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mercoledì 4 gennaio 2023

LOUIS PASTEUR, IL PADRE DELLA MICROBIOLOGIA 🦠

 LOUIS PASTEUR, IL PADRE DELLA MICROBIOLOGIA 🦠


«Nel campo dell’osservazione, la sorte favorisce solo le menti preparate»

[Louis Pasteur, discorso all’Università di Lille, 1854]


Il 27 dicembre del 1822 nasceva a Dôle, nell’Est della Francia, il chimico e biologo Louis Pasteur, considerato il padre della microbiologia e ricordato anche per i suoi studi sulla fermentazione, per l’introduzione di nuove tecniche di vaccinazione e per l’invenzione del metodo per aumentare il tempo di conservazione degli alimenti noto come “pastorizzazione”.


Figlio di Jean-Joseph (un conciatore di pelli che era stato sottufficiale negli eserciti napoleonici) e di Jeanne-Etenniette Roquy, una contadina, il piccolo Louis crebbe in un ambiente familiare sereno ed in una modesta agiatezza.


Il giovane Pasteur era uno studente diligente ma non particolarmente brillante. Una delle sue prime passioni fu la pittura: i ritratti conservati al Musée Pasteur a Parigi, realizzati mediante gessetti a pastello, rivelano peraltro un notevole talento. 


In seguito si dedicò con profitto alle discipline scientifiche: nel 1843 entrò all’École normale supérieure di Parigi per studiare chimica e fisica e nel 1847 conseguì la laurea con una tesi riguardante le proprietà ottiche dei sali dell’acido tartarico contenuti nel vino (i cosiddetti “diamanti del vino”). In questo lavoro Pasteur presentò la prima di una lunga serie di scoperte straordinarie: la chiralità.


Per chiralità, parola che deriva dal greco “cheír”, che significa “mano”, si intende la proprietà di alcuni oggetti di non essere sovrapponibili alla propria immagine speculare. Proprio come le nostre mani, che sono l’una l’immagine speculare dell’altra, gli oggetti chirali e le rispettive forme speculari sono diverse e distinguibili.


Studiando i residui che si formavano all’interno delle botti di vino, Pasteur scoprì che esistevano due tipi cristalli tartarici: quelli che facevano ruotare il piano della luce polarizzata in senso orario e quelli che lo facevano ruotare in senso antiorario. Nonostante la composizione chimica dei due tipi di cristallo fosse la stessa, essi si distinguevano per la diversa struttura spaziale delle molecole: potevano cioè essere destrorsi o sinistrorsi, come una vite.


Nel 1848 Pasteur fu nominato professore di fisica al liceo di Digione e, nel 1849, sposò Marie Laurent, figlia del rettore dell’Università di Strasburgo, che si sarebbe rivelata una compagna inseparabile e una preziosa collaboratrice scientifica. La coppia ebbe cinque figli: Jeanne, Jean Baptiste, Cécile, Marie-Louise e Camille. 


Nel 1854 Louis Pasteur fu nominato professore di Scienze Naturali all’Università di Lille. Fu in questa città che lo scienziato realizzò alcune scoperte che avrebbero avuto ripercussioni sul futuro di tutta la ricerca biologica e non solo. Interpellato da alcuni produttori di birra, i quali lamentavano il fatto che alcuni lotti risultavano aspri e torbidi, lo scienziato visitò alcuni birrifici armato di microscopio e scoprì che all’interno della birra “buona” erano presenti degli organismi tondeggianti (i lieviti) mentre in quella “guasta” dei corpi dalla forma affusolata che denominò vibrioni.


Da queste osservazioni Pasteur dedusse che la fermentazione era un processo attivato da microscopici organismi viventi, che lui chiamò “fermenti”: i lieviti trasformavano gli zuccheri in alcool etilico mentre i vibrioni inacidivano la birra con altri processi metabolici. 


Per oltre quindici anni Pasteur studiò diversi tipi di fermentazione, come quella del latte, del vino, della birra e dell’aceto, concludendo che ognuno di essi era dovuto a specifici microrganismi, dai lui classificati in aerobi e anaerobi. Il metabolismo dei primi richiede la presenza di ossigeno, al contrario dei secondi che sono in grado di vivere anche in assenza di ossigeno grazie a differenti processi metabolici.


Nello stesso periodo, Pasteur introdusse un’importante innovazione nel campo della conservazione dei cibi: la “pastorizzazione”. Questa tecnica consiste nell’eliminazione di una parte dei microrganismi presenti nei cibi portando questi ultimi ad una elevata temperatura per un breve periodo di tempo. Benché oggi la pastorizzazione sia applicata a numerosi alimenti ed in particolare al latte, in origine venne utilizzata per limitare il deterioramento del vino, consentendone il trasporto su lunghe distanze con ovvi vantaggi delle esportazioni francesi. 


Le ricerche di Pasteur lo portarono inevitabilmente a porsi delle domande sull’origine dei microrganismi che stava studiando. Sin dai tempi di Aristotele (IV sec. a.C.) si riteneva che la vita potesse generarsi in modo spontaneo da elementi inanimati, ad esempio le zanzare dagli acquitrini e i vermi dagli alimenti o dalle carcasse in putrefazione. Nonostante Francesco Redi e Lazzaro Spallanzani avessero confutato da tempo la cosiddetta “teoria delle generazione spontanea”, molti studiosi non ritenevano soddisfacenti le loro argomentazioni e fino a metà Ottocento il dibattito era ancora aperto.


Pasteur si interessò alla questione e ideò un esperimento che avrebbe dato il colpo di grazia alla teoria della generazione spontanea. Egli costruì personalmente dei particolari contenitori di vetro con un lungo collo ricurvo, chiamati “palloni a collo di cigno”,  la cui particolare forma svolgeva una funzione di filtro, permettendo l’ingresso dell’ossigeno e impedendo che il liquido all’interno entrasse in contatto con spore o batteri. Dopo aver bollito il contenuto dei palloni, eliminando così ogni forma di vita presente all’interno, mostrò che i microrganismi ricomparivano solo se il collo dei contenitori veniva rotto, permettendo così l’entrata degli agenti contaminanti.


La teoria della generazione spontanea, che resisteva da oltre duemila anni, venne così definitivamente abbandonata a favore della teoria della biogenesi, riassumibile nel motto latino «Omne vivum ex vivo», ovvero “tutti gli esseri viventi sono generati da altri esseri viventi”. 


A quarantasei anni Pasteur fu colpito da un grave ictus da cui si riprese lentamente. Nonostante la paralisi del lato sinistro del corpo e la conseguente difficoltà nei movimenti, lo scienziato continuò a dedicarsi alla ricerca e a compiere importanti scoperte, aiutato dalla moglie Marie o da altri collaboratori, quali Émile Roux, Jules Joubert, Edmond Nocard e Louis Thuillier. 


Fino alla fine dell’Ottocento l’origine delle malattie veniva spiegata tramite la teoria dei miasmi, risalente ad Ippocrate. Secondo questa dottrina, le malattie erano causate dalla diffusione nell’aria dei cosiddetti “miasmi” (dal greco “míasma”, cioè “sporcizia”), ovvero esalazioni di acque paludose, escrementi e carcasse di animali. Molti credevano inoltre nell’influenza degli astri e dei pianeti sul manifestarsi di determinate patologie. 


Pasteur ipotizzò invece che il contagio fosse causato da microscopici organismi, invisibili ad occhio nudo, che potevano essere trasportati attraverso l’aria o altri oggetti contaminati. Quando lo studioso presentò la sua “teoria dei germi” rivoluzionò la medicina e il pensiero scientifico. In un discorso di fronte ai membri dell’Accademia Francese di Medicina, affermò: «Se avessi l’onore di essere un chirurgo, non solo non userei altro che strumenti perfettamente puliti, ma mi laverei le mani con la massima cura.»


La teoria dei germi di Pasteur, in estrema sintesi, afferma che i microbi sono la causa principale di molte malattie. Il chirurgo scozzese Joseph Lister, leggendo le opere di Pasteur, si convinse che le infezioni delle ferite chirurgiche fossero causate da batteri contaminanti e le trattò con successo utilizzando il fenolo come antisettico, confermando le ipotesi di Pasteur e rivoluzionando l’approccio dei chirurghi alla pratica operatoria.


In seguito Pasteur venne interpellato per un’epidemia che stava colpendo i bachi da seta nel sud della Francia e che stava mettendo a repentaglio l’intera industria della seta francese. Lo scienziato si recò ad Alès, in Occitania, riconobbe due differenti malattie, causate da diversi microbi, e propose una profilassi efficace basata sulla selezione di uova non infette mediante esame al microscopio.


La teoria dei germi ebbe conseguenze essenziali per la medicina. Essa scatenò infatti un’autentica caccia agli agenti patogeni: nel giro di vent’anni vennero individuati i batteri responsabili delle principali malattie infettive, quali la tubercolosi, la lebbra, la difterite, il colera e la peste bubbonica. Inoltre, le abitudini della popolazione in relazione all’igiene mutarono radicalmente. 


Gli studi degli ultimi anni della vita di Pasteur furono dedicati ai vaccini. Ispirandosi al lavoro di Edward Jenner, un medico di campagna inglese che nel 1796 aveva applicato il primo vaccino efficace mai sviluppato (quello contro il vaiolo), Pasteur si adoperò per estendere la procedura ad altre malattie, quali il colera dei polli (1880), il carbonchio bovino, ovino ed equino (1881), l’erisipela del maiale (1883) e la rabbia (1885).


Fu proprio Pasteur a cominciare ad indicare con la parola “vaccinazione”, in onore di Jenner, qualsiasi somministrazione finalizzata a proteggere il soggetto da una malattia. Il termine “vaccino”, coniato dallo stesso Jenner, deriva infatti da “vacca” e indicava inizialmente il materiale proveniente da persone contagiate dal vaiolo bovino che veniva somministrato ai soggetti da immunizzare. 


Diversamente da Jenner, che utilizzava materiale contenuto nelle pustole di vaiolo bovino per indurre una resistenza verso il vaiolo umano, Pasteur adoperava gli stessi antigeni della malattia attenuati mediante trattamenti fisici o chimici. Per creare il vaccino contro la rabbia utilizzò parte del midollo di un coniglio infetto e lo espose al sole per settimane: in questo modo l’agente patogeno della rabbia non era più in grado di provocare la malattia ma riusciva ancora a generare la cosiddetta “memoria immunitaria”. 


Fu proprio il vaccino contro la rabbia a donare a Pasteur la gloria imperitura e a fare dello scienziato francese un vero e proprio mito. Era il 6 luglio del 1885, quando Joseph Meister, un bambino di 9 anni, venne accompagnato dalla madre dall’Alsazia a Parigi per consultare il dottor Joseph Grancher all’Hôpital Necker-Enfants malades di Parigi. Joseph era stato morso alle mani, alle gambe e ai fianchi da un cane rabbioso e sarebbe sicuramente morto se il dottor Grancher non fosse riuscito a convincere Pasteur a vaccinarlo. 


Il chimico, che fino a quel momento aveva testato il suo vaccino esclusivamente sugli animali, era riluttante ma sapeva anche che quello era l’unico modo per dare al bambino una possibilità di sopravvivenza. Il trattamento iniziò il 7 luglio, circa sessanta ore dopo l’incidente, e consistette di dodici inoculazioni di estratti di midollo spinale di un coniglio morto di rabbia attenuati da una procedura di essiccazione durata 14 giorni. 


Fortunatamente Joseph guarì, e come lui migliaia di persone che negli anni successivi sarebbero state salvate grazie al vaccino contro la rabbia di Pasteur. Tuttavia il chimico non riuscì mai ad osservare il “batterio” della rabbia: non si trattava infatti di un batterio, bensì di un virus, come riuscirono a dimostrare molti anni dopo l’italiano Alfonso Di Vestea e il francese Paul Remlinger in modo indipendente.


Ad ogni modo questo successo diede a Pasteur un’enorme fama e contribuì alla creazione dell’Institut Pasteur, inaugurato nel 1888 e tuttora attivo nella ricerca biologica e nel mantenimento della memoria del suo fondatore. L’ala più antica ospita infatti un museo all’interno del quale sono raccolti, tra le altre cose, gli strumenti scientifici utilizzati da Pasteur. 


Il 28 settembre del 1895 lo scienziato venne nuovamente colpito da un ictus, questa volta fatale. Oggi riposa in una cripta di marmo all’interno dell’Istituto Pasteur, e sarà sempre ricordato come “il chimico che, pur non essendo un medico, illuminò la medicina e dissipò, alla luce dei suoi esperimenti, un’oscurità che fino ad allora era rimasta impenetrabile”.


Immagine: Louis Pasteur in un ritratto fotografico di Paul Nadar (fonte: www.treccani.it)


Bibliografia:

René Vallery-Radot, The Life of Pasteur, Doubleday, Page & Company, 1920; 

S. Y. Tan, L. Rogers, Louis Pasteur (1822–1895): the germ theorist, Singapore Medical Journal, 2007;

Patrick Berche, Louis Pasteur, from crystals of life to vaccination, Clinical Microbiology and Infection, 2012;

Filippo Peschiera, Louis Pasteur. Lavoro scientifico e domanda di senso, Emmeciquadro, 2012;

Kendall A. Smith, Louis Pasteur, the father of immunology?, Frontiers in Immunology, 2012;

Federico E. Perozziello, Louis Pasteur, i vaccini e la nascita della medicina moderna, Medical Humanities and Pneumology, 2018; 

Jean-Marc Cavaillon, Sandra Legout, Louis Pasteur: Between Myth and Reality, Biomolecules, 2022.


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sabato 23 febbraio 2013

CRITICA AL POSITIVISMO

CRITICA  AL POSITIVISMO
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Quanto a me, ritenendo sinonimi le parole progresso ed invenzione, mi chiedo in nome di quale nuova scoperta, filosofica o scientifica, si possano estirpare dall'animo umano queste grandi preoccupazioni. Mi sembrano di essenza eterna, perche il mistero che avvolge l'Universo e di cui esse sono emanazione e esso stesso eterno per natura. Si narra che l'illustre fisico inglese Faraday, nelle lezioni che faceva all'Istituzione reale di Londra, non pronunciasse mai il nome di Dio, sebbene fosse profondamente religiose.
Un giorno, eccezionalmente, questo nome gli sfuggì e improvvisamente si manifesto un movimento di simpatica approvazione. Accorgendosene, Faraday interruppe la lezione con queste parole:
«Vi ho sorpreso pronunciando qui il nome di Dio. Se ciò non mi è ancora accaduto, dipende dal fatto che io sono. mentre tengo queste lezioni, un rappresentante della scienza sperimentale. Ma la nozione e il rispetto di Dio arrivano al mio spirito attraverso vie tanto sicure quanto quelle che ci conducono alle verità dell'ordine fisico».
La scienza sperimentale è essenzialmente positivista nel senso che nelle sue concezioni. essa non fa mai intervenire la considerazione dell'essenza delle cose, dell'origine del mondo e del suo destino Non ne ha nessun bisogno. Essa sa che non avrebbe nulla da imparare da nessuna speculazione metafisica. Tuttavia non si priva dell'ipotesi. Al contrario, nessuno più dello sperimentatore ne fa uso; ma è soltanto a titolo di guida e di stimolo per la ricerca e sotto la riserva di un controllo severo. Esso disdegna e respinge le sue idee preconcette, dal momento che la sperimentazione gli dimostra che esse non corrispondono a realtà oggettive.
Littré e Auguste Comte credevano e fecero credere agli spiriti superfidali che il loro sistema si basava sugli stessi princìpi del metodo scientifico di cut Archimede, Galileo, Pascal, Newton, Lavoisier sono i veri fondatori. Da ciò nata l'illusione degli spiriti, favorita anche da tutto ciò che la scienza e la buona fede di Littré garantivano.
A quali errori può portare questa pretesa entità dei due metodi!
Arago aveva detto di Comte: «Non ha titoli matematici, né grandi né piccoli». « È vero, risponde Littré, Comte non ha scoperte geometriche, ma ha scoperte sociologiche». Ahimè, ecco un esempio di scoperta sociologica. Il 10 novembre 1850 Littré scrisse nel «National» un articolo intitolato Pace occidentale, articolo destinato a provare che la sociologia era una scienza. Ci sono due modi, dice di provare la verità di una dottrina: da una parte l'iniziazione diretta il lavoro. lo studio; dall'altra le previsioni dedotte dalla dottrina che convincono e colpiscono tutti gli spiriti: sapere e prevedere.
Ora avvenne che nel 1850, mentre noi godevamo i benefici della pace dal 1815, Littré scriveva: «Ma la pace è prevista da 25 anni dalla sociologia». Purtroppo l'articolo cosi continua: «Ancora oggi, la sociologia prevede la pace per tutto l'avvenire della nostra epoca, alla fine della quale una confederazione repubblicana avrà unito 'occidente e messo fine ai conflitti armati...». Littré fu ben presto disilluso. Quando nel 1878 egli fece ristampare l'articolo del 1850, vi aggiunse delle osservazioni nelle quali, con la sua abituale sincerità, esprime il dolore che prova per la sua ingenua fiducia di una volta. «Queste infelici pagine, dice, mi fanno male; vorrei avere la possibilità di cancellarle. Esse sono in perpetua contraddizione con gli avvenimenti che si sono svolti... Avevo appena affermato, trasportato dal mio puerile entusiasmo, che in Europa non ci sarebbero più state sconfitte militari e che queste, ormai, sarebbero state sostituite da disfatte politiche, quando sopravvennero la disfatta militare della Russia in Crimea, quella dell'Austria in Italia, quella dell’Austria in Germania, quella della Francia a Sedan e a Metz, e molto recentemente quella della Turchia nei Balcani».
L'opera che Littré ha pubblicato nel 1879 con il titolo Conservation, revolution et positivisme è piena degli errori che la dottrina positivista gli ha fatto commettere sia in politica che in sociologia. Perché restarne sorpresi? La politica e la sociologia sono scienze nelle quali la prova e troppo difficile a dare. Troppo alto e il numero dei fattori che concorrono alla soluzione dei problemi che esse agitano. Quando intervengono le passioni umane il campo dell’imprevisto è immenso.
Il positivismo non pecca soltanto per un errore di metodo. Nella trama, in apparenza molto serrata, dei suoi ragionamenti, si rileva una grande lacuna e sono sorpreso che l'acume di Littré non l'abbia messa in luce.
Più volte, cosi definisce il positivismo considerate dal punto di vista tragico: «chiamo positivismo tutto ciò che si fa nella società per organizzarla secondo la concezione positiva, ossia scientifica, del mondo».
Sono pronto ad accettare questa definizione, a condizione che sia regolarmente applicata; ma l'enorme e visibile lacuna del sistema consiste nel fatto che esso non tiene conto, nella concezione positiva del mondo, della più importante delle nozioni positive, quella dell’infinito. 
Al di là di questa volta stellata che cosa c'è? Nuovi cieli stellati. Sia pure! e al di là ancora? Lo spirito umano, spinto da una forza irresistibile non smetterà mai di chiedersi: che cosa c'è al di là? vuole esso fermarsi sia nel tempo, sia nello spazio? Poiché il punto dove esso si ferma è solo una grandezza finita, soltanto più grande di tutte quelle che l'hanno preceduta, non appena egli comincia ad esaminarlo ritorna la domanda implacabile senza che egli possa far tacere il grido della sua curiosità. Non serve a nulla rispondere: al di la ci sono degli spazi, dei tempi o delle grandezze senza limiti. Nessuno comprende queste parole.
Colui che proclama l'esistenza dell'infinito, e nessuno può sfuggirvi, accumula in questa affermazione più sovrannaturale di quanto non ce ne sia in tutti i miracoli di tutte le religioni; poiché la nozione dell'infinito ha la doppia caratteristica di imporsi e di essere insieme incomprensibile. Quando questa nozione si impadronisce dell'intelletto non c'e che da piegarsi. In questo momento di straziante angoscia, bisogna chiedere grazia alla sua ragione: tutte le molle della vita intellettuale minacciano di perdere elasticità e ci si sente vicino all'essere investiti dalla sublime follia di Pascal.
Questa nozione positiva e primordiale e tutte le sue conseguenze nella vita delle società sono gratuitamente scartate dal positivismo.
Io vedo ovunque l'inevitabile espressione della nozione dell'infinito nel mondo. Attraverso essa, il soprannaturale e in fondo a tutti i cuori. L'idea di Dio e una forma dell'idea dell'infinito. Fin tanto che il mistero dell'infinito peserà sul pensiero umano, templi saranno elevati al culto dell'infinito, sia che Dio si chiami Brahama, Allah, Jehova o Gesù. Ai piedi di questi templi vedrete uomini in ginocchio prosternati, stroncati, dal pensiero dell'infinito. La metafisica non fa che tradurre dentro di noi la nozione dominatrice dell'infinito. La concezione dell'ideale non è anche la facoltà, riflesso dell'infinito, che di fronte alla bellezza ci induce ad immaginare una bellezza superiore? La scienza ed il desiderio di comprendere non sono l'effetto dello stimolo del sapere che il mistero dell'Universo infonde nella nostra anima? Dove sono le fonti genuine della dignità umana, della libertà e della democrazia moderna, se non nella nozione dell'infinito di fronte ala quale gli uomini sono tutti uguali?
«L'umanità ha bisogno di un legame spirituale, dice Littré; in sua mancanza nella società non ci sarebbero che famiglie isolate, come delle orde e non una società vera e propria». Il legame spirituale che egli poneva in una specie di religione inferiore nell'umanità, non potrebbe essere altrove che nella nozione superiore dell'infinito e che questo legame spirituale deve essere collegato al mistero del mondo. La religione dell'umanità è una di quelle idee di evidenza superficiale e sospetta che hanno fatto dire ad uno psicologo dallo spirito eccelso: «da molto tempo penso che colui che non avesse che delle idee chiare sarebbe certamente uno sciocco. Le nozioni più preziose, aggiunge, che l'intelligenza umana nasconde sono in fondo alla scena e avvolte in una luce crepuscolare; e intorno a queste idee confuse, il cui legame ci sfugge, che girano le idee chiare per diffondersi, svilupparsi, innalzarsi. Se fossimo tagliati fuori da questo retroscena, le scienze esatte perderebbero la grandezza che traggono dai loro segreti rapporti con altre verità infinite di cui noi abbiamo soltanto il sospetto»
I greci avevano compreso la potenza misteriosa di questo sottofondo delle cose. Sono essi che ci hanno lasciato in eredità una delle parole più belle della nostra lingua, la parola entusiasmo – ’Eν δεóς -  un dio interiore.
La grandezza delle azioni umane si misura dall'ispirazione che le fa nascere. Fortunate chi porta in se un dio, un ideale di bellezza e gli obbedisce: ideale dell’arte, ideale della scienza, ideale della Patria, ideale delle virtù evangeliche. Sono queste le sorgenti vive dei grandi pensieri e delle grandi azioni. E tutte, si illuminano dei riflessi dell'infinito..
 Louis Pasteur (1822-1895): Discorso pronunciato in occasione della sua elezione a membro dell'Accademia di Francia

giovedì 16 agosto 2012

La fede

 La fede
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“E’ per aver studiato e meditato molto che io ho mantenuto la fede di un contadino bretone. Se avessi meditato e studiato di più sarei arrivato alla fede di una donna bretone”
Louis Pasteur

martedì 26 giugno 2012

Il positivismo

 Il positivismo non pecca solo nel metodo…
esso non tiene conto della più importante delle nozioni positive, quella dell'infinito
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 "Il positivismo, non offrendomi nessuna idea nuova, mi lascia diffidente e riservato. La fede di Littrè nel positivismo gli venne dall'appagamento che vi trovava per quanto riguarda le grandi questioni metafisiche. La negazione e il dubbio lo ossessionavano. Comte lo ha tirato fuori dall'una e dall'altro con un dogmatismo che sopprimeva ogni metafisica. Di fronte a questa dottrina Littrè diceva: non ti devi preoccupare né dell'origine né della fine delle cose, né di Dio né dell'anima, né di teologia, né di metafisica…fuggi l'assolto, non amare che il relativo….Quanto a me, ritenendo sinonimi le parole progresso ed invenzione, mi chiedo in nome di quale nuova scoperta, filosofica o scientifica, si possano estirpare dall'animo umano queste grandi preoccupazioni. Mi sembrano di essenza eterna, perché il mistero che avvolge l'Universo e di cui esse sono emanazione è esso stesso eterno per natura. Si narra che l'illustre fisico inglese Farday, nelle lezioni che faceva all'Istituzione reale di Londra, non pronunciasse mai il nome di Dio, sebbene fosse profondamente religioso. Un giorno, eccezionalmente, questo nome gli sfuggì e improvvisamente si manifestò un movimento di simpatica approvazione. Accorgendosene Farady interruppe la lezione con queste parole: 'Vi ho sorpreso pronunciando il nome di Dio. Se ciò non mi è ancora accaduto dipende dal fatto che io sono, mentre tengo queste lezioni, un rappresentante della scienza sperimentale. Ma la nozione e il rispetto di Dio arrivano al mio spirito attraverso vie tanto sicure quanto quelle che conducono alla verità dell'ordine fisico'".
"Littrè e August Comte, prosegue Pasteur, credevano e fecero credere agli spiriti superficiali che il loro sistema si basava sugli stessi principi del metodo scientifico di cui Archimede, Galileo, Pascal, Newton, Lavoisier (nessuno dei quali ateo, ndr), sono i veri fondatori. Da ciò è nata l'illusione degli spiriti, favorita anche da tutto ciò che la scienza e la buona fede di Littrè garantivano".
E ancora: "Il positivismo non pecca solo nel metodo….esso non tiene conto della più importante delle nozioni positive, quella dell'infinito. Al di là di questa volta stellata che cosa c'è? Nuovi cieli stellati. Sia pure! E al di là ancora? Lo spirito umano, spinto da una forza irresistibile, non smetterà mai di chiedersi: che cosa c'è al di là? Vuole esso fermarsi, sia nel tempo, sia nello spazio? Poiché il punto dove esso si ferma è solo una grandezza finita, soltanto più grande di tutte quelle che l'hanno preceduta, non appena egli comincia ad esaminarlo ritorna la domanda implacabile senza che egli possa far tacere il grido della sua curiosità. Non serve nulla rispondere: al di là ci sono degli spazi, dei tempi o delle grandezze senza limiti. Nessuno comprende queste parole. Colui che proclama l'esistenza dell'infinito, e nessuno può sfuggirvi, accumula in questa affermazione più sovrannaturale di quanto non ce ne sia in tutti i miracoli di tutte le religioni…Io vedo ovunque l'inevitabile espressione della nozione dell'infinito nel mondo. Attraverso essa, il soprannaturale è in fondo a tutti i cuori. L'idea di Dio è una forma dell'idea di infinito… La metafisica non fa che tradurre dentro di noi la nozione dominatrice dell'infinito…Dove sono le fonti genuine della dignità umana, della libertà e della democrazia, se non nella nozione di infinito di fronte alla quale gli uomini sono tutti uguali?". Pasteur, che aveva negato con i suoi esperimenti la generazione spontanea, principio fondante di ogni panteismo e ateismo, dichiara senza ambagi: "ancora più incompatibile con la ragione umana è il credere alla potenza della ragione sui problemi dell'origine e della fine delle cose…"; gli "insegnamenti della sua fede, aggiunge parlando del credente, sono in armonia con gli slanci del cuore, mentre la credenza del materialista impone alla natura umana ripugnanze invincibili. Che forse il buon senso, il senso intimo di ciascuno non reclama la responsabilità individuale? Al capezzale dell'essere amato colpito dalla morte non sentite in voi qualche cosa che vi grida che l'anima è immortale? E' un insultare il cuore dell'uomo dire con il materialismo: la morte è il nulla!" (quest'ultima parte del discorso viene ripetuta quasi uguale da Pasteur in varie occasioni).
 Infine, parlando l'8 agosto 1874 in occasione della distribuzione dei premi del collegio di Arbois, Pasteur afferma: "L'educazione liberale che avete ricevuto senza trarne alcun merito non avrebbe altro risultato che abbandonarvi ad un folle orgoglio e al capriccio di questi spiriti frondisti che su tutti gli argomenti hanno affermazioni superficiali….Si dice che nella nostra città sono esistiti dei geni incompresi e io so che il moto di 'libero pensatore' è scritto da qualche parte nella cinta delle nostre mura come una sfida e un oltraggio. Sapete voi ciò che reclama la maggior parte dei liberi pensatori? Alcuni reclamano la libertà di non pensare affatto e di essere asserviti all'ignoranza; altri, la libertà di pensare male; altri ancora, la libertà di essere dominati dalle suggestioni dell'istinto e di disprezzare ogni autorità e ogni tradizione. Il libero pensiero nel senso cartesiano, la libertà nello sforzo, la libertà nella ricerca, il diritto di concludere sul vero accessibile all'evidenza e conformarvi la propria condotta, oh! di questa libertà bisogna avere un culto…ma il libero pensiero che reclama di concludere su ciò che sfugge ad una conoscenza precisa, la libertà che significa materialismo o ateismo, questa ripudiamola con energia".
Pasteur concludeva il suo discorso sottolineando l'impossibilità per l'uomo di afferrare il "principio e la fine di tutte le cose": "Credetemi, di fronte a questi grandi problemi, eterni soggetti di meditazioni solitarie degli uomini, non vi sono che due stati dello spirito: quello fornito dalla fede, la credenza a una soluzione data da una rivelazione divina, e quello del tormento dell'anima tesa alla ricerca di soluzioni impossibili e che questo tormento esprime con un silenzio assoluto (non con le false certezze dei "sistemi nichilisti" del positivismo, ndr) o, ciò che è lo stesso, con la confessione dell'impotenza di nulla comprendere e di nulla conoscere di questi misteri". (L. Pasteur, "Opere", Utet).