Oggi è l’anniversario della scomparsa del filosofo cattolico Augusto Del Noce (11 agosto 1910 – 30 dicembre 1989). Di seguito pubblichiamo una sua lettera inviata a Rodolfo Quadrelli l’8 gennaio 1984 e pubblicata sulla rivista Tracce e Corriere della Sera.
Carissimo Quadrelli, quanto mi dici sul nichilismo presente mi trova perfettamente consenziente. Non è più il nichilismo tragico di cui forse si potevano trovare le ultime tracce nel terrorismo. Questo nichilismo doveva portare a una soluzione rivoluzionaria più o meno confusamente intravista o meglio confusamente ricordata; un qualche elemento di rabbia c’era ancora, e questo gli conferiva una sembianza lontanamente umana.
Ma il nichilismo oggi corrente è il nichilismo gaio, nei due sensi, che è senza inquietudine (cioè cerca una sequenza di godimenti superficiali nell’intento di eliminare il dramma dal cuore dell’uomo) – forse per la soppressione dell’inquietum cor meum agostiniano – e che ha il suo simbolo nell’omosessualità (per il fatto che intende sempre l’amore “omosessualmente”, anche quando mantiene il rapporto uomo-donna)». Il giudizio che qui ci interessa è antropologico, non anzitutto etico: il nichilismo gaio “non vedendo” la differenza, anche sessuale, come segno dell’altro, rischia di concepire l’amore come puro prolungamento dell’io (appunto “omosessualmente”). Non per nulla trova i suoi rappresentanti in ex cattolici, corteggiati ancora da cattolici che riconoscono in loro qualcosa che trovano sul loro fondo. Tale nichilismo è esattamente la riduzione di ogni valore a “valore di scambio”; l’esito borghese massimo, nel peggiore dei sensi, del processo che comincia con la prima guerra mondiale. Il peggiore annebbiamento che il nichilismo genera è la perdita del senso dell’interdipendenza dei fattori nella storia presente; infatti, a ben guardare non è che l’altra faccia dello scientismo e della sua necessaria autodissoluzione da ogni traccia di valori che non siano strumentali; e in ciò, come dici giustamente, è l’esatto opposto dell’umanesimo (…).
Quanto ai cattolici, quel che li caratterizza è l’accettazione di un pensiero del proprio tempo di origine marxista o neoborghese. Il risultato è che non possono più pensare la loro metafisica e la loro religione come verità; questa impotenza si manifesta nel loro presentarla in un linguaggio allusivo e metaforico, con cui pretendono distinguersi dai cattolici comuni e tradizionali, e veramente ci riescono. La loro scuola di miscredenza, è senza pari.
Mi parli di autori a cui sia possibile far riferimento. Di quelli che hanno pensato negli anni tra il ’30 e il ’40, perché dopo non si è più pensato, la sola a cui si possa far riferimento perché, anche se oscuramente, previde il corso del quarantennio presente è Simone Weil; non tanto però come guida, ma come autrice che può essere ritrovata con un processo personale (…). Penso che l’unica via per sfuggire alla desolazione presente sia riprendere la famosa frase di Hegel (che però penso valida indipendentemente dalla sua filosofia) secondo cui la filosofia “è il proprio tempo appreso col pensiero”. Esistono due interpretazioni del nostro tempo che condizionano tutti i giudizi particolari, l’illuministico massonica (nelle sue varietà) e la marxistica, entrambe false. Si tratta di uscire da questa “falsità condizionante” ma i passi in questa direzione sono stati per ora assai scarsi. Gravissime soprattutto le colpe dei cattolici che dopo il ’60 hanno pensato di “aggiornarsi” facendo proprie le tesi dell’una o dell’altra di queste linee. Col risultato di mettere nella difficoltà di credere.
L’inquinamento
non infesta solo l’acqua, i fiumi e le foreste ma anche le anime. Una
società in preda alla frenesia di produrre di più per più consumare
tende a trasformare le idee, i sentimenti, l’arte, l’amore, l’amicizia e
le stesse persone in cose da consumare. Tutto si trasforma in oggetti
da acquistare, usare , gettare. Nessuna società come la nostra ha
prodotto tanti rifiuti. Tanti rifiuti materiali e morali.
“Bambini annoiati ai quali si fanno feste di compleanno grandiose, con torte giganti che non mangiano, con animatori che non ascoltano, con genitori che sembrano schiavi, dei figli e degli occhi della gente. Genitori attaccati a smartphone subitamente pronti a riprendere i figli che mangiano-dormono-bevono-RESPIRANO, troppo impegnati nelle frivolezze quotidiane e nel riempire i vuoti dei loro figli con quintali di giochi-giocattoli-vestiti-dolciumi-vizi inutili perdendo d’occhio quel che conta sul serio: crescere dei figli oggi per permettere loro di diventare adulti domani.
Bambini senza fantasia, che non sanno cosa fare se gli togli un tablet o uno smartphone dalle mani, che non ringraziano, che non salutano, a cui si elemosinano baci, che non accettano mai un NO come risposta. Bimbi iper protetti in tutto dagli errori, dagli insegnamenti, dalla vita...che non conoscono ragioni plausibili per chiedere scusa, per leggere un libro, per socializzare con chi non ha le scarpe firmate o l'ultimo modello di barbie!
Bambine truccate e smaltate, con vestiti da ragazza, con lo specchietto nella piccola borsetta ...che sbadigliano e non disegnano.
Ragazzini che scrivono con le K al posto della C perché la grammatica è obsoleta.
Generazione che cambia, tempi che cambiano, i genitori fanno gli amici, i nonni fanno gli schiavi, gli insegnanti sono gli aguzzini che li stressano, poverini, stanchi come sono alla loro età imprecisata, fatta di troppi SI.
Forse dovremmo fermarci e RIEDUCARE (e in alcuni casi EDUCARE) non come ieri nè come oggi, dare ai piccoli la possibilità di essere piccoli e ai grandi l'occasione di crescere davvero!”
Le masse saranno sempre al di sotto della media. La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà, e la democrazia arriverà all'assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del suo principio astratto dell'uguaglianza, che dispensa l'ignorante di istruirsi, l'imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo e il delinquente di correggersi. Il diritto pubblico fondato sulla uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell'appiattimento. L'adorazione delle apparenze si paga.
(Henri-Frédéric Amiel, Frammenti di diario intimo 12 giugno 1871)
“Progredire per progredire, avanzare per avanzare, vivere per vivere. È l’«idiotismo» denunciato anche da san Paolo: senza fondamenta, senza risurrezione, senza Dio, oggi «mangiamo e beviamo, perché domani moriremo»
Parole acute giungono da due filosofi dell’arte: l’italiano Roberto Cresti e il francese Jean Clair, di scuola illuminista, amanti della modernità, ma non delle follie moderne. Nell’incipit di una sua monografia[1], Cresti scrive che «è difficile, ai nostri giorni, riferire qualsiasi attività a un centro». E fa l’esempio di Rutilio Namaziano (V secolo), il quale «viaggiando nel crepuscolo dell’Impero romano, si stupiva che morissero anche le città: cernimus exemplis oppida posse mori» [«ecco che anche le città possono morire»]. Oggi però – prosegue – noi «assistiamo a ben più ampie sparizioni: religioni, culture, comunità, stati nazionali, intere civiltà si sciolgono nell’imbuto del Global Village, creando quell’effetto di ‘liquidità’, per usare la metafora di Zygmunt Bauman, che ha la sua origine e il suo sviluppo nella “rete”».
La «rete» è da considerare in senso assai più ampio della semplice tecnologia informatica. La «rete» è diventata una forma mentale, per cui un «sedimento psichico artificiale» è disperso su «intercontinenti che producono il ‘liquido’ al loro interno e se lo scambiano senza soluzione di continuità». La rete – come la rete da pesca – è un tessuto bidimensionale, i cui nodi sono connessi da fibre: i nodi sono tutti uguali, così come le fibre. Anche se il nodo ha una sua particolarità, questa si perde nella rete, che uniforma tutto. Ogni particolarità assume lo stesso valore di un’altra e tutto si appiattisce, nel senso che la dimensione della profondità è annullata e lo spazio della realtà si fa bidimensionale.
La rete di Cresti – qualsiasi rete – è senza centro, ogni nodo si regge sull’altro, in quanto interconnesso. C’è forse un bandolo della matassa, che decide della trama e dell’ordito, ma nessun nodo è in grado di riconoscerlo, di vederlo, di descriverne il disegno.
A questo punto, Cresti non può non citare le perle di Jean Clair. Entrambi si riferiscono al mondo dell’arte, anche se il loro discorso si può stendere a coperta in ogni ambito contemporaneo – dal secolare al sacro. Dice dunque Jean Clair: oggi «quello che chiamiamo “arte” non è nient’altro che un idiotismo attraverso il quale si esprimono i capricci infantili di un individuo che crede di non dover più nulla a nessuno»[2]. E rincara Cresti: «Questo credere “di non dover più nulla a nessuno”, in ogni settore di attività umana, è il problema della nostra epoca»[3]. E, quindi, non solo il mondo dell’arte, ma l’intero pianeta è sotto la morsa di un «idiotismo» anarcoide, che fonda le sue idee (teoresi), le sue azioni (pratica) e le sue produzioni tecniche e artistiche (poietica) sul nulla.
Pochi anni or sono – che sembrano epoche – Joseph Ratzinger accennava spesso al pericolo del «relativismo», causato proprio dalla mancanza di fondamenta o di un centro di senso. Adesso più nessuna grande autorità è in grado di opporre una critica alla liquefazione baumaniana del tutto, inarrestata e inarrestabile, che divora la civiltà e la paralizza nell’«idiotismo» inconcludente. Se ne accorgono alcuni – pochi – che, sia pure avendo eliminato Dio dal centro e avendolo rimpiazzato con un modello d’uomo debole, ammettono che non possa comunque esistere un’antropologia senza una qualche base, che ricercano ad esempio nell’arte.
La reazione di Jean Clair di fronte allo scempio dell’arte da parte delle avanguardie è nota da diverso tempo. Egli fu tradito da quella stessa produzione artistica contemporanea, che tanto aveva amata negli anni giovanili. Nelle sue Memorie (nel suo Journal) se ne esce con una quasi-imprecazione: «Tutti creativi, nessun creatore»![4]. E spiega, denunciando il tradimento di quelle stesse istituzioni culturali che avrebbero dovuto trattenere il disfacimento, almeno artistico: «Non potevo immaginare che i musei, invece di essere un rifugio al riparo dal mondo moderno, significassero invece per me trovarmi nel cuore di un laboratorio dove meglio si leggevano i segni annuncianti il crollo della nostra cultura». Fu proprio osservando le opere a lui affidate in cura, che Clair fu da esse informato «nel modo migliore sul lento processo di decomposizione di cui il nostro mondo è diventato preda». Ancora più chiaramente: «La storia dell’arte detta moderna era la storia della nostra propria fine».
Cos’è che tanto amareggia l’illuminista Clair? Questo: «Invece di essere la storia di una liberazione, l’epopea dello spirito libero dal dovere di servire, la gloria dell’Uomo illuminato dai Lumi», l’arte moderna «non era altro che l’ultimo episodio di un nuova iconoclastia, allineando, di decennio in decennio, i sintomi più evidenti di un’auto-adorazione dell’uomo da parte dell’uomo, che si concludeva nella spazzatura o nell’imbecillità».
Né Clair, né Cresti possono ammettere, per via del pregiudizio anti-religioso, che i germi dell’«imbecillità» siano usciti da quello stesso illuminismo ribelle che essi, invece, esaltano ed eleggono ad orizzonte culturale. I due filosofi hanno creduto al mito dell’uomo libero, in quanto affrancato dalla religione, in genere, e dal cristianesimo in particolare.
La «gloria dell’Uomo illuminato dai Lumi» (Clair) non è altro che luce effimera; non è altro che il centro d’irradiazione dell’«iconoclastia»; dell’arte astratta anche quando è figurativa. Si è voluta estromettere la verità della grande arte d’Occidente, già più libera e non canonica rispetto all’Oriente – come già indicava Florenskij[5] – formatasi in opposizione al gotico ieratico, sul naturalismo della Scolastica: non solo san Tommaso spiega Dio dalle creature, ma pure tutta la scuola francescana giunge a Dio partendo da frate sole e sora luna. Da questa teologia è scaturito il nuovo corso artistico, che ha portato al Rinascimento, passando specialmente per Giotto e Masaccio.
Eppure Clair è lucido. Elenca ciò a cui stiamo andando incontro: «alla sparizione dei libri e al disprezzo della storia, alla dispersione delle idee e alla dissipazione dei sentimenti, a un tempo senza tempo, un futuro senza avvenire, l’akedia degli antichi Greci, l’accidia malattia morale dell’anima, la noia di chi non ha più niente da fare e nessun dio in cui credere». L’uomo che non «deve più nulla a nessuno» è una trottola cieca di pura volontà, che produce a caso, pensa a caso, ama (se ama) a caso. Non deve più nulla alla logica, all’ordine, al canone. Nemmeno a se stesso deve più nulla: nemico dell’antico mettersi a bottega dei pittori, si compiace d’essere maestro di sé medesimo, pur non avendo nulla da insegnare, perché reputa la conoscenza un niente e la ricerca disperata un tutto.
L’uomo che non «deve più nulla a nessuno» cerca, infatti, un senso al mondo, ma questa ricerca è priva di metodo, di bussola, di direzione (che muta senza sosta), di prospettiva e, infine, di successo. L’approdo è riassunto nell’adagio di Eugenio Scalfari[6]: «il senso vero della vita è la vita stessa». A cosa è servita, quindi, tanta ricerca, tanta lettura, tanta scrittura, tanta arte? A niente.
Da qua, secondo Clair, l’approdo contemporaneo alla bruttezza nell’arte, nell’architettura, nel vestire: questa bruttezza «ci rassicura, perché ci convince che non c’è più niente per cui valga la pena attardarsi, niente da conservare o da rimpiangere», ma bisogna solo «avanzare, avanzare sempre, penando e sudando» – quello cioè «che viene definito il Progresso».
Progredire per progredire, avanzare per avanzare, vivere per vivere. È l’«idiotismo» denunciato anche da san Paolo: senza fondamenta, senza risurrezione, senza Dio, oggi «mangiamo e beviamo, perché domani moriremo»[7].
Silvio Brachetta
[1] Roberto Cresti, Saggio sul fondamento storico dell’arte contemporanea. Prima parte: Tempi moderni, Le Ossa. Anatomie dell’ingegno, Filottrano (AN) 2015, p. 7.
[4] Stenio Solinas, “Tutti creativi, nessun creatore. L’arte oggi secondo Jean Clair”, «Il Giornale», 03/02/2016. Articolo-recensione del libro di memorie: Jean Clair, La part de l’Ange. Journal 2012-2015, Gallimard, 2016.
[5] Cf. Pavel Florenskij, Le porte regali. Saggio sull’icona, Adelphi, 1977.
[6] Cf. Eugenio Scalfari, L’amore, la sfida, il destino, Einaudi, 2013.
“Gmork: 'Sei uno sciocco e non sai un bel niente di Fantàsia. È il mondo della fantasia umana. Ogni suo elemento, ogni sua creatura scaturisce dai sogni e dalle speranze dell'umanità e quindi Fantàsia non può avere confini.'
Atreyu: 'Perché Fantasia muore?' Gmork: 'Perché la gente ha rinunciato a sperare. E dimentica i propri sogni. Così il Nulla dilaga.' Atreyu: 'Che cos'è questo Nulla?' Gmork: 'È il vuoto che ci circonda. È la disperazione che distrugge il mondo, e io ho fatto in modo di aiutarlo.' Atreyu: 'Ma perché!?' Gmork: 'Perché è più facile dominare chi non crede in niente ed è questo il modo più sicuro di conquistare il potere.' Atreyu: 'Chi sei veramente?' Gmork: 'Io sono il servo del Potere che si nasconde dietro il Nulla. Ho l'incarico di uccidere il solo in grado di fermare il Nulla. L'ho perso nelle paludi della Tristezza. Il suo nome era Atreyu. Atreyu: Se tanto dobbiamo morire, preferisco morire lottando. Attaccami Gmork! Io sono Atreyu!' ” La storia infinita
Per un attimo, poco prima dell’epilogo di Serotonina (La Nave di Teseo), l’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, un raggio di speranza sembra illuminare il protagonista. Per un breve momento sembra recuperare la sua sete di vita. Dopo aver passato anni a vivacchiare senza scopo, Florent-Claude decide di smetterla con gli antidepressivi. Inizia gradualmente a emergere qualcosa di simile a una voglia di vivere: nota le gonne nei caffè, le ragazze, espressioni, emozioni, desideri, sperimenta un’inedita avversione per i programmi televisivi anestetizzanti che aveva guardato tutti i giorni. Getta via lo schermo e inizia a pensare di nuovo a Thomas Mann, a Proust, al destino della nostra civiltà. Ma non dura. Il sole non sorge. Il chiarore all’orizzonte svanisce, proprio come nel passaggio finale del primo romanzo di Houellebecq, Estensione del dominio della lotta (Bompiani) dove le speranze del protagonista scompaiono dopo un pomeriggio piacevole e ottimista passato in campagna: “Non accadrà, la sublime fusione”, riflette, “lo scopo della vita è stato mancato”. E tutto si squaglia in un vuoto che abbraccia ogni cosa. Nessuna misericordia, nessun conforto: il progetto della nostra civiltà è arrivato al capolinea. In questo senso, Serotonina è un romanzo tipico dell’opera di Houellebecq. A un certo punto nel corso della loro vita, tutti i suoi personaggi sono costretti ad ammettere che i loro ideali romantici sono diventati intenibili nell’età moderna, dal momento che l’individualismo ha reso impossibili relazioni stabili e durature. Questa idea semplice costituisce la convinzione fondamentale dell’opera di Houellebecq […]. Incapaci di disegnare una rotta per noi stessi, navighiamo su un mare vuto. Senza timone. Il controllo della nostra vita, e di ciò che siamo, è perduto. In alcuni dei suoi libri, Houellebecq permette ai suoi personaggi di raggiungere un qualche grado di soddisfazione nel consumismo. Nell’enorme centro commerciale uno può vagare senza fine alla ricerca di un altro piacere inutile, un piccolo comfort. In Piattaforma (Bompiani), l’offerta senza limiti di sesso nei resort costieri della Thailandia lascia i personaggi in uno stato di ebbrezza temporanea. Ma anche questi piaceri infine svaniscono fra la solitudine, l’isolamento e l’inutilità di tutto, e questo è il motivo per cui i libri di Houellebecq culminano di solito in una visione religiosa di qualche tipo. Dalla delusione alla depressione passando per il consumismo disperato e l’edonismo sessuale, fino a un illusorio, flebile grido di aiuto rivolto al cosmo. In La possibilità di un’isola (Bompiani) quel grido porta in essere una nuova religione olistica, che sublima il desiderio in maniera quasi buddistica. Ne Le particelle elementari(Bompiani), la ricerca della conoscenza stessa assume proporzioni religiose che portano l’umanità a una prospettiva divina mediante la manipolazione genetica. In Sottomissione(Bompiani), l’Occidente soccombe al credo musulmano. Anche Serotonina finisce con una meditazione quasi-religiosa. Mentre il protagonista si chiede se debba o meno gettarsi dal suo palazzo (e dopo che ha calcolato la velocità e la durata della caduta con un’operazione asciutta e quasi surreale), improvvisamente si incontra questo:
In realtà, Dio ci ama, pensa sempre a noi, ci guida, a volte in modo preciso. Questi impulsi d’amore che entrano nei nostri cuori fino al punto di soffocarci, queste illuminazioni, queste estasi che non possono essere spiegate dalla semplice natura biologica, dalla nostra condizione di primati: questi sono segnali straordinariamente chiari. Oggi capisco come si è sentito Cristo, la sua frustrazione verso i cuori induriti delle persone: hanno visto i segni, eppure non hanno prestato attenzione. Devo davvero dare la vita per questi piagnoni? Devo davvero essere così esplicito? Sembra proprio di sì. Si sacrifica poi schiantandosi al suolo in un disperato tentativo di salvarci tutti? Oppure è lo scrittore che parla qui, presentando la sua opera come un tentativo di offrire salvezza? Forse il protagonista rimane sdraiato sul divano del suo appartamento, devastato, incapace perfino di raccogliere le forze per camminare fino alla porta del balcone e saltare oltre il parapetto. La scelta spetta al lettore. La liberazione senza gioia della modernità Serotonina racconta la vicenda di Florent-Clause, un uomo che cresce vicino a Parigi, studia agraria, trova un lavoro alla Monsanto, poi lavora nell’industria del formaggio in Normandia prima di finire a lavorare al ministero per l’agricoltura francese. Ha una serie di relazioni, che alla fine falliscono tutte. Quando scopre che la sua attuale ragazza giapponese partecipava a sua insaputa a delle orge, dove ha dato piacere non soltanto a gruppi di altri uomini, ma anche a tre cani (un pitbull, un boxer e un terrier, come specifica piuttosto precisamente) si decide a scomparire senza lasciare traccia. Lascia il lavoro e l’appartamento senza dire una parola, decidendo di tirare avanti nell’anonimato finché i suoi risparmi glielo permetteranno. Prende antidepressivi, s’imbarca in una specie di tour d’addio delle sue ex, con alcune delle quali parla, mentre le altre le osserva da lontano (notando, con una certa soddisfazione, che anche loro sono infelici). Successivamente, sperimenta da vicino come la vita rurale si sta esaurendo come conseguenza del libero mercato e della concorrenza sleale dei paesi del terzo tondo. Latte, grano e carne provenienti da colture massicce del Sud America vengono scaricate sul mercato francese, segnando di fatto il destino dei contadini francesi […]. Sì, il mondo moderno ci ha portato la liberazione. Ma questa liberazione non ci ha reso felici. Al contrario, ha lasciato le nostre vite vuote, senza scopo e, sopra tutto, estremamente solitarie. Le connessioni esistenziali sono diventate quasi impossibili perché pochi sono davvero pronti a sacrificare il piacere di breve durata per l’impegno richiesto per stabilire una connessione profonda e reciproca. La televisione, internet e la pornografia hanno rimpiazzato i rapporti sociali organici e l’intimità fisica. Con l’aprirsi di sempre nuove opzioni ogni giorno, il nostro cuore rinuncia alla possibilità di vero calore umano, perché siamo stati traditi troppe volte, oppure perché abbiamo tradito troppe volte, in nome dei brevi momenti di brivido seducente ai quali noi, “individui liberati”, non possiamo più resistere. Questo punto che Houellebecq reitera continuamente merita una riflessione più approfondita, perché mette in discussione i fondamenti della destra e della sinistra contemporanea. Mette in discussione l’antropologia moderna in quanto tale. Sia l’ala socialdemocratica sia quella liberale dello spettro politico moderno desiderano massimizzare l’autonomia dell’individuo. Liberalismo e socialismo divergono quando si tratta di stabilire qual è il modo più efficace per raggiungere l’obiettivo, ma non divergono sull’obiettivo in sé. Entrambi sono movimenti di liberazione. Entrambi vogliono la completa emancipazione dell’individuo. Entrambi fondano la loro visione della società sul principio – infondato ma dichiarato “autoevidente” – che ogni individuo goda di certi “diritti inalienabili”, il che per definizione elimina ogni altra pretesa e ai quali ogni alto legame, lealtà e connessione deve ultimamente essere subordinata. Nel tempo, tutte le istituzioni che l’individuo richiede per mettere in atto una vita dotata di significato – una famiglia, una connessione fra le generazioni passate e future, una nazione, una tradizione, forse anche una chiesa – verranno indebolite e infine scompariranno. Oggi, anche le nuove vite, nel grembo, vengono soppresse per evitare di disturbare la libertà dell’individuo. In Olanda, dove vivo, il suicidio è incentivato per assicurare che nessuna costrizione, come ad esempio la cura dei genitori anziani, sia posta all’individuo. Houellebecq critica questo assunto fondamentale dell’età moderna: che l’autonomia individuale, sia essa raggiunta attraverso il libero mercato o il welfarismo, porti alla felicità. Mette in crisi la santissima trinità della visione del mondo moderna. Come una volta adoravamo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, così oggi veneriamo libertà, uguaglianza e fraternità. E Houellebecq dice che questa trinità è insufficiente, che l’idea stessa che dovremmo perseguire la felicità individuale è fallace. Ottenere ciò che vogliamo non ci rende più felici; in realtà, ci rende infelici. Spinti dalla promessa di un sollievo che in fondo non dà vero sollievo, cerchiamo disperatamente ciò che “davvero” ci rende, come individui, “noi stessi”. Nella visione di Houellebecq, il concetto filosofico stesso di “io individuale” è sbagliato. Senza la possibilità di definire noi stessi all’interno di una connessione indistruttibile con ciò che abbiamo intorno, non c’è nulla che può darci significato, e finiamo in uno stato di depressione. Così, le persone più libere che abbiano mai vissuto sono anche quelle che hanno vissuto le vite meno piene di significato. Più ci liberiamo dai legami sociali, più diventiamo schiavi delle nostre auto-rappresentazioni distorte. Atomizzazione e vuoto Il rimedio al collasso della promessa della modernità è chiaro. Anche se Houellebecq, più un poeta che un filosofo, non compone un manifesto politico dettagliato, ci dice in ogni pagina che dobbiamo riscoprire una connessione territoriale, sociale e storica con gli altri attorno a noi, una connessione che trascende le scelta individuali, le voglie del momento e gli interessi strumentali. Questo implica naturalmente uno stato-nazione potente che protegge il tessuto sociale, combinato a un alto grado di scetticismo verso l’immigrazione e il libero commercio. Ma nemmeno questo è sufficiente. Per ricreare l’integrazione nella società, l’individuo stesso deve essere integrato di nuovo. Deve essere de-liberalizzato. In realtà, a parte implicare l’indispensabilità di uno stato nazionale forte, Houellebecq indica che due sfide ancora più profonde devono essere affrontate: la liberazione sessuale e spirituale. Cominciando dal sesso, in Estensione del dominio della lotta, scrive: Dal punto di vista amoroso, Veronique apparteneva, come del resto tutti noi, a una generazione sacrificata. Era certamente stata capace di amare; avrebbe desiderato di esserlo nuovamente, lo dico per lei. Ma non era più possibile. L’amore è un fenomeno raro, artificiale e ritardatario che può solo fiorire a certe condizioni mentali, che di rado si presentano assieme, e totalmente opposto alla libertà morale che caratterizza l’età moderna. Veronique aveva visto troppe discoteche, aveva conosciuto troppi amanti; un modo di vita del genere impoverisce un essere umano, infliggendogli danni a volte gravi e sempre irreversibili. L’amore come forma d’innocenza e capacità di illusione, come attitudine per simbolizzare l’intero altro sesso in un solo oggetto d’amore, di rado resiste a un anno di immoralità sessuale, e mai a due. In realtà, le successive esperienze sessuali accumulate durante l’adolescenza mettono in discussione e rapidamente distruggono tutte le possibilità di una proiezione emotiva e romantica. Com’è incoraggiante leggere un autore moderno che prende sul serio il problema della sessualità! E’ chiaro che il culto della verginità ha perso la sua credibilità nel mondo occidentale molto tempo fa, e la filosofia di oggi dice che dobbiamo sperimentare per trovare il partner giusto. Houellebecq, invece, si affida a vecchie istituzioni secondo le quali il legame che si forma attraverso l’intimità sessuale può riemergere una o due volte, ma non molte di più, e perciò dovremmo essere estremamente cauti nel gettarci in esperienze amorose. Il sesso, insomma, può essere una minaccia – e non un aiuto – all’intimità e all’amore [...]. Poi, la religione. Houellebecq sostiene che noi ci concepiremo sempre in relazione a uno scopo metafisico. Quelli che credono che i cieli sopra di noi sono privi di una presenza divina cercheranno di soddisfare i loro bisogni esistenziali in altri modi: prima con il piacere superficiale di uno stile di vita libertino e in seguito con eresie secolarizzate, come un ingenuo umanitarismo. […]. Impegnarci di nuovo verso una vita integrata impone un atto di fede che non è più pensabile nell’età scientifica che viviamo. Questa è la tragedia che ci portiamo addosso […]. Siamo liberi, e siamo felici di essere liberi. Ma siamo anche così tristi, sradicati, sempre in viaggio, mai a casa, mai al sicuro, di fatto esiliati dal giardino che vagamente ricordiamo di avere un tempo abitato. Ecco il paradosso: la libertà che desideriamo alla fine ci rende schiavi e infelici, mentre le costrizioni che rifiutiamo ci rendono felici e liberi. Siamo profondamente incapaci di definirci come individui (anche se pensiamo di poterlo fare). Sovrastimiamo le nostre capacità di creare un mondo tutto nostro. Se accettiamo di vedere per un attimo il mondo dalla prospettiva di Houellebecq, la sua filosofia trova conferme ovunque attorno a noi […]. Il mondo nuovo? In Le particelle elementari, probabilmente il suo libro più teoretico, Houellebecq tenta di formulare la spiegazione per la bizzarra antropologia di oggi. Da dove ha avuto origine questa visione liberale dell’uomo? Quando siamo andati alla deriva? Mutazioni metafisiche, cioè trasformazioni radicali e globali nei valori a cui la maggioranza fa riferimento, sono rare nella storia dell’umanità. L’avvento del cristianesimo può essere citato come un esempio. Una volta che la mutazione metafisica è avvenuta, tende a muoversi inesorabilmente verso la sua logica conclusione. La mutazione metafisica che prescrive il massimo piacere individuale e il massimo guadagno materiale ha raggiunto la sua logica conclusione, spiega Houellebecq, nella visione di Aldous Huxley in Il mondo nuovo. Lì le persone possono sperimentare piaceri istantanei, ma evitano i doveri. Houellebecq dà la colpa alla generazione dei figli dei fiori per avere messo quella visione alla portata di tutti. Ma è stato davvero un processo autonomo? O è stato guidato? Houellebecq non dà una risposta. […]. C’è una qualche speranza nella sua opera? Se, come dice, il mondo moderno è basato su una antropologia fondamentalmente falsa, e come conseguenza ha prodotto una società completamente disfunzionale, allora non potrà continuare ad esistere ancora a lungo. L’individualismo ha raggiunto il suo stadio finale e non può svilupparsi oltre. Ha iniziato a consumarsi. Siamo al punto in cui dobbiamo pensare a cosa verrà dopo, e questo coinvolgerà necessariamente qualche forma di tradizionalismo. Poiché l’individualismo rende le nostre società così deboli, queste dovranno regredire o rigenerarsi, altrimenti saranno rimpiazzate. In molti dei suoi libri, Houellebecq fa riferimento a movimenti identitari, nazionalisti o populisti, oppure, come in Serotonina, a insurrezioni popolari, come quella dei gilet gialli [...]. Perché allora sceglie, per il suo ultimo libro, un protagonista che appartiene ai nichilisti anni Novanta invece che agli assertivi anni Dieci? Perché è tornato al vecchio tema di un uomo esausto di mezza età che guarda la vita accadere ma non è in grado di intervenire? Mentre lo leggevo sono stato sorpreso dal pensiero che forse Serotonina poteva essere basato su un manoscritto più vecchio che Houellebecq voleva finire. O forse si trova come autore incapace di liberarsi da quel senso di sconfitta che caratterizza la sua generazione (è nato nel 1956, la vera generazione perduta). Se questo è vero, non dobbiamo soltanto aspettare il suo nuovo libro, ma la prossima generazione di scrittori che prenderà il testimone e lo porterà un passo più in là, aiutandoci ad esprimere, e a ravvivare, la voglia di vivere dell’occidente.
Proponiamo qui un saggio di Thierry Baudetapparso sulla rivista American Affairs. Baudet è fondatore e leader del partito populista olandese Forum voor Democratie, entrato per la prima volta in parlamento nel 2017. Intellettuale e commentatore televisivo con pensieri e lingua taglienti, ha scritto libri in difesa dell’Europa (e contro l’Unione europea), contro l’immigrazione, sul concetto di oikofobia – la paura della casa – saggi sulla musica e l’architettura e anche romanzi che riflettono la tormentata condizione dell’individuo contemporaneo, orfano di patria e ideali durevoli.
(Per gentile concessione di American Affairs)
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