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mercoledì 21 agosto 2019

il mondo si divide in due categorie: quelli che passano il piatto al cameriere, e quelli che non passano il piatto al cameriere.

Il mondo si divide in due categorie: quelli che passano il piatto al cameriere, e quelli che non passano il piatto al cameriere.
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"Ho fatto il cameriere per undici anni.
Fra le tantissime cose che ho imparato c'è questa, che il mondo si divide in due categorie: quelli che passano il piatto al cameriere, e quelli che non passano il piatto al cameriere.
Quelli che ti passano il piatto sono quelli che ti vedono, si accorgono che sei lì che ti stai facendo un culo tanto, e allora quando hanno finito e tu ti palesi davanti a loro per portare via il piatto sporco, lo sollevano, te lo porgono, di modo che tu non debba ogni volta sporgerti, col rischio magari di far cadere una posata dai piatti che hai già in mano. Di solito ti dicono anche "Grazie", come non fossero loro in realtà ad averti fatto un favore. L'impulso ogni tanto, me lo ricordo, era di abbracciarli.
Un gesto da niente, non costa nessuna fatica. Ma un gesto che dice tutto.
Ho sempre amato quelli che ti passano il piatto, perché sono quasi sempre persone molto umili, riconoscono la tua dignità, non trattano come un servo il cameriere: lo sanno quanta parte ha la fortuna nel fatto che loro sono seduti lì a mangiare e lui là in piedi a farsi il mazzo.
Tutto questo per dire che nella mia vita mi è successo di trovarmi a tavola con tante persone: scrittori, uomini politici, a volte anche personaggi della tv, e la maggior parte di loro, per quanto potenti e importanti, magari anche simpatici a volte, erano persone che non passavano il piatto al cameriere. Alcuni anzi spesso lo trattavano proprio male.
E ieri, però, ieri ero a pranzo con Clara Sànchez. Non so se la conoscete, ma è una scrittrice che vende milioni di copie in tutto il mondo. Una che ha qualche motivo per sentirsi arrivata. Per sentirsi importante.
Ecco, tutto questo per dire che Clara Sànchez passa il piatto al cameriere.
Non è che sei arrivato quando hai folle oceaniche che ti osannano o conti in banca faraonici.
Sei arrivato quando ovunque tu sia arrivato, sei ancora uno che passa il piatto al cameriere."

Enrico Galiano

sabato 7 novembre 2015

Essere felici

                      Essere felici
                              ***

“Puoi aver difetti, essere ansioso e vivere qualche volta irritato, ma non dimenticate che la tua vita è la più grande azienda al mondo.
Solo tu puoi impedirle che vada in declino.
In molti ti apprezzano, ti ammirano e ti amano.
Mi piacerebbe che ricordassi che essere felice, non è avere un cielo senza tempeste, una strada senza incidenti stradali, lavoro senza fatica, relazioni senza delusioni.
Essere felici è trovare forza nel perdono, speranza nelle battaglie, sicurezza sul palcoscenico della paura, amore nei disaccordi.
Essere felici non è solo apprezzare il sorriso, ma anche riflettere sulla tristezza.
Non è solo celebrare i successi, ma apprendere lezioni dai fallimenti.
Non è solo sentirsi allegri con gli applausi, ma essere allegri nell’anonimato.
Essere felici è riconoscere che vale la pena vivere la vita, nonostante tutte le sfide, incomprensioni e periodi di crisi.
Essere felici non è una fatalità del destino, ma una conquista per coloro che sono in grado viaggiare dentro il proprio essere.
Essere felici è smettere di sentirsi vittima dei problemi e diventare attore della propria storia.
È attraversare deserti fuori di sé, ma essere in grado di trovare un’oasi nei recessi della nostra anima.
È ringraziare Dio ogni mattina per il miracolo della vita.
Essere felici non è avere paura dei propri sentimenti.
È saper parlare di sé.
È aver coraggio per ascoltare un “No”.
È sentirsi sicuri nel ricevere una critica, anche se ingiusta.
È baciare i figli, coccolare i genitori, vivere momenti poetici con gli amici, anche se ci feriscono.
Essere felici è lasciar vivere la creatura che vive in ognuno di noi, libera, gioiosa e semplice.
È aver la maturità per poter dire: “Mi sono sbagliato”.
È avere il coraggio di dire: “Perdonami”.
È avere la sensibilità per esprimere: “Ho bisogno di te”.
È avere la capacità di dire: “Ti amo”.
Che la tua vita diventi un giardino di opportunità per essere felice …
Che nelle tue primavere sii amante della gioia.
Che nei tuoi inverni sii amico della saggezza.
E che quando sbagli strada, inizi tutto daccapo.
Poiché così sarai più appassionato per la vita.
E scoprirai che essere felice non è avere una vita perfetta.
Ma usare le lacrime per irrigare la tolleranza.
Utilizzare le perdite per affinare la pazienza.
Utilizzare gli errori per scolpire la serenità.
Utilizzare il dolore per lapidare il piacere.
Utilizzare gli ostacoli per aprire le finestre dell’intelligenza.
Non mollare mai ….
Non rinunciare mai alle persone che ami.
Non rinunciare mai alla felicità, poiché la vita è uno spettacolo incredibile!”

mercoledì 26 agosto 2015

MUORE DI TUMORE, MA PRIMA SCRIVE UN MESSAGGIO ...E' UN INNO ALLA VITA!

MUORE DI TUMORE, MA PRIMA SCRIVE UN MESSAGGIO ...E' UN INNO ALLA VITA! ..........6...6...14

MUORE DI TUMORE, MA PRIMA SCRIVE UN MESSAGGIO SEGRETO DIETRO UNO SPECCHIO...E' UN INNO ALLA VITA!

 
 
Lei è Athena Orchard ed è morta mercoledì scorso a soli 13 anni di un raro tumore alle ossa.
Neanche a dirlo era una ragazzina  vispa e vivace con la voglia di vivere che si ha ha solo quando hai tutta la vita davanti.
Dopo la sua morte la famiglia trova per caso dietro uno specchio un messaggio di circa 3000 parole scritto da Athena poco prima di morire. Athena Orchard, 13 anni, ha combattuto una battaglia coraggiosa con il cancro, ma tragicamente scomparso la scorsa settimana Athena's family - including mother Caroline, Naysa, Letissia-Dior, Indika-Mayah, Porscha, Ethan, Tiana, Harley and father Dean with the message they found on the back of Athena's mirror
Un messaggio segreto... un testamento...un inno alla vita e all'amore.
La vita, quella roba strana che apprezzi solo quando stai per perderla o qualcosa non va e che per tutto il resto del tempo maltrattiamo e teniamo in scarsa considerazione. A picture shows Athena's 13th birthday - which she celebrated shortly before she died
La madre di Atena ha detto lo specchio, nella foto, è stato prestato contro un muro - così nessuno ha scoperto il suo messaggio
Ecco le parole di Athena, 13 anni, malata terminale:
La felicità dipende da noi stessi. Forse non sarà un lieto fine, forse è solo la storia. Lo scopo della vita è una vita di piena di scopo.  La differenza tra una vita ordinaria e una straordinaria è solo una piccola differenza. La felicità è una direzione non la destinazione.  Ringraziate  di esistere. Siate felici, siate liberi, credete di essere sempre giovane. Sai il mio nome, non la mia storia.  Avete sentito quello che ho fatto, ma non quello che ho passato. L'amore è come il vetro, sembra così bello, ma è facile da frantumare.  L'amore è raro, la vita è strana, niente dura e la gente cambia. Ogni giorno è speciale, fate in modo da rendere migliore la maggior parte di esso, potrebbe arrivare una malattia terminale domani, così cercate di ottenere il massimo ogni giorno. La vita è brutta  se la rendiamo brutta.  Se qualcuno ti ama, allora non dovrebbe essere lasciato scivolare via, non importa quanto sia difficile la situazione.  Ricordate che la vita è piena di alti e bassi.  Mai rinunciare a qualcosa di cui non puoi far passare giorno senza pensarci.  Voglio essere quella persona che rende i giorni  brutti migliori e quella che ti fa dire "la mia vita è cambiata da quando l'ho incontrata!"  L'amore non è quando si dice ti amo -  è piuttosto quando si può dimostrare che ciò è vero.  L'amore è come il vento, si può sentire, ma non si può vedere.  Sono in attesa di innamorarmi di qualcuno... posso aprire il mio cuore.  L'amore non riguarda chi vuoi vedere accanto a te nel futuro, ma piuttosto chi non puoi immaginare che sia fuori dalla tua vita nel futuro...  La vita è un gioco per tutti, e l'amore è il premio. Solo noi ci possiamo giudicare.  A volte l'amore fa male.  Ora sto combattendo sola con me stessa.  Posso sentire il vostro dolore.  I sogni sono la mia realtà. Fa male, ma va bene, io sono abituata.  Non siate rapidi nel giudicarmi, vedete solo quello che ho scelto di mostrarvi ... non sapete la verità. Voglio solo divertirmi ed essere felice senza essere giudicata.  Questa è la mia vita, non la tua, non ti preoccupare di quello che faccio. Le persone ti odieranno, ti valuteranno, ti maltratteranno, ma se sei forte ecco cosa fa di te...te. Non c'è bisogno di piangere, perché so che tu sarai al mio fianco.
Scusatemi qualche imprecisione nella traduzione... l'originale qui
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domenica 23 agosto 2015

Mi sento sempre felice sai perché?

Mi sento sempre felice sai perché? 
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È bella leggila.
William Shakespeare diceva: Mi sento sempre felice sai perché? Perché non aspetto niente da nessuno; aspettare sempre fa male. I problemi non sono eterni, hanno sempre una soluzione, l'unica cosa che non ha rimedio é la morte. Non permettere a nessuno di insultarti, umiliarti o abbassare la tua autostima . Le urla sono lo strumento dei codardi, di chi non ragiona.
Incontreremo sempre persone che ci considereranno colpevoli dei loro guai, e ognuno riceve ciò che merita. Bisogna essere forti e sollevarsi dalle cadute che ci pone la vita, per ricordarci che dopo il tunnel oscuro e pieno di solitudine, arrivano cose molto buone " Non esiste male che non passi al bene". Per questo godi la vita perché é molto corta, per questo amala, sii felice e sempre sorridi, vivi solo intensamente per te stessa e attraverso te stessa, ricorda:
Prima di discutere...Respira
Prima di parlare...Ascolta
Prima di criticare....Esaminati
Prima di scrivere.... Pensa
Prima di ferire.... Senti
Prima di arrenderti.... Tenta
Prima di morire..... VIVI!!
La relazione migliore non é quella con una persona perfetta, ma quella nella quale ciascun individuo impara a vivere, con i difetti dell'altro e ammirando le sue qualità.
Chi non da valore a ciò che ha, un giorno si lamenterà per averlo perso e chi fa del male un giorno riceverà ciò che si merita.
Se vuoi essere felice, rendi felice qualcuno, se desideri ricevere, dona un poco di te, circondati di brave persone e sii una di quelle.
Ricorda, a volte quando meno te lo aspetti ci sarà chi ti farà vivere belle esperienze!
Non rovinare mai il tuo presente per un passato che non ha futuro.
Una persona forte sa come mantenere in ordine la sua vita. Anche con le lacrime negli occhi, si aggiusta per dire con un sorriso, STO BENE.

mercoledì 7 gennaio 2015

La vita e’ come un viaggio in treno con le sue stazioni, i suoi cambi, i binari , i suoi incidenti!


La vita e’ come un viaggio in treno con le sue stazioni, i suoi cambi, i binari , i suoi incidenti!
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La vita e’ come un viaggio in treno con le sue stazioni, i suoi cambi, i binari , i suoi incidenti!
Nel nascere saliamo in treno e ci troviamo con i nostri genitori e crediamo che sempre viaggeranno al nostro fianco, ma in qualche stazione loro scenderanno lasciandoci viaggiare da soli. Nello stesso modo nel nostro treno saliranno altre persone, saranno significative: nostri fratelli, amici, figli e anche l’amore della nostra vita. Molti scenderanno e lasceranno un vuoto permanente, altri passeranno inosservati! Questo viaggio sarà ricco di gioie, dispiaceri, fantasie, attese e saluti. La riuscita di questo viaggio consiste nel avere una buona relazione con tutti passeggeri, nel dare il meglio di noi stessi. Il grande mistero e’ che non sappiamo in quale stazione scenderemo, per questo dobbiamo vivere nel migliore dei modi, amare, perdonare, offrire il meglio di noi, così quando arriverà il momento di scendere e il nostro sedile sarà vuoto, lasceremo bei ricordi agli altri passeggeri del treno della vita.

martedì 30 dicembre 2014

Caro Sancio, le nostre opere non devono uscire dai limiti impostici dalla religione cristiana,

 Caro Sancio, le nostre opere non devono uscire dai limiti impostici dalla religione cristiana,
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Caro Sancio, le nostre opere non devono uscire dai limiti impostici dalla religione cristiana, che noi professiamo. Dobbiamo uccidere l’orgoglio nella persona dei giganti, l’invidia con la generosità e la grandezza d’animo; 
l’ira col tranquillo contegno e la serenità dell’animo; 
la gola e il sonno con l’astinenza e con la veglia; 
la lussuria e la lascivia col serbar fede a quelle che abbiamo fatte signore dei nostri pensieri, 
la pigrizia con l’andar per tutte le parti del mondo a cercar le occasioni che ci possan fare e ci facciano, oltre che buoni cristiani, famosi cavalieri.
  Ecco, o Sancio, i mezzi con cui si acquistano gli estremi della lode che trae con sé la buona fama (Don Chisciotte II, 8).

domenica 28 dicembre 2014

Dobbiamo uccidere l’orgoglio nella persona dei giganti

 Dobbiamo uccidere l’orgoglio nella persona dei giganti
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Caro Sancio, le nostre opere non devono uscire dai limiti impostici dalla religione cristiana, che noi professiamo. Dobbiamo uccidere l’orgoglio nella persona dei giganti, l’invidia con la generosità e la grandezza d’animo; l’ira col tranquillo contegno e la serenità dell’animo; la gola e il sonno con l’astinenza e con la veglia; la lussuria e la lascivia col serbar fede a quelle che abbiamo fatte signore dei nostri pensieri, la pigrizia con l’andar per tutte le parti del mondo a cercar le occasioni che ci possan fare e ci facciano, oltre che buoni cristiani, famosi cavalieri. Ecco, o Sancio, i mezzi con cui si acquistano gli estremi della lode che trae con sé la buona fama (Don Chisciotte II, 8).

Che cos’è la nostalgia

Che cos’è la nostalgia

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Breve storia di un sentimento antico come l’uomo, ma che ha trovato un nome solo tre secoli fa
Nel libro V dell’Odissea c’è una scena, descritta intorno al verso 190, in cui Ulisse piange. Non è l’ultima volta nel poema, ma è importante. Ulisse si trova seduto sulla sponda del mare con le guance rigate di lacrime, consumato dal pensiero del ritorno. In quel momento Ulisse è sull’Isola di Ogigia da sette anni e anche se accanto a sé ha Calipso, una ragazza incredibilmente bella, se ne vuole andare.
Non serve a nulla il fatto che Calipso lo ami follemente e nemmeno che sia una ninfa, figlia del titano Atlante e di un’oceanina. Non serve nemmeno l’incredibile promessa che lei è disposta a fargli pur di farlo restare: offrirgli l’immortalità, insieme alla promessa di passarla insieme, in quel luogo paradisiaco. Niente, non serve a niente. Ulisse deve partire, ammette che la sua Penelope non regge il confronto con Calipso, che è più bella, ma soprattutto, che è immortale, ma deve tornare a casa lo stesso. Vuole tornare a Itaca, vuole tornare a casa.
Un luogo paradisiaco, una donna bellissima che lo ama alla follia, il sogno dell’immortalità: solo una forza potente può portare un uomo a rinunciare a un sogno del genere. Quella forza, che lo porta a piangere come un bambino sulla sponda del mare pensando a casa — lui, uno dei più coraggiosi e valorosi uomini del Mediterraneo — è un sentimento che conosciamo tutti per averlo provato innumerevoli volte, magari da bambini, magari proprio davanti al mare, alla fine delle vacanze, pensando a casa. È nostalgia, ma lui — e con lui le generazioni di aedi che nei secoli hanno cantato in giro per la Grecia quella scena — ancora non lo sa.
Non lo sa — non lo può sapere — perché il termine “nostalgia”, pur essendo composto di due parole greche, νόστος (nostos, che significa “ritorno a casa”) e άλγος (algos, che significa “dolore”) non è affatto una parola di origine greca, né tantomeno è antica come l’Odissea. La parola “nostalgia” è una parola moderna coniata nel 1688, in Svizzera, da uno studente di medicina di appena diciannove anni di nome Johannes Hofer, il quale fu il primo a usarla nella sua tesi di laurea, Dissertatio medica de nostalgia, discussa proprio quell’anno all’Università di Basilea.
Hofer è uno studente di medicina, e quel termine, “nostalgia”, se lo inventa per descrivere una patologia che affligge i soldati svizzeri, i quali, portati a combattere lontano dalle valli, si ammalavano di tristezza, languivano, piangevano, si disperavano, erano colti da un senso di oppressione e di soffocamento, un po’ come Ulisse sulla riva del mare di Ogigia, e dovevano essere rimpatriati. Così come è teorizzata dal giovane Hofer, la nostalgia è una forza potentissima, un legame che trascende lo spazio e il tempo.
Facciamo un salto in avanti nel tempo di più di tre secoli. In una delle scene centrali di Interstellar, l’ultimo film di Christopher Nolan, Anne Hathaway, che interpreta il ruolo della figlia del professor Brand, recita una battuta che è stata molto criticata per la sua banalità mascherata da profondità e per la sua eccessiva mielosità: «L’amore è l’unica cosa che trascende il tempo e lo spazio». Ora, pur essendo una grandissima teneronata, ottenuta esagerando, e di parecchio, con lo zucchero, quell’affermazione non è sbagliata, è semplicemente incompleta. Perché l’amore non è l’unico sentimento in grado di trascendere tempo e spazio, c’è anche la nostalgia, una forza più vasta, che lega non soltanto le persone tra loro, ma che le lega ai tempi, ai luoghi e agli oggetti perduti del tempo.
La nostalgia, una forza antica come il primo uomo che salutò la sua donna per andare a procacciare del cibo, una forza che ci ha messo parecchi secoli per trovare un nome, ma che esiste da sempre ed è, da sempre, una forza che ci attrae perennemente all’indietro — che l’indietro sia un luogo o uno spazio poco importa — una malinconia totale e definitiva che ha a che fare profondamente con l’essere umano, con la sua mortalità e con uno dei suoi istinti più unici: l’arte.
Lo sguardo della nostalgia è quello del Baudelaire della poesia A una passante, uno sguardo fisso negli occhi della Passante, quel «cielo livido dove nasce l’uragano», occhi che si vedono una volta sola, poi passano, e sfuggono verso l’eternità, verso l’oblio. La nostalgia è lo sguardo rivolto all’indietro dell’Angelus Novus dipinto da Paul Klee e raccontato poi da Walter Benjamin, che tra le sue tesi di filosofia della storia, infilò anche questa meraviglia:

C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che gli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.
Lo sguardo rivolto all’indietro dell’angelo che Klee regalò a Benjamin, che fissava le macerie del passato incapace di ricomporle; quello di Baudelaire, fisso negli occhi portentosi di una bella sconosciuta che sa di amare ma che non vedrà mai più; quello di Ulisse, rivolto a un orizzonte la cui fine si chiama Itaca: a questo ci ha portati la nostalgia, all’arte, l’unico gesto umano in grado di superare il tempo e lo spazio, da sempre.
Nel 23 a.C. Orazio pubblicava una delle sue liriche più famose, che recita così:

Ho innalzato un monumento più duraturo del bronzo
e più alto della regale maestà delle piramidi,
che né la pioggia che corrode, né il vento impetuoso
potrà abbattere né l’interminabile corso degli anni e la fuga del tempo.
Non morirò del tutto, anzi una gran parte di me
eviterà la morte; per sempre.

Circa duemila anni dopo, a Buenos Aires, Jorge Luis Borges finiva di scrivere uno dei suoi più bei saggi, intitolato Nuova confutazione del tempo, in cui cerca di teorizzare, più esteticamente che scientificamente, l’inconsistenza del passato e del futuro, e la sola sussistenza del presente. È un saggio bellissimo, e finisce così:

Il nostro destino non è spaventoso perché irreale; è spaventoso perché irreversibile e di ferro. Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, e io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco. Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges.

lunedì 1 dicembre 2014

pensieri confucio

 ***     

 "" Ho imparato che la calma è molto
più destabilizzante della rabbia...
che un sorriso disarma molto
più di un volto corrugato,
ho imparato che il silenzio
di fronte ad un'offesa è
un grido che fa tremare la terra.
Ho imparato che come un amore
rifiutato
non si perde ma torna
intatto a colui che voleva donarlo,
così accade per la rabbia, le offese...
siamo noi a decidere se farci toccare
o meno da un sentimento,
di qualsiasi sentimento si tratti.

Non importa se stai procedendo
molto lentamente...ciò che importa è
che tu non ti sia fermato. ""

- CONFUCIO









domenica 2 novembre 2014

Lettera di Abramo Lincoln all'insegnante di suo figlio

Lettera di Abramo Lincoln all'insegnante di suo figlio

***



“Il mio figlioletto inizia oggi la scuola: per lui, tutto sarà strano e nuovo per un po’ e desidero che sia trattato con delicatezza. 
È un’avventura che potrebbe portarlo ad attraversare continenti, un’avventura che, probabilmente, comprenderà guerre, tragedie e dolore. 

Vivere questa vita richiederà Fede, Amore e Coraggio. Quindi, maestro caro, la prego di prenderlo per mano e di insegnargli le cose che dovrà conoscere. 
Gli trasferisca l’insegnamento, ma con dolcezza, se può. Gli insegni che, per ogni nemico c’è un amico. 
Dovrà sapere che non tutti gli uomini sono giusti, che non tutti gli uomini sono sinceri. 
Gli faccia però anche comprendere che, per ogni farabutto c’è un eroe, che per ogni politico disonesto, c’è un capo pieno di dedizione.
Gli insegni, se può, che 10 centesimi guadagnati valgono molto di più di un dollaro trovato; a scuola, o maestro, è di gran lunga più onorevole essere bocciato che barare. Gli faccia imparare a perdere con eleganza e, quando vince, a godersi la vittoria. Gli insegni a esser garbato con le persone garbate e duro con le persone dure. Gli faccia apprendere anzitutto che i prepotenti sono i più facili da vincere.
Lo conduca lontano, se può, dall’invidia, e gli insegni il segreto della pacifica risata. Gli insegni, se possibile, a ridere quando è triste, a comprendere che non c’è vergogna nel pianto, e che può esserci grandezza nell’insuccesso e disperazione nel successo. Gli insegni a farsi beffe dei cinici.
Gli insegni, se possibile, quanto i libri siano meravigliosi, ma gli conceda anche il tempo di riflettere sull’eterno mistero degli uccelli nel cielo, delle api nel sole e dei fiori su una verde collina.

Gli insegni ad aver fede nelle sue idee, anche se tutti gli dicono che sbaglia. Cerchi di infondere in mio figlio la forza di non seguire la folla quando tutti gli altri lo fanno. 
Lo guidi ad ascoltare tutti, ma anche a filtrare quello che ode con lo schermo della verità e a prendere solo il buono che ne fuoriesce.
Gli insegni a vendere talenti e cervello al miglior offerente, ma a non mettersi mai il cartellino del prezzo sul cuore e sull’anima. Gli faccia avere il coraggio di essere impaziente e la pazienza di essere coraggioso. Gli insegni sempre ad avere suprema fede nel genere umano e in Dio.
Si tratta di un compito impegnativo, maestro, ma veda che cosa può fare. È un bimbetto così grazioso, ed è mio figlio.”

Abraham Lincoln

venerdì 24 ottobre 2014

Poesia di Rudyard Kipling Lettera al figlio

Poesia di Rudyard Kipling
Lettera al figlio
*** 

Se riesci a non perdere la testa quando tutti intorno a te
la perdono e ti mettono sotto accusa.


Se riesci ad avere fiducia in te stesso
quando tutti dubitano di te,
ma a tenere nel giusto conto il loro dubitare.

Se riesci ad aspettare senza stancarti di aspettare
o essendo calunniato a non rispondere con calunnie,
o essendo odiato a non abbandonarti all'odio,
pur non mostrandoti troppo buono,
né parlando troppo da saggio.


Se riesci a sognare senza fare dei sogni i tuoi padroni.

Se riesci a pensare senza fare dei pensieri il tuo fine.


Se riesci ad incontrare il successo e la sconfitta
e trattare questi due impostori allo stesso modo.

Se riesci a sopportare di sentire le verità
che tu hai detto distorte da furfanti
che ne fanno trappole per sciocchi o vedere le cose
per le quali hai dato la vita distrutte e umiliarti
a ricostruirle con i tuoi strumenti oramai logori.

Se riesci a fare un solo fagotto delle tue vittorie
e rischiarle in un solo colpo a testa e croce
e perdere e ricominciare da dove iniziasti senza
mai dire una sola parola su quello che hai perduto.


Se riesci a costringere il tuo cuore, i tuoi nervi,
i tuoi polsi a sorreggerti anche dopo molto tempo
che non te li senti più ed a resistere
quando ormai in te non ce più niente
tranne la tua volontà che ripete "resisti!"

Se riesci a parlare con la canaglia
senza perdere la tua onestà
o a passeggiare con i re
senza perdere il senso comune.


Se tanto nemici che amici non possono ferirti
se tutti gli uomini per te contano
ma nessuno troppo.

Se riesci a colmare l'inesorabile minuto
con un momento fatto di sessanta secondi
tua è la terra e tutto ciò che è in essa
e quel che più conta sarai un uomo, figlio mio.

Lettera al figliodi Rudjard Kipling

domenica 5 ottobre 2014

LA VITA E' COME UN VIAGGIO IN TRENO

LA VITA E' COME UN VIAGGIO IN TRENO
***


La vita è come un viaggio in treno con le sue stazioni, 
i suoi cambi, i binari, i suoi incidenti!!!
Nel nascere saliamo in treno 
e ci troviamo con i nostri genitori
 e crediamo che sempre viaggeranno al nostro fianco,
 ma in qualche stazione loro scenderanno 
lasciandoci viaggiare da soli.
Nello stesso modo nel nostro treno saliranno altre persone,
 saranno significative: nostri fratelli, amici, figli 
e anche l'amore della nostra vita.
 Molti scenderanno e lasceranno un vuoto permanente...
 altri passeranno inosservati!
Questo viaggio sarà ricco di gioie, dispiaceri, fantasie, attese e saluti.
 La riuscita di questo viaggio consiste nell'avere una buona relazione con tutti i passeggeri, 
nel dare il meglio di noi stessi. 
Il grande mistero è che non sappiamo in quale stazione scenderemo, 
per questo dobbiamo vivere nel migliore dei modi,
 amare, perdonare, offrire il meglio di noi... 
così quando arriverà il momento di scendere 
e il nostro sedile sarà vuoto,
lasceremo bei ricordi agli altri passeggeri del treno della vita!!

domenica 21 settembre 2014

Uno psicologo insegna ai suoi studenti come gestire lo stress

 Uno psicologo insegna ai suoi studenti come gestire lo stress
*** 

Uno psicologo insegna ai suoi studenti come gestire lo stress.
Prese un bicchiere d’acqua e si avviò per la stanza, in silenzio.
Tutti si aspettavano una domanda tipo:
“è mezzo pieno o mezzo vuoto?”
Ad un certo punto si fermò, alzò il bicchiere e chiese ai suoi studenti:
Quanto è pesante questo bicchiere d’acqua?
Meravigliati, gli studenti hanno dato risposte tra 250 e 500 ml.
Psicologo risponde: peso assoluto non importa, importa quanto tempo lo tieni alzato… Un minuto, nessun problema… Un’ora, un braccio dolorante… Un giorno, paralizza il braccio…
In ognuno di questi tre casi il peso del bicchiere non cambia. Cambia solo il tempo.
Più il tempo passa, più diventa pesante.

Lo stress e le preoccupazioni della vita sono come il bicchiere d’acqua. Se si pensa di meno a loro, non succede quasi nulla.
Se si pensa di più, il cuore inizia a far male.
Se stai pensando a loro per tutto il tempo, paralizzano la tua mente.
Quando arrivi a casa la sera, lascia fuori le tue preoccupazioni.
Non portarle con te durante la notte.

Metti giù il bicchiere.

sabato 16 agosto 2014

Dialogo dal film Will Hunting - Genio Ribelle


Dialogo dal film Will Hunting - Genio Ribelle
                                        ***                             


Sean: Pensavo a quello che mi hai detto l'altro giorno, riguardo il mio dipinto.

Will: Ah.

Sean: Sono stato sveglio tutta la notte a pensarci. Poi ho capito una cosa, e sono caduto in un sonno profondo, tranquillo, e da allora non ho più pensato a te. Sai che cosa ho capito?

Will: No.

Sean: Sei solo un ragazzo. Tu non hai la minima idea delle cose di cui parli.

Will: Grazie tante.

Sean: Non c'è di che. Non sei mai stato fuori Boston?

Will
: No signore.

Sean: Se ti chiedessi sull'arte probabilmente mi citeresti tutti i libri di arte mai scritti... Michelangelo. Sai tante cose su di lui: le sue opere, le aspirazioni politiche, lui e il papa, le sue tendenze sessuali, tutto quanto vero? Ma scommetto che non sai dirmi che odore c'è nella Cappella Sistina. Non sei mai stato lì con la testa rivolta verso quel bellissimo soffitto... mai visto. Se ti chiedessi sulle donne, probabilmente mi faresti un compendio sulle tue preferenze, potrai perfino aver scopato qualche volta... ma non sai dirmi che cosa si prova a risvegliarsi accanto a una donna e sentirsi veramente felici. Sei uno tosto. E se ti chiedessi sulla guerra probabilmente mi getteresti Shakespeare in faccia eh? "Ancora una volta sulla breccia cari amici!"... ma non ne hai mai sfiorata una. Non hai mai tenuto in grembo la testa del tuo migliore amico vedendolo esalare l'ultimo respiro mentre con lo sguardo chiede aiuto. Se ti chiedessi sull'amore probabilmente mi diresti un sonetto. Ma guardando una donna non sei mai stato del tutto vulnerabile... non ne conosci una che ti risollevi con gli occhi, sentendo che Dio ha mandato un angelo sulla terra solo per te, per salvarti dagli abissi dell'inferno. Non sai cosa si prova ad essere il suo angelo, avere tanto amore per lei, vicino a lei per sempre, in ogni circostanza, incluso il cancro. Non sai cosa si prova a dormire su una sedia d'ospedale per due mesi tenendole la mano, perché i dottori vedano nei tuoi occhi che il termine "orario delle visite" non si applica a te. Non sai cos'è la vera perdita, perché questa si verifica solo quando ami una cosa più di quanto ami te stesso: dubito che tu abbia mai osato amare qualcuno a tal punto. Io ti guardo, e non vedo un uomo intelligente, sicuro di sé, vedo un bulletto che si caga sotto dalla paura. Ma, sei un genio Will, chi lo nega questo. Nessuno può comprendere ciò che hai nel profondo. Ma tu hai la pretesa di sapere tutto di me perché hai visto un mio dipinto e hai fatto a pezzi la mia vita del cazzo. Sei orfano giusto? Credi che io riesca a inquadrare quanto sia stata difficile la tua vita, cosa provi, chi sei, perché ho letto Oliver Twist? Basta questo ad incasellarti? Personalmente, me ne strafrego di tutto questo, perché sai una cosa, non c'è niente che possa imparare da te che non legga in qualche libro del cazzo. A meno che tu non voglia parlare di te. Di chi sei. Allora la cosa mi affascina. Ci sto. Ma tu non vuoi farlo, vero campione? Sei terrorizzato da quello che diresti. A te la mossa, capo.




mercoledì 13 agosto 2014

Carcer ove si ven per strade aperte

Carcer ove si ven per strade aperte 

*** 

In quel loco e 'n quel tempo et in quell'ora
che più largo tributo agli occhi chiede,
triunfar volse que' che 'l vulgo adora:
e vidi a qual servaggio et a qual morte,
a quale strazio va chi s'innamora.
Errori e sogni et imagini smorte
eran d'intorno a l'arco triunfale,
e false opinïoni in su le porte,
e lubrico sperar su per le scale,
e dannoso guadagno, ed util danno,
e gradi ove più scende chi più sale;
stanco riposo e riposato affanno,
chiaro disnore e gloria oscura e nigra,
perfida lealtate e fido inganno,
sollicito furor e ragion pigra:
carcer ove si ven per strade aperte,
onde per strette a gran pena si migra;
ratte scese a l'entrare, a l'uscir erte;
dentro, confusïon turbida e mischia
di certe doglie e d'allegrezze incerte.
Non bollì mai Vulcan, Lipari od Ischia,
Strongoli o Mongibello in tanta rabbia:
poco ama sé chi 'n tal gioco s'arrischia. 
F. Petrarca, Trionfo d'Amore IV, da I Trionfi

lunedì 4 agosto 2014

il sorriso

La rivoluzione del sorriso

***


Ridere fa bene al corpo, all'anima e può cambiare il mondo intero


Roma, (Zenit.org) Antonio Gaspari | 272 hits

È difficile pensare che un sorriso possa cambiare il mondo. Eppure… Non dovremmo sottovalutare quanto è accaduto in Turchia. Con centinaia di migliaia di donne che hanno pubblicato su Twitter foto sorridenti, in risposta al vice primo ministro che aveva indicato il sorridere in pubblico delle donne come immorale.

Le donne che hanno la voglia e il coraggio di sorridere potrebbero rivoluzionare il mondo intero. Chi sa ridere è padrone del mondo”, affermava il poeta Giacomo Leopardi. E l’attore comico Charlie Chaplin  ha detto: “Un giorno senza un sorriso è un giorno perso”. 
Il poeta tedesco Friedrich von Schiller, colui che ha scritto l’inno alla gioia che Beethoven ha musicato ed è ora l’inno dell’Europa, ha scritto: “Un sorriso non dura che un istante, ma nel ricordo può essere eterno”.
Un anonimo ha scritto: “Il riso è la distanza più corta tra due persone.
Lo scrittore russo Fëdor Dostoevskij ha sostenuto che “si conosce un uomo dal modo in cui ride”.
Un proverbio italiano afferma: “Di quei tali che non ridono mai, stai lontano come dai guai.
Lo scrittore francese Victor Hugo ha aggiunto: “Il riso è il sole che scaccia l'inverno dal volto umano”.
D’altro canto è conoscenza diffusa che ridere fa bene.
Lo scrittore e sceneggiatore canadese Mordecai Richler ha spiegato che “ci vogliono settantadue muscoli per fare il broncio ma solo dodici per sorridere. Provaci per una volta”.
Il  medico che fa anche il clown Patch Adams ha spiegato: “Le ultime ricerche dimostrano che la risata aumenta la secrezione di catecolamine ed endorfine, il che a sua volta aumenta l'ossigenazione del sangue, rilassa le arterie, accelera il cuore, abbassa la pressione sanguigna con effetti positivi sulle malattie respiratorie e cardiovascolari. E in più aumenta la risposta del sistema immunitario”.
Una realtà che la saggezza popolare conosce bene.
Gente allegra Dio l’aiuta”, recita un detto popolare
Un proverbio toscano afferma che “ogni volta che uno ride, leva un chiodo alla bara”.
E  lo scrittore e poeta Aldo Palazzeschi ha aggiunto: “Il riso fa buon sangue, ed è il profumo della vita in un popolo civile”.
Madre Teresa di Calcutta ha precisato “non sapremo mai quanto bene può fare un semplice sorriso”.
Ha spiegato la Santa:
“Dovreste conoscere ciò che vuole dire povertà, forse la nostra gente ha molti beni materiali, forse ha tutto, ma credo che se guardiamo nelle nostre case, vediamo quanto è difficile trovare un sorriso e il sorriso è il principio dell'amore”.
Ed ha aggiunto: “Fate che chiunque venga a voi se ne vada sentendosi meglio e più felice. Tutti devono vedere la bontà del vostro viso, nei vostri occhi, nel vostro sorriso. La gioia traspare dagli occhi, si manifesta quando parliamo e camminiamo. Non può essere racchiusa dentro di noi. Trabocca. La gioia è molto contagiosa”.
Madre Teresa ha molto scritto e meditato sul sorriso:La vera santità consiste nel fare la volontà di Dio con il sorriso ha scritto. La beata vede nel sorriso l’inizio della cultura dell’incontro. Questo proposito ha aggiunto: “Incontriamoci con un sorriso e una volta che avremo cominciato l'un l'altro ad amarci diverrà naturale fare qualcosa per gli altri”.
Giuseppe Verdi nel Trovatore fa cantare “Il balen del suo sorriso / D'una stella vince il raggio.
Nel film Chi ha incastrato Roger Rabbit? si sostiene che “una risata può essere una cosa molto potente. A volte, nella vita, è l'unica arma che ci rimane!”.
Vorrei concludere con alcune frasi di Madre Teresa in cui si spiega il sorriso ed il senso dell’ottimismo cristiano:
L'ostacolo più grande? La paura!
La cosa più facile? Sbagliarsi!
L'errore più grande? Rinunciare!
La radice di tutti i mali? L'egoismo!  
La distrazione migliore? Il lavoro!
La sconfitta peggiore?Lo scoraggiamento!
I migliori insegnanti? I bambini, gli ammalati!
Il primo bisogno? Comunicare!
La fedeltà più grande? Essere utili agli altri!      
Il difetto peggiore? Il malumore!
La persona più pericolosa? Quella che mente!   
Il sentimento più brutto? Il rancore, l'indifferenza!
Il regalo più bello? La carità, l'ascolto! 
La sensazione più bella? La pace interiore!        
L'accoglienza migliore? Il sorriso!      
La miglior medicina? L'ottimismo!
(02 Agosto 2014)

mercoledì 30 luglio 2014

l'uomo

 l'uomo
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Compiuta la sua opera, l'artefice divino vide che mancava qualcuno che considerasse il significato di così tanto lavoro, ne amasse la bellezza, ne ammirasse la grandezza. Avendo, quindi, terminata la sua opera, pensò da ultimo - come attestano Mosè e Timeo- di produrre l'uomo. [...] Ormai tutto era pieno, tutto era stato occupato negli ordini più alti, nei medii e negl'infimi. [...] Stabilì, dunque, il sommo Artefice, dato che non poteva dargli nulla in proprio, che avesse in comune ciò che era stato dato in particolare ai singoli. Prese pertanto l'uomo, fattura priva di un'immagine precisa e, postolo in mezzo al mondo, così parlò «Adamo, non ti diedi una stabile dimora, né un'immagine propria, né alcuna peculiare prerogativa, perchè tu devi avere e possedere secondo il tuo voto e la tua volontà quella dimora, quell'immagine, quella prerogativa che avrai scelto da te stesso. Una volta definita la natura alle restanti cose, sarà pure contenuta entro prescritte leggi. Ma tu senz'essere costretto da nessuna limitazione, potrai determinarla da te medesimo, secondo quell'arbitrio che ho posto nelle tue mani. Ti ho collocato al centro del mondo perchè potessi così contemplare più comodamente tutto quanto è nel mondo. Non ti ho fatto del tutto nè celeste nè terreno, nè mortale, nè immortale perchè tu possa plasmarti, libero artefice di te stesso, conforme a quel modello che ti sembrerà migliore. Potrai degenerare sino alle cose inferiori, i bruti, e potrai rigenerarti, se vuoi, sino alle creature superne, alle divine.» O somma liberalità di Dio Padre, somma e ammirabile felicità dell'uomo! Al quale è dato di poter avere ciò che desidera, ed essere ciò che vuole. I bruti nascendo, assorbono dal seno materno ciò che possederanno. Gli spiriti superiori furono invece, sin dall'origine, o poco di poi, ciò che saranno eternamente. Il Padre infuse all'uomo, sin dalla nascita, ogni specie di semi e ogni germe di vita. Quali di questi saranno da lui coltivati cresceranno e daranno i loro frutti: se i vegetali, sarà come pianta, se i sensuali, diventerà simile a un bruto, se i razionali, da animale si trasformerà in celeste; se gl'intellettuali, diverrà angelo e figlio di Dio. E se di nessuna creatura rimarrà pago, rientrerà nel centro della sua unità, e lo spirito, fatto uno con Dio, verrà assunto nell'umbratile solitudine del Padre che s'aderge sempre al di sopra di ogni cosa. Chi ammira questo nostro camaleonte, o, anzi chi altri può ammirare di più? 
(Pico della Mirandola)

mercoledì 23 luglio 2014

Ho vissuto più di un addio

Ho vissuto più di un addio

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di MARIA DI LORENZO
Cosa significa avere trent’anni e un tumore al cervello che ti lascia poco tempo da vivere. Avere una vita, una carriera davanti, che all’improvviso si spezza di fronte al muro invalicabile della malattia. E tu invece quel muro lo vuoi valicare, anzi lo vuoi abbattere, con la cocciutaggine del tuo essere forte e volitivo, e strappare ancora giorni, forse anni, alla morte che ti incalza. E ci riesci, lottando come un soldato che va in guerra ogni giorno senza stancarsi, e gli anni ritornano, fioriscono di progetti e di gioie, di figli e di libri, e si ammucchiano e diventano quasi venti. Venti anni da vivere strappati alla malasorte. Venti anni che un giorno racchiudi in un libro e quel libro è il tuo testamento e si intitola On peut se dire au revoir plusieurs fois. E non è una storia inventata, un romanzo, ma una storia, una vita vera, la vita di David Servan-Schreiber.
Una vita, con il suo testamento finale, splendido e struggente, che tutti ora potete leggere, e conoscere, attraverso questo volume, Ho vissuto più di un addio, uscito nei mesi scorsi in Italia con le edizioni Sperling & Kupfer.
Medico e ricercatore di fama internazionale, David era nato a Neuilly-sur-Seine il 21 aprile 1961. Figlio del notissimo giornalista (fondatore de L’Express), scrittore e uomo politico Jean-Jacques Servan-Schreiber, aveva studiato medicina all’ospedale Necker di Parigi, dove nel 1980 aveva aperto un laboratorio di microinformatica con i primi computer Apple II. Quindi, aveva proseguito la sua formazione medica in Quebec, dapprima alla Laval University e poi alla McGill University, dove si era specializzato in psichiatria. Nel 1991 aveva conseguito un Ph.D. in intelligenza artificiale presso la Carnegie Mellon University, utilizzando le reti neurali per studiare i meccanismi neuronali alla base di patologie psichiatriche come la depressione e la schizofrenia.
Nel 1992, all’età di 31 anni, scoprì di avere un cancro al cervello e riuscì a guarire grazie a numerose cure (chirurgia, radioterapia e chemioterapia). Ebbe poi una recidiva da cui guarì nel 2000. Dopo aver lavorato a lungo negli Stati Uniti, come condirettore del laboratorio clinico di Neuroscienze Cognitive presso l’Università di Pittsburgh, fece ritorno in Francia.
Nel 2010 purtroppo la malattia si ripresenta, e in una forma molto più aggressiva, un glioblastoma di IV grado che lo conduce in poco tempo alla morte, il 24 luglio 2011, all’età di cinquant’anni.
“Presto o tardi, sarebbe tornato – diceva  lui – potevo ritardare la scadenza, guadagnare degli anni, ma conoscevo la prognosi. Questa ricaduta mi ha spinto a pormi le domande più serie, forse le più importanti, di tutta la mia vita.”
Nel perenne interrogarsi umano – che senso ha la vita, che senso ha la morte – si cela da sempre l’angoscia degli esseri viventi, quella domanda ultima che ci ronza continuamente nella testa come un insetto dentro un bicchiere rovesciato. Perché tutta la vita è una continua domanda di senso, che pochi però preferiscono affrontare a viso aperto, ed oggi noi viviamo talmente intossicati dalle parole e dai finti sentimenti che quando incontriamo una voce profonda e sincera ne restiamo sconcertati, prima, e poi catturati per sempre.
Ecco perché i libri di David Servan-Schreiber, i suoi due libri precedenti, “Guarire” e “Anticancro”, sono stati letti e tradotti in oltre un milione di copie in tutto il mondo, amatissimi dai suoi tanti ed appassionati lettori. Perché David aveva il pregio di porsi sempre con grande trasparenza davanti agli altri, di non nascondersi mai dietro inutili giri di parole. Aveva una penna molto felice, David Servan-Schreiber, sapeva scrivere, raccontare, e soprattutto sapeva trasmettere non solo sapere, conoscenze scientifiche, ma riusciva anche ad esprimere – con tono sempre profondo e appassionatamente sincero – la propria interiorità.
E così questo libro, Ho vissuto più di un addio, che è arrivato da poco nelle librerie italiane, è il suo testamento. Ma non c’è nulla di triste o disperato in quello che lui scrive, solo parole d’amore. Un grande amore per la vita. Non c’è sconfitta, né rassegnazione in ciò che dice, ma pensiero dopo pensiero è come se la notte scesa a tradimento in fondo al cuore si aprisse a poco a poco lasciando entrare il chiarore delle stelle.
Scoprirmi fragile, mortale, sofferente, spaventato – confessa David – mi ha aperto gli occhi sullo smisurato tesoro della vita e dell’amore. Tutte le mie priorità sono cambiate, modificando la tonalità emotiva della mia esistenza. Mi sono sentito, paradossalmente, molto più felice di prima”.
Perché di fronte al pensiero della fine ogni cosa appare inevitabilmente sotto una luce diversa. E, riflessione dopo riflessione, David Servan-Schreiber ci mostra come persino la prova estrema della morte possa dare più ricchezza alla vita. E come ogni cosa che facciamo, e tutto ciò che doniamo, ci farà restare per sempre nel cuore di chi ci ama ed amiamo.
E’ un libro che, paradossalmente, pur parlando della malattia e della morte, ci trasmette un grande amore per la vita, una lieta e appassionata speranza. Una scrittura palpitante, sincera, attraverso cui ci sembra quasi di poter sentire la voce stessa di David che dice, con la fiducia incrollabile che era propria del suo carattere generoso e solare: “Qualsiasi cosa succeda, ho la ferma speranza che questo addio non sarà l’ultimo…”
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