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mercoledì 2 dicembre 2015

Von Balthasar, La nostalgia della bellezza

Von Balthasar, La nostalgia della bellezza
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Il tono della pagina che segue è quello della nostalgia per un bene che l’uomo non possiede piú. La moderna capacità tecnica ha riempito l’uomo di beni, ma la bellezza è fuggita lontano e noi avvertiamo tutta la povertà della nostra condizione. Non è la bellezza ad averci abbandonato, avverte l’autore, siamo noi che non siamo piú in grado di vederla. Insieme alla bellezza non ci curiamo piú della verità e della bontà, che sorelle della bellezza non si separano mai da lei. Il mondo ci appare brutto e desolato e siamo tentati da ogni evasione possibile pur di abbandonare in fretta ciò che ci dà solo nausea e disperazione. Dobbiamo riguadagnare uno sguardo capace di cogliere la bellezza dell’essere creato, perché possiamo intravedere la Gloria di Dio, che i cieli narrano. L’esperienza della bellezza è ancora platonicamente un’iniziazione all’amore ed è quindi cristianamente un itinerario di conversione.



H. U. von Balthasar, Gloria



La nostra parola iniziale si chiama bellezza. La bellezza è l’ultima parola che l’intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto. Essa è la bellezza disinteressata senza la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ma la quale ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza. Essa è la bellezza che non è piú amata e custodita nemmeno dalla religione, ma che, come maschera strappata al suo volto, mette allo scoperto dei tratti che minacciano di riuscire incomprensibili agli uomini. Essa è la bellezza alla quale non osiamo piú credere e di cui abbiamo fatto un’apparenza per potercene liberare a cuor leggero. Essa è la bellezza infine che esige (come è oggi dimostrato) per lo meno altrettanto coraggio e forza di decisione della verità e della bontà, e la quale non si lascia ostracizzare e separare da queste sue due sorelle senza trascinarle con sé in una vendetta misteriosa. Chi, al suo nome, increspa al sorriso le labbra, giudicandola come il ninnolo esotico di un passato borghese, di costui si può essere sicuri che – segretamente o apertamente – non è piú capace di pregare e, presto, nemmeno di amare. Il secolo XIX si è ancora aggrappato, in un’ebbrezza appassionata, alle vesti della bellezza fuggente, alle cocche svolazzanti del vecchio mondo che si dissolveva (“Elena abbraccia Faust, il corporeo svanisce, la veste e il velo gli rimangono tra le braccia... le vesti di Elena si dissolvono in nubi, circondando Faust, lo sollevano in alto e si dileguano con lui”, Faust II, atto III); il mondo illuminato da Dio diventa apparenza e sogno, romanticismo, presto ormai soltanto musica, ma, dove la nube si dissolve, rimane l’immagine insostenibile dell’angoscia, la nuda materia; poiché però non c’è piú nulla e tuttavia si ha pur bisogno di abbracciar qualcosa, allora si spinge l’uomo del nostro tempo a questo Imene impossibile, che alla fine gli fa venire in uggia qualsiasi forma di amore. Ma ciò di cui l’uomo non è piú capace, ciò per cui è diventato impotente, non può piú, proprio perché si sottrae alla sua sottomissione, essere da lui sostenuto. Non resta che negarlo o circondarlo di un silenzio di morte.

In un mondo senza bellezza – anche se gli uomini non riescono a fare a meno di questa parola e l’hanno continuamente sulle labbra, equivocandone il senso –, in un mondo che non ne è forse privo, ma che non è piú in grado di vederla, di fare i conti con essa, anche il bene ha perduto la sua forza di attrazione, l’evidenza del suo dover-essere-adempiuto; e l’uomo resta perplesso di fronte ad esso e si chiede perché non deve piuttosto preferire il male. Anche questo costituisce infatti una possibilità, persino molto piú eccitante. Perché non scandagliare gli abissi satanici? In un mondo che non si crede piú capace di affermare il bello, gli argomenti in favore della verità hanno esaurito la loro forza di conclusione logica: i sillogismi cioè ruotano secondo il ritmo prefissato, come delle macchine rotative o dei calcolatori elettronici che devono sputare un determinato numero di dati al minuto, ma il processo che porta alla conclusione è un meccanismo che non inchioda piú nessuno e la stessa conclusione non conclude piú.

E se è cosí dei trascendentali, solo perché uno di essi è stato trascurato, che ne sarà dell’essere stesso? Se Tommaso poteva contrassegnare l’essere come “una certa luce” per l’ente, questa luce non si spegnerà là dove si è disimparato il linguaggio della luce stessa e non si lascia piú che il mistero dell’essere esprima se stesso? Ciò che avanza è solo una porzione di esistenza che per quanto, come spirito, pretenda attribuirsi anche una certa libertà, rimane tuttavia completamente oscura e incomprensibile a se stessa. La testimonianza dell’essere diventa incredibile per colui il quale non riesce piú a cogliere il bello.



H. U. von Balthasar, Gloria, Jaca Book, Milano, 1985, vol. I, pagg. 10-12

lunedì 12 ottobre 2015

La vera deriva tragica della storia cristiana

 La vera deriva tragica della storia cristiana
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C'è nella Chiesa una tendenza ancora più pericolosa: il superamento o lo svuotamento della fede mediante il sapere. 
A più ripresa è stata descritta come la vera deriva tragica della storia cristiana.

 Von Balthasar

venerdì 23 maggio 2014

UN COLLOQUIO DI MESSORI CON BALTHASAR

UN COLLOQUIO DI MESSORI CON BALTHASAR

di Vittorio Messori  da:

PapalePapale.com – Raccontare "on the road" la Chiesa

www.papalepapale.com
Il teologo Balthasar
Il teologo Balthasar
“Mi raccomando – dice congedandoci dopo un lungo colloquio –. Non fate di me una vedette. Ciò che importa sono i problemi, non la mia persona”. Deve partire, l’abbiamo trattenuto più del previsto, ma con un tocco che rivela la sua attenzione alle persone, si informa del nostro programma, vuole darci alcune indicazioni concrete. “Tenete presente il buffet della stazione: il prezzo è buono e non si sta male”.
Alto, asciutto, vestito austeramente di scuro, lucidissimo: a 80 anni il “grande vecchio di Basilea”,“l’uomo più colto del secolo”, l’autore di quasi settanta libri che hanno segnato a fondo il nostro tempo (e il recente Premio Paolo VI lo ha riconfermato), Hans Urs von Balthasar, insomma, è più attivo e presente che mai.
Per molti, quest’uomo sembra rappresentare la sintesi vivente di ciò che dovrebbe essere il teologo secondo lo spirito del Vaticano II. Eppure, fu escluso dai lavori di quel Concilio per il quale aveva profondamente contribuito a creare un clima propizio.
Anche nella Roma di Papa Giovanni si diffidava dì lui e delle sue aperture, della sua attenzione ai sogni del tempo. Soltanto nel 1969 finiva il suo lungo esilio “ufficiale”, con la chiamata — fattagli da Paolo VI — alla Commissione teologica internazionale che affianca la Congregazione per la Dottrina della Fede.  Pensatore tra i più moderni, e insieme incrollabilmente radicato nella grande tradizione della Chiesa, il destino di von Balthasar è stato quello di altri grandi vecchi della teologia cattolica, da Maritain al suo amico e maestro De Lubac in odore di “progressismo” prima del Vaticano II,  in sospetto di “moderatismo”  dopo,  stando almeno alle lobbies che controllano e manipolano gran parte dell’attuale informazione ecclesiale. Nessuno però, né prima né dopo, ha mai messo in discussione la sua straordinaria statura teologica e, quel che più conta, spirituale. I molti volumi di Gloria, la sua opera maggiore, sono già tra i classici: ma è ben noto anche il suo coinvolgimento nella teoria e nella pratica della mistica in cui vede il vertice dell’esperienza religiosa.
Balthasar giovane studente di germanistica nella Vienna del 1927
Balthasar giovane studente di germanistica nella Vienna del 1927
Nella Arnold Böcklin-Strasse di quella Basilea che da secoli è un crogiuolo di teologia, di filosofia, di avventure del pensiero, la casetta di von Balthasar ha la grazia modesta e schiva deIIa Svizzera tedesca. Un cancello che dà su un giardinetto — poco più che un’aiuola – una scala, il vecchio professore che accoglie, guidando in uno studio foderato di libri. Entrando, si sbirciano le pareti, a cogliere i“segni”  di chi abita qui. Ecco infatti, subito nell’ingresso, due ritratti esemplari: santa Teresa di Lisieux e la maschera funebre di Ignazio di Loyola (von Balthasar fino al ‘48 fu gesuita passando poi, per un suo preciso disegno di apostolato, tra il clero diocesano).
Lo studio è dominato da una grande statua in legno della Vergine mentre, proprio sopra la porta, è collocata quella tragica Crocifissione di Grunewald davanti alla quale Dostoewskij cadde nel delirio epilettico: forse l’immagine pittorica più consona a illustrare il “Gesù in agonia alla fine del mondo”  di cui parlò quell’altro grande, Blaise Pascal, carissimo a von Balthasar. Assieme alla Trinità, a Maria, alla Chiesa, al centro della sua riflessione vi è da sempre“il caso serio”  della Croce che giudica ogni ottimismo umano troppo facile e superficiale.
Sulla scrivania, sotto una piccola foto di Giovanni Paolo II, è aperta la Basel Zeitung, uno dei tanti giornali del mondo che hanno pubblicato l’ultima, furibonda aggressione di Hans Kung al Papa e ai suoi diretti collaboratori.
Iniziando il colloquio, viene spontaneo chiedergli se ha già letto il testo di quel suo collega nato, come lui, nel cantone di Lucerna. Scuote il capo, come rattristato, parla a voce bassa, guardando fisso negli occhi:
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Kung non è più cristiano da un pezzo

Molti lo ignorano, ma Hans Kung, lo stravagante strepitatore più o meno teologico, è un prete. Qui una rarissima foto in abiti clericali, lui giovanissimo. Fonte: popscreencdn.com
Molti lo ignorano, ma Hans Kung, lo stravagante strepitatore più o meno teologico, è un prete. Qui una rarissima foto in abiti clericali, lui giovanissimo. Fonte: popscreencdn.com
“Sono almeno dieci anni che quest’uomo ripete sempre le stesse cose. Il solo fatto nuovo è il crescere del tono polemico. In realtà, sin dai tempi del suo libro ‘Essere
cristiani’, Hans Kung non è più cristiano”.
Vorrà dire non più cattolico.
No, non è più cristiano. Basta leggere i suoi ultimi libri, anche quello recentissimo sulle altre religioni: Kung non è più cristiano. Per lui, Gesù non è altro che un profeta; il problema, dunque, si riduce a una discussione se sia stato o no un profeta maggiore di Budda, di Confucio, di Maometto. Non a caso è stato invitato da Khomeini in Iran per delle conferenze, dove ha ribadito che c’è un solo Dio e tanti profeti. Ormai, per lui — lo dice chiaro, appunto, in quel suo libro non ancora tradotto in italiano — il cristianesimo è una via di salvezza tra le tante.
Se davvero è così, è inutile attardarsi in quel “dialogo” che pur pretende con toni tanto urlati dalla gerarchia cattolica.
“Kung si situa ormai fuori per sua scelta, dalla Chiesa: dunque, non ha più nulla da
dire ai vescovi. In realtà, non ha più nulla da dire neanche ad altri, a cominciare dai protestanti. In effetti, da quando il suo Istituto di teologia ecumenica non è più riconosciuto come cattolico, Kung rappresenta solo sé stesso. Forse, anche per questa situazione in cui si è trovato, ha spostato il discorso dall’ecumenismo tra cristiani a quello con le religioni non cristiane”.
Eppure, si ha l’impressione che continui ad esercitare una notevole influenza: tutti i grandi quotidiani borghesi del mondo opulento hanno dedicato pagine e pagine alla sua requisitoria contro il Papa e Ratzinger.
Balthasar
Balthasar
 “Il settore che rappresenta è quello di una certa intelligencija, ma con sempre minor peso: in Germania ha perso influenza ed è di rado invitato per conferenze, soprattutto nelle università. Così, viaggia all’estero: è conosciuto come un buon oratore e, soprattutto, come un nemico di Roma. Questo gli attira molte simpatie, in certi ambienti”.
La virulenza dell’attacco all’attuale prefetto della Congregazione per la Fede ha stupito anche coloro che conoscevano i suoi rapporti tesi con il professor Ratzinger, quando entrambi insegnavano a Tubinga.
“Credo che sia esasperato anche dalla progressiva perdita di ascolto. Tra l’altro, è una menzogna l’accusa a Ratzinger di essere cambiato da quando ‘ha fatto carriera’, come dice lui. Io conosco Ratzinger da sempre e sempre è stato così, sempre l’ha pensata così. In ogni caso, non è Ratzinger ma Kung che attacca il Vaticano II giudicandolo ancora ‘clericale’, angusto, insufficiente, chiedendo dunque un Vaticano III. Ratzinger è fedele al Concilio e il suo ‘Rapporto sulla fede’ lo dimostra”.

Ratzinger ha ragione su tutto

Lo stile del gran teologo: il prof. Ratzinger
Lo stile del gran teologo: il prof. Ratzinger
L’edizione tedesca è uscita da poche settimane. L’ha già letta?
“Certo che l’ho letta. Che ne penso? C’è poco da dire: Ratzinger ha ragione. Qualcuno chiama pessimismo quello che non è che realismo: chi ha il coraggio della verità deve riconoscerlo. Nessuno parla di questa immensa, spaventosa defezione di preti e di suore: se ne sono andati, e continuano ad andarsene a migliaia”.
Dunque, Lei si riconosce nella lettura data da Ratzinger di questi ultimi vent’anni?
“Ci si può chiedere se la colpa di ciò che è successo è del Concilio (e Ratzinger l’esclude) o se c’erano già prima le condizioni che avrebbero provocato lo scatenarsi della crisi. È certo che Giovanni XXIII (quello autentico, non quello di un certo mito creato dopo la sua morte) non si aspettava che le cose sarebbero andate in questo modo”.
Il controverso libro di Balthasar, che negli anni '50 gli valse una non immotivata diffidenza ed emarginazione da parte della gerarchia cattolica
Il controverso libro di Balthasar, che negli anni ’50 gli valse una non immotivata diffidenza ed emarginazione da parte della gerarchia cattolica
Eppure, Lei è tra coloro che prepararono il clima che avrebbe portato al Concilio. Il suo libro “Abbattere i bastioni”  è del 1952 e le procurò grossi problemi con Roma.
“C’è stato un equivoco attorno a quel libro. Io volevo che si ‘abbattessero i bastioni’ non certo perché si scappasse dalla Chiesa, ma per permettere alla Chiesa stessa di essere sempre più missionaria, di annunciare con ancor maggiore efficacia il Vangelo”.
Anche l’intenzione primaria dei Padri conciliari era missionaria ma si ha l’impressione che, invece di proiettarsi ad extra, ci si sia ripiegati ad intra, in una interminabile discussione tra noi a uso interna.
“Ma sì, tutti questi documenti che nessuno legge, questa carta che io stesso sono costretto ogni giorno a cestinare, tutte queste strutture, questi uffici delle nostre conferenze episcopali e delle nostre diocesi! Gli stessi che chiedevano lo snellimento della Curia romana hanno contribuito a creare una miriade di mini-curie alla periferia della Chiesa”.

La burocrazia clericale che soffoca la missione cristiana

1936, l'ordinazione sacerdotale di Balthasar, avvenuta in Baviera per mano del cardinale Faulhaber, lo stesso che 20 anni dopo consacrò il giovane Ratzinger
1936, l’ordinazione sacerdotale di Balthasar, avvenuta in Baviera per mano del cardinale Faulhaber, lo stesso che 20 anni dopo consacrò il giovane Ratzinger
Dunque, lei concorda anche con le denunce del pericolo che la Chiesa  con lo sviluppo ipertrofico delle strutture clericali si trasformi in un’enorme burocrazia fine a sé stessa.
“Certo. Rileggiamoci anche qui il Vangelo: Gesù ha sempre designato a un servizio delle persone, mai delle istituzioni. Della struttura fondante della Chiesa fanno parte le persone dei vescovi, non gli uffici burocratici. Niente di più grottesco che pensare a un Cristo che volesse istituire delle commissioni! Dobbiamo riscoprire una verità cattolica: nella Chiesa, tutto è personale, niente deve essere anonimo. Sono invece delle strutture anonime quelle dietro le quali si nascondono ora tanti vescovi. Commissioni, sottocommissioni, gruppi e uffici di ogni tipo… Si lamenta [sic!] che mancano i preti, ed è vero; ma migliaia di ecclesiastici sono addetti alla burocrazia clericale. Documenti, carte che non sono lette e che comunque non hanno alcuna importanza per la Chiesa viva. La fede è ben più semplice di tutto questo”.
Ma perché, a suo avviso, questo avviene?
“Forse, hanno l’impressione di fronteggiare così la crisi, di fare qualcosa. Siamo in un mondo tecnico e allora ci si rivolge ai computer. Nelle nostre diocesi adesso è arrivata anche l’elettronica, si sfornano tabulati con le statistiche della frequenza alla Messa, delle comunioni distribuite… Il che, oltretutto, non ha proprio alcuna rilevanza: questo tipo di conti può e deve tenerli solo Dio per il quale una sola comunione vera vale più di mille superficiali registrate dal computer”.
Una rarissima foto di Balthasar con i paramenti sacerdotale mentre celebra
Una rarissima foto di Balthasar con i paramenti sacerdotale mentre celebra. Prediligeva i contesti e i vestiti laici
Secondo molti il problema più urgente oggi è quello della crisi del concetto autenticamente cattolico di Chiesa. Dicono che occorrerebbe parlarne al Sinodo.
“Forse, il Vaticano II si è fermato troppo a parlare della struttura della Chiesa. La Lumen gentium  di cui parla la Costituzione conciliare non è la Chiesa, è Cristo. È certo che, con una lettura parziale del Vaticano II, si è fatta della Chiesa più un gruppo sociale che non misterico, sacramentale. Vediamo invece che sin dagli inizi la comunità cristiana ha una struttura, una gerarchia, volute dal Cristo e basate sul collegio apostolico. Certa, quello che la genie d’oggi cerca è il Cristo non la Chiesa, che nel suo volto visibile non sembra credibile a molti che ne sono all’esterno. Nella nostra predicazione,  occorre mettere più che mai in rilevo l’unicità di Gesù, la sua persona: è Lui che attira gli uomini di sempre. Ma poi come ricorda giustamente il Vaticano II, non dobbiamo dimenticare che non c’è Cristo senza la Chiesa e quindi dobbiamo mostrarne l’assoluta necessità”.
Oltre a questo tema dell’ecclesiologia, quale argomento vedrebbe volentieri al centro dei lavori del prossimo Sinodo straordinario?
“Ci si potrebbe ricordare di quanto diceva il mio amico Karl Barth, il grande teologo protestante che, in una conferenza alla radio nei suoi ultimi anni ammonì: ‘Cattolici, non fate le betises, le sciocchezze, che noi protestanti abbiamo fatto a partire da un secolo fa!’”
Scegliendo tra queste betises, quale, secondo Lei, la più urgente da sottoporre all’attenzione del Sinodo?
“Forse, è il problema di cui si è parlato molto al recente convegno romano su Adrienne von Speyr. Il problema cioè dello studio della Bibbia, dell’esegesi cosiddetta ‘scientifica’.  Questi specialisti hanno fatto molto lavoro, ma è un lavoro che non nutre la fede dei credenti. Bisogna riscoprire una lettura più semplice della Scrittura, mettere l’esegesi ‘scientifica’ in equilibrio con quella ‘spirituale’, non tecnica, della grande tradizione patristica. Non credo che il Sinodo potrebbe risolvere questo problema: potrebbe però fare un auspicio in tal senso”.

Rifare catechismo

Nella sua biblioteca a Basilea
Nella sua biblioteca a Basilea
Non si può, peraltro, impedire con un decreto il lavoro degli esegeti.
“Infatti non dico questo. C’è però il dramma degli stessi specialisti, spesso cristiani buoni e pii, che devono però fare un lavoro al livello di quelle università in cui sono inseriti. E’ una condizione non sempre facile da vivere. C’è infatti il diritto degli studiosi a guardare la Scrittura come a un vecchio libro tra tanti e quindi da studiare con le stesse tecniche impiegate per gli altri testi. Ma la Scrittura che conta per la fede non è questa: ciò che conta è la Bibbia vista come il luogo dove lo Spirito Santo parla del Cristo, in modo nuovo, a ciascuna generazione”.
L’approccio “scientifico” alla Scrittura sembra avere un fall-out, una ricaduta sconcertante nella pastorale quotidiana.
La rivista che fondò insieme a Ratzinger e ad altri, in risposta alle derive progressiste della teologia postconciliare
La rivista che fondò insieme a Ratzinger e ad altri, in risposta alle derive progressiste della teologia postconciliare
“In effetti le ipotesi degli specialisti giungono diluite se non deformate ai preti, ai laici, e fanno dei guasti. Anche di recente ho ascoltato un’omelia dove un parroco spiegava l’incontro dei discepoli col Cristo, sulla via di Emmaus, sentendosi in dovere di avvertire i suoi ascoltatori che non si tratta di un episodio ‘storico’. Questo dubbio coinvolge persino la realtà, la materialità della radice stessa della fede: il racconto della Risurrezione”.
Forse, questo sconcerto tra la gente comune è aggravato dal fatto che molti non sono più raggiunti dalla catechesi. C’è qualche insegnante che segnala come molti laici affollino i suoi corsi di teologia senza però conoscere la base. E cioè, il catechismo.
“Sì, bisogna tornare a dei catechismi seri, autentici. Anche qui Ratzinger ha ragione, dobbiamo ritrovare la struttura ineliminabile di ogni vera catechesi: il Credo, il Pater, i Sacramenti, il Dio creatore, il Dio redentore, lo Spirito che vive nella Chiesa. Non è più ammissibile che ciascuno si faccia un testo a suo gusto: da noi, nell’area germanica, ne circolano a centinaia. Spesso non sono neppure autenticati dai. vescovi”.

TdL. Gesù per loro non è che un profeta fallito

S.Giovanni Paolo II che, in un viaggio in America Latina, pubblicamente ammonisce Ernesto Cardenal, prete, ministro e esponente delle TdL... a braccio armato
S.Giovanni Paolo II che, in un viaggio in America Latina, pubblicamente ammonisce Ernesto Cardenal, prete, ministro e esponente delle TdL… a braccio armato
Ma ci sono catechismi ufficiali (come Pierres Vivantes in Francia) che sono stati approvati da tutta intera la Conferenza episcopale nazionale. Eppure sono stati criticati da Roma e si è dovuto rivederli.
“Torniamo qui al discorso sulle strutture anonime: spesso sono delle anonimità, degli uffici, delle commissioni. non dei vescovi con nome e cognome che danno quelle approvazioni. E poi, temo proprio che presso certi vescovi vi sia come paura per certe minoranze aggressive. Si dice che quattro o cinque persone padroneggino intere conferenze episcopali, e tra le più importanti e numerose”.
Occorre pur riconoscere che i problemi di fronte ai quali si trovano certe Conferenze sona talmente spinosi da rendere difficile l’unanimità. La Conferenza episcopale brasiliana, per esempio, deve gestire un caso complicato come quello di Leonardo Boff.
“Leonardo Boff, come Hans Kung, non è più cristiano”.
Quello che lei dice è grave.      ‘
“Non lo dico io, Io dice lui. Nel suo libro, ‘Passione di Cristo, passione del cristiano’, decima edizione, ammette di non credere alla divinità di Gesù. Sostiene quanto già sosteneva, agli inizi del secolo, Albert Schweitzer. Come lui, Boff dà per scontato che la divinizzazione di Gesù sia stata fatta dai discepoli dopo la Passione. Dunque, Gesù non era che un profeta che predicava il Regno imminente. Il Regno non è venuto, lo
scacco è stato totale. In questa luce, il grido sulla croce (‘Dio mio, perché mi hai abbandonato?’) esprime la disperazione di un uomo che ha fallito”.
Wojtyla aveva grande stima di Balthasar, tant'è che lo volle cardinale
Wojtyla aveva grande stima di Balthasar, tant’è che lo volle cardinale
Anche questo revival di vecchie tesi del liberalismo della Belle Époque europea potrebbe confermare il sospetto di molti: certe teologie della liberazione come esportazione verso il Terzo Mondo di prodotti ormai démodés di intellettuali occidentali.
“C’è del vero. Il nocciolo di quelle teologie della liberazione viene dall’Europa ma certa elaborazione in senso violento è poi stata concepita sul posto. Uno dei padri della teologia della liberazione, il tedesco J.B. Metz, ha fatto conferenze in America latina, ma a molti, laggiù, è sembrato troppo astratto: le sue teorie volevano trasformarle in rivoluzione armata. Credo che il documento della Congregazione per la Fede abbia ragione: non ci si può servire delle analisi marxiste solo come una sorta di ‘strumento’ tecnico”.
Si discute anche del vero influsso sul popolo di certe teologie della liberazione: alcuni affermano che si tratta ancora di un fenomeno elitario.
In età matura
In età matura
“Molti pensavano che la rivoluzione marxista si sarebbe realizzata in pochi anni. Questo non è avvenuto, ma ora si indottrina il popolo, ‘coscientizzandolo’ con delle pubblicazioni al cui centro c’è il Cristo libertadòr, il ‘sovversivo nazareno’. Ratzinger ha dato la precedenza a questo fenomeno perché qui si toccano i punti decisivi della fede. É urgente che laggiù si faccia qualcosa. I teologi non devono più improvvisarsi sociologi ed economisti. Mi sembra che tutte le teologie della liberazione dimentichino che l’essenziale del Nuovo Testamento è la carità: non occorre altro, basta viverla”.
Ma molti le obietterebbero che carità è proprio aiutare i poveri a fare la rivoluzione.
“Anche il Papa ha detto che bisogna privilegiare i poveri (questo è Vangelo), ma a Puebla ha ribadito anche chiaramente che il cristiano deve rifuggire dalla violenza, che il clero non deve in alcun modo mescolarsi con una politica di parte. I ‘poveri di Jahvè’ della Bibbia non sono affatto il proletariato di Marx”.
I problemi sono tali e tanti che qualcuno, basandosi anche su quanto avviene in questi mesi, teme che la Chiesa possa divenire ingovernabile da Roma.
“Il Vaticano II impiega il termine di ‘comunione gerarchica’ per indicare la comunione di tutti i vescovi con Roma, simbolo visibile dell’unità. C’è da chiedersi se certi episcopati abbiano ancora con il Papa quella ‘comunione nell’amore’ di cui parla, ad esempio, un san Cipriano”.

Lefebvre e i suoi non sono i “veri cattolici”

copIl suo discorso ritorna così alle Conferenze episcopali.
“Ad esse, il Concilio dedica una piccola frase. Alcuni ne hanno fatto invece il centro di tutto. Quando la struttura diventa troppo pesante, il vescovo finisce con l’essere paralizzato“.
Qual è il suo giudizio sullo stato attuale della liturgia?
“Se giudico dall’area germanica, ho l’impressione che sia sobria e che, se fatta bene, (cioè in modo davvero pio rispettosa del sacro [sic!] ) sia ben accetta alla maggioranza di quelli che vanno ancora in chiesa.
Una risposta che conforta perché replica a certi ambienti integristi che della riforma liturgica hanno fatto il loro cavallo di battaglia. E il centro del movimento lefebvriano è proprio qui, in Svizzera. Si dimentica troppo spesso che attacchi durissimi al Papa e a Ratzinger continuano a giungere proprio da quella direzione.
“Monsignor Lefebvre e i suoi non sono i veri cattolici. L’integrismo di destra mi sembra ancor più incorreggibile del liberalismo di sinistra. Credono di sapere già tutto, di non avere nulla da imparare. D’altro canto è contraddittoria la loro conclamata fedeltà ai Papi, ma solo a quelli che gli danno ragione. Ma questo attacco a tenaglia, su due fronti, è tipico di ogni fase dopo un Concilio“.

La Chiesa è femmina: Maria viene prima di Pietro

Col confratello tedesco ex gesuita come lui, Otto Karrer (1888-1976), che lasciò la Compagnia nel 1933 dandosi a esperimenti di ecumenisco, che chiaramente risultarono vacue e inutili, dannose anche
Col confratello tedesco ex gesuita come lui, Otto Karrer (1888-1976), che lasciò la Compagnia nel 1933 dandosi a esperimenti di ecumenisco, che chiaramente risultarono vacue e inutili, dannose anche
Girando tra Europa e America del Nord si ha l’impressione che le religiose, le suore, siano tra le più sconcertate da certa predicazione, magari le più sofferenti davanti alla crisi
“Per una giusta risposta ai problemi della donna nella Chiesa bisogna ridare il posto che merita a una mariologia molto sobria e insieme molto buona. Bisognerebbe ricordare a tutti i cattolici – a cominciare dalle donne – che, nella Chiesa, Maria ha un posto ancor più alto che quello di Pietro. La Chiesa è una realtà femminile ed è posta davanti ai successori, maschi, degli apostoli: il principio-Maria (dunque, il principio femminile) è più importante di quello gerarchico stesso, affidato alla componente maschile. Alcune suore – spinte spesso da certa teologia di uomini – non vedono che i curés, i preti, pensano cosi che l’ordinazione sacerdotale rappresenti il massimo del potere nella Chiesa. Ma questo è clericalismo. Maria – e non si tratta di fare del sentimentalismo – è il cuore della Chiesa. Un cuore femminile, che dobbiamo rivalutare come merita, in equilibrio con il servizio di Pietro. Questo non è devozionismo: questa è teologia della grande tradizione cattolica.
Dunque, la devozione mariana così singolare di  Giovanni Paolo II ha anche un significato teologico preciso?                                                
 “È così. Il Papa sa che il perno nascosto della Chiesa non è lui, è Maria; non è a caso che abbia voluto ‘Totus Tuus’ come motto del suo pontificato. Non c’è bisogno, forse, di proclamare nuovi dogmi mariani, ma dobbiamo riscoprire la ricchezza di quelli che già ci sono e che sono essenziali all’equilibrio delia fede autentica”.

 Tornare al modello tridentino di seminario

Balthasar in una curiosa immagine
Balthasar in una curiosa immagine
Le suore sono spesso in crisi. Ma anche il disagio dei preti non è stato e non è da poco. Quali sono le cause principali?
“È spesso estremamente duro essere inviati in parrocchie scristianizzate, dove il curato non conta più nulla. Una volta era il centro di tutto, ora deve correre dietro a qualcuno per cercare di trattenerlo. Ma per fronteggiare e sopportare questa situazione occorrerebbe un’altra formazione dei preti.
Che intende dire?
Bisogna tornare al modello tradizionale, direi ‘tridentino’, seppur prudentemente aggiornato, di seminario. Io sarei d’accordo di non permettere alla maggior parte dei giovani seminaristi di studiare nelle università, come attualmente avviene. Devono studiare in seminari autentici, che siano seri, ‘clericali’: che li formino, cioè, ad essere ‘clero’, che li preparino al loro sempre più duro servizio. Le università esterne non possono fare questo. Il vescovo deve avere la possibilità di ricreare i seminari secondo le indicazioni date da Roma e nominarvi professori di sua fiducia. Ma spesso, anche se volesse farlo, ne è impedito da tutte le strutture che gli sono state create intorno”.
Con don Giussani
Con don Giussani
Il suo bilancio del post-Concilio sembra a chiazze: zone di luce e zone di ombra. Come, in effetti, sembra essere in realtà.
“Dopo ogni Concilio c’è stato il caos. Bisogna mettere nel bilancio anche certe cose che stanno nascendo e che sono come pianticelle; piccole per ora ma già vigorose, i cui semi sono stati piantati dal Vaticano II. Oggi, sulle cattedre di teologia, giunge una generazione che aveva 18-20 anni nel ’68 e che spesso porta nel suo insegnamento uno spirito liberale, di contestazione. Intanto, i grandi teologi di un tempo non ci sono più. Ma c’è anche una generazione nuova che si sta formando, giovani che si ribellano a certo conformismo, che intendono fare una teologia che sia insieme aperta alla Scrittura e alla grande tradizione cattolica. Anche tra i teologi già in cattedra, ci sono persone solide che stanno ripensando in modo nuovo l’intera fede. Un buon lavoro in questo sento è stato fatto anche dal teologo Ratzinger. Lasciamo che Io Spirito lavori: ci sono dei virgulti che ‘spingono’, che stanno nascendo e che non sono certo contro il Concilio autentico, anzi sono nati da esso”.

Non bisogna ragionare troppo di Chiesa, ma viverla

Tra questi segni di speranza, il prefetto della Congregazione per la Fede mette anche i nuovi movimenti ecclesiali.
“E ha ragione. Essi sono, tra l’altro, la possibilità per la Chiesa di fare una teologia vivente. Ma in alcuni, a uno slancio magnifico fa riscontro una tentazione di chiusura. Il pericolo, per alcuni, è di divenire quasi delle sètte, di chiudersi in se stessi, mentre occorre più che mai ‘abbattere i bastioni’: essere, cioè, proiettati nella missione, verso il mondo”.
Non è, forse, un chiudersi istintivo per cercare di salvaguardare un’identità cattolica che sentono minacciata?
“Io cerco di costruire un istituto secolare al quale intendo comunicare uno spirito molto cattolico, un’identità precisa di Chiesa. Ma, posta questa base, desidero che sia aperto al massimo, a tutti. La casa va sorvegliata e tenuta in ordine, ma le porte devono restare spalancate a chiunque voglia entrare”.
Il teologo assiste a una messa, anni '80, in un raduno degli amici di Communio
Il teologo assiste a una messa, anni ’80, in un raduno degli amici di Communio
Lei si è formato e ha lavorato per molti decenni nella Chiesa pre-conciliare. Ha poi vissuto, sempre come teologo, questo ventennio di post-Concilio. Che differenze avverte tra le due fasi?
‘Ha ragione il mio amico e maestro De Lubac e ha ragione Ratzinger quando rifiutano di parlare di Chiesa ‘pre’ o ‘post’ conciliare. C’è una sola chiesa. Vedo i pregi e i difetti del prima e del dopo ma ciò che mi è sempre importato è vivere il centro della Chiesa: questo non cambia e non cambierà mai. Non bisogna ragionare troppo sulla Chiesa: bisogna innanzitutto viverla. Essendo al contempo consapevoli che essa sempre è stata — e sempre sarà — un piccolo gregge”.
L'ultima foto del teologo, due settimane prima della morte, appena ricevuta la notizia della sua creazione cardinalizia. Ma morì tre giorni prima di ricevere la berretta
L’ultima foto del teologo, due settimane prima della morte, appena ricevuta la notizia della sua creazione cardinalizia. Ma morì tre giorni prima di ricevere la berretta
Sul suo tavolo c’è una foto del Papa. Questo mi conferma quanto è ben noto: la sua amicizia, la sua stima profonda per Giovanni Paolo II. E si sa che i suoi sentimenti sono ricambiati.
“Sì, amo molto questo Papa. Ma in fondo, non è questo che importa. Importante per tutta la Chiesa è piuttosto il fatto che quest’uomo vive di preghiera. Quando torna da quei suoi viaggi massacranti, tutto il suo seguito — dai prelati ai giornalisti — è stordito dalla fatica. Lui no, lui è raggiante: è la preghiera che Io nutre. Quando è venuto qui in Svizzera, qualcuno a Einsiedeln lo ha ingiuriato. Lui ha taciuto e poi, non si sa come, è sparito. Dopo un po’ Io hanno ritrovato: era in una cappella, prosternato davanti al tabernacolo. Al suo ritorno l’ho visto a Roma: era più che mai fresco, riposato. ‘Santità – gli ho chiesto – come fa a non essere mai stanco?’. Mi ha risposto ridendo: ‘Questo viaggio in Svizzera non è stato che un allenamento per prepararmi alla visita in Olanda’ [dove infatti la contestazione clerico-progressista arrivò al paradosso dei domenicani che lanciavano sassi contro il papa. Ndr]. Il suo segreto è l’orazione in cui è continuamente immerso”.

Il cristianesimo non è “anonimo”, come vorrebbe Rahner

Il confratello gesuita tedesco, Rahner
Il confratello gesuita tedesco, Rahner
Tra le cose che sembrano più preoccupare il Papa, nei suoi viaggi al di fuori dell’Europa, sembra esservi soprattutto la caduta della tensione missionaria verso i non cristiani.
“Sì, e di questa caduta è responsabile anche una certa versione, diluita e forse mal digerita, della teologia di Karl Rahner, con la sua teoria del ‘cristianesimo anonimo’. Rahner ha forse fornito l’occasione a certi teologi di esprimere ciò che essi avevano latente: secondo loro, in ogni uomo, qualunque sia la sua credenza (o la sua non credenza) c’è già la grazia, compito del cristiano sarebbe solo quello di fortificarlo nelle sue convinzioni. Poi, c’è stata un’attenzione esclusiva, in ogni caso eccessiva, per la promozione socioeconomica: è il Vangelo, in realtà, la prima ricchezza che dobbiamo donare ai poveri. Non si può rimandare l’annuncio del Cristo morto e risorto a quando saranno stati risolti i problemi economici”.

Dialogare, senza illusioni

Il confratello gesuita francese De Lubac, grande amico di Balthasar, chiamati contemporaneamente al cardinalato
Il confratello gesuita francese De Lubac, grande amico di Balthasar, chiamati contemporaneamente al cardinalato
Come svizzero di lingua tedesca, lei è da sempre molto attento ai problemi dei rapporti tra le varie confessioni cristiane. Che giudizio dà dell’attuale momento ecumenico?
“Purtroppo, il dialogo si è rivelato un fantasma, una chimera. Non è possibile dialogare con le Chiese che non hanno quel centro di unità visibile, concreto, che è il Papato. Le Chiese protestanti sono talmente frantumate in tante denominazioni e divise poi al loro stesso interno, che ci si può intendere con una persona, con un teologo; ma tutto si ferma lì perché certamente altri verranno a dire che non la pensano allo stesso modo. Ne ho avuto esperienza personale con Karl Barth: con molti incontri, con molto lavoro ci sembrava di essere giunti a una possibile base di accordo. Ma quando l’abbiamo resa pubblica, ecco insorgere subito un altro professore di teologia di Zurigo, e poi un altro e un altro ancora, anch’essi protestanti ma in completo disaccordo con quanto diceva Barth. E ciò vale per tutto il mondo nato dalla Riforma; nessuno, ad esempio, potrà mai far sì che
l’anglicanesimo sia una Chiesa, diviso com’è da sempre in vari tronconi”.
Karl Barth, il teologo luterano grande amico di Balthasar
Karl Barth, il teologo luterano grande amico di Balthasar

L’intervista proibita e perduta di Messori a von Balthasar. In esclusiva, dopo 30 anni

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In esclusiva per Papalepapale la versione più o meno integrale del libro-intervista scomparso e messo al bando trent’anni fa. Ossia la controversa intervista di Vittorio Messori ad Hans Urs von Balthasar, dove il grande teologo svizzero fa una critica serrata alla Chiesa post-conciliare, al progressismo (ma non risparmia i lefebvriani), ma soprattutto, dopo aver preso le distanze dall’”oracolo” Karl Rahner, e ventilato una riforma “tridentina” dei seminari, riduce un budino Hans Küng. La cui reazione fu violentissima. Fino alla messa al bando del libro, quasi subito ritiraro e mandato al macero, fino alla damnatio memoriae e alla congiura del silenzio finali. Ma colpisce ancora di più il fatto che sembra fatta appena ieri: la situazione non è mutata. Vi riproponiamo qui, dunque, questo testo non raro, ma introvabile. Donatoci direttamente dall’autore, Vittorio Messori, con licenza di pubblicarlo.

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Antonio Margheriti Mastino

Me dovreste aringrazià!

Me dovreste aringrazià sì, invece de lamentavve sempre e dì “il mastino è così il mastino è colà, il mastino è stronzo e scrive pure le parolacce”[e fra l’altro è una calunnia]. Sciocchi. Massì, perché vi porto in dono una cosa che non avreste immaginato, data per perduta, e più che altro dimenticata, persino dal suo autore.
Sto parlando di un libricino edito intorno al settembre 1985, quasi trent’anni fa. Che neppure fece in tempo ad arrivare nelle librerie e fu subito ritirato e mandato al macero. Per ordine dell’editore, che a sua volta aveva avuto ordine da Avvenire, che a sua volta l’aveva avuto dal Vaticano, che a sua volta l’aveva avuto dai teologi progressisti tedeschi, che a loro volta l’avevano avuto dal demonio loro dottore.  Su questo libro è caduta la damnatio memoriae, tant’è che neppure nelle bibliografie dei tanti studi su Hans Urs von Balthasar, il teologo della bellezza, e il teologo tra i più grandi dell’ultimo secolo, se ne fa cenno alcuno: è stato dato un colpo di spugna definitivo ovunque.
von Balthasar, olio su tela
von Balthasar, acquerello
Sì, perché sto parlando proprio di lui, Balthasar, della lunga intervista che a ridosso del Sinodo Straordinario dell’85 rilasciò a colui  – Vittorio Messori – che poco prima era stato l’autore di un’altra bomba ecclesiale: “Rapporto sulla fede”, in cui era per la prima volta un prefetto del Sant’Uffizio – Ratzinger – a dire la sua, e più che altro suonare il campanello della “ricreazione finita” al postConcilio delirante e contestatore, che nel frattempo s’era anche armato, con la TdL. E scoppiò un finimondo planetario, alla pubblicazione.
E bomba è questa pure, che memori di quell’altra, fu immediatamente disinnescata dalla reazione a catena delle lobbies teologiche. Lo stesso Balthasar ne fu spaventato, sino a smentirla sui giornali tedeschi. Purtroppo per lui, era registrata. Ma rieccola qui, tirata fuori dall’oblio trent’anni dopo, con il consenso di Messori.
Mi è corso un brivido di esaltazione lungo la schiena quando ho letto Balthasar che riduce praticamente un budino Hans Küng, dipingendolo con una maestria rara come un mendicante della teologia senza alcun credito presso i teologi seri, ma semmai con debiti da saldare… vendendo le sue mutevoli opinioni da teologia da salotto ai rotocalchi. E durissimo va sulle teologie della liberazione, sulla contestazione clericale, sul postConcilio che ha centuplicato le strutture invece di semplificarle soffocando così fede e vescovi. E poi enuncia tutto il suo amore appassionato per la Chiesa Cattolica Apostolica e Romana, “contro ogni complesso antiromano”.
Ma prima di proporvi l’intervista, vorrei raccontarvi con “parola argute” e aneddoti vari, come andò quella volta, e come mi ritrovo questo pezzo raro tra le mani. Se non ve ne frega niente della mia premessa, significa che non siete all’altezza della situazione, dunque saltate pure più giù, all’intervista Messori-Balthasar.

Vi racconto come è andata

Balthasar
Balthasar
Vittorio Messori è uno scrittore professionista di… “long-seller”, ossia non solo libri che all’uscita registrano il tutto esaurito scalando le classifiche com’è per i best-seller; ma libri destinati a restare in catalogo per decenni, forse per sempre, ciclicamente ristampati. È l’apice del successo per uno scrittore, la vera sola consacrazione definitiva. Va da sé è anche l’occasione più ricercata, ambita e rara, per chi vive di penna. Un vero miracolo, se quello scrittore è anche un giornalista cattolico, che per giunta di cose cattoliche scrive. Pensate che ad oggi, in Italia, questa vetta spetta a Umberto Eco, certo, ma a pari numeri, se non di più, a Vittorio Messori. Curioso che per entrambi l’argomento di fondo fosse uno: la fede cattolica. Eco per tentare di sputtanarla; Messori per difenderla. Diciamo che stanno pari e patta. Solo che Eco si può smentire facilmente. Basta aver studiato. Anche perché il suo solo vero libro, Il Nome della Rosa, è appunto un romanzo, fantasia dunque, ideologica quanto vi pare, come ha anche ammesso quell’autore “mosso dalla necessità di ammazzare un monaco”, ma fantasia. Perversa magari. E ciò non toglie sia bellissimo libro quello.
Non solo long-seller, ma long-seller premeditati quelli di Messori. Cioè, lui li scrive consapevole che taluni di essi lo saranno: naso sopraffino, certo; ma anche esperienza, anni e anni passati a La Stampa, negli anni ’70, a curare (e allora la cosa era seria e di successo) l’allegato settimanale di quell’antico quotidiano, Tuttolibri.
A Torino c’era un tempo la casa editrice di Piero Gribaudi, altro tipo di cattolico di cui varrebbe la pena parlare. Il Gribaudi era comunque un vero esperto di editoria religiosa. Una sera a cena nella casa torinese di Messori, suscitò l’ilarità dello scrittore, perché  posò la forchetta , lo guardò e: «Vedi Messori, nella mia lunga vita di editore tu sei il solo che io abbia incontrato convinto di star scrivendo un best-seller come primo libro e che lo abbia scritto davvero». Naso certamente, esperienza certo, ma anche realismo, avere perfettamente il quadro della situazione e dei tempi.
Vittorio Messori
Vittorio Messori
E allora non stupisce che sia stato lui l’intervistatore di quel futuro papa (altro colpo) che era Ratzinger, l’allora tanto contestato “Panzerkardinal”, il prefetto dell’ex Sant’Uffizio, il “Grande Inquisitore” come lo intitolavano i più indecenti e traviati esponenti del progressismo “cattolico” ma anche i più moderati. Non stupisce soprattutto che Messori abbia “premeditato” quel libro sicuro che fosse una bomba. Una bomba che infatti esplose in tutto l’Orbe cattolico con reazioni a catena di proteste rancorose da parte dei peggiori “contestatori” clericali, e che fece di Ratzinger il mostro della “reazione” agli occhi dei progressisti, divenuti nel frattempo non solo marxisti a scoppio ritardato, ma pure guerriglieri rossi mitra alla mano; e di Messori un bersaglio mobile (su consiglio della polizia dovette rifugiarsi in un luogo segreto, perché minacciato di morte da “cattolici dialoganti” e “democratici”, va da sé “non-violenti”), colpevole non solo di aver intervistato il “Grande Inquisitore”, ma persino di avergli dato ragione.
Ne chiedo qualche dettaglio “inedito” al Messori stesso, sulla genesi di quel best-long-seller che fu Rapporto sulla fede. E sì, c’era davvero premeditazione.
Rapporto_Sulla_Fede«Mi era chiarissimo quel che volevo fare e prevedevo anche i risultati. Ratzinger, no, nella sua innocenza. E non riusciva a capire che cosa volessi fare. Tanto che quando gli portai il manoscritto, come da accordi, mi ricevette affannato: “Ho le visita ad limina e tante altre cose. Lo darò a don Clemens perché veda lui”. Che era poi il segretario — l’unico prete che abbia mai conosciuto nato e ordinato a Berlino, capitale di quella Prussia che, per Donoso Cortes (che vi fu ambasciatore) “ha per padre il diavolo”. Io di fronte al sottogamba del Prefetto sbalordii: “Ma Eminenza, mi permetta di insistere. Lo guardi Lei e con molta attenzione. Susciterà molte polemiche, in tutto il mondo”. Lui mi guardò con quegli occhi azzurri, spalancati,  da eterno  bambino: “Polemiche? Warum?”. Perché? Riuscii a convincerlo a leggerlo, mi restituì in pochi giorni  il testo quasi senza correzioni: “Alcune delle cose che Lei mi fa dire [Messori in genere non registrava, prendeva appunti a mano. Ndr] non le ho dette. Ma ha fatto bene ad attribuirmele perché se non le ho dette, e proprio in quel modo, è perché mi ero dimenticato…”. E, lealmente, mi difese pubblicamente quando si cercò di disinnescare la bomba dicendo che quella non era la Chiesa secondo Ratzinger ma secondo Messori, quel fazioso che era riuscito a plagiare un serio ma disarmato teologo». Così nasce un best-long-seller premeditato.
E aggiunge anche dell’altro Messori:
«Non so se ha l’ultimo volume, uscito in appendice, del Fliche e Martin, la più vasta storia della Chiesa. Vi è un teologo olandese che, invelenito, dice che il giorno di uscita di quel libro va ricordato nel lutto perché sancisce la fine del postConcilio,  pieno di speranze e di prospettive entusiasmanti. Ma proprio questo volevo: fare fischiare dal Custode stesso dell’ortodossia la fine della ricreazione». Che bene o male, ancora continua, e in taluni casi, molti “studenti” hanno proprio abbandonato la scuola, qualcuno sospeso.
Il giornalista cattolico e il Prefetto dell'Ortodossia, ai tempi di "Rapporto sulla Fede"
Il giornalista cattolico e il Prefetto dell’Ortodossia, ai tempi di “Rapporto sulla Fede”. Come vedete due mostri sanguinari, o almeno così sembrarono ai progressisti. Che nel frattempo si erano muniti di mitra per giocare ai rivoluzionari
Uno scrittore che non conosce “fallimenti” nella sua fortunatissima carriera editoriale. Siccome con me è molto paziente, anche perché un po’ lo diverto, e mi diverto anche io perché ne sa sempre una più del diavolo, certe volte lo stuzzico. Per esempio sarebbero dovuti uscire libri-intervista di Messori a Del Noce (e sarebbe diventato un altro long-seller, un classico imprescindibile), ad Andreotti, al card. Brandumuller, a von Balthasar, ma niente s’è visto. Naturalmente le ragioni me le ha spiegate e nessuna colpa è imputabile allo scrittore, che è ampiamente giustificato, e comunque tutti quanti abbiamo perso grandi occasioni con questi libri mai nati: ma ve lo immaginate un libro-intervista tra il grande scrittore cattolico, Messori, e il grande politico cattolico, Andreotti? Sul papato?! Purtroppo Andreotti fece di testa sua e pubblicò da sé, con risultati finali piuttosto irrilevanti, quantunque la proposta di quel libro a quattro mani venisse proprio dal Divo. Tutto questo lo so, ma provoco ugualmente Messori, buttando lì, certissimo di una sua reazione, un “progetti velleitari”. Restandone fulminato: io non lui.
E infatti dovevo arrossire di brutto quando mi ha spiazzato con una risposta che è – per uno come me che si spaccia per “esperto” di tutta la produzione messoriana – agghiacciante: mi precisava infatti che in realtà il libro-intervista a Balthasar, per quanto piccolo e scarno fosse, era stato pubblicato eccome, ed era stato pure ritirato dal commercio, solo che io tutto questo lo ignoravo. Un affronto! Una vera figura da coglione, roba da far ridere i polli.
E infatti mi sfotte: «Dunque: per un “messoriano”  (ahimé, la perversione umana supera ogni fantasia) non sapere che il libro intervista con Balthasar l’ho fatto, eccome, è grave». E come finale mi ci infila pure un «eh, no, può dirmi di tutto ma non di essere un velleitario. Forse talvolta pigro ma rodomonte dal “partiam, partiam!” no… ». E così mi ha sistemato per bene. Ma a pensarci col senno di poi, è stata una fortuna.
Il sen. Gian Guido Folloni, allora diretto di Avvenire
Il sen. Gian Guido Folloni, allora direttore di Avvenire
Infatti, non appena che mi era passata la voglia di “stuzzicare”…  a chi la sa troppo più lunga di me, appena che avevo messo la coda da mastino tra le gambe, balbetto qualcosa… tipo “ma io non l’ho mai mai mai incrociato da nessuna parte quel libro, giuro! Mai sentito dirne: che avesse intervistato il gran teologo, sì, ma che ne fosse stato tratto un libricino no: lo andrò a cercare, su Amazon, Ebay, Maremagnum… ovunque!”.
Come suo costume, Messori, dopo che ti ha steso ti dà una mano a rialzarti, da quel generoso che è, anche se non sembra. Infatti offre qualcosa: «Se non lo trova, siccome è molto esile glielo faccio fotocopiare e lo invio. Ammesso che io pure riesca a trovarlo tra i miei libri… La damnatio memoriae ha funzionato persino con l’autore…».
Damnatio memorie? Ma a cosa allude? Glielo domando, e scopro che c’è tutta una storia rognosa dietro.
«Ne uscirono polemiche tanto grandi che l’editore – mi pare fosse l’Ancora – ritirò dal commercio l’opuscolo. Soprattutto perché Balthasar diceva che Hans Küng non solo non era più cattolico ma non era più cristiano. Ne nacque una bagarre, con un  Küng con la bava alla bocca. E lo stesso von Balthasar si spaventò, disse che non lo aveva detto ma io avevo accanto come testimone Folloni, allora direttore di Avvenire. Sia Avvenire che l’Editore decisero di considerare il libro (che poi era solo una piccola brochure) come un fatto spiacevole non avvenuto. Accidenti, quante cose avremmo da raccontare noi vecchi…».
Ma come, il più grande e colto dei teologi del post-concilio e del secolo tutto, ormai vecchio per giunta, che si spaventa all’abbaiare di quel cane randagio da teologia da rotocalco che è Küng? Di quel malato di egocentrismo e di fatturati? Ebbene sì, ma non solo di lui, in realtà: di tutto il gotha teologante di lingua tedesca di allora, quello svizzero specialmente: ultraprogressista e di fatto post-cattolico, era molto violento, intollerante, aggressivo, conformista, rivelando l’animo più profondo del teutonico (non c’è niente da fare: scava scava, a lasciagli il predominio su qualcosa, vien fuori..), ossia il barbaro mai morto, che cova in loro sotto le ceneri del perbenismo borghese il quale prima o poi fa divampare sempre un Hitler, un Bismark, una Merkel… l’Attila intramontabile.
ritratto a carboncino di Balthasar
ritratto a carboncino di Balthasar
Mi precisa ancora Messori, di quell’affaire teologico-internazionale:
«Comunque, Balthasar ci fece una  figura  meschina, e tra le più imbarazzanti. Non avendo visto registratori si era pentito e spaventato di quel che aveva detto e  sperava di incastrarmi, dicendo che NON aveva detto che Küng non era neanche più cristiano. Ma a Basilea mi aveva portato Guido Folloni il quale, annusando le polemiche, si era messo il registratore in tasca e il microfono all’occhiello, mascherato da non so quale stemma. Forse quello della Reggiana AC di cui era tifoso. Sperando comunque di pararsi il lato B  almeno nei Paesi germanofoni, senza dirmi nulla von Balthasar mi smentì come un manipolatore in una intervista sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Ovviamente, lo venni subito a sapere e gli mandammo per corriere copia dei nastri. Farfugliò scuse, continuò a parlare di equivoco, anche se per ben tre volte aveva ripetuto, sbattendo il pugno sul tavolo, nel suo bel chalet di Basilea: “Ich wiederhole, meine Herren: Kueng ist nicht mehr christlich!”». Küng non è più cristiano.
Intanto si era mobilitata la lobby dei teologi amici di Küng, anche Folloni si spaventò (la sintesi dell’intervista era apparsa prima su Avvenire), intervennero gerarchi vari e le traduzioni furono bloccate mentre l’originale era ritirato dalle librerie. L’editore lo ritirò istigato “dal Vaticano”, malgrado l’entusiasmo di Giovanni Paolo II che lo aveva fatto tradurre in fretta in polacco, e che se ne era procurate diverse copie che distribuiva personalmente ai suoi visitatori.
Messori fa spallucce e la prende con filosofia: «Vabbé, come sa sono abituato a non prendermela, forse perché non mi prendo troppo sul serio, e ancora una volta mi misi a ridere e lasciai perdere. Peggio per loro…».
Detto così, e dopo avergli convertito in formato word quell’antico testo, mi fa una concessione per Papalepapale: «Questo testo io stesso l’avevo dimenticato e l’ho recuperato per Sua istigazione. Del testo faccia ovviamente quel che crede, se vuole lo pubblichi pure sul suo sito».
Ed eccoci qui, con questa, diciamo così, esclusiva.

sabato 25 febbraio 2012

von balthasar


La preghiera
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La preghiera è l’unico atteggiamento realistico di fronte al Mistero
(H.U. von Balthasar, Verbum caro, Morcelliana, Brescia 1970, 227).
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 Questa è la preghiera: la coscienza di sé fino in fondo che si imbatte in un Altro.
Così la preghiera è l’unico gesto umano in cui la statura dell’uomo è
totalmente realizzata.

don Giussani  da:Il Senso religioso


Postato da: giacabi a 16:29 | link | commenti (1)
preghiere, giussani, von balthasar

martedì, 09 agosto 2011

HANS URS VON BALTHASAR E ADRIENNE VON SPEYR:
UNA CHIESA A DUE VOCI

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HANS URS VON BALTHASAR E ADRIENNE VON SPEYR: UNA CHIESA A DUE VOCI
Giulia Paola Di Nicola1
Presentiamo la storia inusuale della feconda amicizia spirituale tra Adrienne e Hans Urs von Balthasar, due grandi personaggi del Novecento che, provenendo da esperienze e contesti molto differenti, hanno unito i loro destini in una vocazione comune, teologica ed ecclesiale, senza dimenticare la dimensione umana e affettiva che li ha visti per ventisette anni in una comunione piena, travagliata e nello stesso tempo felice.
1. CHI ERA LUI
Hans Urs von Balthasar è di gran lunga più conosciuto e studiato di Adrienne; anche la teologia gode fama di maggiore “nobiltà” tra le scienze. Nasce a Lucerna il 12 agosto del 1905 in una famiglia cattolica (solo il nonno era protestante) e racconta di non avere mai avuto alcun dubbio di fede. Viene chiamato Hans Urs a ricordo di un suo famoso antenato: Franz Urs von Balthasar, umanista e cofondatore della “Società Elvetica”. Nel parlare di sé, Balthasar dice subito che sulla sua vita c’è meno da dire rispetto a quella di Adrienne. «Mi ricordo di silenziose e commoventi messe mattutine da solo nel coro della Chiesa dei francescani di Lucerna, oppure della messa delle dieci nella Chiesa dei Gesuiti, per me bella in modo sconvolgente. Mia madre faceva ogni giorno la ripida strada che portava dalla nostra casa giù alla messa; alle sue preghiere e alla sua morte precoce e dolorosa io devo senza dubbio la mia successiva e fulminea (durante un lungo corso di esercizi per laici) vocazione alla via di Sant’Ignazio»2.
Brillante studente, la sua prima pubblicazione riguarda la musica (“Passavo ore senza fine al pianoforte”): Die Entwicklung der musikalischen Idee. Versuch einer Synthese der Musik (1925). «I semestri universitari nella povera, quasi affamata Vienna dell’immediato dopoguerra m’indennizzarono con una quantità innumerevole di concerti. Dal giorno in cui potei andare ad abitare presso Rudolf Allers... suonavamo la sera a quattro mani per lo più un’intera sinfonia di Mahler. Poi vennero i suddetti Esercizi e, dopo il conseguimento del dottorato, con l’entrata nell’ordine, fu automaticamente finita con la musica»3. S’interessava anche di poesia tedesca (Goethe, Hölderlin, Nietzsche, Hofmannsthal), cosa che successivamente tornerà utile alla teologia, per il fatto di applicare lo sguardo goethiano sulla Gestalt ossia sulla forma complessiva e coerente della totalità, al di là della moderna analitica.
Nel 1929 entra nella Compagnia di Gesù ed ha la possibilità di conoscere e frequentare la migliore intellettualità cattolica del tempo: a Monaco incontra E. Przywara, a Lione H. de Lubac, G. Fessard, J. Daniélou. Studia in profondità la patristica, specie Agostino, Origene, Gregorio di Nissa. Progetta una nuova dogmatica con Karl Rahner. Con Karl Barth stabilisce un dialogo intenso, teso ad approfondire la relazione tra analogia entis e analogia fidei. Scrive: «Privo di questi segnavia non sarei stato capace di comprendere in maniera sufficientemente adeguata e di riprodurre i dettati di Adrienne von Speyr nell’esattezza delle sue intenzioni, come nella quasi incommensurabile ricchezza delle sue penetranti visioni teologiche»4.
1 Il presente testo si trova pubblicato, con qualche variazione, col titolo: Adrienne von Speyr e Hans Urs von Balthasar, nel libro: Come Chiara e Francesco. Storie di amicizie spirituali, a cura di M. Chiaia e F. Incampo, edito da Ancora, Milano 2007, pp. 138-177.) 2 Hans Urs von Balthasar, Unser Auftrag, 1984, tr. it. Il nostro compito, Jaka Book, Milano 1991 (contrassegnato dalla
sigla NC), 28. 3 NC, 28. 4 NC, 30.
1Prima di conoscere Adrienne, decisivo è l’incontro con Paul Claudel, che gli viene presentato da un amico di Lione. Resta affascinato specialmente dalla sua concezione della cattolicità e traduce alcune sue opere: «L’elemento problematico nella Scarpina di raso mi era noto, ma vinsi in due modi l’esitazione: anzitutto l’ardimento del poeta a conferire dimensioni planetarie a un rapporto d’amore tra uomo e donna, e poi la sua volontà di rappresentare, in appoggio alla Commedia di Dante, la dolorosa trasformazione dell’eros in pura agape, anzitutto quello della donna istruita e purificata dall’angelo, e che si sacrifica e si trasforma in una stella guida, la quale poi trascina l’uomo che la segue controvoglia fino alle ultime beate umiliazioni. Ciò che doveva verificarsi per me nell’incontro con Adrienne (sottratta da sempre all’eros), mi è apparso come una trasposizione di questo dramma in una sfera completamente diversa. L’aspirazione verso una cattolicità che nulla omette fu infine ciò che io... avevo cercato e poi trovato in Claudel, ma alla fine in pieno solo nel contenuto della teologia di Adrienne, così come lei stessa alla ricerca della stessa cattolicità l’ha trovato, a partire dal cielo, nel Credo cattolico e nella sua esaltante interpretazione»5.
Quando nel 1940 incontra Adrienne von Speyr, diviene subito suo “accompagnatore” nel cammino dell’anima o, come si diceva allora, “direttore spirituale”. Nel 1944 inizia a raccogliere i dettati di Adrienne, a cominciare dal Prologo di Giovanni, nei Quaderni (Tagebuch) che formeranno 50 opere. B. per starle dietro impara il metodo stenografico. Lei spesso parla nella lingua madre, ossia il francese, che lui deve tradurre in tedesco cercando di non tradire il senso (perciò talvolta conserva la parola originaria). Il lavoro di B. è faticoso: comprensione, stenografia, sistemazione dei contenuti nel sapere teologico, coerenza logica ad un parlare che è rivelazione e illuminazione. Adrienne non spiega, comunica ciò che vede. Non si sofferma a riflettere sulla Parola, ma la trasmette con l’irruenza di chi non vuole alterarla né essere sopraffatto da questioni semantiche. Von B. è attento e stupito di quanto questo parlare rifletta la verità che egli ha studiato e di come venga organizzandosi spontaneamente in una coerenza mai contraddittoria. Sottolinea: «Molto presto i suoi dettati diventano fluidi, le sue proposizioni così ben precise che lei stessa rinuncia ad una revisione ed io posso trascrivere quanto lei dice senza fatica. Talora gira attorno ad un’idea che vuol esprimere, con più espressioni, finché trova quella esatta, allora basta che questa sola venga data alla stampa»6. Del 1945 è la co-fondazione della Comunità di S. Giovanni.
Possiamo immaginare quanto la fonte spirituale che A. rappresentava poteva essere destabilizzante sia per il sapere consolidato del tempo sia per la vocazione di von B., che era sollecitato a fare una valutazione attenta del percorso spirituale che gli si apriva davanti. Dopo varie difficoltà dovute alla incomprensione dei superiori e dopo numerosi esercizi di discernimento, nel 1950 B. si sente costretto ad uscire dall’Ordine. Incontra problemi di ogni genere fino a che ottiene l’incardinazione nella diocesi di Coira (1956). La decisione di abbandonare la Compagnia di Gesù, quella che egli definiva la sua “patria”, testimonia la profonda convinzione che aveva di adempiere alla volontà di Dio svolgendo con A. il compito comune. Se lascia, è perché “...le prove della giustezza del passo erano frattanto evidenti in maniera schiacciante”7. Non è meno acuta la sofferenza per i riflessi della sua situazione su A.: «Per A. l’assunzione di una tale responsabilità fu un peso così smisurato, che lei desiderò morire perché potessi restare nella Compagnia. Indovinai questo desiderio, le proibii una simile offerta e la richiamai all’ideale della major gloria: se questa “esige la mia uscita dalla S. J., io sono pronto ad uscire immediatamente. Non può accadere che, a causa del mio rifiuto, venga abbreviato o mutato qualcosa del compito affidato da Dio»8. Dal canto suo A. ad Einsiedeln sente una voce: “Il tuo destino è davvero troppo pesante, perché include il destino di H. U.”9.
5 NC, 32–33. 6 NC, 43. 7 NC, 17. 8 NC, 17.
9 T 2006. Per la vita di Adrienne, si fa riferimento a: Diario (Tagebuch), contrassegnato dalla sigla T, seguita dal numero di pagina, all’autobiografia (Dalla mia vita, Jaka Book, Milano 1989, sigla MV), a quanto lei racconta di sé in
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Nonostante i travagli, B. mantiene sempre un atteggiamento di correttezza sia nei confronti dei gesuiti che nei confronti di A. Ha chiarito apertamente in privato e in pubblico di aver attinto a piene mani al dono di lei, riconoscendo il benefico influsso da lui subito. Ci tiene particolarmente a non sfruttare il carisma di A. e a sottolineare che anche i grandi testi di patristica scritti prima d’incontrarla sono stati in qualche modo completati e rivisti nell’ottica di A. (“vennero portati avanti e le questioni ivi ancora aperte vennero risolte o confermate nella loro giustezza”).
Nel 1967 muore Adrienne, 21 anni prima di lui (1988), che continua il suo instancabile impegno nella produzione teologica e nella formazione delle anime. Balthasar si spegne un mese dopo aver ricevuto la nomina a cardinale. È tuttora sepolto nel cimitero di Lucerna.
La sua riflessione come teologo ha come asse principale la kenosi divina: intra-trinitaria (lo spogliamento reciproco delle persone divine l’una nei confronti dell'altra), della creazione (Dio che pone fuori di sé creature capaci di opporsi a lui), dell’alleanza, con cui Dio si coinvolge con il suo popolo, e dell'incarnazione, con la passione e la morte del Verbo. Ricorre in lui il tema della “impotenza” di Dio, della “non figura” del Figlio insanguinato e morente sulla croce. La kenosi del Figlio risponde alla costante preoccupazione di Balthasar: “la salvezza per tutti”. Il Figlio subisce l'abbandono del Padre, sino alla condivisione della condanna e alla “discesa agli Inferi”, come una prova della “impotenza” estrema, la sola che ha potere liberante.
La teologia negativa, secondo Balthasar, non è l’incapacità della ragione umana dinanzi all'infinito; è piuttosto la contemplazione del mistero inconcepibile della kenosi divina: lo spogliamento del Figlio non è un atto distinto dal Dio onnipotente, come se il Cristo si separasse dalla sua onnipotenza per ricongiungersi alla condizione umana; è la definizione stessa di Dio nella vita trinitaria. La Passione, la morte, l'abbandono del Cristo sino alla discesa agli inferi rivelano l’essenza di Dio da tutta l’eternità. Il mistero di un Dio sulla croce obbliga la teologia all’umiltà del suo linguaggio, nel rispetto dei limiti di qualsiasi costruzione “teo–logica”.
La presenza di Adrienne, nel mentre conferma e dà spessore alla convinzione di Balthasar sull’importanza del ministero petrino, gli consente di constatare che Dio raggiunge ogni anima passando anche a porte chiuse, al fine di costruire una comunità vivente nella pluralità dei carismi. Gli studi del 1974 sull’autorità di Pietro e sui ministeri sottolineano che il ruolo ecclesiale non può occultare e pietrificare l’amore e che funzione e amore non vanno contrapposti l’uno all’altra10. D’altro canto la prima comunità cristiana non può essere ridotta a Pietro e Paolo e ai tre o quattro carismi citati da S. Paolo (apostoli, profeti, insegnanti...). Meglio prendere in considerazione l’originaria varietà: Maria, madre del Cristo e della comunità, Giovanni, discepolo dell’amore, Pietro pastore, Paolo missionario, Giacomo custode della legge, i Dodici che formano il collegio apostolico, Giovanni Battista, ultimo profeta del Vecchio Testamento e primo martire del Nuovo. La Chiesa appare allora a B., in sintonia col gesuita John McDade, come una fucina complessa, in cui figure diverse si uniscono a costruire un insieme armonico mettendo in comune il proprio carisma a vantaggio di tutti.
Quando B. scrive Der Antirömische Affekt (L’attitudine antiromana”) egli era una stella nascente che guardava ai “Golia” come Küng, Rahner e Schillebeeckx, ex-periti del Concilio, famosi per il successo delle loro idee e delle loro pubblicazioni teologiche. Nel bel mezzo di un periodo rivoluzionario e tumultuoso per la Chiesa, B. rappresentava una novità, col suo senso dell’autorità, che contrastava i sentimenti antiromani. La sua ecclesiologia del discepolato rappresentava una speranza per la Chiesa. Benché alcuni potevano vederlo come un Defensor fidei, dunque un conservatore, egli si qualificava con un forte Sensus Ecclesiae che supponeva un’intima connessione tra discepolato e autorità.
base alla coscienza delle varie età: Geheimnis der Jugend, (1966, tr. it Mistero della giovinezza, che viene indicato con
GJ). Tutte le opere di Adrienne sono state pubblicate dalla Johannesverlag. 10 H. U. von Balthasar, Der antirömische Affekt, ovvero: The Office of Peter and the Structure of the Church Ignatius
Press, San Francisco 1986.
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Non sarà mai possibile quantificare l’influsso esercitato da A., rispetto alla quale B., come sacerdote, si sentiva rappresentante della Chiesa ministeriale e sacerdotale, ma nello stesso tempo anche discepolo, e non solo perché coinvolto umanamente.
2. CHI ERA LEI
Può essere scioccante incontrarsi con questa donna svizzera, medico, protestante convertita al cattolicesimo, mistica, moglie, autrice di oltre sessanta libri sulla spiritualità e sulla teologia, Adrienne von Speyr (1902-1967), che ci è nota grazie a quanto ha scritto lei stessa della sua vita e alla presentazione che ne fa von Balthasar. Nasce il 20 settembre 1902 a La Chaux-de-Fonds, da una famiglia protestante. Il padre, Theodor von Speyr, è un oftalmologo, la madre, Laure Girard, discende da una famiglia di orologiai e gioiellieri famosi di Ginevra e Neuenburg. Adrienne è la seconda figlia. Ha una sorella maggiore, Helen e due fratelli: Wilhelm (Willy, 1905 – 1978, medico) e Theodor (Theo, 1913 ̧ direttore di banca). È una bimba intelligente e attiva, ma già dall’infanzia vive le sue sofferenze: non è facile il rapporto con la sorella e soprattutto si sente rifiutata dalla madre che la rimprovera continuamente, inducendola indirettamente a rafforzare la fiducia in Dio Padre.
Già da piccola vive ben radicata nel suo mondo e nello stesso tempo in un mondo “altro” che la mette in rapporto costante col cielo. Ben presto manifesta dei doni particolari: una volta vede il suo Angelo che le confida che le strade verso la verità sono diverse per sua madre e per lei e le insegna come pregare e fare penitenza. A sei anni ha un incontro misterioso con S. Ignazio. Un’altra volta l’angelo la invita a comporre delle lettere con liste di cartone. Compone così prima IL (con riferimento a S. Ignazio) e poi IJ, con riferimento “al suo amico. Si chiama Giovanni (Jean). Ma chi sia non so”11. Racconta che a nove anni "un angelo" le aveva detto "che i gesuiti erano persone che amavano Gesù completamente e che la verità di Dio era più grande di quella degli uomini, di conseguenza non era possibile dire alla gente cose esatte su Dio se non le si capisce in Dio”12. Non è spaventata da queste esperienze ma se ne domanda il senso e si rafforza nella sua lunga ricerca spirituale.
Le difficoltà dei rapporti con la madre sono compensate dalla vicinanza di una di un papà comprensivo, che di tanto in tanto la porta con sé in visita ai bambini ammalati dell'ospedale, e di una nonna speciale che vive in campagna, cuce per i poveri e le racconta storie varie; soprattutto parla di Dio: «Quando raccontava del buon Dio si era sicuri: lei lo conosceva bene»13. La nonna muore quando Adrienne ha undici anni.
Nei primi anni di scuola, Adrienne vive il rapporto di amicizia con i compagni anche come una missione. Con loro costituisce una società a favore dei poveri. Le capita anche di dover sostituire un’insegnate ammalata. La caratterizza soprattutto una profonda e segreta ricerca di Dio, come risulta dalle pagine del suo Geheimnis der Jugend (un modo di tornare da adulta agli anni prima della conversione)14. È significativo il fatto che dalla madre, dalle amiche, dal pastore venga frequentemente catalogata – con qualche preoccupazione – come filo cattolica, per il suo comportamento e le sue convinzioni. Durante la scuola secondaria rimprovera al suo insegnante di religione, il pastore Junod, di non presentare né discutere l’insegnamento cattolico. Di conseguenza, le verità da lui presentate risultano “come troncate, fatte uscire dal loro contesto, prive di legami”. Dimostra così di avvertire un certo “vuoto” che reclama un Dio diverso da quello presentatele dall’ambiente protestante, austero e rigoroso. Von B. attesta, infatti, che nel protestantesimo A. vedeva soprattutto due lacune: «mancava una madre; erano per così dire
11 GJ, 24. Le notizie su Adrienne si possono anche ricavare da H. U. von Balthasar, Erster Blick auf Adrienne von Speyr, 1968, sigla EB, in parte tradotto in A. von Speyr, Mistica oggettiva, antologia a cura di B. Albrecht, Jaka Book, Milano 1975, in ID., Gebetserfahrung, 1965, tr. it. Esperienza di preghiera, Jaka Book, Milano 1990, oltre che nei ricordi delle amiche co–fondatrici della Comunità di San Giovanni (cf M. Greiner, La comunità di San Giovanni. Un dialogo con Cornelia Capol e Martha Gisi, in “Communio” 109\1990, 95–109).
12 EB, 21. 13 MV, 303. 14 EB, p. 62
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orfani. Un missionario in vacanza le spiegò che nelle missioni c’erano anche le mogli dei missionari e le insegnanti. “evidentemente lui non aveva capito niente”. Solo la visione di Maria... sarà la vera risposta a ciò che mancava. La seconda cosa che A. cercava con disperazione e quasi con petulanza era la vera confessione»15. Si può aggiungere anche che aveva un forte desiderio di obbedire e dunque di avere una comunità che evitasse un rapporto individualistico con Dio. Temeva il rischio dei fraintendimenti e delle inflessioni psicologistiche e si sentiva più sicura se confortata dall’obbedienza a qualcuno fuori di sé e ben visibile in carne ed ossa. Dando una valutazione complessiva A. considera il protestantesimo “il contrario di una promessa”, come una sorta di indietreggiamento in cui “la Parola era sospesa per aria”.
A. si ammala spesso ed è costretta a rimanere a letto per lunghi periodi, particolarmente prima della Pasqua (Venerdì Santo). In ospedale si prende cura delle sofferenze fisiche e psicologiche degli altri pazienti. Il suo desiderio di diventare medico è appoggiato dal padre, non dalla madre che pensa ad un impiego in banca e al matrimonio. È lei che la costringe ad abbandonare il liceo lamentando l’eccessiva compagnia dei ragazzi. Adrienne frequenta allora una scuola commerciale per sole ragazze fino a che il padre non la reintegra nel liceo, dove torna ad essere una leader amata dai compagni per la sua socievolezza, il fascino naturale e il buon umore. Secondo von B.: «Fin dal ginnasio c’erano sempre ragazzi che le svolazzavano attorno: “ho un mucchio di amici, potrei sposarne uno quasi ogni settimana”». Egli aggiunge: «si dissocia istintivamente quando qualcosa sta per scivolare nell’erotico»16.
Nel 1917 Adrienne ha una visione mistica: Maria le appare circondata da angeli e santi. Le trasmette “una gioia forte e dolce” che imprimerà un carattere mariano alla sua spiritualità. In quella occasione le si apre una ferita nella zona del cuore, che non si chiude più. Quando incontrerà von B. nel 1940, riconoscerà chiaramente: «“Ora sei tu colui da cui ho la ferita”. Ella mi aveva visto nella visione – scrive von B. – inginocchiato dalla parte di Maria “Tu sai pure che io ho poi ricevuto la tua ferita, e che il Buon Dio ti ha messo dentro”». B. conclude: «Ero io quello che aveva aspettato e per il quale aveva avuto quella ferita»17.
Con la madre il rapporto è sempre critico, non solo per le scelte concrete della vita ma soprattutto per la visione religiosa del mondo. Adrienne è determinata nel seguire la sua strada e tra le due si scava un silenzio pesante, specialmente dopo la morte del padre, scomparso per una malattia improvvisa quando lei ha quindici anni. Tale morte, che la ragazza ha previsto, provoca un traumatico cambiamento dello stile di vita (senza domestica, trasferimento di casa...). Nel 1918 ha un tale crollo fisico, con tubercolosi in entrambi i polmoni, da far diagnosticare la morte in un anno. Viene mandata a curarsi a Leysin, dove può raccogliersi spesso in preghiera in una cappella e dove vive l’esperienza della povertà, giacché la madre non le invia denaro e nemmeno l’aiutano i cugini, che pure pagano la retta al sanatorio («finalmente appresi, nel più profondo di me stessa, cosa significa essere un mendicante»18). Soprattutto a Leysin prende sempre più coscienza del suo interiore percorso verso la Chiesa cattolica. Secondo Balthasar, le esperienze dolorose la stavano avvicinando a Dio più ancora del generoso servizio reso al prossimo.
Per diventare medico Adrienne deve lottare anche contro lo zio, la salute fragile, la mancanza di mezzi (compensa con più di venti lezioni private a settimana), il maschilismo. Deve lasciare lo studio della musica, in singolare parallelismo con quanto fa von B. a vantaggio della teologia: «La musica mi prese uno spazio sempre più grande, praticamente affogavo in essa e speravo di arrivare a Dio attraverso la musica... per potergli offrire la vita senza riserve... ». Ma comprende che: «non poteva realizzare entrambe le cose: medicina e musica... E così volevo sacrificare la musica per i miei futuri pazienti, mi immaginavo che sarebbe stato meglio per accostarmi ad essi compiere una rinuncia»19. È convinta che per lei diventare medico è il modo d’amare il prossimo
15 NC, 21. 16 NC, 26. 17 Rispettivamente NC, 27 e GJ, 45. 18 Testimonianza rip. In AA: VV., La missione ecclesiale di Adrienne von Speyr, Atti del II Colloquio Intern. del
pensiero cristiano, Istria, Jaka Book, Milano 1986, 38, col titolo Povera per arricchire. 19 MV 199–202.5
e soprattutto di “obbedire a Dio”20, benché anche la medicina abbia il suo limite: «L’imperfetto nella medicina è che non si può prender su di sé quel dolore che tocca agli altri»21. La vita le dà ragione: come medico Adrienne riscuote successo (sessanta - ottanta pazienti al giorno, soprattutto casi particolari, poveri, ragazzi soli..). Sarà la prima donna Svizzera ammessa alla professione. Vi sono testimonianze anche di numerose e miracolose guarigioni.
Nell’estate del 1927, grazie al suo primo periodo di vacanza reso possibile da una somma regalatale da una cugina, conosce un professore di storia, Emil Dürr, vedovo con due figli, che s’innamora profondamente di lei. Per Adrienne non è facile prendere una decisione, ma alla fine lo sposa, come ci riferisce von B., “per compassione”. Sembra in effetti che inizialmente, lo abbia sposato spinta dal desiderio di aiutarlo (giunge a vedere se stessa: «come i martiri che sono in qualche modo nella strettoia, semplicemente prigionieri, senza via d’uscita»22), ma certamente vivendo con lui lo ha amato con cuore di carne. A. racconta: «Credevo molto fermamente di essere destinata alla verginità, ma non ne vedevo la forma; mi sembrava che un legame fosse assolutamente necessario; lo vedevo, anche nel matrimonio, come un legame a Dio, ma come?». A. è dunque incerta sulla sua strada, benché sia una ragazza naturalmente libera dalle pulsioni della sessualità. Teme sposandosi di non fare ciò che Dio vuole, ma sa che rifiutando il matrimonio “farei ancora meno ciò che Dio vuole”. Balthasar conclude: «l’esperienza matrimoniale, che non poté evitare, le divenne utile non solo per la sua professione, ma anche per le sue profonde cognizioni sulla “teologia dei sessi” (fondata sul rapporto Cristo–Chiesa), e per la comprensione del valore positivo della corporeità all’interno di una religione dell’incarnazione; anche se, come è scritto nei diari, anche la verginità le venne ridonata... Ella è fin dal principio incomprensibilmente esposta e insieme inspiegabilmente protetta. Protetta in un’innocenza che fin dall’infanzia la caratterizza»23.
Interessante è il concetto di purezza che matura nella coscienza di A.: il matrimonio la obbliga a collegarlo alla sola volontà di Dio: «Si è creati per ciò che Dio vuole e non per ciò che io voglio. Questo intendo con la parola purezza»24. Resta in lei una sensazione di mistero attorno alla sessualità (“C’è qualcosa che non si comprende affatto. Sul rapporto con uomini”); in ogni caso è convinta che la vita matrimoniale sarebbe impura solo se si cullassero intenzioni impure25. A. trasferisce la sua carica integra di affettività e generosità nei rapporti con il marito, amato “per la sua distinzione e il suo amore” e con i figli di lui. Ha tre aborti. Balthasar scrive in proposito: «Avvennero nel tempo in cui io mi decidevo a diventare prete e religioso. Ed era la risposta per la missione»26. Questo – sempre secondo von B. – l’atteggiamento di A. nei confronti della sessualità maschile: «Nonostante un’informazione rozza e sommaria sui rapporti sessuali verificatasi a Leysin, anche durante gli studi di medicina (dove due bravi suoi compagni la difendevano da eventualità licenziose), non ha avuto vere conoscenze quanto ad organi maschili, benché per un certo tempo dovette più volte cateterizzare uomini e prendere quindi ogni volta in mano il membro virile. Questo pure non le aveva fatto nessuna impressione»27.
Quando il marito muore per una caduta e A. rimane vedova dopo appena sei anni di matrimonio (1934), non le è facile accettare questa inattesa volontà di Dio. Non può recitare le prime frasi del Pater senza provare una sensazione angosciosa. Dopo un periodo di sofferenza, in cui viene aiutata da un amico cattolico e sollecitata a prendersi cura dei figli di Emil, arriva una nuova inaspettata sorpresa: Werner Kaegi, un professore allievo di Dürr, che aveva preso la sua cattedra a Basilea, le fa la sua proposta di matrimonio. A. s’interroga a fondo sulla sua vita. Infine A. matura un consenso cosciente e sereno. Lo sposa nel 1936: «Avevo in modo del tutto
20 Cf NC, 23 e A. von Speyr, Das Buk des Gehorsam, 1966, tr. It. Il libro dell’obbedienza, Il Messaggero, Padova 1983, 4–33.
21 GJ, 195–196. 22 GJ, 241 (NC, 24). 23 NC, 24–25. 24 NC 25. 25 Cf rispettivamente GJ, 170 e GJ, 241. 26 T 1662. 27 NC, 25.
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impersonale l’impressione che lui avesse bisogno di una donna... era così insicuro nella vita... e se già mi amava perché non avrebbe dovuto avere me? E poi ci sono i figli»28. C’è dunque da una parte l’unione solidale ed empatica di A. al “bisogno di una donna” che Werner lascia trasparire e dall’altra l’attenzione ai figli di Emil. Chiosa von Balthasar: «L’unione, a dispetto di un vero affetto, non sarà molto facile. Il matrimonio non viene consumato, così che più tardi A. potrà fare il voto di verginità. Ma senza l’amichevole ospitalità di Werner Kaegi non sarebbero mai stati possibili il mio lavoro con A. e poi la mia dimora in Münsterplatz»29.
Nel frattempo Adrienne si confronta con diversi preti protestanti, ma non trova ciò che cerca. Constata in essi mediocrità, ricerca del prestigio, perbenismo, attitudine alla predica e insistenza sul rigore. Un pastore, padre della sua amica le impone di fatto dodici sermoni. Lei osserva questi modi di fare con distacco interiore, talvolta con umorismo. Fa diversi tentativi d’incontrare preti cattolici, ma non ci riesce, fino all'autunno del 1940, quando viene presentata a von B. (allora gesuita), da poco nominato cappellano universitario a Basilea. Lui è un magnifico e ben assestato “ponte” per entrare nella Chiesa cattolica: Adrienne viene battezzata nella festa di “Tutti i Santi”, con disappunto della sua famiglia. Il giorno del battesimo (“ella crede sì che è già stata battezzata, e che tuttavia con il battesimo cattolico si è aggiunto qualcosa di nuovo”) accade quello che viene giudicato da von B. «un fatto strano. Recitando la confessione tridentina della fede, si blocca alle parole “la Chiesa cattolica extra quam nulla salus” e le salta. Suo marito, che era presente, dirà di aver sentito chiaramente le parole, ma come pronunciate da un’altra voce»30. È probabile che A. vivesse il suo percorso in una continuità discontinua col protestantesimo e che facesse fatica a “rifiutare” la sua storia precedente e a credere nell’impossibilità di salvarsi fuori del cattolicesimo.
Balthasar ha scritto che subito dopo la sua conversione: «una vera inondazione di grazie mistiche si è riversata su Adrienne, come una tempesta che l’ha sconvolta. Grazie ottenute soprattutto durante la preghiera: veniva trasportata oltre la preghiera vocale e la meditazione verso un qualche luogo e un tempo imprecisati». Adrienne sperimenta nuove comprensioni della fede, avverte un'unione sempre più intima con Maria e un nuovo amore per il prossimo. Guidando verso casa una notte, subito dopo la conversione, vede una grande luce davanti all'automobile e sente una voce che le dice: “Tu vivrai in cielo e sulla terra”. L’espressione diviene una linea guida: «Noi operiamo sempre troppe distinzioni tra questi due mondi apparentemente separati. Mi domando se noi non viviamo, nel senso proprio della parola, più lassù che quaggiù»31.
Gli anni successivi al 1940 sono particolarmente duri (attacco di cuore, diabete, artrite e infine cecità), ma anche ricchi di esperienze mistiche (stigmate comprese). La valanga di esperienze spirituali e mistiche non distoglie Adrienne dall’azione: tutto appare all’esterno immutato anche se dentro è stato rivoluzionato. Continua la cura dei poveri e dei malati, l’attenzione particolare alle famiglie e ai bambini. Si aggiungono i confronti appassionanti con Balthasar sulla teologia. È lui ad aprirle i contatti con i grandi teologi cattolici del tempo. A. ha l’opportunità di frequentare Romano Guardini, Hugo Rahner, Erich Przywara, Henri de Lubac, Reinhold Schneider, Annette Kolb e Gabriel Marcel. Insieme a von Balthasar fonda un istituto secolare, la Comunità di San Giovanni.
Tra 1940 e il 1953 detta le sue interpretazioni dei libri della Scrittura. Balthasar ha scritto: «La mia fatica, quando poco dopo cominciarono le straordinarie esperienze di A. consisterà soprattutto nell’inserirle nella tradizione della Chiesa»32; «Raramente dettava per più di mezz'ora al giorno. Durante le vacanze occasionalmente riusciva a dettare per due o tre ore». Egli ha saputo riconoscere l’autenticità delle ispirazioni di A., dare il consenso a trascrivere i dettati,
28 GJ, 299. 29 NC, 259. 30 NC 41. 31 A. von Speyr, Nachlassbände, 10 voll. inediti curati da von Balthasar, ora accessibili e indicati di seguito con la sigla
NB (NB 8, n. 877, 384). 32 NC 41.
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farsi conca e canale della fonte. Benché B. l’abbia aiutata decisamente nel presentarle, farle comprendere e amare i tesori della Chiesa cattolica, nello stesso tempo, egli si riconosce profondamente debitore. In omaggio alle profonde intuizioni di A. dirà: «Un vero insegnamento teologico io non l’ho mai dato ad Adrienne»33. Si dirà convinto inoltre che la produzione di A. sarebbe potuta essere ancora più abbondante, data la fecondità della fonte.
Nel dettare, grande è l’attenzione di A. ad evitare ogni ripiegamento sulla propria psicologia, sul godimento delle rivelazioni personali. In questo senso il suo atteggiamento è asciutto e rigoroso, diffidente dell’elaborazione di una sua dottrina e di una sua missione personale. Si tratta semplicemente di farsi canale, di eseguire e portare avanti ciò che Dio le affida, senza inquinamenti, per non sciupare i talenti che le sono confidati. Come le conferma von B., la sua anima deve diventare un’anima ecclesiale, un’ “Anfora del mistero di Dio” e svolgere un compito mariano, creativo e nello stesso tempo accogliente.
Dal 1954 Adrienne abbandona la pratica medica. È talmente malata che i medici si meravigliano della sua sopravvivenza. Ama ormai niente altro che intrattenersi davanti al SS. Sacramento e stare in compagnia dei santi, di cui neanche sa il nome, ma che von B. riconosce. Mantiene inoltre una fitta corrispondenza con persone che la conoscono e le scrivono dalla Germania e dalla Francia (molte lettere non sono ancora recuperate).
Gli ultimi mesi sono carichi di terribili sofferenze. A., che è ormai cieca dal 1964, le sopporta serenamente, continuando ad interessarsi di tutto e a chiedere scusa all’amico per avergli causato tante difficoltà. Muore a 65 anni, il 17 settembre 1967, festa di S. Ildegarda, mistica e medico. Negli ultimi tempi, è ancora più grata a von B. per la sua vicinanza, riserva una maggiore attenzione alle ragazze della comunità di San Giovanni, dispiaciuta di procurare fastidi agli altri per la sua malattia. Ama dire “Que c’est beau de mourir!”. Sulla pietra sepolcrale è stato scolpito il simbolo della Trinità.
3. L’INCONTRO
Quando Adrienne incontra von Balthasar, lui è già un teologo di fama, con alle spalle una produzione abbondante e qualificata. Lei è una donna sposata, un medico di successo, una persona che ha fatto esperienza di ricchezza e di povertà, di salute e di malattia. Ha avuto un attacco cardiaco con ricovero, ha vissuto l’aridità di una sete inappagata.
Nell’autunno del 1940 un amico comune organizza l’incontro tra i due in una terrazza sul fiume Reno. L’amore per la cultura francese fa da apripista. Infatti parlano di letteratura francese e in particolare dei poeti che von B. stava traducendo: Claudel e Péguy. Ad un certo punto A. prende il coraggio a quattro mani, evidentemente già consapevole di aver incontrato la persona giusta, e confida il suo desiderio di diventare cattolica. «Dio cerca sempre – ha scritto – persone che nel momento decisivo non hanno affatto paura»34. Von B. racconta: «Subito parlammo della preghiera e appena le mostrai che con “sia fatta la tua volontà” non proponiamo a Dio la nostra opera, ma la nostra disponibilità ad essere assunti dalla Sua opera e sempre impegnati in essa, fu come se avessi premuto inavvertitamente un interruttore che di colpo accende nella sala tutte le luci»35.
Gran parte del cammino spirituale in lei era già compiuto, sotto la guida diretta del “Pastore” delle anime e del suo angelo. Lo testimonia l’episodio del periodo di Leysin, quando Adrienne dona conferenze su vari temi (Dostojewskij, la verità religiosa, la libertà...) e impressiona fortemente una ragazza, Luisa Jacques. “Tu mi costringerai a diventare cattolica”, le dice Luisa e un anno dopo è clarissa (morirà a Gerusalemme in fama di santità). E tuttavia la luce che la visione cattolica accese le consentì di colmare le lacune del protestantesimo e stabilire un rapporto con Dio più caldo, più concreto e più completo.
33 NC 42. 34 NB 9, NC 35. 35 EB, 18.
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Balthasar dovette certamente apprezzare in lei la forte personalità, la profonda sete di Dio, nonché uno spirito verginale in una donna sposata ben due volte. Egli ha scritto che le caratteristiche che colpivano maggiormente erano lo spirito gioioso, il coraggio, l’infanzia spirituale. In Il nostro compito (Ignatius, 1994), egli fornisce questo abbozzo del carattere: «Si caratterizzava per umore e intraprendenza... Su pressione della madre aveva dovuto lasciare la High School, ma aveva continuato a studiare il Greco segretamente di notte al lume di candela, in modo da poter continuare al ritmo degli altri. A Leysin ha studiato il Russo. Dopo il suo trasferimento nella High School a Basilea, ha imparato velocemente il tedesco e contemporaneamente ha preso un corso d’inglese... è riuscita a pagare i suoi studi di medicina tramite l'insegnamento». Cita inoltre il suo coraggio raccontando il seguente episodio dell’adolescenza: quando un insegnante colpisce un ragazzo sul volto con un righello, lei scatta in piedi e, facendo voltare l’insegnante verso la classe, grida: "Volete vedere un vigliacco? Eccone uno!"36. Un ulteriore episodio ne è la riprova: un assistente in aula fa un’iniezione ad un malato e gli stronca la vita. L’assistente riversa la colpa sull’infermiera, ma viene protetto dal professore. A. inizia un’opera di boicottaggio delle lezioni di quel professore presso i suoi compagni, tanto da costringerlo a trasferirsi altrove. «Proprio questo coraggio, che sopporta anche dolori fisici estremi, è stata la condizione che le ha permesso, dopo la conversione, di assumere continuamente su di sé, per decenni, ogni specie di sofferenza spirituale e fisica – perfino la partecipazione all’angoscia del Cristo nell’orto degli ulivi e sulla croce – anzi, quando in seguito ne intuì il significato per la riconciliazione del mondo a Dio, pregò di poter avere queste sofferenze a lungo»37.
L’altra caratteristica che dovette colpire Balthasar fu il vivere di Adrienne tra cielo e terra, quasi rompendo le barriere che normalmente si frappongono fra i due mondi. La già ricca esperienza di lei nei contatti con l’al di là, dopo l’incontro con von B. e il battesimo diviene frequentazione quotidiana. I santi sono amici capaci di condurre a Dio rivelandone un volto ancora non conosciuto e originale, in modo da evidenziare un’unità in Dio, nella comunione dei santi, che rispetta ed esalta le differenze. Lo scrive von B. in Il nostro compito: «Non serve a nulla studiare un singolo santo e rappresentarlo nella sua singolarità, proporlo come degno di imitazione, quando non lo si rappresenti nello stesso tempo come una singola porta verso la totalità del Signore... Bisogna vedere Lui illuminato dai santi, ma in pari tempo essi devono avere il loro lume, la lo forma, il loro rilievo affinché tutto non si risolva nella forma del Signore... Dunque si tratta sempre e insieme di universalizzazione e individualizzazione»38.
L’unità delle anime era sorprendente, sul piano culturale, affettivo, spirituale e teologico. Un tale accordo non era stato costruito né cercato, perciò non poteva che avere radici in cielo. Avevano fatto percorsi diversi che ora si ricongiungevano e formavano una mirabile sintonia, in grado di valorizzare le differenze e moltiplicare i frutti spirituali e di intelligenza teologica. Per esempio: Adrienne sarà sempre convinta che la verginità fisiologica si giustifica sulla base di una verginità ontologica nel senso di una consacrazione interiore che fa sì che l’anima appartenga a Dio. Questo tipo di verginità non è una scelta volontaristica o il frutto di un’ascesi, ma un dono gratis dato e un segno dell’amore tra Cristo e la Chiesa. Un tale dono può essere concesso ad una persona al di là delle esperienze tumultuose della sua vita e forse anche grazie a queste («Ella che aveva fatto l’esperienza del matrimonio, più tardi riebbe dal Signore la verginità corporea»39). I consigli evangelici sono apparsi universali ad A. solo se vissuti nell’amore divino. A tal proposito von Balthasar riporta delle sue riflessioni a partire da Origene sulla Chiesa come Casta Meretrix (titolo di un libro che v. Balthasar scrive sull’onda di Sant’Ambrogio): Cristo trova la sua Chiesa caduta dal cielo sulla terra come una donna di malavita, ma Egli la trasforma in una vergine: «Facendo questo lavoro non avevo alcun presentimento che le cose che scrivevo dovevano adempiersi in modo incomprensibile nell’Adrienne maritata, qui veramente
36 MV, 65. 37 NC, 26. 38 NC, 48, nota 9. 39 NC 47, T 1644.
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Personam ecclesiae gerens”, come dicono i Padri»40. È solo un esempio di come molti temi che avevano attratto il teologo e lo avevano portato a riformulare in modo nuovo il pensiero cattolico, erano al contempo oggetto della riflessione di Adrienne, sicché, a loro insaputa, essi avevano fatto un percorso simile, mentre erano distanti fisicamente, geograficamente, culturalmente e religiosamente. Dopo l’incontro hanno potuto riprendere i temi l’uno dell’altra: «...Nel mio ultimo atto della Teodrammatica 5 – scrive von B. – mi sono appoggiato egualmente su di lei e sui testi patristici» (NC, 12). È dopo averla conosciuta che von B. scrive Der Herz der Welt (1945)41.
Adrienne, dal canto suo, aveva trovato il suo tu spirituale, poteva mettere finalmente un punto fermo al suo percorso e trovare quella pace dell’anima che la faceva sentire finalmente a casa. Per A. fu un trovare un appoggio importante, consolante, ratificante. Inveni portum, aveva trovato il luogo dove depositare il suo carico prezioso: «Sa lei che in seguito e in certi momenti anche durante quel tempo (la passione del Venerdì Santo) è una grande opera buona il fatto che Lei c’era. Avevo un luogo dove potevo deporre il mio capo e, nonostante lo spavento, mi rimane un gran bene da quelle stesse lunghe ore, bene che mi è stato donato con la Sua presenza»42.
Lo sceglie e si sente scelta. Rivolge a lui numerose domande chiarificatrici sulla liturgia, sul culto mariano, sul corpo mistico. In breve tempo impara tutto ciò che l’amico può insegnarle sulla preghiera, sui sacramenti, specie la Confessione e l’Eucaristia, sulle verità della fede, sui dibattiti teologici in atto. Ormai è tutta presa dall’opera di Dio, dall’accogliere e fare ciò che Egli ama. Si sente privilegiata, come se Dio le avesse fatto l’onore di desiderare e attendere a lungo il suo consenso: «Dio aspetta il nostro sì»43. Guardando alla vita come se tutta dipendesse da alcuni sì, che delineano la vocazione di ogni persona di fronte alla chiamata e al compito che Dio le affida. Perciò “Il sì di Maria è la prima preghiera cristiana”44, necessaria ad ogni donna e uomo che voglia dirsi tale. Se Maria «avesse respinto la proposta di Dio, sarebbe diventata una pia ebrea, avrebbe condotto una vita senza angosce... Ma ci sarebbe stato in questa rappresentazione un vuoto che sarebbe diventato sempre più intollerabile»45.
L’attesa di quel qualcuno che lei già conosceva interiormente, la sorpresa incantevole dell’incontro, la convinzione di essere al centro della volontà di Dio, nonostante gli ostacoli e le infermità, provocano la riflessione sulle anime chiamate insieme a servire Dio: «Esistono nella Chiesa diversissime specie di missioni. Alcune sono “sole davanti a Dio, come Adamo all’inizio era solo davanti a Dio”, ad esempio la missione di Paolo, Agostino, Ignazio. “Sarebbe totalmente sbagliato se uno, che si sente inviato in questo modo, cominci a percorrere il mondo in cerca di un’integrazione. Ognuno ha ricevuto da Dio ciò che Dio gli dà”. Ma esistono anche “Missioni doppie”, che devono integrarsi come “due metà lunari, dove i singoli di cui si tratta “sono stati prima condotti lunga la complicata strada necessaria affinché alla fine si venisse a una giusta combinazione» (NC, 15).
La loro sarà una vocazione “a due voci” e avrà il suo modello archetipo in Maria e Giovanni, come a formare “l’originaria cellula verginale della Chiesa”. Von Balthasar si sente confermato dagli esempi di Giovanni della Croce e Teresa, Giovanni Eudes e Maria del Vallées, Francesco di Sales e Giovanna di Chantal. I due concludono che: «Si possono dare missioni doppie che esteriormente non lavorano insieme; e ne esistono anche di quelle in cui la cosa decisiva avviene una volta sola per entrambe le parti nel confessionale»46.
Pian piano von B. vede più chiaramente il compito teologico–ecclesiale di A., che si concretizza nel dettare a lui le rivelazioni–riflessioni sul Vangelo di Giovanni, a partire dal maggio 1944 e nella comprensione dell’esperienza del Sabato Santo. A. diviene per lui un
40 NC, 31. 41 H. U. von Balthasar, Il cuore del mondo, Morcelliana, Brescia 1964. 42 NC, 60. 43 NB 312, NC 37. 44 EP, 31. 45 NC 38. 46 T 1993.
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impegno poderoso, che si aggiungeva a quelli inderogabili del suo sacerdozio e del suo impegno teologico. In 27 anni di comunione con A. egli non smise però di occuparsi di lei, di accogliere senza dubitare i suoi dettati, completare e fare discernimento sul suo carisma, avendo sempre più chiaro che le loro missioni sarebbero state combinate e congiunte47. La lettura e l’interpretazione della Parola sono ormai il compito dominante. Nella Parola “ che incessantemente genera in noi il nuovo che apre a Dio”48, A. e von B. cercano la comprensione del mistero e nello stesso tempo il loro specifico compito nella Chiesa, in un intreccio inestricabile tra preghiera ed ermeneutica. Ogni parola viene presa sul serio, meditata, studiata, pregata, rivestita di nuovi significati. A. veglia a che l’esegesi non risulti mai disgiunta dalla spiritualità, senza la quale sarebbe puro esercizio della mente. Grazie alla contemplazione, l’anima viene trasportata nella preghiera del Cristo e in Lui in quella trinitaria. Tutta l’attività pratica, quella teologica ed ecclesiale acquistano senso nella contemplazione di Dio che è preghiera di adorazione: «Nulla è più fondato dell’adorazione – scrive A. – Essa è qualcosa di così eterno che la nostra commozione davanti a Dio è solamente una debole eco dell’eterna commozione di Dio davanti a Dio»49.
4. I TRAVAGLI DELL’UNITÀ
La longevità del dialogo tra A. e von B. attesta la fecondità spirituale e umana della loro sintonia. Eppure vi erano tra i due differenze evidenti sul piano esistenziale e culturale. La Speyr era sposata ed era medico aduso più a concetti teorico–pratici che ad elucubrazioni metafisiche. Si capisce quanto fosse estranea a dispute di carattere teologico ed ecclesiale. Von B. era invece un teologo tipo, piuttosto solitario, un sacerdote gesuita, con un patrimonio di studi patristici alle spalle.
Von B. avverte la responsabilità di questo legame e non vuole viverlo in maniera individualistica, perché si sente pienamente dentro la famiglia della compagnia di Gesù. Non è certo agevole per lui far passare i contenuti dei dettati nell’ambiente angusto del cattolicesimo svizzero e in particolare entro l’ordine dei gesuiti. Essere fraintesi e giudicati è il minimo che poteva aspettarsi. Egli non si lascia fermare, tuttavia si sente stretto tra i gesuiti, cui sa di appartenere. Resta però attento alla sua vocazione, allala necessità di seguire il corso dell’anima di A., di accordare le interpretazioni di A. a quella della esegesi più classica, di muoversi sempre tra ortodossia e accoglienza del carisma. Ne parla con i confratelli e con i superiori, raccontando l’esperienza mistica di lei, chiede che lo sostengano per eventuali pubblicazioni conseguenti alle rivelazioni.
Il superiore si oppone a questo rapporto soprattutto per le “chiacchiere” che in città circolano e danneggiano lui e l’Istituto. Al provinciale le cose arrivano inevitabilmente inquinate. Non mancano momenti di scoraggiamento per l’incomprensione, il senso di solitudine e di amarezza. Soffre per l’interpretazione malevola del suo percorso–compito, per le accuse e i pettegolezzi al suo riguardo, che lo fanno apparire come persona doppia, orgogliosa e sleale. «Devo lasciare a Dio il giudizio su queste cose e lo supplico di illuminarmi. Del resto più qualcuno dei miei confratelli scoprirà in me dei difetti, più io avrò diritto di contare sulle sue preghiere... non c’è verità che nella preghiera»50.
Si riferiscono informazioni negative al vescovo, si frappongono ostacoli alla fondazione della casa editrice (successivamente fondata ad Einsiedeln col nome di Johannesverlag). L’obiettivo è di ricondurlo alla norma, ad essere cioè un gesuita affidabile. Von B. è costretto a recarsi a Roma per parlare con il Padre generale dell’Ordine, ma le cose non si chiariscono. Finisce così che gli viene proibito di frequentare la casa di Adrienne, d’incontrarla nel suo ufficio, di parlare di lei ai
47 Una volta «Adrienne disse che mia madre, che lei aveva incontrato in paradiso (e che senza dubbio ha offerto la sua grave malattia e la sua morte precoce per la mia vocazione sacerdotale), mi aveva affidato a lei: T 961» (NC, 50).
48 EP, 18. 49 MP, 69–70. 50 H. De Lubac, Mémoire sur l’occasion de mes écrits, Culture et Vérité, Namur 1989, 371–72, tr. it E. Guerriero, Hans
Urs von Balthasar, Jaka Book, Milano 1991, 371–377.
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novizi. Si può immaginare quanto A. trovi assurdo un tale atteggiamento e d’altra parte si sente indirettamente responsabile delle peripezie gesuitiche che von B. deve sopportare per causa sua. Ella si assume anche responsabilità che non ha, fino a desiderare di morire pur di non nuocere a von B.. Nello stesso tempo vede con obiettività i limiti della Compagnia: «L’attuale Compagnia di Gesù, come la maggior parte degli altri Ordini, sono a tal punto convinti della giusta forma in essi impressa, da pensare di non dover più ascoltare la voce sempre presente di Dio»51.
Benché sia l’uno che l’altra abbiano affrontato e parlato del loro rapporto in modo semplice e chiaro, senza esibirlo e senza ad ogni costo nasconderlo, entrambi in vita si sono sentiti minacciati dallo sguardo sospettoso, talvolta ironico, dai fraintendimenti o piuttosto pettegolezzi, che circolavano tra gli amici comuni, a Basilea. Inevitabilmente i due si saranno chiesti se abbandonare o perseverare sino a mettere a dura prova la profondità del loro legame. La decisione finale era sempre la stessa: rimanere legati in un cammino durato quasi un trentennio, nella consapevolezza di percorrere la strada che Dio aveva segnato per loro e che il loro rapporto non li distoglieva, ma li rafforzava nella specifica vocazione ecclesiale. Le critiche, le proibizioni non l’hanno avuta vinta perché entrambi hanno saputo tenere fermo il timone verso quello che hanno sempre considerato il compito richiesto loro da Dio. Erano del resto in grado di esercitare un sano e attento discernimento e di padroneggiare la dimensione affettiva, nel senso di orientarla alla comune vocazione e missione, nel rispetto delle differenze. Come ha scritto opportunamente P. Ricci Sindoni: «Si può al riguardo accettare l’espressione di J. Roten che parla di una “intimità oggettiva”, di un legame forte che, pur radicato nella reciproca dimensione della loro esperienza umana, è in grado di trascendere una simbiosi psicologico–spirituale, per rivelare il carattere teleologico della missione comune. Ciò significa “ricevere e trasmettere” (compito di Adrienne), “ponderare e interpretare” (compito di von B.), perché fosse poi possibile insieme immettere la Parola di Dio nella realtà umana tramite la riscoperta della vocazione “cattolica” di tutta la Chiesa»52.
Le conclusioni del pellegrinare di von B. non furono piacevoli né coerenti: fu invitato a rimanere tra i gesuiti ma a determinate condizioni, fu dissuaso a lasciare l’Ordine, fu invitato a considerare la sua incapacità personale di tenere fede alla scelta vocazionale. L’iter durò un anno e mezzo e si concluse l’11 Febbraio 1950 con l’uscita dalla Compagnia. A H. U. v. B. rimase la sensazione di essere stato intrappolato e che la sua uscita si sarebbe potuta evitare se ci fosse stata una buona disposizione da parte di tutti.
La realizzazione di una certa forma di reciprocità uomo–donna, nel campo teologico e mistico aveva avuto un effetto dirompente, anche per il fatto che l’obbedienza piena di A. al suo confessore aveva per contrappeso l’obbedienza di lui al carisma di lei: «Questa obbedienza, basilare in ogni senso, concerneva in ultima analisi ambedue le parti e venne portata fino alle ultime conseguenze»53. L’esito sofferto ma inevitabile di questa disposizione obbediente anche da parte di lui è l’uscita di lui dalla Compagnia di Gesù, che era «per quanto mi riguarda la “patria” a me donata e amata sopra ogni cosa»54. Per von B. si trattò di accettare una lacerazione voluta da Dio stesso: «Il pensiero che si dovesse “lasciar tutto” più di una volta nella vita, per seguire il Signore, anche un Ordine, non mi era mai venuto e mi colpì come un duro colpo»55. De Lubac ha pubblicato la lettera di saluto che von B. ha scritto ai confratelli e nella quale egli conferma che il suo uscire dalla compagnia origina da una interiore obbedienza a Dio: “Dio mi ha riservato un incarico personale, particolare, che io non posso affidare ad altri”56.
51 NB, n. 1925, NC, p. 54. 52 P. Ricci Sindoni, Adrienne von Speyr, SEI, Torino 1996, p. 20. 53 NC, 17. 54 NC, 17. 55 NC, 53. 56 Egli si era venuto a trovare nel contrasto tra la voce di Dio e quella della Compagnia, proprio ciò che un laico come Silone descrive nel romanzo Severina, una suora che esce dall’Istituto per seguire la voce
di Dio e rifiutare i compromessi (cf I.Silone, Severina, in Romanzi e Saggi, II, Mondadori, Milano 1999, 1441-1488; cf anche G. P. Di Nicola- A. Danese, I. Silone. Percorsi di una coscienza inquieta, Fondazione Silone, Roma 2005).
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Molti si sono domandati perché A. ha dettato le sue intuizioni solo a von B. A suo tempo è stato fatto persino un tentativo di sostituire von B. con un giovane gesuita amico di entrambi, pensando che la cosa essenziale fosse il ruolo ministeriale. A. non accettò la sostituzione: di fronte al sostituto, dopo poche parole s’interruppe. Non poteva andare avanti senza che ci fosse la stessa condivisione delle anime e del progetto: le persone non sono intercambiabili e tanto meno i rapporti di vera amicizia. Si capisce che non è un prete in quanto prete il destinatario dei dettati. Solo con von B. è possibile generare quell’atmosfera di reciprocità che è il terreno più adatto all’accoglienza, è lui l’amico dell’anima, il fratello che non dubita della verità dei dettati, non si stanca, non si lascia sopraffare dalle critiche, le è unito per vocazione, il confessore mediatore tra la fonte divina e il destinatario, cioè la Chiesa. Il suo sacerdozio sa essere servizio e contemplazione dell’Opera che Dio vuole fare tramite A. Inoltre egli, come esperto e noto teologo, ha la possibilità di rendere i dettati compatibili col patrimonio della Chiesa cattolica, di farne perciò un uso universale e non il diario intimo di una donna graziata dall’amore di Dio. Il dovere di A. di essere veramente cattolica passa per von B.
Dal canto suo von B. vuole essere fedele e non perdere alcunché di ciò che scaturisce dalla meditazione della Parola. Avverte il privilegio di essere chiamato ad essere l’unico interlocutore e nello stesso tempo il peso di questo compito oneroso. Egli trascriverà più di sedicimila pagine in più di trenta anni e le preparerà per la stampa insieme alle lettere, alle pagine autobiografiche e ai volumi postumi.
Le difficoltà di quel periodo (che s’intrecciano con la fondazione della comunità di S. Giovanni) preparano anni di solitudine e lontananza. Von B., dopo l’uscita dall’Ordine si trasferisce a Zurigo, città accogliente per eccellenza e incrocio di culture, per poi spostarsi in altri paesi europei, cercando i mezzi per sopravvivere attraverso conferenze, scritti e incontri di vari.
A. e von B. rimangono lontani sei anni senza lasciare che le difficoltà scalfiscano i due impegni principali che essi hanno in comune: la comunità di S. Giovanni e l’elaborazione del pensiero teologico a partire dalle esperienze mistiche di Adrienne. Alla fine, la situazione precaria di von B. si risolve con l’incardinamento nella diocesi di Coira nel 1956, che gli consente di riprendere l’attività a Basilea. Il dolore degli strascichi infiniti a cui la loro relazione aveva dato luogo non spegne la convinzione della bontà del loro compito ma diviene addirittura propulsore dell’impegno nella comunità di S. Giovanni. Dalla sofferenza scaturisce il bene aggiuntivo di una maggiore vicinanza: von B. si trasferì in casa Kaegi, vivendo con la famiglia di Adrienne per quasi 15 anni.
Vengono poi anche i riconoscimenti: il Premio Romano Guardini nel 1971, il premio dell’Istituto Paolo VI del 1985, l’apprezzamento di G. P. II, che lo insignì della porpora cardinalizia (1988), gli studi che si moltiplicarono attorno al suo pensiero, senza contare le numerose lauree h. c., e tutti gli altri riconoscimenti nelle varie parti del mondo.
Lei non ha avuto gli stessi riconoscimenti. Eppure le riflessioni teologiche di von B. sono impregnate dei dettati di Adrienne, tanto che sarebbe impossibile distinguere in modo preciso il pensiero dell’uno da quello dell’altra. Tutto è stato ridiscusso: la scelta dei temi, il modo di svilupparli e concepirli, il continuo supermento della distanza tra teologia a tavolino e teologia in ginocchio, le meditazioni sulla Chiesa, sulla missione, sui tre giorni della Settimana Santa, sull’obbedienza e su Maria. Von B. ha sempre voluto che il carisma specifico di A. fosse riconosciuto in quanto prettamente ecclesiale e cristologico.
Vi sono tra i due amici momenti in cui è lui a “guidare” ed altri in cui è lei. Infatti A. da una parte è obbediente, come si confà ad un’anima assetata di cattolicità, dall’altra non si può dire che accetti tutto pedissequamente. Von B. racconta: «La sua gratitudine per il mio accompagnamento e talvolta anche per l’aiuto teologico non la tratteneva... dal darmi ammonimenti anche drastici, anche per strada. Qualche esempio: “Tu non devi lavorare così tanto. Devi dormire ed essere grato: questo sei senz’altro tu, ma devi dormire e riposare, perché i
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pochi giorni di vacanza portino frutto”. “Prego, Lei si riposi davvero, ne ha proprio bisogno, e Lei non deve produrre libri senza interruzione”»57.
Guardando a ritroso all’incontro delle due strade, von B. conclude: «Nel nostro caso era prevista un’intensa collaborazione, volta a un’opera esterna comune, la cui lunga preparazione... era già interiormente orientata verso un’integrazione. Tutto ciò richiedeva due cose: una forte diversità delle strade – per lei ci fu una ricerca in apparenza interminabile della verità cattolica, la professione di medico, anche l’esperienza del matrimonio – ; per me la formazione filologica, poi filosofico–teologica, volta alla conoscenza della tradizione spirituale della Chiesa, all’interno della quale poi fui in grado di situare quanto c’era di speciale e di nuovo nelle intuizioni di Adrienne – e in egual modo un’affinità o coordinazione che fece accordare il diverso nel complementare»58.
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von spyr, von balthasar


La Bellezza
***
La nostra parola iniziale si chiama bellezza. La bellezza è l’ultima parola che l’intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto. Essa è la bellezza disinteressata senza la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ma la quale ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza. Essa è la bellezza che non è piú amata e custodita nemmeno dalla religione, ma che, come maschera strappata al suo volto, mette allo scoperto dei tratti che minacciano di riuscire incomprensibili agli uomini. Essa è la bellezza alla quale non osiamo piú credere e di cui abbiamo fatto un’apparenza per potercene liberare a cuor leggero. Essa è la bellezza infine che esige (come è oggi dimostrato) per lo meno altrettanto coraggio e forza di decisione della verità e della bontà, e la quale non si lascia ostracizzare e separare da queste sue due sorelle senza trascinarle con sé in una vendetta misteriosa. Chi, al suo nome, increspa al sorriso le labbra, giudicandola come il ninnolo esotico di un passato borghese, di costui si può essere sicuri che – segretamente o apertamente – non è piú capace di pregare e, presto, nemmeno di amare. Il secolo XIX si è ancora aggrappato, in un’ebbrezza appassionata, alle vesti della bellezza fuggente, alle cocche svolazzanti del vecchio mondo che si dissolveva (“Elena abbraccia Faust, il corporeo svanisce, la veste e il velo gli rimangono tra le braccia... le vesti di Elena si dissolvono in nubi, circondando Faust, lo sollevano in alto e si dileguano con lui”, Faust II,atto III); il mondo illuminato da Dio diventa apparenza e sogno, romanticismo, presto ormai soltanto musica, ma, dove la nube si dissolve, rimane l’immagine insostenibile dell’angoscia, la nuda materia; poiché però non c’è piú nulla e tuttavia si ha pur bisogno di abbracciar qualcosa, allora si spinge l’uomo del nostro tempo a questo Imene impossibile, che alla fine gli fa venire in uggia qualsiasi forma di amore. Ma ciò di cui l’uomo non è piú capace, ciò per cui è diventato impotente, non può piú, proprio perché si sottrae alla sua sottomissione, essere da lui sostenuto. Non resta che negarlo o circondarlo di un silenzio di morte.
In un mondo senza bellezza – anche se gli uomini non riescono a fare a meno di questa parola e l’hanno continuamente sulle labbra, equivocandone il senso –, in un mondo che non ne è forse privo, ma che non è piú in grado di vederla, di fare i conti con essa, anche il bene ha perduto la sua forza di attrazione, l’evidenza del suo dover-essere-adempiuto; e l’uomo resta perplesso di fronte ad esso e si chiede perché non deve piuttosto preferire il male. Anche questo costituisce infatti una possibilità, persino molto piú eccitante. Perché non scandagliare gli abissi satanici? In un mondo che non si crede piú capace di affermare il bello, gli argomenti in favore della verità hanno esaurito la loro forza di conclusione logica: i sillogismi cioè ruotano secondo il ritmo prefissato, come delle macchine rotative o dei calcolatori elettronici che devono sputare un determinato numero di dati al minuto, ma il processo che porta alla conclusione è un meccanismo che non inchioda piú nessuno e la stessa conclusione non conclude piú.
E se è cosí dei trascendentali, solo perché uno di essi è stato trascurato, che ne sarà dell’essere stesso? Se Tommaso poteva contrassegnare l’essere come “una certa luce” per l’ente, questa luce non si spegnerà là dove si è disimparato il linguaggio della luce stessa e non si lascia piú che il mistero dell’essere esprima se stesso? Ciò che avanza è solo una porzione di esistenza che per quanto, come spirito, pretenda attribuirsi anche una certa libertà, rimane tuttavia completamente oscura e incomprensibile a se stessa. La testimonianza dell’essere diventa incredibile per colui il quale non riesce piú a cogliere il bello.


H. U. von Balthasar, Gloria,Jaca Book, Milano, 1985, vol. I, pagg. 10-12

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bellezza, von balthasar

mercoledì, 15 giugno 2011


Nessuno conosceva il nome del Padre
***

 
“Va' e rimettilo in ordine, il Padre gli disse. Allora è venuto e, come uno straniero, s'insinuò nel formicaio dei mercati. Passò accanto alle baracche dove i prudenti e gli astuti offrivano le loro merci, vide le mani febbrili dei venditori rovistare tra tappeti e gioielli; udì le consorterie dei sapienti lodare le nuove invenzioni: modelli di stati e di società, ricette per vivere felici, macchine volanti verso l'assoluto, trabocchetti e immersioni verso il nulla beato. Passò accanto alle statue degli dei, noti ed ignoti, diede un' occhiata nelle riserve dello spirito, dove balle e botti si ammucchiavano a torre (giacché, fin dallo stadio animale, c'è nel sangue dell'uomo l'istinto alla sicurezza e al nascondiglio), alzò il sipario di certe locande, dove l'assenzio del sapere segreto offre l'accesso ad inferni o paradisi artificiali. Salì sopra un monte, vide paesi, sentì ridere e piangere, notò in qualche alcova uomini e donne aggrovigliarsi furenti e nella stanza vicina gemere una partoriente; morti venivano portati fuori accanto a bambini che andavano a scuola. Venivano costruite città sulle ceneri di abitazioni precipitate, qui infuriava la guerra, là si stendeva sazia la pace; l'amore rideva di odio, e l'odio di amore crudele, fiori e marciume, vizio e innocenza crescevano disperatamente l'uno nell'altra e mescolavano inestricabilmente il loro odore. Un grande immenso rumore confuso di mille voci usciva dal turbinio, polvere e fumo vorticavano insieme, e tutto sapeva dolcemente di luridume e di corruzione. Nessuno conosceva il nome del Padre”
H.U. von Balthasar, Il cuore del mondo

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von balthasar

lunedì, 21 giugno 2010

Il regalo di beni esterni
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Il regalo di beni esterni è sempre inessenziale nell’amore, un espediente di ripiego, il quale mira a eliminare se stesso, a riempire l’ineguaglianza, gli spazi intermedi. Solamente quando non ci sarà più nient’altro da donare che amore, questo amore sarà gratuito alla piena misurazione.
[Hans Urs Von Balthasar]

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von balthasar, amore

lunedì, 01 marzo 2010

La bellezza

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 La nostra parola iniziale si chiama bellezza. La bellezza è l’ultima parola che l’intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto. Essa è la bellezza disinteressata senza la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ma la quale ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza. Essa è la bellezza che non è piú amata e custodita nemmeno dalla religione, ma che, come maschera strappata al suo volto, mette allo scoperto dei tratti che minacciano di riuscire incomprensibili agli uomini. Essa è la bellezza alla quale non osiamo piú credere e di cui abbiamo fatto un’apparenza per potercene liberare a cuor leggero. Essa è la bellezza infine che esige (come è oggi dimostrato) per lo meno altrettanto coraggio e forza di decisione della verità e della bontà, e la quale non si lascia ostracizzare e separare da queste sue due sorelle senza trascinarle con sé in una vendetta misteriosa. Chi, al suo nome, increspa al sorriso le labbra, giudicandola come il ninnolo esotico di un passato borghese, di costui si può essere sicuri che – segretamente o apertamente – non è piú capace di pregare e, presto, nemmeno di amare. Il secolo XIX si è ancora aggrappato, in un’ebbrezza appassionata, alle vesti della bellezza fuggente, alle cocche svolazzanti del vecchio mondo che si dissolveva (“Elena abbraccia Faust, il corporeo svanisce, la veste e il velo gli rimangono tra le braccia... le vesti di Elena si dissolvono in nubi, circondando Faust, lo sollevano in alto e si dileguano con lui”, Faust II, atto III); il mondo illuminato da Dio diventa apparenza e sogno, romanticismo, presto ormai soltanto musica, ma, dove la nube si dissolve, rimane l’immagine insostenibile dell’angoscia, la nuda materia; poiché però non c’è piú nulla e tuttavia si ha pur bisogno di abbracciar qualcosa, allora si spinge l’uomo del nostro tempo a questo Imene impossibile, che alla fine gli fa venire in uggia qualsiasi forma di amore. Ma ciò di cui l’uomo non è piú capace, ciò per cui è diventato impotente, non può piú, proprio perché si sottrae alla sua sottomissione, essere da lui sostenuto. Non resta che negarlo o circondarlo di un silenzio di morte.
In un mondo senza bellezza – anche se gli uomini non riescono a fare a meno di questa parola e l’hanno continuamente sulle labbra, equivocandone il senso –, in un mondo che non ne è forse privo, ma che non è piú in grado di vederla, di fare i conti con essa, anche il bene ha perduto la sua forza di attrazione, l’evidenza del suo dover-essere-adempiuto; e l’uomo resta perplesso di fronte ad esso e si chiede perché non deve piuttosto preferire il male. Anche questo costituisce infatti una possibilità, persino molto piú eccitante. Perché non scandagliare gli abissi satanici? In un mondo che non si crede piú capace di affermare il bello, gli argomenti in favore della verità hanno esaurito la loro forza di conclusione logica: i sillogismi cioè ruotano secondo il ritmo prefissato, come delle macchine rotative o dei calcolatori elettronici che devono sputare un determinato numero di dati al minuto, ma il processo che porta alla conclusione è un meccanismo che non inchioda piú nessuno e la stessa conclusione non conclude piú.
E se è cosí dei trascendentali, solo perché uno di essi è stato trascurato, che ne sarà dell’essere stesso? Se Tommaso poteva contrassegnare l’essere come “una certa luce” per l’ente, questa luce non si spegnerà là dove si è disimparato il linguaggio della luce stessa e non si lascia piú che il mistero dell’essere esprima se stesso? Ciò che avanza è solo una porzione di esistenza che per quanto, come spirito, pretenda attribuirsi anche una certa libertà, rimane tuttavia completamente oscura e incomprensibile a se stessa. La testimonianza dell’essere diventa incredibile per colui il quale non riesce piú a cogliere il bello.
H. U. von Balthasar, Gloria, Jaca Book, Milano, 1985, vol. I, pagg. 10-12


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bellezza, von balthasar

martedì, 05 gennaio 2010


La bellezza
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La nostra parola iniziale si chiama bellezza. La bellezza è l’ultima parola che l’intelletto pensante può pronunciare, perché essa non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto
H.U.von Balthasar, La percezione della forma

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bellezza, von balthasar

martedì, 29 dicembre 2009

Colui che abbiamo sfuggito ***



Colui che abbiamo sfuggito, ci ha seguito.

Colui che avevamo perso, si è riunito a noi,

Ci ha raggiunto nella nostra miseria,

e si è umiliato nelle nostre mani.

Abita nel vino dei calici e nel pane bianco degli altari.

Tu, o Chiesa, lo stendi sulle nostre labbra affamate.

Tu lo sprofondi nel cuore della nostra solitudine,

per dischiuderla come una porta disserrata.

 

                 Gertrud von le Fort (1876 -1971)


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von balthasar

venerdì, 07 agosto 2009

È l’uomo libero che diventa giusto ***
 « Solo l’uomo libero è capace di stabilire dei rapporti veri, è l’uomo libero che diventa giusto e non l’uomo giusto che diventa libero. L’Esodo comincia con la liberazione; dopo, all'interno di questa liberazione (operata da Dio), si può chiedere al popolo di stabilire dei rapporti giusti. La decisione di giustizia parte dall’uomo; se il suo cuore è schiavo, egli non può avere il concetto di rapporti giusti, guardate Lenin. Non ci sono esempi di rivoluzioni che non abbiano rafforzato il regime amministrativo e poliziesco. Non dimentichiamo che Satana si traveste da angelo di luce. Le nostre illusioni sono spesso a base di generosità. La libertà degli altri non è qualcosa che io scelgo. Non ne sono la fonte. La perversione del paternalismo porta a proclamare: io scelgo il tuo benessere, la tua felicità. Ora, il mondo è pieno di questa pretesa, di scegliere la nostra felicità, è perfino un tema politico. In questo mondo il Vangelo è inintelligibile. Leggete tutto il libro, pubblicato da Centurion, 1984. La politicizzazione della carità è quindi un altro modo di pervertire la follia della Croce.»
Von Balthasar al meeting di Rimini1984

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von balthasar


Il tradizionalismo
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 « Esso non nega espressamente lo scandalo del Cristo e quello della sua Chiesa, ma il centro del suo interesse è altrove: nell’affermazione che non si deve toccare il deposito tramandato che per esso si esprime innanzitutto nella “lettera”: la “lettera” della messa di Pio V, la “lettera” dei Concili precedenti, il Vaticano II il quale, interpretando alcune verità secondo lo Spirito, avrebbe tradito la “lettera” e sarebbe perciò inaccettabile. Questo è la negazione implicita della presenza di Cristo per mezzo atteggiamento dello Spirito nella Chiesa di tutti i tempi, quindi anche in quella d’oggi.
Lo scisma rappresentato dal tradizionalismo estremo e antiromano non è che una nuova forma di un letteralismo sopraggiunto dopo ogni Concilio ecumenico importante, fin da Nicea e Calcedonia. È una forma di razionalismo che, invece di credere allo Spirito che regna nella Chiesa, si fida del proprio sapere, del proprio maggior sapere, e tradisce quindi la folle sapienza di Dio per aderire alla propria umana sapienza
Von Balthasar al meeting di Rimini1984

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von balthasar


“progressismo”
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 «è un aperto rifiuto dello scandalo, si deve adattare la dottrina cristiana alla comprensione dell’uomo d’oggi
Von Balthasar al meeting di Rimini1984

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von balthasar

giovedì, 18 dicembre 2008

Nella Chiesa l’amore è sempre più veloce del ministero
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Correvano tutti e due insieme. Ma l’altro discepolo fu più svelto di Pietro e arrivò per primo al sepolcro. Entrambi corrono più in fretta che possono, ma nella Chiesa l’amore è sempre più veloce del ministero. Si accorge più in fretta di quello che bisogna fare, e si impegna sempre con generosità. Il ministero, anche quando procede con la massima rapidità, non può raggiungere l’amore. Il ministero deve farsi carico di tutti, deve cercare di portare avanti tutti, deve tener conto di tutti, deve sforzarsi di agire nel modo più uniforme. Non può andare al Signore soltanto con quelli che camminano più in fretta, deve preoccuparsi di tutto il gregge che gli è stato affidato, non deve abbandonare i lenti e i tiepidi. L’amore consiste nella generosità: in questo è più rapido… Ma l’amore non è un pazzo che corre in maniera insensata. Entrambi corrono insieme. L’amore rimane in contatto col ministero e a sua disposizione, ma nello stesso tempo lo trascina
H. Urs von Balthasar


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von balthasar

giovedì, 20 novembre 2008

I santi
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" sono appesi in croce tra l'aldiqua e l'aldilà; esiliati dalla terra e non ancora accolti in cielo; da questa loro posizione, come da un pulpito, predicano con tutta la propria vita il cielo sulla terra

Hans Urs von Balthasar

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santi, von balthasar

sabato, 04 ottobre 2008

l’abitudine!
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“Piano piano, inavvertitamente tutto ciò che la mia vita sarebbe potuta essere è diventato un meccanismo, dietro al quale la mia anima si è messa a riposo. La vita è così lunga, la continua ripetizione dell’identico così addormentante; chi abita presso la cascata non sente più, dopo una settimana, il rumore dell’acqua. Così abbiamo disimparato la vigilanza, la vista sveglia. Le sfere cantano, ma noi sentiamo ormai solo noi stessi e la cantilena dei nostri interessi. Fessure vengono otturate sempre più spesso, la voce divina viene sempre più ovviamente soffocata, murata, demolita nel sistema autonomo della nostra vita. […] Sotto il peso della mia buona coscienza, dentro il largo ripostiglio del mio buon cuore, la voce della verità è stata soffocata. Da troppo tempo è ammutolita
 H.U. von Balthasar, Il cuore del mondo


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von balthasar

giovedì, 02 ottobre 2008

Ti amerò domani
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“L’occhio che indefesso guarda verso di me intende sempre l’oggi: «Precisamente adesso voglio essere amato». Ma io abbasso i miei occhi e dico: ti amerò domani. Domani vedrai che cosa sono capace di fare per te. Il sacrificio che ti offrirò. Domani ti pagherò il doppio se mi concedi anche solo l’ora odierna. […] Sono addirittura pronto a prendere su di me la tua croce, a fare la tua via crucis stazione per stazione fino al sacrificio totale, fino alla morte definitiva. Ma a una condizione: domani. Voglio anche tapparmi l’orecchiò, lo voglio già oggi, in mezzo al piacere, già ci penso e me lo tengo chiaro davanti agli occhi: domani ti seguirò. Come il condannato ad ogni boccone del suo ultimo pranzo pensa a domani, così io penso a te, con il proposito di darmi a te. Ma domani, domani, non oggi”
H.U. von Balthasar

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martedì, 30 settembre 2008

Prigionieri di noi stessi
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La sorgente della vita, inesauribilmente aperta per me, che muoio di sete. Lo sguardo è interamente calmo, non ha un briciolo di forza magica, di costrittività ipnotica. È uno sguardo che domanda, mi lascia libero. Sul suo fondo si alternano le ombre dello struggimento e della speranza. Abbasso gli occhi; guardo da lato. Non voglio affrontare quegli occhi per dirgli in faccia di no. Lascio loro il tempo di volgersi altrove, di ritirarsi nella loro caverna che è l’eternità. Di farsi crepuscolari, di scomparire. Non sono a casa; il signore fa dire che non è disponibile per il momento. Lascio a quegli occhi il tempo di lasciar di nuovo calare le pesanti palpebre dell’eternità, il sipario. Per un secondo, proprio nell’attimo in cui me ne rendo conto. Troppo tardi, mi trapassa un dolore senza nome: la felicità è giocata, l’amore disprezzato, nessuno me lo riporta indietro! La porta del carcere riempie il castello col suo rumore: prigioniero un’altra volta. In ciò che mi è così caro, così odioso: in me stesso
H.U. von Balthasar, Il cuore del mondo


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lunedì, 29 settembre 2008

Non ho voglia!
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“Lo so, dovrei; ma non ho voglia. Mi do per sordo, mi raggomitolo, divento ispido: nessuno deve permettersi di toccarmi. La freccia della chiamata, esattamente mirata, si spunta su di me. Ho una pelle dura, una pelle ben ingrassata; su di essa scivola il richiamo come acqua su piume di anitra. Mi rifaccio ai miei diritti, garantiti molto in alto, in forza della natura che ho ricevuto, che io sono, in forza degli impulsi e delle abitudini radicatesi in me che vogliono vita e sviluppo. Che nessuno mi contesti questi diritti, neppure in alto loco. E se qualcuno osasse tentarlo, deve saperlo: non ho voglia
 (H.U. von Balthasar, Il cuore del mondo).

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mercoledì, 24 settembre 2008

L’Amore di Cristo in croce
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 “Dove ho vinto io se non sulla croce? Siete ciechi come giudei e pagani, fino a vaneggiare che il Golgotha sarebbe la mia caduta e bancarotta, e credete che solo più tardi, tre giorni più tardi, mi sarei ripreso dalla mia morte e che sarei emerso arrampicandomi a fatica dall’abisso dell’Ade di nuovo in mezzo a voi? Ecco: questo è il mio segreto e non ne esiste un altro in cielo o sulla terra: la mia croce è salvezza, la mia morte è vittoria, la mia tenebra è luce. Allora, quando io pendevo nel mio martirio, e lo spavento mi invadeva l’anima per l’abbandono, la riprovazione, l’inutilità della mia vita, e tutto era oscuro, e solo la rabbia della massa fischiava sarcasmi contro di me, mentre il cielo taceva, serrato come la bocca di chi dispregia - ai polsi però pulsava il mio sangue attraverso le porte aperte delle mani e dei piedi, e più vuoto diventava il mio cuore ad ogni battito, la forza usciva da me in ruscelli, e in me rimaneva solo impotenza, stanchezza mortale e il senso di un fallimento infinito - e alla fine si avvicinava il misterioso luogo, l’ultimo, sull’orlo dell’essere, e poi la caduta nel vuoto e il ribaltare nell’abisso senza fondo, il dileguare, finire, sfinire. L’immensa morte, che io da solo morivo (a voi tutti questo è risparmiato mediante la mia morte e nessuno farà l’esperienza di che cosa significhi morire): questa fu la mia vittoria. Mentre cadevo e cadevo, il mondo nuovo saliva. Mentre ero sfinito oltre ogni debolezza, si rafforzava la mia sposa, la chiesa. Mentre mi perdevo e del tutto mi donavo e mi spremevo dallo spazio del mio io e senza possibilità di rifugio (neppure in Dio) dal nascondiglio più segreto del sé venivo espulso: allora io mi svegliavo e mi alzavo nel cuore dei miei fratelli”
H.U. von Balthasar, Il cuore del mondo)


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croce, von balthasar

sabato, 06 settembre 2008

I veri teologi
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Gli unici teologi che mi interessano sono i santi”
(citazione von Balthasar fatta dal cardinale Schonborn - Tracce lug/ago 2006 pag.18)
grazie a: Dixit Definitivo

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von balthasar

venerdì, 15 agosto 2008

Bellezza e ragione
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Fonte: CulturaCattolica.it
Il papa nella sua vacanza a Bressanone non cessa di essere padre e pastore, sollecitato infatti dalla domanda di un sacerdote ha proposto a tutti una straordinaria riflessione sulla bellezza come necessaria componente della verità.
Un tema a noi particolarmente caro grazie anche alla lezione di mons. Giussani che, dello sguardo alla Bellezza capace di rendere più acuto il vedere della ragione, ha fatto il leit motiv della sua vita.
Il Santo Padre afferma che «quando, in questa nostra epoca, discutiamo della ragionevolezza della fede, discutiamo proprio del fatto che la ragione non finisce dove finiscono le scoperte sperimentali, essa non finisce nel positivismo; la teoria dell’evoluzione vede la verità, ma ne vede soltanto metà: non vede che dietro c’è lo Spirito della creazione. Noi stiamo lottando per l’allargamento della ragione e quindi per una ragione che, appunto, sia aperta anche al bello e non debba lasciarlo da parte come qualcosa di totalmente diverso e irragionevole».

Un pensiero che non può non rimandare al grande Hans Urs von Balthasar e alla sua monumentale opera di teologia estetica intitolata Gloria.
Nel primo volume dal titolo Percezione della forma, egli fin dalle prime battute invita a riflettere come anche la Chiesa nel nostro tempo (e lo diceva già nel 1961) abbia privilegiato il verum e il bonum dimenticando il pulchrum. Si è data cioè maggior attenzione alla verità e alla ragione, all’aspetto più speculativo dell’esperienza umana, si è data maggior attenzione all’etica, alla dimensione morale della vita, dimenticando quell’aspetto strettamente contemplativo, che coinvolge così interamente lo stupore, quale è la Bellezza.
La Bellezza è il terzo trascendentale senza il quale l’uomo non può stare, è quella parola a cui il filosofo perviene ma dalla quale non potrà mai partire, è quella parola dalla quale certa scienza e financo certa teologia prenderà le distanze perchè anacronistica e fragile, mentre è la parola da cui l’uomo religioso, il credente parte perchè è la sola vera parola iniziale dalla quale anche il vero e il bene traggono forza.

«La nostra parola iniziale si chiama bellezza. La bellezza è l’ultima parola che l’intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto. Essa è la bellezza disinteressata senza la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ma la quale ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza. Essa è la bellezza che non è più amata e custodita nemmeno dalla religione, ma che, come maschera strappata al suo volto, mette allo scoperto dei tratti che minacciano di riuscire incomprensibili agli uomini. Essa è la bellezza alla quale non osiamo più credere e di cui abbiamo fatto un’apparenza per potercene liberare a cuor leggero. Essa è la bellezza infine che esige (come è oggi dimostrato) per lo meno altrettanto coraggio e forza di decisione della verità e della bontà, e la quale non si lascia ostracizzare e separare da queste sue due sorelle senza trascinarle con sé in una vendetta misteriosa. Chi, al suo nome, increspa al sorriso le labbra, giudicandola come il ninnolo esotico di un passato borghese, di costui si può essere sicuri che - segretamente o apertamente - non è più capace di pregare e, presto, nemmeno di amare. Il secolo XIX si è ancora aggrappato, in un’ebbrezza appassionata, alle vesti della bellezza fuggente, alle cocche svolazzanti del vecchio mondo che si dissolveva (“Elena abbraccia Faust, il corporeo svanisce, la veste e il velo gli rimangono tra le braccia... le vesti di Elena si dissolvono in nubi, circondando Faust, lo sollevano in alto e si dileguano con lui”, Faust II, atto III); il mondo illuminato da Dio diventa apparenza e sogno, romanticismo, presto ormai soltanto musica, ma, dove la nube si dissolve, rimane l’immagine insostenibile dell’angoscia, la nuda materia; poiché però non c’è più nulla e tuttavia si ha pur bisogno di abbracciar qualcosa, allora si spinge l’uomo del nostro tempo a questo Imene impossibile, che alla fine gli fa venire in uggia qualsiasi forma di amore. Ma ciò di cui l’uomo non è più capace, ciò per cui è diventato impotente, non può più, proprio perché si sottrae alla sua sottomissione, essere da lui sostenuto. Non resta che negarlo o circondarlo di un silenzio di morte.

In un mondo senza bellezza - anche se gli uomini non riescono a fare a meno di questa parola e l’hanno continuamente sulle labbra, equivocandone il senso -, in un mondo che non ne è forse privo, ma che non è più in grado di vederla, di fare i conti con essa, anche il bene ha perduto la sua forza di attrazione, l’evidenza del suo dover-essere-adempiuto; e l’uomo resta perplesso di fronte ad esso e si chiede perché non deve piuttosto preferire il male. Anche questo costituisce infatti una possibilità, persino molto più eccitante. Perché non scandagliare gli abissi satanici? In un mondo che non si crede più capace di affermare il bello, gli argomenti in favore della verità hanno esaurito la loro forza di conclusione logica: i sillogismi cioè ruotano secondo il ritmo prefissato, come delle macchine rotative o dei calcolatori elettronici che devono sputare un determinato numero di dati al minuto, ma il processo che porta alla conclusione è un meccanismo che non inchioda più nessuno e la stessa conclusione non conclude più.

E se è così dei trascendentali, solo perché uno di essi è stato trascurato, che ne sarà dell’essere stesso? Se Tommaso poteva contrassegnare l’essere come “una certa luce” per l’ente, questa
luce non si spegnerà là dove si è disimparato il linguaggio della luce stessa e non si lascia più che il mistero dell’essere esprima se stesso? Ciò che avanza è solo una porzione di esistenza che per quanto, come spirito, pretenda attribuirsi anche una certa libertà, rimane tuttavia completamente oscura e incomprensibile a se stessa. La testimonianza dell’essere diventa incredibile per colui il quale non riesce più a cogliere il bello». [H. U. von Balthasar, Gloria, Jaca Book, Milano, 1985, vol. I, pagg. 10-12]

Una posizione affascinante se pensiamo a quali conseguenze stiamo assistendo per l’esilio di questo terzo trascendentale. La verità è precipitata in un relativismo inafferrabile, la morale è concepita solo dentro un soggettivismo cieco ed aberrante e la bellezza è stata confinata entro un’estetica svuotata di contenuti valoriali. Persino la ragione si è persa, direbbe il Magnificat, nei pensieri superbi del cuore se sganciata da questa mistero estatico della Bellezza carica di Mistero.

La riflessione di Benedetto XVI getta allora una luce straordinaria sul nostro vivere quotidiano: «Questo è il punto. Questo, penso, è in qualche modo la prova della verità del cristianesimo: cuore e ragione si incontrano, bellezza e verità si toccano. E quanto più noi stessi riusciamo a vivere nella bellezza della verità, tanto più la fede potrà tornare ad essere creativa anche nel nostro tempo e ad esprimersi in una forma artistica convincente»
Sì davvero questo è il punto. Il punto da cui partire e a cui tendere con tutta la propria condotta.
                                                                                                             
  ad:A.

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