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mercoledì 14 maggio 2025

Se senti vacillare la fede

 "Se senti vacillare la fede per la violenza della tempesta, calmati:Dio ti guarda.

Se ogni cosa che passa cade nel nulla, senza più ritornare, calmati: Dio rimane.

Se il tuo cuore è agitato e in preda alla tristezza, calmati: Dio perdona.

Se la morte ti spaventa, e temi il mistero e l'ombra del sonno notturno, calmati: Dio risveglia.

Dio ci ascolta, quando nulla ci risponde; è con noi, quando ci crediamo soli; ci ama, anche quando sembra che ci abbandoni".

Sant'Agostino ♥️


sabato 26 aprile 2025

La fede adulta

 “Adulta” non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. É quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo. Ed è questa fede - solo la fede - che crea unità e si realizza nella carità. San Paolo ci offre a questo proposito – in contrasto con le continue peripezie di coloro che sono come fanciulli sballottati dalle onde – una bella parola: fare la verità nella carità, come formula fondamentale dell’esistenza cristiana. In Cristo, coincidono verità e carità. Nella misura in cui ci avviciniamo a Cristo, anche nella nostra vita, verità e carità si fondono. La carità senza verità sarebbe cieca; la verità senza carità sarebbe come “un cembalo che tintinna” (1 Cor 13, 1).


(Card. Joseph Ratzinger - dall'Omelia nella Santa Messa Pro Eligendo Romano Pontifice, 18 aprile 2005)

mercoledì 1 gennaio 2025

La fede dei semplici

 JOSEPH RATZINGER: LA COSA PIÙ PREZIOSA CHE HA LA CHIESA

"Secondo me è fondamentale non perdere di vista che il passaggio dal vecchio al nuovo testamento è avvenuto nella fede dei semplici: erano i poveri ('Anawim') a non partecipare né al liberalismo dei saducei né all'ortodossia alla lettera dei farisei. Con una fede semplice e in un'intuizione fondamentale, vivevano del nucleo della promessa e della dottrina; per questo divennero il luogo in cui poteva avvenire il passaggio dal vecchio al nuovo testamento; erano Zaccaria, Elisabetta, Maria, Gesù stesso. La 'fede dei poveri' rimane la cosa più preziosa di cui dispone la Chiesa".

[J. Ratzinger, Parola nella Chiesa, Seguimi, Salamanca 1976, p. 31. ]. 

lunedì 25 novembre 2024

Conviene credere

 “Conviene credere. Se non credi in Dio in cosa credi? Nel mercato? Nella tecnologia? È bello credere, è bello pensare di essere figli di qualcuno. Una volta Saviano mi invitò in una sua trasmissione a cantare Imagine. Dissi di no. Non voglio cantare un mondo in cui non esista la religione. L’idea che la Chiesa si debba trasformare in una onlus non mi pare condivisibile. La Chiesa è trascendenza, è la presenza di Dio nella storia. La Chiesa è casa mia, ci sono nato dentro. L’aldilà sarà il punto più alto, il luogo dell’affetto eterno”. 

 Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti nell’intervista pubblicata oggi da Cazzullo sul Corriere della Sera. 

martedì 9 luglio 2024

Giovanni Allevi

 “Quando ero ragazzo, durante una confessione feci amicizia con un giovane parroco che era poco più grande di me: don Mauro. Lui insegnava Teologia, mentre io studiavo Filosofia all’università. Io mi avvicinavo all’ateismo, non credevo in niente, e nelle nostre discussioni sempre più frequenti, cercavo di metterlo in difficoltà con le parole, mentre lui, con pazienza e dolcezza, dimostrava una fede incrollabile. Per molto tempo andammo avanti con questo tipo di dinamica conflittuale, dove io sfogavo il mio male di vivere, il mio tormento. Lui era un parroco di periferia; pur essendo coltissimo, era vicino alla gente, ai ragazzi, e aveva trasformato la sua vita in una missione. Un giorno, all’improvviso, il mio unico amico don Mauro morì in un incidente stradale. È stata la mia prima esperienza di una perdita. Dopo il dolore vuoto, insopportabile, che ho attraversato, è accaduto in me qualcosa che non avrei mai immaginato: ho raccolto il suo testimone. Anche io avrei fatto della mia vita una missione, anche io avrei avuto fede in una scintilla divina che alloggia in fondo al cuore di ogni persona, anche io non avrei ceduto alla tentazione di una visione nichilista della vita. Ora posso affermare di credere, ed è proprio la Filosofia a darmi la forza intellettuale di abbandonare ogni certezza e aprirmi al mistero. Nono stante le difficoltà e la sofferenza che tutti siamo portati ad affrontare, l’infinito e la meraviglia si nascondono tra le pieghe dell’esistenza».


Giovanni Allevi

sabato 18 novembre 2023

La dinamica della fede

 La dinamica della fede 

In Si può vivere così?, e poi in Si può (veramente?!) vivere così?, parlando a giovani che hanno iniziato un cammino di dedizione totale a Cristo nella verginità, Giussani propone una descrizione della dinamica della fede cristiana, «di come la fede scatta», «nasce e si attesta umanamente, ragionevolmente». Per introdurci a essa, formula una lunga premessa sulla fede come metodo di conoscenza della ragione. La ragione ha, infatti, un metodo per conoscere «cose che non vede direttamente e che non può vedere direttamente»: essa «le può conoscere attraverso la testimonianza di altri». Si chiama «conoscenza indiretta per mediazione» o conoscenza per fede e non è meno certa di quella acquisita direttamente, a patto che si sia raggiunto, attraverso il metodo della certezza morale, un giudizio di affidabilità sul testimone: «Se [uno] raggiunge la certezza che una persona sa quel che dice e non lo vuole ingannare, allora logicamente deve fidarsi, perché se non si fida va contro se stesso». Così, posso non essere mai stato in America e affermare razionalmente, con certezza, tramite la testimonianza di altri, che essa esiste. Cultura, storia e convivenza umana si fondano su questo tipo di conoscenza. Premesso questo, rivolgendosi ai suoi interlocutori, Giussani osserva: «Cristo è l’oggetto totale della nostra fede. Come facciamo a conoscere Cristo in modo tale da potervi appoggiare tutto il sacrificio della vita?». Evidentemente, dei metodi «usati dalla ragione quello che qui si applicherà sarà la fede. Cristo non lo conosciamo direttamente, né per evidenza, né per analisi dell’esperienza».Lo conosciamo, appunto, per fede. Entriamo allora nella dinamica della fede cristiana. 

a) Per descriverla, Giussani torna all’origine, a come è sorto il problema nella storia, perciò a quella pagina del Vangelo di Giovanni in cui si narra l’incontro di Andrea e Giovanni con Gesù di Nazareth. È questo il primo fattore del percorso della fede cristiana. «La prima caratteristica della fede cristiana è che parte da un fatto, un fatto che ha la forma di un incontro». E questo, come ogni altro passo del cammino che richiameremo, vale identicamente per noi, oggi.

 b) Il secondo fattore è l’eccezionalità del fatto. L’uomo che avevano davanti era «una Presenza eccezionale». Come avrebbero potuto, altrimenti, dopo poche ore, fare proprie le parole che lui aveva detto di sé e ripeterle ad altri? «Abbiamo trovato il Messia». Ora, «eccezionale» significa per Giussani corrispondente alle esigenze originali del cuore umano. «Trovare un uomo eccezionale vuol dire trovare un uomo che realizza una corrispondenza con quel che desideri, con l’esigenza di giustizia, di verità, di felicità, di amore... che dovrebbe essere una cosa naturale, ma non capita mai, è impossibile, è inimmaginabile». In questo senso, sottolinea Giussani, «eccezionale equivale a divino: divino, perché la risposta al cuore è Dio. Qualcosa di veramente eccezionale è qualcosa di divino: c’è dentro qualcosa di divino».

19 c) Il terzo fattore è lo stupore: «Il fatto da cui parte la fede in Cristo, l’incontro da cui parte la fede di Giovanni e di Andrea […] ha destato in loro un grande stupore». In quei due e negli altri che formavano il primo gruppetto che accompagnava Gesù nei luoghi in cui andava, e poi in tutta la gente che lo incontrava, nasceva un irrefrenabile stupore: avevano davanti un uomo senza paragone, per quello che diceva («Nessuno ha mai parlato come quest’uomo»), per quello che faceva (i miracoli, il suo potere sulla realtà, la bontà, lo sguardo rivelatore dell’umano…). «Ma lo stupore è sempre una domanda, almeno segreta». Che a un certo punto esplode. 

d) Quarto: l’insorgere di una domanda paradossale: «Chi è costui?». È paradossale perché di Gesù «sapevano tutto, sapevano bene chi era, ma era così eccezionale il suo modo di fare, di comportarsi» che, anzitutto quelli «che erano i suoi amici, non hanno potuto non dire: “Ma da che parte viene Costui?”». Giussani osserva: «La fede incomincia esattamente con questa domanda: “Chi è costui?”».

 e) Quinto: la risposta sua.Quella appena richiamata è una domanda inesorabile, a cui però non si sa rispondere: chi Egli veramente sia non lo si può dire da soli, la sua identità (la sua divinità) sfugge alla presa della ragione. I Vangeli riportano un episodio occorso nei pressi di Cesarea di Filippo. Gesù si trovava lì insieme al gruppetto dei suoi. Colto da un pensiero improvviso, chiede: «La gente, chi dice che io sia?».Dopo le risposte, che conosciamo, rivolge a loro la domanda: «Ma voi, chi dite che io sia?». E Pietro, d’impulso: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».In più occasioni Giussani commenta: egli ripete «probabilmente, anche se non ne possedeva appieno il significato, qualcosa che aveva sentito dire da Gesù stesso».E viene lodato: «Beato sei tu, Simone figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli». È infatti una risposta che supera la capacità dell’umana ragione: «La ragione non può dimostrare la divinità di Cristo, perché la divinità in quanto personalmente presente in una realtà umana non è oggetto proprio della ragione. La ragione può arrivare al fatto che si trova di fronte a qualcosa di eccezionale, non può arrivare a definire chi è Gesù Cristo, in quanto divino che si comunica all’umano». Perciò Pietro può solo dire: «Sappiamo che sei Dio perché l’hai detto». La risposta alla domanda su chi Egli sia è sua, di Gesù. Pietro «crede» a quello che Gesù dice di sé. Come faceva a crederGli? Per Pietro e gli altri, giorno dopo giorno, a partire dal primo incontro, seguendoLo, stando con Lui, una cosa era diventata più di ogni altra evidente: «Che di Lui dovevano fidarsi: “Se non mi fido di questo uomo, non posso credere neanche ai miei occhi”».

 f) Sesto punto: la nostra responsabilità di fronte al fatto («il coraggio di dir di sì»29). «Di fronte alla domanda “Chi è Costui?” e di fronte alla risposta che Pietro dà, uno può dire sì o no: aderire a quello che dice Pietro oppure andar via come sono andati via tutti gli altri».Quella di Pietro è la risposta di fede: «La fede afferma una cosa perché l’ha detta Lui. Punto fermo». Ed è «ragionevole che uno accetti una cosa perché l’ha detta Lui, in quanto è storicamente afferrabile e affermabile una eccezionalità di comportamento, una eccezionalità di performance, che non è reperibile da nessun’altra parte». Anzi, sottolinea Giussani, «l’unica cosa razionale è il sì. Perché?». Perché Cristo «corrisponde alla natura del nostro cuore più di qualsiasi nostra immagine, corrisponde alla sete di felicità che noi abbiamo e che costituisceragione del vivere». Mentre «il no nasce sempre dal preconcetto, dal fatto che Gesù diventa scandalo, impedimento a quello che vorresti».Duemila anni dopo, ci troviamo esattamente nella stessa situazione. Come Pietro e gli altri avevano a che fare con l’uomo Gesù di Nazareth, con la sua eccezionalità, così noi abbiamo a che fare con la realtà umana dei suoi testimoni, con la Chiesa, attraverso cui Cristo diventa avvenimento nel presente. Imbattendoci in una certa persona, una certa comunità, un certo modo di vivere, anche in noi, per la sperimentata corrispondenza alle esigenze originali del cuore, nasce uno stupore che diventa domanda: «Come fanno a essere così?». E in virtù della fiducia nei testimoni, cresciuta in un cammino di convivenza che implica tutta la nostra ragione e libertà, matura l’apertura a riconoscere, ad aderire alla risposta che fu di Pietro, veicolata dalla realtà stessa della Chiesa, della compagnia cristiana incontrata. Come, dunque, il riconoscimento di Pietro diventa mio? Ora come allora, il contenuto divino del fenomeno umano in cui ci si imbatte non può essere conosciuto dalla ragione, poiché l’oggetto della fede (il divino presente nell’umano) è costitutivamente oltre l’oggetto normale e proprio della ragione: «Il riconoscimento della presenza di Cristo avviene perché Cristo “vince” l’individuo. Perché avvenga la fede nell’uomo e nel mondo deve cioè accadere prima qualcosa che è grazia, pura grazia: l’avvenimento di Cristo, dell’incontro con Cristo, in cui si fa esperienza di una eccezionalità che non può accadere da sola».La fede, sottolinea Giussani in Generare tracce nella storia del mondo, «è parte dell’avvenimento cristiano perché è parte della grazia che l’avvenimento rappresenta, di ciò che esso è. […] Come Cristo si dà a me in un avvenimento presente, così vivifica in me la capacità di afferrarlo e di riconoscerlo». Correlativamente, però, la nostra libertà è chiamata a domandare e ad accettare di riconoscerlo. Anche noi siamo in gioco. «La libertà dell’uomo si riassume nella domanda: “Accettando che tutto è grazia, Ti chiedo la grazia”: così si salva totalmente sia il fatto che tutto è grazia, sia il fatto che la grazia di Cristo dipende nella sua efficacia anche dalla mia libertà». Nessuno di noi può perciò arrivare alla certezza su Cristo, sulla divinità di Cristo, sulla sua identità di Figlio di Dio, soltanto – e sottolineo soltanto – in forza di qualcosa che gli accade adesso, della esperienza diretta che ne ha, fosse anche il miracolo più straordinario. Pensiamo, per ricapitolare quanto detto, all’episodio del cieco nato (come appare nell’immagine che abbiamo scelto per questa Giornata d’inizio) narrato nel Vangelo di Giovanni. L’esperienza che il cieco nato fa, quando Gesù gli spalma gli occhi col fango, è la guarigione dei suoi occhi. Ma che Gesù sia il Figlio di Dio, questo è un giudizio che neppure il cieco nato ha potuto formulare in forza della sua esperienza diretta. «Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: “Dà gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore”. Quello rispose: “Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: [prima] ero cieco e ora ci vedo”». Ecco, l’esperienza diretta gli fa dire questo. E poi, rispondendo alle obiezioni dei farisei, gli permette di aggiungere: «“Proprio questo stupisce, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla”». Anche questo giudizio, conseguenza della constatazione precedente, è interno all’esperienza stessa. Ma il percorso non finisce qui. «Gli replicarono: “Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?”. E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò gli disse: “Tu, credi nel Figlio dell’uomo?”». Questo – attenzione – è il passaggio chiave: fin qui il giovane coglie l’eccezionalità del fatto che gli è capitato e della persona che ha davanti, ma non può ancora dare il nome appropriato all’autore del fatto, a Colui che gli sta di fronte («Il Figlio dell’uomo»). «Egli rispose: “E chi è, Signore, perché io creda in lui?”. Gli disse Gesù: “Lo hai visto: è colui che parla con te”. Ed egli disse: “Credo, Signore!”. E si prostrò dinanzi a lui». Ecco la fede, resa possibile dall’iniziativa di Cristo stesso lì davanti a lui, a cui il cieco nato aderisce. Senza quest’ultimo passaggio del riconoscimento non è ancora la fede, almeno secondo il proprium del nostro carisma. Giussani ce lo ha ripetuto fino allo sfinimento: la fede è riconoscere una Presenza, la presenza di Cristo.

Davide Prosperi Giornata d’inizio  d'anno 2023

mercoledì 27 settembre 2023

Cristo, l’unica parola che salva

 

«Innanzitutto dire Cristo, l’unica parola che salvanon enunciare una dottrina, formulare un'analisi della realtà... ma riproporre un fatto, il fatto della presenza di una Persona che, in quanto tale, cambia necessariamente la nostra esistenza e coinvolge il nostro destino... Può sembrare strano proporre la rinascita della fede come rimedio per un mondo che, non credendo più a niente, ha cominciato a credere a tutto; e allo stesso modo può sembrare fuori luogo proporre l’assolutezza di Cristo quando le scelte impellenti che ci stanno di fronte sono concrete e relative come tutto ciò che è umano. Ma queste obiezioni avrebbero un senso solo se la fede e il Cristo di cui parliamo fossero una dottrina o una verità astratta; avrebbero un senso solo se le scelte che si debbono compiere non fossero scelte degli uomini, cioè scelte in cui è in gioco innanzitutto la nostra umanità presa nella sua interezza. Contro queste obiezioni dobbiamo allora ricordarci che il cristianesimo non è una banale dottrina e neppure una religione, ma innanzitutto il riconoscimento di CristoRitornare alla fede di Cristo, dunque, significa riconoscere un fatto che amplia le dimensioni della ragione umana, in quanto la apre su una realtà infinita che, proprio per la sua infinitezza, è la negazione di ogni pregiudizio e di ogni schema predefinito. Così la fede, lungi dal negare la cultura, è generatrice di quella cultura autentica che afferma l'integralità e l’inesauribilità dell'uomo». Così scriveva padre Romano Scalfi

Giovanna Parravicini

mercoledì 16 agosto 2023

LA FEDE: COSA CERCHIAMO?

 LA FEDE: COSA CERCHIAMO?


«È la fede che noi cerchiamo, è la fede in cui vogliamo penetrare, è la fede che vogliamo vivere. Attorno sembra che tutto collabori, che tutto sia connivente con una forza operosa che questa fede cerca di eliminare o di scardinare o di svuotare o di ricondurre a categorie puramente razionali, a categorie naturalistiche, fuori e dentro il mondo cristiano, dentro oltre che fuori, ora. È la fede autentica, o l’autenticità della fede, che noi cerchiamo. Non cerchiamo altro. Proprio per questo il discorso di questi giorni e il lavoro di questi giorni segna qualcosa in cui ognuno di noi rischia, rischia se stesso. Per questo abbiamo cercato di essere chiari nell’intendimento prima di venire qui. 


Noi siamo pronti a parlare con tutto il mondo, ad andare dovunque nel mondo, ma abbiamo bisogno di una casa, abbiamo bisogno di un luogo dove la parola sia parola, “espressione”, e dove il rapporto sia “cuore”, cordiale, dove la compagnia sia positiva, dove le parole abbiano un senso e gli intendimenti un senso, e il pane sia pane e l’acqua sia acqua». [L’Introduzione di Luigi Giussani agli Esercizi spirituali del Centro culturale C. Péguy (Varigotti, 1 novembre 1968)]


(FTR 2023, pag. 10,  Davide Prosperi)

mercoledì 2 febbraio 2022

Bisogna salvare il seme: la fede

. Bisogna salvare il seme: la fede

Don Camillo, perché tanto pessimismo? Al­lora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione fra gli uomini sarebbe dunque fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?”. “No, Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pu­dore, speranza. E fede. Cose senza le quali non si può vivere. Questa è l’autodistruzione di cui par­lavo. L’uomo, mi pare, sta distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. L’unica vera ricchezza che in migliaia di secoli aveva accumulato. Un giorno non lontano si troverà come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell’uomo sarà quello del bruto delle caverne “Signore: la gente paventa le armi terrificanti che disintegrano uomini e cose. Ma io credo che soltanto esse potranno ridare all’uomo la sua ricchezza. Perché distruggeranno tutto e l’uomo, liberato dalla schiavitù dei beni terreni cercherà nuovamente Dio. E lo ritroverà e ricostruirà il patrimonio spirituale che oggi sta finendo di distruggere.  Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?”. Il Cristo sorrise: “Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede e mantenerla in­tatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più, ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede. Ogni giorno di più uomi­ni di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri. Uomini di ogni razza, di ogni estrazione, d’ogni cultura”.

* da Giovannino Guareschi, Don Camillo e don Chichì, in Tutto Don Camillo. Mondo piccolo, II, BUR,

giovedì 16 gennaio 2020

LA FEDE È UN ATTO DELLA RAGIONE



LA FEDE È UN ATTO DELLA RAGIONE



La fede cristiana è la memoria di un fatto storico in cui un Uomo ha detto di sé una cosa che altri hanno accettato come vera e che ora, per il modo eccezionale in cui quel Fatto ancora mi raggiunge, accetto anch’io. Gesù è un uomo che ha detto: «Io sono la Via, la Verità, la Vita». È un Fatto accaduto nella storia: un bambino, nato da donna, iscritto all’anagrafe di Betlemme, che, diventato grande, annunciava di essere Dio: «Io e il Padre siamo una cosa sola». 

Essere attenti a ciò che faceva e diceva quell’uomo, così da arrivare a dire: «Io credo a Costui», aderire alla Sua presenza affermando come verità ciò che egli diceva, questa è la fede. La fede è un atto della ragione mossa dall’eccezionalità di una Presenza, che porta l’uomo a dire: «Costui che parla è veritiero, non dice menzogne, accetto quello che dice».

(Generare tracce nella storia del mondo, L. Giussani 

domenica 18 settembre 2016

La fede deve essere ragionevole

La fede deve essere ragionevole
***
La fede deve essere ragionevole, deve essere appoggiata, deve appoggiarsi ad una ragione, e questa ragione è data dalla trasformazione  che, in senso più umano, in senso eccezionalmente umano,  nella vita del singolo e della società accade quando la fede è vissuta.
La fede allora diventa la grande ipotesi di lavoro che batte in breccia tutte le altre, come dicevo  fin dai primissimi anni, trent'anni fa, a scuola.
Ragazzi, questa cosa è interessante perché la fede non può barare , non può dirti: " È così", ottenendo il tuo assenso nudo e crudo gratuitamente. No! La fede non può barare perché è in qualche modo legata alla tua esperienza: in fondo è come se essa DOVESSE APPARIRE AL TRIBUNALE DOVE TU SEI GIUDICE ATTRAVERSO LA TUA ESPERIENZA.
Però anche tu non puoi barare, perché per poterla giudicare devi usarla, per poter vedere si trasforma la vita devi viverla sul serio; e non una fede come la interpreti tu, ma la fede come ti è stata tramandata, la fede autentica.
Per questo il nostro concetto di fede ha un nesso immediato con l'ora della giornata, con la pratica ordinaria della nostra vita, con la vita come progetto, con la vita come lavoro, con la vita come socialità, come interesse alla res pubblica, come diceva Milosz.
Non è per un carattere particolare che un cristiano si interessa alla res pubblica.

. La mia povera mamma, che ha vissuto sempre in casa, facendo la serva di tutti, aveva un senso di ciò' che accadeva nel mondo, un interesse all' eco delle vicende, che le era dettato inevitabilmente dalla sua fede. Per questo non è' ad libitum (trad. :a piacere, a volontà', a discrezione, ndr) l'impegno nelle opere, intendendo per opera la fede che, con la sua luce, con la sua energia, trasforma il vivere, l'assetto del vivere.

L. Giussani. L'io rinasce in un incontro ( 1986-1987),  Bur, Milano 2010, pag. 300.

giovedì 11 luglio 2013

Testimoniare la fede

DA REPUBBLICA


***

di Julián Carrón
11/07/2013 - La lettera di don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Cl, a Repubblica sulla "Lumen fidei" (11 luglio 2013)
Caro Direttore,
Eugenio Scalfari ha colto acutamente che il tema dell’enciclica di papa Francesco è «il punto centrale della dottrina cristiana: che cos’è la fede» e ha concluso il suo editoriale di domenica con una domanda: «Qual è la risposta, reverendissimo papa?» (la Repubblica, 7 luglio 2013). Rileggendo l’enciclica Lumen fidei sollecitato da queste parole, non ho potuto evitare di riandare con la mente a questa immagine con cui Gesù descrive la missione dei suoi seguaci nel mondo: «Non si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa»(Mt 5,15).

Che altro avrebbero potuto fare di meglio papa Benedetto e papa Francesco per rispondere a quella percezione tanto diffusa che associa la fede al buio, oppure a «una luce soggettiva, capace forse di riscaldare il cuore, di portare una consolazione privata, ma che non può proporsi agli altri come luce oggettiva e comune per rischiarare il cammino», finendo così col considerarla «un salto nel vuoto che compiamo per mancanza di luce, spinti da un sentimento cieco» (3)?
A una obiezione del genere non si può rispondere soltanto con un ragionamento. Non si sconfigge il buio “parlando” della luce, ma accendendo una lampada. Il buio può essere sconfitto solo con la luce. Solamente la testimonianza luminosa della fede che illumina la vita di chi l’accoglie può rispondere a tale obiezione.

Così è nata la fede cristiana. Coloro che incontrarono Gesù rimasero colpiti dalla luce che egli gettava sulla realtà in cui erano immersi. Tanto è vero che uno di loro, l’evangelista Matteo, descrive il significato della presenza di Gesù nella storia con queste parole, riprendendo una profezia di Isaia: «Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta» (Mt 4,16). Per chi vuole illuminare non c’è altra strada che “brillare”. Gesù stesso si concepiva così: «Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre» (Gv 12,46).

La sfida in cui si trova oggi la fede cristiana non è diversa da quella di ieri. L’uomo contemporaneo - come ci ricorda Eliot - cerca affannosamente «d’evadere / dal buio esterno e interiore / sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’essere buono». Per questo è difficile trovare un’altra immagine più adeguata di quella della lampada: l’avvenimento di Cristo si propone, qui e ora, come risposta unica e imprevedibile alla profonda oscurità in cui l’uomo di oggi si dibatte impotente.

Davanti alla testimonianza dei due Pontefici contenuta in queste pagine, ciascuno potrà giudicare allora se la fede cristiana sminuisce, come sosteneva Nietzsche, «la portata dell’esistenza umana», impedendo all’uomo di «coltivare l’audacia del sapere» (2), la sua capacità di ricerca della verità, oppure se «la fede arricchisce l’esistenza umana in tutte le sue dimensioni» (6), rendendola un’avventura veramente umana, personale e appassionante, mostrando che «quando l’uomo si avvicina a Lui [Cristo], la luce umana non si dissolve nell’immensità luminosa di Dio, come se fosse una stella inghiottita dall’alba, ma diventa più brillante quanto è più prossima al fuoco originario, come lo specchio che riflette lo splendore» (35).

Certo, per accettare la sfida che la loro testimonianza rappresenta occorre una apertura della ragione, che si compie solo nell’amore, per una autentica affezione a sé. Infatti, solo chi è amato e, perciò, ama veramente se stesso può essere interessato alla verità e sussulta quando intercetta qualche raggio della sua luce sulla strada della vita.
Con la loro testimonianza Benedetto XVI e papa Francesco richiamano tutti noi - che abbiamo ricevuto il dono della fede - al compito che ci è stato affidato nel mondo: far risplendere la luce di Cristo sui nostri volti. «La fede si trasmette… da persona a persona, come una fiamma si accende da un’altra fiamma» (37). Tutti capiamo che razza di responsabilità implichi un tale compito: saremo in grado di assolverlo solo se noi per primi accettiamo di lasciarci costantemente illuminare dalla luce di Cristo. Perciò «la Chiesa… non presuppone mai la fede come un fatto scontato, ma sa che questo dono di Dio deve essere nutrito e rafforzato, perché continui a guidare il suo cammino» (6).

Ciascuno di noi ha bisogno di lasciarsi trasformare dall’Amore, «a cui si è aperto nella fede, e nel suo aprirsi a questo Amore che gli è offerto, la sua esistenza si dilata oltre sé». Accettando di partecipare al “noi” della comunione della Chiesa, «l’“io” del credente si espande per essere abitato da un Altro, per vivere in un Altro, e così la sua vita si allarga nell’Amore» (21).
Solo se trovano sul loro cammino persone che, per la fede, sono capaci di stare davanti alle sfide del vivere, se possono cioè vedere attraverso esse la pertinenza della fede alle esigenze della vita, cioè la sua profonda ragionevolezza, gli uomini del nostro tempo potranno tornare a interessarsi di Cristo e della fede. Perché vedranno che quello che rende i cristiani così diversi non può essere una fiaba oppure un bel sentimento (cfr. 24), ma un fatto che porta con sé le ragioni dell’umano. Solo la provocazione di questa testimonianza luminosa e concreta può essere in grado di toccare «la persona nel suo centro, nel cuore» (40), l’unica capace di essere all’altezza delle sue esigenze fondamentali di verità, bellezza, giustizia, felicità. Sì, ieri come oggi, «la fede nasce da un incontro che accade nella storia e illumina il nostro cammino nel tempo» (38).
Grazie dell’ospitalità.
Testimoniare la fede

sabato 6 luglio 2013

il beato Martín Martínez Pascual


il beato Martín Martínez Pascual 
                              ***                      
            che sguardo di fronte alla morte !!!            
                     anzi di fronte a Cristo !!!                
El-Beato-Martín-Martínez-Pascual-pocos-segundos-antes-de-ser-fusilado.
La foto-agenzia EFE, riflette il volto di un sacerdote spagnolo, catturato dai miliziani repubblicani durante la guerra civile spagnola, alcuni momenti prima di essere fucilato il 18 di agosto del 1936. L’autore dell’istantanea è il fotografo tedesco Hans Gutmann. Il sacerdote dell’immagine è il beato Martín Martínez Pascual presbitero e martire, membro della Società di Sacerdoti Operai Diocesani. La fotografia l’aveva nel suo ufficio il Decano della Facoltà di Teologia di Madrid San Dámaso, Pablo Dominguez, morto qualche tempo fa in un incidente di montagna. Su questa fotografio, Pablo affermò: “La ottenni a Mosca, in un congresso. Mi piacque e, leggendo le frasi del riquadro, mi interessai alla cosa ancora di più. È la fotografia – mentre lo spiegava gli brillavano gli occhi, si sentiva emozionato e con voglia di imitarlo; sembrava che parlasse di sé – di un sacerdote spagnolo, il Beato Martín Martínez, operaio diocesano, naturale di Valdealgorfa (Teruel), diocesi di Saragozza. Fissatevi bene sul suo sguardo fermo, le braccia, sicuro e coraggioso…”

La carità che fece scendere Cristo dal cielo sulla terra,
innalzò Stefano dalla terra al cielo.
La carità che fu prima nel Re, rifulse poi nel soldato.
Stefano quindi per meritare la corona che il suo nome significa,
aveva per armi la carità e con essa vinceva dovunque.
Per mezzo della carità non cedette ai Giudei
che infierivano contro di lui;
per la carità verso il prossimo pregò per quanti lo lapidavano.
Con la carità confutava gli erranti perché si ravvedessero;
con la carità pregava per i lapidatori perché non fossero puniti.
Sostenuto dalla forza della carità vinse Saulo che infieriva crudelmente,
e meritò di avere compagno in cielo
colui che ebbe in terra persecutore.
San Fulgenzio di Ruspe

domenica 24 febbraio 2013

Sordi fede

Sordi: 

Verdone, ogni mattina coglieva una rosa per la Madonna

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Sordi Verdone  ogni mattina coglieva una rosa per la Madonna 

(AGI) - CdV, 23 feb. - La grande fede di Alberto Sordi e in particolare la sua devozione alla Vergine sono rievocate sull'Osservatore Romano dal regista e attore Carlo Verdone, da molti considerato l'erede del grande artista romano. "La mattina - ricorda Verdone citando la sorella di Sordi - prima di recarsi al lavoro, il grande attore si faceva cogliere dal giardiniere una rosa. La prendeva e si recava in un angolo di un vialetto dove era collocata una nicchia che custodiva una Madonnina. Lanciava verso di Lei la rosa, recitava una breve orazione e andava a lavorare". "Questo omaggio - spiega Verdone - lo faceva ogni giorno e nulla glielo poteva far dimenticare. Ma il perche' di questa sua devozione ci e' apparso chiaro dopo aver appreso una storia di Alberto piccolo.
  Stava giocando con le sorelle per San Cosimato, in Trastevere, quando preso da un raptus si mise a correre. Una macchina - racconta Verdone - lo sfioro' per pochi centimetri e si salvo' per miracolo. La reazione della mamma fu immediata: col fiatone lo porto' a Santa Maria in Trastevere e lo mise sull'altare sotto l'immagine di una Madonna. Glielo consacro', in poche parole, per averlo miracolato da una morte quasi certa. Questo episodio sicuramente resto' molto vivo in casa Sordi, tanto da farlo accostare sempre piu' alla fede".

domenica 6 gennaio 2013

La fede cristiana promuove la pace e la giustizia per tutti


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Foto: "I  cristiani combattono la povertà perché riconoscono la dignità suprema di ogni essere umano, creato a immagine di Dio e destinato alla vita eterna. I cristiani operano per una condivisione equa delle risorse della terra perché sono convinti che, quali amministratori della creazione di Dio, noi abbiamo il dovere di prendersi cura dei più deboli e dei più vulnerabili. I cristiani si oppongono all’avidità e allo sfruttamento nel convincimento che la generosità e un amore dimentico di sé, insegnati e vissuti da Gesù di Nazareth, sono la via che conduce alla pienezza della vita. La fede cristiana nel destino trascendente di ogni essere umano implica l’urgenza del compito di promuovere la pace e la giustizia per tutti.

Poiché tali fini vengono condivisi da molti, è possibile una grande e fruttuosa collaborazione fra i cristiani e gli altri. E tuttavia i cristiani danno a Cesare soltanto quello che è di Cesare, ma non ciò che appartiene a Dio. Talvolta lungo la storia i cristiani non hanno potuto accondiscendere alle richieste fatte da Cesare. Dal culto dell’imperatore dell’antica Roma ai regimi totalitari del secolo appena trascorso, Cesare ha cercato di prendere il posto di Dio. Quando i cristiani rifiutano di inchinarsi davanti ai falsi dèi proposti nei nostri tempi non è perché hanno una visione antiquata del mondo. Al contrario, ciò avviene perché sono liberi dai legami dell’ideologia e animati da una visione così nobile del destino umano, che non possono accettare compromessi con nulla che lo possa insidiare."

Benedetto XVI, Financial Time

Picasso, Poveri in riva al mare (perodo blu 1901-04).
Picasso, Il pasto del cieco, 1903.
 

Picasso, Poveri in riva al mare (perodo blu 1901-04).
"I cristiani combattono la povertà perché riconoscono la dignità suprema di ogni essere umano, creato a immagine di Dio e destinato alla vita eterna. I cristiani operano per una condivisione equa delle risorse della terra perché sono convinti che, quali amministratori della creazione di Dio, noi abbiamo il dovere di prendersi cura dei più deboli e dei più vulnerabili. I cristiani si oppongono all’avidità e allo sfruttamento nel convincimento che la generosità e un amore dimentico di sé, insegnati e vissuti da Gesù di Nazareth, sono la via che conduce alla pienezza della vita. La fede cristiana nel destino trascendente di ogni essere umano implica l’urgenza del compito di promuovere la pace e la giustizia per tutti.

Poiché tali fini vengono condivisi da molti, è possibile una grande e fruttuosa collaborazione fra i cristiani e gli altri. E tuttavia i cristiani danno a Cesare soltanto quello che è di Cesare, ma non ciò che appartiene a Dio. Talvolta lungo la storia i cristiani non hanno potuto accondiscendere alle richieste fatte da Cesare. Dal culto dell’imperatore dell’antica Roma ai regimi totalitari del secolo appena trascorso, Cesare ha cercato di prendere il posto di Dio. Quando i cristiani rifiutano di inchinarsi davanti ai falsi dèi proposti nei nostri tempi non è perché hanno una visione antiquata del mondo. Al contrario, ciò avviene perché sono liberi dai legami dell’ideologia e animati da una visione così nobile del destino umano, che non possono accettare compromessi con nulla che lo possa insidiare
.In Italia, molte scene di presepi sono adornate di rovine degli antichi edifici romani sullo sfondo. Ciò dimostra che la nascita del bambino Gesù segna la fine dell’antico ordine, il mondo pagano, nel quale le rivendicazioni di Cesare apparivano impossibili da sfidare. Adesso vi è un nuovo re, il quale non confida nella forza delle armi, ma nella potenza dell’amore. Egli porta speranza a tutti coloro che, come lui stesso, vivono ai margini della società. Porta speranza a quanti sono vulnerabili nelle mutevoli fortune di un mondo precario. Dalla mangiatoia, Cristo ci chiama a vivere da cittadini del suo regno celeste, un regno che ogni persona di buona volontà può aiutare a costruire qui sulla terra."

Benedetto XVI, Financial Time

(2 foto)

mercoledì 7 novembre 2012

Un fatto di vita

Un fatto di vita

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di Julián Carrón
06/11/2012 - L'editoriale da Tracce di novembre, la lettera a tutto il movimento che Julián Carrón, presidente della Fraternità di Cl, ha scritto dopo il Sinodo sulla nuova evangelizzazione
Cari amici,
appena tornato dal Sinodo dei Vescovi, voglio condividere con voi quello che ritengo più decisivo dell’esperienza vissuta, come indicazione per il nostro cammino.

Come sapete, il tema del Sinodo era «La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana». Il punto di partenza era stata la constatazione, oggi palese a tutti, che la fede non è più un presupposto ovvio. Questa situazione non riguarda soltanto la fede come esperienza personale, ma ha delle conseguenze anche sulla vita delle nazioni, per cui terre feconde possono diventare deserto inospitale. Di questa «desertificazione» vediamo già non pochi segni: l’emergenza educativa, la crisi economica, la confusione politica, la mancanza di fiducia, la violenza nei rapporti, l’esasperazione della vita sociale... Forse il segno più significativo di questa desertificazione è l’incapacità di intravvedere un punto di ripresa, perfino da parte degli osservatori più acuti, sempre pronti a rilevare ciò che manca, ma impotenti quando si tratta di offrire suggerimenti per ripartire.

In questo contesto, è commovente vedere che una istituzione come la Chiesa, con duemila anni di storia alle spalle, sia ancora libera di mettersi in discussione. Tanto è vero che uno dei richiami più spesso ascoltati nell’aula sinodale è stato quello relativo all’urgenza della conversione. Tutti eravamo consapevoli che per far rifiorire il deserto non basta cambiare strategie e neppure una messa a punto dei piani pastorali. Occorre una vera e propria conversione personale ed ecclesiale. C’era la consapevolezza che senza conversione non ci può essere nuova evangelizzazione. Semplicemente perché anche noi, membri della Chiesa, partecipiamo di quell’indebolimento della fede che ci ha portato all’attuale situazione. Non per niente, il Santo Padre ha indetto un Anno della Fede, proprio per aiutarci a riscoprire il dono e la bellezza della fede.

Da dove ripartire, dunque?

Fin dal primo giorno del Sinodo il Papa ha posto la domanda fondamentale: «Dio ha parlato, ha veramente rotto il grande silenzio, si è mostrato, ma come possiamo far arrivare questa realtà all’uomo di oggi, affinché diventi salvezza?» (8 ottobre 2012).
E ha indicato con chiarezza la risposta: «Noi non possiamo fare la Chiesa, possiamo solo far conoscere quanto ha fatto Lui. La Chiesa non comincia con il “fare” nostro, ma con il “fare” e il “parlare” di Dio. Così gli Apostoli non hanno detto, dopo alcune assemblee: adesso vogliamo creare una Chiesa, e con la forma di una costituente avrebbero elaborato una costituzione. No, hanno pregato e in preghiera hanno aspettato, perché sapevano che solo Dio stesso può creare la sua Chiesa, che Dio è il primo agente: se Dio non agisce, le nostre cose sono solo le nostre e sono insufficienti; solo Dio può testimoniare che è Lui che parla e ha parlato».

Il nostro contributo si può inserire solo nel dinamismo messo in moto da Dio stesso attraverso il suo Spirito. «Solo il precedere di Dio rende possibile il camminare nostro, il cooperare nostro, che è sempre un cooperare, non una nostra pura decisione. Perciò è importante sempre sapere che la prima parola, l’iniziativa vera, l’attività vera viene da Dio e solo inserendoci in questa iniziativa divina, solo implorando questa iniziativa divina, possiamo anche noi divenire - con Lui e in Lui - evangelizzatori. Dio è l’inizio sempre» (Benedetto XVI, 8 ottobre 2012). Solo chi si lascia afferrare da Dio, che è diventato vicino in Cristo, potrà rispondere alla sfida della nuova evangelizzazione. «I veri protagonisti della nuova evangelizzazione sono i santi» (Benedetto XVI, 28 ottobre 2012).

Sentendo la chiamata alla conversione che veniva dall’aula sinodale, non ho potuto evitare di ricordare il richiamo che ci fece don Giussani tanti anni fa a Viterbo, invitandoci a «recuperare la verità della nostra vocazione e del nostro impegno». Perché anche noi, ci diceva, corriamo il rischio di «ridurre il nostro impegno a una teorizzazione di metodo socio-pedagogico, all’attivismo conseguente e alla difesa politica di esso, invece che riaffermare e proporre all’uomo nostro fratello un fatto di vita».?Don Giussani domandava: «Ma un fatto di vita dove si appoggia? Dov’è la vita? La vita sei tu». Eppure tante volte a noi questa posizione sembra troppo poco concreta, inincidente storicamente, una sorta di «scelta religiosa». Infatti, continuava don Giussani, «per molti di noi che la salvezza sia Gesù Cristo e che la liberazione della vita e dell’uomo, qui e nell’aldilà, sia legata continuamente all’incontro con lui è diventato un richiamo “spirituale”. Il concreto sarebbe altro: è l’impegno sindacale, è far passare certi diritti, è la organizzazione, e perciò le riunioni, ma non come espressioni di una esigenza di vita, piuttosto come mortificazione della vita, peso e pedaggio da pagare ad una appartenenza che ci trova ancora inspiegabilmente in fila». E concludeva: «Il recupero della verità del nostro metodo per il rilancio della vita in noi, tra noi e là dove siamo, deve partire da capo. Dobbiamo riprendere coscienza dell’inizio di tutta la dinamica».

Qual è stato l’inizio?

«Il Movimento è nato da una presenza che si imponeva e portava alla vita la provocazione di una promessa da seguire. Ma poi abbiamo affidato la continuità di questo inizio ai discorsi e alle iniziative, alle riunioni e alle cose da fare. Non l’abbiamo affidato alla nostra vita, così che l’inizio ha cessato molto presto di essere verità offerta alla nostra persona ed è divenuto spunto di una associazione, di una realtà su cui scaricare la responsabilità del proprio lavoro e dalla quale pretendere la risoluzione delle cose.?Quello che doveva essere l’accoglienza di una provocazione e quindi un seguire vivo è diventato obbedienza all’organizzazione».

Per poter offrire ai nostri fratelli uomini un fatto di vita, occorre che maturi in ciascuno di noi una autocoscienza tale della nostra dipendenza originale da farci rinascere in qualsiasi buio; ed è necessario essere talmente presi dall’avvenimento di Cristo che la Sua memoria domini le nostre giornate, perché mai sono di più me stesso come quando Tu, Cristo, mi accadi e mi invadi con la Tua presenza. Così potremo vivere la vita come vocazione, dove «ogni cosa, ogni rapporto, ogni gioia, come anche ogni difficoltà, trova la sua ragione ultima nell’essere occasione di rapporto con l’Infinito, voce di Dio che continuamente ci chiama e ci invita ad alzare lo sguardo, a scoprire nell’adesione a Lui la realizzazione piena della nostra umanità» (Benedetto XVI).

Affinché la nostra vita possa essere così cambiata, occorre la nostra disponibilità alla conversione, cioè alla sequela, secondo l’invito di don Giussani: «La sequela è il desiderio di rivivere l’esperienza della persona che ti ha provocato e ti provoca con la sua presenza nella vita della comunità, è il desiderio di partecipare alla vita di quella persona nella quale ti è portato qualcosa d’Altro, ed è questo Altro ciò cui sei devoto, ciò cui aspiri, cui vuoi aderire, dentro questo cammino».

Solo chi è disponibile a seguire un maestro, cercando di riviverne l’esperienza, potrà dare un contributo all’altezza della situazione. «Così sono i nuovi evangelizzatori: persone che hanno fatto l’esperienza di essere risanati da Dio, mediante Gesù Cristo. E la loro caratteristica è una gioia del cuore, che dice con il Salmista: “Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia” (Sal 125,3)» (Benedetto XVI, 28 ottobre 2012). Solamente diventando «creature nuove» potremo mostrare la bellezza di una esistenza vissuta nella fede, facendo trasparire nella realtà quotidiana la novità che ci è capitata, attraverso la diversità con cui viviamo la vita di tutti, dal lavoro al tempo libero, nel modo diverso di usare la ragione e la libertà, di affrontare le circostanze, la vita e la morte, di rispondere ai bisogni dei nostri fratelli o di partecipare alla vita pubblica.

In questi tempi, davanti a quanto accade al nostro movimento, mi viene spesso alla mente l’esperienza del popolo d’Israele. Mi auguro che non ci debba capitare quello che è successo ad esso: rifiutandosi di ascoltare i richiami dei profeti, il popolo fu portato in esilio. Solo allora, spogliato di tutto, capì dove stava la sua vera consistenza. Israele si fece umile e divenne una presenza in grado di rendere testimonianza al suo Signore, libero da qualsiasi pretesa egemonica di identificare la propria sicurezza con un possesso e con una riuscita umana. Attraverso la durezza di quella circostanza - l’esilio -, Dio purificò il Suo popolo e lo fece risplendere in mezzo a tutti.

Ricordando che «a nulla fuorché a Gesù il cristiano è attaccato» (don Giussani), aiutiamoci a camminare dentro la memoria di Lui, obbedendo alla voce del Mistero che ci chiama attraverso quel grande testimone che è Benedetto XVI. Se ci risparmiassimo questo che è “il” lavoro della vita, mancheremmo al compito della testimonianza per cui il Signore ha suscitato il carisma del movimento nella Chiesa, che continua a destare curiosità e interesse, come ho potuto verificare anche al Sinodo.

Se seguiamo con semplicità - come in tanti mi testimoniate di continuo -, non ci perderemo il meglio che bussa alla porta delle nostre giornate, come ci ricordava sempre don Giussani: «È una promessa dentro ogni battaglia - mentre c’è la battaglia, attraverso tutto il tempo della vita che sia lotta e fatica - a entrare sempre di più dentro il Tu; perché il “Tu” è a un presente: “Mia forza e mio canto sei tu”
».



Un abbraccio
don Julián Carrón
Milano, 1 novembre 2012

martedì 30 ottobre 2012

Che cosa è la fede?

BENEDETTO XVI
UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 24 ottobre 2012
 
L'Anno della fede. Che cosa è la fede?
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Cari fratelli e sorelle,
mercoledì scorso, con l'inizio dell'Anno della fede, ho cominciato con una nuova serie di catechesi sulla fede. E oggi vorrei riflettere con voi su una questione fondamentale: che cosa è la fede? Ha ancora senso la fede in un mondo in cui scienza e tecnica hanno aperto orizzonti fino a poco tempo fa impensabili? Che cosa significa credere oggi? In effetti, nel nostro tempo è necessaria una rinnovata educazione alla fede, che comprenda certo una conoscenza delle sue verità e degli eventi della salvezza, ma che soprattutto nasca da un vero incontro con Dio in Gesù Cristo, dall’amarlo, dal dare fiducia a Lui, così che tutta la vita ne sia coinvolta.
Oggi, insieme a tanti segni di bene, cresce intorno a noi anche un certo deserto spirituale. A  volte, si ha come la sensazione, da certi avvenimenti di cui abbiamo notizia tutti i giorni, che il mondo non vada verso la costruzione di una comunità più fraterna e più pacifica; le stesse idee di progresso e di benessere mostrano anche le loro ombre. Nonostante la grandezza delle scoperte della scienza e dei successi della tecnica, oggi l’uomo non sembra diventato veramente più libero, più umano; permangono tante forme di sfruttamento, di manipolazione, di violenza, di sopraffazione, di ingiustizia… Un certo tipo di cultura, poi, ha educato a muoversi solo nell’orizzonte delle cose, del fattibile, a credere solo in ciò che si vede e si tocca con le proprie mani. D’altra parte, però, cresce anche il numero di quanti si sentono disorientati e, nella ricerca di andare oltre una visione solo orizzontale della realtà, sono disponibili a credere a tutto e al suo contrario. In questo contesto riemergono alcune domande fondamentali, che sono molto più concrete di quanto appaiano a prima vista: che senso ha vivere? C’è un futuro per l’uomo, per noi e per le nuove generazioni? In che direzione orientare le scelte della nostra libertà per un esito buono e felice della vita? Che cosa ci aspetta oltre la soglia della morte?
Da queste insopprimibili domande emerge come il mondo della pianificazione, del calcolo esatto e della sperimentazione, in una parola il sapere della scienza, pur importante per la vita dell’uomo, da solo non basta. Noi abbiamo bisogno non solo del pane materiale, abbiamo bisogno di amore, di significato e di speranza, di un fondamento sicuro, di un terreno solido che ci aiuti a vivere con un senso autentico anche nella crisi, nelle oscurità, nelle difficoltà e nei problemi quotidiani. La fede ci dona proprio questo: è un fiducioso affidarsi a un «Tu», che è Dio, il quale mi dà una certezza diversa, ma non meno solida di quella che mi viene dal calcolo esatto o dalla scienza. La fede non è un semplice assenso intellettuale dell’uomo a delle verità particolari su Dio; è un atto con cui mi affido liberamente a un Dio che è Padre e mi ama; è adesione a un «Tu» che mi dona speranza e fiducia. Certo questa adesione a Dio non è priva di contenuti: con essa siamo consapevoli che Dio stesso si è mostrato a noi in Cristo, ha fatto vedere il suo volto e si è fatto realmente vicino a ciascuno di noi. Anzi, Dio ha rivelato che il suo amore verso l’uomo, verso ciascuno di noi, è senza misura: sulla Croce, Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio fatto uomo, ci mostra nel modo più luminoso a che punto arriva questo amore, fino al dono di se stesso, fino al sacrificio totale. Con il mistero della Morte e Risurrezione di Cristo, Dio scende fino in fondo nella nostra umanità per riportarla a Lui, per elevarla alla sua altezza. La fede è credere a questo amore di Dio che non viene meno di fronte alla malvagità dell’uomo, di fronte al male e alla morte, ma è capace di trasformare ogni forma di schiavitù, donando la possibilità della salvezza. Avere fede, allora, è incontrare questo «Tu», Dio, che mi sostiene e mi accorda la promessa di un amore indistruttibile che non solo aspira all’eternità, ma la dona; è affidarmi a Dio con l’atteggiamento del bambino, il quale sa bene che tutte le sue difficoltà, tutti i suoi problemi sono al sicuro nel «tu» della madre. E questa possibilità di salvezza attraverso la fede è un dono che Dio offre a tutti gli uomini. Penso che dovremmo meditare più spesso - nella nostra vita quotidiana, caratterizzata da problemi e situazioni a volte drammatiche –sul fatto che credere cristianamente significa questo abbandonarmi con fiducia al senso profondo che sostiene me e il mondo, quel senso che noi non siamo in grado di darci, ma solo di ricevere come dono, e che è il fondamento su cui possiamo vivere senza paura. E questa certezza liberante e rassicurante della fede dobbiamo essere capaci di annunciarla con la parola e di mostrarla con la nostra vita di cristiani.
Attorno a noi, però, vediamo ogni giorno che molti rimangono indifferenti o rifiutano di accogliere questo annuncio. Alla fine del Vangelo di Marco, oggi abbiamo parole dure del Risorto che dice : «Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato» (Mc 16,16), perde se stesso. Vorrei invitarvi a riflettere su questo. La fiducia nell’azione dello Spirito Santo, ci deve spingere sempre ad andare e predicare il Vangelo, alla coraggiosa testimonianza della fede; ma, oltre alla possibilità di una risposta positiva al dono della fede, vi è anche il rischio del rifiuto del Vangelo, della non accoglienza dell’incontro vitale con Cristo. Già sant’Agostino poneva questo problema in un suo commento alla parabola del seminatore: «Noi parliamo - diceva -, gettiamo il seme, spargiamo il seme. Ci sono quelli che disprezzano, quelli che rimproverano, quelli che irridono. Se noi temiamo costoro, non abbiamo più nulla da seminare e il giorno della mietitura resteremo senza raccolto. Perciò venga il seme della terra buona» (Discorsi sulla disciplina cristiana, 13,14: PL 40, 677-678). Il rifiuto, dunque, non può scoraggiarci. Come cristiani siamo testimonianza di questo terreno fertile: la nostra fede, pur nei nostri limiti, mostra che esiste la terra buona, dove il seme della Parola di Dio produce frutti abbondanti di giustizia, di pace e di amore, di nuova umanità, di salvezza. E tutta la storia della Chiesa, con tutti i problemi, dimostra anche che esiste la terra buona, esiste il seme buono, e porta frutto.
Ma chiediamoci: da dove attinge l’uomo quell’apertura del cuore e della mente per credere nel Dio che si è reso visibile in Gesù Cristo morto e risorto, per accogliere la sua salvezza, così che Lui e il suo Vangelo siano la guida e la luce dell’esistenza? Risposta: noi possiamo credere in Dio perché Egli si avvicina a noi e ci tocca, perché lo Spirito Santo, dono del Risorto, ci rende capaci di accogliere il Dio vivente. La fede allora è anzitutto un dono soprannaturale, un dono di Dio. Il Concilio Vaticano II afferma: «Perché si possa prestare questa fede, è necessaria la grazia di Dio che previene e soccorre, e sono necessari gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia “a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità”» (Cost. dogm. Dei Verbum, 5). Alla base del nostro cammino di fede c’è il Battesimo, il sacramento che ci dona lo Spirito Santo, facendoci diventare figli di Dio in Cristo, e segna l’ingresso nella comunità della fede, nella Chiesa: non si crede da sé, senza il prevenire della grazia dello Spirito; e non si crede da soli, ma insieme ai fratelli. Dal Battesimo in poi ogni credente è chiamato a ri-vivere e fare propria questa confessione di fede, insieme ai fratelli.
La fede è dono di Dio, ma è anche atto profondamente libero e umano. Il Catechismo della Chiesa Cattolica lo dice con chiarezza: «È impossibile credere senza la grazia e gli aiuti interiori dello Spirito Santo. Non è però meno vero che credere è un atto autenticamente umano. Non è contrario né alla libertà né all’intelligenza dell’uomo» (n. 154). Anzi, le implica e le esalta, in una scommessa di vita che è come un esodo, cioè un uscire da se stessi, dalle proprie sicurezze, dai propri schemi mentali, per affidarsi all’azione di Dio che ci indica la sua strada per conseguire la vera libertà, la nostra identità umana, la gioia vera del cuore, la pace con tutti. Credere è affidarsi in tutta libertà e con gioia al disegno provvidenziale di Dio sulla storia, come fece il patriarca Abramo, come fece Maria di Nazaret. La fede allora è un assenso con cui la nostra mente e il nostro cuore dicono il loro «sì» a Dio, confessando che Gesù è il Signore. E questo «sì» trasforma la vita, le apre la strada verso una pienezza di significato, la rende così nuova, ricca di gioia e di speranza affidabile.
Cari amici, il nostro tempo richiede cristiani che siano stati afferrati da Cristo, che crescano nella fede grazie alla familiarità con la Sacra Scrittura e i Sacramenti. Persone che siano quasi un libro aperto che narra l’esperienza della vita nuova nello Spirito, la presenza di quel Dio che ci sorregge nel cammino e ci apre alla vita che non avrà mai fine. Grazie.

lunedì 15 ottobre 2012

L'avvenimento di un'umanità diversa in grado di ridestare l'interesse per la fede

ANNO DELLA FEDE

L'avvenimento di un'umanità diversa in grado di ridestare l'interesse per la fede

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di Julián Carrón
15/10/2012 - Il testo dell'intervento che don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Cl, ha fatto sabato scorso, 13 ottobre, nell'aula del Sinodo
Beatissimo Padre, Venerabili Padri, Fratelli e sorelle:
Il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione e l’Anno della fede traggono origine dalla stessa costatazione: non possiamo continuare a «pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune». In effetti, «questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato» (Porta fidei, 2). Se la fede non si può continuare a dare per scontata, la prima urgenza è come ridestare negli uomini del nostro tempo l’interesse per essa e per il cristianesimo. E il luogo privilegiato dove questo può accadere è la vita quotidiana, dove come cristiani entriamo in rapporto con i nostri fratelli uomini.

Leggendo l’Instrumentum Laboris, che contiene tanti spunti preziosi per il nostro lavoro, sono rimasto colpito da questa osservazione: «Desta preoccupazione in molte risposte [ai Lineamenta] la scarsezza di primo annuncio nella vita quotidiana, che si svolge nel quartiere, dentro il mondo del lavoro». Questa valutazione, che emerge in tante risposte, mi sembra metta il dito nella piaga, indicando quale sia la sfida che ci troviamo ad affrontare.
Malgrado tutti i tentativi fatti negli ultimi decenni per migliorare gli strumenti della trasmissione della fede, la costatazione è semplice: tutto lo sforzo fatto fino adesso fatica a generare una novità di vita tale da destare nei vicini e nei colleghi la curiosità per quello che i battezzati vivono nella vita quotidiana (quartiere, luogo di lavoro). Questo dice molto della difficoltà che oggi ci troviamo ad affrontare come Chiesa: come superare quella frattura tra la fede e la vita che rende più difficile alla fede di essere incontrabile in modo ragionevole, e dunque attraente nella vita quotidiana. Se non riusciamo ad affrontare con chiarezza la questione, continueremo a fare ingenti sforzi senza riuscire a dare una risposta adeguata alla radice del problema.

Qui risiede, a mio avviso, il nesso profondo tra l’Anno della fede e la Nuova Evangelizzazione. Infatti, senza «riscoprire e riaccogliere il dono prezioso che è la fede», che renda ogni battezzato una «nuova creatura» capace di mostrare la bellezza di una esistenza vissuta nella fede, la nuova evangelizzazione rischia di essere ridotta a una questione di esperti e una discussione sugli strumenti, e di non avvenire come esperienza personale e ecclesiale in grado di ridestare negli uomini l’interesse per la fede.

Per suscitare questo interesse abbiamo un alleato dentro l’uomo di qualsiasi cultura e condizione. Noi sappiamo che il cuore dell’uomo è fatto per l’infinito. E questo desiderio, anche se sepolto sotto mille distrazioni ed errori, è incancellabile. Rimane in lui l’attesa di un compimento. Perché nessun «falso infinito» - per usare un’espressione di Benedetto XVI -, con cui tante volte identifica il suo compimento, riesce a soddisfarlo. «Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde se stesso? Cosa potrà dare l’uomo in cambio di sé?» (Mt 16,26).

A questa attesa, però, non può semplicemente rispondere una dottrina, un insieme di regole, una organizzazione, ma piuttosto l’avvenimento di una umanità diversa. Come disse don Giussani durante il Sinodo sui laici del 1987, «ciò che manca non è tanto la ripetizione verbale o culturale dell’annuncio. L’uomo di oggi attende forse inconsapevolmente l’esperienza dell’incontro con persone per le quali il fatto di Cristo è realtà così presente che la vita loro è cambiata. È un impatto umano che può scuotere l’uomo di oggi: un avvenimento che sia eco dell’avvenimento iniziale, quando Gesù alzò gli occhi e disse: “Zaccheo, scendi subito, vengo a casa tua”». Allora come oggi, solo una creatura nuova, un testimone di una vita cambiata può suscitare di nuovo la curiosità per il cristianesimo: vedere realizzata quella pienezza che uno desidera raggiungere, ma non sa come. Uomini nuovi che creano luoghi dove ciascuno possa essere invitato a fare la verifica che fecero i primi due sulla riva del Giordano: «Vieni e vedi», perché «una fede che non possa essere reperta e trovata nell’esperienza presente, confermata da essa, utile a rispondere alle sue esigenze, non sarà una fede in grado di resistere in un mondo dove tutto, tutto, dice l’opposto»
(L. Giussani, Il rischio educativo)

domenica 14 ottobre 2012

La questione per noi è: Dio ha parlato, ha veramente rotto il grande silenzio, si è mostrato

MEDITAZIONE DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
NEL CORSO DELLA PRIMA CONGREGAZIONE GENERALE
Aula del Sinodo
Lunedì, 8 ottobre 2012
  
Cari Fratelli,
la mia meditazione si riferisce alla parola «evangelium» «euangelisasthai» (cfr Lc 4,18). In questo Sinodo vogliamo conoscere di più che cosa il Signore ci dice e che cosa possiamo o dobbiamo fare noi. E’ divisa in due parti: una prima riflessione sul significato di queste parole, e poi vorrei tentare di interpretare l’Inno dell’Ora Terza «Nunc, Sancte, nobis Spìritus», a pagina 5 del Libro delle Preghiere.
La parola «evangelium» «euangelisasthai» ha una lunga storia. Appare in Omero: è annuncio di una vittoria, e quindi annuncio di bene, di gioia, di felicità. Appare, poi, nel Secondo Isaia (cfr Is 40,9), come voce che annuncia gioia da Dio, come voce che fa capire che Dio non ha dimenticato il suo popolo, che Dio, il Quale si era apparentemente quasi ritirato dalla storia, c’è, è presente. E Dio ha potere, Dio dà gioia, apre le porte dell’esilio; dopo la lunga notte dell’esilio, la sua luce appare e dà la possibilità del ritorno al suo popolo, rinnova la storia del bene, la storia del suo amore. In questo contesto dell’evangelizzazione, appaiono soprattutto tre parole: dikaiosyne, eirene, soteria - giustizia, pace, salvezza. Gesù stesso ha ripreso le parole di Isaia a Nazaret, parlando di questo «Evangelo» che porta adesso proprio agli esclusi, ai carcerati, ai sofferenti e ai poveri.
Ma per il significato della parola «evangelium» nel Nuovo Testamento, oltre a questo – il Deutero Isaia, che apre la porta -, è importante anche l’uso della parola fatto dall’Impero Romano, cominciando dall’imperatore Augusto. Qui il termine «evangelium» indica una parola, un messaggio che viene dall’Imperatore. Il messaggio, quindi, dell’Imperatore - come tale - porta bene: è rinnovamento del mondo, è salvezza. Messaggio imperiale e come tale un messaggio di potenza e di potere; è un messaggio di salvezza, di rinnovamento e di salute. Il Nuovo Testamento accetta questa situazione. San Luca confronta esplicitamente l’Imperatore Augusto con il Bambino nato a Betlemme: «evangelium» - dice - sì, è una parola dell’Imperatore, del vero Imperatore del mondo. Il vero Imperatore del mondo si è fatto sentire, parla con noi. E questo fatto, come tale, è redenzione, perché la grande sofferenza dell’uomo - in quel tempo, come oggi - è proprio questa: dietro il silenzio dell’universo, dietro le nuvole della storia c’è un Dio o non c’è? E, se c’è questo Dio, ci conosce, ha a che fare con noi? Questo Dio è buono, e la realtà del bene ha potere nel mondo o no? Questa domanda oggi è così attuale come lo era in quel tempo. Tanta gente si domanda: Dio è una ipotesi o no? E’ una realtà o no? Perché non si fa sentire? «Vangelo» vuol dire: Dio ha rotto il suo silenzio, Dio ha parlato, Dio c’è. Questo fatto come tale è salvezza: Dio ci conosce, Dio ci ama, è entrato nella storia. Gesù è la sua Parola, il Dio con noi, il Dio che ci mostra che ci ama, che soffre con noi fino alla morte e risorge. Questo è il Vangelo stesso. Dio ha parlato, non è più il grande sconosciuto, ma ha mostrato se stesso e questa è la salvezza.
La questione per noi è: Dio ha parlato, ha veramente rotto il grande silenzio, si è mostrato, ma come possiamo far arrivare questa realtà all’uomo di oggi, affinché diventi salvezza? Di per sé il fatto che abbia parlato è la salvezza, è la redenzione. Ma come può saperlo l’uomo? Questo punto mi sembra che sia un interrogativo, ma anche una domanda, un mandato per noi: possiamo trovare risposta meditando l’Inno dell’Ora Terza «Nunc, Sancte, nobis Spìritus». La prima strofa dice: «Dignàre promptus ingeri nostro refusus, péctori», e cioè preghiamo affinché venga lo Spirito Santo, sia in noi e con noi. Con altre parole: noi non possiamo fare la Chiesa, possiamo solo far conoscere quanto ha fatto Lui. La Chiesa non comincia con il «fare» nostro, ma con il «fare» e il «parlare» di Dio. Così gli Apostoli non hanno detto, dopo alcune assemblee: adesso vogliamo creare una Chiesa, e con la forma di una costituente avrebbero elaborato una costituzione. No, hanno pregato e in preghiera hanno aspettato, perché sapevano che solo Dio stesso può creare la sua Chiesa, che Dio è il primo agente: se Dio non agisce, le nostre cose sono solo le nostre e sono insufficienti; solo Dio può testimoniare che è Lui che parla e ha parlato. Pentecoste è la condizione della nascita della Chiesa: solo perché Dio prima ha agito, gli Apostoli possono agire con Lui e con la sua presenza e far presente quanto fa Lui. Dio ha parlato e questo «ha parlato» è il perfetto della fede, ma è sempre anche un presente: il perfetto di Dio non è solo un passato, perché è un passato vero che porta sempre in sé il presente e il futuro. Dio ha parlato vuol dire: «parla». E come in quel tempo solo con l’iniziativa di Dio poteva nascere la Chiesa, poteva essere conosciuto il Vangelo, il fatto che Dio ha parlato e parla, così anche oggi solo Dio può cominciare, noi possiamo solo cooperare, ma l’inizio deve venire da Dio. Perciò non è una mera formalità se cominciano ogni giorno la nostra Assise con la preghiera: questo risponde alla realtà stessa. Solo il precedere di Dio rende possibile il camminare nostro, il cooperare nostro, che è sempre un cooperare, non una nostra pura decisione. Perciò è importante sempre sapere che la prima parola, l’iniziativa vera, l’attività vera viene da Dio e solo inserendoci in questa iniziativa divina, solo implorando questa iniziativa divina, possiamo anche noi divenire - con Lui e in Lui - evangelizzatori. Dio è l’inizio sempre, e sempre solo Lui può fare Pentecoste, può creare la Chiesa, può mostrare la realtà del suo essere con noi. Ma dall’altra parte, però, questo Dio, che è sempre l’inizio, vuole anche il coinvolgimento nostro, vuole coinvolgere la nostra attività, così che le attività sono teandriche, per così dire, fatte da Dio, ma con il coinvolgimento nostro e implicando il nostro essere, tutta la nostra attività.
Quindi quando facciamo noi la nuova evangelizzazione è sempre cooperazione con Dio, sta nell’insieme con Dio, è fondata sulla preghiera e sulla sua presenza reale.
Ora, questo nostro agire, che segue dall’iniziativa di Dio, lo troviamo descritto nella seconda strofa di questo Inno: «Os, lingua, mens, sensus, vigor, confessionem personent, flammescat igne caritas, accendat ardor proximos». Qui abbiamo, in due righe, due sostantivi determinanti: «confessio» nelle prime righe, e «caritas» nelle seconde due righe. «Confessio» e «caritas», come i due modi in cui Dio ci coinvolge, ci fa agire con Lui, in Lui e per l’umanità, per la sua creatura: «confessio» e «caritas». E sono aggiunti i verbi: nel primo caso «personent» e nel secondo «caritas» interpretato con la parola fuoco, ardore, accendere, fiammeggiare.
Vediamo il primo: «confessionem personent». La fede ha un contenuto: Dio si comunica, ma questo Io di Dio si mostra realmente nella figura di Gesù ed è interpretato nella «confessione» che ci parla della sua concezione verginale della Nascita, della Passione, della Croce, della Risurrezione. Questo mostrarsi di Dio è tutto una Persona: Gesù come il Verbo, con un contenuto molto concreto che si esprime nella «confessio». Quindi, il primo punto è che noi dobbiamo entrare in questa «confessione», farci penetrare, così che «personent» - come dice l’Inno - in noi e tramite noi. Qui è importante osservare anche una piccola realtà filologica: «confessio» nel latino precristiano si direbbe non «confessio» ma «professio» (profiteri): questo è il presentare positivamente una realtà. Invece la parola «confessio» si riferisce alla situazione in un tribunale, in un processo dove uno apre la sua mente e confessa. In altre parole, questa parola «confessione», che nel cristiano latino ha sostituito la parola «professio», porta in sé l’elemento martirologico, l’elemento di testimoniare davanti a istanze nemiche alla fede, testimoniare anche in situazioni di passione e di pericolo di morte. Alla confessione cristiana appartiene essenzialmente la disponibilità a soffrire: questo mi sembra molto importante. Sempre nell’essenza della «confessio» del nostro Credo, è implicata anche la disponibilità alla passione, alla sofferenza, anzi, al dono della vita. E proprio questo garantisce la credibilità: la «confessio» non è qualunque cosa che si possa anche lasciar cadere; la «confessio» implica la disponibilità di dare la mia vita, di accettare la passione. Questo è proprio anche la verifica della «confessio». Si vede che per noi la «confessio» non è una parola, è più che il dolore, è più che la morte. Per la «confessio» realmente vale la pena di soffrire, vale la pena di soffrire fino alla morte. Chi fa questa «confessio» dimostra così che veramente quanto confessa è più che vita: è la vita stessa, il tesoro, la perla preziosa e infinita. Proprio nella dimensione martirologica della parola «confessio» appare la verità: si verifica solo per una realtà per cui vale la pena di soffrire, che è più forte anche della morte, e dimostra che è verità che tengo in mano, che sono più sicuro, che «porto» la mia vita perché trovo la vita in questa confessione.
Adesso vediamo dove dovrebbe penetrare questa «confessione»: «Os, lingua, mens, sensus, vigor». Da San Paolo, Lettera ai Romani 10, sappiamo che la collocazione della «confessione» è nel cuore e nella bocca: deve stare nel profondo del cuore, ma deve essere anche pubblica; deve essere annunciata la fede portata nel cuore: non è mai solo una realtà nel cuore, ma tende ad essere comunicata, ad essere confessata realmente davanti agli occhi del mondo. Così dobbiamo imparare, da una parte, ad essere realmente – diciamo - penetrati nel cuore dalla «confessione», così il nostro cuore è formato, e dal cuore trovare anche, insieme con la grande storia della Chiesa, la parola e il coraggio della parola, e la parola che indica il nostro presente, questa «confessione» che è sempre tuttavia una. «Mens»: la «confessione» non è solo cosa del cuore e della bocca, ma anche dell’intelligenza; deve essere pensata e così, come pensata e intelligentemente concepita, tocca l’altro e suppone sempre che il mio pensiero sia realmente collocato nella «confessione». «Sensus»: non è una cosa puramente astratta e intellettuale, la «confessio» deve penetrare anche i sensi della nostra vita. San Bernardo di Chiaravalle ci ha detto che Dio, nella sua rivelazione, nella storia di salvezza, ha dato ai nostri sensi la possibilità di vedere, di toccare, di gustare la rivelazione. Dio non è più una cosa solo spirituale: è entrato nel mondo dei sensi e i nostri sensi devono essere pieni di questo gusto, di questa bellezza della Parola di Dio, che è realtà. «Vigor»: è la forza vitale del nostro essere e anche il vigore giuridico di una realtà. Con tutta la nostra vitalità e forza, dobbiamo essere penetrati dalla «confessio», che deve realmente «personare»; la melodia di Dio deve intonare il nostro essere nella sua totalità.
«Confessio» è la prima colonna - per così dire - dell’evangelizzazione e la seconda è «caritas». La «confessio» non è una cosa astratta, è «caritas», è amore. Solo così è realmente il riflesso della verità divina, che come verità è inseparabilmente anche amore. Il testo descrive, con parole molto forti, questo amore: è ardore, è fiamma, accende gli altri. C’è una passione nostra che deve crescere dalla fede, che deve trasformarsi in fuoco della carità. Gesù ci ha detto: Sono venuto per gettare fuoco alla terra e come desidererei che fosse già acceso. Origene ci ha trasmesso una parola del Signore: «Chi è vicino a me è vicino al fuoco». Il cristiano non deve essere tiepido. L’Apocalisse ci dice che questo è il più grande pericolo del cristiano: che non dica di no, ma un sì molto tiepido. Questa tiepidezza proprio discredita il cristianesimo. La fede deve divenire in noi fiamma dell’amore, fiamma che realmente accende il mio essere, diventa grande passione del mio essere, e così accende il prossimo. Questo è il modo dell’evangelizzazione: «Accéndat ardor proximos», che la verità diventi in me carità e la carità accenda come fuoco anche l’altro. Solo in questo accendere l’altro attraverso la fiamma della nostra carità, cresce realmente l’evangelizzazione, la presenza del Vangelo, che non è più solo parola, ma realtà vissuta.
San Luca ci racconta che nella Pentecoste, in questa fondazione della Chiesa da Dio, lo Spirito Santo era fuoco che ha trasformato il mondo, ma fuoco in forma di lingua, cioè fuoco che è tuttavia anche ragionevole, che è spirito, che è anche comprensione; fuoco che è unito al pensiero, alla «mens». E proprio questo fuoco intelligente, questa «sobria ebrietas», è caratteristico per il cristianesimo. Sappiamo che il fuoco è all’inizio della cultura umana; il fuoco è luce, è calore, è forza di trasformazione. La cultura umana comincia nel momento in cui l’uomo ha il potere di creare fuoco: con il fuoco può distruggere, ma con il fuoco può trasformare, rinnovare. Il fuoco di Dio è fuoco trasformante, fuoco di passione - certamente - che distrugge anche tanto in noi, che porta a Dio, ma fuoco soprattutto che trasforma, rinnova e crea una novità dell’uomo, che diventa luce in Dio.
Così, alla fine, possiamo solo pregare il Signore che la «confessio» sia in noi fondata profondamente e che diventi fuoco che accende gli altri; così il fuoco della sua presenza, la novità del suo essere con noi, diventa realmente visibile e forza del presente e del futuro.