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giovedì 25 settembre 2025

Padre Michel M. Zanotti-Sorkine


Padre Michel M. Zanotti-Sorkine: suggerimenti ai Sacerdoti, ma anche ai Fedeli Laici

Per la serie dedicata dal nostro sito al “Don Camillo” dei nostri tempi, vogliamo proporre la figura di un sacerdote che, non solo a parole, ma con la propria vita, dona a noi e a tutti i Sacerdoti ottimi suggerimenti per vivere in questi tempi difficili. Dal canto nostro, compiendo egli 25 anni di sacerdozio proprio quest’anno, vogliamo ringraziarlo e assicurare la nostra Preghiera per i Sacerdoti e per queste Vocazioni…

«Vergogna ai codardi, agli uomini d’apparato, ai cacciatori di promozioni, agli ossequiosi per interesse, agli sdolcinati che inabissano la Chiesa sotto un ammasso di ipocrisia e di viltà!».
«L’imprudenza è la qualità dei santi», in che senso? cosa vuol dire? Fare e pensare senza slancio, senza amore: «Ne ho voglia, non ne ho voglia.» «Questo mi va, questo no.» «Dopo, non adesso.»
«E poi, che altro ancora? Ma per chi mi prende, per un superuomo? Se osi pronunciare queste parole pensandole, tu sei lontano anni luce dalla Luce, e a causa tua Cristo si spegne, là dove voleva passare per illuminare…
La procreazione, che lo si voglia o no, si basa su una certa follia pulsionale che produce la vita. Qualche cosa di questo slancio deve impregnare il sacerdozio.
Non lasciare che il laico interpreti il ruolo del prete, né che il prete interpreti il ruolo del laico… Se Giacomina dice messa e padre Andrea fa il caffè, ancora vent’anni di queste assurdità e le parrocchie saranno vuote. D’altro canto le mele marce ci sono già.»

Questi alcuni dei pensieri contenuti in un libro dal titolo significativo “I tiepidi vanno all’inferno” (Mondadori, pagine 190).
L’autore è un sacerdote dalla vita avventurosa: Padre Michel Marie Zanotti-Sorkine.
ed anche in “CREDERE” – Come si può spiegare Dio, Gesù, la fede a chi non la vive o non la conosce?
Un altro suo libro che raccoglie le risposte di chi ascolta e si pone molte domande, un religioso che consiglia di «amare, anche in modo goffo, ma amare»;
così come un libro dedicato alla Vergine Maria: “Maria, mio segreto”, il segreto di una autentica fede in Cristo vissuta nella gioia di un “Fiat” operativo e non in banale ottimismo:
«… non dimenticare che in te la Vergine sente tutto, capisce tutto, riceve tutto – e soprattutto ripara tutto. Allora, approfittane e vivi con Maria come si vive un amore. È semplice, no? E talmente appagante!»

Ma perché la talare?
Vengono alla mente le parole del Beato Rolando Rivi, Martire: portava sempre con orgoglio l’abito religioso, spiegando che la talare: “È il segno che io sono di Gesù”.
– La veste è una divisa da lavoro, un grembiule da cottimista; seppur nera, è una tuta blu, e niente affatto uno smoking o un abito da cerimonia. Non perdere mai di vista il fatto che la semplicità della tenuta rende gemelli di Cristo.
«Per me – sorride Padre Zanotti – è una divisa da lavoro. Vuole essere un segno per chi m’incontra, e soprattutto per chi non crede. Così sono riconoscibile come sacerdote, sempre. Così per strada sfrutto ogni occasione per fare amicizia. Padre, mi chiede uno, dov’è la posta? Venga, l’accompagno, rispondo io, e intanto si parla, e scopro che i figli di quell’uomo non sono battezzati. Me li porti, dico alla fine; e spesso quei bambini, poi, li battezzo. Cerco in ogni modo di mostrare con la mia faccia un’umanità buona. L’altro giorno addirittura – ride – in un bar un vecchio mi ha chiesto su quali cavalli puntare. Io gli ho dato i cavalli. Ho chiesto scusa alla Santa Vergine, fra me: ma sai, le ho detto, è per fare amicizia con quest’uomo. Come diceva un prete, che è stato mio maestro, a chi gli chiedeva come convertire i marxisti: “Occorre diventare loro amici”, rispondeva».
e… diventare “amici” non significa necessariamente sposare le idee sbagliate che gli amici hanno, anzi, spesse volte certe amicizie servono proprio per tirare fuori gli amici dall’errore: se vengo a sapere che un amico è caduto in disgrazia, ha rubato, ha fatto male qualcosa, ecc… compito del cristiano è aiutare l’amico a tirarsi fuori dall’impiccio in cui è caduto, così ha fatto Gesù per noi.

Poi, in chiesa, la messa è severa e bella. Il prete affabile è un prete rigoroso.
Perché cura tanto la liturgia?
«Voglio che tutto sia splendente attorno all’Eucarestia. Voglio che all’elevazione la gente capisca che Lui è qui, davvero. Non è teatro, non è pompa superflua: è abitare il Mistero. Anche il cuore ha bisogno di sentire».
Lui insiste molto sulla responsabilità del sacerdote e afferma che un sacerdote che abbia la chiesa vuota si deve interrogare; e anche: «È a noi, che manca il fuoco»…
“Anche il cuore ha bisogno di sentire” – accoglie prostitute e senzatetto – “Do loro la comunione. Che dovrei dire? Diventate oneste, prima di entrare qui? Se c’è in loro il pentimento, come il Figliol prodigo che ritorna dal Padre, appena li vedo corro loro incontro e li abbraccio. Cristo è venuto per i peccatori che si pentono e io ho l’ansia, nel negare un sacramento, che Lui un giorno me ne possa rendere conto” – e chiede più sforzi ai suoi confratelli nel sacerdozio: “Il sacerdote è ‘alter Christus’, è chiamato a riflettere in sé Cristo.”
«Questo non significa chiedere a noi stessi la perfezione (anche se è Gesù stesso a chiederci di fare questo sforzo: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” Mt.5,48); ma essere consci dei nostri peccati, della nostra stessa miseria, per poter comprendere e perdonare chiunque si presenti in confessionale… Chi mi cerca prima di tutto domanda un aiuto umano, e io cerco di dare tutto l’aiuto possibile. Non dimenticando che il mendicante ha bisogno di mangiare, ma ha anche un’anima da salvare…»

  • Non ascoltare i blasfemi della forma che imperversano nei ranghi degli ecclesiastici. Hanno distrutto la bellezza della messa a vantaggio delle ciance, ed è così che il contenuto si è svuotato.
    Chi fa a meno della bellezza partorisce la bruttezza.
    Dei bei calici e delle belle coppe come per la Pasqua ebraica! Lascia i vasi in terra e altri recipienti per le olive, fintamente poveri e così poco simbolici!
    La domenica, come il povero Curato d’Ars che di Vangelo se ne intendeva, prepara la tavola regale, tira fuori le stoviglie più belle che hai, ricopriti di splendore, e sali sull’altare sotto la magnificenza dei grandi organi, l’hanno detto tutti, almeno i teologi più affidabili: tu sei Cristo!
    Nel momento del Sacrificio, non una parola né un gesto in sacrestia. La vittima e il prete si preparano.
    Corporale, purificatorio, manutergio, senza difetti, bianchi candidi, è il minimo per l’Agnello! Usciresti con indosso una camicia con le maniche e il collo sporchi?
  • Che gli ornamenti siano all’altezza di quelli che il direttore d’orchestra e i musicisti indossano per una serata di gala all’Opéra di Parigi o la Staatsoper di Vienna. Ed è ancora troppo poco sapendo quale sinfonia fantastica dirige il prete!
    Vestendo gli ornamenti per la celebrazione della santa messa, ricordati che il tuo essere, in se stesso e per come appare, deve far piombare il Cielo sulla terra.
    Alba immacolata, cingolo annodato, casula brillante, tovaglie ultracandide, copricalice, candelabri d’oro o d’argento, la croce come si deve al centro dell’altare, canti appropriati, fumi d’incenso, cuore in fiamme, tutto è pronto per servire la Bellezza incarnata.
    Il coro della chiesa in cui dimorano gli angeli – la tua fede lo ha forse dimenticato? – è un luogo sacro in cui Dio si dona e abita. Per crederlo e rendere a Dio tutta la gloria, il suo accesso deve essere riservato.
  • La messa non ti appartiene. È di Cristo e della sua sposa, la Chiesa, che vegliano su di lei con il loro amore geloso. Rispettala ricevendola nei suoi riti.
    Vano il tempo dedicato a ricostruire la liturgia intorno a un tavolo, a riscrivere il messale, a cercare tre canti in due ore per la messa della domenica! Non occorre più di un quarto d’ora per sistemare ciò che lo è già.
    Non perdere il tuo tempo sulle questioni liturgiche. Sono regolate dal Santo Padre che desidera vedere l’amore di Cristo indorarsi sotto la luce sacra di un rito al tempo stesso ordinario e straordinario.
    Prendi la messa come si prendono i voti, con il corpo, con l’anima, e muori e resuscita sull’altare, e fai in modo che questo si senta e si veda!
    Su un solo inchino si contempla tutta la fede del prete.

In confessionale, padre Michel-Marie va tutte le sere, con assoluta puntualità, alle cinque, sempre.
“La gente, dice, deve sapere che il prete c’è, comunque”. Poi resta in sacristia fino a notte inoltrata, per chiunque desideri andarci:
«Voglio dare il segno di una disponibilità illimitata».
A giudicare dal continuo pellegrinaggio di fedeli, a sera, si direbbe che funzioni. Come una domanda profonda che emerge da questa città, apparentemente lontana.
Cosa vogliono? «La prima cosa è sentirsi dire: tu sei amato.
La seconda: Dio ha un progetto su di te. Non bisogna farli sentire giudicati, ma accolti. Occorre far capire che l’unico che può cambiare la loro vita è Cristo. E Maria. Due sono le cose che secondo me permettono un ritorno alla fede: l’abbraccio mariano, e l’apologetica appassionata, che tocca il cuore».
«Chi mi cerca – continua – prima di tutto domanda un aiuto umano, e io cerco di dare tutto l’aiuto possibile. Non dimenticando che il mendicante ha bisogno di mangiare, ma ha anche un’anima. Alla donna offesa dico: mandami tuo marito, gli parlo io. Ma poi, quanti vengono a dire che sono tristi, che vivono male… Allora chiedo: da quanto lei non si confessa? Perché so che il peccato pesa, e la tristezza del peccato tormenta. Mi sono convinto che ciò che fa soffrire tanta gente è la mancanza dei Sacramenti. Il Sacramento è il divino alla portata dell’uomo: e senza questo nutrimento non possiamo vivere. Io vedo la grazia operare, e che le persone cambiano… – e a chi si stupisce del suo comportamento dice -: Io non sono un santo, e non credo che tutti i preti debbano essere santi. Però possono essere uomini buoni. La gente sarà attratta dal loro volto buono.. (..) Ogni giorno, alla stessa ora, entra nel tuo confessionale, Gesù conosce i tuoi orari, e ti manda le persone…. Non rimandare mai una confessione. Basta un secondo per morire, e potrebbe capitare durante la proroga che tu hai imposto a Dio. ».
Giornate totalmente donate, per strada, o in confessionale, fino a notte.

Altri consigli preziosi

  • Non permettere ad alcun laico di farti perdere tempo proponendoti una riunione per spostare un mazzo di fiori. Agisci ed evita quelli che non hanno granché da fare e che vogliono strutturare oltremisura il cammino delicato dello Spirito Santo.
    Non lasciare che il laico interpreti il ruolo del prete, né che il prete interpreti il ruolo del laico.
    Davvero, insisto: liberati dalle riunioni inutili (praticamente tutte), preferisci un buon caffè con i tuoi collaboratori, scegli l’ambito della casa, lascia all’impresa quello dell’impresa.
    Non lasciare che i fedeli ti diano del tu. E se lo fanno per lunga consuetudine con te, che premettano padre al tuo nome. Poiché è stato chiesto all’uomo di nominare tutte le cose, è attraverso il linguaggio che la realtà si stabilisce e si riconosce.
    I pretesi cristiani «impegnati» che aiutano il prete in parrocchia collocandosi al di sopra dei loro fratelli che bussano alla porta della chiesa per chiedere un sacramento, e sui quali esercitano un diritto di scelta, quelli sono mezzi diavoli. Bisogna riportarli al loro giusto posto di battezzati prima che Dio mostri a che punto «chiunque si innalza sarà abbassato».
    Se Giacomina dice messa e padre Andrea fa il caffè, ancora vent’anni di queste assurdità e le parrocchie saranno vuote. D’altro canto le mele marce ci sono già.
    Non essere mai prigioniero di un qualsiasi sistema, sia anche stato messo a punto da un’assemblea di votanti. Agisci a partire da Cristo e dalla sua libertà che esplode sotto i versi del Vangelo che abbaglia.
  • Non gridare mai. Non sei un maiale che viene sgozzato. L’autorità proviene dall’alto, deve passare attraverso di te per arrivare, come da un adulto ai bambini. E tutto va da sé, con semplicità!
    I nostri metodi pastorali devono avere un’unica parola d’ordine perfettamente adatta alla natura di Dio, che è semplice come l’amore quando è sincero, e tu l’hai indovinata: semplificazione. Se questa parola ti fa paura e giustifichi i tuoi timori nei suoi confronti, significa che la tua dimora interiore non è più edificata su quella degli apostoli.
    Non dire mai: «Io sono il curato, io sono il cappellano, comando io». Comanda e basta, anche agli spiriti impuri, Gesù te lo ha ordinato.
    Governare, insegnare, santificare, che piaccia o no agli spiriti confusi che popolano i nostri cenacoli, spetta al prete e a lui solo. Che i laici escano dal tempio in cui il clero li ha ridotti allo stato di rane dell’acquasantiera * e che saltellino come canguri oltre il giardino del curato per andare in cerca dei loro amici che saltellano allegramente lontano dalla fede!
    Sei un curato, hai in custodia le anime, governa con la tua intelligenza legata al tuo sentire immediato.
  • Per quanto riguarda le apparizioni riconosciute di Maria, smetti di dire in modo dotto che non sono di fede. Rimani un bambino per conquistare il bambino che muore nella coscienza dei benpensanti.
    «Me ne infischio dei preti colti!» mi ha detto un giorno un ingegnere. «Quello che voglio è che mi diano Dio!»
    La Santa Vergine ha un bel dare l’esempio nelle sue apparizioni, e dietro di lei i santi e i mistici in massa, madre Teresa in testa, il rosario non trova sempre il giusto livello d’amore nei suoi figli preti. Orgoglio incorreggibile, razionalismo acuto, indebolimento del senso sovrannaturale o forse incoscienza… «Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.» Stai attento!
    Niente di più vile del prete arrivista, diventato muto sui problemi scottanti, vero anti-Giovanni Battista, che liscia il suo vescovo per entrare nel suo clan!
    Vergogna ai codardi, agli uomini d’apparato, ai cacciatori di promozioni, agli ossequiosi per interesse, agli sdolcinati che inabissano la Chiesa sotto un ammasso di ipocrisia e di viltà!
    Servire sotto il vessillo del perfetto oblio di sé senza temere la pallottola che mira alla testa, ecco Cristo e ciò che devo essere.

Ma da dove inizia questa storia?
C’era a Marsiglia una grande chiesa che anni fa doveva essere demolita, o trasformata in un museo, tanto era vuota, pure nella popolosa Canebière, la centrale arteria in cui si trova. Oggi chi va a Saint-Vincent-de-Paul la domenica mattina vede, già prima delle dieci, un accorrere di fedeli, alcuni perfino con un seggiolino sottobraccio tanto le panche sono gremite, da quando c’è padre Zanotti-Sorkine…
A fronte della crisi della Chiesa in Occidente padre Zanotti-Sorkine scrive:
«Siamo onesti, la verità è questa. Siamo noi, che non abbiamo più il sacro fuoco. L’immagine che diamo del sacerdozio è troppo insignificante. Non tocca più il cuore».

Ma chi è questo prete che cammina per Marsiglia – dove una elevata percentuale della popolazione è di religione islamica e certe strade sembrano dei suk – con addosso la talare svolazzante, così inaspettata che la gente si volta a guardarlo?
La storia di Michel-Marie Zanotti-Sorkine è singolare.
Nato a Nizza nel ’59 da madre ebrea in una famiglia con origini italiane e corse e russe, il suo sangue è un groviglio di radici. Educato dai salesiani, orfano a tredici anni, fin da bambino ha il dono di una fede profonda; e insieme una grande passione per la musica, e una bellissima voce. Intorno ai vent’anni è la musica che ha la meglio, e il ragazzo va a Parigi e diventa uno chansonnier nei night-club. Uno chansonnier di successo, che però, in quel mondo notturno, è preda ancora di una insoddisfazione che rode come un tarlo:
Dio, da lui, cosa vuole?
Finché un giorno non decide, lascia Parigi e entra nell’ordine domenicano.
Irrequieto, passerà poi, affascinato da padre Kolbe, a quello francescano.
Infine, ed è la definitiva scelta, a quarant’anni diventa prete diocesano a Marsiglia: il 30 maggio 1999 è stato ordinato presbitero dal cardinale Bernard Panafieu, arcivescovo metropolita di Marsiglia, che lo ha accolto nella sua diocesi. È stato vicario parrocchiale della basilica del Sacro Cuore a Marsiglia dal 1999 al 2004, capo dei laici Missionari della Carità di Madre Teresa di Calcutta dal 1998 al 2004 e parroco della parrocchia di San Vincenzo de’ Paoli, situata nella parte superiore di La Canebière dal 2004. Questa era una parrocchia completamente in rovina. Sotto la sua guida, questa chiesa ha vissuto una rinascita spettacolare anche nella partecipazione alla messa. Per nomina di monsignor Georges Paul Pontier è stato decano del centro della città di Marsiglia dal 2006 al 2014.
Oggi, a venticinque anni dalla ordinazione, sulla Canebière padre Michel-Marie lo conoscono tutti. È il parroco della Grande Église, come la chiamano lì: la grande chiesa che doveva diventare un museo.

Le croci e le spine…
Nel 2014, dopo aver officiato per dieci anni come parroco a Marsiglia, in accordo con il suo vescovo, ha chiesto di essere accolto come confessore nella cappella della Medaglia Miracolosa in Rue du Bac a Parigi. All’ultimo momento, quando tutto era pronto, la missione gli è stata negata dai funzionari della cappella, a causa della sua popolarità suscitata dalla sua venuta. L’11 settembre 2014, d’intesa con monsignor Georges Paul Pontier e monsignor Jean-Michel di Falco, vescovo di Gap, hanno risposto favorevolmente alla richiesta di don Michel-Marie Zanotti-Sorkine di essere associato alla missione pastorale dei cappellani del santuario di Nostra Signora di Laus.
Il 1º novembre 2014 è stato accolto da più di mille fedeli. In questo santuario mariano, Michel-Marie Zanotti-Sorkine opera come cappellano, confessore e predicatore, anima diversi ritiri e sessioni che coinvolgono centinaia di persone. Dedica il resto del suo tempo alla realizzazione di progetti letterari e artistici.
Da settembre del 2017, secondo monsignor Georges Paul Pontier, egli è al servizio di una comunità laica dedicata che si trova sulla collina di Montmartre, gli “ausiliari del Cuore di Gesù”, dove riceve centinaia di persone ogni settimana. Persegue anche il suo lavoro sacerdotale, artistico e letterario.
La sua missione è quella di raccontare Gesù Cristo e la sua fede a tutti quelli che hanno voglia di ascoltarlo.
Padre Zanotti è un antico e modernissimo prete al tempo stesso, che indossa l’abito talare ma sa parlare ai giovani e a tutti quelli che la fede magari la vorrebbero trovare, ma non sanno dove cercarla.

  • Predica con la pancia – raccomanda ai confratelli, ossia esprimiti come quando assapori un cibo -. «Vi ho promessi infatti a un unico Sposo» è il grido di san Paolo! Non dare idee su Dio, ma Dio stesso, all’uomo non serve la tua opinione ma la Verità.
    Un prete che non parla più del Cielo lo ha lasciato da molto tempo.
    Un prete che non evoca mai il purgatorio si priva di speranza.
    Un prete che non dice una parola sull’inferno con la voce rotta dal pianto rende vano il suo ministero e forse anche lo stesso mistero della Croce.
    Dietro le loro storie, più che nelle loro idee, cercare la fiamma dei santi per accendere le nostre vite; contemplarli prima della gloria ricevuta, maltrattati da tutti, costretti all’isolamento, incompresi nelle file degli eletti, mai abbandonati da Dio. A chi vuoi piacere?
    L’ecumenismo da due soldi, che consiste nel volere che i protestanti restino tali, farebbe sussultare i più grandi santi pacifisti della Storia, san Francesco di Sales, il dolce vescovo di Ginevra, per primo! Per amore loro, che sono tuoi fratelli, distruggi la novità della loro dottrina e raccogli di passaggio ciò che vi è nella loro vita di più autenticamente cristiano.

Un pensiero sul SILENZIO

– “Ciò che manca oggi all’anima della vita è una profondità silenziosa, un dirupo di solitudine, un angolo in cui ritirarsi. Non andiamo a cercare troppo lontano, l’ammasso di esseri umani è la prima ragione di questa empietà. Contro di essa, non potremo fare niente; la tela si restringe, il tessuto si tende, le case si sfiorano, e l’altro, con la sua musica e le sue grida, abita con me, peggio, dentro di me attraverso il rigetto che mi suscita.
Passi per le grida, sono umane, opera della mancanza di autocontrollo, meritano indulgenza, ma la musica, quella che si pretende tale, la musica satanica, squartamento di suoni, disordine d’armonia, profanatrice dell’udito, diventata padrona in ogni palazzo, e torrente di nullità che si riversa dalla banchina della metro fino alla superficie: che cosa facciamo contro di essa quando arriva con la sua potenza frustando il gusto e distruggendolo?
La nuova generazione che emerge scendendo sempre più nell’informe e nel limitato si allinea come un sol uomo, o più precisamente come una sola bestia, sull’attenti verso ciò che è dissonante e, senza renderlo esplicito, cosa ancor più grave, lo ama e se ne riempie.
Qui, il silenzio non è solo rotto, ma umiliato. Unica via d’uscita, agire sui nuovi arrivati; è in loro che bisogna recuperare la sensibilità cullandoli con grandi o piccole melodie, che importa, purché l’aria si riconosca e si canticchi.
Il principio è questo: la decomposizione dell’anima passa attraverso l’atmosfera molto più che attraverso le leggi, fossero anche cattive. Se si rovina un’atmosfera, si rovinerà l’uomo. Per me la guerra è quindi aperta e sarà senza tregua in questo campo. E poiché lo Stato lascia correre, correndo sempre dietro alla massa e al voto, le famiglie, rimaste isolate, proteggano i loro figli da questa musica che tale non è, e il silenzio riprenda i suoi diritti nel cuore della casa, al posto del paese.
Ognuno è padrone in casa propria, se lo ricordi.
All’alba, lo consiglio, nessuna voce al di fuori di quella dello sposo, della sposa, aprendo il giorno che inizia, prevedendo il meglio, prima che i bambini, ancora assonnati, buttino giù una cioccolata, chiudano le loro cartelle, un po’ in ansia per le lezioni che non sanno mai a sufficienza.
Un bacio a ognuno nel silenzio ed eccoli pronti. Questa è la vita, la vita normale, senza altre informazioni sgorgate da fuori; questa è la libertà conquistata, senza essere ingannati. Silenzio!
Il seguito della giornata è comprensibile, in quanto imposto. Aggrediti da ogni lato, ci ritorno ancora, non possiamo che subire la pressione dei rumori e dei suoni, dopando il movimento, anestetizzando l’animo, logorando il sistema nervoso. E occhio alla trappola, vi sento prepararla: in nome di mille ragioni giustificabili, la folla di abbindolati prende tutto ciò che viene trasmesso, e mentre riceve ciò che le si vuole dire, uscendo dal suo corso, dimentica di vivere.
Per fortuna cala la notte, e con essa il ritorno all’umano.
Baci, docce, e cena, vi prego, quest’ultima senza immagini, spegnete tutto: siano l’amore e il dono che si ascoltano e si parlano.
Dopo aver lavato i piatti e spazzato il pavimento, tocca a Dio scrivere le ultime parole sul cuore silenzioso, poiché bisogna saperlo, Lui non parla mai al di sopra di altre voci – da qui il suo silenzio in milioni di vite.
Musica stonata, voci troncate, andate in discarica, lasciatemi il mio silenzio pieno. Lasciate che io viva al centro di me stesso e che gusti infine l’arte di essere e di amare. Vattene! Sì, vattene brutto rumore organizzato! Non avrai la mia pelle, i miei nervi, la mia anima, il mio pensiero.”

UN ULTIMO CONSIGLIO-SUGGERIMENTO
– Un brivido ha appena percorso la mia vita, misurata in rapporto a queste parole che con il loro diluvio di esigenze si sono appena abbattute come un uragano sul mio essere, intirizzito fino alle ossa. E non posso che ripetermi a mezza voce, per non morire di paura, che il sacerdozio è temibile, tanto più che la parte che gli spetta nell’opera di Dio sul mondo è irriducibile. Inutile nascondersi dietro l’azione divina, che, pare, da sola e senza alcuna cooperazione umana potrebbe tirare fuori dal liquame dell’indifferenza e della non fede le anime eternamente amate. Purtroppo no!
Queste devono passare, mi spiace, attraverso il velo spesso opaco della materia sacerdotale per aspirare ai cieli cui sono promesse. Ciò significa: a preti tiepidi, risultati tiepidi o compromessi. Sarebbe meglio d’altronde per il bene della maggioranza accettare questa evidenza piuttosto che prendere a pretesto la libertà di Dio che domina le meditazioni umane, sempre pronto a riparare le nostre barche arenate, con gli alberi arrugginiti a forza di rimanere nel porto.
Dai, una piccola scossa allo scafo della barca, a quello del prete e a quello dei battezzati che lo seguono, ed eccoci ripartiti sui flutti, felici di remare come san Paolo alla volta di terre sconosciute agli ordini di capitan Cristo! Certo, il cielo è cupo ma a portata di mano – diciamocelo –, poiché sotto il suo grigio lattiginoso che potrebbe preoccupare il più navigato dei marinai, l’azzurro soleggiato illumina il firmamento di Dio, segno inequivocabile che riaccende la vittoria finale.
Prima di allora, ai contrattempi prevedibili del viaggio, potrebbe non essere vano – e non si tratta di una scappatoia per mitigare il terrore della responsabilità – ricordare la condizione di strumenti quali noi siamo, irrimediabilmente fragili a detta dello stesso Paolo di Tarso, che doveva certo sentire sopra la sua carcassa di combattente di Dio le crepe possibili e anche costitutive del vaso di argilla che era. «Io sono di carne, venduto come schiavo del peccato» scriveva ai Romani. «Io non riesco a capire neppure ciò che faccio … io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio.» E malgrado tutto, c’è il male che compie e il bene che si è realizzato e si realizza ancora attraverso di lui in proporzioni inaudite attraverso i secoli e nei cuori.
Ciò significa che Dio non se ne fa nulla della nostra santità? Io lo credo. Soprattutto, non infuriatevi, voglio parlare sicuramente dell’immagine dipinta a tinte sgargianti, scolpita di virtù nel marmo o nella pietra ormai infrangibile, di uomini e donne seduti nella loro gloria, appollaiati sopra gli altari delle nostre chiese, inseriti nel pantheon del calendario, paralizzati nella loro statura definitiva di esseri umani perfetti. Questa santità esiste solo in virtù del tempo che la ratifica imprimendola nell’arte, ma… una volta terminata la lotta. Perché lotta nella loro vita c’è stata, e contro loro stessi, soprattutto.
Ed è qui che voglio arrivare, con l’aiuto e l’approvazione di tutti i santi.
Dio non aspetta la perfezione dello strumento per servirsene.
Questo vale per il prete ma anche per tutti i cristiani che si sporcano le mani. Dio si impossessa del più sfondato dei vasi, e versa nelle gole assetate l’acqua viva della sua grazia, sempre contento e quasi fiero di utilizzare, mille volte incrinato e incollato, il povero contenitore, tanto che quest’ultimo, all’altezza del suo nome, lascia fare e tiene botta.
Questa non è evidentemente una ragione per rompere il suo vaso da tutte le parti, ma comunque la verità è lì: «Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole».
Forte di questa debolezza, e condannata con fermezza la via dello scoraggiamento, la Chiesa può allora concedersi la gioia di un lavoro incessante al servizio di un Maestro che lui solo, di fatto, è santo. Che tutti i battezzati se ne ricordino!”

Una cosa è certa, egli incarna il tipo di pastore indicato con forza da papa Francesco e, contemporaneamente, il rigore dogmatico e dottrinale di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI al quale, per altro, Padre Zanotti fa riferimento specialmente per l’Anno Sacerdotale 2009-2010 e per il dono del Summorum Pontificum nel 2007. Le liturgie curatissime di questo sacerdote francese vanno di pari passo con la sua accoglienza a 360 gradi. In questi tempi difficili, i luoghi da lui frequentati e governati, sono sempre pieni di fedeli e le conversioni dilagano

sabato 30 agosto 2025

Dal messaggio “Gesù è veramente risorto” derivano tutti gli altri».

 <<Non è mai esistito un cristianesimo primitivo che abbia affermato come primo messaggio “amiamoci gli uni gli altri”, “siamo fratelli”, “Dio è Padre di tutti”, etc. Dal messaggio “Gesù è veramente risorto” derivano tutti gli altri».>>

Non ho mai seguito Carlo Maria Martini, eppure in questa citazione, ho ritrovato l'essenza del Cristianesimo e, di contro, la menzogna del moralismo dilagante...

#siamoperlinfinito #CarloMariaMartini 

«Oggi possiamo studiare coi mezzi raffinati della ricerca storica e critica le origini del cristianesimo andando molto indietro nel tempo. Arriviamo a un momento nel quale, attraverso l’analisi dei testi, possiamo cogliere le formule primitive del messaggio, non soltanto quelle del 60, 70 o 50 d.C., ma addirittura quelle degli anni trenta d.C., cioè dell’origine del messaggio cristiano. Questo messaggio, il più antico che possiamo cogliere, è quello del Cristo risorto. (…) Non è mai esistito un cristianesimo primitivo che abbia affermato come primo messaggio “amiamoci gli uni gli altri”, “siamo fratelli”, “Dio è Padre di tutti”, etc. Dal messaggio “Gesù è veramente risorto” derivano tutti gli altri».

(Carlo Maria Martini, Ultime ricerche sulla Risurrezione di Cristo, in “Rassegna di Teologia”, 1974, 15, 51)

mercoledì 20 agosto 2025

i viventi

I primi cristiani si sono chiamati semplicemente «i viventi» (hoi zōntes). Essi avevano trovato ciò che tutti cercano: la vita stessa, la vita piena e perciò indistruttibile.

Ma come si può giungere a ciò? La Preghiera sacerdotale dà una risposta forse sorprendente, ma nel contesto del pensiero biblico già preparata: la «vita eterna» l’uomo la trova mediante la «conoscenza» - presupponendo con ciò il concetto veterotestamentario di «conoscere», secondo cui conoscere crea comunione, è un essere tutt’uno con il conosciuto. Ma naturalmente non qualunque conoscenza è la chiave della vita, bensì il fatto «che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (17,3). Questa è una specie di formula sintetica della fede, nella quale appare il contenuto essenziale della decisione di essere cristiani – la conoscenza donata a noi dalla fede. Il cristiano non crede una molteplicità di cose. Crede, in fondo, semplicemente in Dio, crede che esiste solo un unico vero Dio.

Questo Dio, però, gli si rende accessibile in Colui che Egli ha mandato, Gesù Cristo: nell’incontro con Lui avviene quella conoscenza di Dio che diventa comunione e con ciò diventa «vita». Nella formula duplicata - «Dio e colui che ha mandato» - si può sentire l’eco di ciò che ricorre molte volte soprattutto negli oracoli del Signore presenti nel Libro dell’Esodo: devono credere in «me» - in Dio – e in Mosè, il suo inviato. Dio mostra il suo volto nell’inviato – in definitiva nel Figlio suo.


(Papa Benedetto XVI - da "Gesù di Nazaret". Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione)

L'ATTUALE CRISTIANESIMO Sinjavskijj

 L'ATTUALE CRISTIANESIMO

Andrej Sinjavskij da: Pensieri Improvvisi

L'attuale cristianesimo pecca di buona educazione. Si preoccupa soltanto di non sporcarsi, di non mostrarsi indelicato, teme il fango, la grossolanità, la franchezza, preferendo una meticolosa mediocrità a tutto il resto. A che punto siamo arrivati sbavando l'olio santo si è trasformato in una melassa dolciastra (la sola parola «unzione» procura la nausea). Si stringono piamente le labbra e si attende che il Signore dia dieci in condotta. Come beghine, si arrossisce a ogni accenno di piaceri proibiti: "Ah, che dite mai? Io una di quelle? Avete perso il senno. Io sono illibata".

Hanno confuso la Chiesa del Cristo con un educandato per signorine, perbene. Insomma, tutto quello che è vivo e brillante è passato in mano al vizio, alla virtù non resta che sospirare e spremere una lagrimuccia. Essa ha dimenticato gli infocati improperi della Bibbia. Invece il cristianesimo dev'essere audace e chiamare le cose col loro nome. E' giunta l'ora di rinunziare agli angioletti inghirlandati, perchè diventino angeli più forti e più evidenti degli aeroplani. «Aeroplani» non già per scimmiottare il mondo contemporaneo, bensì per superarlo. Di questo passo si può cadere nell'eresia. Ma oggi l'eresia è meno pericolosa di quanto non sia l'essicarsi della radice. Signore! Meglio errare nel tuo nome che dimenticarTi. Meglio peccare per Te che scordarTi. Meglio perire che scomparire dalla Tua presenza.

domenica 25 maggio 2025

I barbari e un nuovo san Benedetto

 

«Un punto di svolta decisivo in quella storia più antica si ebbe quando uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l’imperium romano e smisero di identificare la continuazione della civiltà e della comunità morale con la conservazione di tale imperium. Il compito che invece si prefissero (spesso senza rendersi conto pienamente di ciò che stavano facendo) fu la costruzione di nuove forme di comunità entro cui la vita morale potesse essere sostenuta, in modo che sia la civiltà sia la morale avessero la possibilità di sopravvivere all’epoca incipiente di barbarie e oscurità. Se la mia interpretazione della nostra situazione morale è esatta, dovremmo concludere che da qualche tempo anche noi abbiamo raggiunto questo punto di svolta. Ciò che conta, in questa fase, è la costruzione di forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita intellettuale e morale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di noi. (…) Questa volta, però, i barbari non aspettano al di là delle frontiere: ci hanno già governato per parecchio tempo. Ed è la nostra inconsapevolezza di questo fatto a costruire parte della nostra difficoltà. Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro san Benedetto, senza dubbio molto diverso» (Alasdair MacIntyre, “Dopo la virtù”, 1981)

il filosofo spentosi l'altro giorno all’età di 96 anni, :

Ci vogliono “nuove forme di comunità” come humus che permetta il fiorire e il fruttificare del seme umano. La nuova barbarie totalitaria fa di tutto per impedire l’esprimersi della dimensione comunitaria. «Impedire l’espressione comunitaria è come tagliare alle radici la alimentazione della pianta; la pianta poco dopo muore» (Luigi Giussani, il Senso Religioso”, 1988).

domenica 15 settembre 2024

Il cristianesimo è l'unica religione vera

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Il cristianesimo è  l'unica religione vera

Il testo della conferenza tenuta dal cardinale Joseph Ratzinger nel corso di un colloquio svoltosi alla Sorbona di Parigi il 27 novembre 1999 sul tema «2000 ans après quoi?» è stato pubblicato integralmente da “30Giorni” il 1°gennaio 2000.

del cardinale Joseph Ratzinger

Al termine del secondo millennio, il cristianesimo si trova, proprio nel luogo della sua originaria diffusione, in Europa, in una crisi profonda, basata sulla crisi della sua pretesa alla verità. Questa crisi ha una doppia dimensione: innanzitutto ci si domanda con sempre maggiore insistenza se è giusto, in fondo, applicare la nozione di verità alla religione; in altri termini se è dato all’uomo conoscere la verità propriamente detta su Dio e le cose divine.
L’uomo contemporaneo si ritrova molto meglio nella parabola buddista dell’elefante e dei ciechi: una volta, un re dell’India del Nord riunì in un posto tutti gli abitanti ciechi della città. Poi davanti agli astanti fece passare un elefante. Lasciò che gli uni toccassero la testa, e disse: «Un elefante è così». Altri poterono toccare l’orecchio o la zanna, la proboscide, il dorso, la zampa, il didietro, i peli della coda. Dopo di che il re chiese a ciascuno: «Com’è un elefante?».
E, secondo la parte che avevano toccato, rispondevano: «È come un cesto intrecciato…», «è come un vaso…», «è come l’asta di un aratro…», «è come un magazzino…», «è come un pilastro…», «è come un mortaio…», «è come una scopa…».
Allora – continua la parabola – si misero a discutere, urlando: «L’elefante è così», «no, è così», si scagliarono gli uni sugli altri e si presero a pugni, con gran divertimento del re.
La disputa tra religioni sembra agli uomini di oggi come questa disputa tra ciechi nati. Perché di fronte al mistero di Dio siamo nati ciechi, sembra. Per il pensiero contemporaneo il cristianesimo non si trova assolutamente in una situazione più favorevole rispetto alle altre, anzi: con la sua pretesa alla verità, sembra essere particolarmente cieco di fronte al limite di ogni nostra conoscenza del divino, caratterizzato da un fanatismo particolarmente insensato, che incorreggibilmente scambia per il tutto la porzione toccata nella sua propria esperienza.Questo scetticismo generalizzato nei confronti della pretesa alla verità in materia religiosa è ulteriormente sorretto dalle questioni che la scienza moderna ha sollevato riguardo alle origini e ai contenuti del cristianesimo. La teoria evoluzionistica sembra aver superato la dottrina della creazione, le conoscenze che concernono l’origine dell’uomo sembrano aver superato la dottrina del peccato originale; la critica esegetica relativizza la figura di Gesù e mette punti interrogativi sulla sua coscienza filiale; l’origine della Chiesa in Gesù appare dubbia, e così via.
La “fine della metafisica” ha reso problematico il fondamento filosofico del cristianesimo, i metodi storici moderni hanno posto le sue basi storiche in una luce ambigua. Così è facile ridurre i contenuti cristiani a simboli, non attribuire loro nessuna verità maggiore di quella dei miti della storia delle religioni, considerarli come una modalità di esperienza religiosa che dovrebbe collocarsi umilmente a fianco di altre. In questo senso si può ancora – a quanto pare – continuare a rimanere cristiani; ci si serve sempre delle forme espressive del cristianesimo, la cui pretesa però è radicalmente trasformata: quella verità che era stata per l’uomo una forza obbligante e una promessa affidabile diventa ormai un’espressione culturale della sensibilità religiosa generale, espressione che sarebbe ovvia per noi a causa della nostra origine europea
Ernst Troeltsch, all’inizio di questo secolo, ha formulato filosoficamente e teologicamente questo ritirarsi del cristianesimo dalla sua pretesa originariamente universale, che poteva fondarsi solo sulla pretesa alla verità. Egli era arrivato alla convinzione che le culture sono insuperabili e che la religione è legata alle culture. Il cristianesimo è quindi solo il lato del volto di Dio rivolto verso l’Europa. Le «particolari caratteristiche legate alla cultura e alle razze» e «le caratteristiche delle sue grandi formazioni religiose che abbracciano un contesto più ampio» assurgono al rango di ultima istanza: «Chi si azzarderebbe a formulare dei giudizi di valore davvero categorici a proposito? È una cosa che potrebbe fare solo Dio stesso, lui che è all’origine di queste differenze».
Un cieco nato sa che non è nato per essere cieco e di conseguenza non smetterà di interrogarsi sul perché della sua cecità e su come uscirne. Solo in apparenza l’uomo si è rassegnato al verdetto di essere nato cieco davanti a quel che gli appartiene, alla sola realtà che in ultima istanza conta nella nostra vita. Il titanico tentativo di prendere possesso del mondo intero, di trarre dalla nostra vita e per la nostra vita tutto il possibile, mostra, così come le esplosioni di un culto dell’estasi, della trasgressione e della distruzione di sé, che l’uomo non si accontenta di un giudizio così. Perché se non sa da dove viene e perché esiste, non è forse in tutto il suo essere una creatura mancata? L’addio apparentemente indifferente alla verità su Dio e sull’essenza del nostro io, l’apparente soddisfazione per non doversi più occupare di tutto questo, ingannano. L’uomo non può rassegnarsi a essere e restare, quanto a ciò che è essenziale, un cieco nato. L’addio alla verità non può mai essere definitivo.Stando così le cose, è necessario riproporre la domanda fuori moda della verità del cristianesimo, per quanto a molti possa apparire superflua e insolubile. Ma come?
Di sicuro, la teologia cristiana dovrà esaminare attentamente, senza timore di esporsi, le diverse istanze che sono state sollevate contro la pretesa del cristianesimo alla verità nel campo della filosofia, delle scienze naturali, della storia naturale. Ma d’altra parte occorre anche che essa cerchi di acquisire una visione di insieme del problema concernente l’essenza autentica del cristianesimo, la sua collocazione nella storia delle religioni e il suo posto nell’esistenza umana. Vorrei fare un passo in questa direzione, mettendo in luce come, alle sue origini nel kosmos delle religioni, il cristianesimo stesso ha visto questa sua pretesa.Che io sappia non esiste alcun testo del cristianesimo antico che getti sulla questione tanta luce quanto la discussione di Agostino con la filosofia religiosa del «più erudito tra i romani», Marco Terenzio Varrone (116-27 a. C.). Varrone condivideva l’immagine stoica di Dio e del mondo; definì Dio come animam motu ac ratione mundum gubernantem (come «l’anima che regge il mondo tramite il movimento e la ragione»), in altri termini: come l’anima del mondo che i Greci chiamano kosmoshunc ipsum mundum esse deum. Questa anima del mondo, tuttavia, non riceve culto. Non è oggetto di religio. In altri termini: verità e religione, conoscenza razionale e ordine cultuale sono situati su due piani totalmente diversi. L’ordine cultuale, il mondo concreto della religione, non appartiene all’ordine della res, della realtà come tale, ma a quello dei mores – dei costumi. Non sono gli dei che hanno creato lo Stato, è lo Stato che ha istituito gli dei, la cui venerazione è essenziale per l’ordine dello Stato e per il buon comportamento dei cittadini. La religione è nella sua essenza un fenomeno politico. Varrone distingue così tre tipi di “teologia”, intendendo per teologia la ratio, quae de diis explicatur – la comprensione e la spiegazione del divino, potremmo tradurre.
Tali sono la theologia mythica, la theologia civilis e la theologia naturalis. Tramite quattro definizioni egli spiega poi cosa si debba intendere per queste “teologie”.
La prima definizione fa riferimento ai tre teologi associati a queste tre teologie: i teologi della teologia mitica sono i poeti, perché hanno composto canti sugli dei e sono così cantori della divinità. I teologi della teologia fisica (naturale) sono i filosofi, cioè gli eruditi, i pensatori, che, andando al di là delle abitudini, si interrogano sulla realtà, sulla verità; i teologi della teologia civile sono i “popoli”, che hanno scelto di non allearsi ai filosofi (alla verità), ma ai poeti, alle loro visioni poetiche, alle loro immagini e alle loro figure.

La seconda definizione riguarda i luoghi a cui nella realtà sono associate le singole teologie. Alla teologia mitica corrisponde il teatro, che aveva di fatto un rango religioso, cultuale; secondo l’opinione comune, gli spettacoli erano stati istituiti a Roma per ordine degli dei. Alla teologia politica corrisponde la urbs. Lo spazio della teologia naturale sarebbe il kosmos.
La terza definizione designa il contenuto delle tre teologie: la teologia mitica avrebbe per contenuto le favole sugli dei, create dai poeti; la teologia di Stato il culto; la teologia naturale risponderebbe alla domanda su chi sono gli dei.
Vale la pena ora di prestare maggiore attenzione:
«Se – come in Eraclito – essi [gli dei] sono fatti di fuoco o – come in Pitagora – di numeri, o – come in Epicuro – di atomi, e altre cose ancora che le orecchie possono sopportare più facilmente all’interno delle mura scolastiche piuttosto che fuori, sulla pubblica piazza», ne deriva con assoluta chiarezza che questa teologia naturale è una demitologizzazione, o meglio una razionalità, che guarda criticamente cosa c’è dietro l’apparenza mitica e la dissolve attraverso la conoscenza scientifico-naturale. Culto e conoscenza risultano separati l’uno dall’altra. Il culto resta necessario fintanto che è una questione di utilità politica; la conoscenza ha un effetto distruttore sulla religione e non dovrebbe quindi essere messa sulla pubblica piazza.
Infine c’è la quarta definizione.
Il contenuto delle diverse teologie da che tipo di realtà è costituito? La risposta di Varrone è questa: la teologia naturale si occupa della “natura degli dei” (che di fatto non esistono), le altre due teologie trattano dei divina instituta hominum – delle istituzioni divine degli uomini. Ne consegue che tutta la differenza si riduce a quella che c’è tra la fisica nel suo significato antico e la religione cultuale dall’altra parte. «La teologia civile non ha in ultima analisi alcun dio, soltanto la “religione”; la “teologia naturale” non ha religione, ma solo una divinità».
Certo, non può avere nessuna religione, perché al suo dio (fuoco, numeri, atomi) non può essere rivolta la parola in termini religiosi. Così religio (termine che designa essenzialmente il culto) e realtà, la conoscenza razionale del reale, si configurano come due sfere separate, l’una accanto all’altra. La religio non trae la sua giustificazione dalla realtà del divino, ma dalla sua funzione politica. È un’istituzione di cui lo Stato ha bisogno per la sua esistenza.
Indubbiamente ci troviamo qui di fronte ad una fase tardiva della religione, nella quale è infranta l’ingenuità dell’atteggiamento religioso ed è quindi innescata la sua dissoluzione.
Ma il legame essenziale della religione con la compagine statale penetra decisamente molto più in profondità. Il culto è in ultima istanza un ordine positivo che come tale non può essere commisurato al problema della verità. Mentre Varrone, nel suo tempo, in cui la funzione politica della religione era ancora sufficientemente forte, per giustificarla come tale poteva ancora difendere una concezione piuttosto cruda della razionalità e dell’assenza di verità del culto motivato politicamente, il neoplatonismo cercherà presto un’altra via di uscita dalla crisi, su cui l’imperatore Giuliano basò poi il suo sforzo per ristabilire la religione romana di Stato. Quello che i poeti dicono sono immagini che non si devono intendere fisicamente; ma sono comunque immagini che esprimono l’inesprimibile per tutti quegli uomini ai quali la via maestra dell’unione mistica è sbarrata. Benché non siano vere come tali, le immagini sono giustificate come approcci a qualcosa che sempre deve restare inesprimibile.

Con ciò abbiamo anticipato qualcosa di quel che diremo. La posizione neoplatonica, infatti, da parte sua è già una reazione contro la presa di posizione cristiana sul problema della fondazione cristiana del culto e del posto della fede che ne è alla base, nella tipologia delle religioni.
– Torniamo dunque ad Agostino. Dov’è che egli situa il cristianesimo nella triade varroniana delle religioni? Quello che stupisce è che senza la minima esitazione Agostino attribuisce al cristianesimo il suo posto nell’ambito della “teologia fisica”, nell’ambito della razionalità filosofica. Si trova così in perfetta continuità con i primi teologi del cristianesimo, gli Apologisti del II secolo, e anche con la posizione che Paolo assegna al cristianesimo nel primo capitolo della Lettera ai Romani che, da parte sua, si basa sulla teologia veterotestamentaria della Sapienza e risale, al di là di essa, fino ai Salmi che scherniscono gli dei. Il cristianesimo ha, in questa prospettiva, i suoi precursori e la sua preparazione nella razionalità filosofica, non nelle religioni.
Il cristianesimo non è affatto basato, secondo Agostino e la tradizione biblica, che per lui è normativa, su immagini e presentimenti mitici, la cui giustificazione si trova ultimamente nella loro utilità politica, ma si richiama invece a quel divino che può essere percepito dall’analisi razionale della realtà. In altri termini: Agostino identifica il monoteismo biblico con le vedute filosofiche sulla fondazione del mondo che si sono formate, secondo diverse varianti, nella filosofia antica. È questo che si intende quando il cristianesimo, a partire dal discorso paolino dell’Areopago in poi, si presenta con la pretesa di essere la religio vera. Il che significa: la fede cristiana non si basa sulla poesia e la politica, queste due grandi fonti della religione; si basa sulla conoscenza. Venera quell’Essere che sta a fondamento di tutto ciò che esiste, il “vero Dio”.
Nel cristianesimo, la razionalità è diventata religione e non più il suo avversario. Perché ciò avvenisse, perché il cristianesimo si comprendesse come la vittoria della demitologizzazione, la vittoria della conoscenza e con essa della verità, doveva necessariamente considerarsi come universale ed essere portato a tutti i popoli: non come una religione specifica che ne reprime altre in forza di una specie di imperialismo religioso, ma come la verità che rende superflua l’apparenza. Ed è proprio questo che nella vasta tolleranza dei politeismi doveva necessariamente apparire come intollerabile, addirittura come nemico della religione, come “ateismo”. Non si fondava sulla relatività e sulla convertibilità delle immagini, disturbava perciò soprattutto l’utilità politica delle religioni, e metteva così in pericolo i fondamenti dello Stato, nel quale non voleva essere una religione tra le altre, ma la vittoria dell’intelligenza sul mondo delle religioni.D’altra parte, a questa posizione del cristianesimo nel kosmos di religione e filosofia risale anche la forza di penetrazione del cristianesimo. Già prima dell’inizio della missione cristiana, alcuni circoli colti dell’antichità avevano cercato nella figura del “timorato di Dio” il nesso con la fede giudaica, che appariva loro come una figura religiosa del monoteismo filosofico corrispondente alle esigenze della ragione e allo stesso tempo al bisogno religioso dell’uomo. Bisogno questo a cui la filosofia da sola non poteva rispondere: non si prega un dio solo pensato. Là dove invece il Dio trovato dal pensiero si lascia incontrare nel cuore della religione come un Dio che parla e agisce, il pensiero e la fede sono riconciliati.

In quel nesso con la sinagoga, c’era ancora qualcosa che non soddisfaceva: il non ebreo infatti rimaneva sempre un estraneo, non poteva mai arrivare ad una totale appartenenza. Questo nodo è sciolto nel cristianesimo dalla figura di Cristo, così come la interpretò Paolo. Solo allora il monoteismo religioso del giudaismo era divenuto universale, e quindi l’unità tra pensiero e fede, la religio vera, era divenuta accessibile a tutti.
Giustino il filosofo, Giustino il martire (†167) può servire da figura sintomatica di questo accesso al cristianesimo: aveva studiato tutte le filosofie e alla fine aveva riconosciuto nel cristianesimo la vera philosophia. Era convinto che diventando cristiano non aveva rinnegato la filosofia, ma che solo allora era diventato davvero filosofo. La convinzione che il cristianesimo sia una filosofia, la filosofia perfetta, quella che è potuta penetrare fino alla verità, resterà in vigore ancora a lungo dopo l’epoca patristica. È ancora assolutamente attuale nel XIV secolo nella teologia bizantina di Nicolas Cabasilas. Certo, non si intendeva la filosofia come una disciplina accademica di natura puramente teoretica, ma anche e soprattutto, su un piano pratico, come l’arte del ben vivere e del ben morire, che tuttavia può riuscire solo alla luce della verità.L’unione della razionalità e della fede, che si realizzò nello sviluppo della missione cristiana e nella costruzione della teologia cristiana, portò però correttivi decisivi all’immagine filosofica di Dio, di cui due soprattutto devono essere menzionati.
Il primo consiste nel fatto che il Dio al quale i cristiani credono e che venerano, a differenza degli dei mitici e politici, è davvero natura Deus; in ciò soddisfa le esigenze della razionalità filosofica. Ma nello stesso tempo vale l’altro aspetto: non tamen omnis natura est Deus – non tutto ciò che è natura è Dio. Dio è Dio per sua natura, ma la natura come tale non è Dio. Si crea una separazione tra la natura universale e l’Essere che la fonda, che le dà la sua origineSolo allora la fisica e la metafisica giungono a una chiara distinzione l’una dall’altra. Solo il vero Dio che possiamo riconoscere, tramite il pensiero, nella natura è oggetto di preghiera. Ma è di più che la natura. La precede, essa è la sua creatura.
A questa separazione tra la natura e Dio si aggiunge una seconda scoperta, ancora più decisiva: il dio, la natura, l’anima del mondo o qualsiasi cosa fosse non si poteva pregare; non era un “dio religioso”, avevamo constatato.
Adesso, ed è quello che già dice la fede dell’Antico Testamento e più ancora quella del Nuovo Testamento, quel Dio che precede la natura si è volto verso gli uomini. Non è un Dio silenzioso proprio perché non è solo natura. È entrato nella storia, è venuto incontro all’uomo, e così adesso l’uomo può incontrarlo. Può legarsi a Dio perché Dio si è legato all’uomo. Le due dimensioni della religione, che erano sempre separate l’una dall’altra, la natura eternamente dominatrice e il bisogno di salvezza dell’uomo che soffre e lotta sono legati l’una all’altro. La razionalità può diventare religione, perché il Dio della razionalità è egli stesso entrato nella religione. L’elemento che la fede rivendica come proprio, la Parola storica di Dio, è infatti il presupposto perché la religione possa ormai volgersi verso il dio filosofico, che non è più un Dio puramente filosofico e che nemmeno ripugna alla conoscenza della filosofia, ma l’assume. Qui si manifesta una cosa stupefacente: i due princìpi fondamentali del cristianesimo apparentemente in contrasto, il legame alla metafisica e il legame alla storia, si condizionano e si rapportano l’uno all’altro; costituiscono insieme l’apologia del cristianesimo in quanto religio vera.Se dunque si può dire che la vittoria del cristianesimo sulle religioni pagane fu resa possibile non da ultimo dalla sua pretesa di ragionevolezza, occorre aggiungere che a questo è legato un secondo motivo della stessa importanza. Consiste innanzitutto, per dirlo in modo assolutamente generale, nella serietà morale del cristianesimo, caratteristica che, del resto, Paolo aveva già allo stesso modo messo in rapporto con la ragionevolezza della fede cristiana: ciò a cui in fondo tende la legge, le esigenze essenziali messe in luce dalla fede cristiana, di un Dio unico per la vita dell’uomo, corrisponde a quel che l’uomo, ogni uomo porta scritto nel cuore, cosicché quando gli si presenta, lo riconosce come Bene. Corrisponde a ciò che «è buono per natura» (Rm 2, 14s). L’allusione alla morale stoica, alla sua interpretazione etica della natura, è qui manifesta tanto quanto in altri testi paolini, per esempio nella Lettera ai Filippesi (Fil 4, 8: «Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri»).

Così la fondamentale (benché critica) unità con la razionalità filosofica, presente nella nozione di Dio, si conferma e si concretizza ora nell’unità, critica anch’essa, con la morale filosofica. Come nel campo del religioso il cristianesimo superava i limiti di una scuola di saggezza filosofica proprio per il fatto che il Dio pensato si lasciava incontrare come un Dio vivente, così qui ci fu un superamento della teoria etica in una praxis morale, comunitariamente vissuta e resa concreta, nella quale la prospettiva filosofica era trascesa e trasposta nell’azione reale, in particolare grazie al concentrare tutta la morale nel duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo.
Il cristianesimo, si potrebbe dire semplificando, convinceva grazie al legame della fede con la ragione e grazie all’orientamento dell’azione verso la caritas, la cura amorevole dei sofferenti, dei poveri e dei deboli, al di là di ogni differenza di condizione. Che fosse questa l’intima forza del cristianesimo lo si può sicuramente e chiaramente vedere nel modo in cui l’imperatore Giuliano cercò di ristabilire il paganesimo in una forma rinnovata. Lui, il pontifex maximus della ristabilita religione degli antichi dei, si mise ad istituire, cosa che non era mai esistita prima, una gerarchia pagana, fatta di sacerdoti e metropoliti. I sacerdoti dovevano essere esempi di moralità; dovevano dedicarsi all’amore di dio (la divinità suprema tra gli dei) e del prossimo. Erano obbligati a compiere atti di carità verso i poveri, non era più permesso loro di leggere le commedie licenziose e i romanzi erotici, e dovevano predicare nei giorni di festa su un argomento filosofico per istruire e formare il popolo. Teresio Bosco dice giustamente, a questo riguardo, che l’imperatore in questo modo cercava, in realtà, non di ristabilire il paganesimo ma di cristianizzarlo – in una sintesi limitata al culto degli dei, di razionalità e religione.Rivolgendo lo sguardo indietro, possiamo dire che la forza che ha trasformato il cristianesimo in una religione mondiale è consistita nella sua sintesi fra ragione, fede, vita; è precisamente questa sintesi che è sintetizzata nell’espressione religio vera.
E a maggior ragione si impone allora la domanda: perché questa sintesi non convince più oggi? Perché la razionalità e il cristianesimo sono, al contrario, considerati oggi come contraddittori e addirittura reciprocamente esclusivi? Che cosa è cambiato nella razionalità? Che cosa è cambiato nel cristianesimo?
Un tempo il neoplatonismo, in particolare Porfirio, aveva opposto alla sintesi cristiana un’altra interpretazione del rapporto tra filosofia e religione, una interpretazione che intendeva essere una rifondazione filosofica della religione politeista.
Oggi è proprio questo modo di armonizzare la religione e la razionalità che sembra imporsi come la forma di religiosità adatta alla coscienza moderna.
Porfirio formula così la sua prima idea fondamentale: Latet omne verum – la verità è nascosta. Ricordiamoci della parabola dell’elefante, contrassegnata proprio da quella concezione in cui buddismo e neoplatonismo si incontrano. In base alla quale non c’è alcuna certezza sulla verità, su Dio, ma solo opinioni.
Nella crisi di Roma del tardo IV secolo, il senatore Simmaco – immagine speculare di Varrone e della sua teoria della religione – ha riportato la concezione neoplatonica a alcune formule semplici e pragmatiche, che possiamo trovare nel discorso tenuto nel 384 davanti all’imperatore Valentiniano II, in difesa del paganesimo e in favore della ricollocazione della dea Vittoria nel Senato di Roma. Cito solo la frase decisiva divenuta celebre: «È la medesima cosa quella che noi tutti veneriamo, una sola quella che pensiamo, contempliamo le stesse stelle, uno solo è il cielo che sta sopra di noi, è lo stesso il mondo che ci circonda; che cosa importano i diversi tipi di saggezza attraverso i quali ciascuno cerca la verità? Non si può arrivare a un mistero tanto grande attraverso un’unica via».
È esattamente ciò che sostiene oggi la razionalità: la verità in quanto tale non la conosciamo; nelle immagini più diverse, in fondo, miriamo alla medesima cosa. Mistero così grande, il divino non può essere ridotto a una sola figura che esclude tutte le altre, a un’unica via che vincolerebbe tutti. Ci sono molte vie, ci sono molte immagini, tutte riflettono qualche cosa del tutto e nessuna di loro il tutto. L’ethos della tolleranza appartiene a chi riconosce in ciascuna di esse una parte di verità, a chi non pone la sua più in alto delle altre e si inserisce tranquillamente nella sinfonia polimorfa dell’eterno Inaccessibile. Esso in realtà si vela dietro a simboli, ma questi simboli sembrano non di meno l’unica nostra possibilità di arrivare in una certa maniera alla divinità.La pretesa del cristianesimo di essere la religio vera sarebbe dunque superata dal progresso della razionalità? È dunque costretto ad abbassare le sue pretese e a inserirsi nella visione neoplatonica o buddista o indù della verità e del simbolo, a contentarsi, come aveva proposto Ernst Troeltsch, di mostrare della faccia di Dio la parte rivolta verso l’Europa? Si deve forse fare un passo in più di Troeltsch, che considerava ancora il cristianesimo la religione adatta all’Europa, tenendo conto del fatto che oggi l’Europa stessa dubita che sia adatta?
Questa è la vera domanda alla quale oggi la Chiesa e la teologia devono far fronte.
Tutte le crisi all’interno del cristianesimo che osserviamo ai giorni nostri si basano di fatto solo secondariamente su problemi istituzionali.
I problemi delle istituzioni così come delle persone nella Chiesa derivano ultimamente da questa questione, e dall’enorme peso che essa ha. Nessuno si aspetterà, alla fine del secondo millennio cristiano, che questa provocazione fondamentale trovi, anche solo lontanamente, risposta definitiva in una conferenza. Non può assolutamente trovare risposte puramente teoriche, così come la religione, in quanto attitudine ultima dell’uomo, non è mai solo teoria. Esige quella combinazione di conoscenza e di azione, su cui era fondata la forza persuasiva del cristianesimo dei Padri

Ciò non significa in nessun modo che ci si possa sottrarre all’urgenza che il problema ha dal punto di vista intellettuale, rinviando alla necessità della prassi.

Cercherò, per finire, solo di aprire una prospettiva che potrebbe indicare la direzione.
Abbiamo visto che l’originaria unità relazionale, tuttavia mai completamente acquisita, tra razionalità e fede, alla quale infine Tommaso d’Aquino dette una forma sistematica, è stata lacerata meno dallo sviluppo della fede che dai nuovi progressi della razionalità. Come tappe di questa mutua separazione si potrebbero citare Descartes, Spinoza, Kant.
La nuova sintesi inglobante che Hegel tenta non restituisce alla fede il suo posto filosofico, ma tende a convertirla in ragione ed eliminarla come fede.
A questa assolutizzazione dello spirito, Marx oppone l’unicità della materia; la filosofia deve allora essere completamente ricondotta alla scienza esatta. Solo l’esatta conoscenza scientifica è conoscenza. Con ciò è congedata l’idea del divino.
La profezia di Auguste Comte, che disse che un giorno ci sarebbe stata una fisica dell’uomo e che le grandi domande finora lasciate alla metafisica in futuro sarebbero state trattate “positivamente” come tutto ciò che già oggi è scienza positiva, ha lasciato un’eco impressionante nel nostro secolo, nelle scienze umane. La separazione tra la fisica e la metafisica operata dal pensiero cristiano è sempre più abbandonata. Tutto deve ridiventare “fisica”.
La teoria evoluzionistica si è andata cristallizzando come la strada per far sparire definitivamente la metafisica, per rendere superflua l’«ipotesi di Dio» (Laplace) e formulare una spiegazione del mondo strettamente “scientifica”. Una teoria evoluzionistica che spieghi in modo inglobante l’insieme di tutto il reale è diventata una specie di “filosofia prima” che rappresenta per così dire l’autentico fondamento della comprensione razionale del mondo.
Ogni tentativo di fare entrare in gioco cause diverse da quelle che una teoria “positiva” elabora, ogni tentativo di “metafisica” appare necessariamente come una ricaduta al di qua della ragione, come un decadere dalla pretesa universale della scienza. Anche l’idea cristiana di Dio è necessariamente considerata come non scientifica. A quest’idea non corrisponde più nessuna theologia physica: l’unica theologia naturalis è, in questa visione, la dottrina evoluzionistica, ed essa non conosce proprio alcun Dio, né alcun Creatore nel senso del cristianesimo (del giudaismo e dell’islam), né alcuna anima del mondo o dinamismo interiore nel senso della Stoa. Eventualmente si potrebbe, in senso buddista, considerare il mondo intero come un’apparenza, e il nulla come l’autentica realtà, e giustificare in questo senso le forme mistiche di religione che almeno non sono in diretta concorrenza con la ragione.È così detta l’ultima parola? La ragione e il cristianesimo sono così definitivamente separati l’una dall’altro? Comunque stiano le cose, non viene discussa la portata della dottrina evoluzionistica come filosofia prima e l’esclusività del metodo positivo come unico tipo di scienza e di razionalità. Occorre che questa discussione venga iniziata da entrambe le parti con serenità e disponibilità ad ascoltare, cosa che finora è accaduta solo in modo debole. Nessuno potrebbe mettere seriamente in dubbio le prove scientifiche dei processi microevolutivi. Reinhard Junker e Sieghfried Scherer dicono a questo proposito nel loro Kritisches Lehrbuch sull’evoluzione: «Tali fenomeni [i processi microevolutivi] sono ben conosciuti a partire dai processi naturali di variazione e di formazione. Il loro esame per mezzo della biologia evolutiva portò a conoscenze significative a proposito della capacità strabiliante di adattamento dei sistemi viventi». Dicono in questo senso che si può a ragione caratterizzare la ricerca sull’origine come la disciplina regina della biologia.
La domanda che un credente può porsi di fronte alla ragione moderna non è su questo, ma sull’estensione di una philosophia universalis che ambisce a diventare una spiegazione generale del reale e tende a non consentire più nessun altro livello di pensiero. Nella stessa dottrina evoluzionistica il problema si presenta quando si passa dalla micro alla macroevoluzione, passaggio a proposito del quale Szamarthy e Maynard Smith, entrambi sostenitori di una teoria evoluzionistica ricomprensiva, ammettono anche loro: «Non ci sono motivi teorici che lascino pensare che delle linee evolutive aumentino in complessità col tempo; non ci sono neanche prove empiriche che ciò avvenga».La domanda che ora bisogna porre va più in profondità: si tratta di sapere se la dottrina evoluzionistica può presentarsi come una teoria universale di tutto il reale, al di là della quale le ulteriori domande sull’origine e la natura delle cose non sono più lecite né necessarie, o se domande ultime del genere non superino il campo della pura ricerca scientifico-naturale.
Vorrei porre la domanda in modo ancora più concreto.
Dice veramente tutto una risposta come quella che troviamo, per esempio, nella seguente formulazione di Popper: «La vita, come noi la conosciamo, consiste di “corpi” fisici (meglio: di processi e strutture) che risolvono problemi. Che le diverse specie hanno “imparato” tramite la selezione naturale, cioè tramite il metodo di riproduzione più variazione; metodo che, da parte sua, fu imparato secondo lo stesso metodo. È una regressione, ma non è infinita…»? Non credo proprio.
In fin dei conti si tratta di un’alternativa che non si può più risolvere semplicemente né a livello delle scienze naturali e in fondo neanche della filosofia.
Si tratta di sapere se la ragione, o il razionale, si trova o no al principio di tutte le cose e a loro fondamento. Si tratta di sapere se il reale è nato sulla base del caso e della necessità (o, con Popper, d’accordo con Butler del Luck and Cunning [caso felice e previsione]), e quindi da ciò che è senza ragione, se, in altri termini, la ragione è un casuale prodotto marginale dell’irrazionale, insignificante, alla fine, nell’oceano dell’irrazionale, o se resta vera quella che è la convinzione fondamentale della fede cristiana e della sua filosofia: In principio erat Verbum – al principio di tutte le cose c’è la forza creatrice della ragione.
La fede cristiana è oggi come ieri l’opzione per la priorità della ragione e del razionale.
Questa domanda ultima non può più, come già si è detto, essere risolta tramite argomenti tratti dalle scienze naturali, e il pensiero filosofico stesso qui si blocca. In questo senso non si può fornire alcuna prova ultima dell’opzione cristiana fondamentale. Ma la ragione può, ultimamente, senza rinnegare se stessa, rinunciare alla priorità del razionale sull’irrazionale, al Logos come principio primo? Il modello ermeneutico offerto da Popper, che rientra sotto diverse forme in altre presentazioni della “filosofia prima”, dimostra che la ragione non può che pensare anche l’irrazionale secondo la sua misura, e quindi razionalmente (risolvere problemi, elaborare metodi!), ristabilendo così implicitamente proprio il primato contestato della ragione. Con la sua opzione a favore del primato della ragione, il cristianesimo resta ancora oggi “razionalità”, e penso che una razionalità che si sbarazzi di questa opzione significherebbe per forza, contrariamente alle apparenze, non un’evoluzione ma un’involuzione della razionalità.Abbiamo visto in precedenza che nella concezione del primo cristianesimo le nozioni di natura, uomo, Dio, ethos e religione erano indissolubilmente connesse l’una all’altra e che quel nesso aveva proprio aiutato il cristianesimo a vederci chiaro nella crisi degli dei e nella crisi dell’antica razionalità. L’orientarsi della religione verso una visione razionale del reale, l’ethos come parte di questa visione e la sua applicazione concreta sotto il primato dell’amore, si associarono l’uno all’altro. Il primato del Logos e il primato dell’amore si rivelarono identici. Il Logos non apparve più solo come ragione matematica alla base di tutte le cose ma come amore creatore fino a diventare com-passione verso la creatura. La dimensione cosmica della religione che venera il Creatore nella potenza dell’essere, e la sua dimensione esistenziale, la questione della redenzione, si compenetrarono e divennero una cosa sola. Di fatto, una spiegazione del reale che non può in modo sensato e comprensivo fondare un ethos resta necessariamente insufficiente.
Ora, è un fatto che la teoria evoluzionistica, là dove rischia di allargarsi in philosophia universalis, tenta di fondare un nuovo ethos sulla base dell’evoluzione. Ma questo ethos evoluzionistico, che trova ineluttabilmente la sua nozione chiave nel modello della selezione, e quindi nella lotta per la sopravvivenza, nella vittoria del più forte, nell’adattamento riuscito, ha poco di consolante da offrire. Anche là dove si cerchi di abbellirlo in vari modi, resta ultimamente un ethos crudele. Lo sforzo per distillare il razionale a partire da una realtà insensata in se stessa fallisce qui in modo lampante. Tutto ciò serve a ben poco per quello di cui abbiamo bisogno: un’etica della pace universale, dell’amore pratico del prossimo e del necessario andare oltre il particolare.Il tentativo di ridare, in questa crisi dell’umanità, un senso comprensibile alla nozione di cristianesimo come religio vera deve, per così dire, puntare ugualmente sull’ortoprassia e sull’ortodossia.
Al livello più profondo il suo contenuto dovrà consistere, oggi – come sempre, in ultima analisi –, nel fatto che l’amore e la ragione coincidono in quanto veri e propri pilastri fondamentali deɓl reale: la ragione vera è l’amore e l’amore è la ragione vera. Nella loro unità essi sono il vero fondamento e lo scopo di tutto il reale.