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mercoledì 13 luglio 2022

Il dono supremo dell'umanità è il dono della bellezza spirituale

 C'è un dono superiore rispetto a quello dei geni della scienza e della letteratura, dei poeti e degli scienziati. Tra le persone di talento, se non di genio, tra i virtuosi delle formule matematiche, del verso poetico, della frase musicale, dello scalpello o del pennello molti hanno un animo misero, debole, meschino, lascivo, avido, servile, cupido, invidioso; molti sono i molluschi, gli smidollati nei quali l'irritazione di una coscienza inquieta favorisce la nascita della perla. Il dono supremo dell'umanità è il dono della bellezza spirituale, della nobiltà d'animo, della magnanimità e del coraggio del singolo in nome del bene. È il dono di cavalieri e fanti timidi e senza nome che con le loro imprese fanno sì che l'uomo non si trasformi in una bestia.

V. Grossman

sabato 2 luglio 2022

L’amicizia

 L’amicizia è uno specchio in cui l’uomo si riflette. A volte, chiacchierando con un amico impari a conoscerti e comunichi con te stesso… Capita che l’amico sia una figura silente, che per suo tramite si riesca a parlare con se stessi, a ritrovare la gioia dentro di sé, in pensieri che divengono chiari e visibili grazie alla cassa di risonanza del cuore altrui. L’amico è colui che ti perdona debolezze, difetti e vizi, che conosce e conferma la tua forza, il tuo talento, i tuoi meriti. E l’amico è colui che, pur volendoti bene, non ti nasconde le tue debolezze, i tuoi difetti, i tuoi vizi. L’amicizia si fonda dunque sulla somiglianza, ma si manifesta nella diversità, nelle contraddizioni, nelle differenze. Nell’amicizia l’uomo cerca egoisticamente ciò che gli manca. E nell’amicizia tende a donare munificamente ciò che possiede.

Vasilij Grossman, Vita e destino, pp. 341-342

lunedì 22 febbraio 2021

Madonna Sistina.

 Madonna Sistina

*** 

Dopo aver schiacciato e annientato l’esercito della Germania fascista, le vittoriose truppe sovietiche hanno portato a Mosca alcuni quadri del museo di Dresda. Questi quadri sono stati conservati sotto chiave per quasi dieci anni.

Nella primavera del 1955, il governo sovietico ha deciso di rimandare i quadri a Dresda. Prima di rispedirli in Germania, si è deciso di mostrarli al pubblico per novanta giorni.

E fu così che il 30 maggio 1955, di buon’ora in una fredda mattina, dopo aver risalito la via Volkhonka lungo i cordoni con cui la milizia moscovita convogliava le migliaia di persone che volevano vedere i quadri dei grandi maestri, sono entrato nel museo Puskin, sono salito al primo piano e mi sono avvicinato alla Madonna Sistina.

Fin dal primo sguardo c'è una cosa che si impone, immediatamente, prima di tutto: è immortale. Ho compreso allora che prima di aver visto la Madonna Sistina avevo usato con leggerezza una parola dal potere terribile, la parola “immortalità”, ho capito che avevo confuso con l’immortalità la potente vita di alcune, particolarmente sublimi, opere umane. E pieno di venerazione per Rembrandt, per Beethoven e Tolstoji, ho capito che fra tutte le creazioni di pennello, bulino o penna che avevano stupito il mio cuore e il mio spirito, solo questo quadro di Raffaello non sarebbe morto, finché non fossero scomparsi gli uomini. E che forse, fossero scomparsi loro, le altre creature che ne avessero preso il loro posto sulla faccia della terra, lupi, ratti, orsi o rondini, si sarebbero precipitati a quattro zampe o a colpi d’ala per venire a vedere la Madonna…

Dodici generazioni hanno guardato questo quadro, un quinto dell’umanità vissuta sulla terra a partire dall’inizio dei tempi storici fino ai giorni nostri.

È stato guardato da vecchi mendicanti e da imperatori d’Europa, da studenti, da miliardari venuti da oltre gli oceani, da papi e da principi russi, è stato guardato da vergini pure e da prostitute, da colonnelli di stato maggiore, da ladri, da geni, da tessitori, da piloti di aeri da guerra e da istitutori, è stato guardato dai buoni e dai cattivi.

Da quando questo quadro esiste, sono stati fondati imperi europei e coloniali e sono crollati, è sorto il popolo americano, le fabbriche di Pittsburgh e di Detroit, ci sono state rivoluzioni, e la struttura sociale del mondo è stata trasformata… Da allora, l’umanità ha lasciato alle sue spalle le superstizioni degli alchimisti, i telai dei tessitori; i bastimenti a vela e le diligenze, i moschetti e le alabarde; è entrata nel secolo dei motori elettrici e delle turbine, il secolo dei reattori atomici e delle reazioni termonucleari.Da allora, Galileo ha scritto i sui Discorsi formulando la conoscenza dell’universo, Newton ha scritto i Principia, Einstein Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento. Da allora, Rembrandt, Goethe, Beethoven, Dostoevskij e Tolstoj hanno reso più profonda la nostra anima e più bella la vita.

Ho visto una giovane madre tenere un bambino fra le sue braccia. Come posso rendere la grazia squisita d’un melo, esile e delicato, che abbia appena dato la sua prima mela, piena e bianca; la grazia d’un uccellino coi suoi pulcini appena nati, o di una cerbiatta appena diventata madre… La maternità e la grazia di una ragazzina, quasi ancora bambina.

Questa grazia, dopo aver visto la Madonna Sistina, non si può più dire che sia ineffabile o che sia misteriosa.

Nella sua Madonna Raffaello ha svelato il mistero della maternità e della sua bellezza. Ma non è da questo che dipende l’inesauribile vitalità del suo quadro. Dipende invece dal fatto che il corpo e il volto di questa giovane donna sono la sua anima, ed è questa la ragione per cui la Madonna è così bella. C’è in questa rappresentazione visiva dell’anima materna qualcosa di inaccessibile alla consapevolezza umana.

Noi sappiamo che le reazioni termonucleari trasformano la materia in una quantità di energia potentissima, ma non sappiamo rappresentarci il processo inverso, come cioè avvenga che l’energia si trasformi in materia; e qui, ecco la forza dello spirito, la maternità, cristallizzata e trasmutata in un’umile Madonna.

La sua bellezza è strettamente connessa alla vita su questa terra. Lei è democratica, umana; lei è inerente alla massa degli esseri umani – quelli dalla pelle gialla, gli strabici, i gobbi dai lunghi nasi pallidi, i neri dai capelli ricci e dalle grosse labbra – lei è universale. Lei è l’anima e lo specchio dell’umano, e tutti quelli che la guardano vedono in lei l’umano: lei è l’immagine dell’anima materna, ed è per questo che la sua bellezza è mista in modo inestricabile, si confonde con la bellezza nascosta, indistruttibile e profonda della vita che nasce all’essere – nelle cantine, nei granai, nei palazzi e nei bassifondi.

A me pare che questa Madonna sia l’espressione più atea possibile della vita, dell’umano senza alcuna partecipazione del divino.

C’erano istanti in cui mi è parso che esprimesse non solo l’umano, ma anche qualcosa di inerente alla vita terrestre nel suo senso più ampio, il mondo animale là dove negli occhi scuri della giumenta, della mucca o della cagna che nutrono i loro piccoli si può vedere, o indovinare, l’ombra prodigiosa della Madonna.

E più terrestre ancora mia pare sia il bambino che tiene fra le braccia. Il suo viso sembra più adulto di quello di sua madre. Uno sguardo che è ad un tempo triste e serio, si dirige ad un tempo diritto davanti a sé e dentro di sé, uno sguardo capace di conoscere, di vedere il destino.

I loro volti sono tranquilli e tristi. Forse vedono il Golgota, la via di polvere e sassi che vi conduce, e la croce, mostruosa, tozza e pesante, di legno grezzo, che è destinata ad appoggiarsi a questa piccola spalla che per ora non sente altro che il calore del seno materno

Ed ecco che il cuore si serra, ma non è per l’angoscia, e non è per il dolore. È afferrato da un sentimento nuovo, mai provato prima. È umano, eppure è nuovo, questo sentimento è come se emergesse dalle salate e amare profondità oceaniche, ed è talmente insolito che la sua novità fa venire il batticuore.

È ancora una volta una caratteristica unica di questo quadro.

Suscita qualcosa di nuovo, come se ai sette colori dello spettro se ne aggiungesse un ottavo, ancora sconosciuto alla vista.

Perché non c’è paura sul viso della madre, e perché le sue dita non si intrecciano intorno al corpo di suo figlio con una forza tale da impedire che la morte le disserri; perché non vuole sottrarlo al suo destino?

Lei offre suo figlio al destino, non cerca di nasconderlo.

E il bambino non nasconde la faccia nel seno della madre. Anzi, è sul punto di strapparsi alla sua stretta per andare incontro al suo destino sui suoi piccoli piedi nudi.

Come spiegarlo, e come comprenderlo?

Sono un’unica cosa, e sono distinti. Vedono, sentono e pensano insieme, si fondono l’uno nell’altra, ma tutto indica che si separeranno, che l’essenza della loro comunione, della loro fusione è che si separeranno.

Succede che in certi momenti difficili siano proprio i bambini a sorprendere gli adulti con il loro buon senso, la loro tranquillità, la loro arrendevolezza. Di queste qualità bambini cristiani hanno dato prova nel corso di carestie, figli di negozianti e di artigiani ebrei durante i pogrom di Kichinev, figli di minatori, quando l’urlo della sirena annuncia che c'è stata un’esplosione sotterranea.

Ciò che nell’uomo vi è di umano, va incontro al suo destino, e in ogni epoca questo destino è particolare, è



diverso da quello dell’epoca precedente. Ciò che accomuna questi diversi destini è il fatto di essere tutti ugualmente difficili…

Ma ciò che nell’uomo vi è di umano, ha continuato ad essere anche quando lo si inchiodava alla croce, anche quando lo si torturava in prigione.

Continua a vivere, questo qualcosa, nelle cave di pietra, nel freddo a meno cinquanta gradi, sui cantieri da macello della taiga, nelle trincee allagate di Przemysl e di Verdun. Continua a vivere nell’esistenza monotona dei servi, nella miseria delle lavandaie e delle donne di servizio, nella vana lotta condotta contro il bisogno, fino all’esaurimento, nella fatica senza gioia degli operai in fabbrica.

La Madonna con suo figlio fra le braccia, è ciò che c’è di umano nell’uomo, e sta in questo la sua immortalità.

Guardando la Madonna Sistina, la nostra epoca prende coscienza del proprio destino. Ogni epoca ha guardato questa donna con suo figlio nelle braccia, e fra uomini di generazioni diverse, di popoli, razze e tempi diversi, nasce una fraternità di una tenerezza commovente e dolorosa. L’uomo prende coscienza di se stesso, della sua croce, e comprende improvvisamente il meraviglioso legame che unisce tutte le epoche, il legame fra ciò che vive ora, e ciò che è stato, e tutto ciò che sarà.


II

Più tardi, mentre camminavo per la strada stupefatto e sconvolto dalla potenza di queste impressioni senza precedenti, non feci neppure il tentativo di sgarbugliare quel che sentivo e quel che pensavo.

Non potevo paragonare quest’emozione né con i giorni di lacrime e di felicità che avevo conosciuto a quindici anni leggendo Guerra e pace, né a quel che avevo provato in momenti particolarmente bui e difficili della mia vita ascoltando la musica di Beethoven.

E allora compresi che le visione di questa giovane madre con il suo bambino nelle braccia non mi riconduceva né a un libo né alla musica, ma a Treblinka…

“Questi pini, questa sabbia, questi vecchi tronchi, sono stati guardati da milioni di occhi umani dalle inferriate dai vagoni che si avvicinavano lentamente al marciapiedi… Entriamo nel campo, i nostri piedi calpestano la terra di Trblinka…. Il ticchettio dei grani che cadono e il suono dei baccelli che si aprono si fondono in una melodia triste e tranquilla. Ed è come se montando dalle profondità della terra, delle campanelle mandassero un rintocco a morto, udibile appena, triste, ampio, pieno di pace… Ecco delle camicie appartenute ai morti, semidecomposte, delle scarpe, ingranaggi di orologi, dei coltellini, delle scarpine da bambino con pompon rossi, sottovesti di pizzo, asciugamani con ricami ucraini, dei vasi, dei bidoni, delle tazze da bambino in plastica, lettere da bambino scritte a matita, dei quadretti con delle poesie,… 

“Continuiamo ad avanzare su questa terra senza fondo, terra di vertigine, sulla terra di Treblinka, e improvvisamente ci arrestiamo. Sono capigliature bionde e ricce, è rame ondulato, sono capelli di ragazza, fini, leggeri, pieni di fascino, calpestati a terra, e accanto ci sono altri riccioli biondi, e più oltre, sulla sabbia chiara, delle folte trecce nere, e poi ancora, e ancora… 

“E i baccelli di lupino risuonano, i grani tamburellano. Come se veramente dalle profondità della terra venisse un rintocco funebre d’innumerevoli piccole campanelle. 

“Si ha l’impressione che il cuore si bloccherà, stretto dalla desolazione, da un dolore, da un’angoscia tali che un essere umano mai potrà sopportare…”[1]

Mi è sorto nell’animo il ricordo di Treblinka, e di primo acchito non ho capito…

Era lei che calcava coi suoi piedi nudi e leggeri la terra fremente di Treblinka, camminando dal luogo dove svuotavano i vagoni fino alla camera a gas. L’ho riconosciuta per l’espressione del volto e degli occhi. Ho visto suo figlio, e l’ho riconosciuto per la sua strana espressione, senza niente di infantile. Era questa l’espressione delle madri e dei bambini quando sul fondo verde scuro dei pini vedevano il muro bianco della camera a gas di Treblinka, è così che erano le loro anime.

Quante volte avevo visto come attraverso una nebbia questa gente scendere dai treni, ma non li vedevo con chiarezza, a volte i loro volti parevano sfigurati da un orrore senza nome e tutto veniva coperto da un terribile gridare, a volte lo sfinimento fisico e morale, la disperazione velavano i loro volti di un’indifferenza ottusa e cocciuta, a volte un sorriso folle e incosciente si cristallizzava sui volti di quelli che scendevano dal vagone e si avviavano verso la camera a gas.

Ed ecco che ora io potevo vedere la verità di quei volti, Raffaello li aveva disegnati quattro secoli prima: è in questo modo che l’uomo va incontro al suo destino.

La cappella Sistina, le camere a gas di Treblinka…

Ai giorni nostri una giovane madre mette al mondo un figlio. È terribile portare un bambino stretto al cuore ed ascoltare nello stesso tempo l’abbaiare di un popolo che saluta Adolf Hitler. La madre guarda il volto di suo figlio appena nato e sente nello stesso tempo gli scricchiolii, lo stridore di vetri infranti, il muggito delle sirene, il branco di lupi che canta la marcia di Horst Wessel nelle vie di Berlino. Ed ecco il rumore sordo dell’ascia della Moabita.

La madre allatta il suo bambino al seno mentre in centinaia di migliaia costruiscono muri e tendono filo spinato, erigono baracche… In uffici tranquilli si mettono a punto le camere a gas, le automobili omicide, i forni crematori…

È giunto il tempo dei lupi, il tempo del fascismo. In questo tempo gli uomini vivono come fossero lupi, e i lupi vivono come fossero uomini.

In questo tempo una giovane madre ha messo al mondo il suo bambino e l’ha fatto crescere. E Hitler, il pittore, è davanti a lei nell’edificio del museo di Dresda per decidere del suo destino. Ma il padrone d’Europa non può sostenerne lo sguardo, non può incrociare lo sguardo di suo figlio, perché loro sono esseri umani.

La loro forza umana trionfa della sua violenza: la Madonna avanza coi suoi piedi nudi e leggeri verso la camera a gas, è lei ad aver portato suo figlio sulla terra vertiginosa di Treblinka.

Il fascismo tedesco è stato annientato, la guerra ha mietuto decine di milioni di vittime, città enormi sono state trasformate in cumoli di rovine.

Nella primavera del 1945, la Madonna ha visto il cielo del nord. È venuta da noi in visita, pur non essendo invitata, ma non come una straniera di passaggio, perché era accompagnata da soldati e da autisti, su strade sfondate dalla guerra, e perciò lei fa parte della nostra vita, è a noi contemporanea.

Tutto qui da noi le è familiare, la nostra neve, il fango freddo del’autunno, la gamella ammaccata del soldato con la sua minestra così poco densa, e la cipolla ammuffita che accompagna la crosta di pane nero.

Lei ha camminato con noi, ha viaggiato per un mese e mezzo su di un treno sferragliante, ha spidocchiato i capelli sporchi e dolci del suo bambino.

Eccola avanzare a piedi nudi con il suo bambino, e venir caricata su di un vagone. Quanta strada l’aspetta, da Oboiane, vicino a Kursk, dalle terre nere di Voronez verso la taiga, verso le paludi boscose dall’altra parte degli Urali, verso le sabbie del Kazakistan?

Dov’è tuo padre? In quale cratere scavato da un obice è morto? O in quale drappello spedito a lavorare sui cantieri della taiga? O in quale baracca di dissenterici? Vania, mio piccolo Vania, perché il tuo volto è così triste? Dietro te e tua madre, il destino ha chiuso e inchiodato le finestre della tua casa natale ormai deserta. Che lungo viaggio vi attende mai? Arriverete fino in fondo? O forse morirete di sfinimento in qualche luogo ai bordi della strada, in una stazione ferroviaria, in fondo a una foresta, sulla riva paludosa di un piccolo fiume dall’altra parte degli Urali?

Certo, è proprio lei. L’ho vista nel 1930 alla stazione di Konotop in Ucraina, si era avvicinata al vagone dell’espresso, era scura per le sofferenze, e alzando i suoi splendidi occhi aveva detto, senza parlare, solo muovendo le labbra: “del pane…”

Ho visto suo figlio, aveva già trent’anni, era calzato di scalcagnati scarponi militari, di quelli che si lasciano ai piedi anche dei morti tanto sono inutilizzabili, vestito di una giacca imbottita che da uno squarcio lasciava vedere la sua spalla di un biancore latteo, mentre camminava su un sentiero di palude, con una nuvola d’insetti sospesa sopra la testa, e lui non riusciva a cacciare il nembo palpitante di miliardi d’insetti perché le sue mani reggevano sulla sua spalla un tronco umido e pesante. Ha sollevato la testa che teneva abbassata e ho visto il suo volto, la sua barba riccia e chiara che gli divorava il volto, le sue labbra semiaperte, ho visto i suoi occhi e li ho immediatamente riconosciuti: erano quelli gli occhi che mi guardavano dal quadro di Raffaello.

L’abbiamo incontrata nel 1937[2]: era lei che in piedi nella sua stanza stringeva fra le braccia suo figlio per l’ultima volta, gli diceva addio e gli divorava il volto con gli occhi, e poi scendeva le scale deserte del palazzo che si era ammutolito… Un sigillo di cera veniva posto sulla porta della sua camera, una macchina ufficiale l’attendeva di sotto. .. Che strano, sgomentosilenzio in quest’ora grigia e cinerea del primo mattino, e come si erano ammutoliti tutti quei palazzi…

Ed ecco che dalla penombra dell’alba sorge il suo nuovo presente: il convoglio, la prigione di transito, le sentinelle sulle torrette di legno, il fil di ferro spinato, il lavoro notturno nelle officine, e delle brande di legno, sempre queste brande…

Con un passo lento ed elastico, calzando degli stivaletti di capretto dal tacco basso, Stalin si è avvicinato al quadro e ha lungamente guardato, molto a lungo, i volti della madre e del figlio, accarezzandosi i baffi grigi.

Forse l’ha riconosciuta? L’aveva incontrata all’epoca della sua deportazione in Siberia, a Novoiudinsk, a Turukan, a Kureika, l’aveva incontrata sui treni, nelle prigioni di transito… Ha mai pensato a lei quando è diventato potente?

Ma noi uomini, noi l’abbiamo riconosciuta, abbiamo riconosciuto suo figlio: lei è noi, il loro destino siamo noi, loro sono ciò che vi è di umano nell’uomo. E se in futuro la Madonna sarà condotta in Cina o in Sudan, ovunque gli uomini la riconosceranno, come l’abbiamo riconosciuta noi oggi.

La forza miracolosa e serena di questo quadro sta anche nel fatto che ci parla della gioia di essere una creatura vivente su questa terra.

Il mondo intero, tutta l’immensità dell’universo, non è altro che materia inanimata, rassegnata nella sua schiavitù: solo la vita è il miracolo della libertà.

Questo quadro ci dice quanto la vita si a preziosa e magnifica, e che non c’è forza al mondo capace di costringerla a trasformarsi in qualcosa che, pur somigliandole esteriormente, non sia più la vita.

La forza della vita, la forza di ciò che vi è di umano nell’uomo è una forza immensa, e la violenza più estrema e più assoluta non può soggiogare questa forza, perché può solamente ucciderla. È per questo che il volto della madre e del figlio sono tanto sereni: sono invincibili. In questi tempi di ferro, la morte della vita non coincide con la sua sconfitta.

Ed eccoci davanti a lei, noi, giovani e vecchi che viviamo in Russia. In un’epoca di angoscia… Le ferite non sono ancora cicatrizzate, le rovine sono ancora nere di fango, non sono ancora stati innalzati i monumenti ai caduti sulle fosse comuni di milioni di soldati, figli e fratelli nostri. I pioppi e i ciliegi selvatici calcinati, morti, si drizzano ancora nelle campagne arse vive, tristi erbacce crescono sui corpi dei vecchi, delle madri, e delle bimbe bruciati nei villaggi che hanno resistito. La terra si scuote e freme ancora nei fossati sul fondo dei quali riposano i corpi dei bambini ebrei uccisi con le loro madri. I singhiozzi delle vedove risuonano ancora di notte in innumerevoli case russe, bielorusse, ucraine. La Madonna ha attraversato tutto questo con noi, perché lei è noi, suo figlio siamo noi.

E si ha paura e vergogna, si ha dolore: perché la vita è stata tanto orribile? Non sarà per colpa mia o per colpa nostra? Perché noi siamo rimasti in vita? Che domanda terribile, penosa, e i morti sono gli unici che possono porla ai vivi. Ma i morti tacciono, e non fanno domande.

A volte, il silenzio del dopoguerra è interrotto da un’esplosione, e una nebbia radioattiva si diffonde nel cielo.

La terra sulla quale viviamo tutti ha trasalito: le armi termonucleari prendono il posto della bomba atomica.

E presto ci congederemo dalla Madonna.

Lei ha vissuto la nostra vita, con noi. E giudicateci dunque, noi, tutti gli uomini, con la Madonna e suo figlio. Noi fra poco ce ne andremo i nostri capelli essendo già bianchi. Ma lei, questa giovane madre, lei andrà incontro al suo destino portando suo figlio fra le braccia e con un’altra generazione di uomini vedrà una luce potente e accecante: la prima esplosione di una bomba superpotente all’idrogeno, con cui si annuncia l’inizio di una nuova guerra, totale.

Cosa possiamo dire noi, gli uomini dell’epoca del fascismo, davanti al tribunale del passato e del futuro? Non abbiamo alcuna giustificazione.

E diremo: non c’è mai stato un tempo duro come il nostro, eppure non abbiamo lasciato che morisse ciò che di umano c’è nell’uomo.

Guardando partire la Madonna Sistina, noi conserviamo la fede che la vita e la libertà sono una cosa sola, e che non c’è niente al di sopra di ciò che di umano c’è nell’uomo.

Ed è questo che vivrà in eterno, e vincerà.


Vassilij Grossman-La Madonna Sistina

venerdì 24 aprile 2020

Ñture, Vasily Grossman e la Madonna Sistina di Raffaello

Letture, Vasily Grossman e la Madonna Sistina di Raffaello

Lo sguardo della Madonna che ha vissuto con i suoi figli anche a Treblinka




Un dettaglio della Madonna Sistina di Raffaello
Foto: pd
Anna Grigor'evna, seconda moglie di Fedor Dostoevskij, racconta nelle sue memorie che durante un viaggio in Europa con il marito nel 1867 fecero una sosta, fortemente voluta, a Dresda. Lo scrittore voleva vedere di persona la bellezza dei suoi famosi giardini e, soprattutto, voleva ammirare la magnificenza della sua galleria d'arte. In particolare, si sentiva chiamato ad un appuntamento:dei quello con la cosiddetta Madonna Sistina, opera di Raffaello.
Ecco come Anna descrive l'ansia e il desiderio di arrivare a questo appuntamento: "Discendemmo in uno dei migliori alberghi, cambiammo d'abito e andammo a visitare il museo, che mio marito volle farmi vedere prima di ogni altra cosa. (...) Mio marito percorse tutte le sale senza fermarsi e mi condusse direttamente dinanzi alla Madonna Sistina. Egli considerava questo quadro come il più grande capolavoro creato dal genio umano. In seguito lo vidi fermo per ore intere davanti a quella visione di bellezza impareggiabile, che egli ammirava con tenerezza e trasporto".
Una sorta di terapia personale, questa contemplazione,  che lo scrittore russo ha trasfuso in molte sue opere. Il quadro di Raffaello vi è citato più e più volte, con interpretazioni diverse.  Del resto, egli sosteneva che la bellezza sia la via per esistere pienamente e per re-sistere. A parte l'abusatissima citazione "la bellezza salverà il mondo", Dostoevskij era profondamente convinto che Gesù fosse colui che ha portato la vera Bellezza nel mondo,  e che "non possiamo vivere senza pane, ma neanche esistere senza bellezza è impossibile".
Quest'anno ricorrono i cinquecento anni dalla morte di Raffaello e la pandemia che sta devastando le nostre vite  ha infierire anche su questo avvenimento. Mostre e celebrazioni sospese, ma tanti docu-film,  articoli, visite virtuali di musei e rassegne. E guardare alla Madonna Sistina, con gli occhi di scrittori, può essere un modo per rendere omaggio al maestro rinascimentale. Il dipinto, che si dischiude come una quinta teatrale, offre la scena a una giovanissima Vergine che tiene in braccio Gesù bambino, ai due lati due santi e la figura di Papa Sisto II, morto durante le persecuzioni  di Diocleziano. Due paffuti angioletti completano la composizione,  dipinta su commissione di papa Giulio II nel 1512 e destinata alla chiesa benedettina dedicata a San Sisto a Piacenza. Finita poi a Dresda, comprata da Augusto III di Sassonia.
Il quadro ha acquistato una popolarità senza limiti. Diventando una sorta di icona pop: i due cherubini sono una delle immagini più riprodotte su magliette, tazze, borse, tovaglioli di carta, agende... Ma il dipinto ha catalizzato in modo duraturo e fecondo l'attenzione, si potrebbe dire l'amore, di scrittori e pensatori, ispirando pagine straordinarie. Citavamo Dostoevskij. I russi, soprattutto, hanno provato un trasporto intenso verso l'immagine di Maria dallo sguardo tenero e velato (di malinconia, di tristezza nella premonizione deli dolori suoi e del Figlio, dei dolori umani) e del suo Bambino, sospesi nell'infinito, protesi verso il mondo, verso le tragedie e le gioie dell'umanità "peregrina sulla terra". Dostoevskij, dunque, Puskin, Bulgakov. E Vasilij Grossman.
Qualche anno fa in Italia e' stato ripubblicato un breve scritto di Grossman dedicato alla "Madonna di Treblinka". Che è proprio quella dipinta da Raffaello.  Perché definirla così?  Il dipinto viene trafugato da Dresda, alla fine della seconda guerra mondiale, dall'Armata Russa e portato in Russia dove rimane per un decennio nel Museo Puskin a Mosca. Dopo la morte d Stalin e la creazione del Patto di Varsavia, nel 1955 l'opera  viene esposta in una mostra memorabile nel museo moscovita, dove oltre un milione e mezzo di persone  vanno a vederla, prima che venga restituita a Dresda, dove tutt'ora si trova. Grossman rievoca il giorno in cui si mette in fila per andare anche lui ad ammirare il capolavoro tanto celebrato dagli amati scrittori russi. Ma lui ci vede qualcosa d'altro. Qualcosa di improbabile. Quella bellezza senza tempo gli evoca davanti allo sguardo smarrito visioni infernali, quelle che ha dovuto guardare, con il cuore colmo di orrore, nel campo di sterminio di Treblinka. Contempla la Madonna e pensa: "La riconosco dall'espressione che ha sul viso, negli occhi. Guardo suo figlio e riconosco anche lui dall'espressione adulta, strana. Così dovevano essere madri e figli quando scorgevano le pareti bianche delle camere a gas di Treblinka sullo sfondo verde scuro dei pini, così era la sua anima". L'autore riconosce che Maria, con il Figlio, ha vissuto "con  noi, lei ha vissuto la nostra vita", ha attraversato gli inferni della storia, quelli che fanno dire a tutti "non c'è mai stato un tempo duro come il nostro, eppure non abbiamo lasciato che morisse ciò che di umano c'è nell'uomo". Parole che attraversano gli anni e ci parlano oggi, in un momento in cui tutto ci appare "più duro che mai", ma che non spegne l'umano - e il divino, potremmo aggiungere - che è in noi.

sabato 6 luglio 2019

L’amicizia

L’amicizia
***

L’amicizia è uno specchio in cui l’uomo si riflette. A volte, chiacchierando con un 
amico impari a conoscerti e comunichi con te stesso… Capita che l’amico sia una figura silente, che per suo tramite si riesca a parlare con se stessi, a ritrovare la gioia dentro di sé, in pensieri che divengono chiari e visibili grazie alla cassa di risonanza del cuore altrui. L’amico è colui che ti perdona debolezze, difetti e vizi, che conosce e conferma la tua forza, il tuo talento, i tuoi meriti. E l’amico è colui che, pur volendoti bene, non ti nasconde le tue debolezze, i tuoi difetti, i tuoi vizi. L’amicizia si fonda dunque sulla somiglianza, ma si manifesta nella diversità, nelle contraddizioni, nelle differenze. Nell’amicizia l’uomo cerca egoisticamente ciò che gli manca. E nell’amicizia tende a donare munificamente ciò che possiede.

Vasilij Grossman, Vita e destino, pp. 341-342

mercoledì 20 febbraio 2019

La Madonna Sistina

La Madonna Sistina 
***
Dopo aver schiacciato e annientato l’esercito della Germania fascista, le vittoriose truppe sovietiche hanno portato a Mosca alcuni quadri del museo di Dresda. Questi quadri sono stati conservati sotto chiave per quasi dieci anni.
Nella primavera del 1955, il governo sovietico ha deciso di rimandare i quadri a Dresda. Prima di rispedirli in Germania, si è deciso di mostrarli al pubblico per novanta giorni.
E fu così che il 30 maggio 1955, di buon’ora in una fredda mattina, dopo aver risalito la via Volkhonka lungo i cordoni con cui la milizia moscovita convogliava le migliaia di persone che volevano vedere i quadri dei grandi maestri, sono entrato nel museo Puskin, sono salito al primo piano e mi sono avvicinato alla Madonna Sistina.
Fin dal primo sguardo c'è una cosa che si impone, immediatamente, prima di tutto: è immortale. Ho compreso allora che prima di aver visto la Madonna Sistina avevo usato con leggerezza una parola dal potere terribile, la parola “immortalità”, ho capito che avevo confuso con l’immortalità la potente vita di alcune, particolarmente sublimi, opere umane. E pieno di venerazione per Rembrandt, per Beethoven e Tolstoji, ho capito che fra tutte le creazioni di pennello, bulino o penna che avevano stupito il mio cuore e il mio spirito, solo questo quadro di Raffaello non sarebbe morto, finché non fossero scomparsi gli uomini. E che forse, fossero scomparsi loro, le altre creature che ne avessero preso il loro posto sulla faccia della terra, lupi, ratti, orsi o rondini, si sarebbero precipitati a quattro zampe o a colpi d’ala per venire a vedere la Madonna
Dodici generazioni hanno guardato questo quadro, un quinto dell’umanità vissuta sulla terra a partire dall’inizio dei tempi storici fino ai giorni nostri.
È stato guardato da vecchi mendicanti e da imperatori d’Europa, da studenti, da miliardari venuti da oltre gli oceani, da papi e da principi russi, è stato guardato da vergini pure e da prostitute, da colonnelli di stato maggiore, da ladri, da geni, da tessitori, da piloti di aeri da guerra e da istitutori, è stato guardato dai buoni e dai cattivi.
Da quando questo quadro esiste, sono stati fondati imperi europei e coloniali e sono crollati, è sorto il popolo americano, le fabbriche di Pittsburgh e di Detroit, ci sono state rivoluzioni, e la struttura sociale del mondo è stata trasformata… Da allora, l’umanità ha lasciato alle sue spalle le superstizioni degli alchimisti, i telai dei tessitori; i bastimenti a vela e le diligenze, i moschetti e le alabarde; è entrata nel secolo dei motori elettrici e delle turbine, il secolo dei reattori atomici e delle reazioni termonucleari.Da allora, Galileo ha scritto i sui Discorsi formulando la conoscenza dell’universo, Newton ha scritto i Principia, Einstein Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento. Da allora, Rembrandt, Goethe, Beethoven, Dostoevskij e Tolstoj hanno reso più profonda la nostra anima e più bella la vita.
Ho visto una giovane madre tenere un bambino fra le sue braccia. Come posso rendere la grazia squisita d’un melo, esile e delicato, che abbia appena dato la sua prima mela, piena e bianca; la grazia d’un uccellino coi suoi pulcini appena nati, o di una cerbiatta appena diventata madre… La maternità e la grazia di una ragazzina, quasi ancora bambina.
Questa grazia, dopo aver visto la Madonna Sistina, non si può più dire che sia ineffabile o che sia misteriosa.
Nella sua Madonna Raffaello ha svelato il mistero della maternità e della sua bellezza. Ma non è da questo che dipende l’inesauribile vitalità del suo quadro. Dipende invece dal fatto che il corpo e il volto di questa giovane donna sono la sua anima, ed è questa la ragione per cui la Madonna è così bella. C’è in questa rappresentazione visiva dell’anima materna qualcosa di inaccessibile alla consapevolezza umana.
Noi sappiamo che le reazioni termonucleari trasformano la materia in una quantità di energia potentissima, ma non sappiamo rappresentarci il processo inverso, come cioè avvenga che l’energia si trasformi in materia; e qui, ecco la forza dello spirito, la maternità, cristallizzata e trasmutata in un’umile Madonna.
La sua bellezza è strettamente connessa alla vita su questa terra. Lei è democratica, umana; lei è inerente alla massa degli esseri umani – quelli dalla pelle gialla, gli strabici, i gobbi dai lunghi nasi pallidi, i neri dai capelli ricci e dalle grosse labbra – lei è universale. Lei è l’anima e lo specchio dell’umano, e tutti quelli che la guardano vedono in lei l’umano: lei è l’immagine dell’anima materna, ed è per questo che la sua bellezza è mista in modo inestricabile, si confonde con la bellezza nascosta, indistruttibile e profonda della vita che nasce all’essere – nelle cantine, nei granai, nei palazzi e nei bassifondi.
A me pare che questa Madonna sia l’espressione più atea possibile della vita, dell’umano senza alcuna partecipazione del divino.
C’erano istanti in cui mi è parso che esprimesse non solo l’umano, ma anche qualcosa di inerente alla vita terrestre nel suo senso più ampio, il mondo animale là dove negli occhi scuri della giumenta, della mucca o della cagna che nutrono i loro piccoli si può vedere, o indovinare, l’ombra prodigiosa della Madonna.
E più terrestre ancora mia pare sia il bambino che tiene fra le braccia. Il suo viso sembra più adulto di quello di sua madre. Uno sguardo che è ad un tempo triste e serio, si dirige ad un tempo diritto davanti a sé e dentro di sé, uno sguardo capace di conoscere, di vedere il destino.
I loro volti sono tranquilli e tristi. Forse vedono il Golgota, la via di polvere e sassi che vi conduce, e la croce, mostruosa, tozza e pesante, di legno grezzo, che è destinata ad appoggiarsi a questa piccola spalla che per ora non sente altro che il calore del seno materno…
Ed ecco che il cuore si serra, ma non è per l’angoscia, e non è per il dolore. È afferrato da un sentimento nuovo, mai provato prima. È umano, eppure è nuovo, questo sentimento è come se emergesse dalle salate e amare profondità oceaniche, ed è talmente insolito che la sua novità fa venire il batticuore.
È ancora una volta una caratteristica unica di questo quadro.
Suscita qualcosa di nuovo, come se ai sette colori dello spettro se ne aggiungesse un ottavo, ancora sconosciuto alla vista.
Perché non c’è paura sul viso della madre, e perché le sue dita non si intrecciano intorno al corpo di suo figlio con una forza tale da impedire che la morte le disserri; perché non vuole sottrarlo al suo destino?
Lei offre suo figlio al destino, non cerca di nasconderlo.
E il bambino non nasconde la faccia nel seno della madre. Anzi, è sul punto di strapparsi alla sua stretta per andare incontro al suo destino sui suoi piccoli piedi nudi.
Come spiegarlo, e come comprenderlo?
Sono un’unica cosa, e sono distinti. Vedono, sentono e pensano insieme, si fondono l’uno nell’altra, ma tutto indica che si separeranno, che l’essenza della loro comunione, della loro fusione è che si separeranno.
Succede che in certi momenti difficili siano proprio i bambini a sorprendere gli adulti con il loro buon senso, la loro tranquillità, la loro arrendevolezza. Di queste qualità bambini cristiani hanno dato prova nel corso di carestie, figli di negozianti e di artigiani ebrei durante i pogrom di Kichinev, figli di minatori, quando l’urlo della sirena annuncia che c'è stata un’esplosione sotterranea.
Ciò che nell’uomo vi è di umano, va incontro al suo destino, e in ogni epoca questo destino è particolare, è diverso da quello dell’epoca precedente. Ciò che accomuna questi diversi destini è il fatto di essere tutti ugualmente difficili…
Ma ciò che nell’uomo vi è di umano, ha continuato ad essere anche quando lo si inchiodava alla croce, anche quando lo si torturava in prigione.
Continua a vivere, questo qualcosa, nelle cave di pietra, nel freddo a meno cinquanta gradi, sui cantieri da macello della taiga, nelle trincee allagate di Przemysl e di Verdun. Continua a vivere nell’esistenza monotona dei servi, nella miseria delle lavandaie e delle donne di servizio, nella vana lotta condotta contro il bisogno, fino all’esaurimento, nella fatica senza gioia degli operai in fabbrica.
La Madonna con suo figlio fra le braccia, è ciò che c’è di umano nell’uomo, e sta in questo la sua immortalità.
Guardando la Madonna Sistina, la nostra epoca prende coscienza del proprio destino. Ogni epoca ha guardato questa donna con suo figlio nelle braccia, e fra uomini di generazioni diverse, di popoli, razze e tempi diversi, nasce una fraternità di una tenerezza commovente e dolorosa. L’uomo prende coscienza di se stesso, della sua croce, e comprende improvvisamente il meraviglioso legame che unisce tutte le epoche, il legame fra ciò che vive ora, e ciò che è stato, e tutto ciò che sarà.

II
Più tardi, mentre camminavo per la strada stupefatto e sconvolto dalla potenza di queste impressioni senza precedenti, non feci neppure il tentativo di sgarbugliare quel che sentivo e quel che pensavo.
Non potevo paragonare quest’emozione né con i giorni di lacrime e di felicità che avevo conosciuto a quindici anni leggendo Guerra e pace, né a quel che avevo provato in momenti particolarmente bui e difficili della mia vita ascoltando la musica di Beethoven.
E allora compresi che le visione di questa giovane madre con il suo bambino nelle braccia non mi riconduceva né a un libro né alla musica, ma a Treblinka…
“Questi pini, questa sabbia, questi vecchi tronchi, sono stati guardati da milioni di occhi umani dalle inferriate dai vagoni che si avvicinavano lentamente al marciapiedi… Entriamo nel campo, i nostri piedi calpestano la terra di Trblinka…. Il ticchettio dei grani che cadono e il suono dei baccelli che si aprono si fondono in una melodia triste e tranquilla. Ed è come se montando dalle profondità della terra, delle campanelle mandassero un rintocco a morto, udibile appena, triste, ampio, pieno di pace… Ecco delle camicie appartenute ai morti, semidecomposte, delle scarpe, ingranaggi di orologi, dei coltellini, delle scarpine da bambino con pompon rossi, sottovesti di pizzo, asciugamani con ricami ucraini, dei vasi, dei bidoni, delle tazze da bambino in plastica, lettere da bambino scritte a matita, dei quadretti con delle poesie,… 
“Continuiamo ad avanzare su questa terra senza fondo, terra di vertigine, sulla terra di Treblinka, e improvvisamente ci arrestiamo. Sono capigliature bionde e ricce, è rame ondulato, sono capelli di ragazza, fini, leggeri, pieni di fascino, calpestati a terra, e accanto ci sono altri riccioli biondi, e più oltre, sulla sabbia chiara, delle folte trecce nere, e poi ancora, e ancora… 
“E i baccelli di lupino risuonano, i grani tamburellano. Come se veramente dalle profondità della terra venisse un rintocco funebre d’innumerevoli piccole campanelle. 
“Si ha l’impressione che il cuore si bloccherà, stretto dalla desolazione, da un dolore, da un’angoscia tali che un essere umano mai potrà sopportare…”[1]
Mi è sorto nell’animo il ricordo di Treblinka, e di primo acchito non ho capito…
Era lei che calcava coi suoi piedi nudi e leggeri la terra fremente di Treblinka, camminando dal luogo dove svuotavano i vagoni fino alla camera a gas. L’ho riconosciuta per l’espressione del volto e degli occhi. Ho visto suo figlio, e l’ho riconosciuto per la sua strana espressione, senza niente di infantile. Era questa l’espressione delle madri e dei bambini quando sul fondo verde scuro dei pini vedevano il muro bianco della camera a gas di Treblinka, è così che erano le loro anime.
Quante volte avevo visto come attraverso una nebbia questa gente scendere dai treni, ma non li vedevo con chiarezza, a volte i loro volti parevano sfigurati da un orrore senza nome e tutto veniva coperto da un terribile gridare, a volte lo sfinimento fisico e morale, la disperazione velavano i loro volti di un’indifferenza ottusa e cocciuta, a volte un sorriso folle e incosciente si cristallizzava sui volti di quelli che scendevano dal vagone e si avviavano verso la camera a gas.
Ed ecco che ora io potevo vedere la verità di quei volti, Raffaello li aveva disegnati quattro secoli prima: è in questo modo che l’uomo va incontro al suo destino.
La cappella Sistina, le camere a gas di Treblinka…
Ai giorni nostri una giovane madre mette al mondo un figlio. È terribile portare un bambino stretto al cuore ed ascoltare nello stesso tempo l’abbaiare di un popolo che saluta Adolf Hitler. La madre guarda il volto di suo figlio appena nato e sente nello stesso tempo gli scricchiolii, lo stridore di vetri infranti, il muggito delle sirene, il branco di lupi che canta la marcia di Horst Wessel nelle vie di Berlino. Ed ecco il rumore sordo dell’ascia della Moabita.
La madre allatta il suo bambino al seno mentre in centinaia di migliaia costruiscono muri e tendono filo spinato, erigono baracche… In uffici tranquilli si mettono a punto le camere a gas, le automobili omicide, i forni crematori…
È giunto il tempo dei lupi, il tempo del fascismo. In questo tempo gli uomini vivono come fossero lupi, e i lupi vivono come fossero uomini.
In questo tempo una giovane madre ha messo al mondo il suo bambino e l’ha fatto crescere. E Hitler, il pittore, è davanti a lei nell’edificio del museo di Dresda per decidere del suo destino. Ma il padrone d’Europa non può sostenerne lo sguardo, non può incrociare lo sguardo di suo figlio, perché loro sono esseri umani.
La loro forza umana trionfa della sua violenza: la Madonna avanza coi suoi piedi nudi e leggeri verso la camera a gas, è lei ad aver portato suo figlio sulla terra vertiginosa di Treblinka.
Il fascismo tedesco è stato annientato, la guerra ha mietuto decine di milioni di vittime, città enormi sono state trasformate in cumoli di rovine.
Nella primavera del 1945, la Madonna ha visto il cielo del nord. È venuta da noi in visita, pur non essendo invitata, ma non come una straniera di passaggio, perché era accompagnata da soldati e da autisti, su strade sfondate dalla guerra, e perciò lei fa parte della nostra vita, è a noi contemporanea.
Tutto qui da noi le è familiare, la nostra neve, il fango freddo dell’autunno, la gamella ammaccata del soldato con la sua minestra così poco densa, e la cipolla ammuffita che accompagna la crosta di pane nero.
Lei ha camminato con noi, ha viaggiato per un mese e mezzo su di un treno sferragliante, ha spidocchiato i capelli sporchi e dolci del suo bambino.
Eccola avanzare a piedi nudi con il suo bambino, e venir caricata su di un vagone. Quanta strada l’aspetta, da Oboiane, vicino a Kursk, dalle terre nere di Voronez verso la taiga, verso le paludi boscose dall’altra parte degli Urali, verso le sabbie del Kazakistan?
Dov’è tuo padre? In quale cratere scavato da un obice è morto? O in quale drappello spedito a lavorare sui cantieri della taiga? O in quale baracca di dissenterici? Vania, mio piccolo Vania, perché il tuo volto è così triste? Dietro te e tua madre, il destino ha chiuso e inchiodato le finestre della tua casa natale ormai deserta. Che lungo viaggio vi attende mai? Arriverete fino in fondo? O forse morirete di sfinimento in qualche luogo ai bordi della strada, in una stazione ferroviaria, in fondo a una foresta, sulla riva paludosa di un piccolo fiume dall’altra parte degli Urali?
Certo, è proprio lei. L’ho vista nel 1930 alla stazione di Konotop in Ucraina, si era avvicinata al vagone dell’espresso, era scura per le sofferenze, e alzando i suoi splendidi occhi aveva detto, senza parlare, solo muovendo le labbra: “del pane…”
Ho visto suo figlio, aveva già trent’anni, era calzato di scalcagnati scarponi militari, di quelli che si lasciano ai piedi anche dei morti tanto sono inutilizzabili, vestito di una giacca imbottita che da uno squarcio lasciava vedere la sua spalla di un biancore latteo, mentre camminava su un sentiero di palude, con una nuvola d’insetti sospesa sopra la testa, e lui non riusciva a cacciare il nembo palpitante di miliardi d’insetti perché le sue mani reggevano sulla sua spalla un tronco umido e pesante. Ha sollevato la testa che teneva abbassata e ho visto il suo volto, la sua barba riccia e chiara che gli divorava il volto, le sue labbra semiaperte, ho visto i suoi occhi e li ho immediatamente riconosciuti: erano quelli gli occhi che mi guardavano dal quadro di Raffaello.
L’abbiamo incontrata nel 1937[2]: era lei che in piedi nella sua stanza stringeva fra le braccia suo figlio per l’ultima volta, gli diceva addio e gli divorava il volto con gli occhi, e poi scendeva le scale deserte del palazzo che si era ammutolito… Un sigillo di cera veniva posto sulla porta della sua camera, una macchina ufficiale l’attendeva di sotto. .. Che strano, sgomento silenzio in quest’ora grigia e cinerea del primo mattino, e come si erano ammutoliti tutti quei palazzi…
Ed ecco che dalla penombra dell’alba sorge il suo nuovo presente: il convoglio, la prigione di transito, le sentinelle sulle torrette di legno, il fil di ferro spinato, il lavoro notturno nelle officine, e delle brande di legno, sempre queste brande…
Con un passo lento ed elastico, calzando degli stivaletti di capretto dal tacco basso, Stalin si è avvicinato al quadro e ha lungamente guardato, molto a lungo, i volti della madre e del figlio, accarezzandosi i baffi grigi.
Forse l’ha riconosciuta? L’aveva incontrata all’epoca della sua deportazione in Siberia, a Novoiudinsk, a Turukan, a Kureika, l’aveva incontrata sui treni, nelle prigioni di transito… Ha mai pensato a lei quando è diventato potente?
Ma noi uomini, noi l’abbiamo riconosciuta, abbiamo riconosciuto suo figlio: lei è noi, il loro destino siamo noi, loro sono ciò che vi è di umano nell’uomo. E se in futuro la Madonna sarà condotta in Cina o in Sudan, ovunque gli uomini la riconosceranno, come l’abbiamo riconosciuta noi oggi.
La forza miracolosa e serena di questo quadro sta anche nel fatto che ci parla della gioia di essere una creatura vivente su questa terra.
Il mondo intero, tutta l’immensità dell’universo, non è altro che materia inanimata, rassegnata nella sua schiavitù: solo la vita è il miracolo della libertà.
Questo quadro ci dice quanto la vita si a preziosa e magnifica, e che non c’è forza al mondo capace di costringerla a trasformarsi in qualcosa che, pur somigliandole esteriormente, non sia più la vita.
La forza della vita, la forza di ciò che vi è di umano nell’uomo è una forza immensa, e la violenza più estrema e più assoluta non può soggiogare questa forza, perché può solamente ucciderla. È per questo che il volto della madre e del figlio sono tanto sereni: sono invincibili. In questi tempi di ferro, la morte della vita non coincide con la sua sconfitta.
Ed eccoci davanti a lei, noi, giovani e vecchi che viviamo in Russia. In un’epoca di angoscia… Le ferite non sono ancora cicatrizzate, le rovine sono ancora nere di fango, non sono ancora stati innalzati i monumenti ai caduti sulle fosse comuni di milioni di soldati, figli e fratelli nostri. I pioppi e i ciliegi selvatici calcinati, morti, si drizzano ancora nelle campagne arse vive, tristi erbacce crescono sui corpi dei vecchi, delle madri, e delle bimbe bruciati nei villaggi che hanno resistito. La terra si scuote e freme ancora nei fossati sul fondo dei quali riposano i corpi dei bambini ebrei uccisi con le loro madri. I singhiozzi delle vedove risuonano ancora di notte in innumerevoli case russe, bielorusse, ucraine. La Madonna ha attraversato tutto questo con noi, perché lei è noi, suo figlio siamo noi.
E si ha paura e vergogna, si ha dolore: perché la vita è stata tanto orribile? Non sarà per colpa mia o per colpa nostra? Perché noi siamo rimasti in vita? Che domanda terribile, penosa, e i morti sono gli unici che possono porla ai vivi. Ma i morti tacciono, e non fanno domande.
A volte, il silenzio del dopoguerra è interrotto da un’esplosione, e una nebbia radioattiva si diffonde nel cielo.
La terra sulla quale viviamo tutti ha trasalito: le armi termonucleari prendono il posto della bomba atomica.
E presto ci congederemo dalla Madonna.
Lei ha vissuto la nostra vita, con noi. E giudicateci dunque, noi, tutti gli uomini, con la Madonna e suo figlio. Noi fra poco ce ne andremo i nostri capelli essendo già bianchi. Ma lei, questa giovane madre, lei andrà incontro al suo destino portando suo figlio fra le braccia e con un’altra generazione di uomini vedrà una luce potente e accecante: la prima esplosione di una bomba superpotente all’idrogeno, con cui si annuncia l’inizio di una nuova guerra, totale.
Cosa possiamo dire noi, gli uomini dell’epoca del fascismo, davanti al tribunale del passato e del futuro? Non abbiamo alcuna giustificazione.
E diremo: non c’è mai stato un tempo duro come il nostro, eppure non abbiamo lasciato che morisse ciò che di umano c’è nell’uomo.
Guardando partire la Madonna Sistina, noi conserviamo la fede che la vita e la libertà sono una cosa sola, e che non c’è niente al di sopra di ciò che di umano c’è nell’uomo.
Ed è questo che vivrà in eterno, e vincerà.

Vassilij Grossman

[1] Tratto da «L’inferno di Treblinka» di V. Grossman, in Anni di guerra.
[2] L’anno delle purghe staliniane, detto anche l’anno del Grande Terrore.

giovedì 8 settembre 2016

Lo sguardo della Madonna Sistina

Lo sguardo della Madonna Sistina

Giovanna Parravicini
Lunedì prossimo a Mosca aprirà una grande mostra di dipinti di Raffaello (la prima in assoluto in Russia) realizzata in collaborazione tra il Museo Puškin e gli Uffizi. GIOVANNA PARRAVICINI 
Pubblicazione: giovedì 8 settembre 2016



Lunedì prossimo a Mosca aprirà i battenti una grande mostra di dipinti di Raffaello — la prima in assoluto in Russia — realizzata in collaborazione tra Italia e Russia, tra il Museo Puškin e la Galleria degli Uffizi. Un evento culturale di primo piano, che probabilmente richiamerà per mesi lunghissime file di visitatori davanti al museo. Ma non solo. Per i russi Raffaello non è semplicemente un grande genio del Rinascimento italiano, o uno dei vertici dell'arte mondiale. Da almeno due secoli è assurto a simbolo dell'idea di Europa, anzi di universalità, di quell'unità precedente ed eccedente ogni divisione che ha potuto dare i natali all'Europa. Un simbolo che si è condensato in un quadro — la Madonna Sistina — tutto sommato non l'opera più nota del maestro in Italia, ma che da almeno due secoli, per una serie di circostanze fortuite, è divenuta parte integrante della cultura russa, è entrata nella vita e nell'opera di poeti, scrittori, filosofi, da Puškin, Dostoevskij, Tolstoj, fino a Berdjaev, Bulgakov e Grossman.

Molto più dell'arte: un incontro personale, un Tu che cambia la vita, come capitò all'economista Sergej Bulgakov (il futuro grande teologo e sacerdote ortodosso). In quelli che lui stesso chiama gli «oscuri giorni del mio marxismo», sulla soglia del XX secolo, fa «all'improvviso un inatteso prodigioso incontro: la Madonna Sistina a Dresda, Tu stessa mi hai toccato il cuore, che ha sussultato all'udire il Tuo appello… Non è stata una commozione estetica, no, è stato un incontro, un nuovo sapere, un miracolo... Io (allora marxista!) involontariamente chiamavo preghiera questa contemplazione e ogni mattino... correvo là, davanti al volto della Madonna, a "pregare" e a piangere; non sono molti nella vita gli istanti che potrebbero dirsi più beati di queste lacrime...».

Un'universalità, un'unità — un «nuovo sapere» — che è in grado di convivere, superandoli, con pregiudizi antioccidentali, anticattolici. Solo pochi, probabilmente, sanno che una riproduzione del celebre quadro di Raffaello la Madonna della seggiola è venerata a Mosca come l'icona della Madre di Dio delle tre gioie in una chiesa ortodossa del centro. Lo stesso Dostoevskij — non certo tenero verso il cattolicesimo romano — aveva una riproduzione della Madonna Sistina nel suo studio, appesa proprio sopra il divano su cui sarebbe spirato. E perfino nella cella dello starec Zosima de I fratelli Karamazov, insieme ad antiche icone si descrivono incisioni e stampe di quadri sacri della tradizione cattolica. La moglie Anna Grigor'evna annoterà nel diario: «Quante volte nell'ultimo anno di vita di Fedor Michajlovic l'ho trovato davanti a questo grande dipinto, immerso in una commozione così profonda da non accorgersi che entravo, e così, per non disturbare la sua preghiera, uscivo pian piano dallo studio». ncredibilmente, per migliaia di ortodossi russi — intellettuali ma anche gente semplice — la Madonna Sistina ha superato i muri di diffidenza e di ostilità che pure continuavano a permanere tra le diverse tradizioni culturali e cristiane, tra l'Occidente e la Russia. È stata un pertugio, un punto di sfondamento che portava dalla divisione al cuore dell'unità. Che cos'è cambiato, nel contesto attuale, dove difendere la propria tradizione sembra comportare necessariamente il rifiuto di tutto ciò che le è estraneo?

La Madonna Sistina è addirittura arrivata in Russia: requisita alla Germania sconfitta, è arrivata insieme alle truppe vittoriose dell'Armata Rossa, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale; è rimasta fino al 1955, quando — dopo essere stata esposta per qualche tempo al Museo Puškin che ora ospiterà la mostra di Raffaello — viene restituita alla Germania. Tra i tanti che sfilano davanti a lei in quella primavera del 1955 c'è Vasilij Grossman, uno scrittore ebreo, non credente, passato attraverso un lungo travaglio personale che lo porta a scavare nelle tragedie del XX secolo. Che ne è stato, che ne è del cuore dell'uomo? La risposta a questi drammatici interrogativi Grossman la trova negli occhi, nello sguardo di questa «giovane donna che offre alla sorte — senza difenderlo — il Bambino». La risposta è l'«immortalità», la cifra della sete di bellezza e di verità che si identifica con la vita stessa, e che fa dire a Grossman che nel cuore dell'esistente c'è qualcosa di inestirpabile, irriducibile, quali che siano le forme spaventose che la realtà può assumere: «... se anche l'uomo dovesse estinguersi, gli esseri che prenderanno il suo posto sulla terra — lupi, ratti, orsi o rondini che siano — verranno sulle loro zampe o con le loro ali ad ammirare la Madonna di Raffaello...».

Il poeta Osip Mandel'štam parlava di «nostalgia della cultura universale», ma noi potremmo anche definirla, con Grossman, nostalgia dell'«umano nell'umano». I muri nascono quando smettiamo di vedere in volto l'altro — come faceva Madre Teresa —, quando l'altro si riduce a numeri o problemi. Quando smettiamo di guardare in volto il mendicante che chiede la carità, il terremotato, il migrante e il profugo. È sempre un incontro particolare la «chiave di volta della concezione cristiana dell'uomo, della sua moralità, nel suo rapporto con Dio, con la vita, con il mondo», ricordava don Giussani. Grossman riconosce veramente la Madonna Sistina e la risposta che essa racchiude, solo quando lascia sfilare davanti a sé l'umanità varia e dolente che a Treblinka scendeva dal treno per entrare nelle camere a gas: «L'umano nell'uomo ha continuato a esistere su tutte le croci a cui l'hanno inchiodato e in tutte le prigioni in cui lo torturavano... La Madonna con il Bambino è l'umano nell'umano: sta in questo la sua immortalità»E così Grossman può concludere, lui, non credente, davanti alla Madonna Sistina: «Terrore, vergogna, dolore: perché ci è toccata una vita così atroce? Non sarà anche colpa mia, colpa nostra?.. Cosa diremo al cospetto del tribunale del passato e del futuro?..». «Diremo che non c'è stata un'epoca più dura della nostra, ma che non abbiamo lasciato morire l'umano nell'uomo. E accompagnando con lo sguardo la Madonna Sistina, continuiamo a credere che vita e libertà siano una cosa sola, e che non ci sia nulla di più sublime dell'umano nell'uomo»

lunedì 22 settembre 2014

La cosa più preziosa che puoi ricevere da chi ami è il suo tempo

 La cosa più preziosa che puoi ricevere da chi ami è il suo tempo
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La cosa più preziosa che puoi ricevere da chi ami è il suo tempo. Non sono le parole, non sono il fiori, i regali. E' il tempo. Perché quello non torna indietro, e quello che ha dato a te è solo tuo, non importa se è stata un'ora o una vita."
David Grosman

giovedì 11 settembre 2014

Che cos'è la bontà?

 Che cos'è la bontà?
***

Che cos'è la bontà? Esiste la bontà di tutti i giorni? E' la bontà della vecchia che porta un pezzo di pane a un prigioniero, la bontà del soldato che fa bere dalla sua borraccia un nemico ferito, la bontà della gioventù che ha pietà della vecchiaia, la bontà del contadino che nasconde un vecchio ebreo nel fienile. La bontà delle guardie che, a rischio della propria libertà, fanno avere a mogli e madri le lettere dei prigionieri. La bontà illogica. La bontà degli uomini al di là del bene religioso e sociale. Avendo dubitato del bene umano, sono costretto a dubitare anche della bontà. E' troppo debole. A che serve se non è contagiosa? E' delicata, bella e delicata come la rugiada. Come trasformarla in forza senza inaridirla, senza disperderla. Perchè la bontà è forte sino a quando è priva di forza. Ora conosco la vera forza del male. I cieli sono vuoti. Sulla terra c'è soltanto l'uomo. Eppure quanto più si estendono le tenebre del nazismo, tanto più constato che gli uomini restano - imperterriti - uomini, persino sul ciglio di una fossa sanguinante o sulla soglia di una camera a gas. E ho visto che nella lotta contro il male non è l'uomo a essere impotente: per quanto poderoso, il male non può nulla nella sua guerra contro l'uomo. La bontà è debole, fragile: questo è il segreto della sua immortalità. Essa è invincibile. Più è sciocca, più è illogica e indifesa, tanto più è imponente. Il male non può nulla contro la bontà! Profeti, apostoli, riformatori, leader, capi delle nazioni nulla possono contro di essa. La bontà, amore cieco e muto, è il senso dell'uomo. La storia degli uomini non è dunque la lotta del bene che cerca di sconfiggere il male. La storia dell'uomo è la lotta del grande male che cerca di macinare il piccolo seme dell'umanità. Ma se anche in momenti come questi l'uomo serba qualcosa di umano, il male è destinato a soccombere.

Vasilij Semënovič Grossman Vita e destino

lunedì 7 aprile 2014

LA MADONNA


Foto: 6 aprile 1520:muore Raffaello Sanzio. 
"Mi sorse nell’animo il ricordo di Treblinka, e di primo acchito non capii … Era lei che calcava coi suoi piedi nudi e leggeri la terra fremente di Treblinka, camminando dal luogo dove svuotavano i vagoni fino alla camera a gas. L’ho riconosciuta per l’espressione del volto e degli occhi. Ho visto suo figlio, e l’ho riconosciuto per la sua strana espressione, senza niente di infantile. Era questa l’espressione delle madri e dei bambini quando sul fondo verde scuro dei pini vedevano il muro bianco della camera a gas di Treblinka, è così che erano le loro anime [...]L’abbiamo incontrata nel 1937: era lei che in piedi nella sua stanza stringeva fra le braccia suo figlio per l’ultima volta, gli diceva addio e gli divorava il volto con gli occhi, e poi scendeva le scale deserte del palazzo che si era ammutolito (…)
Con un passo lento ed elastico, calzando degli stivaletti di capretto dal tacco basso, Stalin si è avvicinato al quadro e ha lungamente guardato, molto a lungo, i volti della madre e del figlio, accarezzandosi i baffi grigi.
Forse l’ha riconosciuta? L’aveva incontrata all’epoca della sua deportazione in Siberia, a Novoiudinsk, a Turukan, a Kureika, l’aveva incontrata sui treni, nelle prigioni di transito … Ha mai pensato a lei quando è diventato potente? Ma noi uomini, noi l’abbiamo riconosciuta, abbiamo riconosciuto suo figlio: lei è noi, il loro destino siamo noi, loro sono ciò che vi è di umano nell’uomo [...] E diremo: non c’è mai stato un tempo duro come il nostro, eppure non abbiamo lasciato che morisse ciò che di umano c’è nell’uomo.
Guardando partire la Madonna Sistina, noi conserviamo la fede che la vita e la libertà sono una cosa sola, e che non c’è niente al di sopra di ciò che di umano c’è nell’uomo.
Ed è questo che vivrà in eterno, e vincerà.
(V. Grossmann, da L'inferno di Treblinka)
"Mi sorse nell’animo il ricordo di Treblinka, e di primo acchito non capii … Era lei che calcava coi suoi piedi nudi e leggeri la terra fremente di Treblinka, camminando dal luogo dove svuotavano i vagoni fino alla camera a gas. L’ho riconosciuta per l’espressione del volto e degli occhi. Ho visto suo figlio, e l’ho riconosciuto per la sua strana espressione, senza niente di infantile. Era questa l’espressione delle madri e dei bambini quando sul fondo verde scuro dei pini vedevano il muro bianco della camera a gas di Treblinka, è così che erano le loro anime [...]L’abbiamo incontrata nel 1937: era lei che in piedi nella sua stanza stringeva fra le braccia suo figlio per l’ultima volta, gli diceva addio e gli divorava il volto con gli occhi, e poi scendeva le scale deserte del palazzo che si era ammutolito (…)
Con un passo lento ed elastico, calzando degli stivaletti di capretto dal tacco basso, Stalin si è avvicinato al quadro e ha lungamente guardato, molto a lungo, i volti della madre e del figlio, accarezzandosi i baffi grigi.
Forse l’ha riconosciuta? L’aveva incontrata all’epoca della sua deportazione in Siberia, a Novoiudinsk, a Turukan, a Kureika, l’aveva incontrata sui treni, nelle prigioni di transito … Ha mai pensato a lei quando è diventato potente? Ma noi uomini, noi l’abbiamo riconosciuta, abbiamo riconosciuto suo figlio: lei è noi, il loro destino siamo noi, loro sono ciò che vi è di umano nell’uomo [...] E diremo: non c’è mai stato un tempo duro come il nostro, eppure non abbiamo lasciato che morisse ciò che di umano c’è nell’uomo.
Guardando partire la Madonna Sistina, noi conserviamo la fede che la vita e la libertà sono una cosa sola, e che non c’è niente al di sopra di ciò che di umano c’è nell’uomo.
Ed è questo che vivrà in eterno, e vincerà.

(V. Grossmann, da L'inferno di Treblinka)

mercoledì 29 gennaio 2014

Grossman e l’identità tra comunismo e nazismo

Grossman e l’identità tra comunismo e nazismo: «Tutto comincia con la sostituzione della realtà con l’ideologia»

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gennaio 29, 2014 Francesco Amicone
Per il grande scrittore russo emarginato dal regime sovietico dopo “Vita e destino” la dinamica totalitaria non è isolata nella storia del Novecento ma riguarda ogni uomo. Ne ha parlato Pietro Tosco, esperto della sua opera
medium_Grossman3«I totalitarismi sono due – comunismo e nazismo – e sono fratelli». Con queste parole il direttore esecutivo dello Study Center Vasilij Grossman, Pietro Tosco, ha spiegato cosa intendesse dire il grande autore russo nel suo capolavoro Vita e destino. «La tesi eretica, esplosiva di Grossman», contenuta nel libro che lo condannò all’emarginazione e alla povertà, ha spiegato Tosco durante una conferenza a Carate Brianza organizzata dall’Istituto Don Carlo Gnocchi, «è il pensiero che i due totalitarismi, nazismo e comunismo, sono l’uno lo specchio dell’altro», e che anzi sono «identici, perché identico è il loro principio ideologico».
COMUNISMO COME IL NAZISMO. La tesi appartiene a uno dei più grandi scrittori russi, nonché brillante corrispondente dal fronte del giornale dell’Armata rossa, e ha fatto indignare molti apologeti del comunismo sovietico. Grossman non aveva il problema di districarsi fra giustificazioni e distinzioni fra i due totalitarismi. Faceva parte dell’élite intellettuale del regime ed era uno dei giornalisti sovietici più celebri in tempo di guerra, il primo a mettere il piede in un campo di concentramento nazista, a Treblinka. Nonostante la sua posizione privilegiata, non si è tirato indietro davanti all’evidenza. Subito dopo la guerra «Grossman si rende conto che i due grandi totalitarismi, i due grandi eserciti che a Stalingrado si erano fronteggiati come due grandi nemici, in realtà hanno qualcosa in comune».
comunismo-guardian-jpg-crop_displayI TOTALITARISMI. Dell’uguaglianza fra i due totalitarismi, che ha origine nel mezzo dei combattimenti, «Grossman si accorge all’indomani della guerra mondiale», ha affermato Tosco. «La guerra è stata vinta da ciascun singolo soldato dell’Armata rossa ma viene impugnata dal partito sul banco dei vincitori per giustificare il passato». Per lo scrittore russo, Stalin, che con Hitler aveva sottoscritto il patto di non aggressione Molotov-Ribbentropp (con annessa spartizione della Polonia), «non è l’elemento negativo di un processo cominciato in positivo, ma la conseguenza necessaria che in Russia è cominciata con il padre della rivoluzione, Lenin». Dunque per Grossman, ha proseguito Tosco, «è il comunismo e non lo stalinismo a essere totalitario».
LO STATO DI PARTITO. «Per lo scrittore, russo i due totalitarismi non hanno un’analogia soltanto nella violenza», ha proseguito Tosco. Grossman può tracciare la simmetria dei due regimi sulla base di un principio di identità che viene ancora prima della violenza: lo «Stato di partito». Cioè, ha ha spiegato Tosco, «una realtà che dipende dalla volontà del partito, dove l’ideologia viene eretta a principio assoluto e sostituita alla realtà stessa». Questo terreno comune fra nazismo e comunismo, Grossman lo descrive narrativamente in Vita e destino nel dialogo notturno fra il gerarca nazista Liss e il rivoluzionario bolscevico Mostovskoj. Nella conversazione il nazista Liss pone il comunista Mostovskoj di fronte a una deduzione elementare: «Noi siamo le forme differenti di un unico essere, lo Stato partitico». Grossman non si ferma qui, e fa dire a Liss: «Quando ci guardiamo in faccia l’un l’altro, noi guardiamo uno specchio», per questo «non riesco a spiegarmi il motivo della nostra inimicizia».
Stalin_lg_zlx1KULAKI ED EBREI. Dove ha inizio l’ideologia? Nelle parole. Quando il loro significato viene sostituito e «la realtà diventa quello che di essa si debba dire». Secondo Tosco, lo aveva bene in mente Grossman, che in Tutto scorre, con una riflessione sui “kulaki”, gli agricoltori “benestanti” sterminati da Stalin, scrive: «Per ucciderli, si è dovuto spiegare che i kulaki non erano uomini. Sì, come quando i tedeschi dicevano: i giudei non sono uomini. Allo stesso modo Lenin e Stalin: i kulaki non sono uomini». «Dunque entrambi i regimi, per Grossman, introducono una barriera tra l’uomo e la realtà, la cui origine ha a che fare con la menzogna, con la parola», ha proseguito Tosco. «La violenza prima di essere fisica è linguistica». Così, ha affermato l’esperto dell’opera grossmaniana, «come nella Germania nazista non si parlava di sterminio di ebrei ma di “soluzione finale” così in Unione Sovietica non si diceva fucilazioni di massa ma “misura di profilassi sociale”». Come gli ebrei furono considerati nemici di fatto del nazismo e della razza ariana, «in Unione Sovietica si arrivò al principio assurdo del “nemico oggettivo”, che è tale perché esiste e non per quello che fa».
TUTTI POSSONO ESSERE IDEOLOGICI. «La forza di Grossman sta nell’individuare la dinamica ideologica non come isolata nella storia del Novecento, ma come una dinamica umana», ha continuato Tosco. «Ciascun uomo può essere ideologico» è un’affermazione che il narratore russo, ha puntualizzato l’esperto, «sosteneva sulla base della tradizione ebraica, che aveva riscoperto durante la guerra». Evidente in questo senso è «il richiamo dell’ideologia alla forza dinamica dell’idolo, di cui parlano i salmi». Come l’ideologia, l’idolo, ha spiegato Tosco, è ciò che «dice di essere qualcosa che non è, promettendo qualcosa che non può mantenere». «Alla gabbia dell’ideologia, Grossman contrapponeva non un’altra ideologia», ha concluso Tosco, «bensì ciò che nella tradizione ebraica è definito “cuore”, qualcosa che tutti gli esseri umani hanno in comune e che niente può ingabbiare, che la tradizione occidentale ha chiamato libertà».

mercoledì 28 agosto 2013

L’unica ragione vera ed eterna della lotta per la verita è l’uomo

L’unica ragione vera ed eterna della lotta per la verita è l’uomo
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"Le assemblee umane hanno un unico scopo: conquistare il diritto a essere diversi, speciali, il diritto di sentire, pensare e vivere ognuno a suo modo, ognuno a suo piacimento. È per conquistare questo diritto, per difenderlo o estenderlo, che le persone si riuniscono. Di qui, tuttavia, ha origine anche il pregiudizio tremendo ma fortissimo che l’unione in nome di una razza, di un Dio, di un partito o di una nazione non sia un mezzo, bensì il senso della vita. No e poi no! L’unica ragione vera ed eterna della lotta per la verita è l’uomo, la sua pudica unicità, il suo diritto ad essere unico”
Vita e destino” di Grossman

lunedì 12 agosto 2013

Il Grossman liberato

Il Grossman liberato


Sequestrato nel ’61 dal Kgb, riappare il manoscritto di “Vita e destino”. Per l’Urss era “come un’atomica” 

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“Perché sequestrarlo se è un libro dove non c’è menzogna, né calunnia, mentre c’è verità, dolore, amore per gli altri?”, domandava un affranto Vasilij Grossman all’allora segretario del Partito comunista Nikita Kruscev. Il grande scrittore sovietico morirà senza neppure sapere che fine avesse fatto il manoscritto originale del suo “Vita e destino”, il romanzo, secondo George Steiner, destinato a “eclissare tutti i romanzi che in occidente vengono presi sul serio”. Cinquant’anni dopo, quel manoscritto riemerge miracolosamente dagli archivi dell’ex Kgb. Nel corso di una commovente presentazione al ministero della Cultura, i funzionari dei servizi di sicurezza, rappresentati dal direttore Sergei Smirnov, hanno consegnato alla figlia e alla nipote dello scrittore tredici faldoni bianchi contenenti undicimila fogli manoscritti confiscati a Grossman il 14 febbraio 1961. Erano conservati alla Lubianka, il celebre palazzo che ospita i servizi segreti moscoviti.
La sorte di questo romanzo-epopea e del suo autore, autentico Erodoto della Seconda guerra mondiale, è fra le più incredibili del Novecento. Era il giugno 1941 quando Grossman fu chiamato dal Partito comunista, in cui credeva ciecamente, a seguire l’Armata rossa come corrispondente di guerra. A trentasei anni divenne il faro di Krasnaja Zvezda (Stella rossa), il giornale dell’esercito di Stalin. Grossman era il sommo rappresentante del realismo socialista, i suoi scritti apprezzatissimi anche da Maxim Gorkij. Raccontò in presa diretta “le rovine e le ceneri di Gomel, Cernigov, Minsk… il Kreschatik – la strada principale di Kiev – ridotto in polvere, nere colonne di fumo levarsi sopra Odessa in fiamme, Varsavia rasa al suolo…”, e poi la resistenza di Stalingrado, l’arrivo a Berlino. Come testimoniò Viktor Nekrassov, “leggevamo e rileggevamo senza fine i giornali che contenevano le corrispondenze di Grossman, fino a che le pagine non cadevano a brandelli dalle nostre mani”.
All’epoca dei piani quinquennali di Stalin, Grossman credette al punto tale nella costruzione dell’uomo nuovo da abbandonare i cantieri del Donbuss, dove lavorava come chimico, per mettersi a raccontare l’epopea dei militanti bolscevichi, con romanzi edificanti, per esempio, sul dilemma di una donna, commissario politico nell’Armata rossa, divisa nel 1920 tra lotta politica e maternità, mentre sull’Ucraina incombe la controffensiva polacca.

Al seguito dell’Armata rossa, Grossman arriva per primo a Varsavia, facendosi strada fra le macerie del ghetto ebraico, dove dopo l’eroica rivolta trova solo un muro coperto di vetri rotti e migliaia di cadaveri. Poi giunge a Treblinka, nel settembre del 1944, in quell’immensa fabbrica di morte del popolo ebraico. Da lì si spinge quindi oltre l’Oder, sul fronte, per raccontare la controffensiva russa in Germania, con i carri armati che avanzano fra “centinaia di contadini barbuti, con donne, bambini, interi villaggi che da prigionieri avevano dovuto seguire i nazisti invasori e che adesso marciavano verso la liberazione”.
I Grossman erano una famiglia benestante e cosmopolita, avversa allo zarismo, che aveva salutato con favore la Rivoluzione. Così Vasilij – classe 1905 – era uscito nel 1929 dall’Università di Mosca fiero di mettere la sua penna a servizio del mondo nuovo che il comunismo stava edificando. E diventerà uno di quegli “ingegneri dell’anima” che tanto piacevano a Stalin, così bravi nel convincere il popolo della bontà del sistema sociale comunista e della perfidia dei suoi nemici. Un pavido intellettuale che figurerà anche fra i firmatari dell’appello contro il sionismo ordito da Stalin.

Lo scrittore era nato a Berdicev, cittadina ucraina di sessantamila abitanti. Gli ucraini la chiamavano “la capitale degli ebrei”. Almeno fino alla Shoah, che se la inghiottì come un buco nero. Nel XVIII secolo era stata un importante centro del movimento chassidico e nel XIX dell’Haskalah, l’illuminismo ebraico. Qui i soldati della Wehrmacht vennero accolti nel luglio del 1941 come liberatori dal giogo sovietico. Qui due mesi dopo le SS e gli Einsatzgruppen, con il volonteroso sostegno degli ucraini arruolati nella Polizei, fucilarono in tre giorni tutti i trentamila israeliti della città, nella prima operazione di eliminazione degli ebrei sistematicamente pianificata su vasta scala. Alcune tra quelle milioni di ossa appartenevano a Ekaterina Savelyeva, madre di Vasilij Grossman, che proprio alla madre aveva dedicato il manoscritto di “Vita e destino”.
Se oggi siamo in grado di leggere “Vita e destino” nell’elegante edizione Adelphi (ma i primi a pubblicarlo in Italia furono i coraggiosi editori di Jaca Book, Sante Bagnoli e Maretta Campi), lo dobbiamo a un manipolo di uomini e donne che riuscirono a fotografarlo e a portarlo in salvo in occidente. La tesi del libro di Grossman era dinamite per l’epoca: il male si annida ovunque ci sia dell’ideologia, nazismo e comunismo sono due volti della stessa ferocia totalitaria. Fra l’altro, Grossman non nominava mai Stalin e neppure l’Armata rossa, ma soltanto “quei soldati senza nome che hanno combattuto col male”.

Le autorità sovietiche avevano imparato qualcosa dalla vicenda Pasternak (lo scrittore era morto nel 1960), e i responsabili culturali del regime non vollero ripetere l’errore con un altro ostracismo. Vadim Kozhevnikov, caporedattore della rivista Znamja, scelta da Grossman per la pubblicazione di “Vita e destino”, non appena si mise a leggere il manoscritto informò i funzionari politici della bomba che si trovava fra le mani. Interruppe la pubblicazione senza dire nulla all’autore. La rivista sarebbe stata disponibile a rinunciare a tutti gli anticipi corrisposti a Grossman, che ammontavano a 16.587 rubli, una piccola fortuna per l’epoca.
Il 14 febbraio 1961, alle 11.40 del mattino, il Kgb arrivò nell’appartamento di Grossman sulla Begovaja per “prendere in custodia” le copie del libro. Per la prima volta nella storia sovietica era stato deciso di “arrestare” un manoscritto, ma non il suo autore. E anche il tipografo che doveva stampare il volume venne bastonato. La perquisizione a casa Grossman diede il via all’èra dei samizdat, letteralmente “edizione in proprio”. Ovvero, per proteggere i loro scritti dal Partito, gli autori facevano affidamento su amici e parenti, in modo da non consentire la distruzione dell’intera opera. Alexander Solgenitsin dirà di essere stato ossessionato dalle copie del “Primo cerchio”, perché “sapevo come il romanzo di Grossman era stato prelevato”.

Dalle grinfie degli ascari di Kruscev non si salvarono neppure gli appunti, la carta carbone e i nastri della macchina per scrivere che Grossman aveva usato per “Zhizn’ i sud’ba”, “Vita e destino” in russo. Gli ideologi sovietici avevano riconosciuto subito in quel libro un testo ben più temibile del “Dottor Zivago” di Pasternak e persino degli scritti di Solgenitsin.
Grossman non si arrende, e protesta. Scrive una lettera al segretario del Partito Kruscev per chiedere una riparazione. Non sa che Kruscev cova un’autentica antipatia nei suoi confronti sin dai tempi gloriosi e tragici di Stalingrado, quando l’allora commissario in capo del Partito per l’intero teatro delle operazioni Kruscev si aspettava che Grossman lo intervistasse, invano. Così, per quattro mesi, nessuna risposta, finché lo scrittore non viene ricevuto da Michail Suslov, il potente capo della sezione ideologica del Partito, che a nome del Comitato centrale gli comunica che non è il caso di pubblicare il romanzo e men che meno di restituirgli il manoscritto: “Il suo libro corre il rischio di non vedere la luce prima di due o trecento anni”. E ancora: “Perché mai alle bombe atomiche dei nostri nemici dovremmo aggiungere il suo libro?”. Nel 1964, mentre si trovava ormai morente in ospedale, Grossman confiderà alla sua cara amica Anna Berzer di sentirsi come “sepolto vivo” (zamurovan).
Prima del blitz in casa, comunque, lo scrittore aveva affidato due copie dattiloscritte a persone fidate, Semen Lipkin e Viaceslav Ivanovic Loboda. Quest’ultimo lo conserva nella sua casa di Malojaroslavec, centocinquanta chilometri da Mosca. Quando Ivanovic muore in un incidente stradale, la custodia del dattiloscritto passa a sua moglie Vera Ivanovna, che lo nasconde in cantina. Oggi quella copia è conservata alla Houghton Library dell’Università di Harvard. Gli amici più intimi di Grossman lo avevano messo in guardia dal consegnare copie del libro ai parenti, perché anche loro avrebbero potuto lavorare come informatori (in Unione sovietica si faceva leva sulla debolezza delle persone). 

Dopo la morte di Grossman, Lipkin, che ha la seconda copia dattiloscritta, si lancia nell’impresa di portare clandestinamente il romanzo in occidente. Vengono realizzati due microfilm: il primo dallo scrittore dissidente Vladimir Voinovich, il secondo da Andrei Sacharov, celebre scienziato e oppositore politico, e da sua moglie Elena Bonner. Questi ultimi copiano “Vita e destino” nel laboratorio clandestino che hanno allestito nel gabinetto della loro casa di Mosca. Siamo negli anni in cui anche il solo possesso di un mimeografo porta alla condanna a tre anni di carcere. Il regime non voleva che esistessero macchine fotocopiatrici. Nel 1978, Rosemarie Ziegler, ricercatrice austriaca in slavistica, passa il confine nascondendo i microfilm in una scatola non più grande di un pacchetto di sigarette. A Parigi il tesoro viene consegnato a Efir Etkind, un filologo cacciato per aver aiutato Alexander Solgenitsin. Ma nessuno in Francia vuole pubblicare l’ennesimo “romanzo di guerra” (anche in Italia è stato a lungo snobbato). Il manoscritto arriva in Svizzera, dove l’editore serbo di Losanna Vladimir Dimitrijevic si getta anima e corpo nel lavoro di pubblicazione del libro. Impiega mesi per decifrare le oltre mille pagine ma alla fine, nel 1980, l’Age d’Homme, la casa editrice di Dimitrijevic, pubblica la prima edizione di “Vita e destino”. I dirigenti sovietici rimangono scioccati quando vedono il libro alla fiera di Francoforte.
In questo magistrale affresco corale in cui vivono medici, ingegneri, negozianti, lacchè, studenti, funzionari di ogni ordine e grado, mercanti di bestiame, mezzane, sacrestani, contadini, operai, calzolai, modelle, orticultori, zoologi, albergatori, guardiacaccia, prostitute, pescatori, cuoche, portieri e ostetriche, svettano le sorelle Saposnikov, Evgenija, sposata con un commissario politico, e Ljudmila, con il loro destino di mogli e di madri, costrette alla coabitazione forzata, alle tessere per i pasti, alle piccole angherie, ai grandi lutti. C’è Strum, il marito di Ljudmila, un celebre fisico teorico, che al culmine delle sue ricerche vede abbattersi su di sé il flagello dell’antisemitismo, col rischio di essere eliminato fisicamente. In Grossman c’è anche la prima, incredibile testimonianza dell’Olocausto, con l’esultanza del portinaio antisemita: “Grazie a Dio per i giudei è la fine”. Giustamente ha scritto François Furet: “Nessun altro scrittore sovietico ha dato fondo come Grossman alla capacità di cogliere la tragedia ebraica e al coraggio di parlarne”.

Sofja Osipovna Levinton, trentadue anni, medico militare, nell’estate del 1942 anche lei salirà su un convoglio piombato infestato di pidocchi, pianti, lamenti, fetori. Attraverso di lei e il piccolo David, un bimbo ebreo che si ritrova fra le braccia, Grossman arriva dentro il lager di Treblinka, seguendo passo dopo passo il calvario di quei corpi nudi pigiati sotto le docce, che ignari e rassegnati entrano nelle camere a gas. Nasce allora “La Madonna a Treblinka”. Composto nel 1955, all’inizio del disgelo, il breve scritto non fu stampato prima del 1989. Si tratta di un testamento d’amore che un intellettuale ateo, ebreo e comunista rivolge alla madre di Gesù. Nella “Madonna Sistina” di Raffaello, che i soldati sovietici portarono a Mosca di ritorno da Dresda, Grossman vede il volto dell’umanità e il mistero cristiano dell’incarnazione. “Mi accorsi che fino a quel momento avevo usato con leggerezza una parola terribile per la sua potenza: immortalità. Questo quadro di Raffaello non morirà finché sarà vivo l’uomo. La sua bellezza è intrecciata, fusa in eterno con quella bellezza che si nasconde, profonda e indistruttibile, dovunque nasce ed esiste la vita, negli scantinati, nelle soffitte, nei palazzi, nelle prigioni”. Un volto che soccorre i contadini uccisi negli anni della carestia, i bottegai ebrei uccisi nel pogrom di Kishinev, i morti nelle cave di pietra, i boscaioli della taiga, i soldati nelle trincee allagate d’acqua e i fratelli e le sorelle di Treblinka. Né Hitler né la collettivizzazione di Stalin hanno potuto sottomettere la vita, perché “anche nelle epoche più terribili la distruzione della vita non significa la sua sconfitta”. Anche “Vita e destino” si chiude su una immagine ottimista, con il simbolo del pane quotidiano, sottolineando “la gioia furiosa della vita”, con una casa che torna a riempirsi di risa e pianti di una famiglia.
A causa di “Vita e destino”, Grossman divenne una “non persona”, i suoi libri furono ritirati dalle biblioteche, i suoi articoli rifiutati. “Mi hanno strangolato sulla soglia di casa”, dirà agli amici. Grossman “il fortunato”, come era nato per essere scampato più volte alla morte a Stalingrado e a Berlino, si spense alle otto di sera del 14 settembre 1964, nell’anniversario della retata in cui a Berdicev le SS si erano portate via la madre. Al funerale lo scrittore Ilya Ehrenburg, per spiegare la sorte di Grossman, disse che “il destino non ama i massimalisti”. Grossman riposa nel cimitero di Troekurovskoe. Ogni tanto qualcuno va a depositare garofani rossi sulla sua tomba. Abbandonato e sconosciuto, anche nella morte. La vita e il destino di Grossman sono racchiusi in una celebre frase che lo scrittore amava citare da Cechov: “E’ giunta l’ora di liberarsi dello schiavo che è in noi”.