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mercoledì 18 giugno 2025

Andate controcorrente

 Andate controcorrente: non ascoltate le voci interessate e suadenti che oggi da molte parti propagandano modelli di vita improntati all’arroganza e alla violenza, alla prepotenza e al successo ad ogni costo, all’apparire e all’avere, a scapito dell’essere. Di quanti messaggi, che vi giungono soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici! Non andate dietro all’onda prodotta da questa potente azione di persuasione. Non abbiate paura, cari amici, di preferire le vie "alternative" indicate dall’amore vero: uno stile di vita sobrio e solidale; relazioni affettive sincere e pure; un impegno onesto nello studio e nel lavoro; l’interesse profondo per il bene comune. Non abbiate paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò che può sembrare perdente o fuori moda: i vostri coetanei, ma anche gli adulti, e specialmente coloro che sembrano più lontani dalla mentalità e dai valori del Vangelo, hanno un profondo bisogno di vedere qualcuno che osi vivere secondo la pienezza di umanità manifestata da Gesù Cristo. (Benedetto XVI - Loreto 02/09/2007 - www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2007/documents/hf_ben-xvi_hom_20070902_loreto.html)

lunedì 26 gennaio 2015

La più probabile causa della dipendenza è stata scoperta - e non è ciò che credete




La più probabile causa della dipendenza è stata scoperta - e non è ciò che credete

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Pubblicato: Aggiornato:
TOSSICODIPENDENZA


Sono ormai passati cent'anni da quando le droghe sono state proibite per la prima volta - e nel corso di questo lungo secolo di guerra alla droga, i nostri insegnanti e i governi ci hanno raccontato una storia sulla dipendenza. Una storia tanto radicata nelle nostre menti che la diamo per assodata. Pare ovvia. Sembra palesemente vera. Lo credevo anch'io, fino a quando tre anni e mezzo fa non mi sono imbarcato in un viaggio di 30mila miglia per lavorare al mio nuovo libro, Chasing The Scream: The First And Last Days of the War on Drugs, alla scoperta di ciò che c'è veramente dietro alla guerra alla droga. Ciò che ho imparato lungo la mia strada è che quasi tutto ciò che c'è stato raccontato sulla dipendenza è sbagliato - e che di storia ne esiste un'altra, molto diversa, che aspetta ancora d'esser raccontata, se solo saremo disposti ad ascoltarla.
Se faremo nostra questa nuova storia ci toccherà cambiare non solo la guerra alla droga. Dovremo cambiare noi stessi.
Ciò che ho imparato l'ho appreso da un mucchio di persone straordinariamente diverse che ho incontrato lungo i miei viaggi. Dagli amici ancora vivi di Billie Holiday, da cui ho scoperto che il fondatore della guerra alla droga l'aveva perseguitata, contribuendo alla sua morte. Da un dottore ebreo portato di nascosto via dal ghetto di Budapest quand'era piccolo, per poi scoprire da adulto i segreti della dipendenza. Da un trafficante transessuale di crack a Brooklyn, concepito quando la madre, dipendente dal crack, fu stuprata dal padre, un agente della polizia di New York. Da un uomo che è stato relegato in fondo a un pozzo per due anni da una dittatura dedita alla tortura, per poi riemergerne e finire un giorno col venire eletto presidente dell'Uruguay, segnando così gli ultimi giorni della guerra alla droga.
Avevo un motivo piuttosto personale per andare alla ricerca di tutte queste risposte. Uno dei miei primi ricordi da piccolo è stato quella di provare a svegliare un mio parente, senza riuscirci. Da allora mi sono rigirato in testa uno dei misteri essenziali della dipendenza - cos'è che fa sì che ci sia gente che diventa tanto ossessionata da una droga, o da un determinato comportamento, da non riuscire più a fermarsi? Come si può fare per aiutare quella gente a tornare da noi? Crescendo, un altro dei miei parenti più stretti sviluppò una dipendenza da cocaina, e io iniziai un rapporto con una persona dipendente dall'eroina. In un certo senso la dipendenza per me era di casa.
Se tempo fa mi aveste chiesto quale fosse l'origine della dipendenza dalla droga, vi avrei guardato come degli idioti, e vi avrei detto: "Beh, la droga, no?". Non era difficile da capire. Ero convinto di averlo esperito in prima persona. Siamo tutti in grado di spiegarlo. Supponiamo che voi e me, insieme ai prossimi venti passanti, stabilissimo di somministrarci per venti giorni di fila una droga veramente potente. Siccome queste droghe sono dotate di forti ganci chimici, se il ventunesimo giorno poi smettessimo, i nostri corpi finirebbero per bramare quella sostanza. Una bramosia feroce. Saremmo dunque diventati dipendenti da essa. Ecco che cosa significa 'dipendenza'.
La teoria è stata in parte codificata grazie agli esperimenti compiuti sui topi - entrati nella psiche collettiva americana negli anni '80 grazie a una nota campagna pubblicitaria di Partnership for a Drug-Free America. Potreste ricordarla. L'esperimento è piuttosto semplice. Mettete un topo in gabbia, da solo, con due bottiglie d'acqua. Una contiene solo acqua. L'altra anche eroina o cocaina. Quasi ogni singola volta in cui l'esperimento viene ripetuto, il topo finirà ossessionato dall'acqua drogata, e tornerà a chiederne ancora fino al momento in cui morirà.
La pubblicità lo spiegava così: "C'è solo una droga in grado d'indurre tanta dipendenza, e nove topi di laboratorio su dieci ne faranno uso. Ancora. E ancora. Fino alla morte. Si chiama cocaina. E a voi può fare lo stesso".
Tuttavia negli anni '70 un docente di psicologia a Vancouver di nome Bruce Alexander notò qualcosa di strano in questo esperimento. Il topo viene messo in una gabbia da solo. Non ha altro da fare che somministrarsi la droga. Che succederebbe allora, si chiese, se lo impostassimo diversamente? Così il professor Alexander costruì un 'parco topi'. Una gabbia di lusso all'interno della quale i topi avrebbero avuto a disposizione delle palline colorate, il miglior cibo per roditori, delle gallerie nelle quali zampettare e tanti amici: tutto ciò a cui un topo metropolitano avrebbe potuto aspirare. Che cosa sarebbe accaduto in quel caso, si chiedeva Alexander?
Nel 'parco topi' tutti ovviamente finivano per assaggiare l'acqua di entrambe le bottiglie, non sapendo che cosa ci fosse dentro. Ma ciò che successe in seguito fu sorprendente.
Ai topi che facevano una bella vita l'acqua drogata non piaceva. Perlopiù la evitavano, consumandone meno di un quarto rispetto ai topi isolati. Nessuno di loro morì. E mentre tutti i topi tenuti soli e infelici ne facevano uso pesante, ciò non accadeva ad alcuno di quelli immersi in un ambiente felice.
All'inizio pensai che si trattasse soltanto di una stranezza dei topi, finchè non scoprii che - nello stesso periodo dell'esperimento del 'parco topi' - c'era stato il suo equivalente umano. Si chiamava guerra in Vietnam. La rivista Time scriveva che fra i soldati americani l'uso di eroina era "comune quanto quello della gomma da masticare", e che ce n'erano delle prove concrete: stando a una ricerca pubblicata negli Archives of General Psychiatry circa il 20 per cento dei soldati americani in quel Paese erano diventati dipendenti dall'eroina. In tanti se ne sentirono comprensibilmente terrorizzati; convinti che alla fine della guerra in patria sarebbe rientrato un enorme numero di tossicodipendenti.
La verità è che circa il 95 per cento dei soldati che avevano sviluppato quella dipendenza - stando alla medesima ricerca - in seguito semplicemente non si drogarono più. In pochi furono costretti alla riabilitazione. Il fatto è che erano passati da una gabbia terrificante a una piacevole, per cui smisero di anelare alla droga.
Il professor Alexander ritiene che questa scoperta contesti in modo profondo sia il punto di vista destrorso, per cui la dipendenza non è che una questione 'immorale' generata dagli eccessi dell'edonismo festaiolo, sia quello liberal per cui la dipendenza è quel male che attecchisce all'interno di un cervello alterato dalle sostanze chimiche. Anzi, argomenta, la dipendenza è una forma d'adattamento. Non sei tu. È la tua gabbia.
Dopo la prima fase del 'parco topi' il professor Alexander portò avanti il test. Tornò a ripetere gli esperimenti originari, quelli in cui i topi venivano lasciati da soli e facevano compulsivamente uso della droga. Lasciò che ne facessero uso per cinquantasette giorni - una quantità di tempo sufficiente ad agganciarli. Poi li portò fuori dall'isolamento, collocandoli all'interno del 'parco topi'. Voleva capire se, una volta sviluppata una dipendenza, il cervello risultasse talmente alterato da non potersi più riprendere. Se le droghe in effetti s'impossessavano di te. Ciò che accadde risultò - ancora una volta - stupefacente. I topi mostravano qualche problema d'astinenza, ma smettevano presto di farne uso intensivo, tornando a vivere una vita normale. La gabbia buona li aveva salvati (i riferimenti precisi a tutte le ricerche a cui faccio riferimento sono nel libro).
Quando per la prima volta incappai in tutto questo rimasi perplesso. Che senso aveva? Questa nuova teoria criticava in maniera talmente radicale ciò che ci era stato detto che sembrava non potesse esser vera. Ma più scienziati intervistavo, più consultavo le loro ricerche, più scoprivo cose che non sembravano aver alcun senso - a meno che non si prendesse in considerazione questo nuovo approccio.
Ecco l'esempio di un esperimento che si sta conducendo, e che un giorno potrebbe riguardarvi direttamente. Se oggi v'investissero e subiste una frattura al bacino, vi verrebbe probabilmente somministrata la diamorfina, nome medico dell'eroina. Nell'ospedale in cui vi troverete ci sarà tanta altra gente a cui viene somministrata l'eroina per lunghi periodi, per attenuarne il dolore. L'eroina che vi darà il medico sarà molto più pura e potente di quella adoperata dai tossici per strada, costretti a comprarla da spacciatori che la tagliano. Ragion per cui, se la vecchia teoria della dipendenza fosse valida - sono le droghe a causarla, perché fanno sì che il tuo corpo ne senta il bisogno - la conseguenza sarebbe ovvia. Un mucchio di gente dovrebbe lasciare l'ospedale per finire alla ricerca di una dose per strada, assecondando la dipendenza che avrebbero sviluppato.
Ma ecco la cosa strana: questo praticamente non succede mai. Come il medico canadese Gabor Mate mi ha spiegato per la prima volta, coloro che ne fanno uso medico poi semplicemente smettono, pur essendo stata loro somministrata per mesi. La medesima droga, fruita per la medesima quantità di tempo, trasforma chi ne fa uso per strada in tossici disperati, lasciando immutati i pazienti d'ospedale.
Se siete ancora convinti - come anch'io un tempo - che la dipendenza sia causata dai ganci chimici, la cosa non avrà alcun senso. Ma se credete alla teoria di Bruce Alexander, tutto torna. Il tossico per strada è un po' come i topi della prima gabbia, isolato, solo, con un'unica fonte di consolazione a portata di mano. Il paziente d'ospedale è come il topo della seconda gabbia. Si prepara a tornare a casa, a una vita in cui sarà circondato dalla gente che ama. La droga è la stessa, l'ambiente però è diverso.
Questo ci fornisce un'intuizione che va ben oltre il bisogno di comprendere i tossicodipendenti. Il professor Peter Cohen sostiene che gli esseri umani abbiano una profonda necessità di formare legami ed entrare in contatto gli uni con gli altri. È così che ci gratifichiamo. Se non siamo in grado di entrare in contatto con gli altri, entreremo in contatto con qualsiasi altra cosa - il suono di una roulette che gira, o l'ago di una siringa. Lui è convinto che dovremmo smettere del tutto di parlare di 'dipendenza', e chiamarla piuttosto 'legame'. Un eroinomane si lega all'eroina perché non è stato in grado di legare in modo altrettanto forte con nient'altro.
Ragion per cui il contrario della dipendenza non è la sobrietà. Ma il contatto umano.
Quando ho saputo tutto questo, ho scoperto di aver cominciato a convincermene, ma non sono comunque riuscito a liberarmi da un dubbio assillante. Tutti questi scienziati sono forse convinti che i ganci chimici non facciano alcuna differenza? Così me l'hanno spiegato - puoi diventare dipendente dal gioco d'azzardo, e nessuno penserà mai che t'inietti un mazzo di carte in vena. Per cui potrai avere il massimo della dipendenza, e nessun gancio chimico. Ho partecipato a un incontro dei giocatori d'azzardo anonimi di Las Vegas (col permesso di tutti i partecipanti, che sapevano di essere osservati) e mi sembravano chiaramente dipendenti, tanto quanto qualsiasi altro cocainomane o eroinomane io abbia mai incontrato. Eppure di ganci chimici sul tavolo da gioco non ce ne sono.
Di certo, però, ribattevo, le sostanze chimiche lo dovranno svolgere un qualche ruolo. Salta fuori che esiste un esperimento in grado di rispondere in termini molto precisi a questa domanda. L'ho scoperto leggendo il libro The Cult of Pharmacology, di Richard DeGrandpre.
Tutti concordano sul fatto che il fumo della sigaretta sia uno dei più grandi generatori di dipendenza. I ganci chimici del tabacco derivano da una droga al suo interno chiamata nicotina. Quando nei primi anni '90 sono stati sviluppati i cerotti alla nicotina ci fu un grande ottimismo - i fumatori di sigaretta avrebbero potuto godersi tutti gli amati ganci chimici senza le sporche (e letali) controindicazioni del fumo. Sarebbero stati liberi.
Ma la Direzione generale della sanità ha scoperto che appena il 17,7 per cento dei fumatori di sigarette sono in grado di mettere adoperando i cerotti alla nicotina. Ora, non è proprio roba da nulla. Se le sostanze chimiche rappresentano il 17,7 per cento della dipendenza, come si è dimostrato, si parla comunque di milioni di vite rovinate in tutto il mondo. Ciò che però si scopre, ancora una volta, è che la storia che ci è stata insegnata sui ganci chimici come Causa della Dipendenza, per quanto vera, non è che un frammento all'interno di un mosaico più vasto.
Le implicazioni per l'ormai centenaria guerra alla droga sono notevoli. Quest'enorme crociata - che come ho avuto modo di osservare uccide gente dai centri commerciali messicani alle strade di Liverpool - si fonda sulla convinzione che sia necessario eliminare fisicamente una vasta quantità di sostanze chimiche perchè s'impossessano dei cervelli della gente e ne causano la dipendenza. Ma se non sono le droghe a portare alla dipendenza - se anzi a causarla è quel senso di scollegamento dagli altri - tutto questo non ha alcun senso.
Ironicamente la guerra alla droga non fa che alimentare i macro fattori che portano alla dipendenza. Ad esempio mi sono recato in una prigione in Arizona - 'Tent City' - dove per punirli per l'uso di droga i detenuti vengono costretti per settimane e settimane all'interno di minuscole celle d'isolamento in pietra (le chiamano 'il Buco'). Cioè quanto di più vicino si possa arrivare a ricreare per gli uomini le gabbie che garantivano la dipendenza letale dei topi. E quando poi quei detenuti ne fuoriescono, la fedina penale impedirà loro di essere assunti - garantendone per sempre l'isolamento. L'ho visto accadere in diversi casi a persone che ho incontrato in giro per il mondo.
Esiste un'alternativa. Si può costruire un sistema concepito per aiutare i tossicomani a rientrare in contatto col mondo - lasciandosi la dipendenza alle spalle.
Non è teoria. Succede davvero. L'ho visto coi miei occhi. Quasi quindici anni fa il Portogallo aveva una delle situazioni peggiori di tutta Europa quanto a diffusione degli stupefacenti, con l'1 per cento della popolazione dipendente da eroina. Avevano provato con la guerra alla droga, e il problema non faceva che peggiorare. Così decisero di fare qualcosa di drasticamente diverso. Stabilirono di depenalizzare tutti gli stupefacenti, rinvestendo il denaro che prima spendevano per arresto e detenzione del tossicomane, e adoperandolo invece per rimetterlo in comunicazione - coi propri sentimenti e con la società più ampia. Il passo determinante è quello di assicurargli un'abitazione stabile e un posto di lavoro sociale così da offrirgli uno scopo nella vita, e una ragione per alzarsi dal letto. Li osservavo mentre venivano aiutati all'interno di ambulatori ricchi di calore umano e accoglienti, per imparare a tornare in contatto coi propri sentimenti, dopo anni di trauma e di silenzioso stordimento dovuto alle droghe.
Uno degli esempi di cui sono venuto a conoscenza è un gruppo di tossicodipendenti a cui è stato offerto un prestito per mettere in piedi una piccola azienda di traslochi. D'un tratto erano diventati un gruppo, legarono tutti fra loro, e con la società, e si fecero responsabili della cura dell'altro.
I primi risultati stanno arrivando. Una ricerca indipendente del British Journal of Criminology ha scoperto che dal momento della sua totale depenalizzazione le dipendenze sono crollate, e l'uso di stupefacenti da iniezione è diminuito del 50 per cento. Lasciatemelo ripetere: l'uso di stupefacenti da iniezione è diminuito del 50 per cento. Il risultato della depenalizzazione è stato un successo talmente chiaro che in pochi in Portogallo aspirano a tornare al vecchio sistema. Il primo oppositore della depenalizzazione, nel 2000, era stato Joao Figueira, il più importante poliziotto antidroga del Paese. All'epoca lanciava quel genere di avvertimenti che ci si aspetterebbe dal Daily Mail o da Fox News. Ma quando poi ci siamo incontrati a Lisbona, mi ha spiegato come le sue previsioni non si siano avverate, e come oggi lui speri che tutto il mondo segua l'esempio del Portogallo.
Tutto ciò non riguarda solo i tossicodipendenti a cui voglio bene. Riguarda tutti noi, perché ci costringe a pensare a noi stessi in maniera diversa. Gli esseri umani sono animali sociali. Abbiamo bisogno legare, di entrare in contatto e di amare. La frase più saggia del ventesimo secolo appartiene a E.M. Forster: "Mettetevi in contatto". Ma noi abbiamo creato un ambiente e una cultura che ci isolano da ogni forma di connessione, o che ce ne offrono solo la parodia generata da internet. La crescita delle dipendenze è il sintomo di un male profondo del modo in cui viviamo - volgendo costantemente lo sguardo all'ennesimo gadget luccicante da acquistare, piuttosto che agli esseri umani intorno a noi.
Lo scrittore George Monbiot l'ha chiamata "l'epoca della solitudine". Abbiamo creato società umane all'interno delle quali isolarsi da ogni legame è più facile che mai prima d'ora. Bruce Alexander - l'ideatore del 'parco topi' - mi ha spiegato come per troppo tempo non abbiamo fatto altro che parlare della riabilitazione dell'individuo dalla dipendenza. Ciò di cui abbiamo bisogno di parlare oggi è la riabilitazione sociale - un modo per riabilitare noi tutti, insieme, dal male dell'isolamento che ci sta avvolgendo come una spessa coltre di nebbia.
Ma queste nuove scoperte non rappresentano esclusivamente una sfida politica. Non sono solo le nostre menti che c'impongono di cambiare. Ma i nostri cuori.
Amare un tossicodipendente è davvero dura. Quando guardavo alle persone dipendenti a cui volevo bene, una volta avevo sempre la tentazione di seguire i consigli di reality show come Intervention - intimando a chi aveva una dipendenza di mettersi in riga, o allontanandolo. Il messaggio era che un tossicodipendente che non è in grado di smettere dovrebbe essere rifiutato. È la logica della guerra alla droga, interiorizzata nel privato. E invece, come ho avuto modo di capire, ciò non fa che peggiorare la loro condizione - e potresti finire per perdere del tutto la persona. Quando sono tornato a casa ero determinato a tenermi stretto più che mai le persone dipendenti che facevano parte della mia vita - facendo loro capire che il mio amore per loro è incondizionato, cioè indipendente dal fatto che smettano o che non ci riescano.
Quando sono tornato dal mio lungo viaggio ho guardato in faccia il mio ex-ragazzo, in crisi d'astinenza, che tremava sul letto degli ospiti, e ho pensato a lui in maniera diversa. Da un secolo intoniamo canti di guerra contro i tossicodipendenti. Asciugandogli la fronte mi è venuto in mente che forse quello che avremmo dovuto fare in tutto questo tempo sarebbe stato cantargli delle canzoni d'amore.
Questo blog è stato pubblicato originariamente su Huffington Post United States

giovedì 15 maggio 2014

Questa generazione che non vuol crescere mai PIETRO CITATI

Questa generazione che non vuol crescere mai 
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di PIETRO CITATI

UN TEMPO, si diventava adulti prestissimo.
Non voglio ricordare le epoche lontane della storia umana, quando a ventun anni Alessandro posava il piede sul suolo dell'Asia, a ventiquattro veniva riconosciuto figlio di Dio, a venticinque sconfiggeva Dario e conquistava l'impero persiano, a trentadue moriva, carico del peso di cento vite. Penso a un uomo del Settecento, dell'Ottocento, o anche a un figlio del nostro secolo. A venticinque anni i generali napoleonici attraversavano vittoriosamente
l' Europa, coi loro cavalli furibondi e i grandi pennacchi colorati: a ventuno, senza essere mai uscito di casa, Leopardi aveva letto tutti i libri e scriveva
L' Infinito, conoscendo con la mente le cose pensabili e impensabili.

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Alessandro aveva come precettore Aristotele: qualche giovane europeo del 1793 aveva come precettore Holderlin. Immagino cosa dovesse significare, per un ragazzo desideroso di apprendere, avere ogni giorno accanto a sé il più grande filosofo o poeta del proprio tempo.

Allora l' infanzia, che noi amiamo tanto, non possedeva una vera esistenza. Bisognava attraversarla con la velocità di una folgore: consumarla, bruciarla, non indugiare nei giochi infantili, apprendere rapidamente, e diventare adulti. Il bambino contemplava appena ciò che aveva attorno a sé: guardava oltre, lontano, verso i re che avevano conquistato il mondo, e i poeti antichi e moderni che avevano composto l' Odissea e le Metamorfosi. Non c' era nessun indugio: nessuna pigrizia; nessuna tenerezza verso se stessi e le proprie immaginazioni infantili. A tutti i costi, versando lacrime di sangue, sopportando dolori indicibili, un ragazzo diventava maturo.
A diciotto anni, imparava a conoscere chi era, abbandonando le personalità secondarie, che aveva indossato nella giovinezza: scopriva quell'adamantino nucleo di sé, che l' accompagnava sino alla morte. Conquistare la maturità era una rinuncia: la rinuncia. Di colpo, con un gesto ascetico, il ragazzo si lasciava alle spalle tutti i sogni impossibili, tutte le illusioni che avevano accompagnato la mente umana: tutte le speranze di restare immortali, come lo si è sempre nella giovinezza. Il giovane accettava la realtà: la durezza, complessità e compattezza della realtà, l' impossibilità di ridurla a un desiderio o a un progetto. Se fino allora era stato Achille e aveva spezzato ogni limite, ora diventava Ulisse: un uomo che impara a sopportare e torna nella sua isola, dove avrà, forse, una vecchiaia felice. Accettava la morte: il pensiero che tutti i nostri attimi sono intessuti di morte e che la morte è la misura naturale della nostra vita. Come diceva Shakespeare: "Gli uomini debbono aspettare pazientemente la loro uscita da questo mondo - come la loro venuta. La maturità è tutto".
Appena diventava maturo, l' uomo innalzava delle altissime mura attorno a se stesso. Cosa importava ciò che rimaneva al di là delle mura: possibilità dell'io che non si erano realizzate, terre lontane, donne amate, nuvole di tenerezza? Dentro e dietro le mura, viveva coscientemente la propria maturità, lavorando con attenzione scrupolosa e meticolosa il suo piccolo campo. Conosceva mirabilmente le proprie forze reali: ciò che voleva e poteva fare e ciò che non era suo; diventava superbamente oggettivo verso se stesso, trattando il suo io come fosse un altro; sapeva organizzare, costruire, contrapporre, raggiungendo il massimo effetto con il minimo sforzo. Così l' io diventava una perfetta officina artigianale, che fabbricava ogni giorno una determinata quantità di materiale. Quanto splendido materiale è uscito da queste grandi officine virili, in special modo nel secolo scorso. E che bellissimi esempi di maturità, che si avviavano dignitosamente verso la vecchiaia e la morte, con appena un' ombra di malinconia verso le cose incompiute o impossibili.

Ma conosco esempi di maturità prematura. Molti esseri umani sono diventati adulti troppo presto: uccidendo in sé la giovinezza, irrigidendosi e difendendosi, evitando le possibilità aperte all'orizzonte, accelerando un processo che avrebbe dovuto essere più lento e sinuoso. Nulla è più rischioso, nelle cose umane, dell'eccesso di volontà e di chiarezza. Nulla è più pericoloso che conoscere sino in fondo, con l' occhio inflessibile dell'adulto, tutte le forme e gli svolgimenti del proprio futuro, e conquistarli con la violenza e la coercizione. Allora si diventa prigionieri della maturità: stiamo lì, soffocati, inariditi, vittime delle mura che abbiamo alzato, delle leggi e delle convenzioni che abbiamo stabilito una volta per tutte.

Come scriveva giorni fa Alberto Ronchey, conosciamo i giovani e gli adolescenti di oggi. A differenza dei loro nonni, non vogliono diventare maturi. Quanto tempo indugiano sui campi della giovinezza: guardano le cose, attraversano il mondo, contemplano se stessi con una curiosità e una tenerezza infinite. Giocano. Rallentano il tempo della crescita. Non desiderano entrare nella cosiddetta vita, che forse li impaurisce. La scuola è lentissima; ed essi aumentano questa lentezza tardando a laurearsi, tardando ad uscire dalla casa paterna, rinviando o aggirando il matrimonio, proiettando sempre più lontano il momento del lavoro. Non sanno chi sono. Forse non vogliono saperlo: si chiedono sempre quale sia il loro io, e non lo identificano in un carattere stabilito, ma in un complesso quasi inesauribile di possibilità. Non smettono mai di conoscersi: spostano l' oggetto della loro ricerca, sempre altrove, sempre più lontano, perché in realtà non desiderano avere nessun volto. Studiano gli altri esseri umani, cercando di ritrovare se stessi negli altri, o di prolungare negli altri se stessi. Forse ciò che prediligono è l' esperienza: per amore dell'esperienza, e non dei suoi risultati. Perciò coltivano tanto l' arte del viaggio: un viaggio che presto viene sostituito da un altro viaggio, e da un altro ancora, e poi da un altro ancora, al fondo del quale non c' è nessuna Itaca. Come amano indugiare! Come amano la protrazione e l' indecisione! Non dire mai sì e mai no: sostare sempre davanti a una soglia che, forse, non si aprirà mai. Se compiono un lavoro, non si impegnano volentieri in uno solo: ne fanno contemporaneamente un altro, o immaginano di farlo. Non rinunciano a niente, perché non vogliono accettare la morte. Non hanno volontà: non desiderano agire; preferiscono aderire, accogliere, lasciar affiorare in se stessi la voce degli altri, della vita e del destino. Preferiscono restare passivi, comportandosi in modo sinuoso e informe come l' acqua, trasformandosi in tutto ciò che viene loro proposto. Vivono avvolti in un misterioso torpore. Non amano il tempo. L' unico loro tempo è una serie di attimi, che non vengono legati in una catena o organizzati in una storia.

In generale, la mia generazione di moribondi settantenni disprezza questi casi di adolescenza troppo prolungata. Sostiene che bisogna - a tutti i costi - diventare maturi. E, certo, siamo circondati da una moltitudine di cinquantenni giovanissimi, di quarantenni adolescenti, di trentenni appena nati: i quali proiettano attorno a se stessi l' alone di un immenso narcisismo, chiedono, chiedono, non amano la realtà, si lagnano sempre, non sopportano nessuna contrarietà e dolore.

Quanto a me, questi eterni adolescenti mi piacciono: mi piacciono i loro indugi, le loro lentezze, la loro passività, e i lunghi sguardi contemplativi. Continuare a serbare nell'occhio la freschezza dello sguardo giovanile: diventare maturi e poi vecchi quasi per caso: non disegnare mai il proprio io: concepire la propria vita come un gioco indefinito di possibilità, che può portare a moltissimi volti; rallentare, rallentare, non costruire e non irrigidirsi mai dietro mura...

Ho avuto la fortuna di conoscere alcuni grandi vecchi poeti: a ottant' anni posseggono un' immensa esperienza, che sembra filtrata da centinaia di vite; eppure qualsiasi goccia di questa esperienza ha la stessa delicata e tenera grazia di quella di un bambino che costruisce il suo castello di sabbia sulla riva del mare. Forse qualcuno dei nostri pigri, indolenti e indecisi figli o nipoti ci preparerà lo stesso dono.


domenica 30 marzo 2014

In realtà, è Gesù che cercate

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In realtà, è Gesù che cercate quando sognate la felicità; 
è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; 
è Lui la bellezza che tanto vi attrae; 
è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso
è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; 
è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. 
 E' Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna.
Carissimi giovani, in questi nobili compiti non siete soli. Con voi ci sono le vostre famiglie, ci sono le vostre comunità, ci sono i vostri sacerdoti ed educatori, ci sono tanti di voi che nel nascondimento non si stancano di amare Cristo e di credere in Lui. Nella lotta contro il peccato non siete soli: tanti come voi lottano e con la grazia del Signore vincono.

XV GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
VEGLIA DI PREGHIERA PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE
GIOVANNI PAOLO II



domenica 2 febbraio 2014

Adulto è il participio passato del verbo adolescere, colui che ha finito di crescere


Adulto è il participio passato del verbo adolescere, colui che ha finito di crescere

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E poi penso che è inutile spiegare. Ma sì.  Perché quello che vi racconto oggi, non è questo che sembra… No, sembra che sto parlando di politica, di rugby. Invece io sto parlando di giovinezza, sto parlando di adolescenti, di ragazzi che avevano fretta di diventare adulti.
Adulto è il participio passato del verbo adolescere, colui che ha finito di crescere. Io oggi conosco più adulteri che adulti, adulteri a se stessi ovviamente.
Quella che stasera vi racconterò è la storia di un gruppo di ragazzi che avevano fretta di entrare in un mondo adulto che è diventato vecchio senza essere adulto. Il mio, il nostro paese, oggi è questo. È il più vecchio del pianeta e lo guardiamo senza nemmeno accorgerci di quello che abbiamo sotto gli occhi. Abbiamo sì sotto gli occhi il cambiamento del paesaggio, ma addosso a noi non lo leggiamo, perché? Perché noi non possiamo sentirci vecchi.
Secondo gli italiani si diventa vecchi a ottantatre anni. Siccome l’attesa di vita è ottantuno, secondo gli italiani si diventa vecchi dopo morti!
Io vorrei chiedere ai miei coetanei per primi, di fare outing: dichiaratevi adulti. Rinunciate a quell’idea di giovinezza che ci viene venduta quotidianamente, perché c’è una confusione genetica mostruosa.
Adulto è colui che si è giocato delle possibilità e deve vivere con quello che ha: il resto si è seccato. Quello che sei in potenza da giovane, non ce l’hai dopo. Se non capisci questo, se impedisci a chi viene dopo di sorpassarti perché tu, cullato dal sogno di questa eterna giovinezza, rubi costantemente tutto ciò che viene prodotto da chi viene dopo di te, indossandolo in vario modo attorno a te, tu stai creando un blocco mostruoso, che ci impedisce di leggere la realtà.
Dichiaratevi adulti, prendetevi delle responsabilità.
Che cos’hanno in comune il rugby e la politica? Sono mondi adulti: dovrebbero, dovrebbero darti dei principi, delle regole che durano, con cui cresci. È per questo che queste due cose le ho messe insieme, per questo mi piace raccontarvele.
Raccontare - tranquilli! - una commedia. Sì, sì parlo di anni difficili, ma voglio fare una commedia. Ma avrà un percorso duro, secco, come il fango che è diventato polvere. Duro, secco, come il filo di pensieri da cui devo partire.

domenica 3 febbraio 2013

LA MODERNA OSSESSIONE PER IL SESSO DIMOSTRA CHE L’ANIMA ESISTE

Oggi ho pubblicato su Libero questo articolo

                  LA MODERNA OSSESSIONE PER IL SESSO
                     DIMOSTRA CHE L’ANIMA ESISTE
                                         ***                                  

Dopo “Cinquanta sfumature di grigio”, l’industria editoriale sforna i prodotti letterari che sulle ali dell’eros ambiscono a volare fino alla vetta della classifica dei best-seller. Ultimo della serie “La sposa nuda” di Nikki Gemmell.
Il sesso parlato, immaginato, guardato, venduto, comprato, praticato, modulato in mille varianti – diventato ossessione di massa e, con la rete, prodotto di vasto consumo – sembra sia l’unica rivoluzione vera scaturita dal ’68 “desiderante”.

DEREGULATION

Antonio Scurati – in un recente articolo sulla “Stampa” - lo nega. A suo giudizio “l’unica vera rivoluzione” del dopoguerra “è stata quella liberista degli Anni 80”. Che definisce “una rivoluzione di destra”.
Ma in realtà tutte vanno sotto l’insegna della totale deregolamentazione: della finanza e della scienza, della vita e dei commerci, come dei rapporti sessuali, affettivi e addirittura delle identità sessuali.
Tale deregolamentazione si sottrae beffardamente alle categorie “destra” e “sinistra”, come la grande bolla finanziaria si sottrae ai confini degli stati, ai partiti, ai governi. E li domina.
Pertanto la marxistissima generazione del ’68 ha dato un decisivo contributo alla più capitalistica e borghese delle rivoluzioni, erigendo il desiderio a pretesa assoluta e così spianando la strada a un’industria della sessualità e del suo immaginario che rende merce i rapporti affettivi e pure i corpi.
E’ la felicità promessa? A leggere oggi i commenti (e già quelli di ieri, Pasolini, Foucault) pare semmai infelicità. La famosa e celebrata liberazione sessuale del Novecento si è risolta in realtà in una nuova alienazione, in una servitù volontaria di massa e in una pratica di controllo dei corpi e delle menti fra le più pervasive.

LA DISFATTA

Anche Scurati, a cui non manca l’acutezza dello sguardo, osserva: “di tutte le rivoluzioni mancate - o fallite - dalla sinistra sedicente rivoluzionaria, la rivoluzione sessuale è stata la più fallimentare. Sul terreno ha lasciato quasi solo rovine”, in particolare “la mastodontica mole sociale della frustrazione sessuale” che “è vasta come un’intera città ipogea…”.
Un nuovo saggio di Zygmunt Bauman, “Gli usi postmoderni del sesso” (Il Mulino) cerca di tirare le somme anche teoriche di un “discorso sul sesso” che ha accompagnato, giustificato e orientato questa rivoluzione postmoderna.
E le parole filosofiche di questa rivoluzione (un po’ come i prodotti derivati, nel mercato finanziario) sono innumerevoli, tanti i pensatori, da Lyotard a Sartre, a Bataille, dall’ “erotismo aristocratico e noiosissimo di Sade al Marcuse di ‘Eros e civiltà’ ”, che, secondo un pungente Maurizio Ferraris, avrebbe fornito la teorizzazione di ciò che un suo antico maestro “si era limitato a praticare con le studentesse”.
Così pure il discorso filosofico sul sesso rischia di finire nel salotto impertinente del pettegolezzo, dove già naviga la sua versione popolare.
Dunque tiriamo le somme di questa rivoluzione sessuale. Curiosamente la letteratura che riflette sul fenomeno, celebra la distruzione nell’ignominia della vecchia morale sessuale giudaico-cristiana, considerata repressiva, sessuofoba e arretrata.
Ma al tempo stesso lamenta che così si è prodotta una devastazione dell’umano, definitivamente mercificato fra i prodotti di rapido consumo.

Quasi coatto. Com’è peraltro il comandamento della “forma fisica”, requisito dovuto per “stare sul mercato” dei corpi. Culto estetico alla cui bisogna provvede un’ulteriore colossale industria.
Con intelligenza (e amarezza) Scurati scrive: “ci siamo spinti troppo oltre. Abbiamo eretto ovunque templi votivi alle divinità acefale del sesso… In società non si parla d’altro… L’aspettativa è enorme, il culto fervente, la pratica ovunque. Dalla copula tra i corpi degli amanti ci attendiamo rivelazioni sconvolgenti, dalla compenetrazione tra gli organi sessuali ci attendiamo l’illuminazione riguardo al senso delle nostre vite. C’è bisogno di aggiungere che rimarremo delusi?”.

RIVELAZIONI

Ma se invece questo groviglio di carni ci folgorasse proprio con una rivelazione su di noi?
Se addirittura, queste povere membra esauste di consumo reciproco, ci parlassero delle anime che dentro i corpi straripano alla ricerca di Dio, sbattendo in ogni modo le carni per il desiderio di qualcosa che esse non possono dare, cioè colui che Dante chiamava “il Sommo Piacere”?
C’è una “cultura del piagnisteo” che dopo aver giustificato la rivoluzione sessuale, ne lamenta gli esiti. E anche nei suoi rappresentanti più lucidi come Bauman sembra non vederne la teologia.
Io che professo tutti gli insegnamenti morali della Chiesa cattolica, che li ritengo anzi liberanti e pieni di sapienza, e che sento come una violenza psicologica e spirituale, soprattutto per i più giovani, questa sessuomania dilagante, questa aggressione pornografica onnipresente, voglio dire che anche la cosiddetta rivoluzione sessuale ci parla dell’inestirpabile desiderio di Dio. E della sua mancanza. Del doloroso vuoto di Lui che ci risucchia nel suo gorgo, anche attraverso la carne.

CARNE MISTICA

Lo mostra luminosamente Fabrice Hadjadj, un giovane filosofo francese, ebreo d’origine, un intellettuale che fu ateo anarchico e che ha abbracciato il cattolicesimo: ha scritto in proposito pagine rivelatrici, in “Mistica della carne. La profondità dei sessi” (Medusa).
E’ uno sguardo cattolico il solo capace di dare una lettura più profonda (e misericordiosa) del pover’uomo postmoderno “malato” di sesso.
Mi è capitato di scrivere, in un mio libro recente, che il moralista che c’è in tutti è portato a qualificare come “bestiali” le moderne ossessioni sessuali. Del resto nel linguaggio comune è alle metafore animali che si ricorre (il porco, il maiale…). Eppure è vero il contrario.
Solo gli esseri umani hanno l’ossessione del sesso. Gli animali no. Perché tale ossessione non viene dalla natura biologica, ma dalla mente. Non è un desiderio dei corpi, ma delle anime.
E’ l’anima che ha un desiderio infinito e straripa dentro un corpo limitatissimo e incapace di soddisfarla.
Questa pornomania di massa è la prova dell’esistenza dell’anima. Non sono i desideri della carne che esplodono nell’ossessione sessuale planetaria, ma il desiderio dell’anima a cui il corpo non riesce a star dietro, anche se l’immaginazione s’inventa mille varianti e mille avventure (che inevitabilmente risultano presto noiose e ripetitive).
I desideri dei corpi, per loro natura, sono sempre limitati ed effimeri, come insegna l’osservazione degli animali. Sono istinti che, appena soddisfatti, finiscono. Il sesso moderno invece è sempre inappagato.
Perché abbiamo dimenticato di essere fatti per l’estasi e non c’è cosa in terra che soddisfi questo desiderio. I padri della Chiesa la chiamano “divinizzazione”, Dante scrive che siamo nati “per indiarsi”.
Così mancando l’estasi ci ubriachiamo con il suo surrogato, l’ebbrezza. Della carne, ma anche di altro (potere, alcol o magari cocaina). Tutte cose che creano dipendenza (e quindi possono produrre grandi affari). In fondo aveva già detto tutto Baudelaire. Il quale ebbe potente la nostalgia dell’estasi, della “visio Dei”. E non solo lui.

ON THE ROAD

Quando chiesero a Jack Kerouac cosa stava cercando la “beat generation”, egli rispose: “Dio. Voglio che Dio mi mostri il suo volto”. In un appunto del 1949 scriveva: “la vita non è abbastanza, qui sulla terra non c’è abbastanza da desiderare”.
Un giorno tornò nella chiesa della sua infanzia, a Lowell, e commosso, in quella bellezza, “ebbi la visione di che cosa avevo voluto dire veramente con la parola ‘Beat’… significava beato…”. Questo simbolo della rivolta generazionale del dopoguerra esprimeva così “il desiderio di andarsene, fuori da questo mondo… ‘in alto’, in estasi, salvi, come se le visioni dei santi claustrali di Chartres e Clairvaux tornassero…”.
Per questo nell’ultima intervista al New York Times fu lapidario: “I’m not a beatnik. I’m a Catholic”.


Antonio Socci
Da “Libero”, 3 febbraio 2013
www.antoniosocci.com

sabato 2 febbraio 2013

INTERVISTA A DON GIUSSANI SUI GIOVANI

 INTERVISTA A DON GIUSSANI SUI GIOVANI
***
Fuma una sigaretta con parsimonia, cerca le parole migliori e muove gli occhi chiari, ancora bellissimi, come se cercasse, con tutta la forza che ha nell’anima e nel corpo, di dare un messaggio. Don Giussani si aspettava la domanda e non la rifiuta: come le sembra l’Italia di oggi? Se la ricorda l’Italietta di quando lei insegnava religione al Liceo Berchet di Milano? Che differenza c’è tra quella e quest’ Italia? Questo Paese le ha portato delusione, spavento? “Mi spaventa, dice subito. L’Italia mi sembra un sommovimento terrestre, un terremoto. Dove chi spinge di più riesce a buttare via più pietre che gli ingombrano il terreno. È una situazione civile dove non c’è un ideale adeguato, dove non c’è nulla che ecceda l’aspetto utilitaristico. Un utilitarismo perseguito senza alcun punto di fuga ideale. Questo non può durare. Il timore è che si scatenino conflitti senza fine” Vede una situazione terribile.... Sì, male, malissimo. Eppure in modo paradossale, ci sono, trasversalmente a tutte le posizioni, uomini che invece hanno una sensibilità rara, difficile da trovare. È un fatto occasionale e trasversale. Speriamo che questi uomini possano dare quello che hanno. Allora si riuscirebbe a tamponare, a limitare i danni”. Don Luigi Giussani, capo carismatico di Comunione e Liberazione, è in pellegrinaggio alla Madonna di Lourdes, con cinquemila ciellini, in stragrande maggioranza italiani. Ma ci sono delegazioni di irlandesi, portoghesi, spagnoli, tedeschi, svizzeri e francesi. Il pellegrinaggio è un ringraziamento della Fraternità di Comunione e Liberazione per il decimo anniversario del riconoscimento pontificio. Quando vede i giornalisti Giussani sorride, bonariamente, e domanda: “Ma come è possibile che voi riusciate a ridurre, sempre, il Meeting di Rimini in un qualcosa di solo politico? Invece quello è un mondo pieno di ricchezza umana”. Il grande prete, figlio di un ferroviere anarchico, usa altre parole con la sua gente, quando predica in una delle basiliche del Santuario della Madonna di Lourdes: Attraverso la Madonna si è comunicata la tenerezza di Dio. In questo posto è più facile levare uno sguardo su di sé e sul mondo che non abbia timore della realtà di desolazione e di cinismo che ci circonda”. E aggiunge: “Siamo venuti qui a pregare perché si realizzi quello che il Papa ha nel cuore per il bene della Chiesa”... Perché vede l’Italia in questo modo, don Giussani? Perché è successo tutto questo? Lei lo può dire dopo aver visto crescere tante generazioni. Quale è stato il fattore scatenante di una simile caduta, di un simile peggioramento? A tutte queste generazioni di uomini non è stato proposto niente. Eccetto una cosa: l’apprensione utilitaristica dei padri”... Sta parlando del dio denaro? “Il dio denaro o una sicurezza di vita agiata, di vita senza rischi. E fatta solamente di cose, senza rischio alcuno. Mi permette, adesso, di farle una domanda? Mi dica lei un ideale che esiste”. Don Giussani si ferma per un attimo, aspira un poco dalla sigaretta, e quasi si interroga da solo: Chissà se questo desiderio di rendere meno difficile la vita dei propri figli, o di un dato gruppo di persone, sfondi a un certo punto l’orizzonte. Cioè, se chi ha questo desiderio, capisca che per poterlo realizzare, ha bisogno di un ideale, di una speranza. Io penso che si possa sperare questo. Per esempio, certi aspetti dell’Islam e dell’ebraismo sono così. Quando parlavo di trasversalità, pensavo soprattutto a certi uomini ebrei e a certi uomini dell’Islam, che sembrano i più vicini a quello che abbiamo detto prima, alla sensibilità che può sfondare l’orizzonte”... Perché in Occidente, proprio l’Occidente cristiano, la gente vive in questa condizione di disagio, di mancanza di ideali? “Qui siamo veramente nel caos”... Facciamo un paragone tra i due “fine secolo”. Negli ultimi anni dell’Ottocento c’era un grande fermento, una grande fiducia nella scienza. Si celebrava il “Ballo Excelsior”. Forse era banale, ma qualcosa c’era. Adesso sembra che ci siano solo inquietudine e disagio... Non era per nulla banale quella fiducia nella scienza, aveva la dignità dell’idolatria. C’è sete di potere oggi. Ma non per il gusto prometeico di schiacciare, di tener sotto la gente. Ma solo per assicurare tranquillità a chi interessa”... È anche la società dell’apparenza e dell’illusione, del dover contare... “Siamo d’ accordo. Ma voi giornalisti inducete queste verità osservando le cose, la realtà. Io invece le capisco, perché le deduco avvertendo l’assenza dell’ideale in cui io credo. L’Occidente ha rifiutato questo ideale”. Un’altra pausa di Giussani. Poi dice: “Io e voi ci troviamo insieme a dire queste cose. Solo che voi non potete indicare gli ideali per ricostruire, come diceva il profeta Isaia, «le mura di case distrutte»”... Perché tutto questo investe anche l’Italia? “È un problema di educazione”... Lei dice che c’è egoismo, sete di potere. Ma in fondo l’Italia è un Paese di educazione cattolica: la gente andava a messa, andava in parrocchia, parlava di solidarietà e votava Dc. Non è forse un Paese di educazione cattolica? È l’unica volta che Giussani alza la voce per gridare un secco: “No! Questo era vero forse al tempo di Rosmini”... Cioè, tra una generazione e l’altra non sono stati trasmessi i valori? Non è stato trasmesso il metodo per cogliere il nocciolo dei valori, la loro ragione ultima, la genesi. E le conseguenze che questi valori possono avere. Tutti hanno avuto buone intenzioni. Io credo che tutti abbiano veramente avuto buone intenzioni. Ma senza trasmettere metodo per comprendere e la ragione dei valori...”... Ma negli anni Sessanta, la messa domenicale e la vita in parrocchia c’era.... “Ma questo non è un contenuto. Per fare un paragone, può essere come un titolo di borsa, non del denaro vero”... Tuttavia oggi c’è qualcuno che cerca di trovare, e in effetti a volte lo scopre, un ideale nel lavoro e nel contatto con il mondo dei poveri, con il Terzo mondo, per esempio... “Quei popoli non hanno avuto l’equivoco premio di uno sviluppo materialmente confortevole”... Forse si riferisce al fatto che non hanno avuto neppure intossicazioni culturali? “Non c’è una macchina che produce intossicazione culturale. È l’assenza di un ideale che produce confusione”... Che cosa è questa confusione? “Una persona che non ammette che in lui c’è una parte di tradimento, di non volontà nel perseguire il proprio ideale che ognuno ha dentro di sé (per i cristiani è il riconoscimento del peccato originale), non è più autentica, non è più vera in nessun rapporto. Perché dimentica la verità esistenzialmente iniziale, cioè che la meschinità, la miserabilità, la pigrizia, la cattiveria offuscano il cuore dell’uomo che è costituito dall’ideale. Il peccato originale è un mistero senza il quale non si capisce più nulla; un’ipotesi di lavoro senza la quale non ci si orienta più”... Mi sembra che lei dica che l’Occidente ha voluto cancellare questo mistero del peccato originale... “Oramai il peccato originale è una cosa che fa ridere l’Occidente. L’Occidente ha cancellato il peccato originale, perché questo significherebbe dover ammettere il Salvatore”... Lei, durante la sua meditazione nel Santuario, ha parlato di un potere nemico del popolo, un potere disposto a tollerare “cristiani che non diano fastidio”. A che cosa si riferiva? “Io contestavo il potere che spadroneggia, non il potere che serve. C’è un potere che si costituisce e prende forma attorno a interessi parziali, unilaterali: questo è il potere nemico del popolo, il potere che odia il popolo”... Chi è questo potere, forse quello delle lobbies? “Può essere anche questo”... Ma quale è il suo concetto di popolo? “Un ideale di vita umana o più umana, non può non suscitare l’interesse della gente, che in qualche modo si riconosce amica e collabora in vista di un percepito o supposto ideale di migliore umanità e cerca di trovare anche gli strumenti per realizzare questo ideale. Questo è un popolo”. Nel Santuario di Lourdes, don Giussani dice ai ciellini: “Sapete perché il mondo odia i cristiani? Perché affermano che quell’ideale non è un principio astratto, ma è ben presente in un popolo che fa storia”. Fa capire alla sua gente che oggi i cristiani sono nella mischia, al centro di polemiche e di contestazioni. Ma aggiunge: “Io sono soddisfatto della mia gente. Sono attenti con interesse. Non c’è bisogno di mettere guardie e polizia. Chiedono che gli si parli. La bellezza umana degli effetti comunque non è nelle nostre mani”. È una situazione civile dove non c’è un ideale adeguato La meschinità la pigrizia e la cattiveria offuscano il cuore dell’uomo
INTERVISTA DI DON GIUSSANI AL CORRIERE DELLA SERA

Questa generazione che non vuol crescere mai

Questa generazione che non vuol crescere mai
Un tempo, si diventava adulti prestissimo. Oggi c'è una continua corsa all'immaturità

la repubblica 2 agosto 1999
di PIETRO CITATI

UN TEMPO, si diventava adulti prestissimo. Non voglio ricordare le epoche lontane della storia
umana, quando a ventun anni Alessandro posava il piede sul suolo dell'Asia, a ventiquattro veniva
riconosciuto figlio di Dio, a venticinque sconfiggeva Dario e conquistava l' impero persiano, a
trentadue moriva, carico del peso di cento vite. Penso a un uomo del Settecento, dell'Ottocento, o
anche a un figlio del nostro secolo. A venticinque anni i generali napoleonici attraversavano
vittoriosamente l'Europa, coi loro cavalli furibondi e i grandi pennacchi colorati: a ventuno, senza
essere mai uscito di casa, Leopardi aveva letto tutti i libri e scriveva L' Infinito, conoscendo con la
mente le cose pensabili e impensabili.
Allora non esistevano le scuole pubbliche dei nostri giorni, dove un ragazzo intelligente perde il suo
tempo assieme a migliaia di ragazzi mediocri. Alessandro aveva come precettore Aristotele:
qualche giovane europeo del 1793 aveva come precettore Hölderlin. Immagino cosa dovesse
significare, per un ragazzo desideroso di apprendere, avere ogni giorno accanto a sé il più grande
filosofo o poeta del proprio tempo.
ALLORA l'infanzia, che noi amiamo tanto, non possedeva una vera esistenza. Bisognava
attraversarla con la velocità di una folgore: consumarla, bruciarla, non indugiare nei giochi infantili,
apprendere rapidamente, e diventare adulti. Il bambino contemplava appena ciò che aveva attorno a
sé: guardava oltre, lontano, verso i re che avevano conquistato il mondo, e i poeti antichi e moderni
che avevano composto l'Odissea e le Metamorfosi. Non c'era nessun indugio: nessuna pigrizia;
nessuna tenerezza verso se stessi e le proprie immaginazioni infantili.
A tutti i costi, versando lacrime di sangue, sopportando dolori indicibili, un ragazzo diventava
maturo. A diciotto anni, imparava a conoscere chi era, abbandonando le personalità secondarie, che aveva indossato nella giovinezza: scopriva quell' adamantino nucleo di sé, che l' accompagnava sino alla morte. Conquistare la maturità era una rinuncia: la rinuncia. Di colpo, con un gesto ascetico, il ragazzo si lasciava alle spalle tutti i sogni impossibili, tutte le illusioni che avevano accompagnato la mente umana: tutte le speranze di restare immortali, come lo si è sempre nella giovinezza. Il giovane accettava la realtà: la durezza, complessità e compattezza della realtà, l' impossibilità di
ridurla a un desiderio o a un progetto. 
Se fino allora era stato Achille e aveva spezzato ogni limite,
ora diventava Ulisse: un uomo che impara a sopportare e torna nella sua isola, dove avrà, forse, una
vecchiaia felice. Accettava la morte: il pensiero che tutti i nostri attimi sono intessuti di morte e che
la morte è la misura naturale della nostra vita. Come diceva Shakespeare: "Gli uomini debbono
aspettare pazientemente la loro uscita da questo mondo - come la loro venuta. La maturità è tutto".
Appena diventava maturo, l'uomo innalzava delle altissime mura attorno a se stesso. Cosa
importava ciò che rimaneva al di là delle mura: possibilità dell'io che non si erano realizzate, terre
 lontane, donne amate, nuvole di tenerezza? Dentro e dietro le mura, viveva coscientemente la
propria maturità, lavorando con attenzione scrupolosa e meticolosa il suo piccolo campo.
Conosceva mirabilmente le proprie forze reali: ciò che voleva e poteva fare e ciò che non era suo;
diventava superbamente oggettivo verso se stesso, trattando il suo io come fosse un altro; sapeva
organizzare, costruire, contrapporre, raggiungendo il massimo effetto con il minimo sforzo. Così
l'io diventava una perfetta officina artigianale, che fabbricava ogni giorno una determinata quantità
di materiale.
Quanto splendido materiale è uscito da queste grandi officine virili, in special modo nel secolo
scorso. E che bellissimi esempi di maturità, che si avviavano dignitosamente verso la vecchiaia e la
morte, con appena un' ombra di malinconia verso le cose incompiute o impossibili. Ma conosco
esempi di maturità prematura. Molti esseri umani sono diventati adulti troppo presto: uccidendo in
sé la giovinezza, irrigidendosi e difendendosi, evitando le possibilità aperte all'orizzonte,
accelerando un processo che avrebbe dovuto essere più lento e sinuoso. Nulla è più rischioso, nelle
cose umane, dell'eccesso di volontà e di chiarezza. Nulla è più pericoloso che conoscere sino in
fondo, con l'occhio inflessibile dell'adulto, tutte le forme e gli svolgimenti del proprio futuro, e
conquistarli con la violenza e la coercizione. Allora si diventa prigionieri della maturità: stiamo lì,
soffocati, inariditi, vittime delle mura che abbiamo alzato, delle leggi e delle convenzioni che
abbiamo stabilito una volta per tutte.
Come scriveva giorni fa Alberto Ronchey, conosciamo i giovani e gli adolescenti di oggi. A
differenza dei loro nonni, non vogliono diventare maturi. Quanto tempo indugiano sui campi della
giovinezza: guardano le cose, attraversano il mondo, contemplano se stessi con una curiosità e una tenerezza infinite. Giocano. Rallentano il tempo della crescita. Non desiderano entrare nella cosidetta vita, che forse li impaurisce. La scuola è lentissima; ed essi aumentano questa lentezza tardando a laurearsi, tardando ad uscire dalla casa paterna, rinviando o aggirando il matrimonio, proiettando sempre più lontano il momento del lavoro. Non sanno chi sono. Forse non vogliono saperlo: si chiedono sempre quale sia il loro io, e non lo identificano in un carattere stabilito, ma in un complesso quasi inesauribile di possibilità. Non smettono mai di conoscersi: spostano l' oggetto della loro ricerca, sempre altrove, sempre più lontano, perché in realtà non desiderano avere nessun volto. Studiano gli altri esseri umani, cercando di ritrovare se stessi negli altri, o di prolungare negli altri se stessi.
Forse ciò che prediligono è l'esperienza: per amore dell' esperienza, e non dei suoi risultati. Perciò coltivano tanto l'arte del viaggio: un viaggio che presto viene sostituito da un altro viaggio, e da un altro ancora, e poi da un altro ancora, al fondo del quale non c'è nessuna Itaca. Come amano indugiare! Come amano la protrazione e l'indecisione! Non dire mai sì e mai no: sostare sempre davanti a una soglia che, forse, non si aprirà mai. Se compiono un lavoro, non si impegnano volentieri in uno solo: ne fanno contemporaneamente un altro, o immaginano di farlo. Non rinunciano a niente, perché non vogliono accettare la morte.
Non hanno volontà: non desiderano agire; preferiscono aderire, accogliere, lasciar affiorare in se stessi la voce degli altri, della vità e del destino. Preferiscono restare passivi, comportandosi in modo sinuoso e informe come l'acqua, trasformandosi in tutto ciò che viene loro proposto. Vivono avvolti in un misterioso torpore. Non amano il tempo. L'unico loro tempo è una serie di attimi, che non vengono legati in una catena o organizzati in una storia.

In generale, la mia generazione di moribondi settantenni disprezza questi casi di adolescenza troppo
prolungata. Sostiene che bisogna - a tutti i costi - diventare maturi. E, certo, siamo circondati da una
moltitudine di cinquantenni giovanissimi, di quarantenni adolescenti, di trentenni appena nati: i
quali proiettano attorno a se stessi l'alone di un immenso narcisismo, chiedono, chiedono, non
amano la realtà, si lagnano sempre, non sopportano nessuna contrarietà e dolore. Abbiamo
l'esempio di Clinton: questo eroe del nostro tempo. Ha superato i cinquant'anni: è presidente degli
Stati Uniti (forse un ottimo presidente); eppure ha la psicologia di un bambino di tre anni che ruba
la marmellata e non ammette di averla rubata, sebbene abbia il viso, le mani e la camicia macchiate
di ribes.
Quanto a me, questi eterni adolescenti mi piacciono: mi piacciono i loro indugi, le loro lentezze, la
loro passività, e i lunghi sguardi contemplativi. Continuare a serbare nell'occhio la freschezza dello
sguardo giovanile: diventare maturi e poi vecchi quasi per caso: non disegnare mai il proprio io:
concepire la propria vita come un gioco indefinito di possibilità, che può portare a moltissimi volti;
rallentare, rallentare, non costruire e non irrigidirsi mai dietro mura...Ho avuto la fortuna di
conoscere alcuni grandi vecchi poeti: a ottant'anni posseggono un'immensa esperienza, che sembra
filtrata da centinaia di vite; eppure qualsiasi goccia di questa esperienza ha la stessa delicata e tenera
grazia di quella di un bambino che costruisce il suo castello di sabbia sulla riva del mare. Forse
qualcuno dei nostri pigri, indolenti e indecisi figli o nipoti ci preparerà lo stesso dono.

venerdì 25 gennaio 2013

Polito: il "papà-orsetto" e il '68 hanno rovinato i nostri figli

SCUOLA/ 
Polito: il "papà-orsetto" e il '68 hanno rovinato i nostri figli
                                       ***                             
venerdì 25 gennaio 2013
Vi ricordate l’appello di Steve Jobs? Siate affamati, siate folli. I giovani italiani non sono né l’uno né l’altro. Al
contrario: sazi e conformisti, aspettano che la promozione e il lavoro bussino alla porta. Ma non è tutta colpa
loro.
Nel suo ultimo libro, Contro i papà (Rizzoli, 2012) Polito spiega come e perché i padri italiani hanno rovinato i
loro figli. Ma quel che è peggio, è che lo hanno fatto per il loro bene. «L’ho scritto per due ragioni» racconta
Polito a ilsussidiario.net.
«La prima è personale. Quando sono ridiventato padre, a distanza di 18 anni, ho
perduto il mio. Questo mi ha indotto a ripensare al ruolo che mio padre ha avuto nella mia vita. La seconda
ragione, invece, è politico-culturale. Nel dibattito italiano notavo da tempo una serie di contaddizioni
clamorose».
Come quella che stigmatizzò nel suo editoriale sul Corriere un anno fa: «Perché proteggiamo
(troppo) i nostri figli».

Esatto. Un vice-ministro (Michel Martone, ndr) veniva contestato per aver definito «sfigati» giovani che a 28
anni sono ancora fuoricorso. Al tempo stesso quegli stessi giovani a 28 anni avevano diritto ad un posto di lavoro,
per di più con un contratto inamovibile, oppure all’università a 20 chilometri da casa. Quell’articolo provocò
un’incredibile ondata di indignazione, che mi lasciò stupefatto. Decisi di pensarci su e così è nata l’idea del libro.


Lei scrive che siamo l’Italia dei «papà-orsetto» e che «in nome dei nostri figli li abbiamo
rovinati». Cos’è accaduto?

 
La nostra generazione, quella dei nati come me negli anni Cinquanta, i baby boomers, ha avuto un vita facile.
Grazie al lavoro dei nostri padri abbiamo avuto decenni di assoluto benessere, diventando forse la generazione
più benestante della storia dell’umanità. Ci siamo convinti - noi, padri - che dovessimo a questo punto costruire
una società, un futuro, il più protettivo possibile per i nostri figli, che potesse garantir loro quello che noi
abbiamo avuto.

Non è una legittima aspirazione?
Certo. Ma il problema sta nel modo in cui lo abbiamo fatto. Abbiamo cominciato a rimuovere tutte le presunte
asperità dal presente e dal futuro dei nostri giovani. Li abbiamo coccolati, protetti. I nostri figli non hanno più
trovato in noi qualcuno cui opporsi, e in questo scontro, crescere, rendendosi indipendenti. Dal 6 politico
all’università facile, fino al lavoro come diritto. Ma il lavoro è un diritto non meno della salute; diritto al lavoro
non vuol dire diritto a un posto di lavoro. Se il posto è un diritto, tanto vale aspettare che sia lui ad arrivare da
noi, no?

La generazione dei baby boomers è quella che ha attraversato il ’68, con il quale lei è molto
critico.

Siamo la prima generazione che ha disobbedito ai padri per obbedire ai figli. Ci siamo ribellati al padre, abbiamo
fatto la rivoluzione contro la sua autorità, e ora coi nostri figli facciamo appello al negoziato, alla moral suasion.
Abbiamo trasmesso loro il diritto al benessere, senza nessun dovere connesso.

 
Può un padre trasmettere affetti senza trasmettere anche norme?


Secondo me no. La prima domanda da porsi è: che cosa intendo trasmettere, come padre? Noi, padri di oggi,
concepiamo la paternità come trasmissione? Anche l’affetto comporta una severità e un rigore. Un padre
affettuoso è un padre che ha un’idea della vita e la comunica ai suoi figli con la presenza e con l’esempio. L’affetto
non è vuoto, ma pieno di significati. Altrimenti è senza responsabilità.


Lei individua nella crisi del padre la chiave di lettura che spiega i principali problemi del paese.
Non è eccessivo?

 
È una valutazione che lascio al lettore. È vero, da questo punto di vista, che il libro è anomalo; ma la prima
anomalia è che nel dibattito pubblico italiano la società e l’individuo sono due mondi separati. Ci sforziamo di
capire la prima con l’economia e la politica, mentre al secondo riserviamo la cultura; psicologica, filosofica,
letteraria. Perdiamo così di vista il fatto che i maggiori problemi della nostra società sono figli di grandi questioni
culturali che nascono nella famiglia, nel rapporto tra genitori e figli.
Attribuiamo la colpa o il merito di quello che
non va o che funziona a entità superiori come lo Stato, il governo, la politica, dimenticando che l’Italia è fatta a
nostra immagine e somiglianza.


Anche lei definisce i giovani come bamboccioni.

 
Si continua a dire che i nostri giovani stanno i casa troppo a lungo perché non hanno soldi per essere
autosufficienti, ma ci sono dati che dimostrano che più è alto il reddito della famiglia di appartenenza, più è
difficile che i figli taglino il cordone ombelicale. Vuol dire allora che il problema è culturale prima che economico.
Negli Stati Uniti gli italoamericani sono più bamboccioni di tutti gli altri gruppi etnici

.
È colpa dei papà se non siamo una società del merito?

 
In Italia i padri sono i primi sindacalisti dei propri figli. Dedico un capitolo al tema delle raccomandazioni o a
quello della tolleranza verso atteggiamenti scorretti come il copiare a scuola: nel padre di oggi c’è la convinzione
che siccome tutti imbrogliano, anche suo figlio ha il diritto di fare qualcosa che non è corretto, pur di ristabilire
una condizione di parità! Ovvero: «non è colpa mia, ma gli altri lo fanno e quindi lo faccio anch’io». In una
società dove il merito è stimato, come negli Usa, se gli studenti si vedono scavalcati da uno che copia sono loro
stessi a protestare; in Italia è legittimo copiare perfino all’esame di maturità. Lo ha detto il Consiglio di Stato.


Quali effetti ha, sull’ingresso nel mondo del lavoro, la mentalità iperprotettiva che lei denuncia?

 
Innazitutto, il 38% dei giovani italiani trovano lavoro attraverso la famiglia, mediante raccomandazioni e
conoscenze. Poi non è vero che i nostri giovani siano più disoccupati degli altri.
Quando si dice che c’è un 33% di
giovani disoccupati, non ci si riferisce all’insieme di chi non lavora ma alla popolazione attiva in quella
determinata fascia di età, pari a circa il 25%. Quel 33 di conseguenza, essendo relativo a un 25%, si ridimensiona
di molto, anzi è in linea con i numeri pre-crisi. Il vero problema non sono i giovani che non trovano lavoro ma
quelli che non lo cercano. I dati dicono che i paesi in cui è più alto il risparmio familiare e più basso il numero dei
figli, sono quelli dove i figli ritardano di più l’ingresso nel mondo del lavoro. Aspettano, insomma, tempi migliori,
e intanto rimangono in famiglia. Questo è molto più grave, perché vuol dire non aver ragioni per alzarsi la
mattina.


Si può imparare di nuovo ad essere padri, recuperare la saggezza che è andata perduta?

 
Di sicuro gli appelli alla responsabilità non servono a nulla. Io credo che la cosa più importante sia quella di
rimettere in gioco noi stessi: provare a verificare quanto il nostro modo di concepire la vita è interessante per i
nostri figli, sfidarli, opporsi se necessario; ma non fare il muro di gomma, che è frustrante, perché uno vi sbatte
contro sempre invano. I figli non hanno sempre ragione. Il coraggio delle nostre idee è il miglior antidoto al
pessimismo e alla rassegnazione, loro e nostra.


Scartato il «sindacalismo», resta l’autorità.

 
Ma se vogliamo essere padri credibili, dobbiamo stare con loro, dedicar loro il nostro tempo. È come con i
compiti a casa: farli al posto loro è sbagliato, ugualmente non serve a nulla pretendere che il nostro comando li
inchiodi alla sedia. Questo ogni genitore lo può capire. Se invece ci sediamo al loro fianco, capiranno che quello
che stanno facendo ha un valore. Con i figli occorre starci, starci e ancora starci.

domenica 9 dicembre 2012

Giovani svegliatevi, non vi stanno rubando il futuro ma il presente

Giovani svegliatevi,

 non vi stanno rubando il futuro ma il presente

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dicembre 8, 2012 Ubaldo Casotto
Non sono la precarietà e la crisi a rovinare la vita ai giovani italiani, ma il conformismo dei loro padri e l’ideologia dei diritti. Educandoli a pensare che tutto è dovuto, li abbiamo annichiliti
“Ai giovani abbiamo rubato il futuro”. Nel mese in cui viene immancabilmente rispettata la liturgia delle occupazioni scolastiche e dei cortei studenteschi, il vertice del giustificazionismo della “loro sacrosanta rabbia” è in questa frase ripetuta come un mantra: “Ai giovani abbiamo rubato il futuro”. In Italia l’atteggiamento dei cinquantenni già “splendidi quarantenni” nei confronti dei figli in piazza è duplice: chi li compiange perché vittime del furto di cui sopra e chi li detesta perché “figli di papà che vogliono fare la rivoluzione con la paghetta in tasca”.
A un gruppo di genitori che, anni fa, andò a lamentarsi da lui per tutte le mancanze, le fesserie, gli errori e l’ingratitudine dei figli, don Luigi Giussani, dopo aver ascoltato in silenzio le loro lamentele, rispose: «Bisogna solo ringraziare Dio che ci sono». Tutti tesi a conformarli a sé (magari anche nello spirito sedicente anticonformista) i padri e le madri figli di quell’epoca che solo per comodità chiamiamo Sessantotto (dibattito, no grazie!) non hanno questa ultima semplicità di sorprendersi per l’esserci dei loro figli. E non ce l’hanno perché, fatto lo sconto a tutte le parole sulla libertà, l’autostima, l’indipendenza, l’autodeterminazione dei figli, in fondo li considerano “cosa loro”. In un bel libro Contro i papà. Come noi italiani abbiamo rovinato i nostri figli (Rizzoli), Antonio Polito, che di quegli anni si considera pienamente erede, usa un’immagine efficace: siamo come Crono, che divorava i suoi figli, noi che da genitori siamo diventati i “sindacalisti dei nostri figli”, accudendoli, proteggendoli, scusandoli, non correggendoli, è come se li mangiassimo perché li consideriamo nostro possesso. Diciamo che abbiamo loro rubato il futuro, in realtà non gli abbiamo mai concesso il presente. Abbiamo teorizzato con Freud che per essere se stessi avevano bisogno di assassinare simbolicamente il padre, mentre per riconoscerli nel loro essere e nella loro libertà basta l’esperienza di quella madre che quando vide nascere il suo primogenito disse: «Che impressione, era appena nato e già capivo che andava via». I figli sono fatti per altro, non per le nostre soddisfazioni. E la risorsa per il futuro ce l’hanno in se stessi, loro più della generazione dei loro padri hanno capito che quando tutto sembra cospirare contro di te è il segno che è «venuto il tempo della persona». Non sarà questo il sentimento della maggioranza, certo, ma allargava il cuore lo striscione innalzato da un gruppo di studenti in corteo, di fronte a chi li compiangeva flagellandosi perché “vi abbiamo rubato il futuro” hanno scritto: «Quando mai il futuro è stato una minaccia e non una promessa?». Sì, parafrasa l’aforisma di uno scrittore americano, ma che importa? È vero, e c’è chi l’ha capito.
SE C’È UN DIRITTO A TUTTO. L’incertezza del futuro è stata la condizione di tutte le generazioni, non è una novità. Nuova è stata la trasmissione della convinzione che le cose non potevano che andare sempre meglio in virtù di un assetto politico e sociale che si fa garante di questo progresso, il tuo impegno non serve. E se le cose vanno male «à qui la faute?», si chiedeva Jean-Paul Sartre negli anni Sessanta. Di chi è la colpa? Polito dice che da quarant’anni l’Italia è spaccata in due partiti: «Quelli che pensano che tutto ciò che non va sia colpa della società, e quelli che pensano che sia anche colpa nostra». Non si tratta di schieramenti, ma di una cosa più profonda, «noi italiani non siamo più d’accordo sull’essenziale». E l’essenziale è l’io, la persona, la sua responsabilità, la sua capacità di intrapresa e di sorpresa. L’incapacità di sorpresa è inversamente proporzionale alla programmazione con cui abbiamo perseguito l’obiettivo figlio. Polito ha il coraggio di toccare un tabù, la contraccezione facile, e di spezzare la catena che meccanicamente lega il figlio “voluto” alla responsabilità: «Da quando è comparsa la pillola a regolare maternità e paternità, i figli sono diventati tutti “voluti” (dei “non voluti”, d’altronde, non sappiamo molto perché tendono a non nascere). Un figlio “voluto” ha uno status diverso da un figlio “venuto”. Il figlio voluto deve avere tutto ciò per cui è stato voluto». In questo trionfo dei diritti la logica segue le premesse, ad esempio: «Se i nostri figli hanno diritto a un lavoro, perché mai dovrebbero cercarselo?». Spiegava all’Università di Torino negli anni Settanta Emanuele Samek Lodovici, filosofo prematuramente scomparso, che il tarlo della mentalità moderna è il concetto “negativo” di diritto che conduce alla deresponsabilizzazione. Se io penso che il diritto sia una disposizione positiva mi darò da fare perché non mi venga negato: ho diritto al lavoro, quindi mi metterò a cercarlo. Se io penso che diritto è ciò che mi è dovuto, aspetterò che altri lo realizzino per me: ho diritto al lavoro, qualcuno (lo Stato) me lo deve dare, ho diritto alla felicità, qualcuno (lo Stato) me la deve assicurare. Grazie al marxismo, al darwinismo e alla psicanalisi di cui ci siamo nutriti, dice Polito, abbiamo fatto credere ai nostri figli che «esiste un diritto al benessere». E, soprattutto, che sarà frutto non di conquista ma di lascito.
LA FATICA COME NEMICO. Ne sono la prova quei 20 giovani su 100 (15-24 anni) assolutamente inattivi, che né studiano né lavorano o cercano lavoro. In loro l’atteggiamento che prevale è quello dell’“eredità attesa”, direttamente proporzionale al patrimonio della famiglia e inversamente proporzionale al numero dei figli: più case meno figli è la fotografia immobiliar-demografica del nostro paese. Altro che giovani “affamati e folli”, secondo l’auspicio del fondatore di Apple, Steve Jobs, noi, scrive Polito, li preferiamo “sazi e conformisti” con il nuovo perbenismo progressista che prevede anche l’accudimento della prole presso la scuola occupata. «Noi papà di oggi vogliamo fare i fratelli, non i padri», loro saranno “bamboccioni”, ma noi siamo “babboccioni”. «Siamo la prima generazione che ha disobbedito ai padri e obbedito ai figli», consegnando loro oltre all’agiatezza un orizzonte di diritti che esclude il concetto di fatica; interveniamo quotidianamente per rimuovere ogni ostacolo gli si presenti sulla via del successo. Così ci siamo trasformati da genitori con un compito educativo che contempla anche lo scontro, cioè il confronto con la libertà dei figli, nei loro sindacalisti. A scuola i professori non sono più i collaboratori educativi, ma la controparte. Polito cita il caso estremo del Consiglio di Stato che ha dichiarato illegittima l’esclusione dall’esame di maturità di una ragazza colta in flagranza mentre copiava: troppa severità, ha sancito la giustizia amministrativa, che non ha tenuto conto dello “stato d’ansia” della maturanda. Ma ogni preside sa cosa può comportare rimandare uno studente a settembre o non ammetterlo a un esame, con i genitori pronti al ricorso, l’obbligo di fornire infinita documentazione, la ripetizione delle prove d’esame… uno si chiede: chi me lo fa fare?

I FALSI ALLARMI DELLA STAMPA. La stessa ansia di “sistemarli” ci assale nei confronti del lavoro, complice una situazione non certo favorevole ma artatamente gonfiata dalle tendenze apocalittiche della stampa. I dati sulla disoccupazione giovanile sono preoccupanti di loro, non ha senso, se non per alzare il livello del piagnisteo, falsarli con operazioni indebite (e ignoranti). L’ultima rilevazione Istat parla del 36 per cento. La traduzione dei gazzettieri semplifica dicendo che più di 1 giovane su 3 è senza lavoro, mostrando che anche quando la scuola elementare italiana era a livelli di eccellenza qualcuno non ha capito che non si possono sommare mele con pere. Fatto 100 il numero dei giovani dai 15 ai 24 anni, 50 studiano, 30 lavorano o cercano lavoro, 20 non fanno né l’uno né l’altro. Il 36 per cento di disoccupati va riferito ai 30 “attivi”, non a tutti, dal che, secondo i calcoli del professor Luca Ricolfi, si deduce che sul totale dei giovani non trova lavoro il 7-8 per cento (1 su 13 non 1 su 3), la stessa percentuale degli anni precedenti la crisi.
C’è poi un paradosso del quale prima o poi si dovrà venire a capo: i dati di 9 regioni (le uniche che li hanno forniti) dicono che nel periodo ottobre 2010-settembre 2011 sono stati registrati circa 4 milioni di contratti di lavoro, di cui 1 milione a tempo indeterminato (qualcuno ricorda la promessa di Berlusconi?). Negli stessi mesi in Veneto gli assunti a tempo indeterminato sono stati 145.600 e quelli che hanno perso il posto di lavoro 34.000. Quattro contratti per ogni licenziato. Il che non può consolare i licenziati, ma rivela una situazione meno apocalittica di quella descritta. Ancora: nello stesso periodo sono rimasti disponibili, perché nessuno si è presentato, 117.000 posti. Spesso non si trova lavoro perché non lo si cerca, o non lo si cerca dove si trova, o non si viene a sapere dov’è perché lo Stato non promuove gli strumenti per far incontrare domanda e offerta.
Il problema non origina nella politica economica (ha evidenti conseguenze economiche) ma ha radici culturali ed educative, dice Polito. Bisogna chiedersi perché l’80 per cento degli universitari italiani si laurea nella sua regione, frequentando l’ateneo sotto casa e magari con una tesi in sociologia di qualche cosa. In un dibattito con Giorgio Vittadini il presidente del Censis Giuseppe De Rita ricordava amaramente il tentativo di ridurre gli oltre 3.200 corsi riconosciuti dall’Università italiana, dopo estenuanti trattative ci si arrese sopra quota 2.000.
UNIVERSITÀ CHIUSE ALLE SETTE DI SERA. Non ci si sposta per studiare, non si è propensi a farlo neanche di fronte alla possibilità di un lavoro: «Solo il 38 per cento dei giovani italiani è disposto a farlo, contro il 70 degli spagnoli, il 60 dei francesi, il 54 dei tedeschi», scrive Dario Di Vico citando fonti Eurobarometro. Ma se poi si spostano, protesta Polito, perché piangere sulla “fuga di cervelli all’estero”? Innanzitutto, osserva Vittadini nei paper della Fondazione per la Sussidiarietà e nel suo La sfida per il cambiamento, se i cervelli fuggono è perché nonostante i suoi mali l’università italiana li produce. Non li sa trattenere perché non investe in master e specializzazione, allora chi vuole di più perché sa che quello in conoscenza e formazione è l’investimento migliore va all’estero. Ma non è detto che sia in sé un male: meglio un cervello all’estero che produce risultati o uno inutilizzato in patria? Meglio non fare danni alla scienza in nome di un malinteso patriottismo, risponde Polito. Ma il vantaggio della circolazione dei cervelli, dice ancora Vittadini, è che l’internazionalizzazione della ricerca cui partecipano anche i nostri laureati, se supportata da una rete di rapporti, può tornare come ricchezza per il paese d’origine. In questo senso bisogna favorire che i nostri giovani vadano all’estero, magari dando corso al riconoscimento dei master e PhD che frequentano, e attivarsi con iniziative simili perché i giovani di altri paesi vengano in Italia. «Perché le nostre università chiudono alle sette di sera? Perché d’estate sono offline? Perché, unico paese del mondo civilizzato, la grande formazione aziendale e professionale in Italia viene fatta ovunque ma non in università?», chiedeva Vittadini ai politici dell’Intergruppo per la Sussidiarietà.
Perché, chiede analogamente Polito, le famiglie italiane sono più propense a investire sul mattone per lasciare una casa ai figli che non sulla loro formazione nei migliori atenei? Ora tutti parlano di capitale umano, nei decenni passati sembrava un’eresia. Ma dire investiamo sul capitale umano può essere l’ultimo trasformismo di chi cerca di realizzare un assetto politico, economico e sociale che dia per se stesso i frutti desiderati. Il capitale umano farà la fine della merce lavoro se non si arriva al cuore educativo della persona: investire sull’io vuol dire educarlo.