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sabato 12 ottobre 2024

L'universo

 "L'universo non può essere compreso se non si impara la lingua e le lettere in cui è scritto. Questo libro è scritto nel linguaggio della matematica, e le sue lettere sono triangoli, cerchi e altre figure geometriche. Senza imparare questa lingua e queste lettere, non riusciamo a capirne una sola parola, e continuiamo a vagare in un labirinto buio. "

G. Galilei 

sabato 30 marzo 2024

GALILEO GALILEI

 GALILEO GALILEI SEPOLTO NELLO STANZINO DELLE SCOPE....

Siamo nel Luglio 1730 quando viene eletto papa Clemente XII ( Lorenzo Corsini)  grazie all’aiuto e influenza del Granduca Giangastone. Ultimato l’insediamento del nuovo pontefice il Granduca chiede un favore….ma quale ? Bisogna tornare indietro nel tempo quando uno dei massimi scienziati scrutava il cielo con il suo cannocchiale: si tratta di Galileo Galilei. Intorno al 1610  Galileo torna a Firenze tramite richiesta del suo allievo prediletto ossia Cosimo II de’Medici . La ricerca nel campo astronomico porta sempre più spesso a cercare nel cielo tutte quelle risposte che lo scienziato cerca, ma questa sua intraprendenza viene presa di mira da due padri domenicani di S.M.Novella : padre Caccini e padre Lorini. Nel 1616 Galileo viene denunciato al tribunale del Santo Uffizio dell’Inquisizione per le sue idee dichiarate eretiche. Il Granduca suo grande stimatore e amico convince  Galileo di recarsi a Roma per farsi giudicare, non dovrà temere niente perché verrà trattato da tutti come un membro della casata Medici. Arrivato a Roma viene accompagnato al Santo Uffizio da Piero Guicciardini ambasciatore fiorentino, la figura di Galileo non viene considerata come scienziato ma come rappresentante di Cosimo II. Il “presidente” della commissione sul giudizio di Galileo è il cardinale Roberto Bellarmino originario di Montepulciano. Il cardinale in modo molto pacato chiede a Galileo le sue idee sul creato celeste e quest’ultimo risponde con le sue argomentazioni scientifiche, visto e considerando la benevolenza nei suoi confronti Galileo gioca il “Jolly” ovvero chiede al cardinale se la sua teoria del sole al centro dell’universo può essere trattata come ipotesi matematica e magari anche scritta. Bellarmino visto i buoni propositi o forse anche per i propri cari a Montepulciano diretti sudditi di Cosimo II accetta con la riserva che Galileo possa discutere con gli altri studiosi sul sistema eliocentrico purché rimanga come teoria e non certezza assoluta sul creato divino. A questo punto Galileo torna a Firenze come vincitore per non essere stato inquisito, ma i “Canes Domini” come venivano chiamati i padri domenicani inquisitori erano sempre all’erta pronti per colpire di nuovo. Passano gli anni muore Cosimo II al suo posto subentrerà Ferdinando II anch’esso ammaliato dalle scoperte scientifiche di Galileo, nel frattempo il nostro Galileo sperimentava i suoi metodi che diverranno nei secoli successivi basilari fino ai nostri tempi, ossia tutto deve essere verificato, bisogna mettere tutto in dubbio magari anche le vecchie credenze considerate perfette. Ecco che Galileo gioca il tutto per tutto...1632 viene stampato il celebre libro “Il dialogo sui massimi sistemi” questa volta per essere compreso da tutti viene scritto in italiano. Il testo è un dialogo tra tre personaggi : Simplicio persona semplice e ignorante difende le idee tolemaiche, Sagredo ( amico di Galileo tra l’altro scomunicato) spiega con grande enfasi le teorie copernicane, mentre il pacere di turno ovvero  il mediatore e Salviati astronomo e scienziato il quale cerca più di controbattere le idee tolemaiche che quelle copernicane. Il fatto è che il personaggio di Simplicio in realtà sarebbe il papa (Urbano VIII) stesso protettore di tutti quei principi fondamentali della fede cattolica e in questo caso della Bibbia, purtroppo ad aggravare la situazione nei confronti di Galileo è anche la famosa Guerra dei Trent’anni ( 1618-48), conflitto improntato tra la religione protestante e quella cattolica. Chi mette in dubbio la parola della Bibbia deve essere messo a tacere perciò Galileo Galilei viene convocato nuovamente a Roma per l’ennesima volta dall’Inquisizione, però questa volta non c’è Bellarmino ma il futuro cardinale Vincenzo Maculani il quale ha il compito di estorcere anche con la tortura la dichiarazione di Galileo il quale negava la sua teoria giudicata eretica, ma grazie anche questa volta della benevolenza del cardinale Maculani visto anche la tarda età del condannato, convince lo stesso Galileo ad abiurare le sue tesi scientifiche e fu così che nel 1633 lo scienziato potè tornare a casa dopo un piccolo periodo a Siena nella dimora dell’amico arcivescovo Ascanio Piccolomini. Nella sua villa ad Arcetri agli arresti domiciliari Galileo diventa a poco a poco cieco visto per la cateratta, operazione molto pericolosa in quel periodo, verrà aiutato  dalla figlia suor Maria Celeste e in seguito dal fido e devoto allievo Vincenzo Viviani . Ma ecco arrivati al problema ….dopo la morte dello studioso che ha rivoluzionato la scienza moderna avvenuta l’ 8 Gennaio 1642, inizia il tira e molla sulla sepoltura dello stesso scienziato. Nel proprio testamento Galileo scrive che il suo corpo venga deposto nella chiesa di S.Croce insieme ai suoi cari, ma...poteva un condannato per tesi eretiche essere sepolto nella chiesa che era la sede dell’inquisizione, in questa situazione chiesero a Roma se tutto ciò era possibile. La risposta fu categorica ...NO assolutamente….ma...la città fiorentina da chi era comandata? Ma ovviamente da Ferdinando II de’Medici che convocò i frati di S.Croce e impose che il corpo di Galileo fosse sepolto nella chiesa. A questo punto i poveri fraticelli  con grande arguzia consultando la pianta della chiesa si accorsero di un piccolo ambiente adiacente alla chiesa stessa..poteva essere questo il luogo destinato all’insigne scienziato? Decisero così di collocare la salma in questo ambiente adibito al deposito delle “granate” ( accanto alla Cappella del Noviziato), perciò a Roma fu detto che non era in chiesa e al Granduca fu detto che era in S.Croce una finezza da parte dei frati francescani. Successivamente il discepolo Viviani fece mettere un busto del maestro e delle scritte in modo da ricordare la figura dello scienziato. Adesso torniamo al 1730 quando Giangastone chiede al papa Clemente XII di riesumare il corpo e creare una tomba in S.Croce per il corpo di Galileo. Il papa non può che accettare visto la sua elezione sia stata “spinta “   dal Granduca di Toscana ed ecco così che Giangastone da il benestare della costruzione del mausoleo che possiamo vedere tutt’oggi in tutto il suo splendore. Grazie per l’attenzione e al prossimo post.

martedì 15 febbraio 2022

Galileo Galilei in pellegrinaggio a Loreto

Galileo Galilei in pellegrinaggio a Loreto

 di Francesco Agnoli

https://www.iltimone.org/

Su  Galilei si sono scritti fiumi di libri e di articoli di ogni genere. Purtroppo però si tratta di letteratura in gran parte ideologica e strumentale, legata a due singoli episodi, per quanto importanti, della sua vita, e cioè i “processi” davanti all’Inquisizione del 1616 e del 1633. Un simile diluvio di libelli e opuscoli, per lo più di scarso valore, ha accompagnato il grande scontro ideologico tra filosofie illuministe, materialiste, positiviste, comuniste… e la Chiesa cattolica, divenuta bersaglio, proprio negli ultimi due secoli, di visioni del mondo del tutto diverse. Non è un caso che il primo ad impadronirsi delle carte del processo a Galilei, saccheggiando gli archivi del Sant’Uffizio, e sperando di poterne fare un uso politico, sia stato Napoleone, portabandiera di un mondo che vedeva nel cattolicesimo il nemico per eccellenza (tanto che il generale corso, tra una guerra e l’altra, arrivò ad imprigionare ben due papi).

Il risultato di tanto polverone è che la gran parte delle persone non conoscono affatto i meriti astronomici e scientifici del “divin pisano”, né il suo vero pensiero riguardo alla scienza e alla fede, ma serbano nella memoria descrizioni più o meno romanzesche del processo medesimo, immaginando poi che Galilei sia incorso in chissà quali torture e condanne.

Senza voler affrontare questa annosa questione (si veda QUI), le tante falsificazioni e incomprensioni al riguardo, ci si vuole qui limitare a raccontare un fatto storico, presente in tutte le biografie di Galilei, sia quelle più dozzinali che quelle più scientifiche.

Il fatto è presto detto: siamo nella primavera del 1618, dopo il primo, leggero scontro con l’Inquisizione guidata dal cardinal Bellarmino, e Galilei, che ha già 54 anni ed un fisico piuttosto debilitato, decide “di concedersi un faticoso pellegrinaggio (di oltre trecento miglia) lungo l’Appennino, attraverso stretti passi di montagna e strade impervie, fino alla Santa Casa di Loreto, quindici miglia a sud di Ancona” (James Reston, Galileo, Piemme, 2005, p. 242). Nella Santa Casa si diceva che avvenissero guarigioni miracolose, e per il Reston “non vi è dubbio che ciò dovette costituire una forte attrattiva per l’acciaccato Galileo”.

Anche un’altra biografa, Dava Sobel, ricorda il pellegrinaggio in questione, sottolineando che in quell’occasione “potè anche ringraziare la Vergine per la recente guarigione e pregare per godere di migliori condizioni di salute in futuro” (Dava Sobel, La figlia di Galileo, Rizzoli, Bur, Milano, 2012, p. 103).

Ma non è finita qui: benchè meno documentato, è probabile un secondo pellegrinaggio di Galilei alla Santa Casa, databile alla primavera del 1633: abbiamo infatti una lettera della amata figlia, suor Maria Celeste, in cui ella accenna alla volontà del padre di “visitare la Santa Casa di Loreto”.

Ma come, allora Galilei aveva una grande venerazione per la Madonna e credeva ai miracoli? Questa potrebbe essere la reazione di chi, stordito dalla profluvie di propaganda, ritenesse che il processo a Galilei sia la dimostrazione di una presunta incompatibilità tra scienza e fede.

No, Galilei, come riconoscono tutti gli storici seri, e come ammettono anche personaggi insospettabili come Stephen Hawkins e Richard Dawkins, fu sempre, sino alla fine dei suoi giorni, un devoto credente.

Del resto andrebbe ricordato un altro fatto, anche questo poco conosciuto: ancora giovane Galilei era stato educato dai monaci di Vallombrosa, che gli avevano insegnato per quattro anni il latino, il greco, la matematica e i primi rudimenti della scienza. A quindici anni compiuti, nel 1579, con saio monacale e cappuccio, si apprestava a farsi monaco, ma fu portato via con la forza dal padre Vincenzio (James Reston, op. cit., p. 17-21). Dava Sobel riassume così i fatti: “Una volta lì (nel monastero benedettino di Vallombrosa, ndr), entrò nell’ordine come novizio sperando di diventare monaco, ma il padre non glielo permise. Vincenzio lo ritirò dal convento e lo riportò a casa prendendo come pretesto una infiammazione agli occhi che richiedeva cure mediche. Più probabilmente fu il denaro a decidere la questione”, perché il padre non aveva i soldi per la retta e voleva che il figlio scegliesse un lavoro più redditizio (Sobel, op. cit., p. 29).

Ma torniamo un attimo a Loreto. L’anno dopo il pellegrinaggio di Galilei del 1618, precisamente il 10 novembre 1619, un altro gigante della matematica, Cartesio, fa voto di recarsi alla Santa Casa di Loreto per ringraziare dell’“illuminazione” da cui è scaturito il suo sistema filosofico. Cartesio adempirà al voto, viaggiando a piedi da Venezia a Loreto, per 12 giorni, alla metà del novembre del 1624.




giovedì 12 marzo 2015

COPERNICO NON FECE NESSUNA RIVOLUZIONE, MA ANZI FU UNA DELLE GLORIE DELLA CHIESA CATTOLICA

COPERNICO NON FECE NESSUNA RIVOLUZIONE, MA ANZI FU UNA DELLE GLORIE DELLA CHIESA CATTOLICA
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Ci hanno insegnato che avrebbe distrutto la visione cristiana del mondo e dell'uomo in nome della scienza, invece fu un ecclesiastico che operò sempre nella Chiesa e per la Chiesa
di Francesco Agnoli
L'idea della rivoluzione copernicana professata dal grande pubblico è, sinteticamente, questa: l'eliocentrismo proposto da Niccolo Copernico avrebbe in qualche modo scardinato la struttura del mondo così come la intendeva la Bibbia e, allontanando l'uomo dal centro geografico dell'universo, lo avrebbe detronizzato, negando così implicitamente la sua origine divina. Copernico avrebbe quindi messo in crisi la fede in un Dio trascendente, Creatore e Provvidente, proprio dell'Europa cristiana, allargando l'universo all'infinito e sminuendo contemporaneamente, all'infinito, l'uomo.
Così scriveva recentemente Umberto Veronesi in Scienza e futuro dell'uomo (ed. Passigli): con Copernico la «posizione» dell'uomo «che diremmo quasi divina in quanto creatura di Dio, viene a crollare per tornare ad essere parte di un processo evolutivo che include animali, piante e tutti gli esseri viventi. L'uomo è così ridimensionato, e da lì nasce il pensiero scientifico moderno».

SMONTIAMO I LUOGHI COMUNI
Questa interpretazione della rivoluzione copernicana, presente anche in manuali e libri di autori cattolici, è assolutamente antistorica e fasulla. Non troviamo nessun riscontro al riguardo né leggendo l'ecclesiastico Copernico, né il cattolico Galilei, né i devotissimi Keplero e Pascal, per non citare che alcuni dei primi e più celebri "copernicani". «Va detto con chiarezza - scrive lo storico della scienza Paolo Musso - che la fine del geocentrismo non significò affatto, come oggi si cerca insistentemente di far credere, anche la fine dell'antropocentrismo, inteso nel senso di una radicale svalutazione dell'uomo e della sua importanza nel disegno complessivo del cosmo».
Per un cristiano, infatti, all'epoca di Copernico, prima e dopo di lui, infatti, «il valore dell'uomo non può dipendere dalla sua collocazione geografica, né da alcun altro fatto materiale, ma solo dal suo rapporto con l'infinito». Tanto più che Copernico non incominciò ad archiviare, secondo un processo che sarebbe durato a lungo, una cosmologia cristiana, bensì la cosmologia aristotelico-tolemaica, cioè precristiana, che l'Europa cattolica aveva ereditato, con varie modifiche.
Secondo questa cosmologia, la centralità fisica del pianeta Terra non era sinonimo di preminenza, di superiorità, in quanto, al contrario, tutti i pianeti erano considerati superiori alla Terra (e, rispetto ad essa, lisci, perfetti e cristallini). Una delle paure di Copernico - scrive la sua biografa Dava Sobel, ne Il segreto di Copernico - era che «gli astronomi suoi colleghi [legati al sistema aristotelico-tolemaico, ndr] avrebbero osservato che la Terra stava bene al centro di tutto non perché la dimora del genere umano meritasse un posto d'onore, ma al contrario, perché al centro finiva col cadere e giacere ogni cosa materiale e perché crollo, cambiamento e morte erano il destino degli abitanti della Terra. In breve, la Terra era al centro perché era non il culmine ma il fondo del creato, e non si doveva osare mettere il Sole, che molti chiamavano il lume celeste, nel buco infernale posto al centro del cosmo».
La perdita di una centralità fisica della Terra non significò dunque per Copernico, nel modo più assoluto, una perdita della vera centralità dell'uomo, legata piuttosto alla sua natura spirituale, alle sue peculiarità eccezionali ed uniche (pensiero, libertà, ragione, amore...), e non certo alla sua posizione geografica.

CENNI BIOGRAFICI
Ma chi era Copernico, l'uomo che per primo propose con forza un sistema complesso basato sull'idea eliocentrica (seppure non dimostrata), e che allargò l'universo, pur considerandolo finito, e descrivendolo come «la macchina del mondo, che è stato creato per noi dal migliore e più perfetto Artefice»? Il Koestler lo definisce un «chierico conservatore e timido», cioè tutt'altro che un rivoluzionario, mentre lo storico Ulianich, in un colloquio con Francesco d'Arcais, Margherita Hack e Francesco Barone, con lui concordanti, ricorda che Copernico fu un ecclesiastico appartenente a «quella Congregazione riformata dei Canonici Agostiniani che era una emanazione dei fratelli della vita comune, della devotio moderna», e che suo intento era ricercare nella natura traccia della grandezza del Dio Artefice di ogni cosa.
Nato nel 1473 a Torùn, odierna Polonia, Copernico rimane presto orfano di padre. A prendersi cura di lui e dei suoi fratelli è lo zio materno, Lukasz Watzenrode, ecclesiastico che diverrà vescovo di Warnia. Nel 1497, dopo aver intrapreso gli studi presso l'Università di Cracovia, per poi studiare diritto canonico a Bologna, diventa canonico di Frombork. Nel 1500 lo troviamo impiegato alla Cancelleria pontificia di Roma. Incomincia gli studi di medicina a Padova, conclude quelli di diritto a Ferrara, mentre collabora con lo zio vescovo, divenendo il suo fisico privato. È in questo periodo, siamo nel 1507, che lavora al primo abbozzo della teoria eliocentrica.
Nel 1512 diventa cancelliere del capitolo dei canonici del duomo di Frombork, mentre nel 1513 su richiesta del Concilio Laterano e di Paolo di Middelburg, matematico e astronomo, suo estimatore e vescovo di Fossombrone, compila una proposta di riforma del calendario che invia a Roma. Il calendario in questione, ancora in embrione, è quello gregoriano, così detto perché promosso dal papa Gregorio XII con l'aiuto di grandi scienziati ecclesiastici come Clavius e Danti. Calendario, ricorda Paolo Musso, che costituisce «il primo davvero preciso che l'umanità abbia avuto in tutta la sua storia, tant'è vero che lo usiamo ancor oggi in piena era spaziale, anche se con qualche leggera modifica».
Nel 1523 Copernico viene nominato amministratore generale per la sede arcivescovile della Warnia; nel 1537 il suo nome è tra la rosa dei quattro candidati al titolo di vescovo di Warnia. Intanto, mentre continua a esercitare varie funzioni ecclesiastiche e la sua attività medica, curando i malati spesso senza parcella (secondo il suo primo biografo, il sacerdote e astronomo Pierre Gassendi, 1654), nel 1543 fa pubblicare a Norimberga, dal suo discepolo Reticus, il suo De revolutionibus orbium coelestium. Muore lo stesso anno a Fromberk e viene sepolto nella cattedrale della città, vicino all'altare di san Venceslao, che gli era stato assegnato come canonico, a riprova, se ce ne fosse stato bisogno, di quale fosse stata la sua fede e di quale fosse la considerazione in cui era tenuto dalla Chiesa.

II DE REVOLUTIONIBUS ORBIUM COELESTIUM
Ma perché Copernico pubblicò così tardi il suo volume? Spesso la risposta è tranchant: per il timore di persecuzioni e di attacchi. Certamente quel timore ci fu, non tanto di persecuzioni, invero, quanto di incomprensioni. È lo stesso Copernico a scrivere che non mancherà chi, vedendo così contraddetto il comune sentire e la cosmologia di Aristotele e Tolomeo, si prenderà gioco delle sue opinioni. Ma non c'è solo questo. In verità Copernico, da una parte aveva già numerosi ammiratori (per esempio Johann A. Widmannstetter, segretario di papa Clemente VII, aveva già illustrato la sua dottrina al papa, ottenendo plauso e successo, dieci anni prima), dall'altra era consapevole di come le sue osservazioni fossero lacunose e non decisive.
La dimostrazione della correttezza della teoria eliocentrica sarebbe arrivata, infatti, non con Copernico e neppure con il grande Galileo, ma solo nel 1851, per opera di Jean Bernard Leon Foucault, attraverso l'esperimento del Pendolo di Foucault.
Lo scritto di Copernico vide la luce dopo pensamenti e ripensamenti, e venne dedicato al papa Paolo III. Inoltre, possiamo ben dire che non avrebbe mai visto la luce se non fosse stato per le pressioni di un cristiano protestante come Reticus e di alcuni eminenti ecclesiastici: in primo luogo il canonico Tiedemann Giese (1480-1550), che divenne poi vescovo di Kulm, che era forse il suo più intimo amico e a cui Copernico aveva rivelato, forse per primo, le «sue segrete conoscenze astronomiche» (il Giese fu anche autore, come altri ecclesiastici dopo di lui, di un trattato sulla compatibilita tra il sistema eliocentrico e la Bibbia); e poi del cardinal Nikolaus von Schònberg (1472-1537), arcivescovo di Capua e uomo di fiducia di ben tre papi, compreso quello allora regnante, il quale, il 1 novembre 1536, gli scrisse per invitarlo formalmente a dare alle stampe il libro di cui aveva sentito parlare tanto bene dal già citato Widmannstetter (la lettera di von Schònberg fu posta proprio in apertura del De revolutionibus). Nei primi anni dopo la pubblicazione dell'opera, l'ipotesi di Copernico subì, come è ovvio, degli attacchi, quasi esclusivamente da parte degli aristotelici, di svariati colleghi, di Melantone e di Lutero. Nulla però di veramente significativo.
Nel 1616, durante il caso Galilei, una commissione di teologi della Sacra Congregazione condannò alcune tesi del De revolutionibus, ordinando non la distruzione del libro, ma che venisse interdetto «fino a quando non fosse stato corretto». In particolare le correzioni, che stavano in una pagina, implicavano la soppressione del capitolo VIII del I libro (consistente nella confutazione del geocentrismo degli antichi). I teologi sbagliarono (avendo come scusante, per il vero, il fatto che la tesi di Copernico non fosse dimostrata), ritenendo non già che la posizione copernicana della Terra nell'Universo ne sminuisse l'importanza, ma semplicemente che alcuni passi figurati della Bibbia fossero da interpretare letteralmente.
Ciò non toglie, però, che Copernico sia stato una delle glorie della Chiesa: figlio, non a caso, dell'Europa cristiana e delle sue università; figlio della Chiesa, da cui fu educato e in cui visse sempre; mosso, nelle sue stesse ipotesi cosmologiche, dalla fede greca e cristiana nell'ordinamento razionale del mondo, recante in sé, con la sua «meravigliosa simmetria», i segni dell'armonia e della bellezza del suo Artefice.


Nota di BastaBugie: per leggere il resoconto della conferenza di Francesco Agnoli "Come il cristianesimo ha costruito una civiltà", dove vengono ricordati i tanti meriti del cristianesimo in occidente, clicca qui sotto
http://www.amicideltimone-staggia.it/it/articoli.php?id=13

giovedì 12 dicembre 2013

SETTE VERITA' SUL CASO GALILEO

SETTE VERITA' SUL CASO GALILEO
*** 
Il mito di una Chiesa arroccata nel suo oscurantismo fa a pugni con la storia, visto che la Chiesa non ebbe mai da ridire sull'ipotesi di Copernico; piuttosto era nel mondo protestante (e nelle università) che l'eliocentrismo faceva paura
di Corrado Gnerre
Certamente molti ricorderanno le proteste per la visita di Benedetto XVI all'Università de "la Sapienza" qualche anno fa. I 67 docenti firmatari del documento contro l'invito al Papa fecero riferimento ad un discorso pronunciato nel 1990 dall'allora cardinale Ratzinger, in cui, parlando del Caso Galilei, il futuro papa citò alcune parole del celebre filosofo della scienza Paul Feyerabend (1924-1994) - anarchico e ateo, quindi al di sopra di ogni sospetto - in cui si affermava che nel processo allo Scienziato pisano la ragione era dalla parte della Chiesa.
E infatti va precisato che ciò che capitò a Galilei (1564-1642) non fu causato dalla sua negazione della concezione geocentrica (il Sole che gira intorno alla Terra) quanto dal fatto che la sua posizione si faceva sostenitrice di un nuovo modo di concepire la scienza, un modo in cui la scienza stessa sarebbe potuta divenire l'unica ed esclusiva lettura della realtà. Titus Burckhardt (1908-1984) nel suo Scienza moderna e saggezza tradizionale (1968) scrive a pagina 134: «La Chiesa, esigendo da Galileo di presentare le proprie tesi sul moto della terra e del sole non come verità assoluta ma come ipotesi, aveva le sue buone ragioni. (...). L'esaltazione letteraria di Galileo ha fatto nascere in svariati dignitari ecclesiastici una sorta di coscienza di colpa che li rende stranamente impotenti dinanzi alle teorie scientifiche moderne, quand'anche queste siano in palese contraddizione con le verità della fede e della ragione. La Chiesa, si suol dire, non avrebbe dovuto immischiarsi nei problemi scientifici. Eppure lo stesso caso di Galileo dimostra che, accampando la pretesa di possedere la verità assoluta, la nuova scienza razionalista del Rinascimento si presentava alla guisa di una seconda religione».
Dunque, la scienza come una sorta di "nuova religione", ovvero il passaggio dalla scienza allo scientismo
. Ma su questo ritorneremo tra pochissimo.
Iniziamo a sfatare alcuni luoghi comuni sul "caso Galilei". Ci sono sette verità importanti da ribadire. Per quanto riguarda la bibliografia abbiamo attinto soprattutto da un prezioso e documentato testo di Enrico Zoffoli, Galileo, Roma 1990.

PRIMA VERITÀ: LA CHIESA NON AVEVA PAURA DELLA TEORIA ELIOCENTRICA
A differenza di quanto si dice, Galilei non ebbe i suoi problemi per la teoria eliocentrica (la Terra ruota intorno al Sole), per il semplice fatto che questa teoria non faceva paura alla Chiesa. Già quattro secoli prima di Galilei, san Tommaso d'Aquino (1225-1274) disse che la concezione tolemaica, proprio perché non suffragata da prove, non poteva considerarsi definitiva. Copernico (1473-1543), astronomo polacco e perfino sacerdote cattolico, morto ventuno anni prima di Galilei, aveva sostenuto la concezione eliocentrica; e molti contemporanei, perfino esponenti della gerarchia ecclesiastica (tra questi anche pontefici come Leone X e Clemente VII) si mostrarono aperti alle sue tesi.
Nella celebre Università di Salamanca, proprio negli anni di Galilei, si studiava e si insegnava anche la concezione copernicana. Lo stesso Galilei era a conoscenza del fatto che la Chiesa non aveva nulla da ridire sull'ipotesi di Copernico. Così scrisse a Cristina di Lorena: «(Il trattato di Copernico) è stato ricevuto dalla santa Chiesa, letto e studiato per tutto il mondo, senza che mai si sia presa ombra di scrupolo nella sua dottrina (...)». Piuttosto era nel mondo protestante che l'eliocentrismo faceva paura. Riferendosi a Copernico, Martin Lutero scrisse: «Cadde un giorno il discorso sopra un astrologo moderno il quale voleva dimostrare che la Terra si muove e non già il cielo o il firmamento col Sole e con la Luna, (...) Ma le cose adesso vanno così: chi vuole apparire savio e dotto non deve approvare quello che fanno gli altri, ma deve fare alcunché di singolare e tale che a suo credere nessun altro sia capace di fare. Il pazzo vuole rovesciare tutta l'arte astronomica».

SECONDA VERITÀ: GALILEI EBBE PROBLEMI PER MOTIVI LEGATI ALLA FILOSOFIA DELLA SCIENZA
Il motivo per cui Galilei ebbe problemi non fu dunque legato alla teoria eliocentrica, ma a ragioni di filosofia della scienza.
Galilei, pretendendo presentare l'eliocentrismo non come ipotesi ma come una tesi comprovata, rappresentava un atteggiamento scientista e non scientifico. Mentre l'atteggiamento autenticamente scientifico si serve delle prove (parte sì da un'intuizione, ma sottopone questa intuizione a verifica); l'atteggiamento cosiddetto scientista è il contrario, cioè fa dell'intuizione scientifica, indipendentemente dalla verifica, l'intuizione per eccellenza da preferirsi a qualsiasi altra intuizione, tanto a quella della tradizione quanto a quella del senso comune. Galilei, avendo solo delle intuizioni e non delle prove, pretendeva che la mentalità scientifica, solo perché "scientifica", potesse essere "giudice" della Rivelazione. Ma la Fede, se può e deve dialogare con la scienza, non può certo dialogare con lo scientismo, che è un'ideologia e che fa della scienza una "seconda religione" secondo la definizione del citato Burckhardt.

TERZA VERITÀ: GALILEI DOVEVA LIMITARSI A PRESENTARE LE SUE TEORIE COME SEMPLICI IPOTESI
San Roberto Bellarmino (1542-1621), che svolse un ruolo importante nel processo a Galilei, non pretendeva che lo scienziato pisano rinunciasse alla convinzione eliocentrica bensì che ne parlasse per quello che effettivamente era, cioè un'ipotesi. Così scrive in una lettera del 12 aprile del 1615 al padre carmelitano Paolo Antonio Foscarini che appoggiava Galilei: «Dico che il Venerabile Padre e il signor Galileo facciano prudentemente a contentarsi di parlare "ex suppositione" e non "assolutamente", come io ho sempre creduto che abbia parlato il Copernico. (...) Dico che quando ci fusse "vera dimostrazione" che il Sole stia nel centro del mondo e la Terra nel terzo cielo, e che il Sole non circonda la Terra, ma la Terra circonda il Sole, all'hora bisogneria andar con molta consideratione in esplicare le Scritture che paiono contrarie, ed è meglio dire che non le intendiamo, piuttosto che dire che sia falso quello che si dimostra». Che poi il Bellarmino dica queste cose non improvvisando né formulando "novità", è dimostrato dal fatto che egli nel 1571 (cinquant'anni prima) scriveva nelle sue Praelectiones Lovanienses: «Non spetta ai teologi investigare diligentemente queste cose (...). Possiamo scegliere la spiegazione che ci sembra più conforme alle SS. Scritture (...). Se però in futuro sarà provato con evidenza che le stelle si muovono con moto del cielo e non per loro conto, allora dovrà vedersi come debbano intendersi le Scritture affinché non contrastino con una verità acquisita. È certo, infatti, che il vero senso della Scrittura non può contrastare con nessun'altra verità sia filosofica come astronomica (...)».

QUARTA VERITÀ: GALILEI NON PORTAVA VERE PROVE
Galilei non portava prove convincenti per suffragare la sua ipotesi.
Una prova in realtà la portava, ma era sbagliata. Inviò una lettera al cardinale Orsini dove affermava che la rotazione della Terra intorno al Sole sarebbe provata dalle maree, cioè, secondo lui, il movimento della Terra provocherebbe scuotimento e quindi le alte e basse maree. I giudici però contestarono questa "prova" e dissero giustamente che le cause delle maree dovevano ricercarsi in altro.
Ecco perché il già citato Paul Feyerabend, pur essendo ateo ed anarchico, ha affermato che nel processo a Galilei il rigore scientifico fu più dalla parte della Chiesa che non da quella dello Scienziato pisano.
 

QUINTA VERITÀ: GALILEI NON SUBÌ NULLA DI ECLATANTE, ANZI...
Galilei non subì nulla di eclatante a differenza di quanto molti pensano. Alcuni sondaggi dicono che la stragrande maggioranza degli studenti italiani credono che Galilei subì torture e che fu addirittura arso vivo. I nostri docenti di scuola e di università invece che fare tanta cagnara dovrebbero riflettere sulla scientificità dei loro insegnamenti.
Ecco cosa davvero subì Galilei.
Nel febbraio del 1632 lo Scienziato pisano pubblicò a Firenze il famoso Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo... e nell'agosto dello stesso anno, a Roma, se ne proibì la diffusione. Il 16 giugno del 1633 il Sant'Uffizio condannò l'autore. Il 22 giugno dello stesso anno Galilei abiurò e fu condannato a recitare una volta alla settimana i sette salmi penitenziali e al carcere, ma questo fu subito commutato in domicilio coatto. Prima nel Giardino di Trinità dei Monti (alloggio con cinque camere, vista sui giardini vaticani e cameriere personale); poi nella splendida Villa dei Medici al Pincio; quindi a Siena presso l'amico e arcivescovo Ascanio Piccolomini, in seguito a Firenze nella sua casa di Costa San Giorgio e, infine, nella Villa di Arcetri, presso il Monastero delle Clarisse di San Matteo dove vivevano le sue due figlie suore. Di tortura neanche a parlarne.
Lo stesso Galilei fu consapevole della mitezza della pena, tanto che ringraziò i giudici e confessò di aver fatto di tutto per indisporli.
La stessa scelta dell'affezionatissima figlia Virginia di farsi suora (suor Celeste) dimostra la mitezza della pena. Lei che era così attaccata al padre, qualora Galilei fosse stato maltrattato dalla Chiesa, avrebbe avuto il desiderio di consacrarsi?
Galilei, malgrado la condanna, poté continuare a pubblicare e a curare l'amicizia di vescovi e scienziati; e proprio dopo la condanna pubblicò l'opera più importante, Discorsi e dimostrazioni sopra due nuove scienze.
Morì ad Arcetri l'8 gennaio del 1642, assistito da discepoli come Vincenzo Viviani ed Evangelista Torricelli; morì con i conforti religiosi e finanche con l'indulgenza plenaria e la benedizione del Papa.

SESTA VERITÀ: IL PROCESSO A GALILEI DEVE ESSERE COLLOCATO NEL CLIMA DEL XVII SECOLO
Il processo a Galilei si può capire solo collocandolo all'interno del XVII secolo; secolo tutt'altro che facile. Verrebbe da dire che se lo Scienziato pisano fosse vissuto in pieno XIII secolo non avrebbe avuto i problemi che ebbe.
Iniziamo col considerare che nel XVII secolo il riferimento ad Aristotele non era un riferimento critico, capace cioè di selezionare e discernere (come invece riuscì a fare il vertice della Scolastica e in particolar modo san Tommaso), bensì pedissequo: Aristotele doveva essere accettato integralmente, anche per quanto riguardava la sua visione cosmica.
Inoltre, c'era stato da poco (meno di un secolo) lo scoppio del Protestantesimo, imperversavano le guerre di religione... e il mondo protestante accusava quello cattolico di non amare la Bibbia, di leggerla poco, di non rispettarla. Tutto questo portò, per reazione, anche alcuni ambienti cattolici ad un atteggiamento di protezione letteralistica della Bibbia stessa. Per finire, durante la Guerra dei Trent'anni si erano diffusi i manifesti dei Rosa-Croce, che (come ha ampiamente dimostrato la storica inglese Frances Yeats) furono scritti per riproporre una visione ermetica e magica del reale collegata alla prisca philosophia, da contrapporre alla visione cattolica fatta propria dalla parte asburgica. Ora, la visione ermetica e magica si fonda sul monismo e sulla identificazione del creato con il creatore (panteismo) per cui il concepire la Terra non più al centro poteva, secondo alcuni, avvalorare una concezione infinita e divina dell'universo stesso.

SETTIMA VERITÀ: L'USO STRUMENTALE DEL "CASO GALILEI"
E per finire... la famosa frase che campeggia su buona parte dei libri scolastici, e cioè che Galilei avrebbe detto "eppur si muove", in realtà non fu mai pronunciata. Fu inventata da un giornalista italiano, Giuseppe Baretti, a Londra nel 1757.
Una frase ad effetto, che doveva servire per creare il mito di una chiesa arroccata nel suo oscurantismo e quindi incapace ad aprirsi al progresso delle conoscenze scientifiche. Insomma, un uso strumentale del "caso Galilei".