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martedì 12 agosto 2025

La solitudine

 "La solitudine non deriva dal fatto di non avere nessuno intorno, ma dalla incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti o dal dare valore a certi pensieri che gli altri giudicano inammissibili. Quando un uomo sa più degli altri diventa solitario.

Ma la solitudine non è necessariamente nemica dell'amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario, e l'amicizia fiorisce soltanto quando un individuo è memore della propria individualità e non si identifica negli altri."


[Carl Gustav Jung]

domenica 2 giugno 2024

 Proverai la gioia delle piccole cose solo se avrai accettato la morte. 

Se invece ti guardi intorno avidamente in cerca di tutto ciò che invece potresti ancora vivere, allora nulla sarà mai grande abbastanza per il tuo piacere, le piccole cose che costantemente ti circondano non ti daranno più gioia.

Contemplo perciò la morte, perché essa mi insegna a vivere.


C.G. Jung, Libro Rosso, Liber Secundus, pag. 274

lunedì 25 dicembre 2023

Dinanzi a te poni l’uovo, il Dio al suo principio

 Alcuni estratti dal Libro Rosso di Jung e da alcuni suoi saggi, sulla nascita del fanciullino divino, simbolo del Natale e del bambino Gesù.





Dinanzi a te poni l’uovo, il Dio al suo principio
E guardalo,
E covalo con il suo sguardo di magico calore.
[…] E’ iniziato il NATALE. Il Dio è nell’uovo.
Ho steso davanti al mio Dio un tappeto,uno splendido tappeto rosso d’Oriente.
Egli sia circonfuso dalla fulgida magnificenza della sua Terra d’Oriente.
Io la madre,la vergine ingenua, che ha concepito e non sapeva come
Io sono il padre premuroso che ha protetto la vergine.
Io sono il pastore che ha accolto l’annuncio,mentre di notte attendeva al suo gregge nella buia campagna.
Io sono il sacro bestiame che rimane stupefatto e non può comprendere il divenire di Dio.
Io sono il saggio venuto dall’Oriente, che da lungi ha presagito il Miracolo.
E io sono l’uovo, racchiudo e covo in me il germe di Dio”.
 
(C.G. Jung. Libro rosso – pp. 283-284)

domenica 18 giugno 2023

certezze non possono provenire che dai dubbi

 " Ognuno desidera che la vita sia semplice, sicura e senza ostacoli; ecco perché i problemi sono tabù. L’uomo vuole certezze e non dubbi, risultati e non esperienze, senza accorgersi che le certezze non possono provenire che dai dubbi e i risultati dalle esperienze. Così la negazione forzata non crea convinzioni, al contrario, occorre una coscienza più vasta e più alta per stabilire la sicurezza e la chiarezza."


_Carl Gustav Jung “Le diverse età dell’uomo”

venerdì 19 maggio 2023

Tutti siamo chiamati a portare a compimento la nostra vita meglio che possiamo

 Ogni vita non vissuta accumula rancore verso di noi, dentro di noi: moltiplica le presenze ostili. Così diventiamo spietati con noi stessi e con gli altri. Intorno a noi non vediamo che lotta, cediamo e soccombiamo alle perfide lusinghe dell’invidia. Si dice bene che l’invidia accechi: il nostro sguardo è saturo delle vite degli altri, noi scompariamo dal nostro orizzonte. La vita che è stata perduta, all’ultimo, mi si rivolterà contro.

Perciò, l’ultima cosa che vorrei dirle, mia cara amica, è che la vita non può essere, in alcun modo, pura rassegnazione e malinconica contemplazione del passato. É nostro compito cercare quel significato che ci permette ogni volta di continuare a vivere o, se preferisce, di riprendere, a ogni passo, il nostro cammino. Tutti siamo chiamati a portare a compimento la nostra vita meglio che possiamo.


Carl Gustav Jung, “Jung parla: interviste e incontri”

domenica 23 ottobre 2022

l'impulso al Reale in lu

 l'impulso al Reale in lu

Chi è nato e l'impulso al Reale in lu a questo mondo per conoscere la verità, non può perseverare nell'ignoranza, l'impulso al Reale in lui è indomito e ribelle. Soffre enormemente sotto il peso e il dominio della falsità, della calunnia, dell'inganno, della morte continua; è assetato di libertà, di giustizia, di vita reale e di Verità.


~Carl Gustav Jung -

martedì 30 agosto 2022

L'amore incondizionato

 Abbiamo già parlato dell'amore materno. Esso è, per sua stessa natura, incondizionato. La madre ama il bambino perché è la sua creatura e non perché abbia fatto qualche cosa per meritarselo. (Naturalmente, parlando di amore materno e paterno, mi riferisco a "tipi ideali", nel senso di Max Weber, oppure di un archetipo nel senso di Jung, e ciò non significa che ogni madre e ogni padre amino in questo modo. Mi riferisco al principio materno e paterno, che è rappresentato nelle persone del padre e della madre.) L'amore incondizionato corrisponde a uno dei più profondi aneliti, non solo del bambino, ma di ogni essere umano; d'altro canto, essere amati grazie ai propri meriti lascia sempre dei dubbi; forse non ho accontentato la persona dalla quale voglio essere amato, forse... c'è sempre il timore che l'amore possa scomparire. Inoltre, l'amore "meritato" può lasciare un senso di amarezza perché non si è amati per se stessi, ma si è amati soltanto perché si piace; in ultima analisi, non ci si sente amati ma utili. Non c'è da meravigliarsi se noi tutti aneliamo all'amore materno, sia da bambini sia da adulti. La maggior parte dei bambini ha la fortuna di ricevere questo amore (fino a che punto, ne riparleremo dopo). Da adulti lo stesso desiderio è più difficile da soddisfare. 

realizzare la volontà divina che è in me

 «A me non interessa il mondo. Mi interessano le persone con le quali vivo: il resto del mondo è tutto nei giornali. La mia famiglia, i miei vicini, sono loro la mia vita: l’unica vita di cui posso avere esperienza; il resto è mitologia giornalistica. Non è poi così importante che io faccia carriera o realizzi  grandi cose per me stesso. Ciò che conta e dà senso alla mia vita è che io viva nel modo più pieno possibile per realizzare la volontà divina che è in me. 

Questo compito mi occupa a tal punto che non mi resta tempo per nient’altro. Vorrei farvi notare che, se tutti vivessimo in questo modo, non avremmo più bisogno di eserciti, né di polizia, né di diplomazia, di politica, di banche. Avremmo una vita ricca di senso e non, come ora, pura follia.

Ciò che la natura chiede al melo è che produca mele, e al pero che produca pere. Da me la natura vuole che io sia semplicemente un uomo, ma un uomo cosciente di ciò che fa. Dio cerca nell’uomo la coscienza. E’ questa la verità della nascita e della resurrezione di Cristo dentro di noi. Quando sempre più uomini pensanti arriveranno a questa verità, quella sarà la rinascita spirituale del mondo. Cristo, il Logos: cioè a dire, la mente, l’intelligenza, che risplende nella tenebra. Cristo rappresentò una nuova verità sull’uomo. 

Non esiste l’umanità. Io esisto, voi esistete. L’umanità è soltanto una parola. Siate ciò che Dio vuole che siate; non vi preoccupate per l’umanità. Preoccupandovi dell’umanità, che non esiste, eludete il compito di guardare ciò che esiste: il Sé. Fate come l’uomo che, affacciandosi sul campo del vicino, gli dice: «Guarda, un erbaccia. E un’altra. Perché non zappi più a fondo? Perché non tieni pulita la tua vigna?». E intanto il suo campo, alle sue spalle, è pieno di erbacce.»


Carl Gustav Jung ✍

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domenica 8 maggio 2022

La lettera di Carl G. Jung sul significato della vita

 

La lettera di Carl G. Jung sul significato della vita

“Mia cara amica,

lei si chiede, e mi chiede, come possa la vita continuare dopo un evento così doloroso come solo può esserlo il distacco dall’amato, dalla persona cioè alla quale abbiamo unito il nostro desiderio e con la quale abbiamo affidato tutto noi stessi nelle mani del futuro. È questo è un interrogativo al quale, debbo confessarle, non so dare risposte.

Per quanto vittoriosa sia la fede, per quanta temperata, pure essa non sovrasta l’enigma della morte.

Quando la morte si manifesta sul nostro cammino, quando ci sottrae il nostro bene, è violenza insostenibile dalla quale sempre siamo sconfitti. E per quanto profonda possa essere, come lei gentilmente mi attribuisce, la conoscenza dell’animo umano, ebbene essa ci conduce solo là dove non si può che ammettere, per quanto a malincuore, la propria ignoranza.

Ugualmente lei mi impone di osare, e giustamente. Ebbene, per cominciare, debbo avvisarla di non prestare orecchio alle facili consolazioni che certamente riceve e riceverà e che sempre più d’altra parte si vanno facendo folla intorno a noi, complice la stessa psicologia di cui vorremmo essere fedeli e umili testimoni.

Le consolazioni consolano anzitutto i consolatori. Consentono a essi di coltivare l’illusione di essere immuni da ciò che agli altri è toccato in sorte, e ancor più d’essere saggi, prudenti e avveduti.

Così sentendosi al riparo e al sicuro, essi conservano la loro buona reputazione al prezzo di qualche buona parola. Ma, può esserne certa, se fossero onesti con se stessi, come dicono di esserlo, con gli altri, dovrebbero ammettere sinceramente che le consolazioni che offrono, consapevoli o meno che ne siano, nascondono null’altro che commiserazione per sé e risentimento per la vita.

Ecco dunque un primo consiglio: né commiserazione per sé né risentimento per la vita.

Benché oscuro sia lo sfondo sul quale la morte si manifesta, altrettanto oscuro quanto quello della vecchiaia e della malattia, per non dire di quello del peccato e della stoltezza, ebbene è lo stesso sfondo sul quale si staglia il sereno splendore della vita.

Per la nostra salute mentale sarebbe perciò un bene non pensare che la morte non è che un passaggio, una parte di un grande, lungo e sconosciuto processo vitale: sia nei giorni dolorosi nei quali precipitiamo per la perdita di chi ci è caro sia nei giorni tristi nei quali siamo sorpresi dal pensiero della nostra stessa morte.

La nostra morte è un’attesa o, se vuole, una promessa che non è mai compiuta. Per questo essa non ci impone di vuotare la nostra vita ma piuttosto di procedere alla sua pienezza.

Mentre la morte ci toglie ciò che ci è più caro, al tempo stesso ci restituisce a ciò che ci è più prezioso. Non è il mistero della morte che siamo chiamati a sciogliere: piuttosto è quello della vita.

La vita è un imperativo assoluto al quale nessuno deve sottrarsi. Per quanto ostico ci paia il compito, per quanto insostenibile, per quanto ostile, abbandonarci a noi stessi, abbandonare noi stessi non è contemplato tra le molte possibilità.

È la vita che dobbiamo piuttosto, direi addirittura, arrenderci alla vita e al suo costante fluire. A questo scorrere non possiamo imporre alcun argine, né potremmo tentare di deviarlo o di mutarne la traiettoria. Ciò sarebbe assai sciocco e per molti versi pericoloso.

Se vogliamo inimicarci la vita, se vogliamo davvero averla contro sappiamo come fare: rinunciamo a viverla. Vi sono numerosi modi per ottenere questo, l’ultimo dei quali, il più stupido e spietato, è troncarla con le nostre stesse mani. Questo è il supremo peccato.

Se ci teniamo al di sopra di questo baratro potremo sempre, in ogni caso, imporre alla vita un corso predeterminato, forzarla o sospenderla, in una parola dirigerla.

Abbiamo infiniti compiti che possiamo imporci e infinite mete verso le quali orientarci. Tutto ciò fa pur sempre parte della nostra vita, ma è ciò che la nostra vita ci chiede? La vita che abbiamo scelto per noi potrebbe infatti rivelarsi ben diversa da quella che avrebbe scelto noi.

Il problema è allora questo: giunto alla fine della mia vita che cosa mi ritrovo tra le mani? Se trovo solo il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato non sarà gran cosa. Ma potremmo trovare ben di più, ben di peggio.

Ogni vita non vissuta accumula rancore verso di noi, dentro di noi: moltiplica le presenze ostili.

Così diventiamo spietati con noi stessi e con gli altri. Intorno a noi non vediamo che lotta, cediamo e soccombiamo alle perfide lusinghe dell’invidia. Si dice bene che l’invidia accechi il nostro sguardo è saturo delle vite degli altri, noi scompariamo dal nostro orizzonte. La vita che è stata perduta, all’ultimo, mi si rivolterà contro.

Perciò, l’ultima cosa che vorrei dirle, mia cara amica, è che la vita non può essere, in alcun modo, pura rassegnazione e malinconica contemplazione del passato. È nostro compito cercare quel significato che ci permette ogni volta di continuare a vivere o, se preferisce, di rispondere, a ogni passo, il nostro cammino.

Tutti siamo chiamati a portare a compimento la nostra vita meglio che possiamo.

(C. G. Jung in Jung parla. Interviste e incontri, Ed. Adelphi, 1999)

mercoledì 4 maggio 2022

Per continuare a vivere tu hai bisogno di essere intero

 "Gli uomini impazziscono, perché non sanno che il conflitto è dentro di loro, e ciascuno addossa il torto all’altro. Se una metà dell’umanità è in torto, allora è in torto – per metà – ogni essere umano. Ma non vede il conflitto presente nella propria anima, che è però la fonte della sventura esterna. Quando sei irritato contro tuo fratello, pensa allora che sei irritato contro il fratello che è in te, vale a dire contro ciò che in te è simile a tuo fratello.(...)

 Per continuare a vivere tu hai bisogno di essere intero."


Jung, Libro Rosso, Cap. XI, Mistero. Soluzione

martedì 11 maggio 2021

Il povero che è in noi

 Il povero che è in noi

Carl Jung, Lettera ad una donna cristiana

Vi ammiro, voi cristiani, perché identificate Cristo con il povero e il povero con Cristo, e quando date del pane ad un povero sapete di darlo a Gesù. Ciò che mi è più difficile comprendere è la difficoltà che avete di riconoscere Gesù nel povero che è in voi. Quando avete fame di guarigione o di affetto, perché non lo volete riconoscere? Quando vi scoprite nudi, quando vi scoprite stranieri a voi stessi, quando vi ritrovate in prigione e malati, perché non sapete vedere questa fragilità come la persona di Gesù in voi?

Accettare se stessi sembra molto semplice, ma le cose semplici sono sempre più difficili... L'arte di essere semplici è la più elevata, così come accettare se stessi è l'essenza del problema morale e il nocciolo di un'intera visione del mondo... Ospitando un mendicante, perdonando chi mi ha offeso, arrivando perfino ad amare un mio nemico nel nome di Cristo, do prova senza alcun dubbio di grande virtù... quel che faccio al più piccolo dei miei fratello l'ho fatto a Cristo!

Ma se io dovessi scoprire che il più piccolo di tutti, il più povero di tutti i mendicanti, il più sfacciato degli offensori, il nemico stesso è in me; che sono io stesso ad aver bisogno dell'elemosina della mia bontà, che io stesso sono il nemico d'amare, allora che cosa accadrebbe?

Di solito assistiamo in questo caso al rovesciamento della verità cristiana. Allora scompaiono amore e pazienza, allora insultiamo il fratello che è in noi, allora ci condanniamo e ci adiriamo contro noi stessi, ci nascondiamo agli occhi del mondo e neghiamo di aver mai conosciuto quel miserabile che è in noi.

E se fosse stato Dio stesso a presentarsi a noi sotto quella forma spregevole lo avremmo rinnegato mille volte prima del canto del gallo.

domenica 4 agosto 2013

IL VIAGGIO

IL VIAGGIO
***
Il viaggio più difficile di un essere umano
è quello che lo conduce dentro sé stesso
alla scoperta di chi veramente egli è.

Carl Gustav Jung

sabato 2 marzo 2013

L’incontro

L’incontro
***
L’incontro fra due personalità 
è come il contatto fra due sostanze chimiche: 
se c’è una reazione, entrambe si Trasformano.
(C.G.Jung)

martedì 14 febbraio 2012

Jung



Il povero che è in noi
***
Vi ammiro, voi cristiani, perché identificate Cristo con il povero e il povero con Cristo, e quando date del pane ad un povero sapete di darlo a Gesù. Ciò che mi è più difficile comprendere è la difficoltà che avete di riconoscere Gesù nel povero che è in voi. Quando avete fame di guarigione o di affetto, perché non lo volete riconoscere? Quando vi scoprite nudi, quando vi scoprite stranieri a voi stessi, quando vi ritrovate in prigione e malati, perché non sapete vedere questa fragilità come la persona di Gesù in voi?
Accettare se stessi sembra molto semplice, ma le cose semplici sono sempre più difficili... L'arte di essere semplici è la più elevata, così come accettare se stessi è l'essenza del problema morale e il nocciolo di un'intera visione del mondo... Ospitando un mendicante, perdonando chi mi ha offeso, arrivando perfino ad amare un mio nemico nel nome di Cristo, dò prova senza alcun dubbio di grande virtù... quel che faccio al più piccolo dei miei fratello l'ho fatto a Cristo!
Ma se io dovessi scoprire che il più piccolo di tutti, il più povero di tutti i mendicanti, il più sfacciato degli offensori, il nemico stesso è in me; che sono io stesso ad aver bisogno dell'elemosina della mia bontà, che io stesso sono il nemico d'amare, allora che cosa accadrebbe?
Di solito assistiamo in questo caso al rovesciamento della verità cristiana. Allora scompaiono amore e pazienza, allora insultiamo il fratello che è in noi, allora ci condanniamo e ci adiriamo contro noi stessi, ci nascondiamo agli occhi del mondo e neghiamo di aver mai conosciuto quel miserabile che è in noi.
E se fosse stato Dio stesso a presentarsi a noi sotto quella forma spregevole lo avremmo rinnegato mille volte prima del canto del gallo.
Carl Jung

Postato da: giacabi a 14:14 | link | commenti
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domenica, 02 dicembre 2007

La causa della nevrosi
***
« "II problema principale dell'uomo nel decennio al centro del secolo XX è il vuoto (emptiness); l'uomo non può vivere molto a lungo in una condizione di vuoto: se non tende verso qualcosa, non soltanto egli stagna, ma le stesse potenzialità bloccate si trasformano in malattie e disperazione
e fors'anche in attività distruttive».

"I valori culturali che avevano dato all'uomo la coscienza della sua identità,, sono stati spazzati via ».
Rollo May.  Man's Search for himself, New York 1953, p. 24;
«No, non più la repressione della sessualità e il senso di colpa costituiscono la nevrosi caratteristica del nostro tempo, ma la mancanza di orientamento, di norme, di significato, di senso, il vuoto e quindi la repressione della moralità e della religiosità»
H.Kung




Postato da: giacabi a 22:19 | link | commenti
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La causa della nevrosi
***
«Tra tutti i miei pazienti  che avevano raggiunto la metà della vita, che avevano cioè più di 35 anni, non ne ho trovato uno
il cui problema ultimo non fosse rappresentato dal suo comportamento
religioso. Anzi, in ultima analisi, ognuno si ammala perché ha perduto ciò che le religioni vive hanno dato in tutti i tempi ai loro fedeli, e nessuno è realmente guarito se non ha ricuperato la propria dimensione religiosa».
Cari Gustav Jung, Psychologie und Religion, Studienausgabe, Olten, 1971, p. 156; trad. ìt. Ed. Comunità, Milano 1952.