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domenica 19 dicembre 2021

La soavità del Natale nella notte del mondo

 


23 dicembre 2014

La soavità del Natale nella notte del mondo

natività betlemme

CANTI

Rosa tra le rose

Iesu dulcis memoria

In questa notte splendida

In piedi diciamo l’angelus guardando l’immagine della Madonna che è così pietosa, è così piena di affetto, di pietà per coloro che la invocano – come è scritto in alto –[Maria clemens liberando pia largiendo].

ANGELUS-ANGELO DI DIO-VENI SANCTE SPIRITUS

Potete venire avanti se in fondo non ci sono dei posti. Anche qui ai lati dell’altare ci sono dei posti. Quando l’abbiamo ricantato qualche momento fa, Iesu dulcis memoria, questa sera la frase che più mi ha confortato era: /nec lingua valet dicere/. Perché sentendomi così impacciato nel parlare [mi ha confortato] questo /nec lingua valet dicere/ la lingua non è capace di dire, la lingua può dire quello che il Signore sul momento dona di dire. Così che se diciamo cose nostre – tante volte S. Agostino ripete questa cosa anche al termine della sua opera teologica più importante, possiamo dire così, il De trinitate –, se abbiamo detto cose nostre perdonateci. Se diciamo cose che sono date da Dio imparate da Lui e ringraziate Lui. E quindi anche l’impaccio nel parlare può essere utile suggerimento di preghiera.

Questa sera [è] per aiutarci a vivere il Natale, cioè per aiutarci a pregare, innanzitutto in questo momento, qui in questo santuario. È la prima volta che vengo in questo santuario, ma mi ha subito colpito il fatto – non lo sapevo ­– che il cardinale Ferrari, arcivescovo di Milano, sia nato proprio qui vicino e anzi da piccolo abbia ricevuto una grazia, la grazia di una guarigione dalla Madonna di questo santuario a cui era devoto. C’è una frase sulla statua del cardinal Ferrari [posta qui] fuori che è molto bella che dice che i giorni più belli della sua esistenza sono legati al ricordo di questo santuario. E poi vicino c’è la statua di monsignor Conforti che io ricordo perché quando da piccolo in quarta ginnasio sono entrato in seminario ho letto, credo il primo anno, la vita di monsignor Conforti che è stato vescovo a Parma e che ha fondato questo istituto missionario, i Saveriani.

Quindi così immediatamente l’ospitalità così cordiale di padre Daniele mi ha fatto trovare familiare questo luogo, anche se è la prima volta che venivo. E soprattutto lo sguardo della Madonna! In fondo l’unica cosa, quello che vorrei suggerire, prende lo spunto dalla lettera del Santo Padre Spe Salvi, salvi nella speranza, per dire che salvi nella speranza vuol dire salvi nella preghiera. [Come] quando il cardinal Ratzinger in alcuni esercizi spirituali che ha predicato a metà degli anni ottanta – cui ho avuto la fortuna di partecipare – ha ripetuto questa frase di S. Tommaso d’Aquino: petitio interpretativa spei/ la domanda è la voce della speranza, la domanda è l’espressione della speranza. [È] questa immagine che la speranza vuol dire la preghiera, sperare vuol dire domandare. Sperare, il dono della speranza si esprime nel domandare, la speranza vive come domanda. Tanto è vero che dice ancora S. Tommaso d’Aquino che Gesù per insegnarci a sperare, cioè per donarci la speranza, ha insegnato il Padre Nostro. E dicendo il Padre Nostro, cioè ripetendo le parole della preghiera, ci dona e ci insegna che cosa sia la speranza. Dice ancora il papa nella sua enciclica commentando un versetto della lettera di S. Paolo agli Efesini che senza Cristo, senza l’incontro con Cristo non c’è speranza, che vuol dire anche che se Gesù non si avvicina non domandiamo. Se lui non si avvicina non si domanda, per domandare bisogna essere attratti. Non si può domandare una cosa da cui non si è attratti, non si può domandare una cosa che non si desidera. Desiderium praesuppostum spei/ il desiderio è il presupposto della speranza, così ancora S. Tommaso inizia il trattato ultimo sulla speranza – non lo ha neppure concluso –. Per sperare bisogna desiderare ciò che si spera e per desiderare bisogna essere attratti da ciò che si desidera. Il desiderio non ce lo possiamo dare noi, il desiderio nasce dall’attrattiva della cosa. E così senza l’attrattiva Gesù – per dire questa espressione che secondo me è l’espressione più bella di Giussani ed è l’espressione che più dice la grazia che il Signore ha donato a Giussani – non si può neppure domandare Gesù. Senza l’attrattiva Gesù non si può neppure desiderare Gesù. Almeno sull’ultimo orizzonte questa attrattiva deve brillare per il cuore, altrimenti non lo si può desiderare – non si può desiderare! – non si può domandare. Se un bambino non avesse esperienza che la mamma viene quando la chiama non la chiamerebbe, non potrebbe chiamarla! Bisogna avere esperienza della risposta per potere chiamare, per potere domandare.

Innanzitutto questa domanda ha come una promessa. Questa domanda o questa attesa ha come una promessa ed è il gesto con cui il Signore ci crea. Il Signore ci crea come domanda, il Signore crea il nostro cuore come domanda. E così questo gesto creatore di per sé potrebbe rendere possibile la domanda del cuore, il Signore crea il nostro cuore come domanda. La frase di Pavese che tante volte Giussani ci ha ricordato intuisce questo: «Forse qualcuno ci ha promesso qualcosa? Allora perché attendiamo?». Se attendiamo vuol dire che qualcuno ci ha promesso qualcosa. Se attendiamo vuol dire che il gesto con cui Dio crea il cuore lo crea – il cuore dell’uomo – come attesa, come attesa di felicità, come attesa quindi di quella felicità che è l’incontro con Gesù. Perché questa per l’uomo, per l’uomo fatto di anima e di corpo, è la possibilità della felicità. La possibilità della felicità è l’incontro con Gesù. Così questo è il cuore dell’uomo.

Ma c’è una preghiera che mi è tanto cara della liturgia ambrosiana, che dice come concretamente è questo cuore dell’uomo. Il cuore dell’uomo è attesa di felicità, è attesa di incontrare la felicità resa carne, il paradiso reso presenza umana. È attesa di questo. Ma dice la liturgia in una preghiera dei vespri – l’antica liturgia in una preghiera dei vespri dice –: oratio captiva peccatis/ ma questa domanda è schiava del peccato /quae, inimico impediente, fuscatur/ ed è impedita dal diavolo ed è offuscata. Così è la domanda del cuore, la domanda del cuore è prigioniera ed è impedita. Come è bello questo – come è bello cioè come è vero: non è bello che sia così, ma è vero che è così – che è impedita, la domanda del cuore è impedita, l’attesa del cuore è impedita, la domanda è offuscata, la domanda del cuore non sorge dal cuore. /Quae, inimico impediente, fuscatur, vultus tui candore purgetur/ occorre che il volto della felicità si riveli, si riveli nella sua bellezza, occorre che il volto della felicità si faccia vicino allora la domanda viene purificata, allora la domanda sorge dal cuore. Se il volto della felicità non si avvicina il cuore non domanda, il cuore non attende più. Occorre che il volto /vultus tui candore/ la bellezza del volto si avvicini, si faccia visibile, tangibile e vicina; allora il cuore ritorna puro; allora il cuore ritorna cuore, cioè ritorna domanda.

E così questa sera vorrei innanzitutto suggerire l’immagine di queste cose se pensiamo ai pastori. E per pensare i pastori la notte di Natale vi leggo l’inizio del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia perché mi sembra che esprima in tutta la sua bellezza poetica la condizione di quelle persone, di quelli che erano gli ultimi, erano gli esclusi. Addirittura i pastori non avevano neppure la dignità di testimoniare nei processi nel popolo di Israele. Erano proprio le persone ai margini. Ebbene Leopardi secondo me comunque descrive la condizione non solo dei pastori ma anche la condizione di ciascuno di noi – di ciascuno di noi! – se quel volto non brilla vicino. Se quel volto – se il volto della felicità, il volto umano della felicità che è il volto di Gesù, quel volto di carne che Maria gli ha dato – non brilla vicino quello che Leopardi dice del pastore d’Asia vale per ciascuno di noi. L’inizio lo conosciamo: /Che fai tu luna, in ciel? dimmi, che fai, /Silenziosa luna? /Sorgi la sera, e vai, /Contemplando i deserti; indi ti posi. /… /Somiglia alla tua vita/ La vita del pastore./ Sorge in sul primo albore/ Move la greggia oltre pel campo [sorge all’alba e muove, accompagna, guida il gregge oltre], e vede /Greggi, fontane ed erbe [e vede tante cose durante la giornata]; /Poi stanco si riposa in su la sera: /Altro mai non ispera [ma non spera che capiti qualcosa, non spera che durante la giornata capiti qualcosa. È sempre così la giornata dal mattino alla stanchezza della sera. /Altro mai non ispera/ ma questa è la condizione anche nostra, anche di chi ha incontrato, se l’incontro non è presente. Come è importante per la vita cristiana – per la vita cristiana e per poter essere vicini agli uomini fratelli di oggi che siamo innanzitutto noi – la percezione di questa precarietà della vita cristiana, che il dogma della Chiesa in questo piccolo catechismo della Chiesa di Roma del secolo V – in cui la Chiesa di Roma ha raccolto tutta la dottrina dogmatica sulla grazia – esprime in termini che sono definitivi e semplicissimi: «come per sua grazia abbiamo vinto, così se di nuovo la sua grazia non ci viene data siamo vinti». Questa è la precarietà della nostra vita – anche noi! –. /Iterum/ dice proprio /iterum/, se di nuovo non ci viene dato siamo vinti. Se quel volto non brilla di nuovo a noi anche per noi: /altro mai non ispera/. Anche per noi! Non si spera più che qualcosa accada nella giornata. Se di nuovo la sua grazia non viene data siamo vinti. Per questo la vita cristiana è in speranza cioè è in preghiera, è in domanda. In domanda di questo rinnovarsi di questo volto vicino, del rinnovarsi di quando… Ma poi continua ancora Leopardi.]./Dimmi, o luna: a che vale/Al pastor la sua vita [a che vale la sua vita?],/La vostra vita a voi? dimmi: ove tende/Questo vagar mio breve,/Il tuo corso immortale?/. Così leggo di quella notte quando all’uomo che non sperava più nulla gli angeli hanno annunciato una grande gioia. Allora dice il Manzoni: /senza indugiar, cercarono/l’albergo poveretto/. Senza indugiare!

Ma mi ha colpito un pensiero di Padre Pio – nel prossimo numero di 30giorni come aiuto a vivere il Natale ho fatto pubblicare alcuni pensieri di Padre Pio. La semplicità di quella devozione del popolo cristiano nella sua povertà, nella sua semplicità come è grazia di Dio per tutta la Chiesa! –. Padre Pio mi ha colpito perché dice che Gesù chiama i pastori attraverso l’angelo, gli angeli, e Gesù chiama i magi attraverso la loro stessa scienza, perché guardavano il cielo e hanno visto questa stella eccezionale, e mossi dall’influsso della sua grazia corrono. Non basta essere chiamati se non si è attratti. Non basta essere chiamati, non basta ascoltare parole cristiane se non si è attratti. Non basta neppure l’annuncio degli angeli: bisogna essere attratti, bisogna che quell’annuncio tocchi il cuore. Perchè è così? Perché l’ha detto Gesù: “nessuno viene a me se non lo attira il Padre mio”. E questo – vedete – dà uno sguardo sugli uomini fratelli, dà uno sguardo sull’uomo che non crede che è innanzitutto di gratitudine per un dono immeritato. Non è innanzitutto un giudizio. S. Agostino in una delle pagine più stupende commenta il fatto che a Cafarnao quando Gesù promette il pane della vita, di dare da magiare la sua carne e da bere il suo sangue, si allontanano e non andavano più con lui. E dice ai suoi: “volete andarvene anche voi?”. Poi Agostino commenta: «“ma io so perché non comprendete e io so perché non domandate”. Perché? “Perché nessuno viene a me se non lo attira il Padre mio”». Non è innanzitutto un giudizio di condanna, è innanzitutto una gratitudine per coloro che il Padre attira. Questo è lo sguardo del cristiano sul mondo. È innanzitutto una gratitudine per un dono immeritato, per un dono immeritato! Siamo cristiani per un dono immeritato – così il catechismo di S. Pio X – per un dono che non abbiamo potuto meritare. Ma questo vale magari per i figli di qualcuno di voi che magari non frequentano la chiesa. Perché solo una domanda a colui che attira… Non basta ripetere le parole cristiane, le parole cristiane sono tutto quello che possiamo fare noi, cioè in fondo niente. È importante per noi ripetere le parole cristiane, ma ripeterle come domanda, come domanda a colui che muove attirando il cuore: “Nessuno viene a me se non lo attira il Padre mio”. Allora rileggo il Manzoni: /senza indugiar, cercarono/l’albergo poveretto/que’ fortunati/quei fortunati! Non erano i migliori, sono stati fortunati. /que’ fortunati, e videro,/siccome a lor fu detto/videro in panni avvolto,/in un presepe accolto,/[videro] vagire il Re del Ciel./ Sono stati fortunati e che cosa videro? Videro vagire il re del cielo.

E così adesso vorrei leggervi tre preghiere di S. Ambrogio – e così finiamo con la lettura di queste tre preghiere –. Tre preghiere di S. Ambrogio in cui quello che ho tentato di dire è espresso con la dignità e la tenerezza di S. Ambrogio. La tenerezza di S. Ambrogio: come era facile a piangere S. Ambrogio! C’è una predica bellissima del cardinal Montini sulla facilità al pianto di Ambrogio, sulla facilità alla commozione di Ambrogio, tanto è vero che Ambrogio scrive che le armi di difesa di un sacerdote, di un vescovo, sono le sue lacrime. E allora il primo è proprio una breve preghiera nel commento al vangelo di Luca, nel commento alla nascita di Gesù a Natale.

«Così lui si è fatto piccolissimo [proprio piccolissimo, come diceva il canto che abbiam fatto: “un bimbo piccolissimo”], si è fatto [ripete ancora] /infantulus/ [che vuol dire proprio piccolo bambino, piccolo infante] perché tu possa essere uomo perfetto». Uomo perfetto! L’uomo perfetto è l’uomo che domanda. La perfezione dell’uomo è il cuore che domanda. Questa è la perfezione dell’uomo, la perfezione dell’uomo è domandare. Non può fare altro di perfetto l’uomo se non domandare. Tanto è vero che la Madonna ha sempre domandato. E ha sempre domandato perché è sempre stata amata. Perché mai – mai! – è stata toccata dalla ferita del peccato. Ha potuto sempre domandare perché dall’inizio, dall’inizio della sua esistenza, è stata prediletta. È stata sempre prediletta. Così è evidente che ha potuto pregare sempre perché la risposta alla sua domanda era sempre vicina. Era sempre abbracciata dalla risposta della sua domanda. Più la dolcezza della risposta cresce, più la dolcezza della risposta è vicina, e più – dice S. Agostino – il desiderio e più la domanda è potente. Anzi dice /avidius/ e più si domanda con avidità. Più la dolcezza aumenta, più l’abbraccio è dolce e più la domanda di essere abbracciati è potente. Si è fatto piccolo perché tu potessi sempre domandare. Perché se non si fosse fatto piccolo… non basta sapere che Dio è la felicità per domandare la felicità. Come è vero questo! Come è vera l’esperienza di Agostino che sapeva che Dio era la felicità! Era il vertice della filosofia neoplatonica che la felicità consisteva nell’unità con l’uno creatore. Sapeva che Dio è la felicità ma i piaceri del mondo erano più attraenti, perché si segue inevitabilmente – dice Agostino – ciò che piace di più: «E allora cercavo [non basta sapere che Dio è la felicità per godere della felicità] come godere – dice ancora Agostino – della felicità. E non potei godere della felicità finché non abbracciai, umile, l’umile mio Dio Gesù».

Se non si fosse fatto uomo l’uomo non avrebbe domandato, domandato di essere felice. Se non si fosse fatto vicino, se non avesse guardato Maria Maddalena, Maria Maddalena non avrebbe pianto. Non si piange per la verità di Dio, si piange per l’umanità di Gesù. Si piange nell’incontro con la sua umanità. La sua umanità è la felicità dell’uomo. /Ad hunc finem beatitudinis homines reducuntur per humanitatem Christi/Al loro destino di felicità – dice Tommaso d’Aquino – gli uomini sono ricondotti, ri–condotti dopo il peccato originale, per l’umanità di Cristo. «È stato avvolto in panni perché tu potessi essere liberato dai lacci del peccato. Lui nel presepe perché tu potessi accostarti all’altare».

E vi leggo ancora un piccolo pensiero di Padre Pio su questo: «Quanto mi rende allegro [lieto] Gesù! Quanto è soave il suo spirito! Ma io mi confondo e non riesco a fare altro se non che piangere e ripetere: “Gesù, cibo mio” ». Io «non riesco a fare altro se non che piangere e ripetere: “Gesù, cibo mio”». Si esprime così la felicità dell’uomo. /habet et laetitia lacrimas suas/ dice ancora S. Ambrogio. Si esprime in questo pianto di gratitudine. Non si riesce a fare altro che piangere perché si è così amati, perché si è così abbracciati. E poi continua: «la sua povertà è la mia ricchezza, la sua debolezza è la mia forza. Lui ha preferito essere mancante perché tutti potessero abbondare in grazia». E poi qui ci sono i vagiti: «il suo pianto di lui piccolo che vagisce [/infantiae vagientis/il suo pianto di lui piccolo che vagisce] mi ha purificato. Quelle lacrime hanno lavato i miei peccati». «Io debbo di più, debbo di più come riconoscenza, alla sua debolezza che mi ha salvato che non alla sua potenza che mi ha creato. /Non prodesset nasci, nisi etiam redimi profuisset/non sarebbe valso nulla il nascere se non avessi fatto esperienza di essere amato».  Se non si fa esperienza di essere amato – perché redenti vuol dire essere amati –. Essere amati con quell’amore così potente che perdona, che rende puro, che rende innocenti più che non la purezza originale. A nulla sarebbe valso il nascere se non fossimo stati così amati.

La seconda preghiera. La seconda preghiera è il riconoscimento – la sapevo a memoria in seminario questa preghiera – di chi è Gesù Cristo per l’uomo, di chi è per ogni uomo. Di chi è come possibilità per ogni uomo e di chi è per colui che senza suo merito lo riconosce. «/Omnia igitur habemus in Christo/ noi in Cristo abbiamo tutto, tutto quello che abbiamo lo abbiamo in Cristo. Ogni anima si accosti a lui, sia l’anima malata per i peccati del corpo [malata di lussuria], sia l’anima che è schiava di qualche cupidigia mondana [malata di avarizia, malata di cupidigia di potere], sia l’anima ancora imperfetta ma che a lui guarda [e quindi cresce in questo guardare, in questo domandare lui], sia l’anima a cui già la sua grazia ha dato molte virtù. /Omnis in domini potestate est/ogni anima è nel potere del Signore». Come è bello questo «ogni anima è nel potere del Signore». E come i santi soprattutto più che i peccatori hanno riconosciuto questo: che erano nelle mani del Signore. Se la sua attrattiva non li attraeva cadevano. Se la luce del suo volto non brillava erano nell’oscurità. «Ogni anima è nel potere del Signore. /Et omnia Christus est nobis/e per questo Cristo è tutto per noi». Tutto noi abbiamo in Cristo e Cristo… lui! Non so se riesco a suggerire questo. Lui! Tutto è per lui. Lui vuol dire la sua presenza, non è una cosa di cui ci dobbiamo convincere noi. Lui è tutto per noi. Il bambino non si convince che la mamma è tutto, è la presenza della mamma che è di fatto tutto. «Se vuoi curare la ferita, lui è medico. Se sei febbricitante, accaldato per la febbre, lui è sorgente. Se sei appesantito per il peccato, lui è la giustizia». Come c’era nello studio di don Giussani in via Martinengo. Come era bella quella immagine dei pastori che guardavano Gesù bambino. E la scritta in latino – non me la ricordo tutta – diceva che guardandolo venivano perdonati i loro peccati. Guardandolo venivano perdonati. Guardando quel bambino! Era quel bambino il perdono dei loro peccati. «Se hai bisogno di aiuto, lui è la forza. Se hai paura della morte, lui è la vita. Se desideri il paradiso, lui è la strada. Se fuggi le tenebre, lui è la luce. Se cerchi il cibo, lui è il cibo. Gustate e vedete quanto soave è il Signore». Quanto soave! Dice il dogma della fede, del Vaticano I, che la fede è impossibile senza la grazia di Dio, senza la grazia dello Spirito Santo che dà la soavità nel riconoscerlo e nell’aderirlo. Senza questa soavità, senza questa dolcezza né lo si riconosce né vi si aderisce. «Gustate e vedete quanto soave è il Signore. Beato l’uomo che in lui spera».

E poi la terza preghiera. La terza preghiera è la più bella. Perché la terza preghiera… Permettete questo accenno alla mia vita, perché nel mio seminario quando sapevo a memoria /Omnia igitur habemus in Cristo. Et omnia Christus est nobis/ era per me, nell’ingenuità della mia infanzia così bella e della mia fanciullezza e della mia giovinezza così bella, un’evidenza bella che mi dava conforto. Ma gli anni della vita [l’]hanno resa domanda. Perché se è tutto per noi, la percezione che è tutto si esprime solo nel domandare, si esprime solo nel dire “vieni”. Il bambino non sa che la mamma è tutto per lui ma la domanda. Dice “vieni”. Viene prima il “vieni”, esistenzialmente viene prima il “vieni”, che non il sapere che è tutto. Viene prima il domandarlo. Non si può umanamente percepire che è tutto, che noi abbiamo tutto in lui, se non lo si domanda: è nel domandarlo, è quando lo si domanda. Per questo questa terza preghiera di Ambrogio è di una bellezza unica. Sta commentando il versetto del salmo 118: «/quaere servum tuum quia mandata tua non sum oblitus/cerca il tuo servo perché non ho dimenticato i tuoi comandamenti. /Veni ergo, Domine Iesu,/vieni dunque Signore Gesù, cerca il tuo servo. Cerca questa pecora spossata. Vieni pastore, cerca. [E poi c’è la frase più bella] /Erravit ovis tua, dum tu moraris,/mentre tu attendevi la tua pecorella si è smarrita. Se tu attendi, se tu indugi noi ci smarriamo. Mentre tu indugiavi noi ci eravamo smarriti. /Dimitte/lascia le novantanove pecore nell’ovile. Vieni a cercare quella sola che si è perduta. [Poi dice] Vieni senza i cani, vieni senza i cattivi operai, vieni senza i mercenari [anche questo come è attuale. Vieni senza i mercenari] che non entrano per la porta che sei tu. [Poi dice] /Veni sine adiutore,/vieni senza intermediari [perché la Chiesa non è un intermediario. La Chiesa è la possibilità dell’immediatezza del rapporto con lui. La Chiesa è il suo corpo – suo corpo! – di lui vivo. Pensate, la Chiesa è come la carezza della mamma al bambino. Ma se fosse morta la mamma come sarebbe mostruosa la carezza. Se non fosse vivo, se non fosse il suo corpo, immediatamente suo corpo, suo di lui vivo. Vieni senza intermediari], vieni /sine nuntio,/vieni senza neppure essere annunziato, è già tanto che ti attendo. Vieni improvvisamente senza essere neppure annunziato, è già tanto che aspetto, che aspetto che tu venga. Vieni senza la verga. Vieni con affetto e con tenerezza. /Ad me veni/ [e poi aggiunge] vieni a me che sono incorso nei morsi dei lupi. Vieni a me che sono stato scacciato dal paradiso e che sono tentato dal veleno del serpente per la ferita del peccato [è bellissimo questo. Per la ferita del peccato io sono continuamente tentato dal veleno del serpente]. /Quaere me, quia te requiro;/cercami perché ti cerco, [meglio] perché ti possa cercare. /quaere me, inveni me, suscipe me, porta me/cercami, trovami, sostienimi, rialzami, portami. Tu mi puoi trovare, tu mi puoi rialzare, tu mi puoi portare sulle tue spalle. Non ti sia di fastidio questo peso di tenerezza, questo peso pio, questo peso di mettermi sulle tue spalle. Non ti sia di fastidio. Non ti sia di peso questo gesto di giustizia, della tua giustizia. /Veni ergo, Domine/vieni dunque Signore. Vieni, perché se anche sono fuggito lontano, se anche sono andato lontano non ho dimenticato i tuoi comandamenti [e anche questo è bello. Non ho dimenticato. Non ho dimenticato di ripetere. Come da questo punto di vista è insostituibile il santo rosario! Di ripetere! Magari anche nella distrazione così che si offre anche l’umiliazione delle tante distrazioni. Di ripetere! Io non ho smesso di ripetere l’Ave Maria. Con l’Ave Maria non ci si può perdere. Non ho smesso di ripetere l’Ave Maria]. Vieni, o Signore, solo tu mi puoi ricondurre. [E poi qui è bello] E se mi riconduci non rendi tristi le novantanove pecorelle che sono rimaste. Anzi quando tu riconduci me le rendi più contente. /Veni ut facias salutem in terris, in coelo gaudium/vieni perché tu faccia la salvezza sulla terra e in paradiso la gioia [“C’è più gioia nel cuore di Dio per un peccatore che ritorna che non per novantanove giusti”]. /Veni ergo, et quaere ovem tuam/Vieni dunque e cerca la tua pecorella. Vieni non per i servi, non per i mercenari, ma vieni tu stesso. Ricevimi nella tua carne, quella carne che in Adamo è caduta [perché la sua carne, la carne che gli ha dato Maria nei nove mesi che l’ha portato nel grembo è senza peccato, ma ha le conseguenze di fragilità. Tanto è vero che ha la mortalità, la mortalità conseguenza del peccato. Tanto è vero che viene per morire.] /Suscipe/prendimi in braccio per Maria, da Maria [è bellissimo /suscipe me ex Maria/]. Prendimi in braccio da Maria che è vergine incontaminata, /sed virgo per gratiam/ma è vergine per tua grazia. Perché per tua grazia è preservata [dice /integra ab omni labe peccati/], per tua grazia non è mai stata toccata dal peccato. Portami sulla croce nella quale solo c’è riposo per me nel mio essere portato, nel quale solo c’è speranza per chi muore».

E poi finisco. Finisco con questa piccola frase ancora di S. Ambrogio. Questa frase non è una preghiera al Signore ma è una preghiera a ciascuno di noi. Anzi è una preghiera all’uomo fratello che è lontano e dice: «Vieni anche tu /Veni et tu/ [Sta commentando, Ambrogio, il brano in cui Giuseppe di Arimatea va da Pilato – dopo che Gesù è morto sulla croce – a chiedere di poter seppellire il corpo di Gesù]. Vieni anche tu. Vieni pure in ritardo, non importa se sei in ritardo. Vieni di notte, non importa se vieni dalla notte del peccato. In qualunque ora tu vieni /Iesum venientes ad suscipiendum paratum/ troverai Gesù che è pronto a riceverti. In qualunque ora tu vieni troverai Gesù che è pronto a riceverti. E non ti darà una felicità minore se vieni in ritardo. Colui che è venuto la prima ora [è la parabola degli operai] non è stato defraudato e colui che è venuto all’ultima ora ha ricevuto la stessa pienezza, la stessa pienezza di felicità. Vieni, vieni anche [non solo in ritardo ma vieni anche] di notte, anche dalla notte del peccato. Anche Nicodemo è venuto di notte. /Nox erat quia adhuc non erat ressurectio/ Era notte perché Gesù non era ancora risorto».

Così, perché è vivo, anche le parole non possono dire l’attrattiva di lui vivo: come lui vivo attrae e abbraccia il nostro povero cuore.

Usciamo possibilmente in silenzio così che possiamo rimanere magari anche solo un istante a guardare la Madonna e a dire un’Ave Maria.

Grazie

martedì 31 luglio 2012

«Simone, mi ami tu?»


«Simone, mi ami tu?»

***

Luigi Giussani, Stefano Alberto e Javier Prades Anticipiamo un brano del nuovo libro di Luigi Giussani, Stefano Alberto, Javier Prades, Generare tracce nella storia del mondo (Rizzoli editore)

Il capitolo ventunesimo del Vangelo di Giovanni è la documentazione affascinante del sorgere storico dell'etica nuova. La storia particolare che vi si documenta è la chiave di volta della concezione cristiana dell'uomo, della sua moralità, nel suo rapporto con Dio, con la vita, con il mondo.

I discepoli erano di ritorno, all'alba, da una brutta nottata sul lago, in cui non avevano pescato nulla. Vicino alla riva, vedono sulla spiaggia una figura che s'adoperava per accendere il fuoco. Avrebbero visto dopo che sul fuoco c'erano pesci raccolti per loro, per la fame di quel primo mattino. Ad un certo punto Giovanni dice a Pietro: «Ma quello è il Signore!». Allora si aprono gli occhi di tutti e Pietro si butta in acqua, così com'è, e giunge per primo a riva. Seguono gli altri. Si dispongono in cerchio, in silenzio: nessuno parla, perché tutti sanno che è il Signore. Sdraiati per mangiare, dicono tra loro qualche parola, ma sono tutti intimiditi dall'eccezionale presenza di Gesù, Gesù risorto, che era già apparso loro in più circostanze.
Simone, che i molti errori avevano reso il più umile di tutti, steso pure lui a terra davanti al cibo preparato dal Maestro, guarda chi ha vicino e con stupore e tremore vede che è Gesù. Allora volge via lo sguardo da Lui e resta così, impacciato. Ma Gesù gli parla. Pietro pensa in cuor suo: «Dio mio, Dio mio, quanto rimprovero merito! Adesso mi dirà: "Perché mi hai tradito?"». Il tradimento era stato l'ultimo grosso errore fatto, ma tutta la sua vita, anche nella familiarità con il Maestro, era stata tribolata, per via del suo carattere impetuoso, della sua imponenza istintiva, del suo farsi avanti senza calcoli. Tutto di sé egli vedeva alla luce dei suoi difetti. Quel tradimento aveva fatto emergere con chiarezza in lui il resto dei suoi errori, quanto lui non valesse niente, quanto fosse debole, debole da far compassione. «Simone...» - chissà che brivido mentre quella parola si scandiva dentro il suo orecchio toccandogli il cuore -, «Simone...» - e qui avrà accennato a voltare verso Gesù la sua faccia -, «...mi ami tu?». Chi si sarebbe mai aspettato quella domanda? Chi si sarebbe atteso quella parola?
Pietro era un uomo di quaranta o cinquant'anni, con famiglia e figli, eppure così bambino di fronte al mistero di quel compagno incontrato per caso! Immaginiamoci come si sarà sentito trapassare da quello sguardo che lo conosceva in ogni sua parte. «Ti chiamerai Cefa»:1 il suo caratteraccio era identificato con quella parola, «pietra», e l'ultimo pensiero era per lui immaginare che cosa il mistero di Dio e il mistero di quell'Uomo - Figlio di Dio - avrebbero fatto con quella pietra, di quella pietra. Dal primo incontro Egli ingombrò tutto il suo animo, tutto il suo cuore. Con quella presenza dentro il cuore, con la memoria continua di Lui, guardava la moglie e i bambini, i compagni di lavoro, gli amici e gli estranei, i singoli e le folle, e pensava e s'addormentava. Quell'Uomo era diventato per lui come una grande, immensa rivelazione non ancora chiarita.
«Simone, mi ami tu?». «Sì, Signore, io Ti amo». Come faceva a dire così dopo tutto quello che aveva fatto? Quel «sì» era l'affermazione del riconoscimento di una eccellenza suprema, di una eccellenza innegabile, di una simpatia che travolgeva tutte le altre. Tutto restava inscritto in quel loro sguardo, coerenza e incoerenza era come se passassero finalmente in secondo ordine, dietro alla fedeltà che sentiva carne della sua carne, dietro alla forma di vita che quell'incontro aveva plasmato.
Di fatto non ci fu nessun rimprovero. Risuonò solo la stessa domanda: «Simone, mi ami tu?». Non incerto, ma timoroso e tremante, rispose di nuovo: «Sì, io Ti amo». Ma la terza volta, la terza volta che Gesù gli rivolse la domanda, dovette chiedere la conferma di Gesù stesso: «Sì, Signore, Tu lo sai, io Ti amo. Per Te è tutta la mia preferenza d'uomo, tutta la preferenza dell'animo mio, tutta la preferenza del mio cuore. Tu sei l'estrema preferenza della vita, l'eccellenza suprema delle cose. Io non lo so, non so come, non so come dirlo e non so come sia, ma nonostante tutto quello che ho fatto, nonostante quello che posso fare ancora, io Ti amo».
Questo «sì» è la scaturigine della moralità, il primo fiato di moralità sul deserto arido dell'istinto e della pura reazione. La moralità affonda la sua radice nel «sì» di Simone, e questo «sì» può attecchire nella terra dell'uomo solo per una Presenza dominante, compresa, accettata, abbracciata, servita con tutto lo slancio del proprio cuore che solo così può ritornare bambino. Senza Presenza non c'è gesto morale, non c'è moralità.

Ma perché il «sì» di Simone a Gesù è scaturigine della moralità? Non vi sono prima i criteri di coerenza e incoerenza?
Pietro ne aveva fatte di tutti i colori, eppure viveva una simpatia suprema per Cristo. Capiva che tutto in sé tendeva a Cristo, che tutto si raccoglieva in quegli occhi, in quella faccia, in quel cuore. I peccati passati non potevano costituire obiezione e nemmeno tutta l'immaginabile sua incoerenza futura: Cristo era la fonte, il luogo della sua speranza. Gli avessero pure obiettato quello che aveva fatto o quello che avrebbe potuto fare, Cristo rimaneva, attraverso le nebbie di quelle obiezioni, la fonte di luce della sua speranza. Ed egli Lo stimava sopra ogni altra cosa, dal primo momento in cui si era sentito fissato da Lui, guardato da Lui: Lo amava per questo.
«Sì, Signore, Tu sai che sei l'oggetto della mia simpatia suprema, della mia stima suprema»: così nasce la moralità. Eppure l'espressione è molto generica: «Sì, io Ti amo»; ma è tanto generica quanto generatrice di una diversità di vita perseguita. «Chiunque ha questa speranza in Lui purifica se stesso come Egli è puro».2 La nostra speranza è in Cristo, in quella Presenza che, per quanto distratti e smemorati, non riusciamo più a togliere - non fino all'ultimo briciolo, almeno - dalla terra del nostro cuore per tutta la tradizione dentro la quale Egli è giunto fino a noi. È in Lui che io ho speranza, prima di avere contato i miei errori e le mie virtù. Non c'entrano, qui, i conti numerici. Nel rapporto con Lui il numero non c'entra, il peso misurato e misurabile non c'entra, e tutta la possibilità di male che in me può realizzarsi nel futuro, anche questa non c'entra, non riesce ad usurpare il titolo primario che possiede davanti agli occhi di Cristo il «sì» di Simone, da me ripetuto. Allora viene un fiotto dal fondo di noi, come un respiro che salga dal petto e inebrii tutta la persona e la faccia agire, le faccia desiderare di agire in modo più giusto: scaturisce, scatta dal fondo del cuore, il fiore del desiderio della giustizia, dell'amore vero, autentico, della capacità di gratuità. Come l'inizio di ogni nostra mossa non è un'analisi di ciò che gli occhi vedono, ma un abbraccio di ciò che il cuore attende, così la perfezione non è l'espletare delle leggi, ma l'adesione a una Presenza.

Solo l'uomo che vive questa speranza in Cristo continua tutta la sua vita nell'ascesi, nello sforzo per il bene. E anche quando egli sia palesemente contraddittorio, desidera il bene. Questo vince sempre, nel senso che è l'ultima parola su di sé, sulla propria giornata, su quello che si fa, su quel che si è fatto, su quello che si farà. L'uomo che vive questa speranza in Cristo continua nell'ascesi. La moralità è una tensione continua al «perfetto» che nasce da un avvenimento in cui un rapporto col divino, col Mistero, è segnato.

La ragione ultima del «sì»
Qual è la ragione vera del «sì» a Cristo detto da Simone? Perché il «sì» detto a Gesù vale di più che enumerare tutti i propri errori ed elencare tutte le possibilità di errori futuri che la propria debolezza implica? Perché questo «sì» è più decisivo e più grande di tutta la responsabilità morale tradotta nei suoi particolari, tradotta in pratica concreta? La risposta a queste domande rivela l'essenza ultima del Mandato dal Padre. Cristo è il «mandato» dal Padre, è Colui che rivela il Padre agli uomini e al mondo. «Questa è la vita vera: che conoscano Te, solo vero Dio, e Colui che hai mandato, Gesù Cristo».3 La cosa più importante è «che conoscano Te», che amino Te, perché questo Tu è il senso della vita.
«Sì, io Ti amo», disse Pietro. E la ragione di questo «sì» consisteva nel fatto che egli aveva intravisto in quegli occhi che l'avevano fissato quella prima volta, e che poi lo avevano fissato tante altre volte durante le giornate e gli anni seguenti, chi era Dio, chi era Jahve, il vero Jahve: misericordia.4 In Gesù gli si svela il rapporto di Dio con la sua creatura come amore e quindi come misericordia. La misericordia è la posizione del Mistero verso qualsiasi debolezza, errore e dimenticanza dell'uomo: Dio, di fronte a qualsiasi delitto dell'uomo, lo ama.
Questo ha sentito Simone, da qui nasce il suo «Sì, io Ti amo».
Il senso del mondo e della storia è la misericordia di Cristo, Figlio del Padre, mandato dal Padre a morire per noi. Nel dramma di Milosz, a Miguel Mañara, che andava da lui tutti i giorni a lamentarsi dei suoi peccati passati, l'Abate, a un certo punto, come spazientito, dice: «Finiscila con questi lamenti da donnicciola. Tutto questo non è mai esistito». Come, «non è mai esistito»? Miguel aveva assassinato, stuprato, era stato ingiusto... «Tutto questo non è mai esistito. Egli solo è».5 Egli, Gesù, si rivolge a noi, si fa «incontro» per noi, chiedendoci una cosa sola: non «che cosa hai fatto?», ma «mi ami?».
Amarlo sopra ogni cosa, allora, non vuol dire che io non abbia peccato o che io non abbia a peccare domani. Che strano! Occorre una potenza infinita per essere questa misericordia, una potenza infinita dalla quale - in questo mondo terreno, nel tempo e nello spazio che ci è dato di vivere, negli anni, pochi o tanti che siano - noi mutuiamo, attingiamo letizia. Perché un uomo, con la coscienza di tutta la sua pochezza, è lieto di fronte all'annuncio di questa misericordia: Gesù è misericordia. Egli è mandato dal Padre per farci conoscere che l'essenza di Dio ha come caratteristica suprema per l'uomo la misericordia. «Ti sei chinato sulle nostre ferite e ci hai guarito - dice un Prefazio della Liturgia ambrosiana - donandoci una medicina più forte delle nostre piaghe, una misericordia più grande della nostra colpa. Così anche il peccato, in virtù del Tuo invincibile amore, è servito a elevarci alla vita divina».6
Da questa letizia sorge la pace, la possibilità della pace. Anche in tutte le nostre sfortune, in tutte le nostre cattiverie, in tutte le nostre incoerenze, in tutta la nostra debolezza, in quella debolezza mortale che è l'uomo, possiamo realmente respirare e sospirare la pace, generare pace e rispetto per l'altro.
E rispettare l'altro vuol dire guardarlo con l'occhio a un'altra Presenza. «I cristiani» si dice nella Lettera a Diogneto del II secolo «si trattano con un rispetto agli altri inconcepibile».7 La parola «rispetto» (respectus, da re-spicio) ha la stessa radice di aspicio (guardare), e il re- sta a indicare che si continua a tenere lo sguardo rivolto-a, come fa colui che, camminando, tiene tuttavia lo sguardo fermo sull'oggetto. «Rispetto» vuol dire: «guardare una persona tenendone presente un'altra». È come guardare un bambino quando c'è, lì vicino, la mamma: la maestra non lo tratta come al solito, sta più attenta, ammesso che abbia un po' di pudore (ma oggi, forse, anche questo è smarrito). Senza il rispetto di ciò che si manipola, di ciò che mi deve servire, di ciò che afferro perché mi serva, non c'è rapporto adeguato con niente. Ma il rispetto non può nascere dal fatto che ciò che ho davanti mi serva: da questo punto di vista, lo domino. No, il rispetto «sfonda» quello che uso. Così il lavoro acquista una nobiltà, una leggerezza d'animo più grande, pur in mezzo a tutte le tribolazioni con cui ci alziamo dal letto. E il rinnovarsi di questa coscienza è la preghiera del mattino. Un uomo che guardi sua moglie percependo e riconoscendo l'Altro, Gesù, dentro e oltre la figura di sua moglie, può portarle rispetto e venerazione, può avere stima per la sua libertà, che è rapporto con l'infinito, rapporto con Gesù.


L'inizio della moralità umana è un atto d'amore
Il «sì» di Simone a Gesù non può essere considerato come la nota di un sentimento, ma è l'inizio di una strada morale che o si apre con quel «sì» o non si apre. L'inizio di una morale umana non è l'analisi dei fenomeni che gremiscono l'esistenza dell'io, né l'analisi dei comportamenti umani in vista di un bene comune; questo potrebbe essere l'inizio di una astratta morale laica, ma non di una morale umana.
San Tommaso nota che «la vita dell'uomo consiste nell'affetto che principalmente la sostiene e in cui trova la sua più grande soddisfazione».8 L'inizio di una moralità umana è un atto d'amore. Per questo si esige una presenza, la presenza di qualcuno che colpisca la nostra persona, che raccolga tutte le nostre forze e le solleciti attraendole a un bene ignoto eppure desiderato e atteso: quel bene che è Mistero.
Il dialogo tra Gesù e Pietro termina in un modo strano. Questi, che sta per seguire Gesù, è preoccupato del più giovane, Giovanni, che era per lui come un figlio: «E, vedutolo, disse a Gesù: "Signore, e lui?". Gesù gli risponde: "Non preoccuparti di lui, tu seguimi"».9 Quel «sì» è rivolto a una Presenza che dice: «Seguimi, abbandona la tua vita». «Jesu, tibi vivo, Jesu tibi morior, Jesu sive vivo sive morior, tuus sum».10 Sia che tu viva sia che tu muoia, sei mio. Mi appartieni. Ti ho fatto. Io sono il tuo destino. Io sono il significato di te e del mondo.
Protagonista della morale è la persona intera, l'io intero. E la persona ha come legge una parola che crediamo tutti di conoscere e di cui, dopo molto tempo, se c'è un minimo di fedeltà a ciò che è originale in noi, si incomincia a intravedere il significato: amore. La persona ha come legge l'amore. «Dio, l'Essere, è amore», scrive san Giovanni.11
L'amore è un giudizio commosso per una Presenza connessa con il destino. È un giudizio, come quando si dice: «Questo è il Monte Bianco», «questo è un mio grande amico». L'amore è un giudizio commosso per una Presenza connessa con il mio destino, che io scopro, intravedo, pre-sento connessa con il mio destino. Quando Giovanni e Andrea l'hanno visto per la prima volta e si sono sentiti dire: «Venite a casa mia. Venite a vedere», e sono rimasti tutte quelle ore a sentirlo parlare, non capivano, ma presentivano che quella persona era connessa con il loro destino. Quelli che parlavano in pubblico li avevano sentiti tutti, avevano sentito i pareri loro e di tutti i partiti; ma solo quell'Uomo era connesso con il loro destino.
La morale cristiana è la rivoluzione in terra, perché non è un elenco di leggi, ma è un amore all'essere: uno può sbagliare mille volte e sempre gli sarà perdonato, sempre sarà ripreso e riprenderà il suo passo sul cammino, se il suo cuore riparte con il «sì». L'importante di quel «Sì, Signore, io Ti amo» è una tensione di tutta la propria persona, determinata dalla coscienza che Cristo è Dio e dall'amore a quest'Uomo che è venuto per me: tutta la mia coscienza è determinata da questo, e io posso sbagliare mille volte al giorno, fino ad avere vergogna di alzare la testa, ma questa certezza non me la toglie nessuno. Soltanto, prego il Signore, prego lo Spirito che mi cambi, che mi faccia imitatore di Cristo, che la mia presenza diventi di più come quella di Cristo.
La morale è amore, è amore all'Essere diventato uomo, avvenimento nella storia, che mi raggiunge attraverso la misteriosa compagnia che storicamente si chiama Chiesa o Corpo misterioso di Cristo o Popolo di Dio: io Lo amo dentro questa compagnia. Mi possono rimproverare per centomila errori, mi possono mandare in tribunale, il giudice mi può mandare in carcere senza neanche esaminarmi, con una ingiustizia patente, senza considerare se ho fatto o non ho fatto, ma non possono togliermi questo attaccamento che continuamente mi fa sussultare di desiderio del bene, cioè dell'adesione a Lui. Perché il bene non è il «bene», ma è l'adesione a Lui, è il seguire quel volto, la sua Presenza, il portare la sua Presenza ovunque, il dirlo a chiunque, perché questa Presenza domini il mondo - la fine del mondo sarà nel momento in cui questa Presenza diventerà evidente a tutti.
Questa è la morale nuova: è un amore, non regole da seguire. E il male è offendere l'oggetto dell'amore o dimenticarlo. Si può benissimo poi, analizzando con umiltà tutti i corsi e ricorsi della vita di un uomo, dire: «Questo sarebbe male, questo sarebbe bene», elencare, mettendoli in ordine, tutti gli errori in cui l'uomo può incorrere: si può fare, cioè, un libro di morale. Ma la morale è in me, che amo Colui che mi ha fatto e che è qui. Se non fosse questo, la morale la potrei usare esclusivamente per affermare un mio vantaggio; sarebbe in ogni caso disperante. Bisognerebbe leggere Pasolini o Pavese per capirlo; no, basta ricordarsi di Giuda.

La permanenza della moralità nuova
Se l'inizio della moralità nuova è un atto di amore, di adesione, e ciò esige la Presenza di qualcuno che ci colpisca e attiri tutte le nostre forze - come Gesù ha sollecitato Simone -, diventa fondamentale rispondere alla domanda: come questo avvenimento si mantiene vivamente presente nella nostra esistenza? La risposta stabilisce la possibilità della nuova morale nel presente, qui e ora, altrimenti essa inizierebbe per noi in modo intellettualistico, astratto, discorsivo. Tale risposta è in quel termine cristiano che appartiene all'esperienza del presente, senza del quale non potremmo sapere se la nostra esperienza è concreta o fantasiosa: «memoria». Nella memoria, l'avvenimento che sperimento secondo tutta la sua ricchezza viene immerso nel flusso del tempo e dello spazio, fa parte di una storia.
La prima condizione per la moralità nuova è fare memoria di quella Presenza che eccede i termini dell'umano conoscere, vale a dire riconoscere qui e ora la Presenza che non si può ridurre a nessuna ipotesi umana.
Questa Presenza è una realtà che sta davanti a noi e, con la forza del Suo Spirito, in noi. Essa è permanente nella nostra vita ed è talmente potente da rendere possibile, nella nostra adesione ad essa, lo svolgersi di una nuova creazione in noi. Così uno può risorgere dopo l'imperfezione e l'errore, al termine di ogni azione che è sempre sproporzionata e sempre imperfetta, con un passo più giusto, perché il Suo dono continua, come sorgente fresca, senza che nessun limite nostro lo possa arrestare.
La permanenza di questa Presenza è grazia, puro avvenimento, a cui non resistiamo nell'aderire qui e ora. Lo riconosciamo e vi aderiamo. È grazia, come lo è l'incontro, lo stupore, la sua continuità, l'impeto di adesione: e tale grazia diventa nostra perché l'accettiamo. Accettare questa novità assoluta, che riaccade mille volte al giorno, è l'aspetto supremo della libertà.
Come per Giovanni e Andrea, per Simone, per Zaccheo, l'inizio del nostro cambiamento è una grazia, un dono. Abbiamo fatto un incontro che ha come scopo quello di cambiarci e di compierci. E abbiamo aderito a questa Presenza che corrisponde in modo eccezionale alle nostre attese, con una adesione resistente, come in Zaccheo, che non era più definito dall'imperfezione in cui cadeva, perché quella Presenza era lì a trapassare come un rigagnolo fresco e puro tutto il lordume della foresta della sua umanità.12
Lo stupore dell'incontro, la continuità dello stupore, l'adesione a quella Presenza che permane implicano l'abbraccio e l'unità con tutti coloro che quella Presenza stessa ci pone vicino. Essa si è resa oggetto del nostro sguardo perché attraverso noi, con i nostri difetti, e il dolore per essi, e l'impeto strano che ne deriva, sia più conosciuta e amata.

Note
1 Cfr. Gv 1,42.
2 1 Gv 3,3.
3 Gv 17,3.
4 Un brano di sant'Ambrogio può illuminare in proposito. Nel suo lungo commento alla Creazione, giunto al settimo giorno, quello in cui Dio si riposò, egli afferma: «Ringrazio il Signore Dio nostro che ha creato un'opera così meravigliosa nella quale trovare il suo riposo. Creò il cielo, e non leggo che si sia riposato; creò la terra, e non leggo che si sia riposato; creò il sole, la luna, le stelle, e non leggo che nemmeno allora si sia riposato; ma leggo che ha creato l'uomo e che a questo punto si è riposato, avendo un essere cui rimettere i peccati» (Sant'Ambrogio, Exameron, IX, 76, in Opera omnia di Sant'Ambrogio, vol. 1, Biblioteca Ambrosiana-Città Nuova Editrice, Milano-Roma 1979, p. 419).
5 Cfr. O. Milosz, Miguel Mañara, Jaca Book, Milano 1998, pp. 48-63.
6 Prefazio della XVI domenica del tempo «per annum», in Messale Ambrosiano Festivo, Marietti-Jaca Book, Torino-Milano 1976, p. 653.
7 Epistola a Diogneto, PG 2, 1167-1186.
8 Cfr. San Tommaso, Summa Theologiae, II, IIae, q. 179, art. 1.
9 Cfr. Gv 21,20-22.
10 «Jesu tibi vivo», canto medioevale, in Canti, Coop. Edit. Nuovo Mondo, Milano 1995, p. 34.
11 1 Gv 4,8.
12 Cfr. Lc 19,1-10.

mercoledì 22 febbraio 2012

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Sull'essenziale unità, sull'opinabile libertà.
(S.Ambrogio)

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sambrogio

martedì, 16 agosto 2011

L'espressione casta meretrix
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"L'espressione casta meretrix - osserva […] Giacomo Biffi, al quale dobbiamo finalmente l'esegesi esatta del testo di sant'Ambrogio - lungi dall'alludere a qualche cosa di peccaminoso e di riprovevole, vuole indicare - non solo nell'aggettivo ma anche nel sostantivo - la santità della Chiesa; santità che consiste tanto nell'adesione senza tentennamenti e senza incoerenze a Cristo suo sposo (casta) quanto nella volontà di raggiungere tutti per portare tutti a salvezza (meretrix)".
Della meretrice la Chiesa imita, quindi, non il peccato, ma la disponibilità, solo che è una "casta" disponibilità, cioè una larghezza di grazia.
Ma riportiamo per intero l'audace testo ambrosiano, tutto costruito secondo l'esegesi allegorica: "Rahab nel tipo (ossia nel simbolo e nella profezia) era prostituta, ma nel mistero (in quello che significava) è la Chiesa, vergine immacolata, senza ruga, incontaminata nel pudore, amante pubblica, meretrice casta, vedova sterile, vergine feconda: meretrice casta, perché molti amanti la frequentano per l'attrattiva dell'affetto ma senza la sconcezza del peccato; vedova sterile, perché non è suo uso partorire quando il marito è assente; vergine feconda, perché ha partorito questa moltitudine, vendendo i frutti del suo amore e senza esperienza di libidine" (Expositio evangelii secundum Lucam, III, 23).
da Inos Biffi, La casta donna di tutti. Chiesa santa e uomini peccatori, L'Osservatore Romano, 18/6/2010

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sabato, 10 aprile 2010

Preghiera di S. Ambrogio
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      «Quaere», inquit, «servum tuum, quoniam mandata tua non sum oblitus».
      «Cerca il tuo servo», dice [il salmo], «poiché non ho dimenticato i tuoi comandamenti».
    
     
Veni ergo, Domine Iesu, quaere servum tuum, quaere lassam ovem tuam, veni, pastor, quaere sicut oves Ioseph.
      Vieni, dunque, Signore Gesù, cerca il tuo servo, cerca la tua pecora sfinita, vieni, pastore, cerca Giuseppe come un gregge.
    
      Erravit ovis tua, dum tu moraris, dum tu versaris in montibus.
      È andata errando la tua pecora, mentre Tu indugiavi, mentre Tu ti trattenevi sui monti.
    
      Dimitte nonaginta novem oves tuas et veni unam ovem quaerere quae erravit.
      Lascia le tue novantanove pecore e vieni a cercare quell’una che è andata errando.
Veni sine canibus, veni sine malis operariis, veni sine mercennario, qui per ianuam introire non noverit.
      Vieni Tu senza i cani, vieni Tu senza cattivi operai, vieni Tu senza il mercenario che non sa entrare attraverso la porta.
    
      Veni sine adiutore, sine nuntio, iam dudum te exspecto venturum; scio enim venturum, «quoniam mandata tua non sum oblitus».
      Vieni Tu senza aiutante, Tu senza intermediari, già da molto tempo aspetto che Tu venga; so infatti che stai per venire, «poiché non ho dimenticato i tuoi comandamenti».
    
     
Veni non cum virga, sed cum caritate spirituque mansuetudinis.
      Vieni non con il bastone, ma con carità e spirito di clemenza.
Noli dubitare relinquere in montibus nonaginta novem oves tuas, quia in montibus constitutas lupi rapaces incursare non possunt.
      Non esitare a lasciare sui monti le tue novantanove pecore, perché finché stanno sui monti i lupi feroci non le possono assalire.
    
     
In paradiso semel nocuit serpens; amisit ibi escam, postquam Adam inde depulsus est; illic iam nocere non poterit.
      Nel paradiso una sola volta il serpente ha potuto nuocere; ma nel farlo ha perso l’esca, dopo che Adamo è stato da lì cacciato; e lì non potrà più nuocere.
    
     
Ad me veni, quem luporum gravium vexat incursus.
     
Vieni a me, che sono afflitto dall’assalto dei lupi feroci.
    
      Ad me veni, quem eiectum de paradiso serpentis diu ulceris venena pertemptant, qui erravi a gregibus tuis illis superioribus.
      Vieni a me, che, cacciato dal paradiso, sono da tempo messo alla prova dai veleni nella piaga provocata dal serpente, io che mi sono allontanato dal tuo gregge che sta sui monti.
    
    
  Nam et me ibidem conlocaveras, sed ab ovilibus tuis lupus nocturnus avertit.
      Infatti Tu avevi messo là anche me, ma il lupo venuto di notte mi ha strappato dai tuoi ovili.
    
      Quaere me, quia te requiro, quaere me, inveni me, suscipe me, porta me.
      Cerca me, perché io ho bisogno di Te, cercami, trovami, prendimi in braccio, portami.
    
      Potes invenire quem tu requiris, dignaris suscipere quem inveneris, inponere umeris quem susceperis.
      Tu puoi trovare chi ricerchi, ti degni di prendere in braccio chi hai trovato, di caricarti sulle spalle chi hai preso in braccio.
    
     
Non est tibi pium onus fastidio, non tibi oneri est vectura iustitiae.
      Non ti è di fastidio un peso di amore, non ti è di peso un trasporto di giustizia.
    
     
Veni ergo, Domine, quia, etsi erravi, tam «mandata tua non sum oblitus», spem medicinae reservo.
      Vieni dunque, Signore, perché, anche se ho errato, tuttavia «non ho dimenticato i tuoi comandamenti», conservo la speranza di essere sanato.
    
     
Veni, Domine, quia et erraticam solus es revocare qui possis et quos reliqueris non maestificabis; et ipsi enim peccatoris reditu gratulabuntur.
      Vieni, Signore, perché Tu sei il solo che puoi far tornare indietro la pecora smarrita senza render tristi quelli che avrai lasciato; anch’essi infatti si rallegreranno del ritorno del peccatore.
     

      Veni, ut facies salutem in terris, in coelo gaudium.
      Vieni, per operare in terra la salvezza, in cielo la gioia.
    
      Veni ergo, et quaere ovem tuam non per servulos, non per mercennarios, sed per temetipsum. Suscipe me in carne quae in Adam lapsa est.
      Vieni, dunque, e cerca la tua pecora non per tramite dei servitori, non per tramite dei mercenari, ma Tu di persona! Prendimi nella carne che ha peccato in Adamo.
    
     
Suscipe me non ex Sarra, sed ex Maria, ut incorrupta sit virgo, sed virgo per gratiam ab omni integra labe peccati.
      Prendimi non da Sara, ma da Maria, vergine inviolata, vergine preservata per grazia da ogni macchia di peccato.
    
     
Porta me in cruce quae salutaris errantibus est, in qua sola est requies fatigatis, in qua sola vivent quicumque moriuntur.
      Portami sulle tue spalle nella croce, che è salvezza per gli erranti, nella quale sola è il riposo per chi è stanco, nella quale sola trova vita chi muore.
    
 
     Dicit ergo et anima, dicit et Ecclesia: «Erravi sicut ovis quae perierat»; sed dicit: «Quaesivi quem dilexit anima mea».
      È l’anima dunque ed è la Chiesa che dice: «Sono andata errando come una pecora che si era perduta», ma dice anche: «Ho cercato Colui che l’anima mia ha amato».
    
      Hoc est dicere: «Vivifica servum tuum, quoniam mandata tua non sum oblitus».
      Questo è dire: «Dona la vita al tuo servo, perché non ho dimenticato i tuoi comandamenti».
    
     
Ego te quaesivi, sed invenire non possum, nisi tu volueris inveniri.
      Io ti ho cercato, ma non sono capace di trovarti, se Tu non vuoi farti trovare.
    
      Et tu quidem vis inveniri, sed vis diu quaeri, vis diligentius indagari.
      E Tu vuoi farti trovare, ma vuoi farti desiderare a lungo, vuoi farti cercare con un desiderio che cresce.
    
      Novit hoc Ecclesia tua, quia non vis ut te dormiens quaerat, non vis ut iacens te investiget.

      Questo la tua Chiesa lo sa, perché Tu non vuoi che ti cerchi da addormentata, non vuoi che segua le tue orme stando a letto.
    
     
Denique pulsas ad ianuam, ut excites dormientem, exploras, si cor vigilat et caro dormit.
      E così Tu bussi alla sua porta, per svegliare chi sta dormendo; Tu scruti se desto sia il cuore e dorma la carne.
    
      Vis iacentem levare dicens: Surge qui dormis et exsurge a mortuis.
      Tu vuoi che chi sta a letto si alzi, quando dici: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti».

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preghiere, sambrogio

venerdì, 26 febbraio 2010

 
 
Il primato di Pietro
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È stato detto e scritto che almeno fino al VI secolo nella Chiesa nessuno riconosceva alcun potere primaziale, giurisdizionale e spirituale al Papa. Scorrendo i testi degli antichi autori ecclesiastici scopriamo che non è vero.
Clemente romano
Terzo successore di Pietro, governò la Chiesa fra il 92 e il 101, conobbe Paolo ed è citato in Fil 4,3. È pure detto martire, ma anche questo è incerto. È l'autore di una lettera indirizzata ai Corinti nel 95..
Clemente Romano, in nome della Chiesa di Roma, spedì una lettera alla comunità di Corinto intorno al 95 d.C., quindi circa sessant'anni dopo la morte di Gesù, venticinque dopo quella di Pietro: in ogni caso una lettera più antica, o tutt'al più contemporanea, della stessa Apocalisse di Giovanni! In questa lettera il suo autore era consapevole di essere responsabile dell'intera Chiesa, ed esortava con autorità i renitenti ad ascoltare i presbiteri e a fare penitenza (c. 57). Pur riconoscendo che la lettera non contiene un esplicito insegnamento sul primato, è lecito domandarsi: perché mai il vescovo della città di Roma si sentì in dovere di scrivere ai Corinti, nella certezza di essere ascoltato? Perché mai ai sediziosi Corinti scrisse il vescovo di Roma e non il più prossimo patriarca di Antiochia o di Gerusalemme? Come mai i Corinti conservarono gelosamente questa lettera, tanto che è giunta fino a noi, se non furono certi che con Clemente parlò Pietro, e con Pietro Cristo?
Ignazio di Antiochia, successore proprio di Pietro nella sede vescovile di Antiochia e condannato ad essere sbranato dalle belve sotto il regno di Traiano (98-117), innalzò, con la forma solenne del saluto a lei rivolto, la comunità di Roma al di sopra delle altre. In quel saluto egli annunciò due volte che essa ha la presidenza, termine questo che esprime rapporto di superiore ad inferiore (cfr. Magn. 61). Scrivendo ai Romani aggiunse:
« Non vi darà ordini come Pietro e Paolo » (Rom. 4,3)
e riferendosi alla lettera di Clemente più sopra citata, disse:
« Voi ammaestrate gli altri » (Rom. 3,1).
Ireneo di Lione (130-202) definì la chiesa di Roma come « la più grande, la più antica e la più conosciuta di tutte le Chiese », attribuendole esplicitamente la preminenza su tutte le altre. Se si vuol conoscere la vera fede, disse, è sufficiente individuare la dottrina di questa sola Chiesa com'è stata tramandata dalla successione dei suoi vescovi:
« Ma poiché sarebbe troppo lungo in un volume come questo, enumerare le successioni di tutte le chiese, prenderemo la chiesa più grande, più antica e nota a tutti, fondata e stabilita in Roma dai due gloriosissimi Apostoli Pietro e Paolo; mostreremo che la tradizione che essa ha ricevuto dagli apostoli e l'insegnamento che ha annunciato agli uomini sono pervenuti fino a noi attraverso la successione dei vescovi. E ciò sarà a confusione di tutti coloro che, in qualsiasi maniera, sia per compiacenza verso se stessi, sia per vana gloria, sia per accecamento o per falso giudizio, costituiscono dei raggruppamenti illegittimi. Poiché è con questa chiesa a causa appunto dell'alta sua preminenza (propter potentiorem principalitatem) che deve stare d'accordo ogni Chiesa, vale a dire tutti i fedeli che sono nell'universo, poiché in essa è stata conservata sempre la tradizione apostolica dai fedeli che sono ovunque. » (Adv. haer. III,3,2)
È decisivo che a questo punto Ireneo enumeri tutti i vescovi romani che si sono succeduti dopo Pietro e fino ai suoi giorni, quindi fino ad Eleuterio (175-189), e concluda con queste parole:
« In questo ordine e attraverso questa successione sono pervenute fino a noi la tradizione che è nella Chiesa a partire dagli Apostoli, e la predicazione della verità. »
Di fatto basterebbe già questa citazione per confutare la tesi di cui parlavamo sopra, ma non si tratta della presa di posizione di un unico vescovo, bensì della fede di tutta una chiesa in questo stesso periodo.
Fra il 154 e il 165 venne a Roma Policarpo di Smirne per trattare con Papa Aniceto (154-167) sulla data di Pasqua (Eusebio di Cesarea, H. E., IV, 14, 1). Il vescovo Policrate di Efeso trattò per la stessa questione con il Papa Vittore I (189-199), che minacciò di scomunicare le comunità dell'Asia Minore perché si attenevano alla pratica quartodecimana (ivi V,24,1-9). Egisippo giunse a Roma sotto papa Aniceto per conoscere la vera tradizione della fede (ivi, IV, 22,3). Da notare che queste ultime tre citazioni sono tratte da Eusebio di Cesarea, simpatizzante del movimento ariano, che non aveva alcun interesse a queste sottolineature, se non fosse che in questo periodo era pacifico il ruolo del Pontefice romano.
Tertulliano è da molti citano come antiromano, ma essi dimenticano che divenne tale nel vivo della polemica montanista (De pud. 21); subito dopo la conversione, invece, era un deciso sostenitore del primato:
« Se stai in Italia, tu hai Roma da cui anche a noi (in Africa) viene l'autorità » (De praescr. 36)
Cipriano di Cartagine, martire nel 258, che come il suo precedente collega è indicato come nemico di Roma, arrivò a riconoscere la Chiesa romana come « madre e radice della Chiesa cattolica » (Ep. 48,3), « locus Petri » (Ep. 55,8), « cathedra Petri » ed « ecclesia principalis, unde unitas sacerdotalis exorta est » (Ep. 59,14).
La verità è che nella controversia sul battesimo agli eretici entrò in pesante polemica con Roma, ed in particolare con papa Stefano I (254-257): qui trovano sistemazione le sue affermazioni antiromane. Papa Stefano I, nella detta controversia, affermò, secondo la testimonianza del vescovo Firmiliano di Cesarea, di « possedere la successione di Pietro sul quale poggiano le fondamenta della Chiesa » (in Cipriano – sic! – Ep.75,17)
Sant'Ambrogio (337-397) disse poi:
« Dov'è Pietro, ivi è la Chiesa » (Enarr. in Ps. 40,30)
San Girolamo (che morì novantenne nel 419) scrisse a papa Damaso:
« Io so che la Chiesa è fondata su questa roccia », cioè Pietro (Ep. 15,2)
Sant'Agostino asserì della Chiesa romana che in essa:
« semper apostolicae cathedrae viguit principatus » (Ep. 43,3,7)
In altri frangenti ritenne decisivo l'intervento del papa Innocenzo I nella controversia pelagiana:
« Su questo argomento furono già inviati gli atti di due concili alla Sede Apostolica, di cui abbiamo già pure ricevuto i responsi. La causa e finita (causa finita est). Possa così aver fine l'errore » (Sermo 131, I, 10)
Papa Leone I (440-461) volle che nella sua persona fosse scorto e venerato colui « nel quale continua la cura di tutti i pastori con la protezione delle pecore che gli sono affidate » (Sermo 3,4), e in altro luogo:
« Come sussiste per sempre ciò che Pietro ha creduto in Cristo, così sussiste per sempre quello che Cristo ha istituito in Pietro » (Sermo 3,2)
Il legato pontificio Filippo davanti al Concilio di Efeso (449) fece una chiara dichiarazione circa il primato del papa:
« Questi, Pietro, vive ed opera fino ad oggi e per sempre nei suoi successori » (D. 112, 1824)
I Padri del Concilio di Calcedonia (451) risposero al "Tomus Leonis" con l'acclamazione:
« Pietro ha parlato per bocca di Leone! »
Pietro Crisologo, arcivescovo di Ravenna prima del 431, in una lettera ad Eutiche disse del vescovo di Roma:
« Il beato Pietro, che continua a vivere e continua a presiedere sulla sua cattedra episcopale, offre, a chi la cerca, la vera fede » (in Leone, Ep. 25,2).
Il primato dottrinale del papa emerse sin dall'antichità nella lotta e nella condanna di dottrine eretiche. Vittore I (189-199) e Zefirino (199-217) condannarono il montanismo. Callisto I (217-222) scomunicò Sabellio. Cornelio (251-253) condannò il novazianismo. Stefano I (254-257) respinse la ripetizione del battesimo agli eretici. Dionisio (259-268) scrisse contro le idee subordinazioniste del vescovo Dionigi di Alessandria. Innocenzo I (401-417) combatté il pelagianesimo. Celestino I (422-432), il nestorianesimo. Leone I (440-461), il monofisismo. Agatone (678-681), il monotelismo.
È evidente che in questo studio ci siamo soffermati solo sugli autori precedenti il VI secolo, per dimostrare che già dal periodo apostolico la Chiesa ha sempre visto in Pietro e nei suoi successori i vicari di Gesù Cristo. Ciò non toglie che anche dopo il VI secolo esistano prove di questa certezza della Chiesa. I dubbi al contrario sono molto recenti, appartengono all'età della Riforma, e non poteva essere altrimenti. Le affermazioni dei Padri e la Scrittura, cioè la Parola di Dio e non degli uomini, confortano invece la nostra fede nel primato petrino.
 

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chiesa, agostino, sambrogio

lunedì, 14 dicembre 2009

Volle essere bambino ***



Volle essere bambino,
perché tu potessi diventare uomo perfetto;
egli fu costretto in  fasce,
 perché tu fossi sciolto dai lacci della morte;
egli fu nella stalla,
 per porre te sugli altari;
 egli fu in terra,
 affinché tu raggiungessi le stelle
S. Ambrogio


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natale, gesù, sambrogio

giovedì, 15 ottobre 2009

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Sull'essenziale unità, sull'opinabile libertà.
S.Ambrogio

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sambrogio

mercoledì, 22 ottobre 2008

Quando Gesù guarda, si piange
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 «Bonae lacrimae quae lavant culpam. / Come sono buone [care al cuore] le lacrime che lavano i peccati. / Denique quos Iesus respicit plorant. / Pertanto, quelli che Gesù guarda, si mettono a piangere [quando Gesù guarda un povero peccatore, questo si mette a piangere]. Pietro ha negato una prima volta e non ha pianto perché il Signore non lo aveva guardato. Pietro ha negato una seconda volta e non ha pianto perché il Signore ancora non lo aveva guardato. Pietro ha negato la terza volta: / respexit Iesus et ille amarissime flevit / Gesù lo ha guardato e lui ha pianto amaramente». Il pianto non viene dal peccato. «Chi commette il peccato è schiavo del peccato» (Gv 8, 34). Il peccato ci conduce al vizio, non al pianto. «Se il Figlio vi fa liberi sarete liberi davvero» (Gv 8, 36). Quando Gesù guarda, si piange. E si piange nella memoria di Lui. «Il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò» (Lc 22, 61). Si piange non per l’umiliazione, si piange perché si è così voluti bene. Si piange per gratitudine, perché siamo guardati così. Perché, poveri peccatori, siamo così voluti bene. «Respice, Domine Iesu, / Guardaci, Signore Gesù, / ut sciamus nostrum deflere peccatum. / perché impariamo a piangere i nostri peccati. / Unde etiam lapsus sanctorum utilis. / Per questo anche il peccato dei santi è utile. Non mi ha recato nessun danno che Pietro Lo abbia tradito, mi ha giovato il fatto che [Gesù] lo abbia perdonato»
commento di sant’Ambrogio al Vangelo di Luca

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sambrogio

domenica, 05 ottobre 2008

Educazione
Il consiglio di Ambrogio
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"L'educazione dei figli è impresa per adulti disposti ad una dedizione che dimentica se stessa: ne sono capaci marito e moglie che si amano abbastanza da non mendicare altrove l'affetto necessario.
Il bene dei vostri figli sarà quello che sceglieranno: non sognate per loro i vostri desideri.
Basterà che sappiano amare il bene e guardarsi dal male e che abbiano in orrore la menzogna.
Non pretendete dunque di disegnare il loro futuro: siate fieri piuttosto che vadano incontro al domani di slancio, anche quando sembrerà che si dimentichino di voi; non incoraggiate ingenue fantasie di grandezza, ma se Dio li chiama a qualcosa di bello e di grande non siate voi la zavorra che impedisce di volare.
Non arrogatevi il diritto di prendere decisioni al loro posto, ma aiutateli a capire che decidere bisogna e non si spaventino se ciò che amano richiede fatica e fa qualche volta soffrire: è più insopportabile una vita vissuta per niente.
Più dei vostri consigli li aiuterà la stima che hanno di voi e la stima che voi avete per loro; più di mille raccomandazioni soffocanti, saranno aiutati dai gesti che videro in casa: gli affetti semplici, certi ed espressi con pudore, la stima vicendevole, il senso della misura, il dominio delle passioni, il gusto per le cose belle e l'arte, la forza anche di sorridere.
E tutti i discorsi sulla carità non mi insegneranno di più del gesto di mia madre che fa posto in casa per un vagabondo affamato, e non trovo gesto migliore per dire la fierezza di essere uomo di quando mio padre si fece avanti a prendere le difese di un uomo ingiustamente accusato.
I vostri figli abitino la vostra casa con quel sano trovarsi bene che ti mette a tuo agio e ti incoraggia anche ad uscire di casa, perchè ti mette dentro la fiducia di Dio e di vivere bene."
Sant'Ambrogio, Vescovo di Milano - IV sec. dopo Cristo Tratto da:"Sette dialoghi con Ambrogio, Vescovo di Milano" (Centro Ambrosiano, 1996)

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educazione, sambrogio

sabato, 24 maggio 2008

Il coraggio di andare oltre
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Si tratta di arrampicarsi sul sicomoro
 per vedere il Signore se mai passi.
 Ahimè non sono un rampicante e anche restando
 in punta di piedi, non l’ho mai visto”.
E.Montale diario del 71
                                  ***
Nessuno vede Gesù senza uno po’ di fatica
nessuno riesce a vedere Gesu se resta
attaccato alla terra”.
S. Ambrogio In LucamVIII,81

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montale, sambrogio, senso religioso