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Berdiaev
e l'anima nera della democrazia
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Tempi num.51 del 15/12/2005
Dalla cronaca al pensiero
di Negri Luigi
Il carissimo
amico prof. Adriano Dell'Asta, redattore della coraggiosa rivista La
Nuova Europa mi ha fatto avere un inedito di Berdjaev del 1923 sulla
democrazia. Attenti bene: nel 1923 era già in atto il grande terrore
stalinista, che aveva dilatato e dilagato quello leninista. Ci sono geni
(e Berdjaev è uno di questi) che hanno la straordinaria capacità di
"leggere il presente" nel suo riferimento fondamentale e di intuirne
profeticamente gli sviluppi. Mi limito a una brevissima selezione di
questo testo che non esito a definire straordinario. «Per
la prima volta nella nostra epoca la questione della democrazia è
diventata una questione inquietante sul piano religioso. La democrazia
significa l'autodivinizzazione umana e la negazione della fonte divina
del potere. Il popolo basta a se stesso. A fondamento della democrazia
non è stata posta la volontà di innalzare la vita, il desiderio della
qualità e del valore. Voi avete creduto alla democrazia perché avete
perso la fede nella giustizia e nella verità. Per voi giustizia e verità
sono quello che vuole e dice il popolo».
Noi
conosciamo un volto della democrazia che è anch'esso reale e
costituisce l'ideale della convivenza sociale. è l'ethos del dialogo,
del confronto che indica e sostiene le regole fondamentali per la vita
della società civile, soprattutto per quanto riguarda il rapporto fra la
istituzione statuale e le forme di autorealizzazione della società. Per
tanto la democrazia vive delle "differenze": antropologiche, culturali,
religiose, che si impegna a difendere e a promuovere.
Ma Berdjaev ci insegna che c'è anche un'anima nera della democrazia, che ha perseguitato, corrotto e negato la democrazia reale. La
democrazia moderna e contemporanea ha preteso di nascere da una
procedura meccanica, quasi tecnologica, non indifferente alle differenze
ma negatrice delle differenze. Certo che la democrazia dice
l'autodivinizzazione dell'uomo e ne celebra in modo irreversibile il suo
potere individuale e sociale. La
democrazia moderna e contemporanea ha avuto il volto del totalitarismo,
negatore della libertà e della dignità della persona, del suo impeto
creativo. Ha reso prive di contenuto parole come il sacrificio
dell'impegno, la vergogna del proprio peccato, l'amore gratuito
dell'uomo per la donna e per i figli, la gioia della dedizione, la
speranza dell'immortalità.
Berdjaev
ci aiuta ad essere intelligenti oggi. Anche nel nostro paese, dietro la
parola democrazia sta la dialettica fra teismo ed antiteismo, fra
laicità e laicismo, fra pluralismo e totalitarismo. Siamo gli ultimi eredi di un tempo che ha tragicamente sperimentato la realtà delle parole di Berdjaev. Noi
cristiani sappiamo di avere nel cuore un amore profondo per l'uomo e
per la sua libertà. Sappiamo che dobbiamo lavorare, giorno dopo giorno,
perché la laicità prevalga sul laicismo, il senso religioso di don
Giussani sul razionalismo, il pluralismo sulla mentalità monoculturale
ed omologante. Dobbiamo lavorare perché la cultura vinca definitivamente la tentazione della ideologia. Questo
impegno significa per noi presenza e missione. Cioè offerta della
nostra vita resa nuova dalla fede a tutti coloro che, nel profondo della
vita, desiderano la Vita.
La fede che rende ogni giorno più umana la nostra esistenza
ci mette accanto ad ogni uomo con il desiderio che finalmente si riapra
il dialogo fra il suo cuore e l'avvenimento di Gesù Cristo.
* Vescovo San Marino-Montefeltro
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L’ideologia
Gli
uomini dei tempi nuovi, a partire dall'epoca del Rinascimento, si sono
ammalati sempre più di Fede nel sistema, sostituendo erroneamente il
senso della realtà con formule astratte che non hanno più la funzione di
essere simboli della realtà, ma diventano un surrogato di essa. Così
l'umanità si è immersa nell'illusionismo, nella perdita del contatto
con il mondo e nel vuoto, il che inevitabilmente ha portato alla noia,
allo sconforto, allo scetticismo corrodente, alla mancanza del buon
senso. Uno schema, in quanto schema, per se stesso, se non è controllato dalla viva percezione del mondo, non può neanche essere seriamente valutato: qualunque schema può essere bello, cioè strutturato bene in se stesso. Ma la
visione del mondo non è il gioco degli scacchi, non è costruire schemi a
vuoto, senza avere il sostegno dell'esperienza e senza tendere
risolutamente alla vita. Per quanto ingegnosamente possa essere strutturato in se stesso, senza queste basi e senza questo scopo ogni schema è privo di valore.
Ecco perché credo che sia assolutamente necessario accumulare da
giovani una concreta percezione del mondo, e darle forma solo a un'età
più matura.
P.A. Florenskij, Non dimenticatemi,
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Totalitarismo: fabbricare la verità
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Se la filosofia occidentale ha sempre sostenuto che la realtà è verità - in quanto ciò è ovviamente il fondamento ontologico della adaequatio rei et intellectus- il
totalitarismo ne ha tratto la conseguenza che noi possiamo fabbricare
la verità nella misura in cui fabbrichiamo la realtà; che non dobbiamo
attendere fino a quando la realtà si rivelerà e ci mostrerà il suo vero
volto, ma che possiamo creare una realtà le cui strutture ci saranno
note sin dal principio poiché essa è integralmente un nostro prodotto. In altre parole, alla
base di ogni trasformazione totalitaria dell'ideologia vi è in realtà
la convinzione che essa diventerà vera, che lo sia o meno. In virtù di questa relazione totalitaria con la realtà, il concetto stesso di verità ha perso di senso.
Hannah Arendt da Antologia
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la morte del popolo
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Giovanna Jacob
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La
notte in cui l’Italia ha vinto i campionati mondiali di calcio tutta la
penisola ha fatto festa. Il giorno successivo una folla oceanica si è
riunita al Circo Massimo in Roma per accogliere come eroi i calciatori
di ritorno dalla Germania. In quel tripudio di canti e balli, fra lo
sventolio dei tricolori, sembrava materializzarsi, per un attimo, l’idea
stessa di popolo. Negli
ultimi anni abbiamo visto come un qualunque evento di piazza - che sia
una manifestazione sindacale o una notte bianca - attiri sempre migliaia
di persone in fuga dalla solitudine. Anche se non ne hanno coscienza, è un popolo cui appartenere che queste persone cercano. Ma lo cercano nel posto sbagliato.
Nel diciannovesimo e nel ventesimo secolo tutti invocavano il “popolo”: i nazionalisti, i comunisti, i nazisti. Ma invece di costruire dei popoli essi hanno radunato delle masse.
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Prima la massa ideologica...
La massa è l’illusione del popolo. La differenza fra il popolo e la massa è che nel popolo si è fratelli anche se non ci si conosce, nella massa invece si è estranei anche se ci si chiama fratelli. Le ideologie infatti parlano sempre di fratellanza. Le ideologie sono sostanzialmente dei surrogati delle religioni, le manifestazioni di piazza sono le loro sante messe. Alzando
le mani all’unisono (destre o sinistre non fa differenza) e gridando
all’unisono gli stessi slogan, gli individui si sentono parte di un
unico corpo collettivo. L’estraneità
incolmabile che li separa gli uni dagli altri nella vita quotidiana
sembra magicamente annullata per tutta la durata della manifestazione.
La manifestazione è in effetti una momentanea sospensione del
quotidiano, un surrogato della festa. Le manifestazioni sindacali che si
tengono ogni primo maggio a piazza san Giovanni in Roma sono una
fusione fra il vecchio raduno ideologico e la festa in discoteca, dove
non è più l’ideologia ma il divertimento ad avvicinare illusoriamente
gli estranei. La festa travestita da manifestazione (non a caso i
no-global la chiamano ”festa di protesta”) ha gli stessi caratteri degli
antichi riti dionisiaci. Gli adepti di Dioniso si procuravano uno stato
di eccitazione sfrenata bevendo vino mescolato alla canapa. L’ideologia
ha gli stessi effetti stupefacenti del vino mescolato alla canapa.
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... che funziona solo se c’è l’invenzione di un nemico
Nel pieno dell’eccitazione collettiva gli adepti di Dioniso
sbranavano animali e uomini (cos? almeno dicono gli storici antichi).
Nel pieno dell’eccitazione collettiva gli adepti del culto ideologico
invocano la distruzione di un “nemico da abbattere”. I nazionalisti
invocano la guerra permanente contro le altre nazioni, i comunisti
invocano l’estinzione della classe borghese, nazisti invocano la
soppressione delle razze inferiori.
Nella
visione ideologica il “nemico da abbattere” è allo stesso tempo il
nemico dell’ideologia e il responsabile unico di tutto il male del mondo. Il Cristianesimo invece afferma che il male è nel cuore di ciascun uomo. Prima del peccato originale l’uomo era innocente e la natura era al suo servizio. Gli alberi del giardino dell’Eden erano prodighi di ogni ben di Dio. Dopo
il peccato originale l’uomo è incapace di fare tutto il bene che vuole e
la natura è una matrigna prodiga di catastrofi e avara di beni.
La storia dell’umanità è la storia della violenza della natura
sull’uomo e dell’uomo sull’uomo. In questa guerra l’unica a vincere è la
morte. “Me misero, chi mi salverà da questo corpo votato alla morte?”
urlava san Paolo. Ebbene il Salvatore è venuto. Il Vangelo è l’annuncio di Dio che si fa uomo per salvare l’uomo. Il Cristianesimo è la più ottimista delle religioni.
Se
dunque il cristianesimo afferma che tutti gli uomini sono inclini al
male, le ideologie invece affermano che tutto il male del mondo è opera
soltanto di una ristretta classe di individui, i quali sarebbero appunto
i “nemici da abbattere”. Nei confronti di questi nemici gli adepti delle ideologie provano più invidia che odio. In effetti il nucleo segreto di tutte le ideologie è l’invidia.
Il marxismo giustifica l’invidia dei poveri per i ricchi affermando che
i ricchi, per il solo fatto di essere ricchi, rubano ai poveri.
Analogamente la propaganda nazista presentava i tedeschi come i poveri e
gli ebrei come i ricchi borghesi che rubano ai poveri. Analogamente la
propaganda islamista afferma che i paesi arabi sono derubati dal ricco e
invidiato Occidente. In effetti i comunisti, i nazisti e gli islamisti nutrono la medesima invidia distruttiva per le “demoplutocrazie” occidentali. Ovviamente,
ci fosse bisogno di dirlo, non è vero che le “demoplutocrazie”
occidentali derubano il resto del mondo. L’80% delle ricchezze mondiali
l’Occidente non le consuma (come dicono i no-global per giustificare i
kamikaze) bensì le produce. Ma ovviamente gli adepti delle ideologie
questo non lo sanno. Che siano i capitalisti, gli ebrei o gli
occidentali, essi immaginano i “nemici da abbattere” come una minoranza
di ricchi e potenti che organizzano l’infelicità universale.
Manzoni aveva intuito il potere di seduzione delle ideologie
già alla metà del diciannovesimo secolo. Nei Promessi Sposi la folla di
Milano si convince che per far cessare la carestia basti assaltare i
forni, dove si ritiene che i fornai nascondano la farina per farla
aumentare di prezzo. Analogamente gli adepti delle ideologie credono che
per trasformare la terra in un paradiso basti fare fuori i “nemici da
abbattere”. In effetti abbattere dei nemici qualsiasi è molto più facile
che non affrontare le vere cause del male che corrompe la realtà intera
e il cuore di ogni uomo. La lotta contro i “nemici da abbattere” è la
scusa per non stare di fronte alla realtà con tutte le sue
contraddizioni. In effetti il vero “nemico da abbattere” dell’ideologia è la realtà stessa. Le masse ideologiche vogliono distruggere la realtà per sostituirla col sogno della società perfetta. Ma quando si sostituisce alla realtà, il sogno della società perfetta diventa l’incubo del totalitarismo.
Tralasciando le differenze fra il totalitarismo di destra e quello di
sinistra, entrambi hanno prodotto soltanto distruzione e morte. Così dalla metà del
ventesimo secolo le fallimentari ideologie non sono più riuscite a
reggere la concorrenza di una ideologia oggi definitivamente vittoriosa:
l’edonismo.
Il cristianesimo afferma che il paradiso non è in questo mondo e che
per seguire Cristo fino al paradiso bisogna trasportare la propria croce
con umile rassegnazione. Più che Dio, l’ideologia utopica e quella
edonista rifiutano la croce e il vero uomo e vero Dio inchiodato ad
essa. L’ideologia utopica vuole trasportare il paradiso dal cielo alla
terra, l’deologia edonista rimpiazza il paradiso che l’ideologia non sa
produrre con il piacere immediato. Per il resto Dio può rimanere come
consolante ipotesi postuma sia nella prospettiva utopica che in quella
edonistica.
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Poi la massa edonista...
Le
vecchie ideologie promettevano la soddisfazione di un desiderio di
felicità che, seppure era privato di ogni richiamo alla trascendenza,
era riconosciuto come infinito. L’ideale
della società perfetta era l’ideale della felicità perfetta. In un
proclama dei brigatisti rossi, sicuramente i più coerenti fra i
marxisti, si legge ad esempio: “Auspichiamo l’avvento di un’era basata
su un lavoro scientifico politicamente motivato e immediatamente
collegato alla produzione di felicità per tutti” (Il giornale, 30\10\03.
L’ideologia edonista invece rinnega l’infinità del desiderio. L’uomo edonista non desidera la felicità perfetta ma la vita comoda. Per
scaricare le residue pulsioni religiose egli usa come valvola di sfogo
il New Age. Per anestetizzare la morsa di un desiderio che ostinatamente
non si appaga del piacere immediato egli usa la droga. Negli ultimi trenta anni il mercato della droga nei paesi occidentali si è poco meno che decuplicato. In effetti il
Sessantotto, l’ultima rivoluzione della modernità, ha segnato il
passaggio dall’utopia all’edonismo, dal comunismo al consumismo,
dall’ideale all’edonistica assenza di ideali.
In termini freudiani il Sessantotto ha sostituito il principio di realtà col principio di piacere. Il principio di realtà è tipico dell’età adulta, il principio di piacere è tipico dell’infanzia. L’adulto adatta i suoi desideri alla realtà mentre il bambino piccolo è convinto che sia la realtà ad adattarsi ai suoi desideri.
L’adulto sa ad esempio che non può comprare nulla senza pagarlo e che
non può pagarlo se non guadagna e che non può gudagnare se non lavora.
Il bambino invece per avere ciò che desidera deve soltanto chiederlo
alla mamma. Se poi la mamma non vuole accontentarlo, egli
deve solo fare i capricci finché la mamma, esasperata, non cede alle sue
richieste. Ebbene i figli del Sessantotto credono di avere diritto a
tutto quello che desiderano per il solo fatto di desiderarlo.
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... che crea i cittadini bambini
Nel momento in cui rinuncia all’infinito, il desiderio scade al rango di capriccio infantile. Nella
prospettiva edonistica lo Stato non deve essere più un padre
autoritario o totalitario (nazista o comunista) ma una mamma che
soddisfa prontamente tutte le richieste dei cittadini-bambini. Se prima allo Stato si chiedeva di organizzare la felicità perfetta, adesso allo Stato si chiede di organizzare soltanto “un po’ di felicità”
(per riprendere l’espressione di Romano Prodi) ovvero la vita comoda
dalla culla alla tomba. Se lo Stato totalitario i “nemici da abbattere”
li epurava direttamente invece lo Stato assistenziale si limita a
punirli a suon di leggi sempre più liberticide e di tasse sempre più
esorbitanti. Negli ultimi anni i cittadini-bambini considerano “nemici
da abbattere” soprattutto i datori di lavoro, discendenti post-moderni
dei vecchi “capitalisti sfruttatori del proletariato”. In effetti sia in
Italia che in Francia si chiedono allo Stato, insistentemente, leggi
contro il “precariato”. E se la mamma-Stato queste leggi non le fa i
bambini vanno in piazza a rompere i giocattoli finché la mamma non li
accontenta. “Mamma cattiva, mamma cattiva!”, sembravano urlare “les
enfants de la patrie” che nel cuore di Parigi hanno giocato a rifare il
Sessantotto nel 2006. E il 10 Aprile, stanca dei loro capricci, la
“mamma” li ha accontentati rimuovendo la legge che consentiva ai datori
di lavoro di licenziare senza giusta causa i giovani inferiori ai
ventisei anni. Accecati dall’ideologia, “les enfants de la patrie”
ignorano che questa legge avrebbe contribuito a risolvere il problema
della crescente disoccupazione in Francia. Ma questo è un altro
discorso.
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Il bisogno di un ritorno al “popolo”
Durante la Prima guerra mondiale è stata distrutta la cattedrale di Reims. Questa distruzione segna, simbolicamente, l’inizio del secolo breve. Tutte
le ideologie novecentesche vogliono distruggere il passato in nome
delle sorti magnifiche e progressive dell’umanità liberata da Dio. Ma
dopo avere distrutto il passato, il presente e la realtà intera, le
ideologie non sono in grado di costruire nulla.
Quindi ad un certo punto la violenza degli adepti dell’ideologia diventa
fine a se stessa. Durante l’occupazione della Sorbona gli studenti
hanno apportato danni alle cose per un minimo di circa seicento mila
euro (L’espresso, 30 marzo 2006). Similmente l’11 marzo 2006 i militanti
dell’estrema sinistra hanno distrutto automobili e vetrine lungo corso
Buenos Aires a Milano. Da Seattle a Genova i no-global assumono dei
comportamenti sempre meno distinguibili da quelli dei tifosi che, prima e
dopo le partite, si scontrano con i tifosi avversi e con la polizia.
Essi assumono comportamenti violenti non tanto per dare una visibilità
mediatica a delle rivendicazioni che si fanno sempre più fumose ma per
sfogare i loro istinti distruttivi come davanti ad un videogame. Essi
distruggono per il semplice gusto di distruggere, la loro violenza è più
edonistica che ideologica. Le
ideologie cedono definitivamente il passo al nichilismo dionisiaco di
Nietzsche. Infatti l’edonismo e il consumismo, figli naturali
dell’ideologia, fanno rima con nichilismo. Dopo avere esaurito tutte le fonti del piacere, all’edonista non resta che il piacere dello sballo.
Dopo avere consumato tutte le merci, il consumista consuma la sua
mente. “Allargare la coscienza”, come si diceva nel Sessantotto,
significa distruggerla. Dopo avere distrutto la realtà l’uomo moderno distrugge se stesso. L’Occidente intero si suicida per overdose (il consumo di droga nei paesi occidentali ha ormai proporzioni apocalittiche).
Il Novecento è iniziato con la distruzione della cattedrale costruita dal popolo del Medioevo. Nel Novecento le ideologie hanno aggregato masse, nel Medioevo il cristianesimo ha formato il popolo d’Europa. In che cosa si differenzia il popolo dalla massa?
Nella massa la fratellanza è solo apparente, nel popolo la fratellanza è
reale. La massa distrugge, il popolo costruisce. La distruzione è fuga
dalla realtà, la costruzione, al contrario, è amore alla realtà.
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Il
popolo cristiano del Medioevo non ha mai pensato di distruggere la
realtà per sostituirla con un sogno qualunque ma ha lavorato per
migliorare la realtà. Ha
bonificato terreni selvaggi, ha inventato nuove tecniche di produzione,
ha cominciato ad investigare la natura per sfruttarne i segreti. Non ha
seppellito nell’oblio la cultura latina e greca ma ne ha sviluppato
tutti gli accenti di verità. I grattacieli costruiti a lode e gloria dell’umanità liberata da Dio sono effimeri (il cemento armato è estramamente deperibile); le cattedrali del Medioevo sfuggite alla voluttà distruttrice delle masse moderne sono ancora in piedi dopo quasi mille anni. I popoli dell’Europa medievale si sentivano parte di un’unica Chiesa. In effetti la Chiesa è il popolo per eccellenza.
Il diciannovesimo secolo ha sostituito i popoli raccolti in nell’unico
popolo di Cristo (dove tale unità esaltava l’identità di ognuno di essi)
con le masse ideologizzate. I popoli sono amici fra loro, le masse ideologizzate invece sono nemiche fra loro. I popoli
cristiani erano uniti contro un nemico esterno (l’Islam combattuto in
Terra Santa, a Lepanto e a Vienna), le masse ideologizzate invece si
sono massacrate fra di loro nel corso di due guerre mondiali. Spianando così la strada al nemico esterno di sempre.
Il ventesimo secolo ha rimpiazzato l’universalismo della Chiesa con l’internazionalismo del partito comunista. La
forza di un partito è il numero dei suoi aderenti; la forza della
Chiesa è l’intensità con cui il singolo porta dentro se stesso, se così
si può dire, la Chiesa intera. Si può essere in due ed essere Chiesa. La
civiltà occidentale emise i suoi primi vagiti nelle piccole oasi di
lavoro e di preghiera che, alla caduta dell’impero romano, piccoli
gruppi di monaci costruivano in mezzo a deserti di barbarie. Similmente,
oggi l’infima minoranza cristiana è chiamata a distogliere la nostra
civiltà malata dai suoi propositi suicidi.

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LE IDEOLOGIE
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Tutte le ideologie, poco o tanto, in primo luogo eliminano il passato e in secondo luogo violentano il presente, e questo è il segno chiaro della loro menzogna, è la negatività che si rende palese. Per l'ideologia d'oggi qual è il significato del passato? Negativo. Qual è il significato del presente? Negativo. Ma se il passato può essere dimenticato, il presente è presente, e allora lo si distrugge: invece di costruire.
Invece la verità guarda il passato e tira fuori dal passato il suo contributo alla costruzione, interpreta il passato, è una vera anamnesis, fa risorgere il passato nella figura che sta nascendo, che sta partorendo; e il presente è la doglia del parto. Don Giussani
tratto da:Che cosa abbiamo pensato, detto e fatto di più?
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L'IDEOLOGIA
Questo brano tratto da: Rivoluzione e Contro-Rivoluzione dello storico cattolico Plinio Corrêa de Oliveira aiuta a comprendere di più la realtà in cui viviamo :
......1. LA RIVOLUZIONE NEGA IL PECCATO E LA REDENZIONE
La Rivoluzione,
come abbiamo visto, è figlia del peccato. Ma, se lo riconoscesse, si
toglierebbe la maschera e si ribellerebbe contro la sua stessa causa.
Si spiega, così, perché la Rivoluzione tenda non solo a passare sotto silenzio la radice di peccato dalla quale è sbocciata, ma a negare la nozione stessa del peccato. Negazione radicale, che include tanto la colpa originale quanto quella attuale e che si realizza principalmente:
l Attraverso sistemi filosofici o giuridici che negano la validità e l’esistenza di qualsiasi legge morale o le danno i fondamenti vani e ridicoli del laicismo.
l Attraverso mille procedimenti propagandistici che creano nelle moltitudini una condizione spirituale in cui, senza affermare direttamente che la morale non esiste, si fa astrazione da essa e in
cui tutta la venerazione dovuta alla virtù è tributata a idoli come
l’oro, il lavoro, l’efficienza, il successo, la sicurezza, la salute, la
bellezza fisica, la forza muscolare, il godimento dei sensi, e così
via.
La Rivoluzione sta distruggendo nell’uomo contemporaneo la nozione stessa di peccato, la distinzione stessa fra il bene e il male. E, ipso facto, essa nega la Redenzione
di Nostro Signore Gesù Cristo, che, senza il peccato, diventa
incomprensibile e perde qualsiasi relazione logica con la storia e con
la vita.
2. ESEMPLIFICAZIONE STORICA: NEGAZIONE DEL PECCATO NEL LIBERALISMO E NEL SOCIALISMO
In ognuna delle sue tappe la Rivoluzione ha cercato di sottovalutare e di negare radicalmente il peccato.
A. La concezione immacolata dell’individuo
Nella fase liberale e individualista la Rivoluzione ha insegnato che l’uomo è dotato d’una ragione infallibile, d’una volontà ferma e di passioni senza sregolatezze. Da ciò una concezione dell’ordine umano in cui l’individuo, considerato un essere perfetto, era tutto
e lo Stato nulla o quasi nulla, un male necessario... forse
provvisoriamente necessario. Fu il periodo in cui si pensava che la causa unica di tutti gli errori e di tutti i crimini fosse l’ignoranza. Aprire scuole voleva dire chiudere prigioni. Il dogma di base di queste illusioni fu la concezione immacolata dell’individuo.
La
grande arma del liberale per difendersi dalle possibili prepotenze
dello Stato e per impedire la formazione di gruppi di potere che gli
togliessero la direzione della cosa pubblica, era costituita dalle
libertà politiche e dal suffragio universale.
B. La concezione immacolata delle masse e dello Stato
Già nel secolo scorso l’erroneità di questa concezione era diventata evidente, almeno in parte. Ma la Rivoluzione non indietreggiò. Invece di riconoscere il suo errore, lo sostituì con un altro. Fu la concezione immacolata delle masse e dello Stato.
Gl’individui sono propensi all’egoismo e possono sbagliare. Ma le masse
pensano sempre in modo giusto e non si lasciano mai trascinare dalle
passioni. Il loro mezzo d’azione non soggetto a errore è lo Stato. Il loro mezzo d’espressione infallibile è il suffragio universale,
dal quale derivano i parlamenti impregnati di pensiero socialista; o la
volontà forte d’un dittatore carismatico, che guida sempre le masse
alla realizzazione della loro volontà
3. LA REDENZIONE MEDIANTE LA SCIENZA E LA TECNICA: L’UTOPIA RIVOLUZIONARIA
Comunque, riponendo tutta la sua fiducia nell’individuo isolatamente considerato, nelle masse o nello Stato, la Rivoluzione confida nell’uomo. Reso
autosufficiente mediante la scienza e la tecnica, l’uomo può risolvere
tutti i propri problemi, eliminare il dolore, la povertà, l’ignoranza,
l’insicurezza, insomma tutto quanto diciamo essere conseguenza del
peccato originale o attuale.
Un
mondo nel cui seno le patrie unificate in una Repubblica Universale
siano soltanto espressioni geografiche; un mondo senza disuguaglianze né
sociali né economiche, diretto mediante la scienza e la tecnica, la
propaganda e la psicologia, alla realizzazione, senza il soprannaturale,
della felicità definitiva dell’uomo: ecco l’utopia verso la quale la Rivoluzione ci sta avviando.
In tale mondo la Redenzione di Nostro Signore Gesù Cristo è del tutto inutile. Infatti l’uomo avrà superato il male con la scienza e avrà trasformato la terra in un “cielo” tecnicamente perfetto. E con il prolungamento indefinito della vita nutrirà la speranza di vincere un giorno la morte.
Capitolo XII Carattere pacifista e antimilitarista della Rivoluzione
Quanto
abbiamo esposto nel capitolo precedente ci fa comprendere facilmente il
carattere pacifista, e quindi antimilitarista, della Rivoluzione.
1. LA SCIENZA ABOLIRÀ LE GUERRE, LE FORZE ARMATE E LA POLIZIA
Nel paradiso tecnico della Rivoluzione la pace deve essere perpetua.
Infatti la scienza dimostra che la guerra è un male. E la tecnica riesce a evitare tutte le cause di guerra.
Da ciò una fondamentale incompatibilità fra la Rivoluzione e le forze armate, che dovranno essere completamente abolite.
Nella Repubblica Universale vi sarà soltanto una polizia, finché i
progressi della scienza e della tecnica non giungeranno a eliminare il
crimine.
L’INIZIO DEL PROCESSO DELLA DECADENZA
CRISTIANA E DELL’UMANITÀ
da: Rivoluzione e Contro-Rivoluzione di Plinio Corrêa de Oliveira
Nel
secolo XIV si può cominciare a osservare, nell’Europa cristiana, una
trasformazione di mentalità che nel corso del secolo XV diventa sempre
più chiara. Il
desiderio dei piaceri terreni si va trasformando in bramosia. I
divertimenti diventano sempre più frequenti e più sontuosi. Gli uomini
se ne curano sempre più. Negli abiti, nei modi, nel linguaggio, nella
letteratura e nell’arte, l’anelito crescente a una vita piena dei
diletti della fantasia e dei sensi va producendo progressive
manifestazioni di sensualità e di mollezza. Si verifica un lento deperimento della serietà e dell’austerità dei tempi antichi. Tutto tende al gaio, al grazioso, al frivolo.
I cuori si distaccano a poco a poco dall’amore al sacrificio, dalla
vera devozione alla Croce e dalle aspirazioni alla santità e alla vita
eterna. La Cavalleria,
in altri tempi una delle più alte espressioni dell’austerità cristiana,
diventa amorosa e sentimentale, la letteratura d’amore invade tutti i
paesi, gli eccessi del lusso e la conseguente avidità di guadagni si estendono a tutte le classi sociali. Questo clima
morale, penetrando nelle sfere intellettuali, produsse chiare
manifestazioni di orgoglio, come per esempio il gusto per le dispute
pompose e vuote, per i ragionamenti sofistici e inconsistenti, per le
esibizioni fatue di erudizione, ed elogiò oltre misura vecchie tendenze
filosofiche, delle quali la Scolastica aveva trionfato, e che ormai, essendosi rilassato l’antico zelo per l’integrità della fede, rinascevano sotto nuove forme. L’assolutismo
dei legisti, che si pavoneggiavano nella conoscenza vanitosa del
diritto romano, trovò in prìncipi ambiziosi un’eco favorevole. E di pari
passo si andò estinguendo nei grandi e nei piccoli la fibra d’altri
tempi per contenere il potere regale nei legittimi limiti vigenti al
tempo di san Luigi di Francia e di san Ferdinando di CastigliaQuesto
nuovo stato d’animo conteneva un desiderio possente, sebbene più o meno
inconfessato, d’un ordine di cose fondamentalmente diverso da quello
che era giunto al suo apogeo nei secoli XII e XIII. L’ammirazione
esagerata, e non di rado delirante, per il mondo antico, servì da mezzo
d’espressione a questo desiderio. Cercando molte volte di non urtare
frontalmente la vecchia tradizione medioevale, l’Umanesimo e il
Rinascimento tesero a relegare in secondo piano la Chiesa, il soprannaturale ed i valori morali della religione.
Il tipo umano, ispirato ai moralisti pagani, che quei movimenti
introdussero come ideale in Europa, e la cultura e la civiltà coerenti
con questo tipo umano, erano soltanto i legittimi
precursori dell’uomo avido di guadagni, sensuale, laico e pragmatista
dei nostri giorni, della cultura e della civiltà materialistiche in cui
ci andiamo immergendo sempre più. Gli sforzi per un
Rinascimento cristiano non giunsero a distruggere nel loro germe i
fattori dai quali derivò il lento trionfo del neopaganesimo. In
alcune parti d’Europa esso si sviluppò senza portare all’apostasia
formale. Notevoli resistenze gli si opposero. E anche quando s’insediava
nelle anime, non osava chiedere loro — almeno all’inizio — una rottura
formale con la fede.Ma in altri paesi attaccò apertamente la Chiesa. L’orgoglio e la sensualità, nel cui soddisfacimento consiste il piacere della vita pagana, suscitarono il protestantesimo. L’orgoglio diede origine allo spirito di dubbio, al libero esame, all’interpretazione naturalistica della Scrittura. Produsse la rivolta contro l’autorità ecclesiastica,
espressa in tutte le sette con la negazione del carattere monarchico
della Chiesa universale, cioè con la rivolta contro il papato. Alcune,
più radicali, negarono anche quella che si potrebbe chiamare l’alta
aristocrazia della Chiesa, ossia i vescovi, suoi prìncipi. Altre ancora negarono
lo stesso sacerdozio gerarchico, riducendolo a una semplice delegazione
da parte del popolo, unico vero detentore del potere sacerdotale. Sul piano morale, il trionfo della sensualità nel protestantesimo si affermò con la soppressione del celibato ecclesiastico e con l’introduzione del divorzio.

Ancora sul libro: “La cacciata di Cristo”
di Rosa Alberoni
…..Sorbi – Perché
forse lei professoressa individua l’Occidente come terra del declino.
Perché forse c’è un omicida che lei probabiilmente individua in Cartesio
e Russeau. Perché questi due “omicidi”?
Alberoni – Questi sono gli antenati degli Anticristo, perché Cartesio ha rovesciato tutto: prima l’essere umano era al centro, cioè, “io esisto”… Ma è così, lo si capisce anche con il buon senso, chiunque di noi lo capisce. Noi prima esistiamo, siamo concepiti, veniamo al mondo, nasciamo, poi, quando arriviamo davvero a pensare, a saper ragionare?
A vent’anni? Mentre Cartesio, cosa ha fatto? Ha rovesciato. Ha messo prima c’è il pensiero. Al centro c’è il pensiero, perché dici: “Io penso, dunque esisto”… no, in realtà io esisto prima e quindi vengo da… sono stato creato da Dio, e solo dopo penso.
Capisce la conseguenza? È uno spostamento. È una sorta di rivoluzione
copernicana veramente!Quindi, mettendo al centro il pensiero, Cartesio
ha fatto questa equazione. Rousseau nelle sue opere non parla di nessuna divinità. Non c’è Dio, non ci sono neanche gli dei pagani del passato. Non c’è nessun dio. L’uomo è sulla terra, appartiene alla terra. È una sorte di animale. Il selvaggio è un animale che non ha coscienza morale di nessun tipo.
Gironzola
nel bosco, si accoppia a caso… cioè, segue le pulsioni, segue
l’istinto. Capisce? È stata una cosa… non so perché non se ne sono
accorti. Io me ne sono accorta di Rousseau, però e stato Giovanni Paolo
II che mi ha illuminato,
con
Cartesio, con due righe. E io li ho trovato la chiave, mi si è aperta
una via luminosa… e dico: “Ecco perché è accaduto tutto ciò!”. Nel senso
che poi Rousseau è stato applicato alla lettera da Robespierre. Quindi senza Dio… non a caso il tempio della dea Ragione,
quindi al pensiero. Ecco perché torna Cartesio. Cristo non c’era. Ecco
perché c’è stata la ghigliottina, c’è stato un grande mattatoio. Quindi là dove si caccia Cristo si possono distruggere gli esseri umani. Ma
questo poi si è ripetuto anche col comunismo. La stessa cosa, perché il
totalitarismo comunista, basato su Rousseau, ha scartato Cristo, ha
scartato Dio. Non c’è Dio, non c’era nessun dio, c’era solo la materia! Si era figli della terra. E quando non c’è la fede, quando non c’è Cristo, al centro dell’esistenza ci sono gli stati totalitari. E il comunismo ha potuto fare quei cento milioni di morti e passa, per questo motivo. La stessa cosa ha fatto Hitler.
Cristo non c’era, anche se non l’ha detto apertamente. Ma noi sappiamo
qual’era il suo progetto… parlava di razza. Quindi ancora – come vede la
terra. Radicati alla terra. La razza, il sangue e la terra… e noi sappiamo cosa ha fatto Hitler, gli abominevoli campi di sterminio coi quali tentò di sterminare il popolo ebraico. Capisce? Cristo, Dio, diventa una zanzara… si può uccidere l’uomo senza nessuno scrupolo…
…….Sorbi -
Ecco, mi scusi, professoressa, è proprio per questo suo ragionamento,
sia filosofico che sociologico che ritengo che questo libro sia molto
utile per gli insegnanti che vogliono smascherare questi due soggetti
dell’ “omicidio”dell’identità cristiana in Europa.
Alberoni – In realtà i personaggi sono quattro, perché bisogna aggiungere anche Carlo Marx e Hitler
Sorbi- Ecco,
ecco. Senta, proprio su questa attualità della coscienza morale lei ha
approfondisce – specialmente nelle ultime parti del libro – questa
enorme realtà dello scientismo. Ecco, ci faccia capire bene perché lei
ne vede – oltre all’aspetto di grande utilità – anche una minaccia?
Alberoni
– Bisogna spiegare agli ascoltatori che la scienza è un prodotto
dell’uomo, e dev’essere al servizio dell’uomo. Lo e sempre stato. La
scienza è un valore! Quando parliamo di scientismo diciamo questo, che ci sono
alcuni scienziati – non tutti – alcuni, che rinnegano Dio, e che si
vogliono mettere al posto di Dio. Vogliono tentare di creare loro
l’uomo. Questa è la cosa aberrante, se ci pensiamo, perché vogliono
andare a toccare la matrice umana.
Tant’è
vero che alcuni politici, movimenti, gente comune, che difendono gli
animali, c’è chi non vuole che si usino i topi per gli esperimenti… e io
ho sempre detto, ma cosa vuole, che usino i bambini? Ma certo che si
deve usare il topo, e non i bambini! E invece questi signori non hanno
nessuno scrupolo di usare l’embrione – e tutti siamo stati embrione– per
mettere in atto i loro esperimenti, magari capaci un domani di produrre
mostri, mentre difendono gli animali.
Questa
per me è una cosa che mi fa tremare il cuore. Mi trema il cuore alla
sola idea. Tant’è vero che se poi andiamo a vedere cosa è capitato negli
stati totalitari dove l’aborto è stato ammesso subito, possiamo
osservare come nell’Unione Sovietica la legge sull’aborto è entrate in
vigore nel 1920. Quindi, tra gli scientisti e gli abortisti, noi vediamo
che su lpianeta abbiamo sterminato più noi, in modo subdolo, tanti
esseri umani, con l’aborto, quanto ne abbia fatto la guerra.
Capisce? Le due guerre mondiali. E anche i morti a causa del comunismo, anche in Cina. È una cosa subdola. Noi, e qui aveva ragione Giovanni Paolo II, come ha ragione Papa Ratzinger adesso, che è una minaccia così subdola… e
chi pretende, chi vuole la libertà di cercare, di poter usare gli
embrioni, pretende dallo Stato una cosa assurda. C’è la licenza di
uccidere… Ma non si può dare questo! Non si può
fare! Qui ci dobbiamo ribellare, perché in modo nascosto si uccide così,
tranquillamente, e non si paga presso. Poi si parla dell’orrore della
prima o della seconda guerra mondiale… Certo che sono degli orrori! Sono
dei mostri che abbiamo prodotto. Pero non ci facciamo belli. Nell’epoca
di guerra, quanti bambini abbiamo sterminato?