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martedì 17 marzo 2026

Fëdor Dostoevskij

 Lo misero davanti al plotone di esecuzione, con la neve sotto i piedi e la morte a pochi secondi di distanza.

Fëdor Dostoevskij aveva 27 anni quando tutto sembrò finire. Era il 1849, nella gelida San Pietroburgo, e lo zar Nicola I di Russia aveva deciso di stroncare ogni forma di pensiero considerato pericoloso. Dostoevskij faceva parte del circolo Petrasevskij, un gruppo di intellettuali che discuteva idee riformiste, leggeva testi proibiti, immaginava un futuro diverso.

Bastò questo.

Fu arrestato, imprigionato, processato. La sentenza fu chiara: morte per fucilazione.

La mattina dell’esecuzione, lui e gli altri condannati furono condotti nella piazza. Gli legarono le mani. Alcuni furono già legati ai pali. I soldati erano pronti. Tutto era reale, terribilmente reale. Dostoevskij visse quegli ultimi istanti con una lucidità estrema, convinto che ogni secondo fosse l’ultimo.

Poi, all’improvviso, arrivò un ordine.

La condanna era revocata.

Non era clemenza. Era teatro.

Lo zar aveva orchestrato tutto per spezzare psicologicamente i condannati. La pena fu commutata in lavori forzati in Siberia. Da un istante all’altro, Dostoevskij passò dalla morte certa a una vita che sarebbe stata ancora più dura.

Fu deportato a Omsk. Quattro anni in un campo di lavoro, tra freddo estremo, catene, violenza e convivenza forzata con criminali comuni. Non poteva scrivere. Non poteva leggere quasi nulla, se non il Vangelo. Fu lì che la sua visione del mondo cambiò per sempre.

Uscì dalla Siberia trasformato.

Ma la libertà non portò pace. Tornato alla vita civile, si ritrovò schiacciato dai debiti, perseguitato da crisi epilettiche, ossessionato dal gioco d’azzardo. Nei casinò d’Europa, davanti ai tavoli della roulette, bruciava soldi che non aveva, inseguendo una vittoria che non arrivava mai.

Eppure, proprio da quel caos nacquero alcune delle opere più profonde della letteratura.

Scrisse Delitto e castigo, entrando nella mente di un assassino. Scrisse L’idiota, tentando di raccontare la purezza in un mondo corrotto. Scrisse I fratelli Karamazov, una delle più grandi esplorazioni dell’animo umano mai realizzate.

Tutto quello che aveva visto — la paura della morte, l’umiliazione, il dolore, la colpa, la redenzione — finì sulla carta.

Quell’esecuzione finta non fu solo una crudeltà. Fu una frattura. Un punto di non ritorno. Dostoevskij stesso dirà che in quei minuti aveva capito quanto fosse preziosa la vita, quanto ogni attimo contasse.

E forse è proprio questo che rende le sue pagine così vive.

Perché non scriveva immaginando il limite tra vita e morte.

Lui ci era stato. E ne era tornato indietro.

martedì 30 settembre 2025

Guardati intorno... tutti indossano maschere

 "Ma dimmi, può una persona sopportare tanto dolore senza urlare? 

Senza crollare? 

Si può portare nel proprio cuore tanta solitudine, tanta paura, eppure rimanere in piedi come se nulla fosse? 

Non è strano come possiamo sorridere mentre bruciamo dentro? Come possiamo salutarci mentre moriamo lentamente? 

Guardati intorno... tutti indossano maschere, tutti nascondono dietro i loro occhi una storia che non hanno osato raccontare, una ferita che non hanno potuto sentire. 

Amico mio, non viviamo; interpretiamo i nostri ruoli brillantemente fino alla fine, e quando cala il sipario, nessuno sente gli applausi... Nessuno ricorda.”


L'idiota - Fëdor Dostoevskij 📖

lunedì 18 agosto 2025

IO SONO UN KARAMAZOV

 IO SONO UN KARAMAZOV

Perché io sono un Karamazov. Perché se precipito nell’abisso, lo faccio a capofitto, testa in giù e gambe all’aria, e anzi sono contento di cadere in una posizione così umiliante, ci trovo qualcosa di bello. Ed ecco che proprio quando raggiungo il fondo di questa vergogna, intono tutt’a un tratto un inno! Non importa che io sia maledetto, che io sia basso e vile, ma che anch’io possa baciare l’orlo del manto in cui si avvolge il mio Dio! E anche se allo stesso tempo seguo le orme del diavolo, ciononostante sono pur sempre Tuo figlio, Signore, e Ti amo, e conosco quella gioia, senza la quale il mondo non potrebbe sussistere.

-Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamazov

venerdì 25 luglio 2025

 La tragedia della maggior parte delle persone buone è non avere mai la risposta pronta quando vengono attaccate.

Gli altri, invece, sfruttano proprio questa fragilità e vincono battaglie ingiuste — rapide, decisive, dolorose.


Chi ha uno spirito pacifico e una coscienza limpida trova la risposta giusta solo dopo, quando ormai il momento è passato, quando il duello è già perso.

Non è mancanza d’intelligenza, no —

È una forma di purezza d’animo… forse troppo pura per questo mondo.


— Fëdor Dostoevskij



giovedì 24 luglio 2025

Tat’jana Kasatkina Dostoevskij

 Tat’jana Kasatkina l’ha scoperto a undici anni, leggendo “L’idiota”, e racconta così il suo incontro con Dostoevskij: “Ho trovato ‘L’idiota’ su uno scaffale di casa. L’ho letto tutto d’un fiato per due giorni e quello che ho sentito di più, durante e dopo la lettura, è che non ero più sola”. La Russia dell’epoca, cioè il suo mondo, il mondo come le veniva presentato, le appariva come “un mondo senza sbocchi, mi sembrava che lo spazio fosse come una grande scatola completamente chiusa da un coperchio azzurro, e quando ho letto ‘L’idiota’ il coperchio è saltato: ho capito che il cielo era aperto perché né il mondo né l’uomo finiscono qui, né il mondo né l’uomo possono essere ridotti a quello che si può toccare”. L’alternativa al positivismo era tutta nella domanda “Ma questo è un tetto o è il cielo?”.

Poi Kasatkina fa un accostamento strano, strano almeno per chi non conosca Dostoevskij: “Io sono nata e cresciuta in un paese in cui si poteva leggere Dostoevskij, ma non si poteva leggere assolutamente il Vangelo, semplicemente perché non c’era. E questo è stato un grave errore del nostro governo. All’inizio – subito dopo la rivoluzione del 1917 – sono stati intelligenti e hanno vietato di leggere anche Dostoevskij, ma poi, dal 1945 circa, ci hanno ridato il permesso di leggerlo. Non ha senso vietare il Vangelo a un popolo che ha Dostoevskij, sarebbe come vietare il Vangelo a un popolo che ha Dante”.

Per capire questo nesso, più vincolante di un’ispirazione, tra Dostoevskij e il Vangelo bisogna ricordare che lo scrittore russo è stato per quattro anni ai lavori forzati, e li ricorda come la grande occasione della sua vita. Scrive così a Vsevolod Solov’èv che stava attraversando una forte depressione: “Sì, io la capisco, ho sperimentato anch’io quello che sta passando. Ma io sono stato fortunato, mi hanno mandato ai lavori forzati”. Nei campi di prigionia in Siberia, paradossi degli assolutismi russi, non erano ammessi altri libri che il Vangelo. Dostoevskij per quattro anni non lesse altro e lo imparò letteralmente a memoria. Non solo i suoi testi ne sono intrisi, ma hanno anche la stessa struttura dei testi evangelici.

Questa forma di scrittura esalta la contemporaneità: quella dei Vangeli alla narrazione di Dostoevskij, e quella di Dostoevskij a noi. “Non è mai corretto – avverte Kasatkina – accostarsi alla letteratura come a qualcosa che non c’entra: con la vita, ma che è interessante in sé, astrattamente. L’arte, inclusa la letteratura, è l’unica manifestazione umana, l’unico tipo di conoscenza in grado di comunicarci un’esperienza in assenza di tale esperienza”, per questo è insostituibile e funziona “esattamente come l’esperienza”, infatti, mentre “il sapere dell’uomo è qualcosa che si acquisisce e si può dimenticare; l’esperienza è quello che non si dimentica” (ad andare in bicicletta impari una volta per tutte)…

Ubaldo Casotto su “Il Foglio” 21 luglio 2012

sabato 21 giugno 2025

Dostoevskij

 Dostoevskij fu un uomo tormentato, uno di quelli che la vita mette continuamente alla prova. La povertà e i debiti non gli davano tregua, lo inseguivano come un’ombra, soffocandolo. Era afflitto da una grave forma di epilessia, che lo colpiva con violenza e imprevedibilità. Conobbe il dolore più nero: la morte della sua figlia maggiore, ancora bambina, e poi quella del figlio amatissimo, Alyosha, scomparso troppo presto. Intorno a lui, l’incomprensione dei familiari, il disprezzo dello Stato, la meschinità di molti colleghi scrittori, privi di morale e spesso gelosi del suo genio.

In questo mondo che lo respingeva, in una società che sembrava volerlo schiacciare, Dostoevskij aveva ben poco: una sincerità disarmante, un cuore buono, una profonda umanità e la sua penna. Ed era sufficiente.

Fëdor Dostoevskij fu molto più che un romanziere: fu un filosofo, un indagatore dell’animo umano, un profeta del dolore e della redenzione. Le sue opere parlano delle profondità dell’essere, delle contraddizioni dell’uomo, del male e della grazia, della libertà, della colpa, della fede e della disperazione.

Uno dei suoi pensieri più intimi recita:

"Sono una delle persone più difficili, perché sono di quelle che si preoccupano per le cose semplici e si rallegrano con i piccoli dettagli, e a nessuno importa di queste cose."

E ancora:

"I peggiori momenti della mia vita li ho vissuti da solo."

Eppure, quando morì, nel 1881, oltre sessantamila persone riempirono le strade di San Pietroburgo per rendergli omaggio. Un uomo che in vita si era sentito solo, fu accompagnato alla tomba da un’intera nazione.

Dostoevskij è un gigante della letteratura russa e universale. Non solo per i suoi capolavori — Delitto e castigo, I fratelli Karamazov, L’idiota, Memorie del sottosuolo — ma perché ha scritto non dal cervello, ma dal cuore e dalle viscere. Ha guardato nell’abisso, e ne ha tirato fuori parole che ancora oggi ci parlano, ci scuotono, ci consolano.

lunedì 31 marzo 2025

Il dolore più grande

 *"Il dolore più grande*

     che una persona possa sopportare non è la fame, la povertà o addirittura la morte, ma l'amore in un mondo che non riconosce il tuo amore:

     dare completamente il tuo cuore e ricevere in cambio solo vuoto e silenzio.

     Dentro di noi portiamo una contraddizione terrificante: cerchiamo l'amore, ma lo temiamo; desideriamo la vicinanza, ma la fuggiamo, ci adoriamo, ma dubitiamo di loro.

       Fëdor Dostoevskij, "I fratelli Karamazov".


mercoledì 5 marzo 2025

perché leggere Dostoevskij


Hermann Hesse: perché leggere Dostoevskij

Dobbiamo leggere Dostoevskij quando ci sentiamo a terra, quando abbiamo sofferto sino ai limiti del tollerabile e tutta la vita ci duole come un’unica piaga bruciante e cocente, quando respiriamo la disperazione e siamo morti di mille morti sconsolate. Allora, nel momento in cui – soli e paralizzati in mezzo allo squallore – volgiamo lo sguardo alla vita e non la comprendiamo nella sua splendida, selvaggia crudeltà e non ne vogliamo più sapere, allora, ecco, siamo maturi per la musica di questo terribile e magnifico poetallora, infatti, non siamo più spettatori, non siamo più giudici e degustatori, ma siamo dei poveretti in mezzo a tutti i poveri diavoli dei suoi romanzi, e soffriamo le loro pene, fissiamo anche noi, ammaliati e senza respiro, il vortice della vita, la macina instancabile della morte. E in quei momenti avvertiamo anche la musica di Dostoevskij, il suo conforto, il suo amore, e solo allora sperimentiamo il senso meraviglioso del suo terrificante e spesso così infernale mondo poetico.

Due forze ci afferrano nei suoi libri. La prima è la disperazione, l’accettazione del male, il subire, il non più opporsi alla crudele, sanguinosa durezza e problematicità della natura umana. Di questa morte bisogna morire, quest’inferno deve essere attraversato, se si vuole che anche l’altra voce del maestro, quelle celestiale, giunga fino a noi. La nuda sincerità con cui si confessa che la nostra vita umana è una cosa misera, incerta e forse disperata, è l’indispensabile premessa. Dobbiamo esserci arresi al dolore, abbandonati alla morte, il ghigno infernale della realtà nuda e cruda deve aver raggelato i nostri occhi, prima che si possa essere in grado di accogliere la profondità e la verità dell’altra, della seconda voce.

La prima voce dice di sì alla morte, di no alla speranza, rinuncia a tutti gli abbellimenti, a tutti gli eufemismi concettuali e poetici con cui siamo abituati a lasciarci mascherare i pericoli e le efferatezze dell’esistenza umana da parte di certi piacevoli scrittori. Ma la seconda voce ci indica un elemento diverso dalla morte, un’altra realtà, un’essenza differente: cioè la coscienza dell’uomo. Sia pure, tutta la vita umana, guerra e dolore, bassezza e atrocità: c’è però pur sempre qualcos’altro, la coscienza, ossia la facoltà insita nell’uomo di contrapporsi a Dio. Certo, anche la coscienza ci conduce attraverso il dolore e il terrore della morte, ci porta alla miseria e alla colpa, ma ci fa uscire dall’insopportabile solitudine dell’assurdo, ci mette in contatto col senso delle cose, con la loro essenza, con l’eternità.

[…]

Questi due messaggi li ho sentiti in Dostoevskij quando ero un buon lettore dei suoi libri, cioè nelle ore in cui il dolore e la disperazione mi avevano preparato a capirlo. C’è un artista che mi ha fatto sentire qualcosa di analogo, un musicista che non in ogni momento sono disposto ad amare e ad ascoltare, così come non sempre avrei voglia di leggere Dostoevskij. È Beethoven. Egli ha quella conoscenza della felicità, della saggezza e dell’armonia, che però non si trovano lungo facili sentieri, ma lampeggiano a tratti lungo la via che costeggia l’abisso, che non si colgono sorridendo, ma solo tra le lacrime ed esausti dal dolore.

Questo testo è un estratto dai “Saggi – Poesia scelte”  di Hermann Hesse, edito da Mondadori nella traduzione di Italo Alighiero Chiusano

mercoledì 5 febbraio 2025

Non bisogna mai nascondere nulla ai bambini

 “Non bisogna mai nascondere nulla ai bambini con il pretesto che sono piccoli e che è ancora presto perché sappiano certe cose. Che idea triste e infausta! Gli stessi bambini si rendono benissimo conto del fatto che i loro genitori li considerano ancora troppo piccoli per capire qualcosa, mentre loro capiscono tutto. 

I grandi non sanno che, perfino sulle questioni più difficili, un bambino è in grado di dare un consiglio assolutamente serio. Dio mio, ma quando uno di quegli uccellini vi fissa con uno sguardo così felice e fiducioso, come non provare vergogna a ingannarlo? Li chiamo uccellini perché, secondo me, al mondo non c'è nulla di meglio degli uccellini. [...] L'anima si risana grazie al contatto con i bambini.”

Fedor Dostoevskij

“L’Idiota “

mercoledì 11 dicembre 2024

Lettera di Fedor Michajlovic Dostoevskij

 Lettera di Fedor Michajlovic Dostoevskij a Natalja Dmitrevna Fonzivina:


Cara amica,


mi scrivete per comprendere meglio il mio ultimo romanzo "L'Idiota", e come posso non rispondere alla persona che mi regalò il Vangelo, prima di essere incarcerato nella Fortezza di Pietro e Paolo. Come sapete quel libro sacro l'ho tenuto per ben quattro anni sotto il cuscino, durante i lavori forzati in Siberia, e quante volte l'ho letto a me stesso e a miei compagni di prigionia...


Ho conosciuto l'abiezione e la disperazione più profonda ma grazie a voi, potevo leggere quel libro e pur perso in un mare di dubbi, ho trovato delle risposte e la forza per resistere... Non riuscite a capire perché il Principe Myskin, il personaggio principale del romanzo, buono e generoso tanto da sembrare il Cristo, finisce sconfitto e demente. Mi rimproverate amabilmente che non ho trovato la forza per rappresentare la vittoria finale sulla morte del nostro adorato Gesù.

Ah, Natal'ja, ho visto troppo il male del mondo per credere al lieto fine! Davvero, non è possibile rimuoverlo sotto il tappeto, fingendo che non esista. Non potrei mai mancare di rispetto a tutti gli umiliati e offesi che ho conosciuto nella vita.

Non puoi metterti a raccontare di Gesù risorto a una donna che cerca da mangiare per il bimbo affamato. Noi scrittori possiamo solo parlare dei tre giorni in cui Gesù sprofondò nell'oscurità, prima di risorgere. Dobbiamo cercare una scintilla, una fiammella in quel buio assoluto.

 Il Mistero della Resurrezione non può essere un atto dovuto in ossequio a un qualche "Credo" imposto da gerarchie clericali, ma solo la via silenziosa della nostra coscienza che si fa strada lentamente e a fatica, affrontando e guardando in faccia il male e la vita...

ora dovreste essere davanti all'icona di Gorodec, nella navata a destra dena Cattedrale di Kazan. Guardate: nelle nostre sacre icone Gesù morto non è mai raffigurato da solo:

Gesù deposto dalla croce è in terra, avvolto in fasce e pronto per la sepoltura. La Madre Gli sostiene il capo dolcemente e china su di lui, accosta la guancia a quella del Figlio, trasfigurata dal dolore e dall'amore materno. Maria Maddalena, avvolta in un manto rosso vivo, tiene le braccia spalancate verso l'alto in un gesto di strazio e di preghiera. Intorno a lui vegliano Giuseppe d'Arimatea che ha ottenuto da Ponzio Pilato il permesso di riprendere il corpo, il giovane discepolo Giovanni, Giuseppe il falegname, il padre, insieme alle altre donne mirofore, Maria di Giacomo e Salomė, madre di Joses...

Questa è la chiave, da soli non possiamo comprendere il Mistero della Resurrezione, abbiamo bisogno dell'amicizia e dell'amore delle altre persone. La via silenziosa della nostra coscienza deve essere accompagnata, nella sua solitaria fatica, dagli sguardi, dal calore delle mani e dalla compagnia di amici e consorti. Questo è il messaggio immortale del Maestro di Nazareth. Ricordate Nikolaj Spesnev, Natal'ja?

Rammentate quando mi disse sul patibolo che dopo la morte noi saremo solo un mucchietto di polyere? Da allora la mia vita è stata un terribile e faticoso viaggio dalla Crocefissione alla Resurrezione, per trovare una confutazione alla sua sfida intellettuale; e i miei tre giorni nel sepolcro non sono finiti. Le prove finali mi attendono.

Come nessun altro uomo e scrittore sono riuscito a provare lo stesso sgomento delle donne e dei discepoli e dei parenti di Gesù, nel momento più silenzioso e oscuro della storia evangelica. Ma se merito la vostra amicizia e l'amore della mia adorata Anna e della mia famiglia, se con i miei libri riesco a sentirmi vicino al cuore delle persone disperate e annientate, che vagano nelle tenebre alla ricerca di un piccolo lume, allora, Natal'ja, riesco anche a comprendere la grande gioia che provarono quelle donne, quei discepoli e quei parenti di Gesù, nel tenersi insieme la mano aspettando il suo ritorno glorioso. Cosi io spero un giorno di rivedere i miei due cari figli piccoli, che sono in Cristo già da tempo, e voi tutti, amici e compagni della mia esistenza.


Dio vi protegga


Fedor Michajlovic Dostoevskij

martedì 16 aprile 2024

L'epoca attuale è l'epoca dell'aurea mediocrità

 « L'epoca attuale è l'epoca dell'aurea mediocrità e dell'insensibilità, della passione per l'ignoranza, della pigrizia, dell'inettitudine all'azione e dell'aspirazione a trovare tutto già bell'e pronto. Nessuno riflette; raramente qualcuno matura una propria idea. » 


Fëdor Dostoevskij, "L'adolescenza" (1875)

domenica 25 febbraio 2024

Grandezza di Dostoevskij

 Quando Tolstoj apprese della morte di Dostoevskij, ne fu sconvolto. Espresse i suoi sentimenti in una lettera scritta alcuni giorni dopo: "Non ho mai visto quest'uomo e non ho mai avuto rapporti diretti con lui, e tuttavia, quando è morto, mi resi conto che era la persona più vicina, più cara e più necessaria per me. E non mi è mai venuto in mente di competere con lui - mai. Tutto ciò che faceva era tale che, più ne faceva, meglio era per me".

martedì 9 gennaio 2024

fede nata dalla libertà

 Fede nata dalla libertà


Tu non scendesti dalla croce,

quando per schernirti e per provocarti ti gridavano:

"Scendi dalla croce, e crederemo che sei proprio tu!".

Non scendesti perché, anche questa volta,

non volesti rendere schiavo l'uomo con un miracolo,

perché avevi sete

di una fede nata dalla libertà e non dal miracolo.

Avevi sete di amore libero,

e non dei servili entusiasmi dello schiavo

davanti al padrone potente

che lo ha terrorizzato una volta per sempre.

Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov


rinunceranno alla loro libertà in nostro favore

 Li convinceremo che saranno liberi soltanto quando rinunceranno alla loro libertà in nostro favore e si sottometteranno a noi. Li faremo lavorare, sì, ma nelle ore libere dalla fatica organizzeremo la loro vita come un gioco infantile, con canti in coro e danze innocenti [...] Daremo loro l’umile, quieta felicità degli esseri deboli. Dimostreremo loro che sono soltanto dei poveri bambini, ma che la felicità dei bambini è più dolce di ogni altra. 


Diventeranno timidi, avranno timore della nostra collera, la loro intelligenza perderà ogni audacia, i loro occhi diventeranno facili al pianto. Oh, concederemo loro anche il peccato, e così ci ameranno come bambini perché permetteremo loro di peccare! Noi diremo che ogni colpa sarà riscattata, purché la commettano col nostro permesso.


E non avranno segreti con noi. Noi permetteremo o proibiremo loro di vivere con le mogli e con le amanti, di avere o di non avere figli, giudicando sempre in base alla loro obbedienza; e loro si sottometteranno a noi, tutti felici e contenti. I segreti più tormentosi della loro coscienza li porteranno a noi; noi risolveremo tutto, e loro accetteranno la nostra decisione con gioia, perché essa li libererà da una grande fatica e dal terribile supplizio attuale di dover decidere da sé, liberamente. 


Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov. 


domenica 1 ottobre 2023

Dostoevskij Einstein

 "Dostoevskij mi dà più di qualsiasi pensatore scientifico, più di Gauss. Dostoevskij ci ha mostrato la vita, ma il suo obiettivo era attirare la nostra attenzione sul mistero dell'esistenza mentale. Ero entusiasta di leggere I fratelli Karamazov. Questo è il libro più impressionante su cui abbia mai messo le mani. "


- Albert Einstein

sabato 9 settembre 2023

 L'epoca attuale è il tempo della mediocrità aurea e dell'insensibilità, della passione per l'ignoranza, della pigrizia, dell'incapacità al lavoro e dell'aspirazione a trovar tutto già bell'e pronto. Nessuno pensa; di rado si trova qualcuno che concepisca un'idea.


Fedor Dostoevskij

martedì 8 agosto 2023

Il vecchio generale

 A Mosca viveva un vecchio generale, che aveva passato tutta la sua vita ad andare in giro per penitenziari; si fermava davanti ai deportati e domandava di cosa avessero bisogno. Raramente chiedeva dei loro reati, sebbene ascoltasse con attenzione se era il condannato che cominciava a parlare. Parlava con loro come fossero fratelli, ma loro per primi, alla fine, lo considerarono un padre. Così aveva fatto per molti anni, fino alla sua morte; era arrivato al punto che tutti in Russia lo conoscevano. Mi ha raccontato un ex deportato che aveva personalmente verificato come i più inveterati criminali si ricordassero del generale. In verità, non lo ricordavano con fervore o particolare solennità. Ma avveniva che uno di quei “disgraziati”, che magari aveva ucciso una dozzina di persone, a un tratto, di punto in bianco, sospirava e diceva: “Ma ora sarà ancora vivo il vecchio buon generale?”.


Come fate a sapere quale seme avesse lasciato cadere quel “vecchio buon generale” nell’anima di un uomo che, dopo vent’anni, non l’aveva più dimenticato? Perché qui si tratta della vita intera e delle innumerevoli sue ramificazioni. Il miglior giocatore di scacchi, il più acuto scacchista può computare anticipatamente solo alcune mosse. Quante sono qui le mosse di cui restiamo all’oscuro? Gettando il vostro seme, gettando la vostra buona azione, in qualsiasi forma essa sia, donate parte della vostra individualità e accogliete in voi una parte dell’individualità altrui; partecipate con reciprocità alla vita dell’altro. D’altro canto, tutte le vostre idee, tutti i semi che avete gettato, quelli che forse voi stesso avete dimenticato, germoglieranno e cresceranno: chi avrà ricevuto qualcosa da voi, lo trasmetterà a qualcun altro. Pertanto, come fate a sapere quale ruolo avrete avuto nel compimento delle sorti umane?


Fedor Dostoevskij, L'idiota

venerdì 3 marzo 2023

L’uomo

 Credo che la migliore definizione che si possa dare dell’uomo sia questa: creatura bipede ed ingrata! Dunque l’uomo ama costruire, e tracciare strade, è pacifico. Ma da che viene che ami appassionatamente anche la distruzione e il caos? La civiltà ha reso l’uomo, se non più sanguinario, in ogni caso più ignobilmente sanguinario di quanto fosse un tempo. Una lunga pace imbestialisce e inferocisce l’uomo. Una lunga pace porta con sé la crudeltà, la viltà, un egoismo volgare e un arresto intellettuale.

Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni. Se voi avete in primo piano la ghigliottina e ne parlate con tanto entusiasmo, è unicamente perché mozzar le teste è la cosa più facile del mondo, mentre avere un’idea è la più difficile.

mercoledì 1 febbraio 2023

facoltà raziocinativa dell'uomo, mentre il volere

 [ Dostoevskij ]


Vedete: la ragione, signori, è una bella cosa, è indiscutibile, ma la ragione non è che la ragione e non soddisfa che la facoltà raziocinativa dell'uomo, mentre il volere è una manifestazione di tutta la vita, cioè di tutta la vita umana, con la ragione e con tutti i pruriti. E sebbene la nostra vita, in questa manifestazione, riesca sovente una porcheriola, pur tuttavia è la vita, e non è soltanto un'estrazione di radice quadrata. E, chissà (non si può garantire), forse tutto il fine a cui tende l'umanità sulla terra consiste solo in questa continuità del processo di raggiungimento, in altre parole nella vita stessa, e non propriamente nel fine, che, s'intende, dev'essere null'altro che il due più due quattro, cioè una formula, perché due più due quattro non è già più la vita, signori, ma l'inizio della morte. Ma ecco quel che fa meraviglia: da che cosa proviene che tutti questi statistici, saggi e amanti dell'umano genere, dell'enumerazione dei vantaggi umani, tralascino continuamente uno dei vantaggi?Il nostro proprio volere, spontaneo e libero, il nostro proprio capriccio, anche se stravagantissimo, la nostra fantasia, irritata a volte magari fino alla pazzia, tutto ciò è appunto quello stesso vantaggiosissimo vantaggio tralasciato, che non rientra in nessuna classificazione e a causa del quale tutti i sistemi e le teorie se ne vanno continuamente al diavolo.Provate dunque a gettare uno sguardo alla storia dell'umanità; be', che cosa vedrete? Uno spettacolo maestoso? Uno spettacolo variopinto? Uno spettacolo uniforme? Be', magari anche uniforme: si combatte e si combatte, si combatte adesso, si combatteva prima e si combatteva dopo: convenite che è perfino un po' troppo uniforme. Insomma, tutto si può dire della storia, tutto ciò che può venire in mente all'immaginazione più disordinata. Una cosa sola non si può dire: che sia uno spettacolo ragionevole.


Fëdor Dostoevskij, da Memorie dal sottosuolo - a cura di  Igor Sibald

sabato 14 gennaio 2023

L’uomo è infelice perché non sa di essere felice.

L’uomo è infelice perché non sa di essere felice. 

Da un essere umano, che cosa ci si può attendere?

Lo si colmi di tutti i beni di questo mondo, lo si sprofondi fino alla radice dei capelli nella felicità, e anche oltre, fin sopra la testa, tanto che alla superficie della felicità salgano solo bollicine, come sul pelo dell’acqua. 

Gli si dia di che vivere, al punto che non gli rimanga altro da fare che dormire, divorare dolci e pensare alla sopravvivenza dell’umanità.

Ebbene, in questo stesso istante, proprio lo stesso essere umano vi giocherà un brutto tiro, per pura ingratitudine, solo per insultare.

Egli metterà in gioco perfino i dolci e si augurerà la più nociva assurdità, la più dispendiosa sciocchezza, soltanto per aggiungere a questa positiva razionalità un proprio funesto e fantastico elemento. 

Egli vorrà conservare le sue stravaganti idee, la sua banale stupidità.


L’uomo è infelice perché non sa di essere felice. 

Soltanto per questo. Questo è tutto, tutto! 

Chi lo comprende sarà subito felice, immediatamente, nello stesso istante.


(Fëdor Michajlovič Dostoevskij)

«Un essere umano non vive senza avere 

uno scopo, una mira. Quando ha perduto 

il suo scopo, la sua speranza, l'uomo spesso, 

per la noia, diventa un mostro!»


- Fëdor Dostoevskij -

"Memorie dalla Casa dei morti"