il seno
le apriva; e non aveva ella né due
assi: all’albergo alcun le disse: È pieno.


Nella capanna povera le sue
lagrime sorridea sopra il suo nato,
su cui fiatava un asino ed un bue.

Noi cercavamo Quei che vive... - entrato
disse Maath. Ed ella con un pio
dubbio: Il mio figlio vive per quel fiato...


— Quei che non muore... — Ed ella: Il figlio mio
morrà (disse, e piangeva su l’agnello
suo tremebondo) in una croce... — Dio... —


Rispose all’uomo l’Universo: È quello!
G.Pascoli 

domenica 30 marzo 2014

la ciottola e il vecchio






***

nonno davanti_fuoco

 
C’era una volta un povero vecchio, che non ci vedeva più, non ci sentiva più e le ginocchia e le mani gli tremavano.
E quando era a tavola non poteva tener fermo il cucchiaio e faceva cadere la minestra sulla tovaglia e qualche volta gliene scappava anche dalla bocca.

La moglie di suo figlio se n’era ormai schifita e, purtroppo, anche suo figlio. E non lo vollero più a tavola con loro. Il povero vecchio doveva star seduto accanto al camino e mangiava un poco di zuppa in una scodella di terracotta.
Un giorno, siccome le sue mani tremavano, gli cadde la scodella per terra e si ruppe. La nuora gliene disse di tutti i colori e il povero vecchio non rispose nulla. Gli comprarono una scodella di legno e gli dissero: “Questa certo non la romperai!”. Una sera suo figlio e le nuora videro il loro bimbo, che raccattava i cocci della scodella di legno e cercava di unirli.

Il padre gli disse: “Che fai?”.
Rispose il bambino: “Riaggiusto la scodella di legno, per dar da mangiare a te e alla mamma, quando sarete vecchi!”.

Ora il nonno mangia ancora a tavola con gli altri, che lo trattano bene e gli vogliono bene.
(Fratelli Grimm - Riduzione di G. Pascoli)

mercoledì 22 agosto 2012

PASCOLI/ Può il nostro sguardo "vedere" l'assenza?

Cultura

PASCOLI/ 

Può il nostro sguardo "vedere" l'assenza?



Redazione


mercoledì 22 agosto 2012

Ci si avvia alla fine del centenario dalla morte di Pascoli, alla fine dei numerosi convegni in cui sì è parlato e riparlato del poeta dal punto di vista del linguaggio, delle tematiche, delle scelte stilistiche, e forse sì, anche un poco del grande mistero che portà in sé la sua poesia. “La poesia è poesia quando porta in sé un segreto” diceva il grande Ungaretti, e se siamo disposti ad ascoltarlo e a metterci in discussione, Pascoli il suo segreto ce lo fa intravedere. Oggi al Meeting di Rimini si discuterà proprio della poesia di Giovanni Pascoli come combustione di mistero ed estenuante ricerca del vero. A farlo sarà Davide Rondoni, che in un recente articolo parlando di Pascoli diceva: “Poeta del dettaglio e di cosmogonie, curvo sulle Myricae e attonito spettatore d’un misterioso nulla universale, Pascoli racconta di aver assunto la sua attitudine poetica in certe sere in cui la madre, vedova per l’omicidio del marito, stava davanti a casa a fissare chissà cosa all’orizzonte. Uno sguardo vedovo, dunque. E cosa è uno sguardo del genere? E’ pieno di una presenza e di una assenza contemporaneamente. Sguardo che vede l’assente. Fissa chissà cosa. Avverte la presenza piangendone l’assenza”.
La duplicità è sempre presente nella poesia di Pascoli, come se lui e le sue parole stessero continuamente in bilico tra assenza e presenza, cielo e terra, vita e morte. Questi elementi stanno nel mondo in compresenza, come quando nella prefazione ai Canti di Castelvecchio dice: “Ma la vita, senza il pensier della morte, senza, cioè, religione, senza quello che ci distingue dalle bestie, è un delirio, o intermittente o continuo, o stolido o tragico. Oppure nel poema Il Ciocco: “[…] Tempo sarà che Tu, Terra, percossa/ dall’urto di una vagabonda mole/, divampi come una meteora rossa;/ e in te scompaia, in te mutata in Sole/, morte con vita, come arde e scompare/ la carta scritta con le sue parole”.
La vita nella morte e la morte nella vita sono un aspetto fondamentale della poesia pascoliana, non a caso i Canti di Castelvecchio sono dedicati ai genitori, poiché la poesia non li lasci essere morti, ma che doni vita, che faccia fiorire grandi Ninfee sulle loro tombe. Duplicità nello sguardo tra cielo e terra, si diceva prima. Quando ci fa guardare il cielo, Pascoli lo fa con una precisione estrema, ci nomina decine di stelle, ci parla di soli e pianeti e universi. Ma sapere i nomi delle stelle non basta, Pascoli si ritrova di fronte all’infinito e allo spavento che l’infinito può dare. Sempre da Il Ciocco: “[…] Ma se al fine dei tempi entra il silenzio?/ Se tutto nel silenzio entra? La stella/ della rugiada e l’astro dell’assenzio?/ Atair? Algol? Se, dopo la procella/  dell’Universo, lenta cade e i Soli/ la neve della Eternità cancella?/ […]/ errerà forse, in quell’eremitaggio/ del Cosmo, alcuno in cerca del mistero/; e nello spettro ammirerà d’un raggio/ la traccia ignita dell’uman pensiero”.
Ecco cosa vorrebbe che rimanesse nell’universo dopo il nostro passaggio: il pensiero umano. Il pensiero, luce dell’uomo, secondo una visione non religiosa, ma strenuamente attenta al rapporto tra limite e infinito, tra universale e particolare. Il titolo dell’incontro al Meeting è “…sotto le stelle, il libro del mistero”. Il libro del mistero è quello che un uomo osservato da Pascoli sfoglia e risfoglia nella poesia Il libro, appartenente ai Primi Poemetti. “Sosta... Trovò? Non gemono le porte/ più, tutto oscilla in un silenzio austero./ Legge?... Un istante; e volta le contorte/ pagine, e torna ad inseguire il vero. […] Sempre. Io lo sento, tra le voci erranti,/ invisibile, là, come il pensiero,/ che sfoglia, avanti indietro, indietro avanti,/ sotto le stelle, il libro del mistero”. Pascoli, avendo sfogliato le pagine del mondo con la sua poesia carica di mistero e auscultazione di quanto ci circonda, si cala perfettamente nel tema del Meeting 2012: “La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito”.
ilsussidiario.net - il quotidiano approfondito

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domenica 19 febbraio 2012

Pascoli


"La grande aspirazione"
***
 
I
Un desiderio che non ha parole
v'urge, tra i ceppi della terra nera
e la raggiante libertà del sole.
Voi vi torcete come chi dispera,
alberi schiavi! Dispergendo al cielo
l'ombra de' rami lenta e prigioniera,
e movendo con vane orme lo stelo
dentro la terra, sembra che v'accori
un desiderio senza fine anelo.
- Ali e non rami! piedi e non errori
ciechi di ignave radiche! - poi dite
con improvvisa melodia di fiori.
Lontano io vedo voi chiamar con mite
solco d'odore; vedo voi lontano
cennar con fiamme piccole, infinite.
E l'uomo, alberi, l'uomo, albero strano
che, sì, cammina, altro non può, che vuole;
e schiavi abbiamo, per il sogno vano,
noi nostri fiori, voi vostre parole.
Giovanni Pascoli
§ 


Postato da: giacabi a 14:27 | link | commenti
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sabato, 08 marzo 2008

IL FANCIULLINO lo sguardo di Marcellino

***


Egli (il fanciullino) nell'interno dell'uomo serio sta ad ascoltare, ammi­rando, le fiabe e le leggende, e in quello dell'uomo pacifico fa echeggiare stridule fanfare di trombette e di pive, e in un cantuccio dell'anima di chi più non crede, vapora d'incenso l'altarino che il bimbo ha ancora conservato da al­lora. Egli ci fa perdere il tempo, quando noi andiamo per i fatti nostri, ché o­ra vuol vedere la cinciallegra che canta, ora vuol cogliere un fiore che odora, ora vuol toccare la selce che riluce. [ ... ]
Egli scopre nelle cose le somiglianze e relazioni più ingegnose. Egli adat­ta il nome della cosa più grande alla più piccola, e al contrario. E a ciò lo spinge meglio stupore che ignoranza, e curiosità meglio che loquacità: impiccio­lisce per poter vedere, ingrandisce per poter ammirare. Né il suo linguaggio è imperfetto come di chi non dica la cosa se non a mezzo, ma prodigo anzi, come di chi due pensieri dia per una parola. E a ogni modo è un segno, un suono, un co­lore, a cui riconoscere sempre ciò che vide una volta. [ ... ]
Sì, anch'essi, gli oratori, ingrandiscono e impiccioliscono ciò che loro piaccia, e adoperano, quando loro piace, una parola che dipinga invece di un'al­tra che indichi. Ma la differenza è che essi fanno ciò appunto quando loro pia­ce e di quello che loro piaccia. Tu no, fanciullo: tu dici sempre quello che ve­di come lo vedi. Essi lo fanno per malizia! Tu non sapresti come dire altrimen­ti; ed essi dicono altrimenti da quello che sanno che si dice. Tu illumini la cosa, essi abbagliano gli occhi. Tu voi che si veda meglio, essi vogliono che non si veda più.
Tu sei ancora in presenza del mondo novello e adoperi a significarlo la novella parola. Il mondo nasce per ognun che nasce al mondo. E in ciò è il mistero della tua essenza e della tua funzione. Tu sei antichissimo, o fanciullo!
E vecchissimo è il mondo che tu vedi nuovamente! E primitivo il ritmo (non questo o quello, ma il ritmo in generale) col quale tu, in certo modo, lo culli o lo danzi! Come sono stolti quelli che vogliono ribellarsi o all'una o all'al­tra di queste due necessita che paiono cozzare tra loro: veder nuovo e veder an­tico, e dire ciò che non s'è mai detto e dirlo come sempre si è detto e si dirà!
Non vuoi né ripetere il già detto né trovare l'indicibile; non vuoi essere né un’inutilità né una vanità. Vuoi il nuovo, ma sai che nelle cose è il nuovo, per chi sa vederlo, e non t'indurrai a trovarlo, affatturando e sofisticando.
Poesia è trovare nelle cose - come ho da dire? - il loro sorriso e la loro lacrima; e ciò si fa da due occhi infantili che guardano semplicemente e serena­mente di tra l'oscuro tumulto della nostra anima.
A volte, non ravvisando essi nulla di luminoso e di bello nelle cose che li circondano, si chiudono a sognare e a cercare lontano. Ma pur nelle cose vicine era quello che cercavano, e non avervelo trovato fu difetto, non di poesia nelle cose, ma di vista negli occhi. Direte voi (non parlo a te, ora, o fanciullo, ma a cotali fanciulloni) direte voi che il sentimento poetico abbondi più in chi, torcendo o alzando gli occhi dalla realtà presente, trovi solo belli e degni del suo canto i fiori delle agavi americane, o in chi ammiri e faccia ammirare anche le minime nappine, color gridellino, della pimpinella, sul greppo in cui siede? E non voglio dire che non abbondi nel primo, quel sentimento, e non si trovi an­zi unito ad altre virtù di scienza e di fantasia che lo facciano giustamente am­mirabile; sebbene, come più agevolmente muove, così presto annoia il suo letto­re, e, a ogni modo, poiché le cose assenti, o non viste mai, sono sempre a tutti maravigliose, egli fa come l'uomo che pretende d'aver rallegrato con sue novel­lette l'uditore che, pure ascoltando, abbia bevuto largamente del vino letifi­cante. Egli è stato, forse, arguto e festevole; ma chi rallegra con la parola sua schietta, senza bisogno di calici, ha maggior merito.
Or dunque intenso il sentimento poetico è di chi trova la poesia in ciò che lo circonda, e in ciò che altri soglia spregiare, non di chi non la trova lì e deve fare sforzi per cercarla altrove. E sommamente benefico è tale sentimento, che pone un soave e leggero freno all'instancabile desiderio, il qual ci fa per­petuamente correre con infelice ansia per la via della felicità. Oh! chi sapesse rafforzarlo in quelli che l'hanno, fermarlo in quelli che sono per perderlo, in­sinuarlo in quelli che ne mancano, non farebbe per la vita umana opera più utile di qualunque più ingegnoso trovatore di comodità e medicine?
Il poeta è poeta, non oratore o predicatore, non filosofo, non istorico, non maestro, non tribuno o demagogo, non uomo di stato o di corte. E nemmeno è, sia con pace del Maestro, un artiere che foggi spada e scudi e vomeri; e nemme­no, con pace di tanti altri, un artista che nielli e ceselli l'oro che altri pa­ga. A costituire il poeta vale infinitamente più il suo sentimento e la sua visione, che il modo col quale agli altri trasmette l'uno e l'altra. Egli, anzi, quando li trasmette, pur essendo in cospetto d'un pubblico, parla piuttosto tra sé, che a quello. Del pubblico, non pare che si accorga. Parla forte (ma non tanto!) più per udir meglio esso, che per farsi intendere dagli altri. [...]
Ora il poeta sarà invece un autore di provvidenze civili e sociali? Senza accorgersene, se mai. Si trova esso tra la folla; e vede passar le bandiere e sonar le trombe. Getta la sua parola, la quale tutti gli altri, appena esso l'ha pronunziata, sentono che è quella che avrebbero pronunziata loro. Si trova anco­ra tra la folla: vede buttare in istrada le masserizie di una famiglia povera. Ed esso dice la parola che si trova subito piena delle lagrime di tutti. Il poe­ta è colui che esprime la parola che tutti avevano sulle labbra e che nessuno a­vrebbe detta. Ma non è lui che sale su una sedia o su un tavolo, ad arringare. Egli non trascina, ma è trascinato; non persuade, ma è persuaso. Ricordati che la poesia vera fa battere, se mai, il cuore, non mai le mani.

 Giovanni Pascoli da "PROSE"



Postato da: giacabi a 16:25 | link | commenti
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sabato, 04 agosto 2007

La mia sera
Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle
. Nei campi
c'è un breve gre gre di ranelle.
Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggiera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera!
Si devono aprire le stelle
nel cielo sì tenero e vivo.
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza monotono un rivo.

Di tutto quel cupo tumulto,
di tutta quell'aspra bufera,
non resta che un dolce singulto
nell'umida sera.
E`, quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d'oro.
O stanco dolore, riposa!
La nube nel giorno più nera
fu quella che vedo più rosa
nell'ultima sera.
Che voli di rondini intorno!
che gridi nell'aria serena!

La fame del povero giorno
prolunga la garrula cena.
La parte, sì piccola, i nidi
nel giorno non l'ebbero intera.
Né io... e che voli, che gridi,
mia limpida sera!
Don... Don... E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra...
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch'io torni com'era...
sentivo mia madre... poi nulla...
sul far della sera
.
Giovanni Pascoli 

 

Postato da: giacabi a 16:14 | link | commenti (1)
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venerdì, 13 luglio 2007

Quando manca
 la Chiesa
***
I due orfani
I
Fratello, ti do noia ora, se parlo?»
«Parla: non posso prender sonno». «Io sento
rodere, appena...» «Sarà forse un tarlo...»
«Fratello, l'hai sentito ora un lamento
lungo, nel buio?» «Sarà forse un cane...»
«C'è gente all'uscio...» «Sarà forse il vento...»
«Odo due voci piane piane piane...»
«Forse è la pioggia che vien giù bel bello».
«Senti quei tocchi?» «Sono le campane».
«Suonano a morto? suonano a martello?»
«Forse...» «Ho paura...» «Anch'io». «Credo che tuoni:
come faremo?» «Non lo so, fratello:
stammi vicino: stiamo in pace: buoni».
II
«Io parlo ancora, se tu sei contento.
Ricordi, quando per la serratura
veniva lume?» «Ed ora il lume è spento».
«Anche a que' tempi noi s'aveva paura:
sì, ma non tanta». «Or nulla ci conforta,
e siamo soli nella notte oscura».
«Essa era là, di là di quella porta;
e se n'udiva un mormorìo fugace,
di quando in quando». «Ed or la mamma è morta».
«Ricordi? Allora non si stava in pace
tanto, tra noi...» «Noi siamo ora più buoni...»
«ora che non c'è più chi si compiace
di noi...» «che non c'è più chi ci perdoni».
G. Pascoli



 

Postato da: giacabi a 15:06 | link | commenti
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mercoledì, 11 luglio 2007



"Il cieco "
I
Chi l'udì prima piangere? Fu l'alba.
Egli piangeva; e, per udirlo, ascese
qualche ramarro per una vitalba.
E stettero, per breve ora, sospese
su quel capo due grandi aquile fosche.
Presso era un cane, con le zampe tese
all'aria, morto: tra un ronzìo di mosche.
II
«Donde venni non so; né dove io vada
saper m'è dato. Il filo del pensiero
che mi reggeva, per la cieca strada,
da voci a voci, dal dì nero al nero
tacer notturno (m'addormii; sognai:
vedevo in sogno che vedevo il vero:
desto, più non lo so, né saprò mai...);
III
nel chiaro sonno, in mezzo a un rombo d'api,
si ruppe il tenue filo. E poi che gli occhi
apersi, cerco i due penduli capi
in vano. Mi levai sopra i ginocchi,
mi levai su' due piedi. E l'aria in vano
nera palpo, e la terra anche, s'io tocchi
pure il guinzaglio, cui lasciò la mano
IV
addormentata. Oh! non credo io che dorma
la mia guida, e con lieve squittir segua
nel chiaro sonno il lieve odor d'un'orma!
Egli è fuggito; è vano che l'insegua
per l'ombra il suono delle mie parole!
Oh! la lunga ombra che non mai dilegua
per la sempre aspettata alba d'un sole,
V
che di là brilla! Vano il grido, vano
il pianto. Io sono il solo dei viventi,
lontano a tutti ed anche a me lontano
.
Io so che in alto scivolano i venti,
e vanno e vanno senza trovar l'eco,
a cui frangere alfine i miei lamenti;
a cui portare il murmure del cieco...
VI
Ma forse uno m'ascolta; uno mi vede,
invisibile. Sé dentro sé cela.
Sogghigni? piangi? m'ami? odii? Siede
in faccia a me. Chi che tu sia, rivela
chi sei: dimmi se il cuor ti si compiace
o si compiange della mia querela!
Egli mi guarda immobilmente, e tace.
VII
O forse una mi vede, una m'ascolta,
invisibile. È grande, orrida: il vento
le va fremendo tra la chioma folta.
Siede e mi guarda. O tu che ignoro e sento,
dimmi se guerra hai tu negli occhi o pace!
dimmi ove sono! Ed essa è là, col mento
sopra la palma, che mi guarda, e tace.
VII
Chi che tu sia, che non vedo io, che vedi
me, parla dunque: dove sono? Io voglio
cansar l'abisso che mi sento ai piedi...
di fronte? a tergo? Parlami. Il gorgoglio
n'odo incessante; e d'ogni intorno pare
che venga; ed io qui sto, come uno scoglio,
tra un nero immenso fluttuar di mare».
IX
Così piangeva: e l'aurea sera nelle
rughe gli ardea del viso; e la rugiada
sopra il suo capo piovvero le stelle.
Ed egli stava, irresoluto, a bada
del nullo abisso, e gli occhi intorno, pieni
d'oblìo, volgeva; fin ch' - io so la strada -
una, la Morte, gli sussurrò - vieni! –
G. Pascoli
 

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pascoli, senso religioso


LA CHIESA


Il focolare
I
È notte. Un lampo ad or ad or s'effonde,
e rileva in un gran soffio di neve
gente che va né dove sa né donde.
Vanno. Via via l'immensa ombra li beve.
E quale è solo e quale tien per mano
un altro sé dal calpestìo più breve.
E chi gira per terra l'occhio vano,
e chi lo volge al dubbio d'una voce,
e chi l'innalza verso il ciel lontano,
e chi piange, e chi va muto e feroce.
II
Piangono i più. Passano loro grida
inascoltate: niuno sa ch'è pieno,
intorno a lui, d'altro dolor che grida.
Ma vede ognuno, al guizzo d'un baleno,
una capanna
sola nel deserto;
e dice ognuno nel suo cuore - Almeno
riposerò! - Dal vagolare incerto
volgono a quella sotto l'aer bruno.
Eccoli tutti avanti l'uscio aperto
della capanna, ove non è nessuno.
III
Sono ignoti tra loro, essi, venuti
dai quattro venti al tacito abituro:
a uno a uno penetrano muti.
- Qui non fa così freddo e così scuro! -
dicono tra un sospiro ed un singulto;
e si assidono mesti intorno al muro.
E dietro il muro palpita il tumulto
di tutto il cielo, sempre più sonoro:
gemono al buio, l'uno all'altro occulto;
tremano... Un focolare è in mezzo a loro.
IV
Un lampo svela ad or ad or la gente
mesta, seduta, con le braccia in croce,
al focolare in cui non è nïente.
Tremano: in tanto il bàttito veloce
sente l'un cuor dell'altro. Ognuno al fianco
trova un orecchio, trova anche una voce;
e il roseo bimbo è presso il vecchio bianco,
e la pia donna all'uomo: allo straniero
omero ognuno affida il capo stanco,
povero capo stanco di mistero.
V
Ed ecco parla il buon novellatore,
e la sua fola pendula scintilla,
come un'accesa lampada, lunghe ore
sopra i lor capi. Ed ecco ogni pupilla
scopre nel vano focolare il fioc
o
fioco riverberìo d'una favilla.
Intorno al vano focolare a poco
a poco niuno trema più né geme
più: sono al caldo; e non li scalda il fuoco,
ma quel loro soave essere insieme.
VI
Sporgono alcuni, con in cuor la calma,
le mani al fuoco: in gesto di preghiera
sembrano tese l'una e l'altra palma.
I giovinetti con letizia intiera
siedon del vano focolare al canto,
a quella fiamma tiepida e non vera.
Le madri, delle mani una soltanto
tendono; l'altra è lì, sopra una testa
bionda. C'è dolce ancora un po' di pianto,
nella capanna ch'urta la tempesta.
VII
Oh! dolce è l'ombra del comun destino,
al focolare spento. Esce dal tetto
alcuno e va per suo strano cammino;
e la tempesta rompe aspro col petto
maledicendo; e qualche sua parola
giunge a quel mondo placido e soletto,
che veglia insieme; e il nero tempo vola
su le loro soavi anime assorte
nel lungo sogno d'una lenta fola;
mentre all'intorno mormora la morte.
G. Pascoli
 

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martedì, 10 luglio 2007

IL SENSO RELIGIOSO

***
“non trovar fondo, non trovar mai posa,
da spazio immenso ad altro spazio immenso;
forse, giù giù, via via, sperar... che cosa?
La sosta! Il fine! Il termine ultimo! Io,
io te, di nebulosa in nebulosa,
di cielo in cielo, in vano e sempre, Dio!”
G.Pascoli
La vertigine da Nuovi poemetti
 

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lunedì, 09 luglio 2007

IL SENSO RELIGIOSO
***
Chi che tu sia, che non vedo io, che vedi me, parla dunque: dove sono? Io voglio cansar l'abisso che mi sento ai piedi...
 di fronte? a tergo? Parlami. Il gorgoglio  n'odo incessante; e d'ogni intorno pare che venga; ed io qui sto, come uno scoglio,  tra un nero immenso fluttuar di mare".
G. Pascoli, Il cieco, in Poesie

 

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pascoli, senso religioso

martedì, 26 dicembre 2006

 
Stella di Natale
Era pieno inverno.
Soffiava il vento dalla steppa.
E aveva freddo il neonato nella grotta
sul pendio della collina.
L'alito del bue lo riscaldava.
Animali domestici stavano nella grotta,
sulla culla vagava un tiepido vapore.
Scossi dalle pelli le paglie del giaciglio
e i grani di miglio
dalle rupi guardavano
assonnati i pastori...
E lì accanto, mai vista sino allora,
più modesta d'un lucignolo
alla finestrella d'un capanno,
tremava una stella sulla strada di Betlemme...
 

Boris Pasternak

 

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Le ciaramelle

 

Udii tra il suono le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.
Sono venute dai monti oscuri
le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata né suoi tuguri
tutta la buona povera gente.
Ognuno é sorto dal suo giaciglio;
accende il lume sotto la trave;
sanno quei lumi d'ombra e sbadiglio,
di cauti passi, di voce grave.
Le pie lucerne brillano intorno,
là nella casa, qua su la siepe:
sembra la terra, prima di giorno,
un piccoletto grande presepe.
Nel cielo azzurro tutte le stelle
paion restare come in attesa;
ed ecco alzare le ciaramelle
il loro dolce suono di chiesa;
suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa,suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla.

                                                             

  Giovanni Pascoli 


 


Postato da: giacabi a 09:09 | link | commenti