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Lettera sul dolore
(altro che eutanasia!)
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Il filosofo Emmanuel Mounier, iniziatore della teoria del Personalismo,
in molte lettere e passaggi del suo diario, racconta il dramma della
malattia della figlia, vissuto con la moglie Paulette. La piccola Françoise
all’età di due anni entrò in uno stato di coma vegetativo per
un’encefalite progressiva. Riproponiamo un tratto del diario di Mounier
a noi molto caro, perché donato alla nostra riflessione da Nicolino nella
quaresima del 1996. La testimonianza di questo padre e il giudizio che
ne emerge può essere per tutti un grande aiuto.
28 agosto 1940
Presenza di Françoise. Storia della nostra piccola Françoise, che sembra
continuare la sua esistenza con dei giorni privi di storia.
Il primo sforzo è stato quello di superare la psicologia della sventura. Questo
miracolo
che un giorno si è spezzato, questa promessa su cui si è richiusa la
lieve porta di un sorriso cancellato, di uno sguardo assente, di una
mano senza progetti, no, non è possibile che ciò sia casuale,
accidentale. “È toccata loro una grande disgrazia”.
Invece non si tratta di una grande disgrazia: siamo stati visitati da
qualcuno
molto grande. Così non ci siamo fatti delle prediche. Non restava che
fare silenzio dinanzi a questo nuovo mistero, che poco a poco ci ha
pervaso della sua gioia. Ricordo i miei permessi a Dreux, ad Arcachon, quest’ultimo avvenuto in una grande angoscia. Ho avuto la sensazione, avvicinandomi al suo piccolo letto senza voce, di avvicinarmi ad un altare, a qualche luogo sacro dove Dio parlava attraverso un segno. Ho avvertito una tristezza che mi toccava profondamente, ma leggera e come trasfigurata. E intorno ad essa mi sono posto, non ho altra parola, in adorazione. Certamente non ho mai conosciuto così intensamente lo stato di preghiera come quando la mia mano parlava a quella fronte che non rispondeva, come quando i miei occhi hanno osato rivolgersi a quello sguardo assente, che volgeva lontano, lontano dietro di me, una specie di cenno simile allo sguardo, che vedeva meglio del mio sguardo. Se è vero che ogni autentica preghiera si fonda sulla morte delle potenze sensibili, intellettuali, volontarie, se la sottile punta dell’anima di un bambino battezzato, come ha scritto non so più quale grande autore spirituale, è messa immediatamente a contatto diretto con la vita divina,
quali splendori si nascondono allora in questo piccolo essere che non sa dire nulla
agli uomini? Per
molti mesi, avevamo augurato a Françoise di morire, se doveva rimanere
così com’era. Non è sentimentalismo borghese? Che significa per lei
essere disgraziata? Chi può dire che essa lo sia? Chi
sa se non ci è domandato di custodire e di adorare un’ostia in mezzo a
noi, senza dimenticare la presenza divina sotto una povera materia
cieca? Mia piccola Françoise, tu sei per me l’immagine della fede. Quaggiù, la conoscerete in enigma e come in uno specchio.
In questa storia, la nostra disgrazia ha assunto un’aria di evidenza, di familiarità
rassicurante, o, piuttosto, non è la parola giusta, impegnata: un richiamo che non
dipende più dalla fatalità.
La guerra è scoppiata, tanto da coinvolgerla nella grande miseria comune. Così
immerso, il peso è divenuto più lieve. La guerra ha offerto a Paulette i momenti più
atroci della solitudine e dell’angoscia in settembre, in aprile. Ma, nonostante questi
momenti, essa ha finito per guarirci dalla malattia di Françoise. Quanti innocenti
straziati, quanti innocenti calpestati! Questa
piccola bambina immolata giorno per giorno è stata forse la nostra vera
presenza nell’orrore dei tempi. Non si può soltanto scrivere libri.
Bisogna pure che la vita si stacchi ogni tanto dall’impostura del
pensiero, del pensiero che vive sulle azioni e i meriti altrui.
Ora che la minaccia di aprile si è allontanata, ora che sembra si debba continuare
a vivere insieme, Françoise, piccola mia, sentiamo una nuova storia intervenire nel nostro dialogo; occorre
resistere alle forme facili della pace segnata dal destino, rimanere
padre e madre, non abbandonarti alla nostra rassegnazione, non abituarci
alla
tua assenza, al tuo miracolo; donarti il tuo pane quotidiano di amore e
di presenza, continuare la preghiera che tu rappresenti, ravvivare la
nostra ferita, poiché questa ferita è la porta della presenza, restare
con te. Forse occorre invidiarci questa paternità incerta, questo dialogo inespresso, più bello dei giochi infantili.
Mounier
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