 l’udienza del mercoledì C
ari fratelli e sorelle, dopo alcune catechesi sul sacerdozio e i miei
ultimi viaggi, ritorniamo oggi al nostro tema principale, alla
meditazione cioè di alcuni grandi pensatori del Medio Evo. Avevamo visto
ultimamente la grande figura di san Bonaventura, francescano, e oggi
vorrei parlare di colui che la Chiesa chiama il Doctor communis: cioè san Tommaso d’Aquino. Il mio venerato predecessore, il papa Giovanni Paolo II, nella sua enciclica Fides et ratio ha
ricordato che san Tommaso «è sempre stato proposto dalla Chiesa come
maestro di pensiero e modello del retto modo di fare teologia» (n. 43).
Non sorprende che, dopo sant’Agostino, tra gli scrittori
ecclesiastici menzionati nel Catechismo della Chiesa Cattolica , san Tommaso venga citato più di ogni altro, per ben sessantuno volte! Egli è stato chiamato anche il Doctor Angelicus, forse per le sue virtù, in particolare la sublimità del pensiero e la purezza della vita. T
ommaso nacque tra il 1224 e il 1225 nel castello che la sua famiglia,
nobile e facoltosa, possedeva a Roccasecca, nei pressi di Aquino,
vicino alla celebre abbazia di Montecassino, dove fu
inviato dai genitori per ricevere i primi elementi della sua istruzione.
Qualche anno dopo si trasferì nella capitale del Regno di Sicilia,
Napoli, dove Federico II aveva fondato una prestigiosa Università. In
essa veniva insegnato, senza le limitazioni vigenti altrove, il
pensiero del filosofo greco Aristotele, al quale il giovane Tommaso
venne introdotto, e di cui intuì subito il grande valore. Ma
soprattutto, in quegli anni trascorsi a Napoli, nacque la sua vocazione
domenicana. Tommaso fu infatti attratto dall’ideale dell’Ordine
fondato non molti anni prima da san Domenico. Tuttavia, quando rivestì
l’abito domenicano, la sua famiglia si oppose a questa scelta, ed
egli fu costretto a lasciare il convento e a trascorrere qualche tempo
in famiglia. N
el 1245, ormai maggiorenne, poté riprendere il suo cammino di risposta
alla chiamata di Dio. Fu inviato a Parigi per studiare teologia sotto
la guida di un altro santo, Alberto Magno, sul quale ho parlato
recentemente. Alberto e Tommaso strinsero una vera e profonda amicizia e
impararono a stimarsi e a volersi bene, al punto che Alberto volle che
il suo discepolo lo seguisse anche a Colonia, dove egli era stato
inviato dai superiori dell’Ordine a fondare uno studio teologico.
Tommaso prese allora contatto con tutte le opere di Aristotele e dei
suoi commentatori arabi, che Alberto illustrava e spiegava.
In quel periodo, la cultura del mondo latino era stata profondamente
stimolata dall’incontro con le opere di Aristotele, che erano rimaste
ignote per molto tempo. Si trattava di scritti sulla natura della
conoscenza, sulle scienze naturali, sulla metafisica, sull’anima e
sull’etica, ricchi di informazioni e di
intuizioni che apparivano valide e convincenti. Era tutta una visione
completa del mondo sviluppata senza e prima di Cristo, con la pura
ragione, e sembrava imporsi alla ragione come «la» visione stessa; era,
quindi, un incredibile fascino per i giovani vedere e conoscere questa
filosofia. Molti accolsero con entusiasmo, anzi con entusiasmo
acritico, questo enorme bagaglio del sapere antico, che sembrava poter
rinnovare vantaggiosamente la cultura, aprire totalmente nuovi
orizzonti. Altri, però, temevano che il pensiero pagano di Aristotele
fosse in opposizione alla fede cristiana, e si rifiutavano di studiarlo.
Si incontrarono due culture: la cultura pre-cristiana di Aristotele,
con la sua radicale razionalità, e la classica
cultura cristiana. Certi ambienti erano condotti al rifiuto di
Aristotele anche dalla presentazione che di tale filosofo era stata
fatta dai commentatori arabi Avicenna e Averroè. Infatti, furono essi
ad aver trasmesso al mondo latino la filosofia aristotelica. Per
esempio, questi Nella sua catechesi il
Papa ha ricordato che l’autore della «Summa» teologica «svolse
un’operazione di fondamentale importanza per la storia della filosofia e
della teologia» in un’epoca di forte scontro tra culture commentatori
avevano insegnato che gli uomini non dispongono di un’intelligenza
personale, ma che vi è un unico intelletto universale, una sostanza
spirituale comune a tutti, che opera in tutti come «unica»: quindi una
depersonalizzazione dell’uomo. Un altro punto
discutibile veicolato dai commentatori arabi era quello secondo il
quale il mondo è eterno come Dio. Si scatenarono comprensibilmente
dispute a non finire nel mondo universitario e in quello ecclesiastico.
La filosofia aristotelica si andava diffondendo addirittura tra la
gente semplice. T
ommaso d’Aquino, alla scuola di Alberto Magno, svolse un’operazione di
fondamentale importanza per la storia della filosofia e della
teologia, direi per la storia della cultura: studiò a fondo Aristotele e
i suoi interpreti, procurandosi nuove traduzioni latine dei testi
originali in greco. Così non si appoggiava più solo ai commentatori
arabi, ma poteva leggere personalmente i testi originali, e commentò
gran parte delle opere aristoteliche, distinguendovi ciò che era
valido da ciò che era dubbio o da rifiutare del tutto, mostrando la
consonanza con i dati della Rivelazione cristiana e utilizzando
largamente e acutamente il pensiero aristotelico nell’esposizione
degli scritti teologici che compose. In definitiva, Tommaso d’Aquino
mostrò che tra fede cristiana e ragione sussiste una naturale armonia. E
questa è stata la grande opera di Tommaso, che in quel momento di
scontro tra due culture - quel momento nel quale sembrava che la fede
dovesse arrendersi davanti alla ragione - ha mostrato che esse vanno
insieme, che quanto appariva ragione non compatibile con la fede non
era ragione, e quanto appariva fede non era
fede, in quanto opposta alla vera razionalità; così egli ha creato una
nuova sintesi, che ha formato la cultura dei secoli seguenti. P
er le sue eccellenti doti intellettuali, Tommaso fu richiamato a Parigi
come professore di teologia sulla cattedra domenicana. Qui iniziò anche
la sua produzione letteraria, che proseguì fino alla morte, e che ha
del prodigioso: commenti alla Sacra Scrittura, perché il professore di
teologia era soprattutto interprete della Scrittura, commenti agli
scritti di Aristotele, opere sistematiche poderose, tra cui eccelle la Summa Theologiae ,
trattati e discorsi su vari argomenti. Per la composizione dei suoi
scritti, era coadiuvato da alcuni segretari, tra i quali il confratello
Reginaldo di Piperno, che lo seguì fedelmente e al quale fu legato da
fraterna e sincera amicizia, caratterizzata da una grande confidenza e
fiducia.
È questa una caratteristica dei santi: coltivano l’amicizia, perché
essa è una delle manifestazioni più nobili del cuore umano e ha in sé
qualche cosa di divino, come Tommaso stesso ha spiegato in alcune quaestiones della Summa Theologiae,
in cui scrive: «La carità è l’amicizia dell’uomo con Dio
principalmente, e con gli esseri che a Lui appartengono» (II, q. 23,
a.1). N on
rimase a lungo e stabilmente a Parigi. Nel 1259 partecipò al Capitolo
generale dei Domenicani a Valenciennes dove fu membro di una
commissione che stabilì il programma di studi nell’Ordine. Dal 1261 al
1265, poi, Tommaso era ad Orvieto. Il pontefice Urbano IV, che nutriva
per lui una grande stima, gli commissionò la composizione dei testi
liturgici per la festa del Corpus Domini,
che celebriamo domani, istituita in seguito al miracolo eucaristico
di Bolsena. Tommaso ebbe un’anima squisitamente eucaristica. I
bellissimi inni che la liturgia della Chiesa canta per celebrare il
mistero della presenza reale del Corpo e del Sangue del Signore
nell’Eucaristia sono attribuiti alla sua fede e alla sua sapienza
teologica. Dal 1265 fino al 1268 Tommaso risiedette a Roma, dove,
probabilmente, dirigeva uno Studium, cioè una Casa di studi dell’Ordine, e dove iniziò a scrivere la sua Summa Theologiae (cfr JeanPierre Torrell, Tommaso d’Aquino. L’uomo e il teologo, Casale Monf., 1994, pp. 118-184). N
el 1269 fu richiamato a Parigi per un secondo ciclo di insegnamento.
Gli studenti - si può capire - erano entusiasti delle sue lezioni. Un
suo ex-allievo dichiarò che una grandissima moltitudine di studenti
seguiva i corsi di Tommaso, tanto che le aule riuscivano a stento a
contenerli e aggiungeva, con un’annotazione personale, che «ascoltarlo
era per lui una felicità profonda». L’interpretazione di Aristotele
data da Tommaso non era accettata da tutti, ma persino i suoi
avversari in campo accademico, come Goffredo di Fontaines, ad esempio,
ammettevano che la dottrina di frate Tommaso era superiore ad altre per
utilità e valore e serviva da correttivo a quelle di tutti gli altri
dottori. Forse anche per sottrarlo alle vivaci discussioni in atto, i
superiori lo inviarono ancora una volta a Napoli, per essere a
disposizione del re Carlo I, che intendeva riorganizzare gli studi
universitari. O
ltre che allo studio e all’insegnamento, Tommaso si dedicò pure alla
predicazione al popolo. E anche il popolo volentieri andava ad
ascoltarlo. Direi che è veramente una grande grazia quando i teologi
sanno parlare con semplicità e fervore ai fedeli. Il ministero della
predicazione, d’altra parte, aiuta gli stessi studiosi di teologia a un
sano realismo pastorale, e arricchisce di vivaci stimoli la loro
ricerca.
G li ultimi mesi della vita terrena di Tommaso restano circondati da un’atmosfera particolare, misteriosa direi.
Nel dicembre del 1273 chiamò il suo amico e segretario Reginaldo per
comunicargli la decisione di interrompere ogni lavoro, perché, durante
la celebrazione della Messa, aveva compreso, in seguito a una
rivelazione soprannaturale, che quanto aveva scritto fino ad allora
era solo «un mucchio di paglia». È un episodio
misterioso, che ci aiuta a comprendere non solo l’umiltà personale di
Tommaso, ma anche il fatto che tutto ciò che riusciamo a pensare e a
dire sulla fede, per quanto elevato e puro, è infinitamente superato
dalla grandezza e dalla bellezza di Dio, che ci sarà rivelata in
pienezza nel Paradiso. Qualche mese dopo, sempre più assorto in una
pensosa meditazione, Tommaso morì mentre era in viaggio verso Lione,
dove si stava recando per prendere parte al Concilio ecumenico indetto
dal Papa Gregorio X. Si spense nell’Abbazia cistercense di Fossanova,
dopo aver ricevuto il Viatico con sentimenti di grande pietà. L
a vita e l’insegnamento di san Tommaso d’Aquino si potrebbero
riassumere in un episodio tramandato dagli antichi biografi. Mentre il
Santo, come suo solito, era in preghiera davanti al Crocifisso, al
mattino presto nella cappella di San Nicola, a Napoli, Domenico da
Caserta, il
sacrestano della chiesa, sentì svolgersi un dialogo. Tommaso
chiedeva, preoccupato, se quanto aveva scritto sui misteri della fede
cristiana era giusto. E il Crocifisso rispose: «Tu hai parlato bene di
me, Tommaso. Quale sarà la tua ricompensa?». E la risposta che Tommaso
diede è quella che anche noi, amici e discepoli di Gesù, vorremmo
sempre dirgli: «Nient’altro che Te, Signore!» ( Ibid. , p.
320). |