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domenica 26 marzo 2017

Religione ed etica. Scruton: «Ritorno ai valori. Ormai è tempo»

Religione ed etica. Scruton: «Ritorno ai valori. Ormai è tempo»

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Silvia Guzzetti giovedì 9 marzo 2017
Per il filosofo inglese «oggi ogni azione viene giustificata per i vantaggi che produce senza considerare i costi»
Roger Scruton è nato nel Lincolnshire nel 1955
Roger Scruton è nato nel Lincolnshire nel 1955
«Sono una serie di tre lezioni che ho fatto all’università di Princeton quando sono stato invitato a partecipare al programma Madison, diretto da Robert George, un intellettuale cattolico. In esse affronto questioni che sono importanti per i credenti, e in particolare per i cristiani, nell’ambito del tema di come collocare la loro visione della natura umana nel contesto della biologia che la scienza sta scoprendo in questo momento'. Così Roger Scruton, il più brillante filosofo inglese, descrive il suo ultimo libro On human nature, «Sulla natura umana» pubblicato in questi giorni da Princeton University Press. Credente, anglicano, arrivato a Dio ascoltando le Passioni di Bach, odiatissimo dalla sinistra perché conservatore eppure riconosciuto come uno dei più brillanti intellettuali del nostro tempo, Scruton spiega che la sua opera, raccolta in cinquanta volumi che vanno dall’estetica alla morale alla filosofia politica, «ha sempre avuto l’obbiettivo scoprire che cosa distingue gli esseri umani dagli altri animali e perché il fatto che siamo nel mondo diventa un problema per noi». L’intellettuale espulso dalla Cecoslovacchia durante il comunismo, emigrato a Boston perché non apprezzato nel Regno Unito, oggi insignito del titolo di baronetto dalla regina Elisabetta, racconta che «a renderci unici in natura è l’autocoscienza, la consapevolezza della nostra vita interiore come prospettiva sul mondo, ma anche la nostra capacità di entrare in rapporto gli uni con gli altri come 'io' e 'tu' e questo cambia tutto per noi esseri umani perché non possiamo considerarci semplici oggetti in natura ma dobbiamo vederci come esseri liberi che interagiscono da un punto di vista trascendente»

Nel suo libro lei sottolinea che la religione risponde ad alcuni nostri bisogni fondamentali e abbiamo quindi, inevitabilmente, bisogno di Dio. Eppure nel mondo occidentale le chiese cristiane hanno sempre meno aderenti. Perché secondo
 lei?
«Attraversiamo un periodo nel quale le persone stanno perdendo la loro prospettiva religiosa oppure essa è meno evidente, più remota nella loro vita. Non è la prima volta che questo succede nella storia dell’umanità. L’ultimo periodo dell’impero romano era caratterizzato da debolissimi sentimenti religiosi fino a che arrivò il cristianesimo e la fede ridiventò importantissima. La religione è qualcosa di cui abbiamo bisogno ma che facciamo fatica a raggiungere perché richiede uno sforzo da parte nostra».
Per un cristiano impegnato come lei non è triste vedere che il numero dei fedeli che vanno in chiesa diminuisce in continuazione?
«È triste ma le cose cambieranno. Uno dei problemi è che la nostra vita è così sicura, così facile e piena di comfort che non riconosciamo quanto siamo dipendenti da Dio ma appena c’è un’emergenza ci accorgiamo della nostra fragilità e torniamo in chiesa. Se non difendiamo la nostra fede l’islam avrà il sopravvento ma non dimentichiamoci che esiste una grande differenza tra cristianesimo e islam. Il cristianesimo ha saputo adattarsi al mondo moderno e accettare i risultati della scienza mentre l’islam è in una situazione di conflitto aperto con la modernità. Il cristianesimo ha, quindi, maggiori probabilità di sopravvivenza se i fedeli sanno dedicarvi il proprio cuore e la propria mente».
Che cosa dobbiamo fare come cristiani per assicurarci che la fede continui?
«Pregare e andare in chiesa ma anche testimoniare con la nostra vita, soprattutto ai giovani, che il cristianesimo è fonte di gioia e serenità».
Nel suo libro lei parla del divario tra scienza e religione che è evidente in Gran Bretagna nel settore della bioetica dove si producono embrioni con tre genitori e si eliminano bambini Down senza che nessuno si chieda quale visione dell’uomo ci sia dietro a queste scelte. Nessuno si domanda se, come esseri umani, non dobbiamo anche accettare i limiti che abbiamo anche se questo significa non avere figli o soffrire di alcune malattie.
«Sono profondamente contrario a questo interferire nel processo riproduttivo. Non sappiamo che cosa stiamo facendo né in che direzione stiamo andando e preferirei che non succedesse. D’altra parte non si può fermare la curiosità umana. Ci sono leggi che regolano questo settore ma nessuno sa quali dovrebbero essere le fondamenta etiche di questo tipo di legislazione perché non esiste più una religione nella quale possano essere radicate».
Manca anche un dibattito su queste nuove tecniche e non è dovuto al fatto che l’ansia di curare alcune malattie diventa l’unica priorità?
«Sì. È verissimo. Ogni azione viene giustificata per i vantaggi che produce senza che vengano considerati i costi. È un atteggiamento potenzialmente pericoloso».
Nel suo libro lei introduce i concetti di contaminazione e profanazione del corpo come fondamentali per costruire una vera morale sessuale ed evitare crimini come la violenza sessuale. Sono sentimenti innati in noi e come possiamo valorizzarli e proteggerli?
«Abbiamo bisogno dei concetti di purezza e contaminazione ma anche di sacro e di profano per dare significato al sesso e viverlo con gioia. Esiste, nella natura umana, una profonda nostalgia non soltanto del mistero del quale il sesso dovrebbe essere avvolto ma anche di rapporti sessuali autentici che comportino impegno. Questo fa parte di noi e l’educazione sessuale di oggi, secolarizzata e non inserita in un sistema di valori, tradisce questa dimensione umana profondamente radicata in noi».
Perché oggi diamo meno importanza alla castità e ci preoccupiamo di più, rispetto al passato, che bambini e giovani ricevano lezioni di educazionesessuale?
«Con i social media ci troviamo in una situazione nuova, in un difficile periodo di transizione. Vogliamo proteggere i più giovani dalla pornografia ma non sappiamo come fare senza rendere l’argomento interessante e sollecitare la curiosità dei bambini. Purtroppo non c’è una risposta semplice e immediata a questo problema. I social network hanno rivoluzionato il nostro modo di pensare e di vivere».
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mercoledì 11 giugno 2014

Scruton: un mondo senza Dio è impossibile. Ecco perché la missione dei “nuovi atei evangelizzatori” è destinata a fallire

Scruton: un mondo senza Dio è impossibile. Ecco perché la missione dei “nuovi atei evangelizzatori” è destinata a fallire

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giugno 9, 2014 Redazione
Per il filosofo il sacro è un «bisogno naturale» dell’uomo, qualcosa che si vive nell’esperienza. Una prova? La “resistenza” della religione sotto il comunismo
roger-scruton«La speranza dei nuovi atei di vedere un mondo senza religione è probabilmente vana come la speranza per una società senza aggressività o un mondo senza morte». Lo afferma Roger Scruton sullo Spectator. Secondo il filosofo britannico, gli atei sbagliano bersaglio quando pensano di poter estirpare la religiosità delle persone attaccando Dio. Infatti, spiega Scruton, il  bisogno del «sacro» è innato nell’essere umano ed è inestirpabile.
DIO NELL’ESPERIENZA CONCRETA. I nuovi atei, osserva Scruton, affermano che «non c’è spazio nella visione scientifica del mondo per uno scopo originario, e quindi non c’è spazio per Dio». «Oggi vanno oltre», spiega Scruton riferendosi agli atei “evangelizzatori”: «Ci dicono che la storia ha dimostrato che la religione è talmente tossica che dobbiamo fare del nostro meglio per eliminarla». Vedono la perdita della religione come «un guadagno morale». Ma secondo il filosofo «hanno sbagliato obiettivo». Essi infatti si battono contro un dio “astratto”, concettuale. Cercano di estirpare qualcosa che non appartiene alla gente comune. I fedeli comuni non vedono infatti Dio come un’astrazione, come una «risposta a una domanda cosmologica». Piuttosto, afferma Scruton, lo incontrano spesso nell’esperienza, «nello sforzo di vivere con gli altri», quando «si imbattono in momenti, luoghi, relazioni ed esperienze che hanno un carattere numinoso», dove cioè si avverte la presenza di qualcosa che non appartiene al mondo.
PERCHÉ CI SI AGGRAPPA AL SACRO? Ma «cos’è il sacro, e perché le persone si aggrappano ad esso?», si chiede Scruton. Secondo il filosofo britannico, «le cose sacre sono la “presenza reale” del soprannaturale, illuminato da una luce che risplende dai confini del mondo». Per comprendere cosa questo significhi, bisogna guardare all’esperienza e «osservare la trasformazione che il sacro effettua nelle nostre percezioni». «Una persona con un senso del sacro può condurre una vita consacrata, vale a dire una vita che è ricevuta e offerta in dono». Ciò è visibile, spiega Scruton, «soprattutto nei nostri rapporti con coloro che ci sono cari». Basti pensare a quante poesie sono state dedicate alla parola «Tu» Questo, spiega Scruton, prova che l’essere umano ha bisogno «di essere assorbito da qualcun altro, di vedere il tu come una chiamata da oltre l’orizzonte sensoriale». «Questa esperienza», visibile nei rapporti con i propri cari e centrale nell’arte poetica, «non è accessibile all’indagine scientifica», osserva Scruton, infatti «dipende da concetti, come la libertà, la responsabilità e l’Io, che non hanno posto nel linguaggio della scienza. L’idea stessa di “tu” sfugge alle spiegazioni».
UN MONDO PIENO DI COSE SACRE. Partendo dall’esperienza quotidiana del sacro, continua Scruton, è molto più semplice vedere il mondo. «Se ci liberiamo del “burroso nulla” quando si tratta di piccole cose – sesso, immagini, persone – potremmo sbarazzarci di esso anche quando si tratta di cose grandi: in particolare, quando si tratta del mondo intero». «Dire che il mondo non è altro che l’ordine della natura, così come è descritto dalla fisica, è assurdo come dire che la Gioconda non è altro che una macchia di pigmenti». Ciò che si ha di fronte non è inquadrabile totalmente con il metodo scientifico, e «giungere a tale conclusione è il primo passo per comprendere come e perché viviamo in un mondo di cose sacre».
QUANDO LA VERITÀ ERA UN CRIMINE. Scruton ricorda che il comunismo tentò di estirpare la sacralità, ponendo «la visione scientifica del mondo a fondamento dell’ordine sociale, cosicché le persone furono considerate come “nient’altro che” la massa assemblata dei loro istinti e bisogni». In tali circostanze la gente non ha smesso di credere nel sacro. Piuttosto, ricorda Scruton, «viveva in un mondo di segreti», alla base dei quali c’era un segreto ancora più grande il «naturale bisogno del sacro». «Le vittime del comunismo – spiega Scruton – cercavano di aggrapparsi alle cose che erano sacre per loro»: la famiglia, la religione, la conoscenza. Questi, prosegue il filosofo, «erano i tesori consacrati, nascosti sotto le città profanate, e lì nel buio brillavano più luminosi».
Oggi, conclude Scruton, «viviamo nella luce vivida del benessere, e non è facile discernere le cose sacre, che brillano più chiaramente nel buio». Tuttavia per ricordarsi che quel bisogno di sacro c’è sempre nell’uomo, basta guardare «al passato, a quel mondo dove la verità e la fiducia erano crimini e l’amore una infrazione azzardata dal calcolo di routine».

venerdì 14 giugno 2013

Perduto l'uomo ora non troviamo Dio


13 giugno 2013
"Perduto l'uomo ora, non troviamo Dio"
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Roger Scruton è considerato uno dei pensatori più brillanti e influenti del panorama filosofico contemporaneo.ascrivibile al campo" conservatore", poiché negli anni Settanta-Ottanta era forte il suo impeto anticomunista a favore della "dissidenza" Oltre cortina, l'intellettuale inglese (docente all'Università di .St. Andrews e visiting professor in diversi centri di ricerca, tra cui la Blackfriars'Hall dei domenicani di Oxford) si mostra in una dimensione insospettabilmente moderna nel suo ultimo libro, Il volto di Dio (Vita & Pensiero, pagine 172, euro 18).ln esso si analizza la ragione ultima della sparizione dell'Altissimo dal dibattito e dalla percezione pubblica contemporanea: l'oggettivizzazione del mondo (dall'io si è passati alla centralità delle neuroscienze, dal rispetto del paesaggio alla sua cosificazione, dalla custodia della terra alla sua deturpazione) ha come conseguenza l'annullamento della figura di Dio. «Nella cultura attuale, Dio è considerato dalla maggioranza un segno di Immaturità emotiva e intellettuale. Una delle mie preoccupazioni è valutare le implicazioni dell'ateismo crescente che ci circonda», annota il filosofo britannico. E le implicazioni risultano ascrivibili ad un passaggio fondamentale: «Come lo sposo o la sposa nel sacramento del matrimonio, Dio è ineludibile, o eludibile solo creando una voragine, un abisso spalancato davanti a noi quando stravolgiamo non solo il volto dell'uomo ma il volto del mondo». Esempio di questo stravolgimento sia esistenziale che concettuale, argomenta Scruton, è appunto il primato che oggi la scienza rivendica nella conoscenza dell'uomo, in altre parole la questione delle neuroscienze: «Ho assunto il termine di "neurofilosofia" dalla studiosa Patricia Churchland, che sostiene come le neuroscienze ora devono rimpiazzare la filosofia come la vera capacità di spiegare la mente umana. Mi permetto di criticare questa posizione perché essa definisce un progetto che può essere realizzato solo ignorando o distorcendo con forza ciò che è maggiormente importante nella nostra esperienza, ovvero il fatto profondo, ma altrettanto chiaro, della nostra autocoscienza. In fin dei conti, è proprio lo smarrimento dell'autentico senso dell'io" umano il quid che segna l'allontanamento del pensiero contemporaneo dalla ricerca e dell'incontro con l'Altissimo: «Nessun tentativo di rintracciare il soggetto nel mondo degli oggetti potrà mai avere successo.[.. .]Finiremo col descrivere un  mondo in cui l'agire umano, l'intenzione, la libertà e le emozioni sono stati spazzati via; insomma, un mondo senza volto». «Sono una persona moderna e  perciò mi approccio alla questione di Dio, alla sua natura e al problema della sua esistenza da una prospettiva umana piuttosto che divina,- spiega Scruton, ad Avvenire Voglio scoprire i pensieri, le emozioni  che sottostanno  all'urgenza religiosa e mostrare il posto indispensabile delle idee religiose nella interazioni che ogni giorno noi abbiamo con le altre persone». Ad esempio, quando deve trovare una traccia divina nel nostro mondo -secolarizzato, il razionale Scruton si trova d'accordo con la visione teologica di Karl Rahner, il quale ,scriveva di quei «cristiani anonimi», che senza saperlo vivono nel la propria carne la pratica cristiana ,della Resurrezione mediante la virtù della carità. «Concordo anch'io con l'affermazione di Rahner ~- e infatti questa è la conclusione del mio libro -afferma -.Dio si fa conoscere nei nostri atti di carità e quando un essere umano sacrifica  se stesso per il bene di un altro oppure senza pensare al proprio guadagno personale». Infatti, nelle ultime righe del testo si legge: «Cos'è e dove si trova il volto di Dio per chi crede nella sua presenza reale tra noi? La risposta è che incontriamo questa presenza dovunque, in chiunque soffre e rinuncia per il bene dell’altro. Quando qualcuno arriva al sacrificio, rinunciando a ciò che gli è più prezioso, perfino alla vita, per il bene di un altro, lì incontriamo il dono supremo. In simili atti l'io si mostra completamente; e avviene una rivelazione».
 Ma è proprio l'ipertrofia dell'io nel mondo attuale, la sua cosificazione e insieme ipercostruzione egoistica, che rendono Dio un'ipotesi inutile, apparentemente, secondo l'intellighenzia di oggi. Dice Scruton: «La cultura consumistica è una cultura senza sacrifici; il divertimento riadattato come oggetto dei nostri desideri ha perso il suo significato di dono. Lo stravolgimento dell' eros e la scomparsa dei riti di passaggio cancellano l'antica concezione della vita umana come avventura in seno alla comunità e offerta agli altri. E' inevitabile, pertanto, che le manifestazioni di "timore sacro" siano tra noi una rarità. E' certamente questo, e non gli argomenti degli atei, a causare il declino della ragione». Paradossalmente è anche dai "nemici" (filosofici) che l'autore inglese trae e conferma nuova linfa per la sua indagine su Dio: «Sostenendo che non c'è risposta alla domanda "perché esisto?", Sartre  apre la porta al pensiero che la nostra esistenza sia una specie di assurdità, e da lì è breve il cammino che porta alla conclusione esistenzialista: che c'è un motivo della nostra esistenza ma sta a noi, e a noi soltanto, fornirlo. La risposta  esistenzialista rinforza dunque la domanda, che si impone nelle nostre vite un giorno dopo l'altro». E dunque, il problema resta Dio: «Il nostro mondo conteneva molte aperture al trascendente, che sono state ostruite dal ciarpame. Alcuni diranno che non importa, che l'umanità ne ha abbastanza dei misteri religiosi e dei loro ben noti pericoli. Ma credo che a nessuno piaccia il risultato. L’uomo , postmoderno negherà che il suo disagio abbia un significato religioso. Ma penso che egli sia in errore».

mercoledì 22 febbraio 2012

scruton


Verità nell'arte
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Tratto da Il Foglio del 21 agosto 2007Meeting dell'amicizia 2007 (

(Roger Scruton ha pronunciato ieri questo discorso al Meeting di Rimini, intervenendo a un incontro dal titolo "Verità nell'arte"con monsignor Massimo Camisasca, superiore generale della Fraternità sacerdotale Missionari di san Carlo Borromeo. Traduzione dall'inglese di Elia Rigolio)

Uno dei componimenti più accattivanti di Mozart è l'opera comica "Il ratto dal serraglio", che racconta la storia di Konstanze, rapita e separata dal fidanzato Belmonte e ridotta a servire nell'harem del pascià Selim. Dopo vari intrighi, Belmonte la salva, aiutato dalla clemenza del pascià, che rispetta la castità di Konstanze, rifiutandosi di prenderla con la forza. L'improbabile trama permette a Mozart di esprimere la propria convinzione illuministica, secondo cui la carità è una virtù universale, vera nell'impero Musulmano dei Turchi così come in quello cristiano dell'illuminato Giuseppe II. L'amore fedele di Belmonte e Konstanze ispira la clemenza del pascià. E per quanto l'innocente visione di Mozart manchi di un fondamento storico, la sua fede nella realtà dell'amore disinteressato è sempre espressa e sostenuta dalla musica. Il ratto dal serraglio propone un'idea morale, le sue melodie condividono la bellezza di quell'idea, presentandola in modo persuasivo all'ascoltatore. Nella produzione del 2004 del Ratto alla Comic Opera di Berlino, il produttore catalano Calixto Bieito decise di ambientare l'opera in un bordello berlinese in cui Selim è il protettore e Konstanze una delle prostitute. Anche durante le musiche più tenere, il palco era cosparso di coppie copulanti, e tutte le scuse per rappresentare la violenza, con o senza acme dell'attività sessuale, ampiamente sfruttate. A un certo punto si tortura graziosamente una prostituta e le si staccano i capezzoli in modo sanguinoso e realistico, prima di ucciderla. Le parole e la musica parlano di amore e compassione, ma il messaggio è coperto da scene di dissacrazione, omicidi e sesso narcisistico che ingombrano la scena in un'orchestrazione chiassosa.

E'un esempio di un fenomeno con cui, ne sono certo, avete sviluppato dimestichezza a partire dall'esperienza in ogni àmbito della nostra cultura contemporanea. Non basta che artisti, registi, musicisti e quanti altri operano nel mondo dell'arte siano in fuga dalla bellezza. C'è il desiderio di eliminare la bellezza, di cancellarla. Ovunque essa giaccia in nostra attesa, il desiderio di vanificarla garantisce che sarà coperta da scene di bruttezza e distruzione. Le opere di arte contemporanea creano il poco effetto di cui dispongono somministrando traumi alla nostra fievole fede nella natura umana, come testimonia, ad esempio, il crocefisso sotto urina di quei due ciarlatani di Gilbert e George. Il cinema contemporaneo abbonda di scene di cannibalismo, smembramenti e dolore insensato, tanto che alcuni registi, come Quentin Tarantino, hanno poco altro nel loro repertorio emotivo. La musica pop è stata invasa dal rap, i cui testi e ritmi parlano di una violenza incessante, e che rifiuta la melodia, l'armonia e ogni altro strumento che potrebbe creare un collegamento con l'antico mondo della canzone. La musica seria è stata a sua volta colpita, con l'obbligo di inserire dissonanze e sonorità aspre che impediscono il flusso musicale. Le opere di letteratura indugiano su violenza e trasgressione, dilungandosi morbosamente sulle funzioni corporali una volta considerate troppo private e inviolabili per essere menzionate sulla carta stampata.

Insomma, lo sapete bene. Viviamo
in una cultura di dissacrazione, in cui la vita non è tanto celebrata dall'arte, ma piuttosto presa di mira. Gli artisti si fanno una reputazione costruendo una cornice originale in cui mettere in mostra il volto umano e gettargli addosso del letame. Cosa possiamo farne e come trovare la strada che ci riporti a ciò cui tutti noi aspiriamo, ovvero la visione della bellezza? Forse sembrerà un po'sentimentale parlare in questo modo di una "visione della bellezza". Quello che intendo però non è un'immagine edulcorata, da biglietto natalizio, della vita umana, ma piuttosto i modi elementari in cui gli ideali e il decoro fanno il loro ingresso nel nostro mondo e si fanno conoscere, così come avviene per l'amore e la carità nella musica di Mozart. C'è grande fame di bellezza nel nostro mondo, una fame che l'arte popolare non riesce e riconoscere e a cui l'arte seria sfugge. Poco fa ho usato la parola "dissacrazione"per descrivere quanto trasmetteva la produzione del Ratto di Bieito e i vani sforzi di Gilbert e George di dire qualche cosa. Cosa implica esattamente questa parola? E'collegata, da un punto di vista etimologico e semantico, con sacrilegio e quindi con l'idea della santità e sacralità. Dissacrare significa sprecare quanto altrimenti potrebbe essere messo da parte, nella sfera delle cose sacre. Possiamo dissacrare una chiesa, un cimitero, una tomba; e anche un'immagine sacra, un libro sacro o una cerimonia sacra. Possiamo anche dissacrare un cadavere, un'immagine cara, persino un essere umano vivente, nella misura in cui queste cose contengono, com'è vero, un presagio di una qualche santità originale. La paura della dissacrazione è un elemento vitale di tutte le religioni. E infatti questo era in origine il significato della parola religio: un culto o una cerimonia pensata per proteggere dal sacrilegio un qualche luogo sacro.

Nel diciottesimo secolo, quando le religioni organizzate e la monarchia cerimoniale stavano perdendo autorità nella mente delle persone pensanti, mentre lo spirito democratico metteva in dubbio le istituzioni ereditate dal passato e circolava l'idea che non fosse Dio, ma l'uomo, a fare le leggi per il mondo umano, l'idea del sacro soffrì un'eclissi. Sembrava, ai pensatori dell'illuminismo, che fosse poco più di una superstizione credere che manufatti, edifici, luoghi e cerimonie potessero avere carattere sacro, dato che tutte queste cose erano il risultato di un progetto umano. L'idea che il divino si rivelasse nel nostro mondo e cercasse la nostra venerazione sembrava sia inverosimile di per sé che incompatibile con la scienza.

Contemporaneamente,
filosofi come Kant, Burke e Adam Smith riconoscevano che non guardiamo il mondo solo con gli occhi della scienza. C'è un altro atteggiamento, che non è che di indagine scientifica, ma di contemplazione disinteressata, che rivolgiamo al mondo alla ricerca del suo significato. Quando scegliamo questo atteggiamento mettiamo da parte i nostri interessi, non ci occupano più gli obiettivi e i progetti che ci spingono avanti nel tempo, non siamo più impegnati a spiegare qualcosa o ad accrescere il nostro potere. Lasciamo che il mondo si presenti e traiamo conforto dal suo presentarsi. Questa è l'origine dell'esperienza del bello. Potrebbe essere impossibile far rientrare quell'esperienza nella nostra ricerca ordinaria di potere e conoscenza. Potrebbe essere impossibile assimilarla all'utilizzo quotidiano delle nostre facoltà. Ma è un'esperienza che evidentemente esiste e che ha grandissimo valore per chi la riceve. Quando si verifica quest'esperienza, e cosa significa? Ecco un esempio. Immaginiamo di stare camminando verso casa sotto la pioggia, coi pensieri occupati dai problemi del lavoro. Strade e case sfilano via senza che le notiamo, così come le persone; nulla invade i nostri pensieri, se non i nostri interessi e le nostre ansie. Poi d'improvviso il sole emerge dalle nubi, un raggio di luce illumina un vecchio muro in pietra dall'altra parte della strada, tremolante. Alziamo lo sguardo al cielo, dove le nuvole si diradano e un merlo si mette improvvisamente a cantare da un giardino dietro il muro. Il cuore si riempie di gioia e i nostri pensieri egoisti sono svaniti. Il mondo è davanti a noi, felici semplicemente di guardarlo e lasciare che sia. Forse esperienze del genere sono più rare oggi di quanto non lo fossero nel diciottesimo secolo, quando poeti e filosofi guardavano ad esse come a una nuova strada verso la religione. Forse la fretta e il disordine della vita moderna, le forme alienanti dell'architettura moderna, il rumore e il carattere spoglio delle industrie moderne, forse queste cose hanno fatto dell'incontro con il bello un qualcosa di più raro, più fragile e più imprevedibile per noi. Eppure tutti sappiamo com'è, essere trasportati improvvisamente dalle cose che vediamo, dal mondo ordinario dei nostri appetiti alla sfera illuminata della bellezza. Avviene spesso durante l'infanzia, anche se raramente, allora, viene interpretata. Avviene durante l'adolescenza, quando si concede ai nostri desideri erotici. E avviene in modo smorzato durante l'età adulta, in cui dà forma segretamente ai nostri progetti per la vita e ci offre un'immagine di armonia che noi perseguiamo con le vacanze, la costruzione della casa e i nostri sogni privati.

Ecco un altro esempio: è un'occasione speciale, in cui la famiglia si riunisce per una cena di rito. Prepariamo la tavola, con la tovaglia ricamata pulita sotto i piatti, sistemiamo i piatti, i bicchieri, il pane in un cestino e qualche caraffa di acqua e vino. Lo facciamo con amore, traiamo piacere dall'aspetto, cercando di raggiungere un effetto di pulizia, semplicità, simmetria e calore. La tavola è divenuta simbolo del ritorno a casa, delle braccia tese della madre universale, che invita suo figlio ad entrare. E tutta questa abbondanza di significato e gioia in qualche modo è racchiusa nell'aspetto della tavola. Anche questa è un'esperienza della bellezza. Un'esperienza che incontriamo, in versione magari diverse, ogni giorno della nostra vita. Siamo creature bisognose, e il nostro bisogno maggiore è la casa, il luogo in cui siamo, in cui troviamo protezione e amore. Raggiungiamo questa casa tramite delle rappresentazioni della nostra appartenenza. La raggiungiamo non da soli, ma in unione con gli altri. E tutti i nostri sforzi per far sì che l'ambiente intorno a noi abbia il giusto aspetto, quando decoriamo, riordiniamo, creiamo, sono tentativi di porgere il benvenuto a noi e a quelli che amiamo.

Questo secondo esempio è molto importante per me. Perché
indica che il nostro bisogno umano di bellezza non è semplicemente un'aggiunta ridondante alla lista degli appetiti umani. Non è un qualcosa che potrebbe mancarci e senza cui saremmo comunque appagati in quanto persone. E'un bisogno che nasce dalla nostra condizione metafisica, di individui liberi, che cercano il proprio posto in un mondo obiettivo. Possiamo vagare per il mondo, alienati, risentiti, colmi di sospetto e sfiducia. O possiamo trovare qui la nostra casa, e venire per riposare in armonia con gli altri e con noi stessi. E l'esperienza della bellezza ci guida lungo questo secondo cammino: ci dice che siamo a casa nel mondo, che il mondo è già ordinato secondo le nostre intuizioni, affinché sia un luogo adatto alla vita di esseri come noi. Guardate uno qualunque dei quadri dei grandi pittori di paesaggi, Poussin, Guardi, Turner, Corot, Cézanne, e vedrete quest'idea di bellezza celebrata e fissata nell'immagine. Non è che quei pittori chiudessero gli occhi davanti al dolore, o alla vastità e alla minacciosità dell'universo di cui occupiamo un angolo tanto piccolo. Anzi. I pittori di paesaggi ci mostrano la morte e il decadere nel cuore stesso delle cose: la luce sulle colline è una luce evanescente; i muri delle case sono rattoppati e sgretolati come lo stucco dei paesini di Guardi. Ma quelle immagini indicano la gioia incipiente nella decadenza e l'eterno implicito nel transitorio. Non sorprende sapere che i filosofi siano rimasti sconcertati davanti all'idea di bellezza. L'esperienza della bellezza è così vivida, così immediata, così personale, che sembra difficile che appartenga al mondo ordinario. Eppure la bellezza brilla su di noi dalle cose ordinarie. E'una caratteristica del mondo o una finzione dell'immaginazione? Ci dice qualcosa di reale e vero, per riconoscere il quale basta quest'esperienza? O è solo un momento di sensazioni intensissime, che non ha significato alcuno a parte il piacere della persona che ne fa esperienza? Queste domande sono estremamente urgenti per noi, poiché viviamo in un momento in cui la bellezza è eclissata: un'ombra scura di scherno e alienazione che si è aperta un varco nella superficie prima splendente del nostro mondo, come l'ombra della terra sulla luna. Quando cerchiamo la bellezza, troppo spesso troviamo l'oscurità e la dissacrazione.

L'abitudine attuale di dissacrare la bellezza indica, secondo me, che siamo consci come non mai della presenza delle cose sacre. La dissacrazione è una sorta di difesa contro il sacro, un tentativo di distruggere le sue pretese.
In presenza di cose sacre la nostra vita viene giudicata, e per schivare quel giudizio distruggiamo ciò che sembra accusarci. I Cristiani hanno ereditato da Sant'Agostino e da Platone la visione di questo mondo transitorio come di icone di un ordine altro e immutabile. Vedono nel sacro la rivelazione nel qui e ora del senso eterno del nostro essere. Ma l'esperienza del sacro non è limitata ai Cristiani. Secondo molti filosofi e antropologi, è una caratteristica universale della condizione umana. La maggior parte della nostra vita è organizzata da fini transitori: le preoccupazioni quotidiane delle questioni economiche, la ricerca nel nostro piccolo di potere e agio, il bisogno di divertimento e piacere. Ma di tutto questo, poco è degno di memoria o capace di toccarci. Qui e là però ci sentiamo scossi dal nostro compiacimento e in presenza di qualcosa tanto più significativo che non i nostri interessi e desideri presenti. Percepiamo la realtà di un qualcosa di prezioso e misterioso, che si rivolge a noi con una domanda che in qualche modo non è di questo mondo. Avviene in presenza della morte, e in special modo della morte di una persona amata. Guardiamo con timore reverenziale al corpo umano da cui è sfuggita la vita. Non è più una persona, ma sono "spoglie mortali" di una persona. E questo pensiero ci colma di un inquietante mistero. Siamo riluttanti a toccare il corpo morto; ci sembra che non faccia veramente parte del nostro mondo, quasi come un visitatore proveniente da una qualche altra sfera. Quest'esperienza è paradigmatica del nostro incontro col sacro. E richiede, da parte nostra, una sorta di riconoscimento cerimoniale. Il corpo morto è oggetto di rituali e atti di purificazione, pensati non solo per mandare felicemente il suo precedente occupante nell'aldilà, dato che anche chi non ha fede nell'aldilà sceglie di attenersi a queste pratiche, ma per superare la spaventosa meraviglia, il carattere soprannaturale della forma umana morta. Il corpo è rivendicato da questo mondo tramite quei rituali che riconoscono anche la sua separazione dal mondo stesso.

I rituali, in altre parole, consacrano il corpo, purificandolo così dal suo miasma. Allo stesso modo, il corpo può essere dissacrato, ed è certamente uno degli atti di dissacrazione primari, a cui siamo dediti da tempo immemorabile, come quando Achille trascinò in trionfo il corpo di Ettore intorno alle mura di Troia. Ci sono altre occasioni in cui siamo distolti a sorpresa dalle nostre preoccupazioni quotidiane dalla presenza di una domanda trascendente. In particolare,
c'è l'esperienza dell'innamoramento. Anche questo è un universale umano, ed è un'esperienza delle più strane. Il volto e il corpo della persona amata sono pervase dalla vita più intensa. Ma da un certo punto di vista, essenziale, sono come il corpo di un morto: sembrano non appartenere al mondo empirico. L'amata guarda all'amante come Beatrice a Dante, da un punto esterno al flusso delle cose temporali. L'oggetto amato esige che lo adoriamo, che ci rivolgiamo a lui con una riverenza quasi rituale. E da quegli occhi e da quelle membra irradia una sorta di pienezza di spirito che rende tutto nuovo. I poeti hanno speso migliaia di parole su quest'esperienza, che nessuna parola sembra essere in grado di cogliere interamente. E' un'esperienza che ha alimentato il senso del sacro nei secoli, ricordando a personaggi tanto diversi come Platone e Calvino, Virgilio e Baudelaire, che il desiderio sessuale non è il semplice appetito che vediamo negli animali, ma la materia prima di una bramosia che non ha soddisfazione semplice o mondana, ma che ci impone niente di meno che di cambiare la nostra vita.
Se osserviamo le brutture coltivate nel mondo odierno, scopriamo che molte di loro si rifanno alle due esperienze che ho indicato. Il corpo negli spasimi della morte; il corpo negli spasimi del sesso: sono cose che ci affascinano facilmente. Ci affascinano dissacrando la forma umana, mostrandoci l'essere umano come soverchiato da forze esterne, lo spirito umano eclissato e inefficace e il corpo umano come mero oggetto tra gli oggetti, invece di un soggetto libero, legato da una legge morale. Ed è su queste cose che l'arte del nostro tempo sembra concentrarsi, offrendoci non solo la pornografia sessuale, ma una pornografia della violenza, in cui l'essere umano è ridotto a un cumulo di carne sofferente, resa pietosa, impotente e disgustosa.

Perché tutto questo può essere diventato normale? Perché, a parte, ovviamente, i soldi che ci si possono fare? La risposta è che si tratta di tentazioni primarie. Tutti noi desideriamo fuggire dagli imperativi di un'esistenza responsabile, in cui ci comportiamo con gli altri in un certo modo perché sono degni di riverenza e rispetto. Tutti noi siamo tentati dall'idea della carne, e dal desiderio di rifare l'essere umano rendendolo pura carne, un automa, obbediente ai desideri meccanici. Per cedere a questa tentazione, però, dobbiamo prima rimuovere l'ostacolo principale al suo raggiungimento, ovvero la natura consacrata della forma umana. Dobbiamo corrompere le esperienze, come la morte e il sesso, che altrimenti ci allontanerebbero dalle tentazioni e ci spingerebbero verso una vita più alta di amore, dovere e soddisfazione. Questa dissacrazione volontaria è anche una negazione dell'amore, un tentativo di rifare il mondo come se l'amore non ne fosse più parte. E questa, certamente, è la caratteristica più importante della cultura postmoderna che ho descritto all'inizio dell'intervento: una cultura priva d'amore, determinata a rappresentare il mondo umano come se fosse qualcosa che non si può amare.

Il che suggerisce un rimedio semplice, ovvero resistere alle tentazioni. Invece di dissacrare la forma umana dovremmo imparare nuovamente a riverirla.
Perché non c'è assolutamente nulla da guadagnare dal tipo di insulti scagliati contro la bellezza da chi, come Calixto Bieito, non sopporta di guardarla in faccia. Certamente, possiamo neutralizzare gli alti ideali di Mozart mettendo in secondo piano la sua musica, facendone mero accompagnamento di un carnevale disumano di sesso e morte. Ma cosa ci insegna tutto questo? Cosa ci guadagniamo, in termini di sviluppo emotivo, spirituale, intellettuale o morale? Nulla, se non ansia. Dovremmo trarre una lezione da questo tipo di dissacrazione: nel tentativo di dimostrare che i nostri ideali umani sono privi di valore, dimostra di essere lei stessa priva di valore. E se un qualcosa dimostra di essere privo di valore, è il caso di disfarsene.

 


Postato da: giacabi a 15:50 | link | commenti
bellezza, verità, scruton

mercoledì, 24 gennaio 2007

 
Riflessione del filosofo inglese  Scruton Roger
sulla crisi dell'uomo occidentale
Alcuni brani dell'intervento del filosofo inglese ' tenutosi a Milano e Roma nei giorni 29 e 31 maggio 2006 riportato dal settimanale Tempi.
                                                                                                            
“Io stesso mi sono prefissato il compito di dimostrare, nel modo più
chiaro possibile, che la tradizione democratica liberale, generalmente considerata il frutto dell'illuminismo europeo, è in realtà un prodotto del cristianesimo. Deve naturalmente qualcosa a Moses Mendelssohn, il padre dell'illuminismo ebraico. Ma deve ancora di più a una tradizione di pensiero che risale fino all'inizio del papato e che considera il governo laico e la libertà di coscienza come i due pilastri fondamentali della pace sociale. Nessuna di queste due cose è riconosciuta dal Corano, che considera tutta la legge e il governo come un affare riservato al reggente di Dio sulla terra e che permette la conversione all'islam ma non quella ad altre religioni. La tensione che esiste tra islam e democrazia non è una casualità della storia. Riflette invece la profonda opposizione tra la concezione islamica e cristiana del rapporto tra Dio e l'uomo.
Ora,
mi sembra che le libertà laiche dalle quali dipende la nostra vita culturale e intellettuale non esisterebbero senza l'eredità cristiana. E scomparirebbero non appena questa eredità fosse soppressa. Per averne la prova basta osservare la storia del Ventesimo secolo. Non appena hanno trionfato i credi ateistici del marxismo-leninismo e del nazismo tutte le libertà di cui gli intellettuali godevano sono state soppresse. Osservate l'odierno mondo musulmano, dove gli scrittori e i pensatori sono censurati e talvolta minacciati addirittura di morte,
come nel caso di Naguib Mafouz. Provate a cercare in qualsiasi parte del mondo le libertà laiche che noi consideriamo un valore fondamentale e troverete con ogni probabilità una cultura cristiana o una cultura profondamente influenzata dalla tradizione giudaico-cristiana.
Per creare un consenso pubblico il primo elemento di cui abbiamo bisogno è quindi la disponibilità a privilegiare l'eredità giudaico-cristiana. Dovrebbe essere promossa nei dibattiti, nei programmi di studio scolastici e nelle università, non per imporla come una fede ma per stimolare una visione illuminata di ciò che siamo e di dove stiamo andando. I giovani di oggi sono affamati dal desiderio di conoscere questa eredità; sanno istintivamente che gli appartiene per diritto di nascita, e sono convinto che l'accoglieranno non appena sarà messa a loro disposizione. Ci sono le condizioni giuste per realizzare questo obiettivo. Infatti, questi giovani sono esposti alla sfida esistenziale dell'islamismo radicale, che gli pone questa domanda: chi siete voi, e per quale motivo dovrei rispettarvi? E chi non possiede un senso del passato non è in grado di rispondere a questa domanda.
Ma l'opera di costruzione del consenso non è compito esclusivo degli intellettuali. Tutto quello che gli intellettuali possono fare è liberare il campo nel quale possono sbocciare le idee e combattere la cultura del rifiuto. Importanza ancora maggiore va assegnata alla reintroduzione, nella cultura della gente, delle concezioni cristiane sulle quali si fondano le norme sociali della vera Europa. Questa è stata l'opera realizzata dalla Chiesa, ma la Chiesa non è più in grado di farlo da sola, perché ormai le sue parole sono ascoltate soltanto da una minoranza. Forse la società europea tornerà un giorno alla sua fede ancestrale. Ma non possiamo darlo per scontato. E più probabile che si apra una lunga fase di scetticismo. Ciononostante, le concezioni cristiane possono essere recuperate anche in presenza di atteggiamento scettico.

Fracasso e rifiuto
Dovremmo riappropriarci del più importante dono che ci ha fatto il cristianesimo, vale a dire il perdono. La felicità non deriva dalla ricerca del piacere e non è garantita dalla libertà. La felicità nasce dalla rinuncia: è questo il grande messaggio della religione cristiana e anche il messaggio espresso da tutte le opere memorabili realizzate dalla nostra cultura. Questo messaggio è stato soffocato dal fracasso del rifiuto; ma, a mio parere, può ancora essere sentito se ci impegniamo a riportarlo in superficie. E per la tradizione cristiana il supremo atto di rinuncia è il perdono: rinuncia alla rabbia e al desiderio di vendetta. Questo può essere insegnato a qualsiasi livello: nella famiglia, nelle aule scolastiche, nelle istituzioni della società civile e persino nel mondo degli affari.”
"L’idea di perdono, simboleggiata dalla Croce, distingue l’eredità cristiana da quella musulmana. Una lettura corretta del messaggio cristiano fa del perdono dei nemici un elemento centrale della dottrina. Cristo ci ordina persino, quando siamo aggrediti, di porgere l’altra guancia. Ma […] egli ci pone di fronte un ideale personale, non un progetto politico. Se sono aggredito e porgo l’altra guancia, allora incarno la virtù cristiana della mansuetudine. Ma se mi è stato dato in custodia un bambino che viene aggredito, e porgo l’altra guancia del bambino, divengo complice della violenza Questo è il modo in cui un cristiano dovrebbe comprendere il diritto alla difesa, ed è come esso è inteso dalle teorie medievali della guerra giusta. Il diritto alla difesa nasce dalle obbligazioni nei confronti degli altri. Sei obbligato a proteggere coloro il cui destino è sotto la tua custodia. Un leader politico che porge non la sua guancia ma la nostra, si rende partecipe della successiva aggressione. Perseguendo l’aggressore, anche in maniera violenta, il politico serve la causa della pace e anche quella del perdono, del quale la giustizia è lo strumento".

Postato da: giacabi a 15:37 | link | commenti
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