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venerdì 11 giugno 2021

Amare la realtà

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 "Non sbaglierà, nonostante tutti gli errori, chi avrà voluto bene alla realtà, ossia alla creazione. Amando la realtà, ci sei dentro, ci vivi già dentro e abbracci il tuo tema, la vita, senza bisogno di astrazioni. Basta amare la realtà, sempre, in tutti i modi, anche nel modo precipitoso e approssimativo che è stato il mio. Ma amarla. Per il resto non ci sono precetti».


Giovanni Testori

domenica 23 agosto 2020

 «Detesto gli spiriti dominati da un falso purismo, dall’idea fasulla che non si deve sbagliare. Così a furia di non sbagliare, il patrimonio di un uomo, di una città, di un paese si rinsecchisce.

Invece si ha il dovere di amare e, aggiungo, anche quello di sbagliare. Perché se si fa qualcosa, non si può fare a meno di sbagliare. Tutta l’arte è uno sbaglio: di grazia, di amore, di pietà.»

Giovanni Testori, 1992

giovedì 7 maggio 2020

per donarle il mio sguardo miope ma amoroso e fraterno

 Morire a Milano, senza una lacrima
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Giovanni Testori,
 "Corriere della Sera", 1-3-1981.

"Sono un necroforo del Comune di Milano. Domenica scorsa ho fatto un funerale all’ospedale di Niguarda. Una vecchietta chiusa in una bara gratuita del Comune, avvolta in un lenzuolo. Nessuno si è degnato di vestirla. Non un parente o un amico o un conoscente o un prete o qualsiasi sguardo umano si sarebbe posato su quel volto pallido, freddo ma sereno e pulito. Per lei anche il portone della chiesa era sbarrato. Una pietà immensa sconvolse la mia mente e in un gesto d’Amore sollevai quel coperchio trovato già posato sulla bara per donarle il mio sguardo miope ma amoroso e fraterno.
Ed è qui, in quest’attimo di eternità in cui la mia coscienza si smarrisce e rifiuta di concedersi a Dio, che vorrei chiedere a un qualsiasi Testori chi siamo e dove andiamo".
Gatto Mario, necroforo

Semplice, tenera e insieme agghiacciante, straziata d’amore e di carità, tutta avvolta da un sentimento e da una consapevolezza pagati, giorno per giorno, nella carne e nell’anima, questa lettera dovrebbe mettere tutti lì, in ginocchio, a domandare perdono all’uomo, che è in ogni uomo, per dove abbiamo lasciato che l’uomo arrivasse. La vecchietta, chiusa nella bara «gratuita» e senza nessuno che la segua, è l’immagine della nostra vergogna; ma è anche la speranza di salvarci come uomini che, con totale indifferenza, ci lasciamo seppellire, ogni giorno, giù nella terra.
Lei mi chiede, “chi siamo e dove andiamo”. Sempre, le assicuro, mi sono sentito e mi sento qualsiasi; ma le sue parole m’hanno fatto sentire molto meno che qualsiasi; indegno, ecco; se, appunto, ho lasciato e lascio che questo cose accadano qui, nella mia e nostra città, nel mio e nostro paese, sulla mia e nostra terra.
La risposta che mi sollecita, non sono io che posso darla a lei; è lei che l’ha data a me e a tutti noi, col gesto che ha compiuto: sollevare il coperchio della bara e far scendere, anzi come lei dice, “donare” alla povera vecchia il suo “sguardo miope, ma amoroso e fraterno”. Il mondo, l’uomo e la speranza della loro salvezza, in quel momento, li ha raccolti nelle sue braccia lei; e li ha raccolti anche per noi, occupati, come siamo, nel difendere l’indifendibile: una vita che fa i conti sempre e solo con se stessa, col proprio interesse e col proprio egoismo.
In quell’attimo, che lei così giustamente chiama “d’eternità”, dice che la sua coscienza s’è smarrita e “s’è rifiutata di concedersi a Dio”. E come, se proprio compiendo quel gesto lei ritrovava e riaffermava, anche per chi li aveva dimenticati, il senso e il valore della vita? Come, se proprio per quell’Amore, che lei scrive con la A maiuscola, si rimetteva, e completamente, nelle braccia di Dio?
Siamo o, meglio, dovremmo essere quello che è stato ed è lei, miopi forse, ma amorosi e fraterni; e andiamo, anche se lo neghiamo, verso quell’Amore che ci ha creati e che l’ha spinta a donare alla povera, santa morta di Niguarda, il suo sguardo; e, chissà, un suo bacio. Lei ha fatto tutto quello che ha potuto; e in quel modo ha preso il posto dei parenti, degli amici, dei conoscenti e dei preti che non c’erano. Se anche il portone della chiesa, per la povera vecchia, era sbarrato, lei l’ha accompagnata al cuore che non si chiude mai: quello di Cristo. Tutto le sarà reso; e centuplicato, così ha detto proprio lui, Cristo. Ma ci sembra giusto (e Cristo vuole anche questo) che tutto si faccia perché tutto le sia reso centuplicato, anche qui, sulla terra.

Un modo, non certo il primo, può essere quello di scrivere e gridare quali e quante mai indegnità lasciamo che vengano compiute sul cuore e sul corpo dei nostri vecchi; e, insieme, di segnalare e illuminare i gesti d’umanità e di fratellanza che, invece, teniamo nascosti per far scendere nei crani di chi legge, vede e ascolta giornali, radio e televisioni, solo i gesti del clamore, della disumanità e dell’odio.
Che società possiamo mai pensare di costruire se non ci decidiamo a ricollocare al centro della nostra vita il rispetto, l’amore e la venerazione per i nostri fratelli e per le nostre sorelle quand’essi si trovano nei momenti più difficili, cioè a dire nell’infanzia, nella vecchiaia, nella malattia, nella solitudine, nella fame, nella miseria, nella disperazione e nella morte?
«Seppellire i morti»: era un’altra delle opere di misericordia che m’è accaduto di rammentare proprio domenica scorsa e che il nostro tempo ha preferito, invece, scordare. Ma così facendo, dovremmo perlomeno sapere che, come uomini, moriamo ben prima che la nostra vita fisica si chiuda.
Gatto Mario, necroforo del Comune di Milano. No, non necroforo; portatore di fratellanza, di pietà, d’amore e anche di fede, seppur le sembri di non conoscerla e di non "saperla" abbastanza, la fede.
In mezzo a un mondo che va sprofondando in una girandola di parole finte e vuote, sono i gesti, gli atti che incarnano fratellanza e amore, ciò di cui tutti abbiamo bisogno. Di questo, della sua umiltà e di quel suo sentirsi incerto su una certezza che, pure, ha così naturalmente praticato, noi la ringraziamo.
Una volta le si sarebbero resi gli onori sul campo: non sul campo dell’armi; ma sul campo, che abbiamo lasciato disseccare, dell’umana coscienza e dell’amore. Bene, quegli onori bisognerà pur cominciare a renderli di nuovo. E poiché così è stato, qui, sul nostro giornale, cominciamo a renderli a lei.
Giovanni Testori, Morire a Milano, senza una lacrima, "Corriere della Sera", 1-3-1981

domenica 18 marzo 2018

Testori, l’anarco resurrezionalista

Testori, l’anarco resurrezionalista


Il 16 marzo ricorre l’anniversario dalla morte di Giovanni Testori, poeta, drammaturgo ed editorialista del Corriere della Sera. Ecco i passaggi salienti di una conversazione con degli universitari nel marzo 1989 al Centro Culturale san Carlo di Milano. Una testimonianza inedita. E di sorprendente attualità
Marzo 13, 2003
 Giovanni Testori
La telefonata di quei quattro ragazzi
Ma non è una conversione: è una precisazione del mio povero modo di essere cristiano, a cui sono stato indotto dalla morte di mia madre. Mia madre, morendo, ha ridato peso, grembo, latte a questo mio povero modo di essere cristiano. Comunque, quando scrissi questi articoli, nessun vescovo, nessun cardinale, nessun uomo politico (della Dc) mi ha contattato. Mi hanno invece telefonato quattro ragazzi: «Siamo di Comunione e Liberazione: vorremmo parlarle». E sono venuti nel mio studio; la cosa che mi ha stupito è che non erano tutto quello che dicono essi siano. Non mi hanno mai chiesto niente: come fosse la mia povera vita, quali fossero i miei errori; ma mi hanno accolto (e io credo di averli accolti) come amici. Io non sono di Cl, voi lo sapete: sono molto vicino. Le sono vicino per una cosa sola: perché hanno questo senso dell’amicizia, questo senso dell’umanità, dell’integrità della fede, non è integralismo, checché ne scrivano, e sbagliano a scrivere così, perché scrivono per ignoranza, perché non li conoscono. Sono tutti di un pezzo, poi anche loro fanno errori, per fortuna. Però hanno questa rocciosità per quel che riguarda l’uomo (l’altro, il fratello, di qualunque idea sia, di qualunque stortura – Dio solo sa le storture che avevo ed ho io…). Loro non chiedono niente, non domandano conto di niente. Sono su questo piano di umanità. Don Giussani mi raccontava in segreto cos’è stata per lui la scoperta più abissale della sua posizione di prete e di uomo, quando subito dopo essere stato ordinato, in una delle prime confessioni, si è trovato di fronte a un giovane che, dall’altra parte del confessionale, non riusciva a dire, a parlare. E lui lo esortava: «non c’è niente che tu abbia fatto che non possa essere perdonato, che non possa essere accolto»; ma l’altro faceva fatica e don Giussani, con le parole che riesce a tirare fuori dalla sua fede, dalla sua umanità, lo invitava fraternamente. A un certo punto sente questo giovane dire: «ho ucciso un uomo». Don Giussani dice che è stato lì un attimo, un’eternità, e poi ha risposto: «Solo uno?». Poi mi diceva: «Lì ho capito cos’è la carità, la fraternità, l’amore, cos’è il perdono di cui lui è soltanto il tratto». E l’altro è scoppiato a piangere. Da allora sono diventati, credo, amici, lui è andato a confessare alle autorità il suo gesto e sono diventati amici. Io, perché sono diventato amico di quelli di Cl? Perché se io dicessi a loro tutte le porcate che ho fatto, direbbero: “solo questo?”.
Questo amore prima di tutto
Perdete pure tutto; ma non perdete questo senso “oltre tutto”, questa umanità che non si scandalizza di niente. Questo sapere che l’uomo può compiere qualunque gesto, può essere di qualunque parte, ma è prima di tutto uomo, figlio di Dio, creatura redenta da Dio diventato Uomo. Se perdiamo questo perdiamo il senso dell’incarnazione, cioè perdiamo il senso totale del nostro essere cristiani. Questa apertura, sì alla integrità, sì alla solidità, ma come mi diceva continuamente Giussani «senza carità», senza amore, anche la fede è niente. La fede è proprio questo amore: questo amore prima di tutto. Io devo ringraziare questi ragazzi (voi e quelli che c’erano prima di voi: voi siete l’ultima generazione) di questa capacità di amore, di umanità, perché arriverà il momento che la leggeranno anche quelli che oggi non la sanno leggere. Ma se anche non la leggeranno, non importa: l’importante è offrire. Siete troppo giovani per dire di diventare “maestri” di questa verità, di questo amore; però cominciate a diventare allievi, visto che il maestro lo avete: di questa capacità di apertura, di questa capacità di accogliere chiunque: anzi più è misterioso, direi, più deve essere grande l’amore. Io, ad esempio, sono chiamato, preso, affascinato da chi è nelle situazioni più terribili, più dolorose: credo che questo sia il vostro segreto…
Civile e religioso? Inseparabili. Pensate a Manzoni
Ecco un’altra cosa che dice Giussani: nel Vangelo a un certo punto Cristo dice: «Io sono la via, la verità, la vita», ma Lui dice che le altre due si possono togliere: “Io sono la vita”. E in Conversazione con la morte c’è un punto in cui si parla del “filo della vita”, ecco, questo filo della vita, che avete per la vostra fede, che è un impegno, ma è anche una responsabilità, tenetelo per voi e per gli altri, ma soprattutto per gli altri, tenendolo solo per voi non è più un filo vero…
Si dovrebbe imparare che non è separabile il civile dal religioso, il sociale dal sacro. I tre grandi lombardi, Parini, Porta, Manzoni (che addirittura vogliono togliere dalla scuola), questi tre capisaldi – di cui centrale è Manzoni, perché ha toccato come ponte tutti i problemi della storia, della verità, la centralità della fede, della religione, il problema della lingua, della giustizia, del popolo, dell’unità d’Italia, magari l’avessero fatta con i Promessi Sposi, invece l’hanno fatta con la televisione – questi tre uomini erano paritariamente civici e religiosi: se continuiamo a separarle come due cose opposte, che non nascono dalla verità del corpo e del cuore, è un rischio e un errore. Tiriamo fuori questa coscienza civile, coscienza della società: se vogliamo salvarci dal diventare oggetti fabbricabili di questo potere dobbiamo ricucire il civile dal sacro, con fatica, con il dolore del peccato. Lavorare, agire, studiare, perché si componga un’unificazione che non è diminuzione di niente, bensì un rimettere l’uomo al suo posto, cioè al centro di tutto. (…)
Cos’è il cristianesimo se non è amicizia?
Io parlo quasi sempre di disperati: io purtroppo non riesco a trovare la Speranza che, al limite, dentro la disperazione. Non mi è comodo dire questo, ma forse Lui vuole questo. Ogni volta che presumo e mi rendo calmo e speranzoso mi allontano da Lui e da voi e dal mondo e costruisco o cedo alle costruzioni del potere; in ogni caso divento astratto. Ma oggi mi sembra tutto così minacciato da non essere, che anche la carne, la carne sbagliata, anche la carne e il sangue che errano devono gridare, devono alzarsi, insorgere. Credo che il mondo e soprattutto i cristiani hanno la responsabilità e il destino, che è la sola speranza, di tentare di essere contemporaneamente insurrezionali e resurrezionali. Nel frangente di storia nel quale Dio ci ha messi non si può risorgere senza insorgere: insorgere contro ciò che si sta operando contro l’uomo creato e la creazione tutta. Qualsiasi insurrezione che non nasca da una certezza, da un bisogno e da una speranza di resurrezione cade, diventa oggi più che mai vittima e strumento del potere. C’è solo Lui, Cristo, in tutti, anche in chi non crede. Solo Lui però ha e ci dà questa capacità di essere insurrezionali e resurrezionali: è Lui che è insorto ed è risorto. In mezzo c’è la croce, c’è il dolore. Allora la speranza è una cosa terribile: grande, greve. Io non riesco a essere molto allegro: non sono felice, non sono mai stato felice, non so cosa sia la felicità. So solo cosa sia qualche volta non essere troppo porco, troppo traditore. Ma la felicità è ridere; ma quale serenità? Continua a soffrire: è duro vivere, ma è giusto vivere e passarlo e parteciparlo e renderlo attivo, insurrezionale all’interno del dolore riconosciuto e non riconosciuto che c’è. Quando io dico: «Vi sbagliate, non li conoscete, li chiamate integralisti (anche se come ho scritto su un giornale, se integralisti vuol dire integri, a me piacerebbe dire di essere integro, rispetto alla mia fede: invece non lo sono perché sono un peccatore. Però la forza vostra per cui siete diventati quello che siete e non importa se combattuti, derisi ogni tanto)» è giusto fare polemiche, insorgere, però bisogna guardare anche a chi sorride.
La passione di essere aperti a tutti e guai se vi venisse la tentazione (e questo lo dico dal limite dei miei quasi 66 anni) di chiudersi. Credo che sia la tentazione più terribile: perché un mondo così chiuso ha bisogno di chi sta spalancato: imparate da chi vi ha fondato come si fa a essere stupiti.
Io l’ho sentito da poco al telefono, per un tentativo, con il Teatro dell’Arca, di drammatizzare uno dei suoi testi fondamentali; e quando gli dicevo di alcuni brani del suo testo sentivo lo stupore che hanno solo i figli di Dio che conservano ancora qualcosa del bambino. Anche i grandi artisti, pittori, scrittori, attori, conservano qualcosa del bambino: è un’innocenza, che è il modo di sentirsi sempre figli. Allora imparate da lui a sentirvi sempre aperti, di stupirvi di chi viene, a stupirvi anche delle cattiverie, delle ingiustizie, bisogna saperle combattere perché è giusto, ma al fondo che bello se qualcuno riuscisse a pregare per chi vi e ci colpisce; non perché non ci colpisca più, ma perché trovi un po’ di serenità, un momento di quiete in cui si riconosca. Polemizzare e pregare per. Sulla barricata, ma sempre con quella carità, quell’amicizia, quell’affetto di stare lì pronti, per cui io, quando siete venuti, ho capito che c’era qualcosa che conoscevo nei miei fratelli, sorelle, ma che non conoscevo fuori. Vi ringrazio di questo incontro, di questi dieci anni, speriamo che il Signore ce ne dia altri tre, quattro, dieci, quel che saranno: riprendetemi, quando sarò da riprendere, non scandalizzatevi del mio stare tra i perduti e però riprendetemi sempre con quell’amore che non vi ha permesso di riprendermi anche quando era giusto che mi tiraste le orecchie

mercoledì 16 marzo 2016

Testori amava i ciellini perché «non si scandalizzano di me»

Testori amava i ciellini perché
 «non si scandalizzano di me»
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«Sono vicino a quelli di Cl perché se io dicessi loro tutte le porcate che ho fatto, direbbero: “Solo questo?”. L’uomo può compiere qualunque cosa, ma è prima di tutto figlio di Dio»
testoriI
Improvvisamente, è tornato forte e dolce Giovanni Testori, drammaturgo, poeta, scrittore, storico dell’arte, pittore, una meraviglia d’uomo. C’è sempre stato tra noi, Testori, a 19 anni dalla sua morte. Grazie al lavoro geniale di Giuseppe Frangi, infatti, la sua memoria è un torrente d’amore-dolore incessante. Ma stavolta Testori è proprio apparso a Boris Godunov, e ha parlato dell’esperienza da lui vissuta in Cl. Non trionfalismo, ma un richiamo di possente umiltà. Disse con la sua voce nebbiosa: «Io sono sempre stato un cattivo cristiano, in certi momenti financo disperato. Però sono nato in una famiglia cristiana… Mia madre, morendo ridiede peso, grembo, latte a questo mio povero modo di essere cristiano. Quando scrissi quegli articoli (sul Corriere, nel 1978, ndB), nessun vescovo, cardinale, uomo politico Dc mi contattò. Mi telefonarono invece, caro Godunov, quattro ragazzi: “Siamo di Comunione e Liberazione. Vorremmo parlarle”. E sono venuti nel mio studio. La cosa che mi ha stupito è che non erano nulla di tutto ciò che si dice che siano. Non mi hanno mai chiesto niente: né come fosse la mia povera vita, né quali fossero i miei errori. Ma mi hanno accolto – e io credo di averli accolti – come amici. Io non sono di Cl, ma sono vicino a Cl per una cosa: perché hanno questo senso dell’amicizia, questo senso dell’umanità, dell’integrità della fede. Questi ragazzi sono tutti d’un pezzo. Poi fanno anche loro degli errori, per fortuna, ma hanno questa rocciosità per quel che riguarda l’uomo, l’altro, il fratello, di qualunque idea egli sia, di qualunque stortura – Dio solo sa le storture che avevo e ho io. Loro non chiedono niente, non domandano conto di niente».
Testori, tenendosi con le mani la grande crapa dove brillano azzurrissimi gli occhi, continuò: «Vorrei ricordare qui che don Giussani mi raccontava in segreto il momento in cui ha scoperto il senso più abissale della sua posizione di prete e di uomo. Poco dopo essere stato ordinato, in una delle prime confessioni, si trovò di fronte a un giovane che non riusciva a parlare. Don Giussani lo esortava: “Non c’è niente che tu abbia fatto che non possa essere perdonato”. Ma l’altro faceva fatica, e don Giussani, con le parole che riesce a tirare fuori dalla sua fede e dalla sua umanità, lo invitava fraternamente. A un certo punto sentì questo giovane dire: “Ho ucciso un uomo”. Don Giussani stette lì un attimo, un’eternità, e poi rispose: “Solo uno?”. Mi raccontava quindi che lì capì che cosa siano la carità, la fraternità, l’amore, che cosa sia il perdono. Il ragazzo scoppiò a piangere. Da allora divennero, credo, amici; il ragazzo andò a confessare alle autorità il suo gesto e divennero amici».
Testori, preparandosi a risprofondare in cielo, finì: «Ora, io sono diventato amico di quelli di Cl perché se io dicessi loro tutte le porcate che ho fatto, risponderebbero: “Solo questo?”. Perdete tutto, ma non perdete questo senso “oltre tutto”, questa umanità che non si scandalizza di niente, questo sapere che l’uomo può compiere qualunque gesto, essere di qualunque parte, ma è prima di tutto uomo, figlio di Dio, creatura redenta da Dio diventato uomo. Se perdiamo questo, perdiamo il senso dell’Incarnazione: il senso totale del nostro essere cristiani. Come mi diceva don Giussani, l’integrità, la solidità, la fede, sono niente senza carità, senza amore. Devo ringraziare questi ragazzi di questa capacità di amore e umanità, perché arriverà il momento in cui la leggeranno anche quelli che oggi non la sanno leggere. Ma se anche non la leggeranno, non importa: l’importante è offrire». (Boris ha ritrovato queste parole in Dove la domanda si accende, Itaca). Ciao Testori, torna presto!


Leggi di Più: Testori e l'amicizia con don Luigi Giussani e Cl | Tempi.it 

mercoledì 10 febbraio 2016

Non c’è niente che tu abbia fatto che non possa essere perdonato

 Non c’è niente che tu abbia fatto che non possa essere perdonato
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 «Vorrei ricordare qui che don Giussani mi raccontava in segreto il momento in cui ha scoperto il senso più abissale della sua posizione di prete e di uomo. Poco dopo essere stato ordinato, in una delle prime confessioni, si trovò di fronte a un giovane che non riusciva a parlare. Don Giussani lo esortava: “Non c’è niente che tu abbia fatto che non possa essere perdonato”. Ma l’altro faceva fatica, e don Giussani, con le parole che riesce a tirare fuori dalla sua fede e dalla sua umanità, lo invitava fraternamente. A un certo punto sentì questo giovane dire: “Ho ucciso un uomo”. Don Giussani stette lì un attimo, un’eternità, e poi rispose: “Solo uno?”. Mi raccontava quindi che lì capì che cosa siano la carità, la fraternità, l’amore, che cosa sia il perdono. Il ragazzo scoppiò a piangere. Da allora divennero, credo, amici; il ragazzo andò a confessare alle autorità il suo gesto e divennero amici». 
Giovanni Testori:
 Mi permetto di aggiungere, che Giussani lo raccontava dicendo che quel "solo uno?" uscì dalla sua bocca, ma non grazie a lui...non poteva essere frutto del suo pensiero, si era sentito sbigottito dopo aver detto quelle parole. Quante volte? E' uguale, no? Da qualche parte si trova anche la trascrizione originale.

lunedì 12 ottobre 2015

LA MIA MALEDIZIONE

LA MIA MALEDIZIONE
  (di Giovanni Testori)
Mathis Grunewald : Piccola Crocifissione (1510)

Doninelli: Tu sei un personaggio noto, ed è inevitabile che la tua omosessualità abbia subito diverse reazioni e interpretazioni. Tra queste, quali hanno maggiormente salvaguardato la tua dignità?

Testori: La sola posizione giusta e rispettosa dei segreti, dei misteri, degli affetti e dei rapporti che ho e che ho avuto, è stata quella della mia famiglia, degli amici più cari e dei giovani di Comunione e Liberazione: da tutti loro non mi sono mai sentito giudicato, ma solo accolto in virtù di un atto di carità che è anche giustizia. Tutto ciò che è in più - approvazione, giustificazione, esternazione, spettacolarizzazione dell'omosessualità - lo trovo «fuori», non necessario, non utile. Non aiuta a star meglio, ad essere più felici. E mi riferisco ai cosiddetti «movimenti di liberazione». Non parliamo, poi, di questa esecranda idea di nozze tra ragazzi. Che senso ha questo spirito di rivalsa a tutti i costi, questa sindrome dell'ufficialità? Io capisco, e difenderei con tutte le mie forze, il terribile diritto che l'uomo ha di svolgere il proprio destino. Immaginiamo che in un paese totalitario si fucilino gli omosessuali, o si leghino e si gettino in mare. Allora sì, per un dirittototale alla vita, mi batterei. Ma queste qui sono mascherate.

Doninelli: Solo mascherate? O qualcosa di peggio?

Testori: Certo che c'è di peggio. Oggi non siamo più nell'antica Grecia, o prima di Cristo. Io trovo che questi qui facciano tutto quello che fanno per dimostrare a se stessi di avere estirpato da sé qualunque senso di colpa o di peccato. Se potessi parlare con loro, li vorrei convincere innanzitutto della tristezza di queste loro carnevalate. Perché in questi rapporti - ma, credo, in qualunque rapporto d'amore - c'è una tristezza sconfinata. Tuttavia, se questa tristezza viene accettata e accolta con carità, in primis come parte della coscienza di sé, allora diventa dramma, e può offrire qualcosa agli altri…

Doninelli: …ossia produrre atti almeno intenzionalmente morali.
Testori: Ma se viene esternata in modo incosciente, allora diventa una tristezza lurida. Hanno un bel rinfacciarmi l'incongruenza del mio essere cristiano con il mio modo di vivere.

Doninelli: Ma questa incongruenza c’è o no?
Testori: Quello che posso dire è che sento questo dramma, che lo vivo, e che, peccando – o, comunque, sbagliando - , cresce in me il bisogno di essere perdonato da un lato e, dall’altro, di trasformare questo stesso rapporto in un altro rapporto: di paternità, o, meglio, di paterna fraternità. Che non finisce più, tant’è che i ragazzi che ho amato, e di cui sono rimasto amico, si sono poi sposati, sono diventati padri e nonni. Comunque non dico queste cose per giustificarmi: innanzitutto perché quella che ho detto è una cosa dura da realizzare, e in secondo luogo perché la mia prima necessità è quella di essere accolto e amato.

Doninelli: Cosa intendi per «lurido»?
Testori: Lurido è tutto ciò che si esibisce con la pretesa di essere, poi, lasciati in pace, o, per dir meglio - perché la pace è un'altra cosa - di farsi gli affari propri. Inoltre trovo che l'accentuazione autoesibita dell'elemento carnale, sensuale sia una falsità. Viene completamente eliminata la tristezza, che è connaturale all'amore. Per quanto mi riguarda, l'interesse per l'incontro con un uomo viene sempre dall'abbacinamento della bellezza, dalla commozione: qualcosa che poi, non lo nego, cerca anche la soluzione del rapporto fisico. Ma il punto della questione non è mai stato lì, per me, e credo non possa essere lì per nessuno.

Luca Doninelli, Conversazioni con Testori, Guanda, 1993, pp. 127-129

martedì 4 novembre 2014

Don Giussani e l'incontro con Pasolini e Testori

LETTURE/ Don Giussani e l'incontro con Pasolini e Testori
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 Massimo Borghesi martedì 4 novembre 2014 
La Vita di don Giussani di Alberto Savorana (Rizzoli 2013) ha il grande pregio, tra le altre cose, di documentare episodi e incontri della vita di don Giussani, poco noti e, in molti casi, sconosciuti. Di questi incontri, taluni, tra i più significativi, avverranno dopo il '68, dopo che, come abbiamo visto in un precedente articolo su queste pagine, il sacerdote di Desio aveva intuito che la grande contestazione stava travolgendo quanto rimaneva della "cristianità". Ciò obbligava a ripensare una presenza cristiana non più determinata dal rapporto con la tradizione bensì modulata dalla priorità affidata all'incontro, ad una testimonianza cristiana umanamente autentica desiderosa di rapportarsi a tutti e a tutto, fuori da steccati o pregiudiziali di tipo ideologico o politico. Questa prospettiva, assolutamente inedita nel panorama ecclesiale di allora, che troverà una formulazione, semper reformanda come mostra il volume di Savorana, nel movimento di Cl, sarà quella che porterà l'autore ad una serie cospicua di incontri con personaggi di non credenti, aventi una caratteristica in comune: quella di essere umanamente ed intellettualmente vivi, voci fuori dal coro. Tra essi Pier Paolo Pasolini e Giovanni Testori, ambedue omosessuali, espressioni di un mondo di sinistra certo molto lontano da quello democristiano e cattolico tradizionale. Quello con Pasolini rimarrà, in realtà, un incontro ideale, con grande rimpianto di don Giussani. Savorana ricostruisce la cronaca di quell'appuntamento mancato. «La mattina del 3 novembre 1975, nel suo studio di via Martinengo Giussani apprende dal Corriere della Sera dell'uccisione di Pier Paolo Pasolini. Con lui c'è Laura Cioni, che scorge sulla scrivania una lettera indirizzata allo scrittore, che non sarà mai completata: "Esprimeva una totale consonanza con le posizioni da lui sostenute in tanti articoli sul Corriere della Sera"». Il ricordo è confermato da Lucio Brunelli il quale «incontrando Giussani nel 1998 nella sua abitazione di Gudo Gambaredo, gli parla di Pasolini e si sente dire che "gli stava scrivendo una lettera quando arrivò improvvisa la notizia della sua morte. Nella lettera intendeva chiedergli di incontrarlo"». Giussani si era avvicinato a Pasolini a partire dagli articoli del poeta-scrittore-regista sul Corriere della Sera, pubblicati poi nella raccolta Scritti corsari. L'editoriale del 24 giugno 1974 Il potere senza volto lo aveva entusiasmato. Come ricorda ancora Brunelli: «Mi vede passare e ballando letteralmente sulla sedia mi chiama: "Vieni Lucio, leggi qua, è l'unico intellettuale cattolico, l'unico…"». Lo colpivano la critica pasoliniana all'omologazione, alla distruzione del popolo ad opera di un nuovo potere, conservatore e dissacrante ad un tempo, per il quale l'unico dio era la merce, il consumo come forma di vita. Ne parlerà, riecheggiando il corsaro, nel suo discorso alla Democrazia Cristiana lombarda, ad Assago, nel 1987. Riguardo al mancato incontro con lui rievocherà, con rammarico, un episodio: «Quanto mai quella sera non l'ho accostato — aspettavo l'ultimo aereo che partiva da Milano verso Roma —… Se Pasolini fosse stato a due nostri raduni, ci avrebbe investito di invettive, ma sarebbe diventato uno dei nostri capi!». Pasolini diverrà per Giussani il paradigma di un dramma, quello di un uomo cresciuto nella tradizione cattolica, ricevuta dalla madre, abbandonata perché non confortata dall'esperienza di un nuovo incontro. «In un paese del Triveneto, cattolicissimo come ambiente, — dirà —, c'era uno che, disubbidendo a sua madre, era andato a trovare, in una certa taverna, in un paese vicino, un gruppo di tre o quattro giovani scalmanati che a lui piacevano. […] e questo nel tempo lo aveva dissuaso dall'andare in chiesa alla domenica, dall'ascoltare sempre sua madre. […] Quel ragazzo è diventato Pasolini. Egli, la tradizione cristiana genuina, avendola succhiata dal seno di sua madre, l'ha avuta, la doveva vivere, era costretto a viverla, anche se interpretava tutto in modo diverso: secondo la mentalità del gruppo. Dunque è diventato Pasolini, uno dei più grandi scrittori italiani, […] Pasolini ha incontrato un gruppo di persone che si ponevano contro la società di allora, contro la cultura di allora, come innovatori. […] ha cercato una strada sbagliata: ha detto che la verità non c'è — meglio che la verità non si sa cosa sia — […]. Ma lentamente, nella sua vita, si è sentito riecheggiare quello che diceva sua madre sulla vita, sulla verità e sulla strada da battere. Se avesse incontrato uno con la nostra passione, se fosse venuto ad un gesto della nostra comunità, soprattutto a certi momenti, Pasolini avrebbe pianto». Non era un modo di dire. Quando Giussani parlerà così di Pasolini, nel 2000, aveva certamente presente le lacrime e l'incontro con un altro autore, grande protagonista dell'Italia culturale del dopoguerra, Giovanni Testori, che diverrà poi una delle firme prestigiose de il Sabato degli anni 80- 90. Scoperto, anche lui, per i suoi articoli sul Corriere della Sera, e conosciuto da alcuni universitari di Cl, Giussani lo incontra nel 1978 in un ristorante di piazzale Aquileia, a Milano. «Appena lo vide, si alzò per andargli incontro. Giovanni era totalmente commosso, sino alle lacrime. Don Giussani, anche lui commosso, lo abbracciò. Testori, piangendo, continuava a  dire che lui — che aveva rinnegato e bestemmiato Dio — non era degno di stare di fronte a don Giussani. E poi spiegò come avesse passato la vita a cercare di togliere dalla sua fronte quella croce che nel battesimo gli era stata impressa. E più si sforzava di eliminarla più prepotentemente veniva fuori sino a quando, con la morte di sua madre, era stato rigenerato alla vita. Disse che era come se sua madre, morendo, l'avesse partorito di nuovo». Giussani «profondamente colpito dall'umanità di Giovanni, continuava a ringraziarlo per averlo incontrato, ricordandogli che quello che lui chiamava bestemmie erano come una preghiera disperata che adesso trovava la sua risposta». In modo misterioso, la figura della madre, come ponte verso Dio, veniva a collegare Testori a Pasolini. La madre come ultimo lembo di una tradizione cristiana spazzata via dalla storia che poteva essere ritrovata e rinnovata solo a partire da un nuovo inizio, da un "incontro" con dei testimoni, liberi, intelligenti, appassionati, del cristianesimo nel presente. Le due voci più espressive, in Italia, di intellettuali non schiavi del potere, si incrociavano, così, idealmente e realmente, con la strada del sacerdote di Desio, il don Giovanni Bosco del nostro tempo. © Riproduzione riservata.

domenica 28 aprile 2013

testori

G. TESTORI: 

*** 

 Dieci anni. Siccome sono un pò scrittore, ogni tanto uso anteporreai libri delle dediche, e a questi dieci anni vorrei anteporre, come esergo, una citazione di Mounier: "Occorre soffrire perchè la verita non si cristallizzi in dottrina ma nasca dalla carne". La chiusura è invece di don Giussani: "La giornata ci è data perchè questa verità nasca dalla carne, sia vista da noi e dagli altri nella nostra carne, cioè nei rapporti che vivremo con noi stessi, con gli altri e con le cose".
Dieci anni di un povero peccatore, stralunato e demente che sono io, con CL, con il Movimento, con il Meeting, con il Movimento popolare, con la Compagnia delle Opere, con la caritativa, con chi prega in silenzio, con "Il Sabato", con i miei "Incamminati", dico miei perchè ne faccio parte: sto tutto dentro a questo esergo e a questo finale.
Allora, grazie per questi dieci anni che mi avete dato, in cui mi avete sopportato, portato, aiutato, in cui mi avete abbracciato senza chiedermi niente di tutti i miei errori, di tutte le mie colpe, di tutte le mie stramberie, di tutta la mia disperazione.
Adesso io vorrei cominciare da ieri sera, perchè l'evento di ieri sera segna questo Meeting, lo segna con una totalità, lo segna con un avvenimento che costringerà tutti a leggere il Meeting, e nel Meeting CL e il Movimento Popolare e tutto il loro pregare, il loro darsi, perchè la vita sia vita, perchè l'uomo sia uomo, perchè l'Incarnazione sia quello che è, anche se noi uomini non riusciamo a farla essere, a capirla e esserne degni, cioè sia il centro del cosmo, il centro di tutto, piccolissimo e grandissimo. Ma ieri sera mentre ero lì, solo, su queste scalinate nell'attesa che si riempissero, mi si è avvicinato Aldo Busi, mi ha fatto una domanda alla quale io, e gli chiedo perdono, ho risposto negando e in modo sgarbato. Stamattina alla conferenza stampa è successo ancora un episodio simile che è andato avanti fino ad arrivare ad una certa violenza. Poi, non so perchè, lui, che nella sua forza o nella sua irruenza è indifeso, e io che non avevo nessuna possíbilità di difendermi - mi aveva giustamente colpito sui miei errori e sulla mia povertà di peccatore - ad un certo punto abbiamo taciuto, l'ira si è spenta e ci siamo dati la mano. Questo piccolo episodio riflette che cosa è Meeting: infatti un incontro cominciato per colpa mia con non umanità, per il profondo che corre in questo luogo si è spento, è diventato probabilmente, come mi auguro, l'inizio di un affetto, di una amicizia. Fatto questo come una doverosa testimonianza di colpa e una richiesta di scusa e un grazie
al mio amico scrittore, riprendo da ieri sera. Ieri sera gli "Incamminati", obbedendo a un giusto e santo bisogno di don Giussani, di rappresentare il Miguel Manara, testo che è per CL fondamentale fin dalla fondazione, hanno realizzato un episodio che è teatro ed è di più di teatro, è processione ed è più di processione, è forma, figura, immagine dell'espressività ma è anche corpi, è anche preghiera, è anche partecipazione totale a qualcosa che va oltre il teatro. Questa accolita di popolo che ha stretto dalla prima stazione - perchè di sei stazioni si trattava - gli attori, ha cancellato la denominazione di teatro borghese, pubblico-platea-attorí. Erano partecipanti. Io mi ricordo di avere visto le prove e ricordo che degli amici mi dicevano che questo era un avvenimento che si potrà vedere cos'è domani, quando ci saranno tutti, cioè quando ognuno sarà dentro a questa storia di perversione e di conversione, in questa storia che ripete, dentro un'anima offerta al male, la vicenda della Crocefissione e della Resurrezione. E stato un evento che è durato ore ed ore, e che io, nella mia ormai lunga vita, non ho mai visto di questa vastità, di questa bellezza, di questa coralità. Perchè ricordo degli eventi oceanici, ma erano quelli fatti per obbligo dalle dittature di destra, di sinistra, fasciste o rosse.
Questo, invece, era un avvenimento libero, libero in chi l'aveva proposto, libero in chi l'aveva accettato, e libero in chi gli dava forza. Io devo dire a nome di tutti, a nome degli "Incamminati", e a nome mio al grande umile, Franco Branciaroli.

Applauso del pubblico
La cosa poi che il Meeting sia cominciato con questa opera in cammino che è stato Il Miguel Manara, secondo me precisa due verità inevitabili: il bisogno dell'uomo di pregare, di stare insieme, di pregare insieme oltre che solo, e di trovare la forma, l'espressione della propria domanda, del proprio dolore, della propria speranza.
Il fatto che il teatro si fa ogni volta e ogni volta diventa coscienza della fragilità, della cenere, anche di queste forme. Ed è qui, secondo me, che il cristiano, che l'uomo, misura insieme la sua debolezza, testimonia e paga lo scotto del suo peccato, di quello originale di cui non si parla quasi più, e di quello di tutti i giorni, della disobbedienza, e nello stesso tempo trova la forza per andare avanti, per ritrovare altre forme, altre immagini, altri suoni che rappresentino la sua gioia, il suo dolore, il suo tormento di esistere, di essere figli di Dio, di essere luoghi del Cristo, anche per chi non sa che Cristo c'è in tutti.
E ricominciare, e poi riprovare che è cenere, e poi andare avanti, perchè l'eternità non è delle forme, non è delle parole, non è dei colori, non è della poesia, ma è di Cristo e della carità. Arriverà il giorno in cui tutto, anche le cose più grandi, come Michelangelo, come la Cappella Sistina, non esisteranno più. Non si leggerà più Shakespeare, perché non ci sarà più bisogno di leggerlo e finalmente Michelangelo e sua mamma, Shakespeare e sua sorella, saranno la stessa cosa in una pace e in una luce in cui quello che varrà è la fatica, la tensione, l'amore, la capacità di penetrare dentro la storia dell'uomo, di capirlo, amarlo e rappresentarlo.
Io vorrei dire che qui al Meeting la cosa che mi ha fatto più dolcezza è vedere quanti giovani e giovani ci lavorano, da quelli che lo costruiscono e che lo mettono in atto, a quelli che sono lì e nei vari stand aiutano, a quelli che ti portano in macchina, gratuitamente. Quando vado fuori vedo tutti questi che girano, girano, tutti come mosche senza testa, e qui invece lavorano, per un fatto, per una testimonianza ... Come si fa allora a parlare di CL e del Meeting se non si vedono queste cose, se non si toccano queste cose?
A me CL non mi ha mica preso per delle teorie di teologia, mi hanno preso quando sono venuti a trovarmi tre, quattro, per la tenerezza, l'amicizia, per qualche cosa in piú di umano che oggi invece la società - e lasciatemi dire anche gran parte della società cristiana - ha buttato via per inseguire la mitologia di uno stramorto progressismo. Alcuni giorni prima di venire qua Frangi e Bonacina, due dei pilastri di quel grande evento combattuto e combattente, pieno di impeti sacrosanti che è "Il Sabato", mi hanno edotto sul risultato di un sondaggio che "Il Sabato" aveva ordinato sulla frequenza alla Messa dei giovani, in Italia, dai quindici ai ventinove anni. Ebbene, il risultato è disperante: alla Messa va il 15% dei giovani. Allora, è facile dire che la colpa è della società, i mass-media, la tv, il consumismo, le balere, i night, le danze, Perotismo, è facile ma se ci mettiamo una volta tanto dalla parte di chi la Messa la dice ho l'esatta sensazione che la Messa sia spesso celebrata e partecipata non come se fosse "fate questo in memoria di me", l'avvenimento della Incarnazione, la Consacrazione, ogni volta, del pane in carne e del vino in sangue di Cristo, ma come se fosse la commemorazione della Messa.
Ogni tanto ho l'impressione di vedere le ultime commemorazioni della vittoria dell'altra guerra, che si facevano dopo la sconfitta di questa guerra una cosa astratta una cosa dove la verità si è cristallizzata in dottrina, anzi in parole, e parole modeste,e non nasce più dalla carne.
La cosa tragica è che poi l'Avvenimento avviene, ma chi lo dovrebbe manifestare, chi lo dovrebbe partecipare, sembra che lo strozzi, che questo Avvenimento sia cacciato via per sostituirlo con un simbolo; ecco, la mia impressione è che la Messa, e nella Messa l'Eucarestia, stia sempre più diventando un emblema. Ma questo non è il corpo di Cristo, il sangue di Cristo! Allora io mi chiedo: al Concilio Vaticano Secondo si stabiliva la tradizione della liturgia in italiano perchè tutti potessero capirla. Era un gesto di amore e di socialità, ma il risultato è qui. Io mi chiedo: questa traduzione poteva essere mediocre, poteva essere omologata all'italiano più omologato, ma non fino a questo punto; poteva conservare poco della forza della luce, del cristallo, del coínvolgimento che aveva in lingua estera, distruggendo la quale nella Liturgia è stata distrutta tutta la storia degli uomini, e questa è una colpa che difficilmente ci sarà perdonata, ma non così.
Mentre facevo questi pensieri a me è venuta tra mano la traduzione che della Liturgia aveva fatto ai tempi manzoniani un grande padre, grande filosofo e anche grande scrittore, Rosmini. L'ho letta e ho detto: ma coloro cui è stato dato l'incarico di tradurre la Liturgia, la conoscevano questa traduzione? Se traduzione ci doveva essere, si doveva fare in modo che fosse almeno quella, che ha dignità e anche se non è l'originale contiene il massimo, e non per niente infatti ricorda Manzoni. Questa di oggi, invece, che cosa ricorda, che cosa genera? Poi i giovani vari via, ma io credo che la Messa, e con la Messa tutta la vita di noi cristiani, s'è via via secolarizzata, ha distrutto il mistero, per raggiungere quali luci? Quali luci se non c'è più luce in giro e sono tutti lì, di notte, a girare come dei disperati, per far passare le ore? E noi cristiani, che abbiamo il deposito di questo mistero primo e ultimo dell'Incarnazione, l'abbiamo destituito, perchè bisognava capire tutto, e invece se c'è un luogo in cui finalmente l'uomo può umilmente non avere più questa dannazione di capire tutto ma farsi capire da Lui, dalla carità, da Cristo, questa è la Messa. Perchè anche la vecchietta, mia mamma, non sapeva il latino, e cosa faceva questa povera scema quando andava a Messa? Non sapeva bene cosa vi si diceva, ma lei si faceva capire, si faceva assumere, ed è morta così, facendosi prendere in braccio da quel Cristo che lei pregava, storpiando le parole, perchè poi noi non le storpiamo più, ma le diciamo come se fossero parole che si leggono sul "Corriere", o "Repubblica".
Io non so se si può tornare indietro, ma per lo meno cerchiamo di non rotolare ancora in questo finto "avanti", in questa finta "rincorsa". Bisogna farsi capire... che cosa? Bisogna, non che capiamo, ma che finalmente ci lasciamo Se chi maneggia l'ostia, il vino, credesse veramente, se noi che partecipiamo credessimo veramente, allora le parole, le preghiere, invece di inventare tante divagazioni inutili, superbe, sarebbero le parole, eterne, quelle di tutti i giorni, quelle che non sono mai invecchiate, che non invecchieranno. E allora i giovani non scapperebbero, colpa nostra se scappano, colpa nostra se scapperanno ancora di più, dato che siamo nella Chiesa. Io personalmente non amo che la Chiesa diventi ridicola, non amo entrare in Chiesa e vedere giornali, giornaletti, settimanali, non amo perchè c'è il tabernacolo, ci sono gli altari. lo non ho nessuna capacità, ma un violento suggerimento lo darei togliete le edicole dalla chiesa, la chiesa è chiesa. Se però edicole ci devono essere, allora le edicole siano complete, e non sia presente soltanto il gruppo delle Paoline.
Io adesso vi devo dire una cosa E giusto che anche noi di CL, voi, noi, quando prendiamo delle posizioni politiche e culturali che vanno prese, quando esprimono dei giudizi, se riuscissimo ad usare più amore, più carità, cioè fare quello che non ho fatto io stasera, usare più tenerezza, forse i giudizi arriverebbero, magari ferirebbero, ma come feriscono le parole dell'amore, le parole della carità. E invece ogni tanto ho l'impressione che ci manca un pò di questa carità in più, che non è mai abbastanza, di questo amore in più. Molti guardano CL senza vederne il profondo, il dentro che è la carità.
Di questo nessuno parla mai, del volontariato, di queste opere che qui sono esposte con pudore, ma in modo straordinario, vicino alle opere d'arte, ai dipinti, ai teatri. Nessuno parla mai della caritativa, questa offerta di sè per cui gli ospedali possono ancora andare avanti, per cui i carcerati sono ancora visitati, per cui i drogati sono ancora amati, per cui i malati di AIDS sono ancora amati: questo è il profondo di CL. E quando CL fa politica lo fa, e se fa qualche errore, tutti facciamo errori, per portare nel mondo della politica questa partecipazione. CL mi ha fottuto per questa carità, per questo amore, per questo non chiedere mai se ero un figlio di puttana o se invece ero una persona per bene.
Allora, dieci anni di un Movimento che sa, che ha creato il Movimento popolare, che ha creato un settimanale come "Il Sabato" che è copiato da tutti, citato sempre prima che esca per paura di non colpirlo abbastanza. Leggetelo di più, lo leggete poco, come dovete leggere di più il vostro, mio don Giussani, lo leggete poco, troppo in fretta, per questo dovete andare a vedere la rappresentazione, perchè noi lo leggiamo dalla fine. No, è il cammino, la fatica che tutti i giorni, questo povero Cristo si assume, e come lui qui ce n'è un altro, tanti, ricordo don Ricci perchè è l'immagine vivente, come un albero colpito da tutti i fulmini e va avanti, va avanti. Ma questo è CL, siete voi CL, siete la tenerezza che mi ispirate e che io cerco di cacciar via gridando, altrimenti mi viene da piangere. I giornalisti dovrebbero cominciare da lì, poi benissimo le dissertazioni, ma non dal gioco politico in cui, per altro, CL deve entrare. Tanto è vero che Giussani, nella sua straordinaria intelligenza, conoscenza e sofferenza delle cose umane, ha creato il Movimento popolare.
La terra è terra, la cenere è cenere. In politica c'è molta più cenere che nel teatro,e non si può fare politica senza magari anche incappare nella cenere, nella merda, non è che si possa stare fuori, bisogna cercare che merda sia il meno possibile. E poi è provato che la merda è anche concime CL è un movimento che crea dal niente e ha creato "Il Sabato" e poi delle compagnie di teatro come gli "Incamminati". Poi "L'Arca" e tutte le altre compagnie piccole, che pullulano, bellissime; tutte le altre iniziative e insieme questa onda, questo oceano di carità, di amore, di aiuto. E un movimento così, secondo me, merita solo che ci si inginocchi e si dica grazie, prima di tutto al Signore, che ci ha concesso la grazia di vivere, come diceva Sua Eccellenza, in questi anni.
Io ho quasi finito, e vi chiedo scusa di avere cercato di vincere l'emozione straparlando. Vorrei prima ricordare, dopo dieci anni nel Meeting, per tutti i dieci anni e gli anni a venire, vorrei ricordare tutti voi che lo avete fatto, tutti, vorrei chiamarvi nome per nome. E allora cito solo due che sono emblemi ed emblematici e li ringrazio. Sono l'Emilia e l'Antonio Smurro, per il Meeting, che vi rappresentano tutti. Per il Movimento popolare c'è qui Cesana. Per il teatro e tutte le arti creative vorrei che venisse su con me, per un momento, Franco Branciaroli. E adesso arriva la cosa più dura, difficile, perchè è la più dolce di tutta la carità, l'amore, la partecipazione, la solidarietà, la preghiera di questi dieci anni del Meeting e di tanti anni in più di CL: io vorrei chiamare qui Margherita. Essa vive al mio paese, si era sposata, il suo sposo si chiamava Marco, dopo due anni è morto in un incidente in moto. Aiutata da Cristo e da tutto il Movimento, da tutti i suoi amici, ha vinto - non cancellato, che è diverso - ha superato, ha trasformato il dolore per questa prova tremenda, lo ha superato con una donazione di amore infinita. Era venuta a conoscenza che a Merate c'era una ragazza drogata, malata di Aids, si chiamava Monica. L'ha tirata in casa, l'ha curata, chissà con quanto amore, con la mano del suo Marco qui sulla fronte, tanto che Monica - il diario della sua libera conversione, è stato pubblicato su "Il Sabato" - l'ha accompagnata, si è abbracciata a Cristo, è morta nella pace. Poi c'è il fidanzato, amico di queste ragazze, anche lui malato di Aids, e lei e gli altri hanno ripetuto, rinnovato, reinventato, perchè l'amore reinventa, con lui, lo stesso infinito, tenero, umile gesto di carità, la stessa imitazione fino all'osso ultimo di Cristo. E così continua Margherita, vieni su Io ho finito, ma prima di finire devo dirvi una triste, enorme cosa. Uno di voi, un ragazzo di Sondrio, che si chiamava ... che si chiama Pietro, che era venuto qui con altri suoi fratelli nella militanza del Meeting, l'altra sera per rinfrescarsi un pò ha fatto il bagno e il Signore ha voluto che restasse là. Alzatevi in piedi. "Requiern aeternam dona ei Domine et lux perpetua luceat ei, requiescat in pace. Amen".

domenica 3 giugno 2012

Testori amava i ciellini perché «non si scandalizzano di me»

Testori amava i ciellini perché «non si scandalizzano di me»

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giugno 1, 2012 Renato Farina
«Sono vicino a quelli di Cl perché se io dicessi loro tutte le porcate che ho fatto, direbbero: “Solo questo?”. L’uomo può compiere qualunque cosa, ma è prima di tutto figlio di Dio»


Pubblichiamo l’articolo di Boris Godunov, alias Renato Farina, che appare sul numero di Tempi in edicola.
Improvvisamente, è tornato forte e dolce Giovanni Testori, drammaturgo, poeta, scrittore, storico dell’arte, pittore, una meraviglia d’uomo. C’è sempre stato tra noi, Testori, a 19 anni dalla sua morte. Grazie al lavoro geniale di Giuseppe Frangi, infatti, la sua memoria è un torrente d’amore-dolore incessante. Ma stavolta Testori è proprio apparso a Boris Godunov, e ha parlato dell’esperienza da lui vissuta in Cl. Non trionfalismo, ma un richiamo di possente umiltà. Disse con la sua voce nebbiosa: «Io sono sempre stato un cattivo cristiano, in certi momenti financo disperato. Però sono nato in una famiglia cristiana… Mia madre, morendo ridiede peso, grembo, latte a questo mio povero modo di essere cristiano. Quando scrissi quegli articoli (sul Corriere, nel 1978, ndB), nessun vescovo, cardinale, uomo politico Dc mi contattò. Mi telefonarono invece, caro Godunov, quattro ragazzi: “Siamo di Comunione e Liberazione. Vorremmo parlarle”. E sono venuti nel mio studio. La cosa che mi ha stupito è che non erano nulla di tutto ciò che si dice che siano. Non mi hanno mai chiesto niente: né come fosse la mia povera vita, né quali fossero i miei errori. Ma mi hanno accolto – e io credo di averli accolti – come amici. Io non sono di Cl, ma sono vicino a Cl per una cosa: perché hanno questo senso dell’amicizia, questo senso dell’umanità, dell’integrità della fede. Questi ragazzi sono tutti d’un pezzo. Poi fanno anche loro degli errori, per fortuna, ma hanno questa rocciosità per quel che riguarda l’uomo, l’altro, il fratello, di qualunque idea egli sia, di qualunque stortura – Dio solo sa le storture che avevo e ho io. Loro non chiedono niente, non domandano conto di niente».
Testori, tenendosi con le mani la grande crapa dove brillano azzurrissimi gli occhi, continuò: «Vorrei ricordare qui che don Giussani mi raccontava in segreto il momento in cui ha scoperto il senso più abissale della sua posizione di prete e di uomo. Poco dopo essere stato ordinato, in una delle prime confessioni, si trovò di fronte a un giovane che non riusciva a parlare. Don Giussani lo esortava: “Non c’è niente che tu abbia fatto che non possa essere perdonato”. Ma l’altro faceva fatica, e don Giussani, con le parole che riesce a tirare fuori dalla sua fede e dalla sua umanità, lo invitava fraternamente. A un certo punto sentì questo giovane dire: “Ho ucciso un uomo”. Don Giussani stette lì un attimo, un’eternità, e poi rispose: “Solo uno?”. Mi raccontava quindi che lì capì che cosa siano la carità, la fraternità, l’amore, che cosa sia il perdono. Il ragazzo scoppiò a piangere. Da allora divennero, credo, amici; il ragazzo andò a confessare alle autorità il suo gesto e divennero amici».
Testori, preparandosi a risprofondare in cielo, finì: «Ora, io sono diventato amico di quelli di Cl perché se io dicessi loro tutte le porcate che ho fatto, risponderebbero: “Solo questo?”. Perdete tutto, ma non perdete questo senso “oltre tutto”, questa umanità che non si scandalizza di niente, questo sapere che l’uomo può compiere qualunque gesto, essere di qualunque parte, ma è prima di tutto uomo, figlio di Dio, creatura redenta da Dio diventato uomo. Se perdiamo questo, perdiamo il senso dell’Incarnazione: il senso totale del nostro essere cristiani. Come mi diceva don Giussani, l’integrità, la solidità, la fede, sono niente senza carità, senza amore. Devo ringraziare questi ragazzi di questa capacità di amore e umanità, perché arriverà il momento in cui la leggeranno anche quelli che oggi non la sanno leggere. Ma se anche non la leggeranno, non importa: l’importante è offrire». (Boris ha ritrovato queste parole in Dove la domanda si accende, Itaca). Ciao Testori, torna presto!

domenica 6 maggio 2012

Sull'atroce morte di Pasolini

A rischio della vita
di Giovanni Testori
***

da L'Espresso, 9 novembre 1975

Sull'atroce morte di Pasolini s'è scritto tutto; ma sulle ragioni per cui egli non ha potuto non andarle incontro, penso quasi nulla. Cosa lo spingeva, la sera o la notte, a volere e a cercare quegli incontri? La risposta è complessa, ma può agglomerarsi, credo, in un solo nodo e in un solo nome: la coscienza e l'angoscia dell'essere diviso, dell'essere soltanto una parte di un'unità che, dal momento del concepimento, non è più esistita; insomma, la coscienza e l'angoscia dell'essere nati e della solitudine che fatalmente ne deriva. La solitudine, questa cagna orrenda e famelica che ci portiamo addosso da quando diventiamo cellula individua e vivente e che pare privilegiare coloro che, con un aggettivo turpe e razzista, si ha l'abitudine di chiamare "diversi".
Allora, quando Il lavoro è finito (e, magari, sembra averci ammazzati per non lasciarci più spazio altro che per il sonno e magari neppure per quello); quando ci si alza dai tavoli delle cene perché gli amici non bastano più; quando non basta più nemmeno la figura della madre (con cui, magari, s'è ingaggiata, scientemente o incoscientemente, una silenziosa lotta o intrico d'odio e d'amore) e si resta lì, soli, prigionieri senza scampo, dentro la notte che è negra come il grembo da cui veniamo e come il nulla verso cui andiamo, comincia a crescere dentro di noi un bisogno infinito e disperante di trovare un appoggio, un riscontro; di trovare un "qualcuno"; quel "qualcuno" che ci illuda, fosse pure per un solo momento, dl poter distruggere e annientare quella solitudine; di poter ricomporre quell'unità lacerata e perduta. Gli occhi, quegli occhi; la bocca, quella bocca; i capelli, quei capelli; il corpo, quel corpo; e l'inesprimibile ardore che ogni essere giovane sprigiona da sé, come se in esso la coscienza di quella divisione non fosse ancora avvenuta, come se lui, proprio lui, fosse l'altra parte che da sempre ci è mancata e ci manca. Mettere dl fronte a queste disperate possibilità e a queste disperate speranze il pericolo, fosse pure quello della morte, non ha senso. Io penso che non s'abbia neppure il tempo per fare dì questi miseri calcoli; tanto violento è il bisogno di riempire quel vuoto e di saldare o almeno fasciare quella ferita.
Del resto, chi potrebbe segnalarci che dentro quegli occhi, dentro quella bocca, quei capelli e quel corpo, si nasconde un assassino? Nella mutezza del cosmo queste segnalazioni non arrivano; e anche se arrivassero, torno a ripetere che il bisogno di vincere quell'angoscia risulterebbe ancora più forte e ci vieterebbe d'intendere.
Si parte; e non si sa dove s'arriva. Per sere e sere, una volta avvenuto l'incontro, l'illusione riprecipita in se stessa. Ma nella liberazione fisica s'è ottenuta una sorta di momentanea requie; o pausa; o riposo. La sera seguente tutto riprende; giusto come riprende il buio della notte. E così gli anni passano. La distanza dal punto in cui l'unità perduta è diventata coscienza si fa sempre maggiore, mentre sempre minore diventa quella che ci separa dal reingresso finale nella "nientità" della morte; e dalle sue implacabili interrogazioni. Le ombre, allora, s'allungano; più difficile si rende la possibilità che quell'incontro infinite volte cercato, finalmente si verifichi; più difficile, ma non meno febbricitante e divorante. La vicinanza della morte chiama ancora più vita; e questo più o troppo di vita che cerchiamo fuori di noi, in quegli incontri, in quegli occhi, in quelle labbra, non fa altro che avvicinare ulteriormente la fine. Così chi ha voluto veramente e totalmente la vita può trovarsi più presto degli altri dentro le mani stesse della morte che ne farà strazio e ludibrio. A meno che il dolore non insegni la "via crucis" della pazienza. Ma è una cosa che il nostro tempo concede? E a prezzo di quali sacrifici, dl quali attese o di quali terribili e sanguinanti trasformazioni o assunzione di quegli occhi e di quelle labbra?

martedì 3 aprile 2012

Non sbaglierà chi avrà voluto bene alla realtà



Non sbaglierà chi 
 
avrà voluto bene alla realtà
*** 

Non sbaglierà , nonostante tutti 
gli errori,chi avrà voluto bene 
alla realtà, ossia alla Creazione. 
Amando la realtà, ci sei dentro, ci vivi già dentro, e abbracci il tuo tema, la vita, senza bisogno di  astrazioni. Basta amare la realtà, sempre, in tutti i modi, anche nel modo precipitoso e approssimativo che è stato il mio. Ma amarla. Per il resto, non ci sono precetti.”
 (Giovanni Testori, scrittore)
 Anni dopo ricordando Testori,don Giussani  disse di pregare tutti i giorni per la sua anima "per me" disseTestori rappresenta l'uomo , l'uomo come io immagino debba essere"
da:Traccemarzo 2012  

sabato 25 febbraio 2012

testori



***
Meno dibattiti più battiti.
(Giovanni Testori)

Postato da: giacabi a 11:34 | link | commenti
testori

mercoledì, 15 giugno 2011

Cristo di nuovo in croce
***

 

Autore: Fighera, Giovanni  Curatore: Leonardi, Enrico
Fonte: CulturaCattolica.it
sabato 2 aprile 2011

Una commozione ci riempie il cuore nel sentir parlare un essere così piccolo, innocente, che dapprima sembra insistere sull’affettività dei genitori, poi sul buon senso e sulla ragionevolezza, poi sembra implorare pietà, proprio come un condannato a morte. Infine, la sua voce si tramuta in maledizione e profezia di distruzione per chi osa perpetrare un tale abominio! Sono toni che ricordano la lauda drammatica «Donna de Paradiso» di Iacopone da Todi. Ivi, Cristo è imprigionato, sottoposto alla passione, crocefisso! Ancora lo «Stabat mater» di Iacopone è presente in quel «fa’ che arda,/che la bruci […]. Fa’ che spada/ sia d’amore/ che trafigga/in madre/ cuore». La Madonna rimase ai piedi della croce accanto al Figlio assassinato. Qui la madre diventa lei stessa omicida, degenere, lussuriosa. Non a caso Testori la apostrofa con un’allusione dantesca alla figura della lussuriosa Pasifae, la moglie del mitico Minosse sovrano di Creta, colei che fece costruire una vacca di legno e vi si pose dentro per unirsi carnalmente ad un toro di cui si era innamorata (dall’unione nacque il Minotauro):

Più che bestia
tu t’imbesti
nella bestia
- lui, lo sposo -
che t’impesta!


Il feto demistifica tutte le moderne giustificazioni dell’aborto, presentato come manifesto del diritto e della libertà della donna, quando esclama:

«È per vivere
- ti dici –
Per avere libertà».
Libertà
di spegner vita?
Libertà
di violar Dio?
Libertà per te
è finita.
Che comincia
è l’urlo eterno,
primavera uccisa,
inverno,
sempre gelo,
sempre brina.
Mai sarete
come prima.


Un destino di rovina attende quell’uomo e quella società che non riconosce la vita, che non l’abbraccia, dimentica del nulla che anche noi siamo stati e di quel Tutto che ci ha voluti e ci ha chiamato alla vita:

Cadrai tu,
rovinerai
terra che
rifiuti vita,
vita spegni
dentro ventre;
vino in sangue,
pane in carne
trasformato
uccidendo
chi non nato
esser vita
pur doveva
hai calpestato,
vomitato,
assassinato.


Nell’omicidio di un bimbo si manifesta il rifiuto di Cristo che si è fatto uomo, si palesa il rifiuto di Dio che è venuto ad abitare in mezzo a noi. L’uomo rinnega la carne della propria carne, ma non osa dirselo, non osa riconoscerlo! Un tempo, almeno, gli antichi consideravano come madre degenere quella Medea che aveva ucciso i due figli e che con l’omicidio si suicidava, rifiutava la sua stessa vita. Oggi l’uomo non riconosce più il male che compie contro di sé con il rifiuto del figlio. Per questo, a ragione, Madre Teresa vedeva nell’aborto, nel non riconoscimento del senso della nascita, il rischio più grande per la distruzione del mondo.

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martedì, 18 agosto 2009


Meeting di Rimini
***  
«Allora, grazie per questi dieci anni che mi avete dato, in cui mi avete sopportato, portato, aiutato, in cui mi avete abbracciato senza chiedermi niente di tutti i miei errori, di tutte le mie colpe, di tutte le mie stramberie, di tutta la mia disperazione. Grazie di aver fatto quello che avete fatto per tutti, per i morti e per i vivi, per chi crede e per chi non crede. Di esserci, di diventare sempre più così precisi, così più forti, stratificati e nello stesso tempo così più larghi, così più aperti, così più innamorati di quella disperante, sacra cosa, meravigliosa e dolorosa e anche gioiosa, che è la vita»
Giovanni Testori al popolo del Meeting

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giovedì, 18 giugno 2009

La fede
 ***
Io credo infatti che il pittore debba avere in sè l’immagine, prima di realizzarla sulla tela, e che questa immagine non gli possa nascere che da una sua posizione davanti e dentro il mondo, da una verità, insomma, che quella sua posizione e convinzione determini. Ora io sono comunista, tu lo sai bene, ma cristiano e cattolico, e, proprio perché tale, non posso impedire a ciascuno la ricerca di quella che egli crede sia la verità e poi l’affermazione di essa, anche se per me tale non è (non posso insomma ripetere l’errore che hai fatto tu parlando di Cristo in modo spicciolo, sbrigativo e volgare. Cristo non si ferisce con queste piccole ed errabonde irriverenze, credimi, ma tanto meno in tal modo lo si può liquidare), ma mi domando se tutto questo equivoco che sta alla base di tanta pittura e anche della vostra, non sia da cercare in un altro equivoco, che tu hai perpetrato scrivendo queste parole: “una verità attiva, una verità combattuta, cercata nel mare della fantasia e dell’immaginazione” [...] Ma la verità può essere cercata nel mare della fantasia e dell’immaginazione? E che verità sarà mai, se pur la doveste trovare? Ancora e soltanto quella di un pittore, quella della fantasia di un pittore? Non ti accorgi che, se mai, nel mare della fantasia e dell'immaginazione si può trovare una forma figurativa della verità, che sarà sempre però della verità un relativo? [...] Caro Guttuso, io non credo che il problema sia di poter arrivare alla realtà, ma di poter partire dalla realtà. Di avere cioè una fede che questa partenza permetta. E non tanto per dipingere, credimi, quanto per vivere».
Giovanni Testori, da Lettera a Renato Guttuso, "Numero-Pittura" 1947

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lunedì, 23 febbraio 2009

L’esigenza del mistero
***
E' la stessa irrinunciabile
esigenza dell'uomo
ad esprimersi
con la voce,
con le parole,
con i segni
ad avere a che fare
con quello che noi chiamiamo mistero.

E' un'esigenza
indipendente da ogni progetto
e da ogni ipotesi
di una sua concreta realizzazione,
è qualcosa che sta prima
che centra con la vita stessa,
con la sua originaria struttura
.

Per questo le forme e le metafore
che da questa irrinunciabile
esigenza son create,
sono strettissimamente legate
al mistero,
al mistero della vita stessa.

Anche al teatro.
Giovanni Testori
grazie ad: annina

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mistero, testori

venerdì, 12 dicembre 2008

Cristo  mendicante dell’uomo
***
In una mia poesia dicevo a Cristo: “T’ho cercato, t’ho sputato, t’ho bestemmiato; tutto puoi dire di me tranne che ti ho evitato”. Questo alcuni anni fa. Oggi dovrei scrivere tutta un’altra cosa: “T’avevo cercato, t’avevo sputato, t’avevo bestemmiato; tutto puoi dire di Te, tranne che Tu mi hai evitato”.
• Pensavo di essere io che non volevo evitare Cristo. In verità era Cristo che non voleva evitare me.
 G. Testori

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lunedì, 08 dicembre 2008

Gesù
***
 “T’ho amato con pietà
Con furia T’ho adorato.
T’ho violato, sconciato,
bestemmiato.
Tutto puoi dire di me
Tranne che T’ho evitato”.
Giovanni Testori
da: “Indagine su Gesù” (Rizzoli) di  Antonio Socci,

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mercoledì, 12 dicembre 2007

Giovanni Testori
***
Conversazione con la morte” dieci anni dopo
Milano, 13 marzo 1983
E adesso io, dopo dieci anni con voi. Dopo alcuni articoli comparsi
sul Corri ere della Sera circa dieci anni fa, si parlò della mia
conversione. Io sono sempre stato un cattivo cristiano, in certi
momenti disperato, sono nato non solo in una famiglia cristiana,
ma anche in una cultura cristiana. Non è la mia una conversione:
è una precisazione del mio povero modo di essere cristiano,
cui sono stato indotto dalla morte di mia madre. Mia
madre, morendo, ha ridato peso, grembo, latte a questo mio povero
modo di essere cristiano. Quando scrissi questi articoli,
nessun vescovo, nessun cardinale, nessun uomo politico mi ha
contattato. Mi hanno invece telefonato quattro ragazzi: "Siamo
di Comunione e Liberazione: vorremmo parlarle". E sono venuti
nel mio studio; la cosa che mi ha stupito è che non erano tutto
quello che dicono essi siano. Non mi hanno mai chiesto niente:
come fosse la mia povera vita, quali fossero i miei errori; ma mi
hanno accolto (e io credo di averli accolti) come amici. Io non
sono di Cl, voi lo sapete: sono molto vicino. Le sono vicino per
una cosa sola: perché hanno questo senso dell’amicizia, questo
senso dell’umanità, questo senso dell’integrità della fede. Sono
tutti di un pezzo, poi anche loro fanno errori, per fortuna. Però
hanno questa rocciosità per quel che riguarda l’uomo. Non chiedono
niente, non domandano conto di niente. Solo su questo
piano di umanità. Don Giussani mi raccontava cos’è stato per lui
la scoperta, il senso più abissale della sua posizione di prete e di
uomo, quando, subito dopo essere stato ordinato, in una delle
prime confessioni, si è trovato di fronte a un giovane che, dall’altra
parte del confessionale, non riusciva a dire, a parlare. E lui
lo esortava: "non c’è niente che tu abbia fatto che non possa essere
perdonato, che non possa essere accolto"; ma l’altro faceva
fatica e don Giussani, con le parole che riesce a tirare fuori
dalla sua fede, dalla sua umanità, lo invitava fraternamente. A
un certo punto, sentì questo giovane dire: "ho ucciso un uomo".
Don Giussani rimase lì un attimo, un’eternità, e rispose: "Solo
uno?". Poi mi raccontava: "Lì ho capito cos’è la carità, la fraternità,
l’amore, cos’è il perdono di cui lui è soltanto il tratto". E
l’altro scoppiò a piangere. Da allora sono diventati, credo, amici.
Il ragazzo è andato a confessare alle autorità il suo gesto e
sono diventati amici. Io, perché sono diventato amico di quelli
di Cl? Perché se io dicessi a loro tutte le porcate che ho fatto,
direbbero “solo questo?”.
Senza carità la fede è niente
Perdete pure tutto; ma non perdete questo senso “oltre tutto”,
questa umanità che non si scandalizza di niente. Questo sapere
che l’uomo può compiere qualunque gesto, può essere di qualunque
parte, ma è prima di tutto uomo, figlio di Dio, creatura
redenta da Dio diventato Uomo. Se perdiamo questo perdiamo
il senso dell’incarnazione, cioè perdiamo il senso totale del nostro
essere cristiani. Come mi diceva continuamente Giussani,
"senza carità", senza amore, anche la fede è niente. La fede è
proprio questo amore: questo amore prima di tutto. Io devo ringraziare
questi ragazzi di questa capacità di amore, di umanità,
perché arriverà il momento che la leggeranno anche quelli che
oggi non la sanno leggere. Ma, se anche non la leggeranno, non
importa: l’importante è offrire. Siete troppo giovani per voler diventare
“maestri” di questa verità, di questo amore; però cominciate
a diventare allievi, visto che il maestro lo avete: di
questa capacità di apertura, di questa capacità di accogliere
chiunque. Anzi, più è misterioso, direi, più deve essere grande
l’amore. Io, ad esempio, sono chiamato, preso, affascinato da chi
è nelle situazioni più terribili, più dolorose: credo che questo sia
il vostro segreto. Se le mie parole hanno qualcosa di buono, di
non troppo deficitario, lo hanno in quanto sono stato voluto,
creato per scrivere e perché ho avuto intorno a me una famiglia
e una cultura e una città e un paese e degli amici che mi hanno
fatto riconoscere cos’è la vita, la verità, l’amore.
C’è Lui
Ecco perché dico che non è stata una conversione, ma è stato
un di più, una presa di coscienza di qualcosa che c’è sempre stato,
anche per la vostra vicinanza, per gli anni che passano e perché
voi mi avete anche insegnato soprattutto quella cosa per
cui io vi amo e che è la capacità di carità, di amore. Tutto questo
mi ha accentuato ancora, mi ha reso ancora più sanguinante,
incarnato in me Lui: c’è un nome solo, anche se adesso faccio
fatica a dirlo. Non è più forse un inseguimento come prima
che io facevo. È che lo sento certo, qui, in me, nel mondo terribile,
turpe: c’è Lui. E c’è in noi e c’è nel modo che è minacciato
e già piegato dal peccato, che è la cosa che dimentichiamo più
di sovente. Credo che negli ultimi miei lavori che sono molto più
rischiosi, meno quieti, c’è però più Lui, meno distanza tra la scena
e la parola, la scrittura e la Sua presenza. Io parlo quasi sempre
di disperati: io purtroppo non riesco a trovare la Speranza
che, al limite, dentro la disperazione. Non mi è comodo dire
questo, ma forse Lui vuole questo. Ogni volta che presumo e mi
rendo calmo e speranzoso mi allontano da Lui e da voi e dal
mondo e costruisco o cedo alle costruzioni del potere; in ogni
caso divento astratto.
Insurrezionali e resurrezionali
Ma oggi mi sembra tutto così minacciato da non essere, che anche
la carne, la carne sbagliata, anche la carne e il sangue che
errano devono gridare, devono alzarsi, insorgere. Credo che il
mondo e soprattutto i cristiani hanno la responsabilità e il destino,
che è la sola speranza, di tentare di essere contemporaneamente
contemporaneamente insurrezionali e resurrezionali. Nel frangente di storia nel quale Dio ci ha messi non si può risorgere senza insorgere: insorgere
contro ciò che si sta operando contro l’uomo creato e la
creazione tutta. Qualsiasi insurrezione che non nasca da una certezza,
da un bisogno e da una speranza di resurrezione cade, diventa
oggi più che mai vittima e strumento del potere. C’è solo
Lui, Cristo, in tutti, anche in chi non crede. Solo Lui però ha e ci
dà questa capacità di essere insurrezionali e resurrezionali: è Lui
che è insorto ed è risorto. In mezzo c’è la croce, c’è il dolore. Allora
la speranza è una cosa terribile: grande, greve. Io non riesco
a essere molto allegro: non sono felice, non sono mai stato felice,
non so cosa sia la felicità. So solo cosa sia qualche volta non
essere troppo porco, troppo traditore. Ma la felicità è ridere; ma
quale serenità? Continua a soffrire: è duro vivere, ma è giusto vivere
e passarlo e parteciparlo e renderlo attivo, insurrezionale all’interno
del dolore riconosciuto e non riconosciuto che c’è.
Rimanere aperti
La passione di essere aperti a tutti e guai se vi venisse la tentazione
di chiudervi. Credo che sia la tentazione più terribile: perché
un mondo così chiuso ha bisogno di chi sta spalancato: imparate
da chi vi ha fondato come si fa a essere stupiti. Allora
imparate da lui a sentirvi sempre aperti, di stupirvi di chi viene,
a stupirvi anche delle cattiverie, delle ingiustizie, bisogna saperle
combattere perché è giusto, ma al fondo che bello se qualcuno
riuscisse a pregare per chi vi e ci colpisce; non perché non ci
colpisca più, ma perché trovi un po’ di serenità, un momento di
quiete in cui si riconosca. Polemizzare e pregare per. Sulla barricata,
ma sempre con quella carità, quell’amicizia, quell’affetto
di stare lì pronti, per cui io, quando siete venuti, ho capito che
c’era qualcosa che conoscevo nei miei fratelli, sorelle, ma che
non conoscevo fuori.
 Giovanni Testori



 

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venerdì, 07 dicembre 2007

L’unico punto in cui il mondo può salvarsi

***
Così è proprio in quel punto d’avvicinamento e di congiunzione che gli uomini, tutti gli uomini, in qualunque posizione ideologica si trovino, sono chiamati dal loro stesso essere uomini a incontrarsi e ad agire. Un punto che è l’unico per il quale il mondo può salvarsi, non solo dalla cecità d’un dolore demente, e senza significato, ma dalla sua stessa distruzione e dalla sua stessa rovina; e accogliere, ove pure non arrivi a meritarlo, il miracolo della speranza che continua a scendere in noi dalla Croce.
Giovanni Testori


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gesù, testori

giovedì, 29 novembre 2007

Tua è Signore,la sola Verità
***


“Epperò mai,
ora sappiamo,
mai il Potere,
neppure fabbricandoci
macchine irreali,
potrà la memoria di Te
dal cosmo
via gettare.
Sempre lì
resterà,
come segno di te,
 o sola Verità.
Lo dannerà
a demenza,
sì che alla fine,
com'ebbe a fare
nel bosco della notte
il traditore,
 lui stesso
al suo disegno
strozzando
appenderà.

Tua è
Signore,
la sola Verità.
Quella che noi
qui adesso
afferra.
Da Lei sola
lasciandoci sapere
ci è dato,
sia pure nella fine
che ci prende,
-guardate, spettatori –
 e ci cancella,
speranza e vera scienza
contenere,
la vita dare
non tenere,
realtà essere
non avere.

Così nel segno di Te,
dove tutto comincia
e rifluisce,
la nostra azione,
continuando in dolori
e in orrori,
si sigilla.
E qui,
in questa stanza,
che è sede di teatro,
senza fine si alza
la nostra sfatta voce.
Sperando disperata
a Te s’aggrappa,
o Padre,
e alla tua Croce.”
.

G. Testori Post-Hamlet



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gesù, testori

mercoledì, 28 novembre 2007

La negazione del Padre
***
“
DON GIUSSANI
Sì, è il volersi da sé; è la dimenticanza. lo sento molto di dover insistere su un'altra parola cristiana: memoria. Quello che dici è come la perdita totale della memoria, perciò la dimenticanza d'essere stati voluti, a cui si sostituisce la presunzione di volersi da sé. Basta volermi da me, Che in un primo tempo, astrattamente parlando, può anche non esplicitare la negazione del Padre, la negazione di Dio. Ma è la negazione del Padre, non la negazione di Dio come entità astratta. Sennonché la negazione del Padre, praticamente, immediatamente e poi anche teoricamente, è la negazione di Dio. La negazione che la propria consistenza è nell'essere figlio, cioè nell'essere voluto. È proprio come l'arma della menzogna di Satana; la descrizione del peccato originale è la dimenticanza; l'arma di Satana è la dimenticanza. La cortina fumogena in cui sferrare la menzogna è la dimenticanza, la perdita della memoria. Infatti, tutta la forza di una personalità sta nella memoria. E così questa perdita della memoria è qualificante sempre di più di questa cultura, questa cultura nostra che vuole essere atea: la perdita totale della memoria. Solgenicyn insiste molto su questo. In- somma quella sostituzione del padre che è lo stato, nella situazione attuale, fa di tutto per cancellare la memoria; attraverso i suoi slogan e tutta la burocrazia del suo pensiero.
TESTORI
Tornando al momento del peccato originale, a me ha sempre dato un senso dì terribile sbigottimento il fatto che la prima conseguenza dì questo non riconoscersi figlio sia stato un delitto. La prima conseguenza, il primo gesto terribile  compiuto dall'uomo dopo il rifiuto d'essere figlio del Padre, è stato un assassinio.
DON GIUSSANI
Sì, il primo gesto significativo di quella storia è stato proprio un assassinio.
TESTORI
La perdita di questa memoria, di questa coscienza dell'essere voluto, diventa subito l'uccisione dell'uomo.
DON GIUSSANI
Il volersi da sé coincide con l'uccisione dell'altro. Ma questo è strutturale: che il volersi da sé coincida sempre con l'assassinio di un altro.
TESTORI
Che è prima, o nello stesso tempo, dimenticanza dell'altro.
DON GIUSSANI
 Sì, la dimenticanza dell'altro. Infatti l'amore dell'uomo con la donna, l'amore dei figli e la convivenza sociale oggi è tutta impostata cosi. L'uccisione del Simbolo supremo genera la dimenticanza dell'altro che poi, praticamente e quotidianamente, diventa la strumentalizzazione dell'altro.
TESTORI
 Quindi la riduzione a oggetto. lo vorrei tornare su quel primo gesto, l'assassinio: un gesto d'odio; anzi il gesto stesso dell'odio. Nella mia esperienza ho sempre provato che la direzione dell'odio è sempre verso chi ha una realtà più piena e più colma dell'essere figlio. Allora, nel caso del primo assassinio, credo che l'odio fosse verso chi aveva il senso dell'essere figlio e la soppressione sia stata perché la presenza di chi aveva in sé accettato e glorificato il senso di quell'essere figlio non potesse più determinarne in chi aveva compiuto il delitto, la memoria.
DON GIUSSANI
Questa è una cosa colossale...
TESTORI
Un cerchio che si spezza con Caino e che poi si chiude e si redime solo con Cristo che là, sulla croce, dice come in un testamento: «Madre, ecco tuo figlio »; si ricompone, cioè, per sempre solo con la morte e la resurrezione di Cristo; fino a quel punto non è mai più stato ricomposto. Comunque è certo che l'odio è sempre verso chi fa testimonianza, verso chi fa memoria, verso chi è memoria e testimonianza vivente di quest'essere voluto. L'uomo ha gelosia e invidia verso l'uomo che è più ricco; ma l'odio lo riserva sempre e solo a un uomo che è più buono di lui; l'odio lo rivolge sempre e solo verso l'inerme, verso chi non ha voluto essere super-uomo, ma ha accettato lo stato d'umiltà e persino l'umiliazione d'essere e restare figlio.
DON GIUSSANI
Comunque l'odio è l'attacco armato alla memoria o a chi richiama la memoria.
TESTORI
Tu non credi che nei nostri tempi, l’odio abbia subito un’evoluzione, anzi una degradazione ulteriore, certo una meccanizzazione, un’astrazione senza precedenti.  Oggi l’odio vero è la dimenticanza.”
:
G. Testori - don Giussani : Il senso della nascita, Il Sabato dic.1989

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martedì, 13 novembre 2007

Qualcuno vuol uccidere la maestà dell’ uomo

***



La grande battaglia dei nostri giorni è solo in apparenza una battaglia tra opposte ideologie; solo in apparenza essa è una battaglia di classi; in verità è la battaglia tra il sacro segno di Dio che vive nell’uomo, tra il suo essere utile e suprema maestà creativa perché creata, e l’ imitazione o la sostituzione che di quell’uomo , di quella maestà, il meccanismo, che sempre più tenta di essere unico e totale, cerca e cercherà di compiere.
Tutto questo è terribile. Ma poiché l’ uomo quel segno e quel sigillo li porta dentro di se come porta le sue ossa e il suo sangue,tutto questo assume il senso e la grandezza d’ un rito in cui la salvezza dell’ anima è la salvezza stessa dell’ umana entità. E’ solo per questo che il corpo alberale in cui l’ essenza religiosa dell’ uomo va cercando di farsi carne rappresenta, in questa battaglia, una luce da proteggere, affinché possa crescere e reggere all’ urto in cui, ogni ora, ogni giorno, a essere messo in gioco è e sarà il senso e il destino stesso dell’ uomo, della sua maestà.
               G. Testori, Qualcuno vuol uccidere la maestà dell’ uomo

 


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sabato, 27 ottobre 2007

l’incontro con Cristo
 ***





 

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giovedì, 06 settembre 2007

La Grazia di Dio è dentro queste cose
***
“Il povero padre Turoldo, anche lui malato di tumore, diceva che la sofferenza non può venire da Dio, per­ché Dio è buono e non può volere il male. Per me è l’opposto; io non posso pensare a me stesso, non posso concepi­re la mia stessa esistenza senza questa malattia, con le cure, la chemioterapia, la cobalto, i controlli periodici e tutto il resto: perché la Grazia di Dio è dentro queste cose, oppure non esiste”.
“Più sono annientato più vivo per Cristo. Anche tu che leggi è Lui che aspetti, è per lui che vivi, anche se non lo sai”
Giovanni Testori




 

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domenica, 12 agosto 2007

La realtà senza Dio!
***
(...)
Dove può mai giungere una società che intenda spiegar tutto politicamente, tutto politicamente decifrare (senza per altro riuscirvi) anche e proprio nel momento in cui il cumulo degli errori, delle responsabilità, delle vergogne e dei tradimenti (e, primo fra tutti, il tradimento dell'anima) suona i suoi cupi e fatali rintocchi? Quando questi rintocchi annunciano contemporaneamente la povera morte di alcuni innocenti là, sulle strade che fin a poco prima sembravano calme e serene, e la morte morale della stessa concezione dell'esistenza, una concezione per cui dall'assalto allo Stato e dall'assassinio di cinque suoi figli non si riesce a cavare neppure un dubbio sulla sua reale capacità di consistere, anche solo storicamente e anche solo socialmente?
(...)
Perché almeno ieri, almeno oggi, almeno adesso, non si pone fine al sistema delle retoriche, opposte eppur eguali, e non si aiuta l'uomo a porsi con terribile chiarezza di fronte alla realtà?
Perché chi ha la possibilità e, dunque, il dovere di farlo, non l'aiuta a capire come sia proprio la realtà sociale a naufragare una volta che essa venga privata del suo sangue sacro e religioso? Perché s'è avuto e si ha ancora il timore di dire che il Dio rifiutato è un vuoto che nessuna demagogia del benessere e dell'eguaglianza, o d'ambedue assieme, può colmare; e che quel vuoto, a riempirlo, sarà solo il cupo inferno della materia impazzita e della sua impazzita cecità e solitudine? (...)
L'uomo e la sua società stanno morendo per eccesso di realtà; ma d'una realtà privata del suo senso e del suo nome; privata, cioè, di Dio. Dunque, d'una realtà irreale. (...)
Affondare gli occhi nel nostro male tenendo presente il Dio che abbiamo lasciato o, quantomeno, il dolore d'averlo lasciato, non significa veder meno: significa vedere ancora di più; e significa, inoltre, non poter più usare la parola (quella parola che è appunto ciò che si fa carne) come menzogna; menzogna che è servita e serve per usare la carne; per colpirla, crivellarla e stenderla, assassinata, su una delle strade che avevamo costruito per il nostro bene e per la nostra vita.
                           Giovanni Testori
Corriere della Sera, 20 marzo 1978



 

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mercoledì, 09 maggio 2007


TESTORI CONTRO LA TRISTEZZA LURIDA DELLA PRETESA GAY


Luca Doninelli, Conversazioni
con Testori, Guanda, 1993
Doninelli: Tu sei un personaggio noto, ed è inevitabile che la tua omosessualità abbia subito diverse reazioni e interpretazioni. Tra queste, quali hanno maggiormente salvaguardato la tua dignità?
,
Testori:
La sola posizione giusta e rispettosa dei segreti, dei misteri, degli affetti e dei rapporti che ho e che ho avuto, è stata quella della mia famiglia, degli amici più cari e dei giovani di Comunione e Liberazione: da tutti loro non mi sono mai sentito giudicato, ma solo accolto in virtù di un atto di carità che è anche giustizia. Tutto ciò che è in più - approvazione, giustificazione, esternazione, spettacolarizzazione dell'omosessualità - lo trovo «fuori», non necessario, non utile. Non aiuta a star meglio, ad essere più felici. E mi riferisco ai cosiddetti «movimenti di liberazione». Non parliamo, poi, di questa esecranda idea di nozze tra ragazzi. Che senso ha questo spirito di rivalsa a tutti i costi, questa sindrome dell'ufficialità? Io capisco, e difenderei con tutte le mie forze, il terribile diritto che l'uomo ha di svolgere il proprio destino. Immaginiamo che in un paese totalitario si fucilino gli omosessuali, o si leghino e si gettino in mare. Allora sì, per un diritto totale alla vita, mi batterei. Ma queste qui sono mascherate.
Solo mascherate? O qualcosa di peggio?
Certo che c'è di peggio. Oggi non siamo più nell'antica Grecia, o prima di Cristo. Io trovo che questi qui facciano tutto quello che fanno per dimostrare a se stessi di avere estirpato da sé qualunque senso di colpa o di peccato. Se potessi parlare con loro, li vorrei convincere innanzitiutto della tristezza di queste loro carnevalate. Perché in questi rapporti - ma, credo, in qualunque rapporto d'amore - c'è una tristezza sconfinata. Tuttavia, se questa tristezza viene accettata e accolta con carità, in primis come parte della coscienza di sé, allora diventa dramma, e può offrire qualcosa agli altri. Ma se viene esternata in modo incosciente, allora diventa una tristezza lurida. Hanno un bel rinfacciarmi l'incongruenza del mio essere cristiano con il mio modo di vivere.
Cosa intendi per «lurido»?
.
Lurido è tutto ciò che si esibisce con la pretesa di essere, poi, lasciati in pace, o, per dir meglio - perché la pace è un'altra cosa - di farsi gli affari propri. Inoltre trovo che l'accentuazione autoesibita dell'elemento carnale, sensuale sia una falsità. Viene completamente eliminata la tristezza, che è connaturale all'amore.
Per quanto mi riguarda, l'interesse per l'incontro con un uomo viene sempre dall'abbacinamento della bellezza, dalla commozione: qualcosa che poi, non lo nego, cerca anche la soluzione del rapporto fisico. Ma il punto della questione non è mai stato lì, per me, e credo non possa essere lì per nessuno.

poeta e drammaturgo Giovanni Testori



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